Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta BRICS. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta BRICS. Mostra tutti i post

Lo stretto di Hormuz e le contraddizioni imperialiste

 


Il vicolo cieco della guerra di Trump. Il cinico baratto tra imperialismi vecchi e nuovi

English version

“Liberare lo stretto di Hormuz, consentire la libera navigazione e il libero commercio”. Questa è diventata l’invocazione di tutte le potenze imperialiste, a partire naturalmente dagli Stati Uniti. Ed anche la possibile bandiera per un allargamento della guerra di aggressione contro l’Iran. Non è un caso, visto che da Hormuz passa un quinto del trasporto mondiale di greggio e una quota ben superiore di gas, di alluminio, di elio, tutti vitali per l’economia mondiale.

Ma le stesse potenze che invocano la “liberazione” dello stretto non sanno bene come procedere. Il Presidente USA, lo stesso che ogni giorno da quindici giorni dichiara che “il nemico è stato annientato” e che “la guerra è vinta”, supplica l’aiuto di quelle potenze imperialiste alleate che non aveva neppure informato dell’attacco. Ma gli imperialismi alleati tentennano. Da un lato vogliono compiacere gli USA, dall’altro non vogliono essere trascinati in guerra. Tanto più a fronte della insospettata resistenza militare iraniana. Una coalizione di navi militari per liberare Hormuz? È possibile ma… a guerra finita dichiarano gli imperialismi europei. Quando cioè non ve ne sarebbe più bisogno.

Imperialismi che forniscono agli USA appoggi logistici, supporti operativi, condivisione di basi militari in Medio Oriente, Italia inclusa, non vogliono figurare come complici di Trump. Lo sono ma in una forma che vorrebbe essere anonima. Perché la guerra di Trump, già impopolare negli USA, lo è ancor più in Europa. Perchè Trump continua ad umiliare gli imperialismi alleati, cui chiede aiuto rilanciando sulla loro testa il mercanteggiamento con Putin. Perché il Board of Peace a guida Trump taglia fuori gli imperialismi europei dalla spartizione coloniale del Medio Oriente. Perché dunque immolarsi per una guerra subita e per di più rovinosa?

Meglio tirare il sasso e nascondere la mano dietro le quinte. Meglio provare a trattare sotto banco con l’Iran il lasciapassare per le proprie navi e chiedergli clemenza per i propri alleati del Golfo. Tutti regimi dispotici non meno del regime iraniano. Tutti fondati sullo sfruttamento schiavile di lavoro immigrato. Tutti coinvolti nell’aggressione all’Iran, o come diretti propugnatori della guerra (Arabia Saudita) o come fornitori attivi di basi militari, radar, intelligence all’imperialismo USA (Kuwait, Bahrein, Qatar e soprattutto Emirati Arabi Uniti). Ma tutti clienti d’affari di tutti i paesi imperialisti, grandi o piccoli. La richiesta corale della loro protezione è solo la protezione dei propri affari.

E la Russia, e la Cina? Dove è finito il favoloso mondo dei BRICS, lo “scudo protettivo” del Sud del mondo, l’alternativa reale allo strapotere americano?

Iran ed Emirati, entrambi associati nei BRICS, sono tra loro in guerra. L’imperialismo russo, legato formalmente all’Iran da un accordo di partneriato strategico, non solo si guarda bene dal proteggere il proprio alleato, magari fornendogli strumenti vitali di contraerea, ma punta a incassare compiaciuto i vantaggi che la guerra sionista americana gli assicura: maggiori proventi dall’accresciuto prezzo del petrolio, maggiore possibilità di finanziare la propria guerra di invasione dell’Ucraina, maggiore forza contrattuale verso l’imperialismo americano nel negoziare la spartizione del paese invaso. Più la guerra di aggressione all’Iran si prolunga, più l’imperialismo russo si avvantaggia sullo scacchiere strategico per lui decisivo.

