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Il PCL nelle elezioni per il Senato in Liguria

 


Di fronte a una normativa elettorale particolarmente antidemocratica per i tempi imposti, e considerando l'importanza di una presenza dei marxisti rivoluzionari alle elezioni su scala nazionale, avevamo proposto a diverse sinistre classiste (Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, SCR, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria) un'alleanza elettorale capace di garantire tale presenza. La nostra proposta unitaria è stata purtroppo respinta. Di conseguenza, nei tempi previsti, il PCL ha potuto presentarsi al voto solamente in Liguria al Senato.


Il bilancio di questa esperienza per il partito ligure è stato positivo. In contrapposizione ai partiti borghesi, e a differenza di Sinistra Italiana e di Unione Popolare, abbiamo posto al centro della nostra campagna l'esigenza di una rappresentanza politica indipendente dei salariati e un programma apertamente anticapitalista per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Non è un programma “elettorale”, è il programma per cui ci battiamo ogni giorno in ogni lotta. Semplicemente, a differenza di altri, non rinunciamo a presentarlo anche alle elezioni. Non disertiamo questo terreno di propaganda di massa. Non rinunciamo a usare la tribuna borghese, fosse pure nelle condizioni più sfavorevoli, per presentare una prospettiva rivoluzionaria. È l'insegnamento elementare del leninismo.

Sotto il profilo strettamente elettorale abbiamo registrato in Liguria un netto progresso rispetto alle elezioni politiche del 2018. Nel 2018, in alleanza con Sinistra Classe Rivoluzione nella lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, prendemmo 1500 voti a livello regionale (0,17%). Nel 2022 come Partito Comunista dei Lavoratori, con la piena riconoscibilità del nostro simbolo, abbiamo preso 4380 voti (0,66). Abbiamo cioè triplicato. Ovviamente resta un risultato molto modesto, nel quadro complessivo della perdurante crisi della sinistra politica che le elezioni hanno confermato. Ma resta la sua positività.

L'aspetto più importante, al di là del risultato, ha riguardato la campagna condotta, sia in termini di proiezione mediatica sulle tv e radio locali, con contenuti dichiaratamente di classe, sia soprattutto in termini di volantinaggio sulle fabbriche. Pur con forze molto piccole, il partito ha coperto tutte le principali fabbriche della regione (ex Ilva e Ansaldo a Genova, gli stabilimenti di Fincantieri a Riva Trigoso e a La Spezia, la Oto Melara di La Spezia, la Bombardier di Savona, la Piaggio di Albenga, le vetrerie della Val Bormida). È un intervento al quale daremo stabilità e continuità mensile con la diffusione del volantino periodico nazionale.

La campagna elettorale ci ha consentito di guadagnare alcune nuove adesioni al PCL e diversi nuovi contatti, anche a livello operaio (Oto Melara), che cercheremo di far aderire al partito. In altri termini, nel nostro piccolo, con le difficoltà che ben conosciamo, la campagna elettorale è stata un fattore di costruzione e consolidamento del nostro partito in Liguria. È la conferma una volta di più del metodo leninista: non rinunciare mai, battersi sempre per le proprie idee su ogni terreno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il significato del 25 settembre

 


La vittoria della destra reazionaria postfascista. La necessità di un partito indipendente della classe lavoratrice

27 Settembre 2022

A fronte di un salto dell'astensione, particolarmente marcata nel Sud e nelle periferie urbane, la destra è l'indiscussa vincitrice delle elezioni del 25 settembre. La sua coalizione amplia considerevolmente la percentuale del 2018 (dal 37% al 44%) e consegue la maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere. Dunque si prepara a governare l'Italia.
Il fatto che a un secolo esatto dalla marcia su Roma gli eredi postfascisti di quella storia assumano le redini del governo è tristemente significativo. Non allude alla prossimità di un regime ma certo introduce una netta torsione reazionaria, contro diritti civili, democratici, sociali.

Fratelli d'Italia (26%) capitalizza il proprio ruolo di opposizione nel decennio, la presunta novità di Giorgia Meloni, le crescenti contraddizioni del blocco sociale leghista, ma soprattutto il vuoto dell'opposizione di classe negli anni cruciali della pandemia e della crisi sociale (per responsabilità preminente della burocrazia sindacale).
All'interno del centrodestra regge la ridotta di Berlusconi, nonostante la scissione dei ministri uscenti, mentre Salvini paga il prezzo del proprio coinvolgimento di governo. La pressione dei governatori del Nord per l'ingresso della Lega nel governo Draghi ha presentato il conto al segretario della Lega, che dentro la vittoria del centrodestra è il grande sconfitto di queste elezioni (8,9%). Il fatto che Fratelli d'Italia abbia doppiato la Lega in Veneto misura simbolicamente l'entità della frana e la sua valenza politica. Vedremo se questo avrà ricadute nella vita interna della Lega.

Il Partito Democratico (19%) torna elettoralmente nei pressi del minimo storico del 2018, pagando la continuità del proprio ruolo di partito centrale dell'establishment nell'ultimo decennio. La linea ondivaga e indecifrabile della sua leadership, tra campo largo col M5S e asse draghiano con Calenda, ha ulteriormente appannato la sua immagine. L'impostazione bipolare della campagna elettorale (“O noi o la Meloni”) si è scontrata con l'assenza di una coalizione larga, mentre lo sventolio dell'agenda Draghi si è arenato nella rottura di Calenda.
È rimasto il profilo di un partito (formalmente) attento ai diritti civili ma sprovvisto di ogni proposta sociale appetibile, o anche semplicemente decifrabile, agli occhi della larga massa popolare. Un liberalismo borghese senza popolo, per di più gravato dall'eredità di tutto il peggio delle politiche di austerità e sacrifici. Ora la sconfitta elettorale ricadrà pesantemente sul PD, prevedibilmente diviso tra l'opzione di rilancio dell'asse liberale progressista col M5S e quella di un asse liberalconfindustriale col "terzo polo". Il ritiro annunciato di Letta in vista del prossimo congresso è solo l'inizio della valanga.

Il Movimento 5 Stelle (15,6%) ha realizzato una rimonta indubbia negli ultimi due mesi, rispetto al tracollo vissuto durante la legislatura. Il 32% del 2018 è naturalmente un ricordo lontano, ma il M5S ha riguadagnato il 15% su scala nazionale, il primato in diverse regioni del sud d'Italia, un pacchetto di collegi uninominali.
Conte ha capitalizzato diversi fattori tra loro combinati. Ha occupato lo spazio liberato a sinistra del PD dal corso draghiano di Letta, rivendicando la rappresentanza delle istanze sociali (reddito di cittadinanza, salario minimo). Ha investito nella propria riconoscibilità popolare di ex Presidente del Consiglio, a fronte del profilo algido e aristocratico di Mario Draghi. Ha beneficiato della scissione di Di Maio, rilanciando il mito di un ritorno alle origini, seppur corretto da una curvatura “di sinistra”. Ha soprattutto per questa via conquistato il M5S, marginalizzando progressivamente il ruolo di Grillo e assumendo la tolda di comando, ormai indiscusso, del Movimento.
Ora la sconfitta del PD e le sue contraddizioni laceranti offrono al M5S uno spazio di consolidamento del proprio risultato e della nuova collocazione, peraltro agevolato non solo dal PD ma dalla crisi della sinistra politica e della sua subalternità a un approccio civico democratico.

Il risultato complessivo delle sinistre politiche registra il perdurare della loro crisi, riflesso di una crisi del movimento operaio cui hanno concorso e concorrono in modo determinante.

Sinistra Italiana ha guadato la soglia del 3% ma dentro una coalizione col PD liberale, confermando il cordone ombelicale che la subordina a quel partito. Il suo ruolo parlamentare sarà quello di rilanciare il campo largo coi liberali e col M5S in chiave di “fronte popolare democratico”.
Sul versante opposto, il blocco di Rizzo con organizzazioni sovraniste reazionarie nell'illusione di un possibile approdo istituzionale ha conosciuto una netta sconfitta. Dell'operazione tricolore di Italia Sovrana e Popolare resta la destrutturazione del PC.
Unione Popolare, com'era prevedibile, ha mancato largamente l'obiettivo del quorum (1,4%). Attribuire l'esito esclusivamente ai tempi brevi delle elezioni significa mettere la testa sotto la sabbia. La verità è che tutta l'operazione è stata costruita lungo un cliché abbondantemente sperimentato: la vecchia illusione di poter riguadagnare una presenza parlamentare nascondendo la propria identità sotto i panni di una lista civica di cittadini democratici. La figura di De Magistris, come a suo tempo quella di Ingroia, ha simboleggiato l'operazione, dandole un carattere personalistico in questo caso ancor più marcato. La proposta insistita di un accordo col M5S era figlia di questa stessa impostazione. La suggestione di replicare l'operazione Mélenchon, al netto di ogni considerazione su quest'ultimo, prescindeva totalmente dalla diversità della dinamica di classe nei due paesi, affidandosi a un richiamo retorico privo di basi materiali.
Il tentativo ora di rilancio di Unione Popolare da parte di De Magistris per una «alternativa etica, culturale, sociale, economica e politica nelle istituzioni» nel nome di «una forza credibile e vera di sinistra, pacifista, ambientalista, per i diritti civili, che operi con rigore l’attuazione della Costituzione antifascista» conferma la continuità di una logica cittadinista, estranea alla centralità della lotta di classe e della rappresentanza del lavoro salariato.

Il nodo centrale resta questo, tanto più oggi: la costruzione di un partito della classe lavoratrice, indipendente da tutti i partiti borghesi, capace di ricondurre le lotte di resistenza a una prospettiva anticapitalista. È il partito che manca, l'unico di cui i lavoratori e le lavoratrici hanno bisogno.
La stessa astensione dal voto di ampi settori di salariati è la registrazione indiretta di un vuoto di rappresentanza. È questo il tema che il PCL ha posto in questa stessa campagna elettorale, anche laddove abbiamo potuto essere presenti, cioè alle elezioni del Senato in Liguria. Naturalmente non potevamo riempire noi con le nostre forze il vuoto enorme di rappresentanza del movimento operaio, tanto più in una sola regione. Siamo un piccolissimo partito, che in Liguria ha riportato un risultato assai modesto (anche se triplicato rispetto al 2018, passando da 1500 voti a 4380), ma siamo stati e siamo l'unica organizzazione che pone al centro della propria azione e proposta la ricostruzione di un partito del lavoro su un programma anticapitalista. E che da oggi rilancerà questa proposta nel vivo delle lotte contro l'annunciato governo a guida postfascista. Per la preparazione di un vero sciopero generale.

