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Lettera aperta ai compagni e alle compagne della “componente Ferrero” di Rifondazione Comunista


 Cari compagni e care compagne,

l’incredibile richiesta della Federazione di Bologna del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) di vietare un pubblico dibattito nel centro sociale Labàs con i compagni del collettivo anarchico ucraino Solidarity Collectives – una richiesta di censura poliziesca – nel nome… della resistenza al nazismo (!!?) ci ha suggerito considerazioni più ampie sulla parabola del PRC, e in particolare della vostra componente di minoranza.

La vostra componente abbraccia una metà del PRC attuale. Formalmente si presenta come ala sinistra del partito. In realtà coinvolge compagni segnati da pulsioni diverse. Una parte di voi è animata prevalentemente da una sana contrapposizione alla prospettiva di ricomposizione col centrosinistra liberalborghese: probabilmente si tratta della maggioranza dei vostri compagni. Un’altra parte invece ha fatto proprie posizioni ideologiche campiste di sostanziale sostegno all’imperialismo russo e cinese quale polo progressivo dello scenario mondiale. Disgraziatamente si tratta del gruppo dirigente della vostra componente, a partire dall’ex ministro Paolo Ferrero. Un gruppo dirigente che fa leva sulla vostra giusta ostilità al centrosinistra per subordinarvi ad una visione ideologica del mondo che ha sostituito il criterio di classe con la geopolitica. Con risvolti davvero imbarazzanti.

Vogliamo dunque distinguere i due ingredienti di questo impasto. Perché sono di segno esattamente opposto.

LA SANA CONTRAPPOSIZIONE AL CENTROSINISTRA

L’ostilità al centrosinistra liberalborghese muove da una pulsione classista, giustamente contraria all’attuale corso politico del PRC.

La maggioranza dirigente del PRC, a partire dal segretario Maurizio Acerbo, sta perseguendo secondo ogni evidenza un ritorno del PRC nella coalizione di governo del centrosinistra. Potremmo dire: nulla di nuovo sotto il sole, l’eterno richiamo della foresta.

Infatti, nella loro storia politica, i gruppi dirigenti di Rifondazione hanno ciclicamente subordinato la propria opposizione alla ricomposizione di governo. Accadde alla metà degli anni ’90 con l’ingresso nella maggioranza del primo governo Prodi (1996-1998). Accadde dieci anni dopo con l’ingresso diretto nel secondo governo Prodi (2006-2008). In entrambi i casi i gruppi dirigenti e parlamentari di Rifondazione votarono il peggio: finanziarie lacrime e sangue, l’introduzione del lavoro interinale (1997), il record delle privatizzazioni in Europa (1996-1998), i campi di detenzione per i migranti (legge Turco-Napolitano del 1997), la più drastica detassazione dei profitti delle imprese (col passaggio dell’IRES dal 33% al 27,5% nella finanziaria del 2007), il finanziamento delle missioni militari e dei bilanci NATO.

In entrambi i casi il compagno Paolo Ferrero sostenne apertamente queste politiche, in un duro contrasto con l’opposizione di sinistra interna al partito. Nel secondo caso (2006-2008) con un ruolo di massima responsabilità: sia in quanto ministro del PRC sia in quanto principale propugnatore da subito della estromissione dalle liste del PRC di chi a sinistra si opponeva. Di chi aveva la “colpa” di rivendicare il diritto della resistenza irachena contro le truppe d’invasione imperialiste, anche italiane.

“Errori” di cui Ferrero avrebbe fatto ammenda? Non risulta. Anche perché non si tratta affatto di “errori”. Si possono commettere infiniti errori nel perseguimento di una linea classista e socialista. Ma quando si vota con l’avversario di classe le misure dell’avversario di classe, della propria borghesia, del proprio imperialismo, non si commette un errore, si commette un crimine politico. Un crimine contro la propria classe e a maggior ragione contro il comunismo.

Il fatto che oggi Ferrero si presenti candidamente come capo della sinistra interna del PRC in opposizione al centrosinistra appartiene al genere letterario del trasformismo. Forse funzionale al tentativo di recupero di un proprio controllo sul partito. Di certo, almeno ai nostri occhi, privo di qualsiasi credibilità politica.

Il compagno Acerbo oggi persegue il ritorno del PRC nel centrosinistra proprio con gli stessi argomenti di fondo usati ogni volta (in primis da Ferrero) per motivare questa scelta: l’esigenza di “contrastare la destra”, di fare “una politica non minoritaria”, di rifiutare la “testimonianza”, di assegnare “un ruolo utile al partito”… ecc. ecc. Il fatto che ogni volta proprio i governi di centrosinistra abbiano colpito i lavoratori, che abbiano spianato la strada alle destre peggiori, che la compromissione sia stata utile solo all’avversario, viene semplicemente rimosso. Nel nome di una coazione a ripetere degna di miglior causa. La vostra opposizione a questa prospettiva è dunque sacrosanta.

Ci permettiamo di ricordare che il Partito Comunista dei Lavoratori nacque esattamente da questa opposizione. Dal rifiuto dell’ingresso del PRC nel governo di centrosinistra. Un ingresso che, come avevamo previsto, avrebbe distrutto il PRC e contribuito a innescare un grande riflusso. Questo riflusso investì l’intero campo della sinistra politica, gravando anche su chi, come noi, si era opposto alla capitolazione. Ma certo la responsabilità politica di quanto è avvenuto ricade interamente sui gruppi dirigenti del PRC. Ed è una responsabilità politica enorme nei confronti dell’intero movimento operaio italiano.

L’INSANA SUBORDINAZIONE ALL’IMPERIALISMO RUSSO E CINESE. E ALLA LORO PROPAGANDA

Invece l’opzione ideologica campista a favore della Russia, della Cina, dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) non solo non ha nulla a che spartire con una pulsione classista, ma la capovolge nel suo stesso impianto. Di fatto subordina la classe lavoratrice a uno dei due poli imperialisti oggi in lotta per la spartizione del mondo. In altri termini, nega l’idea stessa di una sinistra di classe indipendente da ogni imperialismo.

Che logica c’è nel combinare la giusta richiesta di indipendenza dal centrosinistra su scala nazionale con la subalternità a un polo imperialista cosiddetto “progressista” su scala mondiale? Nel primo caso giustamente si rigetta il bipolarismo borghese, e dunque la falsa credenza di una alternativa progressista tra i due schieramenti a confronto. Nel secondo caso ci si inchina esattamente al bipolarismo imperialista, teorizzando che uno dei due blocchi svolgerebbe una funzione avanzata, quando non addirittura antimperialista e socialista. Lo stesso schema subalterno che si respinge in Italia lo si assume su scala mondiale. Non potrebbe esservi contraddizione più profonda.

Soprattutto non può esservi contraddizione più profonda con la realtà. La realtà di una lotta spietata per la spartizione del mondo fra vecchie e nuove potenze imperialiste. Dove sarebbe il polo “progressista” in questa lotta?

Naturalmente non c’è bisogno di ribadire la natura reazionaria dei vecchi imperialismi NATO a guida USA, la loro storia criminale contro la classe lavoratrice e i popoli oppressi, la loro falsa democrazia, il loro sostegno determinante al sionismo genocida… E potremmo continuare a lungo.

Non siamo certo sospetti di indulgenza verso l’imperialismo di casa nostra. A differenza dei gruppi dirigenti del PRC, non abbiamo mai sostenuto governi NATO, aumento delle spese belliche, missioni militari, né abbiamo mai propagandato la falsa illusione di una possibile «riforma sociale e democratica» dell’unione degli imperialismi europei (UE). A differenza delle organizzazioni del Partito della Sinistra europea, le sezioni della Lega Internazionale Socialista in Europa non sostengono il governo del capitalismo spagnolo, non votano l’ingresso della Finlandia nella NATO, non coprono le posizioni filosioniste del governo tedesco come ha fatto la Linke, hanno sempre contrastato la truffa del “due popoli, due stati”, a difesa del diritto incondizionato di autodeterminazione del popolo palestinese, hanno sempre difeso ogni popolo oppresso, ogni paese invaso, dalle aggressioni degli imperialismi USA e NATO, incluso il suo diritto alla resistenza armata. Sempre.

PERCHÉ DUE PESI E DUE MISURE?

Ma per quale ragione contrastare l’imperialismo di casa nostra dovrebbe significare negare e/o abbellire l’imperialismo di casa d’altri? Perché due pesi e due misure?

Dopo il crollo dell’URSS e la restaurazione capitalista in Russia e Cina, nuovi imperialismi sono emersi nel mondo. Non meno reazionari delle vecchie potenze. Non meno ambiziosi. Cina e Russia cercano di capitalizzare la crisi dell’egemonia americana, la disfatta USA in Iraq e in Afghanistan, la crisi dei rapporti tra l’imperialismo USA e gli imperialismi europei, per allargare la propria area di influenza. È naturale.

L’imperialismo cinese ha allargato la propria area d’influenza su scala globale, assoggetta con la leva del debito numerosi paesi dell’Africa e dell’Asia, si accaparra ovunque terre e materie prime, ha esteso la propria presenza in America Latina, ha moltiplicato le proprie esportazioni di capitale in tutte le direzioni. Nei fatti, a partire dalla propria potenza economica, contende agli Stati Uniti l’egemonia planetaria sul mercato mondiale. Non si può comprendere nulla dell’attuale scenario internazionale, tanto meno il trumpismo, se non nel quadro della competizione globale tra USA e Cina.