In cambio dell’apertura americana sull’Ucraina, la Russia si è già astenuta all’ONU sul piano coloniale di Trump per la Palestina. Ed oggi, come già a giugno, si propone come calmiere dell’Iran: come suo suggeritore di prudenza e moderazione nella reazione all’aggressione. Il blocco di Hormuz per la Russia è in definitiva solo un vantaggio. Ancor più se formalmente se ne dissocia.

Quanto alla Cina, ha ottenuto dall’Iran il lasciapassare per le proprie navi e il proprio greggio nello stretto di Hormuz. Per il resto chiede all’Iran di risparmiare il più possibile le monarchie del Golfo, tutte – ma proprio tutte – coinvolte in grandi affari (anche) con l’imperialismo cinese. Anch’esso astenutosi al pari della Russia in sede ONU sul piano per Gaza. Anch’esso coinvolto in prima persona con le proprie aziende nella oppressione della Cisgiordania occupata.

Come la Russia, anche la Cina non voleva la guerra sionista americana all’Iran, alleato di entrambi. Ma una volta che la guerra c’è, l’unica preoccupazione di Pechino come di Mosca non è quella di sostenere l’alleato, ma di trarne un utile per i propri interessi imperialistici. Sicuramente la Cina da grande potenza mondiale non vuole un blocco dell’economia globale. Ma se il blocco si produce a causa della chiusura dello Stretto, saranno altri, non la Cina, a pagare il prezzo maggiore.

Insomma, l’Iran è “alleato” della Cina solo in veste di garante delle navi cinesi e della loro navigazione petrolifera, non certo in veste di paese difeso e protetto dall’aggressione. Tra i BRICS infatti, come ad altre latitudini del globo, vi sono padroni (imperialisti) e vassalli (semicoloniali). Cina e Russia sono tra i primi, l’Iran appartiene ai secondi. Sarebbero i BRICS l’alternativa strategica agli USA?

Tutto lo scenario mondiale ripropone una verità di fondo. I salariati, i popoli oppressi, i paesi semicoloniali aggrediti non hanno protettori nelle alte sfere di questo o quell’altro imperialismo. Sono solo merce di scambio dei loro traffici e delle loro guerre. Solo il rovesciamento dell’imperialismo e del capitalismo potrà liberare un futuro diverso dell’umanità.

Contro la guerra sionista americana, via l’imperialismo dal Medio Oriente!

Contro ogni missione imperialista per “liberare” Hormuz!

Via l’Italia dalla missione Aspides nel Golfo Persico!

Partito Comunista dei Lavoratori

Imperialismo russo e stato sionista. Le lezioni della crisi iraniana

 


Perché USA, Israele, Russia hanno votato all'ONU contro la condanna dell'invasione dell'Ucraina? Ciò che il campismo non vuole vedere

30 Giugno 2025

English version

La vicenda della guerra contro l'Iran illumina diversi aspetti dello scenario mondiale. Anche quelli che magari non sono immediatamente evidenti. O quelli che la cecità ideologica del campismo si rifiuta di vedere. È il caso del rapporto fra l'imperialismo russo e lo stato sionista. Ma andiamo con ordine.

Il primo fatto inoppugnabile che è emerso è stato il rifiuto di ogni assistenza militare russa e cinese all'Iran, quando si trovava sotto attacco. Dichiarazioni “preoccupate”, peraltro molto prudenti, ma solo parole. Nessun impegno di protezione militare, fosse pure declinato al futuro, fosse pure come minaccia deterrente, tanto meno un aiuto militare diretto. La potenza di fuoco sionista (e poi a supporto i bombardieri americani) ha potuto dispiegarsi per dodici giorni nei cieli di Teheran, dopo aver distrutto la sua contraerea, senza che nessun grande alleato dell'Iran si muovesse a sua difesa. Putin ha sentito il bisogno di precisare che il partenariato fra Russia e Iran – celebrato con squilli di tromba alcuni mesi prima – non prevede formalmente l'impegno vincolante ad un aiuto militare all'Iran in caso di attacco ostile, ma solo quello di non aiutare l'aggressore. Resta in ogni caso la scelta politica russa di rifiutare l'assistenza, persino come minaccia.
Un paradosso: il regime teocratico iraniano ha fornito alla Russia fior di droni con cui sventrare le città ucraine, ma non ha ottenuto neppure uno spicciolo di contraerea nel momento drammatico del bisogno. Non l'ha ottenuta né da Putin né dal regime nord-coreano (non certo avaro di aiuti alla Russia) né dalla Cina, che pur si serve del petrolio iraniano. Niente.
Anche l'area BRICS è dominata al suo interno da relazioni imperialiste: Russia e Cina sono al comando, il resto è un loro utile magazzino.