Solo un'irruzione sul campo della classe lavoratrice, con un ampio fronte unitario di massa, può alzare un argine contro il nuovo governo, allargare le contraddizioni del blocco sociale reazionario, capovolgere i rapporti di forza, aprire dal basso uno scenario nuovo. Il PCL sarà come sempre in prima fila nella ricostruzione di una opposizione di classe e di massa, per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Perché non possiamo indicare il voto per Unione Popolare

 


Lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC e di PaP

Care compagne e compagni,

questa lettera è per voi, non per altri. Perché a voi ci legano tante battaglie comuni.

Come sapete il PCL cerca sempre di essere presente alle elezioni per presentare il proprio programma rivoluzionario, ciò che non contraddice la ricerca della massima unità d’azione a sinistra sul terreno della lotta di classe. Tuttavia, in questo caso una normativa particolarmente reazionaria ci ha impedito di essere presenti come in altre occasioni, con l’eccezione della Liguria al Senato. In passato, nei casi di assenza obbligata dalla competizione elettorale, abbiamo spesso espresso un appoggio, sia pure critico, a liste della sinistra riformista. Ma in questo caso non riteniamo vi siano le condizioni per tale scelta.

Naturalmente respingiamo ogni ipotesi di sostegno alle liste di sinistra che oggi si presentano in coalizione col PD liberal-borghese (Sinistra Italiana) o in blocco rossobruno con destre sovraniste (come il partito di Rizzo). Pensiamo anzi che la denuncia di questa scelte debba rappresentare una occasione di chiarificazione.

Ma non per questo possiamo fornire un appoggio critico ad Unione Popolare. Unione Popolare si presenta come l’ennesima riedizione di una lista civica progressista in cui la sinistra classista (PRC e PaP) finisce col nascondersi. In passato fu Ingroia. Oggi è De Magistris. La logica ci pare immutata: la ricerca di un “rispettabile” esponente istituzionale o ex istituzionale di natura piccolo-borghese cui affidare la propria speranza di tornare in Parlamento. Nel caso di De Magistris la scelta ci pare ancor più subalterna che in passato. Perché l’unico scopo di De Magistris è costruire un proprio partito personale usando PRC e PaP come manovalanza elettorale. La disponibilità dei gruppi dirigenti di PRC e PaP ad assecondare questo disegno ci pare profondamente negativa. Ed oltretutto senza alcuna credibile aspettativa di superare il 3%.

La ricerca da parte di PRC e De Magistris di un accordo col M5S sino all’ultimo minuto non è stata un incidente, ma l’espressione di un’impostazione “cittadinista” di tipo democratico, estranea alla centralità del lavoro. Un’impostazione che di fatto si è resa disponibile a mascherare la natura stessa del grillismo nel momento del suo tracollo, sino ad accordarsi col partito più governativo di tutta la legislatura: firmatario dei decreti infami di Salvini, dell’aumento delle spese militari, del travaso di miliardi nel portafoglio delle imprese. È vero che Potere al Popolo non ha condiviso la proposta di accordo col M5S. Ma purtroppo non ha messo in discussione l’impostazione politico-culturale da cui quella proposta nasceva. Né il tentativo di recuperare la polemica contro il M5S negli ultimi giorni annulla il disastro della proposta iniziale di alleanza. Semmai cerca di rimontarne gli effetti.

Certo, il programma su cui Unione Popolare si presenta elenca diverse rivendicazioni progressiste, come fa ogni programma riformista. Ma appunto le subordina all’ennesima illusione di un possibile governo progressista del capitalismo. I riferimenti a Podemos, che con quattro ministri siede nel governo spagnolo, sono in continuità coi passati riferimenti al governo Tsipras. In entrambi i casi l’illusione riformista è stata schiaffeggiata dalla realtà. Nel caso di Tsipras dalla continuità delle politiche della troika. Nel caso di Podemos dalla permanenza delle politiche di respingimento dei migranti e dell’aumento delle spese militari. Quanto al mito di Mélenchon – ex ministro del governo Jospin e in quanto tale bombardatore di Belgrado – va osservato che pur di accordarsi col Partito Socialista ha rinunciato a rivendicare la rottura con la NATO. E che il suo sovranismo di sinistra, ostile alle bandiere rosse, non promette nulla di buono, al di là delle affabulazioni retoriche.

Il punto è che se la prospettiva rivoluzionaria è ritenuta impossibile l’unico orizzonte resta il governo del capitalismo. E questa prospettiva non riguarda il futuro, ma il presente. Un solo esempio. Cercando in tutte le sedi di mostrarsi uomo di governo nell’ambito delle istituzioni di questo Stato, De Magistris imprime alla campagna elettorale un taglio governista che scavalca a destra il programma di UP. Su il manifesto (20 agosto) dichiara che una volta in Parlamento UP potrebbe rendersi utile per la formazione di un futuro governo “se ci saranno condizioni per essere determinanti”.

Con chi se non col PD e il M5S? Inoltre, l’ex sindaco curva in chiave compatibilista le stesse proposte sociali. Sul caro bollette (3 settembre) rivendica “lo scostamento di bilancio”, alla coda del M5S. Ciò che significherebbe far nuovo debito pubblico a carico dei salariati. Un governismo esibito come prova di “concretezza” rivela in realtà l’equivoco di fondo di una impostazione.

L’equivoco peraltro è figlio del passato. Negli ultimi 30 anni il PRC è stato nell’area di governo per quattro anni complessivamente (coi due governi Prodi), Rizzo per ben sei anni (aggiungendo i governi D’Alema e Amato). Il solo PRC ha votato il lavoro interinale, il record di privatizzazioni in Europa, le leggi antimmigrazione Turco-Napolitano (con il blocco navale verso l’Albania, sino all’affondamento in mare di una nave di profughi con oltre 100 morti), la massima detassazione dei profitti di banche e imprese (IRES passata dal 34% al 27,5% nella finanziaria del 2007) e diversi rifinanziamenti delle missioni di guerra. “Errori” di cui si è fatto ammenda? No, sostegno all’avversario di classe contro la propria classe di riferimento. Il crollo della sinistra politica tra i salariati, e lo sfondamento populista che ne è seguito, hanno questa precisa radice. E hanno finito col colpire tutti. Anche chi quelle politiche le contrastò con forza, come nel caso del PCL.

Non pensiamo al passato, guardiamo al futuro” si obietta spesso. Ma se non si fa un bilancio della storia si è condannati a ripeterla. Del resto, tutti noi giustamente elenchiamo le responsabilità passate del PD e dei partiti borghesi (pensiamo agli ex dalemiani) contro ogni loro tentativo di camuffarle. Perché non applicare lo stesso metodo anche al bilancio della sinistra classista? Non è da comunisti usare due pesi e due misure.

La nostra scelta elettorale per tutte queste ragioni è l’astensione. Ciò non significa per parte nostra ignorare il fatto che molti di voi, magari condividendo in parte la nostra critica, intendano votare UP in contrapposizione ai partiti borghesi, cercando in UP uno strumento di replica all’avversario nel contesto dato. Non condividiamo questa illusione, ma la comprendiamo.

Tuttavia, vi chiediamo quantomeno di non votare le liste di UP laddove siano capeggiate, come capilista, o dall’ex sindaco De Magistris (e dai suoi sodali di DemA) o dall’ex ministro Paolo Ferrero. Nel primo caso perché De Magistris e la sua area impersonificano la scelta aclassista di Unione Popolare al suo massimo livello. Nel secondo caso perché Paolo Ferrero ha condiviso e gestito al massimo livello di responsabilità le misure antioperaie del governo Prodi in quanto ministro di quel governo, ed è espressione particolarmente negativa di ipocrisia riformista tra quanto si afferma e quanto si fa. Pensiamo che, in ogni caso, il voto di un comunista non possa e non debba rivolgersi a loro.

Come sapete, la nostra critica non significa in alcun modo rifiuto del confronto e dell’unità d’azione su obiettivi comuni sul terreno dell’azione. Al contrario, nei limiti delle nostre forze l’abbiamo sempre ricercata e praticata contro ogni forma di settarismo. Ma l’unità d’azione non esclude la chiarezza, che è anche una forma di rispetto.

Nella chiarezza vi diciamo che oggi manca una rappresentanza politica del lavoro salariato che il lavoro salariato possa riconoscere come tale. Questo è l’enorme vuoto dello scenario politico, allargato dal suicidio del PRC tra il 2006 e il 2008, che le diverse sinistre non solo non affrontano ma concorrono a preservare. Sia quelle che si subordinano a forze borghesi, sia quelle che si nascondono dietro panni civici.

Non è certo il PCL oggi con le sue forze che può colmare questo vuoto. E neppure l’alleanza elettorale che avevamo proposto in questa occasione straordinaria a diverse sinistre classiste, anticapitaliste, internazionaliste, purtroppo da queste declinata.

Ma oggi solo il PCL pone con forza l’esigenza di un partito della classe lavoratrice e di un programma d’azione anticapitalista, fuori e contro ogni illusione riformista. È questa l’esigenza che solleveremo in ogni mobilitazione, a partire dalle battaglie di autunno. Assieme alla proposta del più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche e sindacali.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro tutti i partiti borghesi

 


Manca una voce indipendente della classe lavoratrice

11 Settembre 2022

Volantino del PCL sulle elezioni politiche del 25 settembre

Il Partito Comunista dei Lavoratori non sostiene alcun partito o lista per le elezioni politiche del 25 settembre. Denuncia le condizioni particolarmente antidemocratiche e vessatorie, in fatto di raccolta firme in pieno agosto, che hanno precluso la nostra partecipazione (con l’eccezione della Liguria al Senato). Denuncia una scelta di calendario elettorale dettata esclusivamente dalla volontà di predisporre in tempi brevi il nuovo governo del capitale finanziario.