L’imperialismo russo si è inserito in questa competizione, appoggiandosi sull’imperialismo cinese, per rilanciare le proprie ambizioni imperiali. In Europa, come poi diremo, con la guerra di invasione dell’Ucraina (“contro l’autodeterminazione concessa all’Ucraina dalla follia di Lenin e dei bolscevichi” disse Putin il 22 febbraio 2022); in Medio Oriente nello scorso decennio con la sponsorizzazione alla fine fallita del regime sanguinario di Assad; in Africa offrendo protezione militare e gangsteristica a diversi regimi militari subsahariani – nati dalla crisi del vecchio colonialismo francese – in cambio di concessioni minerarie e altre utilità.

Peraltro sia la Russia che la Cina, come tutte le potenze imperialiste, mercanteggiano le ragioni dei popoli in base ai propri interessi. Pronte ad esempio ad astenersi nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’infame Consiglio di Pace di Trump in Palestina in cambio dell’apertura di Trump sull’invasione dell’Ucraina: una invasione difesa in sede ONU in occasione di ogni suo anniversario, dal voto unitario – guarda caso – di Russia, USA e Israele.

I rapporti della Russia con lo Stato sionista e con lo stesso governo Netanyahu sono peraltro intensi e reciproci. Come lo sono gli affari delle grandi aziende cinesi nella Cisgiordania occupata, col benestare di Israele. Quanto alle rituali frasi di “critica” o di “preoccupazione” per singole scelte o “eccessi”del governo israeliano, valgono quanto quelle dei governi europei: cortina fumogena a copertura della complicità.

Cosa vi è di progressivo in tutto questo? Si aggiunga che il regime cinese, sorretto da una gigantesca pletora di nuovi capitalisti miliardari, si regge su un sistema dittatoriale obiettivamente totalitario, oltretutto sempre più verticalizzato attorno al capo supremo Xi Jinping. Mentre il regime bonapartista reazionario di Putin, che ha messo ormai nella semiillegalità ogni sinistra di opposizione, si caratterizza per un suprematismo grande-russo profondamente misogino e confessionale, nemico dei più elementari diritti civili. La malcelata invidia di Trump per i due regimi politici rivali è per molti aspetti rivelatrice.

Quanto ai BRICS, rappresentano semplicemente un amalgama eterogeneo a porte girevoli dominato da Cina e Russia in funzione dei loro interessi imperialistici. Un amalgama popolato da regimi dispotici spesso tra loro confliggenti (Iran ed Emirati Arabi, Egitto ed Etiopia, ad esempio); regimi che a loro volta usano la propria collocazione nei BRICS quale strumento negoziale di rapporti mutevoli e disinvolti con tutti i poli imperialisti. In ogni caso, rappresentare i BRICS come possibili vettori di democrazia internazionale sembra, da ogni punto di vista, una battuta di pessimo gusto.

Russia, Cina, BRICS, quali vettori di pace dentro un possibile nuovo mondo multipolare e pacificato? Non scherziamo. La compresenza di diversi poli imperialisti (il multipolarismo reale) non è un possibile futuro ma il presente. Un presente che non porta la pace, ma l’acutizzarsi della lotta per la spartizione del pianeta, e con essa la corsa mondiale agli armamenti, che è oggi la corsa di tutti i poli imperialisti, nessuno escluso.

Certo, l’imperialismo USA è ancora militarmente dominante su scala globale. Ma l’imperialismo russo poggia ormai su una economia di guerra. E l’imperialismo cinese ha accresciuto enormemente nell’ultimo quindicennio il proprio bilancio militare. Si tratta di una tendenza planetaria che nella prospettiva storica moltiplica i rischi di una nuova grande guerra. Il multipolarismo imperialista è la forma attuale della corsa alla guerra. Presentarlo come possibile via della pace significa solamente fare il verso alla propaganda russa e cinese. E per di più vendere la fiaba di un possibile mondo pacificato nell’età dell’imperialismo: un’illusione pacifista che i comunisti debbono contrastare, e non assumere.

LA GUERRA DI INVASIONE DELL’UCRAINA: LE MISTIFICAZIONI DEL CAMPISMO

Peraltro Russia e Cina praticano o minacciano la guerra nei propri “cortili di casa” o in quelli che considerano tali. Il caso della Russia è emblematico. Il regime di Putin si è costruito e consolidato attraverso due guerre spietate di annientamento della Cecenia, ha sostenuto attivamente la repressione poliziesca del regime bielorusso di Lukašenko contro gli scioperi operai nel 2020-2021, è intervenuto con le sue truppe speciali a protezione del regime kazako contro la rivolta dei salariati nel 2022.

La guerra d’invasione dell’Ucraina nel 2022, che sicuramente ha segnato un salto, è parte di questo percorso. Non una guerra di difesa delle popolazioni del Donbass, ma una guerra prima mirata alla dominazione sull’Ucraina, poi, fallita questa, all’annessione di parti rilevanti del suo territorio. Presentare questa guerra come guerra per procura dell’Occidente contro la Russia significa non solo negare la realtà ma fare propria la propaganda sciovinista dell’imperialismo invasore. Una propaganda oggi tanto più grottesca a fronte del negoziato fra Trump e Putin per la spartizione del paese invaso, alla ricerca di una… pace per procura. Una pace coloniale stipulata da briganti.

Difendiamo l’Ucraina, e il suo diritto a difendersi, da una guerra imperialista d’invasione. Perché difendiamo i diritti di autodeterminazione di ogni popolo. Come abbiamo difeso le repubbliche del Donbass nel 2014, quando furono aggredite dal governo nazionalista della destra ucraina (nonostante la natura rossobruna dei loro governi e l’appoggio interessato dell’imperialismo russo), così difendiamo l’Ucraina dall’invasione russa (nonostante il carattere borghese del governo Zelensky e l’appoggio interessato degli imperialismi NATO). Non facciamo, per l’appunto, due pesi e due misure. Rivendichiamo il ritiro delle truppe russe di occupazione entro i confini preesistenti all’invasione del febbraio 2022. Così come difendiamo il diritto di autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, che è incompatibile con l’occupazione russa.

Il fatto che in quattro anni di guerra il grosso della sinistra italiana, politica e sindacale – a differenza che in tanta parte d’Europa – non abbia rivendicato neppure il ritiro delle truppe russe di occupazione dall’Ucraina è la misura dell’influenza diretta o indiretta di posizioni campiste al suo interno. E persino una contraddizione clamorosa rispetto a un “pacifismo” che volesse essere coerente.

Sì certo, l’Ucraina si difende con armi occidentali. E le armi (in realtà progressivamente decrescenti) che gli imperialismi d’Occidente hanno inviato all’Ucraina mirano a consolidare la propria area di influenza nel paese. È vero. Per questo a differenza di diversi partiti della sinistra europea (inclusa La France Insoumise di Mélenchon), non avremmo mai votato nel Parlamento Europeo a favore dell’invio delle armi. Ma certo non avremmo mai votato contro. Perché riconosciamo all’Ucraina il diritto di difendersi da una guerra imperialista di invasione con tutti i mezzi disponibili, come lo riconosciamo ad ogni popolo e paese invaso. Come l’abbiamo riconosciuto ai curdi. Come lo riconosciamo all’Iran, che avrebbe avuto tutto il diritto di usare armi dell’imperialismo alleato russo cinese (…se mai gli fossero state offerte) contro la guerra d’aggressione sionista americana. Come l’avremmo riconosciuto al Venezuela, se il suo regime bonapartista avesse scelto di resistere e non di capitolare all’imperialismo americano come purtroppo è avvenuto (nel silenzio generale dei campisti e con l’avallo passivo obtorto collo di Russia e Cina, in altre faccende affacendate).

DIFESA DELL’UCRAINA E OPPOSIZIONE A ZELENSKY. LE INFAMIE SULL’UCRAINA “NAZISTA”

La difesa dell’Ucraina dalla guerra d’invasione dell’imperialismo russo non significa affatto difesa politica del governo Zelensky. La sezione ucraina della Lega Internazionale Socialista dirige un sindacato (“Protezione del lavoro”) che è in aperta opposizione al governo, contesta le sue politiche antioperaie, le sue misure antidemocratiche, la sua subordinazione al Fondo Monetario Internazionale e ai suoi ricatti, le sue privatizzazioni di beni e servizi pubblici per compiacere la UE.

Ma un conto è l’opposizione a Zelensky da un versante di classe, per una alternativa operaia e socialista. Altra cosa è l’opposizione a Zelensky da parte di un regime imperialista neozarista che vuole rimpiazzarlo con un proprio burattino “alla Lukašenko”. In altri termini, è la classe operaia ucraina che ha il diritto di rovesciare Zelensky, non l’imperialismo russo per i propri interessi neoimperiali e coloniali. Opposizione a Zelensky e difesa dell’Ucraina dall’imperialismo russo sono dunque parte di una medesima politica di classe. Come lo sono l’opposizione di massa al regime clerico-fascista dell’Iran (un regime di certo incomparabilmente più a destra di Zelensky) e al tempo stesso la giusta difesa incondizionata dell’Iran dall’imperialismo sionista americano. Non dovrebbe essere questa la posizione naturale dei comunisti?