Siamo contro i partiti e schieramenti borghesi che si contendono il governo della stessa classe. Quella classe capitalista che insieme o in alternanza hanno tutti servito negli anni e nei decenni.

Siamo contro una destra reazionaria, oggi guidata dagli eredi in doppiopetto dell’estrema destra italiana, che vuole l’ulteriore detassazione dei ricchi a carico dei salariati e dei servizi sociali, l’inasprimento delle misure forcaiole contro gli immigrati, una nuova restrizione dei diritti democratici, il più libero saccheggio dell’ambiente, una riforma istituzionale che rafforzi il potere esecutivo in senso plebiscitario (presidenzialismo). Una destra legata ai sovranismi nazionalisti più reazionari d’Europa (Polonia, Ungheria, Russia), e che al tempo stesso cerca di ingraziarsi la benevolenza del capitale finanziario per ottenere semaforo verde. Come in passato. Come quando Giorgia Meloni votò da ministra di Berlusconi 8 miliardi di tagli alla scuola pubblica e poi la legge Fornero di Monti per pagare il debito pubblico alla banche.

Siamo contro il centro liberal-borghese, nelle sue diverse espressioni. Dal nuovo polo Renzi-Calenda che impugna la bandiera di Draghi, al Partito Democratico di Letta che candida Carlo Cottarelli a garanzia del grande capitale italiano ed europeo. Il PD è stato il principale partito dell’establishment e dell’attacco ai diritti sociali (precarietà, privatizzazioni, tagli sociali). La sua pretesa di fare da baluardo “democratico” è truffaldina. Il PD sostiene l’aumento massiccio delle spese militari in piena convergenza con la destra, le leggi elettorali maggioritarie che oggi consentono alla destra di ambire alla maggioranza assoluta del Parlamento senza avere la maggioranza assoluta dei voti, la difesa dei grandi monopoli energetici. Il PD ha arato sempre il terreno della destra, ingrassando le sue fortune.

Siamo contro il Movimento 5 Stelle, smascherato da una legislatura che l’ha visto governare con tutti i partiti padronali con un ruolo di massima responsabilità. I governi Conte hanno varato e gestito i famigerati decreti Salvini contro gli immigrati e i diritti di lotta di lavoratrici e lavoratori, l’aumento netto delle spese militari, la pura manutenzione dello sfascio della sanità pubblica negli anni drammatici della pandemia, subordinandosi per di più alle ingiunzioni padronali contro misure essenziali di sicurezza sanitaria (come in occasione della mancata zona rossa in Val Brembana). La pretesa del M5S di sopravvivere al proprio crollo, intestandosi la rappresentanza di istanze sociali, dimostra solo la sua natura truffaldina.

Non è presente purtroppo una alternativa di classe a sinistra. La sinistra cosiddetta radicale si è compromessa più volte in questi trent'anni nei governi padronali votando austerità e sacrifici. E oggi nessuno dei suoi partiti si è posto con chiarezza dalla parte della classe lavoratrice. Sinistra Italiana ha scelto la subordinazione al PD. Il PC di Rizzo ha completato il suo corso politico rossobruno facendo blocco con forze reazionarie. Unione Popolare dell’ex sindaco De Magistris ha inseguito (invano) l’alleanza col M5S sulla base di una impostazione “democratico-progressista” estranea a una matrice di classe riconoscibile. Il PCI esprime una impostazione subalterna verso la Russia di Putin e presenta come “paese socialista” l’imperialismo cinese.

In questo quadro non avanziamo, neppure criticamente, indicazioni di voto a sinistra. Non certo a Sinistra Italiana, arruolata dal PD come sua ruota di scorta. Ma nemmeno a Unione Popolare o, là dove è presente, al PCI. Vi sono alcuni settori d’avanguardia che possono cercare illusoriamente nel voto a Unione Popolare una forma di opposizione ai partiti dominanti. Non siamo indifferenti alle loro illusioni. Ma Unione Popolare è l’ennesima riedizione di una lista civica in cui la sinistra di classe si disperde e si annulla. Per di più in questo caso sotto l’egida dell’impronta di chi (De Magistris) cerca di costruire il “proprio” partito personale su una impostazione esplicitamente interclassista, e con il coinvolgimento di chi come Paolo Ferrero, da ministro del governo Prodi, votò la detassazione dei profitti e le missioni militari, e già sostenne il primo governo Prodi che fece il blocco navale contro i migranti albanesi.
La nostra scelta dunque è l’astensione. Invitiamo in ogni caso a non votare per liste di Unione Popolare ove capeggiate da De Magistris e i suoi sodali piccolo-borghesi o dall’ex ministro Ferrero.

Al di là del voto vogliamo porre ai lavoratori e alle lavoratrici, a partire dalla loro avanguardia, la questione decisiva: quella della costruzione di un partito della classe lavoratrice, autonomo da tutti i partiti borghesi, contrapposto al capitalismo e al suo Stato, che si batta in ogni lotta e su ogni terreno per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il partito che oggi manca, l’unico di cui la classe operaia ha bisogno. Avremmo voluto dar battaglia per la costruzione di questo partito anche sul terreno elettorale, presentandoci ovunque, come in passato, come Partito Comunista dei Lavoratori. Ma le norme particolarmente truffaldine che imponevano di raccogliere in pochi giorni d’agosto una montagna di firme autenticate hanno precluso questa possibilità, consentendoci la presentazione solo in Liguria, al Senato.

Il PCL porterà avanti in ogni caso la propria proposta anticapitalista. Le elezioni passano, la lotta di classe resta. Il prossimo autunno porterà con sé nuovi fronti di battaglia contro le classi dominanti e il loro governo, chiunque sarà il vincitore delle urne. L’esigenza del più ampio fronte unitario di lotta di tutte le organizzazioni della classe lavoratrice, politiche, sindacali, associative, sarà riproposta da ogni versante. Il nostro partito sarà in prima fila, come sempre, nel sostenerla.

- Per il blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari
- Per la requisizione immediata e integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici
- Per un forte aumento salariale di 300 euro netti e la reintroduzione della scala mobile dei salari
- Per un salario minimo di 12 euro all’ora, 1500 euro netti mensili
- Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco da investire in sanità, scuola, risanamento ambientale, energie rinnovabili, rete idrica
- Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore a parità di paga
- Per il blocco dei licenziamenti e la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano
- Per la cancellazione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti
- Per l’abbattimento delle spese militari, contro ogni guerra imperialista


Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzare compiutamente queste misure di svolta. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà strappare cammin facendo risultati parziali. Costruire controcorrente la coscienza di questa verità è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.




(per scaricare il volantino: https://www.pclavoratori.it/cms_utilities/download.php?id_bin=6419)

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Partito Comunista dei Lavoratori presente alle elezioni politiche in Liguria

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà presente in Liguria alle elezioni politiche del Senato. Una normativa profondamente antidemocratica ha di fatto precluso la nostra partecipazione al voto della Camera e in altre regioni. Ma in Liguria la particolare tenacia del lavoro militante del partito nella raccolta delle firme necessarie ha consentito la presenza elettorale del PCL. Va da sé che cercheremo di dare a questa presenza una valenza politica esemplare di carattere nazionale.


Il senso della nostra presenza è molto semplice. Siamo l’unico partito comunista di nome e di fatto presente in queste elezioni. L’unico che si richiama apertamente alla classe operaia e che si batte per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L’unico che rivendica una prospettiva di rivoluzione come unica vera alternativa al capitalismo e alla sua crisi. L’unico che in ogni lotta, in ogni movimento, in ogni sindacato classista, lavora per ricondurre gli obiettivi immediati della lotta alla prospettiva anticapitalista e per sviluppare una coscienza rivoluzionaria tra gli sfruttati. L’unico, non a caso, che non si è mai compromesso nei governi borghesi.

Le altre sinistre presenti al voto o sono subalterne o sono mimetizzate. Sinistra Italiana si è subordinata al PD, il partito di Rizzo ha fatto un blocco rossobruno con destre tricolori, PRC e Potere al Popolo si sono mimetizzate nell’ennesima edizione di una lista civico-progressista dietro la presenza preponderante e totalizzante di De Magistris. Una sorta di lista Ingroia 2.0.

Il PCL non ha ragione di nascondersi o di subordinarsi ad altri. Si presenta per quello che è: dalla parte dei salariati contro il capitale. Contro le sue guerre, la sua devastazione dell’ambiente, la sua distruzione dei diritti sociali. Per l’unica alternativa vera: quella che riorganizza su basi socialiste l’intero ordine della società. Appunto, un partito comunista.

Partito Comunista dei Lavoratori

La dislocazione dei partiti borghesi nella campagna elettorale

 


Il vuoto di rappresentanza autonoma dei salariati

I partiti e gli schieramenti borghesi si scontrano all'arma bianca solo per contendersi la rappresentanza della stessa classe. La classe che hanno servito negli ultimi trent'anni, in alternanza o in collaborazione. Perché hanno governato tutti. Senza eccezioni.


“DONNA, MADRE, CRISTIANA”: LA PATRIOTA DELL'INDUSTRIA MILITARE

Il centrodestra, grande favorito del 25 settembre, ha governato per più di undici anni, con tutti i suoi partiti.