Non a caso il grosso della sinistra classista in Ucraina unisce l’opposizione a Zelensky con la difesa del paese dall’imperialismo russo. Difesa civile, difesa militare. Anche il contestato anarchismo ucraino, non a caso, è apertamente difensista in tutte le sue principali componenti, anche se la Federazione Anarchica Italiana non se ne è accorta o non lo dice. Come resta difensista del proprio paese la larga maggioranza della popolazione ucraina e della sua classe lavoratrice.

Ucraina “nazista”? Una calunnia vergognosa. Le organizzazioni fasciste in Ucraina (Pravyi Sektor) ebbero un ruolo che noi denunciammo nella rivolta reazionaria di Maidan del 2014. Poi crollarono. Il loro peso elettorale non ha mai superato il 3%. La loro stessa presenza nel governo di destra di Porošenko, poi rimpiazzato dal centrosinistra populista di Zelensky, durò non più di tre mesi. Nelle elezioni del 2019 non presero neppure un seggio. Il famoso battaglione Azov, un tempo egemonizzato da Pravyi Sektor, è stato prima drasticamente disarticolato e poi riassorbito nell’esercito regolare. Il suo ruolo, per intenderci, è oggi pari a quello della Folgore nell’esercito italiano.

Da ogni punto di vista, presentare l’Ucraina e la resistenza dell’Ucraina come naziste è una delle peggiori infamie che circolano nella sinistra italiana. È una pura fotocopia della propaganda di guerra putiniana, e di tutti gli ambienti reazionari che la sostengono (Vannacci, Salvini, Orban, AfD tedesca, settori MAGA…). E si appoggia, alimentandola, su una vera e propria ucrainofobia che attraversa in Italia il senso comune diffuso e politicamente trasversale di una parte significativa dell’opinione pubblica. Sicuramente presente più che in ogni altro paese (ad eccezione ovviamente della Russia).

Arrivare addirittura a chiedere di vietare agli anarchici ucraini il diritto a dibattere in Italia della difesa del proprio paese da una invasione imperialista (per di più facendolo nel nome della Resistenza) è qualcosa di più: una inaccettabile provocazione poliziesca, oltre che un insulto alla Resistenza. Ed è anche la misura di dove può giungere purtroppo la deriva campista del vostro gruppo dirigente.

CLASSISMO E CAMPISMO, DUE FRONTI OPPOSTI E INCONCILIABILI

In conclusione. Classismo e campismo militano più che mai su fronti opposti. Non possono stare insieme. Non sappiamo quanti di voi vorranno combinare la giusta battaglia contro la capitolazione annunciata al centrosinistra col rifiuto del campismo e della sua deriva. A chi lo farà diamo la piena disponibilità a discutere insieme della costruzione e del rilancio di una prospettiva comunista e rivoluzionaria. Per costruire insieme il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista. Fuori e contro ogni nuova capitolazione al centrosinistra. Contro ogni imperialismo, vecchio e nuovo. Come sempre.

Partito Comunista dei Lavoratori

Congresso di Rifondazione Comunista, lo scontro tra due posizioni diversamente subalterne


 Il congresso di Rifondazione Comunista si è appena concluso. Il segno del congresso è dato dallo scontro frontale tra due schieramenti interni di pari consistenza. Il primo a sostegno del segretario Maurizio Acerbo, il secondo sospinto dall'ex ministro Paolo Ferrero. È lo scontro che ha investito gli ultimi tre anni di vita del PRC, a livello centrale e nelle federazioni, senza risparmio di colpi. Il sostanziale equilibrio nel rapporto di forza tra i due schieramenti contrapposti si è riflesso nel risultato congressuale: settanta voti di differenza tra la mozione Acerbo e la mozione alternativa di Ferrero, a vantaggio del primo. Il segretario nazionale Maurizio Acerbo è stato confermato con un solo voto di scarto dal Comitato Politico Nazionale eletto dal congresso. Tutto lascia pensare che lo scontro proseguirà nel tempo a venire. L'unico fatto certo è che la crisi del PRC è ben lungi dall'essere risolta.


Dopo tre anni di instancabile guerriglia interna, l'ex ministro Ferrero non è riuscito a detronizzare il segretario Acerbo. Il segretario è sopravvissuto alla guerra ma non ha recuperato il controllo reale del partito. Se la posta in gioco del congresso era il controllo di ciò che resta del PRC, nessuno dei due schieramenti può cantare vittoria.
Ma non è questo l'aspetto che a noi interessa. Ci interessa invece esaminare il contenuto politico delle due posizioni a confronto. Due posizioni diversamente subalterne, accomunate da una inossidabile logica riformista. E al tempo stesso due posizioni che faticano nel quadro politico attuale a ritagliarsi uno sbocco politico reale, al di là delle retoriche di accompagnamento.

Il documento congressuale di maggioranza (Acerbo) si fonda su una precisa opzione politica: la volontà di ricomporre la relazione con il centrosinistra, in funzione di una prospettiva di governo borghese. È il richiamo nostalgico della foresta. Il tentativo di uscire dall'isolamento ritornando nella “politica che conta”.
Il riferimento esplicito alle esperienze di governo, passate e presenti, di diversi partiti della sinistra europea, da Syriza a Podemos, non è casuale. Questo è il vero contenuto della posizione di maggioranza. Naturalmente questo contenuto è avviluppato dalle immancabili rassicurazioni formali: “non intendiamo entrare nel campo largo, che vuole essere un'alleanza senza principi e programma, costruita solo su una generica opposizione alla destra... noi proponiamo al contrario punti dirimenti di programma...», ecc. ecc. In realtà è il solito vecchio canovaccio retorico del condizionamento programmatico a sinistra di PDS, DS, PD, evocato per quasi quindici anni da Fausto Bertinotti (con la sola opposizione della sinistra rivoluzionaria interna da cui nascerà il PCL) per motivare la propria prospettiva governista.

Prospettiva governista che ha coinvolto ciclicamente il PRC nelle politiche antioperaie e autodistruttive dei due governi Prodi. Nel primo caso (1996-1998), in maggioranza di governo, votando l'introduzione del lavoro interinale, il record europeo delle privatizzazioni, i campi di detenzione amministrativa per i migranti (legge Turco-Napolitano). Nel secondo caso (2006-2008), questa volta all'interno del governo, votando l'abbattimento delle tasse sui profitti di imprese e banche (IRES, dal 34% al 27,5%!), l'aumento delle spese per la Difesa, il sostegno alle missioni militari.
Sono politiche che hanno colpito i lavoratori e le lavoratrici, spianando la strada all'influenza reazionaria nelle loro file. Sono le politiche che distrussero il PRC come riferimento di massa, precipitando la sua crisi rovinosa.
La vera differenza è che allora il PRC aveva una rendita di posizione negoziale per candidarsi a sinistra del centrosinistra. Oggi quello spazio è presidiato da Sinistra Italiana. Pertanto l'unica possibilità reale di questa opzione politica è sperare di aggregarsi a Fratoianni come ultima eventuale ruota del carro. A questo si riduce la Rifondazione Comunista?

Il documento di minoranza di Paolo Ferrero contesta formalmente la ricomposizione col centrosinistra, la denuncia come capitolazione, e nello slancio critico giunge persino a riconoscere che la crisi del PRC non inizia col congresso di Chianciano del 2008 ma con le scelte di governo precedenti. Salvo rimuovere lo spiacevole dettaglio che il ministro di Rifondazione nel governo Prodi era proprio... Paolo Ferrero. Cioè colui che più di ogni altro si spese per la scelta governista del partito in contrapposizione alla sinistra rivoluzionaria del PRC; colui che più di ogni altro difese tra il 2006 e il 2008 la propria permanenza nel governo, contro l'ipotesi di un passaggio al sostegno esterno, ventilata dall'allora segretario Franco Giordano.
È un caso che il documento di minoranza rimuova totalmente la materialità delle scelte antioperaie dei due governi Prodi? Il bilancio di quella stagione viene ridotto all'eufemismo della impermeabilità del centrosinistra alle proposte riformatrici del PRC. Che è il modo di assolvere la permeabilità del PRC di Ferrero alle politiche controriformatrici del centrosinistra borghese.

La proposta “alternativa” del documento di minoranza è indicativa. La sintesi è che bisognerebbe «fare come Mélenchon»: prima capovolgere i rapporti di forza con la socialdemocrazia, grazie ad una politica autonoma, e poi ricomporre l'alleanza sotto la propria egemonia e candidarsi a governare come sinistra-centro.
Al di là di ogni principio di realtà (e delle profonde differenze con lo scenario francese), il governo del capitalismo resta dunque la bussola strategica di Ferrero. L'alfa e l'omega. La stella cometa, insensibile ad ogni lezione dell'esperienza. «Fare come Mélenchon» è la versione attuale del «fare come Tsipras». Salvo ignorare che il governo Tsipras, idolatrato a suo tempo da tutta la sinistra “radicale”, ha gestito le politiche antioperaie della troika contro la propria base sociale, e contro la domanda di svolta che ne aveva sospinto l'ascesa. E che Melenchon, già ministro di Jospin, ha un programma riformista simile a quello originario di Tsipras, prima che la sua esperienza di governo ne rovesciasse brutalmente il segno.
La verità è che oggi, dentro la crisi capitalistica e la polarizzazione dello scontro interimperialista, non c'è più lo spazio storico del riformismo, nonostante le illusioni dell'ex ministro Ferrero.