Ha governato naturalmente Berlusconi in primis, che oggi sogna una riforma presidenziale che possa portarlo al Colle. Ha governato più a lungo la Lega, anche a braccetto del M5S, sotto la guida di un Matteo Salvini che cerca di nuovo riparo nel futuro ministero degli interni per recuperare consenso elettorale sulla pelle dei poveracci. Ma ha governato anche la patriota Giorgia Meloni, ministra per la gioventù nell'ultimo esecutivo Berlusconi (2008-2011), quello che ha tagliato 8 miliardi alla scuola pubblica (Gelmini), e più di 10 miliardi al sistema sanitario, per ingrassare sanità privata e pagare il debito alle banche.
Non solo. Meloni ha votato sotto il successivo governo Monti la famigerata riforma Fornero e il pareggio di bilancio in Costituzione (Art 81) dietro indicazione dell'Unione Europea, per garantire il soccorso europeo alle banche italiane. Altro che “amica del popolo”! Peraltro la stessa Giorgia nazionale (“Donna, Madre, Cristiana”) che nel suo recente best seller rivendica «la responsabilità di una storia lunga 70 anni, ereditata da Almirante, Rauti e Fini» (altro che abiure) cerca oggi di rassicurare il capitale finanziario internazionale e professa un inossidabile atlantismo. Il suo patriottismo non è solo ideologia da comizio per la platea di Vox, ma anche difesa dell'industria militare tricolore (di cui l'amico Crosetto è illustre esponente), nella spartizione dei fondi europei e degli equilibri del Mediterraneo. Così il blocco navale anti-immigrati e le pose forcaiole in fatto di ordine pubblico non servono solo a dirottare verso falsi bersagli e nelle forme più odiose la rabbia sociale di ampi strati popolari, raggranellando il consenso da portare in dote alla borghesia, ma anche a lustrare le proprie mostrine agli occhi della Polizia e dei Carabinieri, oggi contesi alla Lega.

Resta un paradosso di fondo: il centrodestra gode del consenso maggioritario dei salariati nel momento stesso in cui annuncia un'incredibile flat tax a vantaggio dei capitalisti (sia essa al 15% o al 23%), messa a carico dei salariati stessi, con l'aumento delle tasse per i lavoratori in caso di flat tax al 23%, e/o col taglio ulteriore delle spese sociali e/o con nuovo indebitamento pubblico. Il paradosso misura il disastro compiuto a sinistra nell'arco di trent'anni.


Il PD DRAGHIANO E LA SUA CRISI. L'IMPOSSIBILE DC DELLA SECONDA REPUBBLICA

Il PD ha ostentato l'identificazione con il draghismo. Cioè con il governo del capitale finanziario nazionale ed europeo al massimo livello di rappresentatività. L'accordo con Calenda, poi disdetto da Calenda, e la successiva candidatura di Carlo Cottarelli, sono la carta identitaria del PD: un partito da sempre candidato a svolgere il ruolo della Democrazia Cristiana nella Seconda Repubblica, senza mai disporre della forza della DC e del contesto d'epoca che la rese possibile. Più precisamente, il ruolo di un partito borghese liberale con influenza di massa quale garante della stabilità. Il PD ha governato sempre negli ultimi dodici anni, con l'unica parentesi del primo governo Conte. Ha avuto tre presidenti del Consiglio (Letta, Renzi, Gentiloni) e le presidenze della Repubblica (Napolitano e Mattarella). Ha fornito un sostegno determinante a Monti e Draghi. È stato a tutti gli effetti il partito del potere, un architrave di sistema.

Il suo programma elettorale rivendica una dopo l'altra le “riforme” raccomandate da Confindustria: ulteriori privatizzazioni (ex Alitalia) sulla pelle dei lavoratori, liberalizzazioni di mercato nei servizi pubblici a vantaggio del capitale (Uber), controllo e gestione dei fondi europei a favore delle imprese, contenimento del debito pubblico a salvaguardia degli equilibri politici nella UE, difesa dei grandi monopoli energetici.
Le pose ambientaliste e sociali mimate da alcuni settori del PD, e dallo stesso Letta dopo la rottura di Calenda, sono solo una cartina fumogena. Basti pensare all'aumento delle spese militari del ministro della difesa Guerini, o alla rivendicazione dell'abolizione dell'IRAP, 13 miliardi sottratti in piena pandemia al finanziamento della sanità pubblica. Mentre persino la minitassa timidamente ventilata sulle successioni superiori ai 5 milioni – in sé assolutamente irrisoria – batte rapidamente in ritirata sotto il fuoco propagandistico della destra.

La verità è che nella storia degli ultimi trent'anni il PDS, poi i DS, infine il PD, è stato l'ariete di sfondamento delle politiche antioperaie. La precarizzazione del lavoro, a partire dal lavoro interinale, ha avuto quella matrice, nel 1997. Lo stesso vale per la deregolamentazione contrattuale, la distruzione dei diritti (prima della scala mobile, poi dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), l'equiparazione tra scuola pubblica e privata, la privatizzazione dell'acqua pubblica, il taglio a sanità e pensioni, le politiche di guerra, a partire dall'aggressione NATO alla Serbia. Sullo stesso terreno democratico vanta gli accordi infami con la Guardia libica per il sequestro e le torture dei migranti (Minniti), su cui oggi si limita a sospendere il giudizio, ed anche le riforme reazionarie della legge elettorale in senso maggioritario.

Se oggi il centrodestra minaccia di conquistare la maggioranza assoluta del Parlamento senza avere la maggioranza assoluta dei voti è grazie alla legge elettorale voluta dal PD. Che poi si presenta come... “barriera” contro la destra. Dopo aver governato con Berlusconi e Salvini e aver spianato la strada a Meloni.


IL MOVIMENTO 5 STELLE. UNO, NESSUNO, CENTOMILA, MA SEMPRE AL SERVIZIO DEL PADRONATO

Il Movimento 5 Stelle cerca di sopravvivere al proprio collasso mimando lo scavalcamento del PD sul terreno sociale. È un'operazione consentita dal profilo draghiano del PD, ma è un'operazione penosa.

Il M5S è stato il principale partito di governo della legislatura uscente, l'unico che ha governato sempre e con tutti. Ha preservato tutte le leggi antioperaie dei governi precedenti, a partire dalla distruzione dell'articolo 18. Ha siglato con Salvini i famigerati decreti sicurezza contro gli immigrati e i diritti di lotta dei lavoratori (criminalizzazione di blocchi stradali, picchetti, occupazioni...). Ha gestito col PD le politiche della pandemia, abbandonando al disastro un servizio sanitario immutato, obbedendo ai diktat criminali di Confindustria contro l'applicazione della zona rossa in Val Brembana, concertando con padronato e burocrazie sindacali la pace sociale nelle fabbriche contro le dinamiche di sciopero (marzo 2020) e in cambio di garanzie finte sulla sicurezza sanitaria nei luoghi di lavoro, aggirate da padroni e prefetture e prive di conseguenze in caso di inosservanza. Infine ha preso parte al governo Draghi e all'enorme operazione a debito, nazionale ed europeo, verso il capitale finanziario. In tutti e tre i governi ha sostenuto l'aumento progressivo delle spese in armamenti.

Le pose dell'ultima ora sul piano sociale non possono ingannare nessuno: la richiesta del salario minimo è stata disattesa in primo luogo dai governi Conte sotto il veto di Confindustria e burocrazia sindacale. Quanto al reddito di cittadinanza, già in partenza assolutamente insufficiente, discriminatorio verso gli immigrati non residenti da almeno dieci anni e penalizzante verso i nuclei familiari più numerosi, è stato ulteriormente riformato in senso peggiorativo dai governi Conte due e Draghi, sotto la pressione delle organizzazioni padronali che vogliono mano libera per sotto salari e sfruttamento.


SINISTRE CORRESPONSABILI E (DIVERSAMENTE) SUBALTERNE.
COSTRUIRE LA RAPPRESENTANZA AUTONOMA DEI SALARIATI


Questo panorama generale non si è affermato per un destino cinico e baro. Vi hanno concorso le responsabilità dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale dell'ultimo trentennio. Inclusi i quattro anni di corresponsabilità di governo sotto i due governi Prodi (PRC), e i tre anni aggiuntivi sotto i governi D'Alema e Amato, nel caso di Rizzo. Esperienze che hanno non solo contribuito a colpire la classe operaia ma hanno demolito perciò stesso la credibilità della sinistra come riferimento del lavoro. Acqua passata, si dirà, e invece no. Ciò che oggi accomuna le diverse sinistre che si affacciano al voto è la loro subordinazione diretta o indiretta ai poli borghesi e la rimozione della rappresentanza autonoma dei lavoratori.

Sinistra Italiana si è mostrata disposta a tutto pur di subordinarsi al PD. Persino a subire il suo accordo con Calenda, poi naufragato, e la candidatura di Cottarelli. La difesa ambientale e sociale a braccetto col PD è una contraddizione in termini e la misura dell'ipocrisia. L'argomento di un accordo necessario per battere la destra è risibile persino sul terreno strettamente elettorale, come tutti possono intendere. L'accordo ha invece una valenza tutta politica: Sinistra Italiana si riduce a una corrente esterna del PD, con diritti di libera uscita, come verso il governo Draghi, ma senza alcuna autonomia strategica. E la subordinazione strategica al PD significa subordinazione strategica al grande capitale, italiano ed europeo. Perciò stesso un aiuto alla reazione.

Il Partito Comunista di Rizzo ha portato a conclusione il proprio corso politico rossobruno, a rimorchio di culture reazionarie: in particolare dell'impasto no vax, complottista, putiniano. Difensore della “tradizione”, dei “valori nazionali”, del principio comunitarista, della sacra icona della famiglia. Se Sinistra Italiana si è ridotta a corrente esterna del PD, il PC si è ridotto a corrente esterna del campo reazionario e della sua periferia. Se il gruppo dirigente di Sinistra Italiana ha precipitato la crisi di SI pur di accordarsi col PD, Marco Rizzo non ha esitato a distruggere ciò che resta del suo partito pur di accordarsi alla reazione come ultima ruota del carro. Nel suo caso, il fascino irresistibile dell'avventura personale al di là di ogni barriera di classe ha avuto la meglio su ogni altra considerazione.

Unione Popolare rimpiazza la centralità di classe con le istanze interclassiste della cittadinanza democratica e progressista, lungo il terreno già battuto degli accordi con Di Pietro, Ingroia, Spinelli. La figura centrale e preponderante di De Magistris riassume la fisionomia dell'Unione, non meno dell'insistita proposta di un accordo col M5S. In questa operazione i partiti della sinistra svolgono il ruolo di portatori d'acqua. Il PRC, a dire il vero, con vocazione più sacrificale e subalterna di PaP, ma dentro la comune rimozione della rappresentanza centrale del lavoro e all'inseguimento di un grillismo perduto.

Il vuoto di rappresentanza politica indipendente di diciotto milioni di salariati resta dunque al centro dello scenario politico. Non è certo il PCL che può oggi colmare questo vuoto, e neppure l'alleanza elettorale delle sinistre classiste che pure abbiamo avanzato nel presente contesto e che altri hanno purtroppo declinato. Ma sicuramente il nostro partito porrà al centro della propria azione e proposta questo tema essenziale. In tutte le forme possibili, in ogni sede possibile.

Partito Comunista dei Lavoratori

De Magistris: prime prove di programma

 


Intervistato da Left, il cui sottotitolo propugna niente meno che «un pensiero nuovo a sinistra», De Magistris ha snocciolato in sintesi i principali punti del programma di Unione Popolare.


Left presenta De Magistris quasi come un martire: «chi glielo ha fatto fare di metterci la faccia», di raccogliere «le firme sotto l’ombrellone». L’ego smisurato dell’uomo e l’ambizione sfrenata per la sua carriera sono - è proprio il caso di dirlo visti i riferimenti balneari - insabbiati dal commovente sacrificio strappalacrime dell’ex magistrato per il bene nostro.

Nella prima parte dell’intervista, De Magistris commenta la situazione generale e illustra i grandi valori vagamente retorici della nuova coalizione. Scopriamo così che Unione Popolare è «sostanziata da percorsi e da persone credibili», a differenza dei personaggi dell’ultima legislatura che sarebbero «saltimbanchi» di un «quadretto tragicomico» di capi di partito interessati alle poltrone anziché ai programmi.

Left è molto generosa, perciò a questo punto non domanda per quale motivo De Magistris abbia continuato a cercare un accordo con ben due di questi saltimbanchi, Conte e Fratoianni, addirittura per fare con loro un «terzo polo» che mettesse in pratica quel che «il M5S ha detto ma evidentemente non vuole realizzare». Sono credibili Conte e Fratoianni dopo un’intera legislatura passata il primo al servizio del sistema, e una vita, il secondo, spesa tra l’appoggio al PD e l’opposizione di Sua Maestà? Ha senso aver cercato accordi con loro? E senza scomodare costoro sono credibili Acerbo e tutta la nomenclatura di Rifondazione che, finché sono stati in parlamento, hanno giocato più o meno lo stesso gioco di Conte e Fratoianni? Sta di fatto che se oggi Unione Popolare è un po’ più credibile, par di capire, lo deve non a De Magistris, ma al rifiuto dei due saltimbanchi di allearsi con lui. Siamo quindi sicuri che la marionetta di sé stesso non sia qualcun altro?

In ogni caso la forza di Unione Popolare sta nel suo pacifismo di fondo. Null’altro è dato di sapere sul tema, se non che solo tale compagine può fregiarsi di un simile fiore all’occhiello. Pare chissà quale atto di coraggio anziché il contrario, tacere che l’Ucraina è un paese invaso dall’imperialismo russo armato di bombe atomiche, e che essere contro la guerra, oggi, ha senso solo se si è innanzitutto contro la guerra della Russia. Evidentemente queste verità elementari non interessano a De Magistris, lui è pacifista equidistante, e come è risaputo chi è equidistante tra il debole e il forte, sta di fatto dalla parte del più forte. Infatti De Magistris in nome del pacifismo solidarizza con curdi e palestinesi, ma con gli ucraini nemmeno nominati evidentemente no.

La sola e unica proposta pacifista presente sulla piazza è pure «ambientalista, costituzionalmente orientata, per la giustizia sociale». Che la Costituzione sia orientata per la giustizia sociale è l’eterno ritorno di un mito duro a morire. La verità è che in mezzo ai tanti fronzoli sulla giustizia sociale, la Costituzione contiene ben più corposi articoli a protezione della proprietà privata borghese. Prendere come asse della propria proposta sociale l’architrave su cui si è retta la ricostruzione del capitalismo imperialista italiano dal crollo del fascismo ad oggi non appare proprio come la formula della lungimiranza. Soprattutto se pensiamo a quanti prima di De Magistris non abbiano cavato ragno dal buco strimpellando suppergiù la stessa solfa. Ma tant’è, la nuova sinistra si fa con le stesse identiche chiacchiere della vecchia.

Fin qui il minimalismo della pars destruens, ma Left incalza con la pars costruens«quali sono le vostre proposte?».

Così risponde l’ex magistrato:

«un reddito domestico» per «contrastare la povertà». Una volta la sinistra voleva grandi mense e lavanderie pubbliche eccetera, per sollevare la donna dal lavoro domestico e strapparla così alla clausura casalinga ed famigliare. Oggi De Magistris vuole darle un piccolo reddito per barricarla in cucina e alleviare con un palliativo il suo sfruttamento, magari in omaggio alla femministe piccolo-borghesi, non sia mai che lo votino, visto che loro per prime avanzano simili, rivoluzionarie pretese.

Al reddito domestico va aggiunto «un reddito di cittadinanza». Left sorvola sul fatto che il reddito di cittadinanza già c’è. Sorvoliamo anche noi, perché il problema vero è un altro, prepariamoci però: se già Di Maio aveva abolito la povertà col reddito di cittadinanza, col raddoppio del reddito domestico, De Magistris si appresta a darle cappotto...

Il punto reale è che il reddito di cittadinanza oggi va a circa un milione di persone per poco più di 500 euro di media al mese. Le donne casalinghe in Italia si aggirano sui 7 milioni, in pratica, per modificare la situazione, De Magistris dovrebbe moltiplicare per 7 il reddito di cittadinanza. Quindi stiamo parlando solo di uno spot elettorale, eppure lui definisce il suo programma concreto, non «astrattamente utopistico». Un programma astrattamente utopistico, cioè rivoluzionario, potrebbe anche attuarlo un simile punto (anche se non ne avrebbe alcun bisogno tanto è retrogrado), ma un programma così concreto e realistico che non si azzarda a varcare le colonne d’Ercole della Costituzione capitalista può tranquillamente riporlo nel cassetto dei sogni.

La concretezza del doppio reddito si fa ancora più articolata e profonda in materia di lavoro. Il lavoro bisogna «crearlo», cioè moltiplicarlo. La sinistra in origine voleva dividerselo fino ad azzerarlo – «lavorare meno per lavorare tutti!» era lo slogan. Liberarsi una volta per tutte dello sgobbo era il vecchio scopo, quella nuova non vede l’ora di appiopparcelo, perché «solo con il lavoro c’è emancipazione». Il lavoro nobilita, insomma, pensieri non così distanti da quelli più medioevali dei negrieri delle piantagioni.

La storia della società di classe ci mostra da 5000 anni esattamente l’opposto delle idee finto progressiste di De Magistris. Quel poco di buono che la cosiddetta civiltà ha mostrato rispetto alle altre formazioni sociali, cioè arte, filosofia, scienza, astronomia eccetera, lo deve essenzialmente a una classe di privilegiati che ha potuto emanciparsi fino a far niente tutto il giorno sfruttando il lavoro degli altri. Ci si emancipa liberandosi progressivamente dal lavoro, non incatenandosi per altri cinque anni all’emancipazione modello De Magistris! È così vero che una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sia giornaliero che di vita (abolizione della Legge Fornero e ripristino dei 35 anni di lavoro per la pensione), al momento non è previsto. Come non è prevista alcuna abolizione di tutte le leggi sul precariato (magari apparirà successivamente, ma è significativo che alla prima intervista sia saltata).

Chi crea il lavoro per De Magistris? Innanzitutto lo stato borghese, prima con l’assunzione del milione di dipendenti pubblici di berlusconiana memoria; poi l’impresa naturalmente, specie se è piccola e media. Il nuovo modo di essere di sinistra non parla solo a dipendenti pubblici e operai ma «anche al vasto mondo dei professionisti, delle partite Iva, dei lavoratori autonomi. Dobbiamo pensare anche alle piccole e medie imprese. Vanno sostenute. Meno burocrazia e più incentivi se creano lavoro e rigenerazione urbana, riqualificazione».

La crisi economica che va avanti dal 2008 è la crisi del capitale piccolo, medio e grande, ma nessuno è stato più colpito di quello piccolo e medio. Più sei grande, meglio ti difendi dalla tempesta. Perciò nessuno più della piccola e media impresa ha dovuto chiudere i battenti, trascinando con sé il mare di disoccupati e precari in più che ci ritroviamo. La piccola, media impresa che, pur senza aver colpa diretta, è il maggior responsabile nei fatti dell’aumento vertiginoso dell’esercito industriale di riserva, è vista da De Magistris come la soluzione al problema da lei stessa creato. Come se fino ad oggi, oltretutto, il capitale di tutte le taglie non avesse avuto sgravi e incentivi da parte dei governi di tutti i colori. Se sgravi e incentivi non han risolto il problema prima, né con Monti né con Renzi né con nessun altro, non lo risolveranno nemmeno ora con De Magistris. Il fatto è che mai come oggi il capitalismo, per un posto di lavoro che “crea”, ne distrugge altri due. Non c’è incentivo o sgravio che, partendo dalla centralità del capitale, possa invertire la rotta. Bisogna immaginare e volere il lavoro libero dal capitale, perché il lavoro non ha bisogno del capitale per essere creato, tanto più che “creare lavoro” è un’espressione empirica, da analfabeti in materia di economia politica. Il capitale infatti non crea mai lavoro, il capitale crea il profitto, cioè sé stesso. Ma la coppia capitale-lavoro è indissolubile per De Magistris, perché la nuova sinistra non vede l’ora di essere trainata dai baristi che non trovano lavoratori (in nero) per colpa del reddito di cittadinanza. E se non li trovano ora col reddito di cittadinanza, chissà quanti posti di lavoro "creeranno" quando De Magistris l'avrà raddoppiato, affiancandogli il futuristico "reddito domestico".