Ma l'aspetto più sconcertante del documento alternativo è la esaltazione dei BRICS, sino alla rivendicazione della adesione dell'Italia ai BRICS. Invece della doverosa contrapposizione a tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, nel nome dell'interesse internazionale della classe lavoratrice e dei popoli oppressi, si rivendica il sostegno ad uno dei due poli imperialisti contro l'altro, nel nome del multipolarismo e della lotta contro la guerra. Ma le dinamiche di guerra non sono forse sospinte proprio dalla presenza di diversi poli imperialisti, gli uni contro gli altri armati, che si disputano la spartizione del pianeta? Il multipolarismo imperialista è esattamente l'attuale geografia del mondo. La lotta contro la guerra o è la lotta contro tutti gli imperialismi, e a difesa di tutti i popoli da questi oppressi, o non è. Dire che l'imperialismo cinese e russo sono fattore progressivo e di pace significa capitolare alla loro propaganda imperialista, speculare alla propaganda dell'imperialismo NATO di casa nostra.

La verità è che il documento alternativo strizza l'occhio a Potere al Popolo, e anche per questo si sintonizza sull'impostazione campista del suo gruppo dirigente (Rete dei Comunisti). Salvo tacere, in un documento tutto imperniato sulla lotta alla guerra, che Mélenchon vota l'invio di armi all'Ucraina (ben al di là del giusto sostegno all'Ucraina contro l'imperialismo russo, e dunque del suo diritto ad usarle). E che Unione Popolare, con Potere al Popolo, è sepolta da anni. Non sarà Ferrero a resuscitarla. Tanto più avendo perso il congresso.

In conclusione. Siamo stati ripetutamente accusati di muovere una critica al PRC basata sul passato. Ma senza un bilancio onesto del passato come è possibile tracciare una nuova via? Peraltro è stato proprio il passato a dominare, in forma diretta o indiretta, il confronto interno al congresso del PRC. Il nodo del rapporto col centrosinistra, la questione strategica del governo, l'esperienza della sinistra europea richiamano inevitabilmente il tema del bilancio. Semplicemente, il congresso ci ha detto una volta di più che chi non impara dalla storia è destinata a ripeterla. Magari in formato ridotto e residuale, come speranza del proprio immaginario.

La verità è che Rifondazione Comunista è da tempo una sopravvivenza postuma. La Rifondazione Comunista quale riferimento largo e riconoscibile da ampi settori di classe e di avanguardia morì diciannove anni fa tra le braccia di Prodi. I gruppi dirigenti di ciò che è rimasto di quel partito appaiono prigionieri del suo passato, incapaci sia di elaborare il lutto che di rimontare la china del loro disastro.
Ai militanti coerentemente comunisti del PRC che non vogliono restare sotto le macerie del proprio partito, e che al tempo stesso non si rassegnano alla passivizzazione e alla resa, proponiamo di costruire insieme, controcorrente, il Partito Comunista dei Lavoratori, sulle basi di principio del marxismo rivoluzionario. Le uniche basi che non si piegano come canne al vento. Le uniche basi che possono armare un reale progetto anticapitalista, sul terreno nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ferrero va alla guerra contro Acerbo

 

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9 Novembre 2024

Rifondazione va a congresso. Le confessioni di un ex ministro con la faccia di bronzo

È guerra dentro il Partito della Rifondazione Comunista. Paolo Ferrero, già “líder máximo” del partito e ancora fondamentale figura pubblica, con il sostegno di circa il 45% dei dirigenti del PRC è partito lancia in resta per disarcionare l’attuale segretario Maurizio Acerbo, che gode direttamente del sostegno di solo il 35% dei dirigenti, ma è appoggiato dal gruppo “partitista” di Pegolo e Tecce (20%). Per cui il prossimo drammatico congresso di Rifondazione vedrà due documenti contrapposti.
Oltre alle questioni personali, ci sono certamente degli elementi politici. Nella sostanza, Acerbo e i suoi alleati sperano di creare le condizioni per partecipare un domani al “campo largo” con il PD della Schlein. Ferrero, invece, vorrebbe cercare di creare una coalizione riformista di sinistra stabile con Potere al Popolo (salvo eccezioni in caso di convenienza: in Sardegna i ferreriani si sono presentati in una coalizione totalmente borghese).
Detto così, si potrebbe pensare che Ferrero sia a sinistra dei suoi avversari. In un certo senso questo è vero, ma se a una minestra di acqua e sabbia si aggiunge un po’ di sale non cambia molto. Tra l’altro Ferrero, anche per raccogliere gli elementi più stalinisti del partito e per favorire le prospettive, non facili, di rapporto con Potere al Popolo, è ormai arrivato su posizioni campiste, esaltando i BRICS e la loro politica, cioè scegliendo uno dei due campi imperialisti oggi presenti nella sfida mondiale, con posizioni catastrofiste-campiste.

Se questo è il quadro generale, c’è un particolare da aggiungere. Le due frazioni in lotta hanno depositato i documenti congressuali. Qui sotto riportiamo l’inizio del capitolo sul bilancio della storia del PRC (documento Ferrero). Qui si sviluppa una polemica contro Acerbo dichiarando che è totalmente falso dire che la crisi di Rifondazione nasce dal congresso di Chianciano (2008, dove la corrente di Ferrero sconfisse quella di Vendola), ma (citiamo):

«L’estromissione di Rifondazione dal Parlamento e la sua crisi non nascono dal congresso di Chianciano ma prima, ed erano palesemente maturate nella fase in cui apparivamo fortissimi, stavamo in maggioranza con Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli ed eravamo tutti i giorni in televisione. Far partire la sconfitta del progetto di Rifondazione da Chianciano determina un unico risultato: costruire una narrazione in cui qualunque ammorbidimento e compromesso nel rapporto con il PD rappresenterebbe un fatto positivo e di buon senso realista rispetto ad una linea “troppo rigida”. La realtà ci dice che la crisi di Rifondazione Comunista è nata quando era nella maggioranza che sosteneva il governo Prodi. Quella collocazione ne ha corroso pesantemente la credibilità, il valore simbolico e i rapporti di massa costruiti dopo le giornate di Genova, nella costruzione del movimento altermondialista e nell’attività di opposizione al governo Berlusconi. A meno che non si voglia usare Rifondazione Comunista per giocare al gioco dell’oca, noi riteniamo sia necessario prendere atto che è la collocazione in maggioranza con il centro sinistra che aperto la nostra crisi come, del resto, la partecipazione alla maggioranza del primo governo Prodi aveva prodotto un nulla di fatto sul piano dei risultati concreti e una pesante scissione del Partito».

Benissimo! Solo c’è un piccolo particolare. Quando Rifondazione stava in maggioranza con Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli, Paolo Ferrero era principale sostenitore con Fausto Bertinotti dell’alleanza appunto con i Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli. E quando finalmente i nostri eroi riformisti riuscirono a realizzare i loro sogni, entrando nel governo Prodi nel 2006, Ferrero divenne ministro di quel governo (l’unico ministro del PRC).

In quelle situazioni in cui il PRC era nella maggioranza (1997-98), Ferrero ha sostenuto, tra altre decine di gravi schifezze, la riduzione dell’aliquota massima e contemporaneamente l’aumento di quella minima delle tasse (primo governo della Repubblica a fare una tale operazione); la flessibilità lavorativa selvaggia (pacchetto Treu); l’abolizione dell’equo canone sugli affitti, e non si oppose al blocco navale contro i migranti con la strage degli albanesi della Pasqua 1997 nel canale d’Otranto.
Poi, nel 2006-2007, in seno al governo, Ferrero ha votato tra l’altro, senza alcuna obiezione o riserva: riduzione delle tasse per i capitalisti (quattro miliardi l’anno solo per banche e assicurazioni); aumento delle spese militari (17% in un solo anno); finanziamento alla missione militare imperialista in Afghanistan, oltre ad appoggiare (fuori dal Consiglio dei ministri) l’unico caso ufficiale di costruzione di un muro contro gli immigrati (dall’amico sindaco di Padova).

Addirittura, quando un ormai dimenticato Franco Giordano, un ingenuo dirigente del partito messo a fare il segretario come “uomo di paglia” per il duo Bertinotti-Ferrero, alla fine del 2007, rendendosi conto dei problemi di caduta di immagine del partito, avanzò timidamente l’idea del passaggio del PRC dalla presenza nel governo all’appoggio esterno, non solo Bertinotti, ma anche Ferrero gli chiesero se fosse impazzito.

Pochi mesi dopo Clemente Mastella (e non Bertinotti, come spesso si dice) ritirò il suo partito dal governo e lo fece cadere, ponendo fine all’esperienza governativa di Rifondazione.

Questa la vera storia del ruolo da ministro borghese che il nostro “prode” ha avuto in quegli anni, e che ha portato al disastro il PRC e – quello che più conta – l’insieme dell'avanguardia politica di sinistra in Italia.

Naturalmente Ferrero si guarda bene dal dire che c’era chi, piccolo ma non insignificante, nell’ambito del partito combatté le posizioni che oggi lui rivede, molto parzialmente e totalmente in maniera falsa e strumentale. Eravamo noi, che dicevamo che questa politica era peggio che riformista, filopadronale e anche (visto il voto per il finanziamento della guerra in Afghanistan) pro imperialista. Eravamo noi di Progetto Comunista, di cui il PCL è il continuatore diretto. Avevamo ragione quando dicevamo che quella politica era in primo luogo di tradimento della classe operaia, ma che avrebbe anche portato un partito nato, come dichiarato, “cuore dell'opposizione” al disastro (mentre qualcun altro si metteva un po’ in mezzo, parlando appoggi esterni, critiche, ma senza mai negare il progetto di sostenere il governo dei capitalisti).

Ricordare che una proposta politica contraria alla sua collaborazione di classe, una proposta veramente comunista esisteva nel PRC e fu costretta a uscire per non morire riformista, non poteva essere possibile per un voltagabbana per cui i principi politici valgono evidentemente meno delle scarpe che indossa.
Certo è difficile per noi militanti di un vero partito rivoluzionario capire come ancora tanti compagni e compagne sinceramente di sinistra e che si sentono comunisti, la maggioranza dei quali ha vissuto queste esperienze, possano restare in un partito come il PRC con appunto la sua storia e la sua reale politica di subordinazione alla borghesia. Ma questo, purtroppo, non è una novità, anzi è una costante della tragica storia del movimento operaio. Come diceva Trotsky, il pensiero umano tende ad essere conservatore, e nella sua specificità questo vale anche per l’avanguardia del proletariato.

Certo se tutti e tutte coloro che avrebbero dovuto rompere logicamente col PRC insieme a noi nel 2006 e poi negli anni seguenti lo avessero fatto, oggi il nostro certo combattivo e coerente, ma piccolo PCL sarebbe un partito ancora minoritario nella classe, ma con iscritti e attorno, una gran parte della sua avanguardia in lotta contro il capitalismo e tutti gli imperialisti, insieme a decine di migliaia di altri militanti marxisti rivoluzionari del mondo. Decine di migliaia di militanti e iscritti si sono dispersi, ma non è mai troppo tardi. Perché essere più onestamente riformisti, come Acerbo e Galieni e Pegolo e Tecce, se è moralmente meglio, politicamente non lo è per nulla.
Venga finalmente, di fronte a tutto questo, la comprensione per ogni comunista che il suo posto è fuori da Rifondazione e insieme a noi del Partito Comunista dei Lavoratori.

Franco Grisolia

 


Poesia e prosa del governo spagnolo

29 Maggio 2023

Qual è il contenuto della riforma del lavoro spagnola che piace alla sinistra italiana?

“Fare come in Russia” fu una parola d'ordine dei socialisti rivoluzionari europei dopo l'Ottobre 1917. “Fare come in Spagna” è oggi la parola d'ordine dei riformisti di casa nostra, con riferimento alle virtù dell'attuale governo PSOE-Podemos.
Dopo l'ingloriosa vicenda del governo Tsipras, un vasto fronte che va da Schlein a Fratoianni, da Acerbo a De Magistris, fa del governo spagnolo la nuova terra promessa della sinistra italiana. Distinguere poesia e prosa della politica spagnola è allora un esercizio utile di verità.

La riforma del lavoro recentemente varata dalla ministra Iolanda Diaz è universalmente presentata come paradigma di un riformismo possibile. Ma non non è tutto oro ciò che luccica È vero, i contratti a termine sono stati ridotti del 7%. Se ricordiamo che il primo governo Prodi, col voto di Rifondazione Comunista, varò l'introduzione del lavoro interinale nel 1997 (Pacchetto Treu), e poi il secondo governo Prodi, col ministro Paolo Ferrero, conservò le misure di precarizzazione estrema del precedente governo Berlusconi (legge 30 di Maroni), potremmo dire che la riforma Diaz è sicuramente più avanzata. Verrebbe da dire: ci vuole poco. E però bisogna dirla tutta.

Il tasso spagnolo dei contratti a termine era precedentemente del 24%, il più alto in Europa. La sua riduzione del 7% (17,5%) lo porta quasi al livello... italiano (16,1%). Presentare la misura come la cancellazione del precariato in Spagna è dunque una bufala. Il tentativo semmai è quello di stabilizzare il lavoro temporaneo, eliminando gli eccessi e riportandolo sul “normale” livello europeo.

L'aspetto più rilevante della riforma riguarda il contratto «para obra o servicio determinado», che in Spagna copre il 38% dei contratti a termine. La riforma stabilisce che la conclusione dell'opera per la quale si presta il servizio non determina più l'estinzione del contratto, in quanto l'impresa è tenuta a offrire al lavoratore una proposta di ricollocamento. Se il lavoratore rifiuta o semplicemente il ricollocamento si rivela impossibile, allora scatta l'estinzione del contratto con un'indennità corrispondente al 7% del contratto collettivo corrispondente. Sarebbe questa la “fine del precariato”?

La riforma introduce inoltre uno strano “contratto a tempo indeterminato”. Parrebbe una contraddizione in termini, ma così non è. Si tratta del «contrato fijo discontinuo», col quale il lavoratore è assunto a tempo indeterminato ma lavora quando occorre, con relative penalizzazioni nei periodi di mora. Non si tratta di situazioni marginali. Secondo i dati della Sicurezza sociale spagnola si tratta di un milione e trecento mila salariati. Vengono conteggiati come a tempo indeterminato ma sono a tutti gli effetti lavoratori precari. Con la riforma Diaz questa forma contrattuale tende a dilagare, come riconoscono le stesse burocrazie sindacali. Ciò che spiega sul punto la soddisfazione padronale.

Infine, quando si confrontano le regole contrattuali sarebbe necessario guardare non solo alle tipologie di assunzione ma anche alle tutele previste o non previste in caso di risoluzione. Bene. La riforma Diaz non tocca la legislazione spagnola sulla questione. In caso di licenziamento illegittimo del lavoratore, e anche di licenziamento discriminatorio (come tale definito dal giudice), il lavoratore ha diritto a ottenere un'indennità pari a 33 giorni di salario per anno di servizio, fino a un massimo di 24 mensilità. Peggio di quanto previsto dalla normativa italiana, anche dopo il Jobs act. Dov'è la svolta epocale?

La realtà è dunque molto diversa dalla sua rappresentazione propagandistica. Lo ha capito bene Confindustria spagnola, che sostiene la riforma nel quadro della politica di concertazione sindacale. Una concertazione che ha visto col governo Sanchez un sicuro consolidamento.

In compenso, all'ombra di questo decantato progressismo, il governo socialisti-Podemos prosegue le politiche ordinarie dell'imperialismo spagnolo. Nega il diritto di autodeterminazione della Catalogna. Concorda col governo reazionario marocchino misure forcaiole contro i migranti, simili a quelle di Minniti e Salvini, con tanto di militarizzazione delle frontiere di Ceuta e Melilla e di inumani respingimenti in mare. Accresce il bilancio militare spagnolo con una forte crescita delle spese in armamenti in rapporto al PIL, secondo le disposizioni della NATO regolarmente rispettate. Sostiene l'allargamento della NATO in Nord Europa in direzione di Svezia e Finlandia, in piena fedeltà atlantista...

“Fare come in Spagna” cosa significa, allora? Significa rispolverare il mito illusorio di un possibile governo borghese progressista. E perciò stesso rivelare lo scopo autentico in ultima istanza dei dirigenti di Unione Popolare: fare... come Podemos ha fatto col PSOE. Ricomporre un quadro di governo con M5S e PD nel quadro del capitalismo italiano, del suo apparato statale, della sua collocazione internazionale. Una prospettiva oggi sicuramente remota, ma tutta interna alla logica dell'alternanza. La stessa logica già praticata ai tempi di Prodi, e già esaltata ai tempi di Tsipras. La stessa logica che ha preparato lo sfondamento della destra tra i salariati italiani.

Il PCL persegue una prospettiva opposta. Quella di un'alternativa di sistema, cioè di un'alternativa anticapitalista, di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Una prospettiva certo difficile, ma l'unica soluzione di vera svolta. Una bussola di riferimento per le politiche dell'oggi, dentro il fronte unico di lotta contro la destra, per un' altra direzione del movimento operaio e sindacale.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'ex ministro Ferrero loda Berlusconi


«Anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta. [...] Berlusconi ha detto che è preoccupato per la situazione di guerra in cui siamo [...] ha detto che aveva riallacciato i rapporti con Putin. Dov'è il problema? [...] Oggi quindi Berlusconi... ha detto una cosa vera e si è fatto interprete di un sentimento di timore per la guerra e di necessità di dialogo che condivide la maggioranza degli italiani.»

Lo ha dichiarato l'ex ministro del governo Prodi Paolo Ferrero, dirigente nazionale di Rifondazione Comunista. C'è da restare trasecolati. Berlusconi nel suo famoso discorso ai propri deputati non si è affatto limitato a esprimere «un sentimento di timore per la guerra». Ha presentato la guerra d'invasione dell'Ucraina da parte della Russia del 24 febbraio come una risposta alle provocazioni militari di Zelensky, mirata a rimpiazzarlo «con gente per bene». Una lodevole operazione militare speciale che solo la resistenza ucraina all'invasione ha «purtroppo» trasformato in guerra. In altri termini Berlusconi ha detto che è l'Ucraina che ha imposto la guerra al suo «dolcissimo» amico russo, che generosamente voleva chiudere il tutto in una settimana.