Come finanziare redditi domestici e posti di lavoro come se piovesse nella pubblica amministrazione? Tassando «le grandi rendite finanziarie, quelle degli oligarchi e gli extra profitti delle multinazionali». I profitti normali evidentemente le multinazionali possono tenerseli, così come non è prevista alcuna patrimoniale. Meno ancora è prevista la nazionalizzazione di credito e banche, unica misura che renderebbe davvero possibile la tassazione col contagocce di De Magistris. Anche questa, infatti, diventa impossibile se tutte le leve economiche restano in mano ai privati. In compenso è previsto il salario minimo e l’adeguamento al costo della vita. Un salariato che prenda più di quello che gli serve per arrivare alla fine del mese non è previsto, serve che abbia quel tanto che basta per continuare a fare il salariato tutta la vita.

Null’altro da segnalare del primo schizzo abbozzato di programma, se non qualche parola di rito sull’acqua pubblica, sulle rinnovabili, sulla raccolta differenziata e l’economia circolare, sulla cultura e sul turismo, oltre alla perla sui diritti civili: «Noi non avremo nessun problema ad attuare i diritti civili». E lo dice uno che bacia il sangue di San Gennaro e che, da cattolico fervente, non dice una parola sul necessario esproprio di tutte le proprietà e prebende della Chiesa per attuarne anche solo mezzo.

La radicalità di Unione Popolare al momento è tutta qui. Se abbiamo fatto pelo e contropelo al De Magistris pensiero non è per voler a tutti costi dargli contro. Noi infatti siamo pronti a sostenere anche il più piccolo dei suoi apparenti miglioramenti per i lavoratori. Persino l’improbabile reddito domestico, pur criticandolo, non ci sentiremmo di farlo mancare a casalinghe imprigionate dall’impossibilità di un’alternativa qualunque.

La disamina precisa e millimetrica del programma di De Magistris la facciamo a futura memoria per i nostri critici più accaniti. La parabola di tutti questi tentativi di sinistra interclassista e subalterna segue un canovaccio collaudato. Di norma, specie quando non si ha prospettiva immediata di governo, si parte con un programma molto più robusto per poi diluirlo mano mano che al governo ci si avvicina.

Quello di De Magistris e Unione Popolare parte già molto annacquato perché fin da subito vuole essere «un programma radicale ma di governo». Il nuovo pensiero di sinistra si presenta insomma come la vecchia Rifondazione “di lotta e di governo”. E si sa che tra la lotta e il governo, cioè tra i lavoratori e i padroni, prevalse l’interesse di governo, l’interesse del capitale.

Come mai De Magistris parla di governo, quando anche raggiungere il quorum appare un’impresa molto difficile? Perché qualora avvenga il miracolo, potrebbe essere il nuovo governo ad aver bisogno della stampella dei miracolati. Ecco allora che il profilo basso di Unione Popolare serve a rendere più digeribile l’eventuale tradimento subito dopo le elezioni, quando l’ex magistrato potrebbe correre in soccorso di Letta o di qualcun altro, traghettando tutto il suo partito personale dentro il nuovo carrozzone di larghe intese, lasciando con il cerino in mano chi glielo ha lasciato costruire, conservando stretto per sé il ruolo della serva.

Lorenzo Mortara

La risposta delle sinistre classiste alla nostra proposta di alleanza elettorale

 


Le diverse organizzazioni classiste cui abbiamo proposto un'alleanza elettorale hanno risposto negativamente. Non è una buona notizia, ma purtroppo neppure una notizia inattesa.


La nostra proposta richiamava un principio elementare di realtà. Le elezioni incombono, in un quadro di confusione nello stesso campo borghese. La crisi sociale si acuisce giorno dopo giorno contro la classe dei salariati, mentre salgono a livello di capogiro i profitti delle banche e dei capitalisti. Manca una rappresentanza indipendente con basi di massa della classe lavoratrice, in contrapposizione a tutti i poli borghesi o piccolo-borghesi. Le sinistre che si affollano nello scenario elettorale o si subordinano al PD (Sinistra Italiana) o fanno blocco con destre reazionarie (Rizzo) o danno vita a un polo civico democratico-progressista (Unione Popolare), che per di più vorrebbe l'accordo con il M5S, cioè col partito più governativo di tutta la legislatura, quello che ha firmato con Salvini i decreti più forcaioli, contro gli immigrati e gli operai.

Perché allora non unire le forze della sinistra classista, anticapitalista, internazionalista, per far emergere una proposta di classe anche sul terreno elettorale? Questo era il senso della nostra proposta unitaria nelle condizioni straordinarie che si sono prodotte, a fronte di una normativa borghese che ostacola pesantemente nei tempi imposti la presentazione di una organizzazione, ma può essere facilmente affrontata da uno sforzo congiunto.

Non abbiamo letto motivazioni pubbliche del diniego, pur a fronte di una proposta pubblica. Le motivazioni reali le interpretiamo noi, e sono tra loro diverse: in un caso la subalternità pervicace al Partito della Rifondazione Comunista (Sinistra Anticapitalista), in un altro caso l'isolazionismo autocentrato e settario nel proprio mondo (Sinistra Classe Rivoluzione), in altri casi, se abbiamo ben inteso, il disinteresse per il terreno elettorale in quanto tale (Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria).

Non siamo elettoralisti, facciamo lavoro di massa” ci è stato detto. Ma perché non usare anche la tribuna elettorale borghese per lavorare alla ribellione sociale d'autunno presentando una risposta anticapitalista alla crisi? Perché lasciare campo libero ai filoliberali, ai rossobruni, al riformismo civico progressista, con ulteriori danni per la coscienza politica di massa e di avanguardia? In poche settimane lo sforzo comune nella raccolta delle firme avrebbe garantito facilmente l'accesso alla tribuna elettorale nazionale. Rinunciarvi significa dar prova di un elettoralismo capovolto: la demonizzazione delle elezioni come terreno di battaglia politica. Comprensibile per i movimentisti, non per chi formalmente si richiama al leninismo.

Nel caso del Fronte della Gioventù Comunista, accanto alla divergenza (reale) sulla questione ucraina, si è mossa l'obiezione del carattere controproducente di presentazioni elettorali parziali con risultati insignificanti. Ma sul tema della guerra, fermo restando l'autonomia di ogni soggetto (e dunque, per quanto ci riguarda, il diritto di resistenza dell'Ucraina all'imperialismo russo, come di ogni popolo aggredito dall'imperialismo), si poteva mettere a valore la comune contrapposizione ai due poli imperialisti, la denuncia della guerra d'invasione dell'imperialismo russo, il rifiuto del riarmo dell'imperialismo di casa nostra e la comune contrapposizione alla NATO, la parola d'ordine “se vuoi la pace prepara la rivoluzione”, che è il terreno della lotta generale contro la guerra imperialista: una linea generale di demarcazione rispetto al pacifismo, al sovranismo, ad ogni imperialismo. Quanto alla presentazione elettorale, uno sforzo congiunto avrebbe consentito di coprire larga parte del territorio nazionale e di conquistare la tribuna.
I risultati riflettono sempre i rapporti di forza reali, non dipendono dalla nostra volontà. Ma la paura del risultato elettorale non deve paralizzare i rivoluzionari, se rifiutano l'elettoralismo. Mentre il risultato certo della non presentazione è la rinuncia alla presenza di una voce classista, ad esclusivo vantaggio degli avversari.

Detto questo, come si suol dire, prendiamo atto. Evidentemente l'autoconservatorismo di routine ha avuto la meglio su ogni altra considerazione.

A questo punto proveremo a presentarci come PCL in alcuni collegi senatoriali, ove possibile, per dare voce e rappresentanza a un programma classista, anticapitalista, internazionalista. Indicheremo nei prossimi giorni gli eventuali collegi. Chiunque voglia aiutarci nella raccolta delle firme per favorire la presentazione può prendere contatto col nostro partito.

Partito Comunista dei Lavoratori

Italia Sovrana e Popolare, l'approdo rossobruno di Marco Rizzo

 


Dai bombardamenti su Belgrado a sostegno di D'Alema al blocco coi parafascisti tricolori

1 Agosto 2022

Il passato è sempre un metro di misura del presente. Vale anche in rapporto alla parabola delle sinistre e a chi le rappresenta.
È un fatto che Marco Rizzo sia stato per sedici anni (1992-2008) un fervente governista: prima a sostegno di Prodi (votando lavoro interinale, campi di detenzione per i migranti, il record delle privatizzazioni in Europa, i tagli sociali per entrare nell'Europa di Maastricht...); poi a sostegno dei governi D'Alema ed Amato (votando i bombardamenti della NATO in Serbia e la parificazione tra scuola pubblica e privata); poi nuovamente a sostegno del secondo governo Prodi, seppur con una postura più critica (detassazione massiccia dei profitti, missioni militari, nuovi tagli sociali, truffa sul TFR...). Nella sinistra cosiddetta radicale nessuno ha governato quanto Rizzo, a braccetto col centrosinistra e i liberali. Non bastava tutto questo per misurare quanto meno l'inaffidabilità della persona come dirigente “comunista”?

Eppure, contro ogni logica, sfruttando l'ingenuità e la memoria corta di molti, Rizzo ha provato nell'ultimo decennio a reinventarsi come “comunista tutto d'un pezzo”. In realtà recuperando, all'insaputa dei più, lo spartito ideologico staliniano del 1929-1933: la sinistra come nemico principale (“socialfascista”), il rifiuto di ogni unità d'azione a sinistra, l'isolazionismo settario verso i movimenti di lotta, un apparente rifiuto del governismo. A chi come noi chiedeva un bilancio del suo passato ingombrante – perché altrimenti, prima o poi, si è destinati a ripeterlo – rispondeva che occorre guardare avanti e non indietro. A chi contestava il carattere autocentrato e settario della nuova linea, mutuata in miniatura dal KKE greco, rispondeva che l'isolamento era un vanto e che i movimenti non direttamente proletari, come quello ambientalista, sono piccolo-borghesi e quindi da rifuggire, ecc ecc.