Ora: come può Ferrero lodare come «una cosa vera» la cinica rappresentazione putiniana della guerra d'invasione dell'Ucraina, col suo carico di morte, distruzioni, dieci milioni di sfollati? Dichiararsi contro la NATO e l'imperialismo di casa nostra significa forse abbellire l'imperialismo altrui, e le relazioni amicali con questi di un vecchio arnese reazionario come Berlusconi?

Il punto è che quando non si hanno principi si può fare tutto. Si potevano ieri votare da ministro di Prodi le spese di guerra dell'imperialismo NATO come si può oggi presentare come atto di pace il sostegno di Berlusconi alla guerra di Putin.

L'orologio di Ferrero funziona forse benissimo, ma di certo non è l'orologio del comunismo, e nemmeno della pace.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

Lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC

 


Alle compagne e ai compagni del Partito della Rifondazione Comunista


Il necessario fronte unico di lotta contro il governo delle destre, che noi proponiamo a tutte le sinistre politiche, sindacali, associative e di movimento, non può e non deve silenziare il confronto interno alla sinistra. Combinare la massima unità d’azione con la massima franchezza nella critica ci pare il metodo più onesto di relazione. Il più leale perché il più sincero.

Partiamo da un principio di realtà. Unione Popolare ha largamente mancato, com’era prevedibile, l’annunciato ritorno in Parlamento. A migliaia di militanti era stato spiegato che nascondere la riconoscibilità di una sinistra classista sotto le vesti di una lista civico-progressista avrebbe favorito un approdo istituzionale; che il sostegno di Mélenchon avrebbe fatto la differenza col passato; che la crisi del M5S aveva liberato un nuovo spazio; che la subalternità di Sinistra Italiana al PD aveva fatto chiarezza. Che questa volta, insomma, era la volta buona per riscattare la sinistra cosiddetta radicale dalla sua marginalità.

I fatti hanno smentito alla radice tutto l’impianto di questa argomentazione. Sinistra Italiana entra in Parlamento, il M5S si rilancia con un profilo “sociale” capitalizzando la crisi del PD, l’effetto Mélenchon dura lo spazio di un discorso e del relativo applauso. Unione Popolare resta al palo, con un voto di poco superiore a quello di Potere al Popolo nel 2018. L’impegno generoso di tante compagne e compagni è esposto al disincanto e all’amarezza.

Ora i fatti hanno bisogno di una spiegazione. Il punto non è il risultato elettorale in quanto tale, se non di riflesso, ma la natura di un'impostazione politica che di elezione in elezione ripropone da quindici anni la stessa minestra. Prima Sinistra Arcobaleno, poi Rivoluzione Civile di Ingroia, poi l’Altra Europa con Tsipras, poi Potere al Popolo, poi La Sinistra con Fratoianni, infine Unione Popolare con De Magistris. Qual è l’elemento comune di queste diverse esperienze? La rimozione della centralità del lavoro salariato nel nome della cittadinanza democratica, a volte giustizialista, a volte progressista, a volte sociale, più spesso un impasto di tutti questi ingredienti. E al tempo stesso l’esibizione ogni volta di una nuova sigla e di una nuova figura con cui incorniciarla: Ingroia, Spinelli, Tsipras, De Magistris, tutti annunciati come i salvatori, tutti immancabilmente smentiti. Senza che si sia mai tracciato un bilancio.

L’elemento che semmai ha distinto Unione Popolare rispetto alle esperienze precedenti sta nell’ancor più marcato carattere personalistico e autocentrato attorno alla figura di De Magistris e alla sua cultura cittadinista e istituzionalista. Assieme al gruppo dirigente di Rifondazione Comunista, De Magistris ha ricercato sino all’ultimo minuto utile l’accordo col M5S, nonostante venisse da un'intera legislatura di governo antioperaio e antipopolare. Il risultato è stato quello di contribuire a riverniciare come soggetto “di sinistra” un partito borghese, cioè ad avallare l’operazione trasformista di Conte. Il tentativo di correggere la rotta nelle settimane successive, dopo il rifiuto di Conte, non poteva rimontare gli effetti del guasto prodotto, a danno della stessa Unione Popolare. È vero che Potere al Popolo non ha condiviso l’apertura al M5S da parte di De Magistris e del PRC. Ma non ha messo in discussione l’impianto politico-culturale da cui quella proposta veniva: la ricerca di un blocco civico-progressista al posto di una sinistra di classe anticapitalista.

Questa impostazione rivolta alla “cittadinanza”, a scapito della centralità del lavoro salariato, non è isolata in Europa. È stata coltivata da Tsipras quale coperta ideologica della propria ascesa al governo dopo il 2015, quando gestì i memorandum della Troika contro le lavoratrici e i lavoratori greci. È stata assunta come marchio culturale da Podemos, che oggi siede con quattro ministri nel governo dell’imperialismo spagnolo, votando l’aumento delle spese militari e l’allargamento della NATO. È da tempo richiamata da Mélenchon, già ministro di Jospin al tempo dei bombardamenti di Belgrado, che ha costruito la propria France Insoumise attorno a un impasto populista di sinistra, sensibile al tricolore, equivoco sull’immigrazione, indifferente all’autodeterminazione delle colonie francesi d’oltremare. E che oggi, in nome dell’alleanza con il Partito Comunista Francese, i Verdi e la socialdemocrazia francese (NUPES) ha di fatto rimosso la stessa rottura con la NATO. Sono questi i riferimenti internazionali esibiti e rivendicati da De Magistris e Unione Popolare nella speranza (vana) di un beneficio elettorale. Ma cosa hanno a che fare con una prospettiva anticapitalista?

Ciò che ha fatto e fa la differenza in termini di fortune elettorali tra queste sinistre riformiste e la sinistra “radicale” di casa nostra è la diversa relazione con le dinamiche di massa.
Tutte le sinistre riformiste prima richiamate hanno incrociato processi di radicalizzazione. L’ascesa di Syriza fu il sottoprodotto della resistenza sociale prolungata delle lavoratrici e dei lavoratori greci alla rapina del capitale finanziario. Podemos fu innalzato dalla mobilitazione di massa degli indignados nel 2011. La parabola di Mélenchon si è intersecata con grandi mobilitazioni radicali contro Hollande e Macron. Il loro successo elettorale fu sempre un effetto distorto della radicalizzazione sociale. E quando ha portato quelle sinistre al governo, le ha poste contro le lavoratrici e i lavoratori e ne ha innescato la crisi.

In Italia lo stesso film è stato girato negli anni ‘90 e nei primi anni 2000, quando Rifondazione prima raccolse la domanda di rappresentanza e di svolta di ampi settori di massa, e poi la tradì in cambio di ministeri, votando missioni militari (Iraq e Afghanistan), precarizzazione del lavoro (con la terribile controriforma del Pacchetto Treu, votata nel 1997, quando il PRC era “solo” in maggioranza), detassazione dei profitti (7 miliardi di euro di riduzione annua solo per banche ed assicurazioni), etc... Quello fu il punto di rottura e di declino non solo del PRC, ma del movimento operaio italiano. Il salto dell’arretramento della sua coscienza politica, dei suoi livelli di mobilitazione, della sua stessa rappresentanza politica. A tutto vantaggio non solo dei padroni, ma dei peggiori populismi reazionari e della loro penetrazione nell’immaginario collettivo dei salariati. Le percentuali elettorali della sinistra radicale, tutta, sono la registrazione di questa dinamica. La ritirata di Rifondazione nel civismo democratico e progressista, nell’ultimo decennio, non ha fatto che accompagnare e aggravare il processo.

Si può invertire la rotta solo con un cambio drastico. Solo assumendo la classe operaia come riferimento centrale e la prospettiva di rivoluzione socialista come obiettivo strategico. Solo ponendo a tema la ricostruzione del partito della classe lavoratrice attorno ad un programma anticapitalista. Il partito che oggi manca, l’unico di cui le lavoratrici e i lavoratori hanno bisogno. Un partito che in ogni lotta e movimento si batta per unificare il fronte di classe, sviluppare la sua coscienza, ricostruire la fiducia nelle proprie forze, fare della classe operaia la direzione egemone di tutte le lotte di emancipazione e liberazione: ambientaliste, di genere, contro la guerra e gli imperialismi.

Questo cambio drastico di prospettiva è inseparabile da un bilancio. Il bilancio che il gruppo dirigente del PRC si è mostrato incapace di fare. Quando nel 2006 rompemmo col PRC, nel momento stesso della sua compromissione con Prodi, lo facemmo nel nome di una prospettiva strategica alternativa, realmente di classe e comunista. Allo stesso tempo indicammo che la scelta governista avrebbe avuto conseguenze deleterie sul PRC in quanto tale. Le elezioni del 2008 dimostrarono che avevamo avuto ragione anche su questo. Purtroppo per le tante e i tanti militanti colpiti dalla sconfitta, la logica comprensione che l’alternativa che avevamo indicato due anni prima era l’unica corretta fu bloccata assurdamente da una pretesa battaglia di sinistra all’interno del partito guidata da Paolo Ferrero. E così, come in altre drammatiche situazioni nella storia del movimento operaio, tante compagne e compagni in buona fede dimenticarono il passato recente. In questo caso dimenticarono che Paolo Ferrero era stato il solo ministro del PRC nel governo, che aveva votato a favore di tutte le misure antioperaie e militariste, e che non aveva mai, fino al disastro elettorale (dopo la caduta del governo per scelta di Mastella), sollevato la minima obiezione ad una politica di cui con Bertinotti era stato il massimo artefice e su cui non ha mai fatto alcun bilancio critico. Molte e molti di coloro che allora si illusero sulle posizioni di Ferrero sono “tornati a casa”, demoralizzati. Tante e tanti altri hanno retto di fronte a sempre nuove sconfitte. È ora che essi e quei pochi giovani che si sono aggiunti a loro traggano finalmente il bilancio del passato e del presente, e prendano un’altra via. La stessa che gli proponemmo per anni nel PRC e poi con la nostra rottura nel 2006. Gli effetti del crollo previsto del PRC sono ricaduti su tutti, anche sul PCL. Ma la prospettiva anticapitalista, rivoluzionaria, internazionalista è l’unica bussola da cui ripartire. L’unica che può segnare un cammino di coerenza, tanto più in tempi difficili.