Già allora Rizzo inseriva su questa scia un tema apparentemente nuovo, in realtà antico: l'assunzione del “popolo” a riferimento centrale in sostituzione della classe lavoratrice, il recupero del sovranismo nazionale, la contrapposizione dei diritti sociali ai diritti civili, posture sempre più equivoche verso i lavoratori immigrati...
Rizzo non lo sa, perché la storia, diciamo così, non è il suo forte. Ma si trattava anche qui (si parva licet) del riscopiazzamento della retorica staliniana del 1929-1933 sulla “lotta di liberazione nazionale tedesca” contro il trattato di Versailles, quando il KPD, imbeccato da Stalin, faceva concorrenza al nazionalsocialismo sul suo stesso terreno. Bastava sostituire Versailles con Bruxelles, la liberazione nazionale tedesca con la liberazione nazionale italiana, e il gioco era fatto.

Denunciammo da subito in questa deriva il rischio potenziale del rossobrunismo. Cioè di una rottura progressiva col campo di classe e di un avvicinamento a quel campo politico culturale che, non solo in Italia, teorizza il superamento dei confini tra destra e sinistra nel nome del popolo. Qualcuno ci rispose che esageravamo, che il nostro era un processo alle intenzioni, che “figuriamoci se Rizzo...”. E invece...
Invece oggi il PC di Rizzo ha compiuto il salto della quaglia. Ha varcato il confine del movimento operaio per realizzare un blocco sovranista tricolore con forze di destra e di estrema destra attorno a un programma reazionario

Italia Sovrana e Popolare, con tanto di sfondo tricolore, è questo. Ne fanno parte Ancora Italia di Diego Fusaro, ideologo del rossobrunismo nel nome della destra hegeliana; Riconquistiamo Italia, intrisa di presenze fasciste; Azione Civile di quel poveraccio di Ingroia, e appunto il PC di Rizzo. Il suo ultimo congresso sentenziava: “Nessuna alleanza alle elezioni”. Ma nella tradizione stalinista nulla conta di meno di un congresso. La positiva rottura col PC di un migliaio di giovani compagni, proprio in contrapposizione al sovranismo, e poi l'esplosione della nebulosa no vax, hanno indotto Rizzo ad abbandonare ogni remora, a tagliare i ponti alle spalle, a gettarsi a corpo morto nella nuova avventura. Oggi prova a tornare in Parlamento facendo leva su questa ciurma.

Chi avesse dubbi su questo nostro giudizio è invitato a guardare identità e programmi di Italia Sovrana, e dei soggetti che la compongono.

Ancora Italia, l'organizzazione più robusta della compagnia, si presenta come il partito dell'«Interesse Nazionale» (tutto maiuscolo), rivendica lo «Stato patriottico come fortilizio», la «famiglia contro l'atomizzazione individualista», la «Lealtà e l'Onore contro l'impero dell'effimero», «una visione spirituale intesa quale religione della trascendenza in opposizione all'ateismo nichilistico della merce... una visione sacra del mondo e della vita... la bellezza, l'onore il coraggio... quali principi guida di ogni azione individuale e collettiva».
Nessuna meraviglia se l'articolo 1 dello Statuto «riconosce nel Prof. Diego Fusaro il pensatore che più di ogni altro ha costruito... una coerente teoria filosofica pronta ad essere tradotta in prassi». Lo Statuto insomma è Fusaro, cioè chi lo ha scritto. L'impronta è quella di un manifesto di timbro futurista marinettiano, che come allora celebra «la sovranità, l'indipendenza, l'unità nazionale» degli spiriti liberi. Allora contro le plutocrazie coloniali, oggi contro l'Europa dei tecnocrati. Oggi come ieri, nel nome della Patria tricolore.

Riconquistiamo Italia, in un programma di forte impronta statalista-capitalista, contesta la «retorica dei diritti civili» nel nome del primato dei «doveri» e della (sacra) famiglia. Ma soprattutto individua nella liberazione della Patria dagli immigrati un punto dirimente. Gli immigrati regolari non debbono godere del «diritto al lavoro» che spetta solo ai cittadini. Gli immigrati irregolari, reclusi nei centri di accoglienza, debbono pagarsi il soggiorno dal secondo mese con 4 ore di lavoro obbligatorio e gratuito, con espulsione immediata in caso di rifiuto. Perché un immigrato possa diventare cittadino italiano, dopo almeno dieci anni di soggiorno regolare, deve sostenere «seri esami» di lingua italiana, di storia italiana moderna e contemporanea, di diritto costituzionale... Che è come dire che dovrebbero essere privati della cittadinanza diversi milioni di cittadini italiani. Su tutto primeggia il blocco della immigrazione, il controllo militare delle coste, il rifiuto di ogni sanatoria. Lo slogan salviniano “prima gli italiani”, già di Forza Nuova e CasaPound, slitta in peggio: “solo gli italiani”. L'immigrato è colui che ruba il lavoro all'italiano e/o deprime il suo lavoro. Per di più girando le rimesse al proprio paese di provenienza le sottrae alla Patria che generosamente lo ospita. C'è un solo modo di risolvere il problema: non quello di liberare gli immigrati dalla schiavitù del supersfruttamento, ma di liberarsi degli immigrati. Non quello di unire lavoratori italiani ed immigrati contro il capitale, ma di contrapporre gli italiani agli immigrati, nell'interesse del capitale. Proprio come dicono i fascisti.

Comune in Ancora Italia e Riconquistiamo Italia è la rivendicazione dell'uscita dalla UE. Ma non nel nome della rottura anticapitalista e della fratellanza internazionale dei salariati, bensì in quello di un capitalismo nazionale capace di rinverdire le proprie glorie. Liberiamoci delle catene della UE e «ritorniamo ad essere, come Italia, la quarta potenza mondiale» (?!) dichiara il capo di Riconquistiamo Italia. La sua tessera 2022 porta l'immagine di Enrico Mattei, bandiera di un capitalismo nazionale in espansione nel dopoguerra. È la nostalgia piccolo-borghese di un mondo capitalistico che non c'è più, e che non tornerà. Un sentimento classicamente reazionario. L'apologia del ritorno alla moneta nazionale quale garanzia di sovranità del popolo non è da meno. Come se la sterlina garantisse i proletari britannici, o il dollaro i proletari americani. In realtà, ogni forma di sovranismo borghese maschera l'immutata sovranità dei capitalisti (italiani e stranieri) sui proletari (italiani e immigrati). E subordina entrambi alle ambizioni del proprio imperialismo nazionale.

Quanto alla politica estera di Ancora Italia, spicca l'esaltazione dell'imperialismo russo, che spinge Toscano, leader di AC, a rivendicare pubblicamente l'invasione russa dell'Ucraina. La grande madre Russia della guerra nazionale patriottica è lo schermo ideologico di questa posizione guerrafondaia. Naturalmente nel nome della pace e della Costituzione. In realtà è l'abbraccio di Russia e Cina quali nuove potenze imperialiste emergenti in contrapposizione agli imperialismi NATO. Invece di contrastare l'imperialismo di casa nostra dal versante del proletariato internazionale, lo si fa dal versante dell'imperialismo rivale. Una posizione speculare a quella dell'atlantismo imperialista, lo stesso che Rizzo professò nel tempo in cui appoggiava la guerra della NATO in Jugoslavia.

Il programma di Italia Sovrana e Popolare, nel suo impasto politico ibrido, scavalca per molti aspetti a destra il programma di Salvini e Meloni, proprio perché libero da impacci istituzionali. Se poi capitasse loro di entrare in Parlamento (la vediamo dura), potrebbero tranquillamente sostenere come ultima ruota del carro un governo reazionario. Lo fece Gianluigi Paragone col primo governo Conte (Lega-M5S), perché non potrebbe farlo Marco Rizzo, coi suoi amici parafascisti, complottisti, putiniani? Chi non ha mai avuto principi, chi si è sempre vantato di non averne, può fare di tutto. I casi di Bombacci e di Doriot nella storia drammatica del Novecento stanno lì a dimostrarlo.

Ai pochi militanti del PC ancora sopravvissuti in quel partito chiediamo con semplicità: è questa la “via al socialismo” cui aspiravate? Ai tanti compagni, in particolare giovani, che da quel partito sono giustamente usciti poniamo invece un'altra domanda: davvero (anche) quanto è accaduto non pone l'esigenza di un bilancio della storia del movimento operaio e comunista e dei veleni di cui si è nutrita?

Partito Comunista dei Lavoratori

Unione Popolare tra il cielo e la terra

 


Il cartello di De Magistris: una lista Ingroia 2.0

Il primo capitolo di una storia nuova o l'ultimo capitolo della storia vecchia?

Parte in tutta Italia l'Unione Popolare”. Roma, 9 luglio. Sfrondata della retorica d'occasione, si tratta dell'ennesimo nuovo nome dell'ennesima lista civica per le elezioni politiche del 2023, anticipate al 2022. È il tentativo del Partito della Rifondazione Comunista e di Potere al Popolo di salire in groppa al successo elettorale di Mélenchon in Francia per sbarcare in Parlamento in Italia. Ma soprattutto il tentativo dell'ex sindaco di Napoli di usare lo sgabello di PRC e PaP per costruire un proprio partito autocentrato. Ci provò Ingroia, ci riprova ora De Magistris. Tutto legittimo, beninteso. Basta chiamare le cose con il loro nome, senza farsi incantare dalle fiabe.


RIENTRARE IN PARLAMENTO IN FUNZIONE DI QUALE CLASSE?

Provare a rientrare in Parlamento è comprensibile. Ma in funzione di quale classe e per quale prospettiva?
Il PRC in Parlamento c'è stato per ben sedici anni (1992-2008), con percentuali ben più ragguardevoli di quelle oggi attese da De Magistris. Ma è finito col votare i programmi del capitale nei cinque anni dei due governi Prodi: lavoro interinale, privatizzazioni, missioni militari, la più grande detassazione dei profitti del dopoguerra (IRES dal 34% al 27% nel 2007!), sino a distruggere la propria riconoscibilità.
Si dirà che “tutti possono sbagliare” e che una seconda occasione non si nega a nessuno. Ma qui non si tratta di “errori” sulla via impervia del socialismo, bensì del sostegno alle peggiori misure del capitalismo, contro la classe lavoratrice. Senza che nessuno, tra dirigenti e ministri di quella stagione, con l'eccezione obbligata di Bertinotti, abbia sentito il bisogno di farsi da parte per ragioni di decenza.
Se Grillo, Salvini, Meloni, hanno sfondato uno dopo l'altro in ampi settori di salariati, lo si deve in ultima analisi anche al suicidio di Rifondazione, pagato a sinistra da tutti, anche da chi lo contrastò con coerenza.