Per questo vi proponiamo di costruire insieme il Partito Comunista dei Lavoratori. Un partito che non si è mai subordinato ai partiti borghesi né mai ha dovuto nascondersi in liste civiche.
Un partito comunista, di nome e di fatto.

Partito Comunista dei Lavoratori

Podemos in armi

 


7 Ottobre 2022

Rifondazione e Potere al Popolo hanno qualcosa da dire?

Il governo spagnolo ha approvato in Consiglio dei ministri la sua terza legge finanziaria. La particolarità rispetto alle leggi precedenti è l'aumento del 25% (!!) delle spese militari: oltre 12 miliardi. La ministra delle finanze María Jesús Montero, trionfante, ha dichiarato che lo stesso trend progressivo di aumento sarà necessario anche negli anni futuri consentendo così alla Spagna per il 2027-2029 di raggiungere il 2% del PIL di spese in armamenti richiesto dalla NATO. “Gli impegni del Presidente Sanchez si devono rispettare” ha dichiarato Montero. Non si riferiva a quelli presi con gli elettori, ma a quelli presi con i generali.

Il punto è che Podemos ha ben quattro ministri nel governo dell'imperialismo spagnolo. Ministri che si guardano bene dall'uscirne. Sfoggiano alate parole di pace, ma votano le spese di guerra del proprio governo. Proprio come facevano Bertinotti e Ferrero con Prodi.
Il punto è che Podemos è l'alleato spagnolo di Unione Popolare, appena celebrato da Luigi De Magistris in campagna elettorale, incassandone il plauso. PRC e Potere al Popolo hanno fatto la ola. Hanno ora qualcosa da dire?

Partito Comunista dei Lavoratori

Perché non possiamo indicare il voto per Unione Popolare

 


Lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC e di PaP

Care compagne e compagni,

questa lettera è per voi, non per altri. Perché a voi ci legano tante battaglie comuni.

Come sapete il PCL cerca sempre di essere presente alle elezioni per presentare il proprio programma rivoluzionario, ciò che non contraddice la ricerca della massima unità d’azione a sinistra sul terreno della lotta di classe. Tuttavia, in questo caso una normativa particolarmente reazionaria ci ha impedito di essere presenti come in altre occasioni, con l’eccezione della Liguria al Senato. In passato, nei casi di assenza obbligata dalla competizione elettorale, abbiamo spesso espresso un appoggio, sia pure critico, a liste della sinistra riformista. Ma in questo caso non riteniamo vi siano le condizioni per tale scelta.

Naturalmente respingiamo ogni ipotesi di sostegno alle liste di sinistra che oggi si presentano in coalizione col PD liberal-borghese (Sinistra Italiana) o in blocco rossobruno con destre sovraniste (come il partito di Rizzo). Pensiamo anzi che la denuncia di questa scelte debba rappresentare una occasione di chiarificazione.

Ma non per questo possiamo fornire un appoggio critico ad Unione Popolare. Unione Popolare si presenta come l’ennesima riedizione di una lista civica progressista in cui la sinistra classista (PRC e PaP) finisce col nascondersi. In passato fu Ingroia. Oggi è De Magistris. La logica ci pare immutata: la ricerca di un “rispettabile” esponente istituzionale o ex istituzionale di natura piccolo-borghese cui affidare la propria speranza di tornare in Parlamento. Nel caso di De Magistris la scelta ci pare ancor più subalterna che in passato. Perché l’unico scopo di De Magistris è costruire un proprio partito personale usando PRC e PaP come manovalanza elettorale. La disponibilità dei gruppi dirigenti di PRC e PaP ad assecondare questo disegno ci pare profondamente negativa. Ed oltretutto senza alcuna credibile aspettativa di superare il 3%.

La ricerca da parte di PRC e De Magistris di un accordo col M5S sino all’ultimo minuto non è stata un incidente, ma l’espressione di un’impostazione “cittadinista” di tipo democratico, estranea alla centralità del lavoro. Un’impostazione che di fatto si è resa disponibile a mascherare la natura stessa del grillismo nel momento del suo tracollo, sino ad accordarsi col partito più governativo di tutta la legislatura: firmatario dei decreti infami di Salvini, dell’aumento delle spese militari, del travaso di miliardi nel portafoglio delle imprese. È vero che Potere al Popolo non ha condiviso la proposta di accordo col M5S. Ma purtroppo non ha messo in discussione l’impostazione politico-culturale da cui quella proposta nasceva. Né il tentativo di recuperare la polemica contro il M5S negli ultimi giorni annulla il disastro della proposta iniziale di alleanza. Semmai cerca di rimontarne gli effetti.

Certo, il programma su cui Unione Popolare si presenta elenca diverse rivendicazioni progressiste, come fa ogni programma riformista. Ma appunto le subordina all’ennesima illusione di un possibile governo progressista del capitalismo. I riferimenti a Podemos, che con quattro ministri siede nel governo spagnolo, sono in continuità coi passati riferimenti al governo Tsipras. In entrambi i casi l’illusione riformista è stata schiaffeggiata dalla realtà. Nel caso di Tsipras dalla continuità delle politiche della troika. Nel caso di Podemos dalla permanenza delle politiche di respingimento dei migranti e dell’aumento delle spese militari. Quanto al mito di Mélenchon – ex ministro del governo Jospin e in quanto tale bombardatore di Belgrado – va osservato che pur di accordarsi col Partito Socialista ha rinunciato a rivendicare la rottura con la NATO. E che il suo sovranismo di sinistra, ostile alle bandiere rosse, non promette nulla di buono, al di là delle affabulazioni retoriche.

Il punto è che se la prospettiva rivoluzionaria è ritenuta impossibile l’unico orizzonte resta il governo del capitalismo. E questa prospettiva non riguarda il futuro, ma il presente. Un solo esempio. Cercando in tutte le sedi di mostrarsi uomo di governo nell’ambito delle istituzioni di questo Stato, De Magistris imprime alla campagna elettorale un taglio governista che scavalca a destra il programma di UP. Su il manifesto (20 agosto) dichiara che una volta in Parlamento UP potrebbe rendersi utile per la formazione di un futuro governo “se ci saranno condizioni per essere determinanti”.

Con chi se non col PD e il M5S? Inoltre, l’ex sindaco curva in chiave compatibilista le stesse proposte sociali. Sul caro bollette (3 settembre) rivendica “lo scostamento di bilancio”, alla coda del M5S. Ciò che significherebbe far nuovo debito pubblico a carico dei salariati. Un governismo esibito come prova di “concretezza” rivela in realtà l’equivoco di fondo di una impostazione.

L’equivoco peraltro è figlio del passato. Negli ultimi 30 anni il PRC è stato nell’area di governo per quattro anni complessivamente (coi due governi Prodi), Rizzo per ben sei anni (aggiungendo i governi D’Alema e Amato). Il solo PRC ha votato il lavoro interinale, il record di privatizzazioni in Europa, le leggi antimmigrazione Turco-Napolitano (con il blocco navale verso l’Albania, sino all’affondamento in mare di una nave di profughi con oltre 100 morti), la massima detassazione dei profitti di banche e imprese (IRES passata dal 34% al 27,5% nella finanziaria del 2007) e diversi rifinanziamenti delle missioni di guerra. “Errori” di cui si è fatto ammenda? No, sostegno all’avversario di classe contro la propria classe di riferimento. Il crollo della sinistra politica tra i salariati, e lo sfondamento populista che ne è seguito, hanno questa precisa radice. E hanno finito col colpire tutti. Anche chi quelle politiche le contrastò con forza, come nel caso del PCL.

Non pensiamo al passato, guardiamo al futuro” si obietta spesso. Ma se non si fa un bilancio della storia si è condannati a ripeterla. Del resto, tutti noi giustamente elenchiamo le responsabilità passate del PD e dei partiti borghesi (pensiamo agli ex dalemiani) contro ogni loro tentativo di camuffarle. Perché non applicare lo stesso metodo anche al bilancio della sinistra classista? Non è da comunisti usare due pesi e due misure.

La nostra scelta elettorale per tutte queste ragioni è l’astensione. Ciò non significa per parte nostra ignorare il fatto che molti di voi, magari condividendo in parte la nostra critica, intendano votare UP in contrapposizione ai partiti borghesi, cercando in UP uno strumento di replica all’avversario nel contesto dato. Non condividiamo questa illusione, ma la comprendiamo.