Peraltro le “seconde occasioni” non sono certo mancate. Nei quattordici anni successivi all'estromissione dal Parlamento, la sinistra cosiddetta radicale ha provato a rientrarci sotto mentite spoglie, attraverso il ricorso a sigle fantasiose, ogni volta diverse, dietro cui nascondersi: dopo Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L'Altra Europa con Tsipras, Potere al Popolo, la Sinistra... L'elemento comune è stato l'arretramento culturale e persino di vocabolario. I lavoratori sono stati rimpiazzati dai “cittadini”. La lotta al capitalismo, fosse pure declamata, ha ceduto il passo alla critica del liberismo. Invece della (farlocca) “via italiana al socialismo”, di togliattiana memoria, una sorta di via mimetica al Parlamento (per tornare un domani ai lidi di governo). Ma l'operazione è fallita. E non solo. Proprio negli anni della grande crisi sociale ha contribuito a rimuovere anche culturalmente un elementare argine di classe all'intossicazione populista, mentre l'esperienza traumatica del governo Tsipras, sostenuto da tutta la sinistra italiana, ne ha confermato gli equivoci irrisolti e tarpato le ambizione di rilancio.

L'Unione Popolare non è dunque il primo capitolo di una storia nuova, ma l'ultimo capitolo della storia vecchia. Si dirà che questa volta il successo elettorale di Mélenchon fornisce un ancoraggio all'esperimento, e che la crisi verticale del grillismo apre uno spazio elettorale nuovo. Possibile, anche se è bene dire che Mélenchon ha capitalizzato in parte una dinamica di lotte che oggi ancora latita in Italia. Tuttavia il punto non è elettorale, è politico.


ALLA RICERCA DEL GRILLISMO PERDUTO

L'appello pubblico che promuove l'Unione Popolare è un elenco di valori democratici e progressisti, assieme all'immancabile richiamo alla Costituzione di Togliatti e De Gasperi. Chi cercasse un qualsivoglia riferimento alla lotta di classe rimarrebbe deluso. A maggior ragione chi pretendesse l'evocazione, fosse pure formale, del socialismo.
Non dipende solo dal fatto che le formazioni della sinistra radicale hanno da tempo dismesso la centralità di questi riferimenti, come peraltro ha fatto il patriottico Mélenchon. È che il senso stesso di Unione Popolare consiste nel rimuovere l'immagine della “sinistra radicale”, in ogni possibile declinazione. Non a caso Rifondazione Comunista e Potere al Popolo non hanno figurato in quanto tali nell'assemblea nazionale promotrice di Unione Popolare a Roma. Neppure sono intervenuti. La loro presenza è muta. Gli stessi nomi riconoscibili dei loro dirigenti di partito sono relegati in coda al lungo elenco di personalità firmatarie dell'appello, che è e deve apparire l'appello della società civile progressista, non di PaP e PRC. I loro militanti, come sempre, saranno chiamati alla manovalanza in campagna elettorale. Ma la loro identità di partito sarà anonima. Così vuole e ottiene De Magistris, alfa e omega dell'intera operazione. «Sgombriamo il campo da un equivoco: Unione Popolare non è una semplice proposta di sinistra radicale che tenta di riunire ciò che resta della sinistra estrema. Non ha nulla a che vedere con tutto questo...» dichiara Salvatore Pace, ex vicesindaco di Napoli, primo collaboratore di De Magistris. Non vi è ragione di dubitarne.

La ricerca insistita dell'accordo con il M5S, patrocinata in particolare da PRC e De Magistris, sta in questo quadro. Non è una sgrammaticatura casuale, o un errore. È il riflesso di un'impostazione politica. «Io sono come i 5S dei meetup» dichiara De Magistris al Fatto Quotidiano (28 luglio). E così vuole apparire.
L'accordo con Conte viene presentato come una convergenza naturale di istanze comuni, sociali, democratiche, ecologiche. Il fatto che il M5S sia stato il partito più governativo della legislatura, che Conte sia stato due volte Presidente del Consiglio, che abbia inondato il padronato di miliardi, che abbia promosso leggi forcaiole contro i migranti e i diritti di sciopero (decreti Salvini), che abbia aumentato in entrambi i governi le spese militari, che abbia sostenuto tutte le politiche di Draghi (taglio dell'IRAP incluso), appare un trascurabile dettaglio. Ciò che conta per De Magistris è rientrare in partita.
Purtroppo per lui, Conte non sembra sinora disposto a imbarcare Unione Popolare, preferisce salvaguardare il profilo istituzionale di ex Presidente del Consiglio, cerca di rivendere l'ennesima truffa a cinque stelle “soli contro tutti, a difesa dei deboli”. UP purtroppo con le sue profferte unitarie copre di fatto quella truffa, mentre la concorrenza del M5S sui temi sociali – non sbugiardata ma avallata da UP – limita lo spazio di De Magistris anche sul terreno elettorale.
Come sempre, l'opportunismo finisce con l'essere il peggior nemico di sé stesso.


MELENCHONISMO SENZA MÉLENCHON

Unione Popolare è un'operazione complicata. De Magistris non è Mélenchon, né per cultura politica né in fatto di organizzazione.
Mélenchon ha costruito negli anni un proprio soggetto politico (La France Insoumise) sulle rovine parallele del Partito Comunista Francese e del Partito Socialista, coi quali ha siglato l'intesa per le elezioni legislative da una posizione di forza. Il suo sovranismo di sinistra dispone di una base d'appoggio organizzata, che oggi fa da baricentro di NUPES.
De Magistris è solo un ex magistrato e un ex sindaco, che dispone unicamente del proprio nome. Il suo progetto DemA, non casualmente affidato al fratello, è rimasto una sigla vuota. L'unico vero punto di forza di De Magistris è la prostrazione della sinistra politica che si è sdraiata ai suoi piedi. Il suo fine è usare la generosità di PRC e PaP per costruire sulle loro rovine il partito di De Magistris, la sua Italia Insoumise.

Quanto al programma politico, sarà l'ultimo dei problemi di De Magistris. La sua Persona travalica ogni confine. Si presenta come “uomo delle Istituzioni ma contro il Sistema”. Rivendica rottura del sistema e affidabilità di governo. Evoca «onestà, libertà, autonomia, competenza, coraggio, amore, passione, la corazza con cui ho retto a molti tsunami istituzionali, sempre tra la gente e con la gente». Esalta la «testimonianza esplosiva del Papa». Promette che con Lui «l'umanità andrà al potere e sarà un potere di servizio». Insomma, il programma di De Magistris è De Magistris, e tanto basta. Come l'Uno di Nicolò Cusano, raccoglie in sé la totalità degli opposti. Ogni pretesa di definirlo sminuirebbe la sua infinità. Quanto all'Umanità, dovrà avere pazienza.


UNIONE POPOLARE DALLA POESIA ALLA PROSA

Disgraziatamente, nel mondo reale la poesia scolora nella prosa, e si vendica di tanta enfasi. Prima il sodalizio con Di Pietro nella famosa Italia dei Valori, ai tempi in cui si opponeva alla commissione d'inchiesta sul G8 di Genova a difesa dell'onore della polizia, e all'introduzione del reato di tortura. Poi i dieci anni di sindacatura a Napoli dentro le ordinarie compatibilità di un'amministrazione borghese: pagamento del debito pubblico alle banche, privatizzazione delle Terme di Agnano, tagli agli asili nido con relativi milioni ai privati, blocco della contrattazione in Comune, vendita delle quote comunali dell'aeroporto di Capodichino, affidamento ai privati della gestione dei cimiteri, denuncia dei lavoratori in sciopero nel trasporto cittadino, nel nome del “popolo utente”... Il tutto compensato dalle concessioni di spazio ai centri sociali della città, con questo assunti e arruolati quale guardia del corpo del sindaco, tra comizi roboanti e toni messianici. Insomma, una sorta di Chavez de' noantri, o se si vuole di zapatismo partenopeo, presentato (letteralmente) come “laboratorio mondiale dell'incontro tra potere e popolo”. In realtà una forma di subordinazione del popolo al potere.


DA PODEMOS A MÉLENCHON, UNA SINISTRA DI GOVERNO DEL CAPITALISMO

Oggi parlano per De Magistris i suoi riferimenti internazionali, pur esibiti come punti di forza.
Podemos, con ben quattro ministri, partecipa del governo dell'imperialismo spagnolo, quello che aumenta le spese militari, approva l'estensione della NATO, massacra i migranti in accordo col Marocco, rifiuta l'autodeterminazione della Catalogna.
Mélenchon, ex ministro del governo Jospin e bombardatore di Belgrado, ha appena rimosso la richiesta di uscita dalla NATO per accordarsi col Partito Socialista, non chiede né l'indipendenza per le colonie di Oltremare né il ritiro delle truppe francesi dal Sahel (limitandosi all'”apertura di un dibattito”), nel nome degli “interessi strategici della Francia”.
Peraltro Manon Aubry, presente all'assemblea di Roma di Unione Popolare in rappresentanza della France Insoumise, ha pensato bene di benedire anche la lista di Sinistra Italiana e dei Verdi, tutta interna al campo largo di Letta. Meglio evitare di compromettersi, e tenersi aperta ogni strada. Con buona pace di De Magistris e dei suoi reggicoda.

Non sappiamo quale sarà la risultante elettorale di Unione Popolare e dei calcoli incrociati che la sottendono. Sappiamo che l'esigenza di un partito indipendente della classe lavoratrice e di un programma di rivoluzione sociale non ha nulla a che spartire con la vecchia riproposizione di equivoci populisti attorno a personaggi in cerca di autore.

Partito Comunista dei Lavoratori