Tuttavia, vi chiediamo quantomeno di non votare le liste di UP laddove siano capeggiate, come capilista, o dall’ex sindaco De Magistris (e dai suoi sodali di DemA) o dall’ex ministro Paolo Ferrero. Nel primo caso perché De Magistris e la sua area impersonificano la scelta aclassista di Unione Popolare al suo massimo livello. Nel secondo caso perché Paolo Ferrero ha condiviso e gestito al massimo livello di responsabilità le misure antioperaie del governo Prodi in quanto ministro di quel governo, ed è espressione particolarmente negativa di ipocrisia riformista tra quanto si afferma e quanto si fa. Pensiamo che, in ogni caso, il voto di un comunista non possa e non debba rivolgersi a loro.

Come sapete, la nostra critica non significa in alcun modo rifiuto del confronto e dell’unità d’azione su obiettivi comuni sul terreno dell’azione. Al contrario, nei limiti delle nostre forze l’abbiamo sempre ricercata e praticata contro ogni forma di settarismo. Ma l’unità d’azione non esclude la chiarezza, che è anche una forma di rispetto.

Nella chiarezza vi diciamo che oggi manca una rappresentanza politica del lavoro salariato che il lavoro salariato possa riconoscere come tale. Questo è l’enorme vuoto dello scenario politico, allargato dal suicidio del PRC tra il 2006 e il 2008, che le diverse sinistre non solo non affrontano ma concorrono a preservare. Sia quelle che si subordinano a forze borghesi, sia quelle che si nascondono dietro panni civici.

Non è certo il PCL oggi con le sue forze che può colmare questo vuoto. E neppure l’alleanza elettorale che avevamo proposto in questa occasione straordinaria a diverse sinistre classiste, anticapitaliste, internazionaliste, purtroppo da queste declinata.

Ma oggi solo il PCL pone con forza l’esigenza di un partito della classe lavoratrice e di un programma d’azione anticapitalista, fuori e contro ogni illusione riformista. È questa l’esigenza che solleveremo in ogni mobilitazione, a partire dalle battaglie di autunno. Assieme alla proposta del più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche e sindacali.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro tutti i partiti borghesi

 


Manca una voce indipendente della classe lavoratrice

11 Settembre 2022

Volantino del PCL sulle elezioni politiche del 25 settembre

Il Partito Comunista dei Lavoratori non sostiene alcun partito o lista per le elezioni politiche del 25 settembre. Denuncia le condizioni particolarmente antidemocratiche e vessatorie, in fatto di raccolta firme in pieno agosto, che hanno precluso la nostra partecipazione (con l’eccezione della Liguria al Senato). Denuncia una scelta di calendario elettorale dettata esclusivamente dalla volontà di predisporre in tempi brevi il nuovo governo del capitale finanziario.

Siamo contro i partiti e schieramenti borghesi che si contendono il governo della stessa classe. Quella classe capitalista che insieme o in alternanza hanno tutti servito negli anni e nei decenni.

Siamo contro una destra reazionaria, oggi guidata dagli eredi in doppiopetto dell’estrema destra italiana, che vuole l’ulteriore detassazione dei ricchi a carico dei salariati e dei servizi sociali, l’inasprimento delle misure forcaiole contro gli immigrati, una nuova restrizione dei diritti democratici, il più libero saccheggio dell’ambiente, una riforma istituzionale che rafforzi il potere esecutivo in senso plebiscitario (presidenzialismo). Una destra legata ai sovranismi nazionalisti più reazionari d’Europa (Polonia, Ungheria, Russia), e che al tempo stesso cerca di ingraziarsi la benevolenza del capitale finanziario per ottenere semaforo verde. Come in passato. Come quando Giorgia Meloni votò da ministra di Berlusconi 8 miliardi di tagli alla scuola pubblica e poi la legge Fornero di Monti per pagare il debito pubblico alla banche.

Siamo contro il centro liberal-borghese, nelle sue diverse espressioni. Dal nuovo polo Renzi-Calenda che impugna la bandiera di Draghi, al Partito Democratico di Letta che candida Carlo Cottarelli a garanzia del grande capitale italiano ed europeo. Il PD è stato il principale partito dell’establishment e dell’attacco ai diritti sociali (precarietà, privatizzazioni, tagli sociali). La sua pretesa di fare da baluardo “democratico” è truffaldina. Il PD sostiene l’aumento massiccio delle spese militari in piena convergenza con la destra, le leggi elettorali maggioritarie che oggi consentono alla destra di ambire alla maggioranza assoluta del Parlamento senza avere la maggioranza assoluta dei voti, la difesa dei grandi monopoli energetici. Il PD ha arato sempre il terreno della destra, ingrassando le sue fortune.

Siamo contro il Movimento 5 Stelle, smascherato da una legislatura che l’ha visto governare con tutti i partiti padronali con un ruolo di massima responsabilità. I governi Conte hanno varato e gestito i famigerati decreti Salvini contro gli immigrati e i diritti di lotta di lavoratrici e lavoratori, l’aumento netto delle spese militari, la pura manutenzione dello sfascio della sanità pubblica negli anni drammatici della pandemia, subordinandosi per di più alle ingiunzioni padronali contro misure essenziali di sicurezza sanitaria (come in occasione della mancata zona rossa in Val Brembana). La pretesa del M5S di sopravvivere al proprio crollo, intestandosi la rappresentanza di istanze sociali, dimostra solo la sua natura truffaldina.

Non è presente purtroppo una alternativa di classe a sinistra. La sinistra cosiddetta radicale si è compromessa più volte in questi trent'anni nei governi padronali votando austerità e sacrifici. E oggi nessuno dei suoi partiti si è posto con chiarezza dalla parte della classe lavoratrice. Sinistra Italiana ha scelto la subordinazione al PD. Il PC di Rizzo ha completato il suo corso politico rossobruno facendo blocco con forze reazionarie. Unione Popolare dell’ex sindaco De Magistris ha inseguito (invano) l’alleanza col M5S sulla base di una impostazione “democratico-progressista” estranea a una matrice di classe riconoscibile. Il PCI esprime una impostazione subalterna verso la Russia di Putin e presenta come “paese socialista” l’imperialismo cinese.

In questo quadro non avanziamo, neppure criticamente, indicazioni di voto a sinistra. Non certo a Sinistra Italiana, arruolata dal PD come sua ruota di scorta. Ma nemmeno a Unione Popolare o, là dove è presente, al PCI. Vi sono alcuni settori d’avanguardia che possono cercare illusoriamente nel voto a Unione Popolare una forma di opposizione ai partiti dominanti. Non siamo indifferenti alle loro illusioni. Ma Unione Popolare è l’ennesima riedizione di una lista civica in cui la sinistra di classe si disperde e si annulla. Per di più in questo caso sotto l’egida dell’impronta di chi (De Magistris) cerca di costruire il “proprio” partito personale su una impostazione esplicitamente interclassista, e con il coinvolgimento di chi come Paolo Ferrero, da ministro del governo Prodi, votò la detassazione dei profitti e le missioni militari, e già sostenne il primo governo Prodi che fece il blocco navale contro i migranti albanesi.
La nostra scelta dunque è l’astensione. Invitiamo in ogni caso a non votare per liste di Unione Popolare ove capeggiate da De Magistris e i suoi sodali piccolo-borghesi o dall’ex ministro Ferrero.

Al di là del voto vogliamo porre ai lavoratori e alle lavoratrici, a partire dalla loro avanguardia, la questione decisiva: quella della costruzione di un partito della classe lavoratrice, autonomo da tutti i partiti borghesi, contrapposto al capitalismo e al suo Stato, che si batta in ogni lotta e su ogni terreno per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il partito che oggi manca, l’unico di cui la classe operaia ha bisogno. Avremmo voluto dar battaglia per la costruzione di questo partito anche sul terreno elettorale, presentandoci ovunque, come in passato, come Partito Comunista dei Lavoratori. Ma le norme particolarmente truffaldine che imponevano di raccogliere in pochi giorni d’agosto una montagna di firme autenticate hanno precluso questa possibilità, consentendoci la presentazione solo in Liguria, al Senato.

Il PCL porterà avanti in ogni caso la propria proposta anticapitalista. Le elezioni passano, la lotta di classe resta. Il prossimo autunno porterà con sé nuovi fronti di battaglia contro le classi dominanti e il loro governo, chiunque sarà il vincitore delle urne. L’esigenza del più ampio fronte unitario di lotta di tutte le organizzazioni della classe lavoratrice, politiche, sindacali, associative, sarà riproposta da ogni versante. Il nostro partito sarà in prima fila, come sempre, nel sostenerla.

- Per il blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari
- Per la requisizione immediata e integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici
- Per un forte aumento salariale di 300 euro netti e la reintroduzione della scala mobile dei salari
- Per un salario minimo di 12 euro all’ora, 1500 euro netti mensili
- Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco da investire in sanità, scuola, risanamento ambientale, energie rinnovabili, rete idrica
- Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore a parità di paga
- Per il blocco dei licenziamenti e la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano
- Per la cancellazione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti
- Per l’abbattimento delle spese militari, contro ogni guerra imperialista


Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzare compiutamente queste misure di svolta. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà strappare cammin facendo risultati parziali. Costruire controcorrente la coscienza di questa verità è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.




(per scaricare il volantino: https://www.pclavoratori.it/cms_utilities/download.php?id_bin=6419)

Partito Comunista dei Lavoratori