Di più. Tutte le dichiarazioni “preoccupate” della diplomazia russa e cinese, che proponevano la ripresa del negoziato fra USA e Iran, partivano da un presupposto comune: la volontà di rassicurare in ogni caso la cosiddetta comunità internazionale (cioè innanzitutto gli stati imperialisti ed Israele) sul fatto che l'Iran non avrebbe costruito la sua bomba. La stessa disponibilità russa ad acquisire e controllare in proprio l'uranio iraniano si proponeva come forma di garanzia da offrire a USA e Israele circa il disarmo dell'Iran.
Ma per quale ragione avallare l'arrogante veto sul nucleare iraniano da parte della principale potenza nucleare del pianeta (USA) e dallo stato nucleare sionista? La Russia e la Cina, a capo dei BRICS, non si presentano forse come gli araldi di un nuovo ordine mondiale, che porti finalmente equità e giustizia? Non è questa la narrazione ideologica ripresa a gran voce da tutta la propaganda campista ad ogni latitudine del mondo?

La verità è che l'imperialismo russo e l'imperialismo cinese coltivano esclusivamente i propri interessi, esattamente come fanno l'imperialismo USA, gli imperialismi europei, e lo stato sionista. Il nuovo ordine mondiale di cui parlano Russia e Cina è solamente il proprio diritto a negoziare con gli imperialismi concorrenti una nuova spartizione del mondo.
Oggi Donald Trump si presenta come loro interlocutore a nome dell'imperialismo USA, proprio per la più aperta disponibilità negoziale rispetto al passato. L'idea di una trattativa planetaria fra le tre grandi potenze (USA, Russia, Cina) per la spartizione delle rispettive aree di influenza, scavalcando ed emarginando gli imperialismi europei, è infatti la linea della nuova amministrazione americana. Chi non ha capito questo non ha capito l'essenziale del nuovo scenario mondiale. Gli imperialismi europei oggi si riarmano non semplicemente “perché glielo ha chiesto Trump”, ma soprattutto perché temono di essere scaricati da Trump. Solo riarmandosi, a carico dei propri salariati, possono sperare di recuperare potere negoziale, e dunque un posto a tavola nella nuova spartizione del mondo.

Un riflesso di questo scenario l'abbiamo visto negli stessi giorni della crisi iraniana. Trump ha ottenuto da Putin una pressione diplomatica sull'Iran perché si limitasse ad una reazione simbolica al bombardamento americano, di fatto concordata con gli stessi USA. In cambio, ha offerto a Putin la propria apertura sull'Ucraina, ciò di cui Putin ha bisogno.

Ma non c'è solo questo. Nella postura defilata della Russia sulla partita iraniana c'è anche la relazione dell'imperialismo russo con lo stato sionista. Una relazione profonda, dissimulata in parte, ma prolungata nel tempo. Il voto congiunto in sede ONU tra USA, Russia e Israele il 24 febbraio 2025 contro la condanna dell'invasione russa dell'Ucraina (nel terzo anniversario dell'invasione) è solo l'emersione di questa verità inconfessabile.
Le relazioni speciali dello stato sionista sono due: la prima con gli Stati Uniti, la seconda con la Russia. Durante tutta la guerra russa in Ucraina, lo stato sionista ha tenuto una posizione neutrale. Israele si è chiamata fuori dalle sanzioni occidentali contro la Russia, come la Russia si è ben guardata dal rompere con Netanyahu sulla questione palestinese. La presenza russa in Israele è testimoniata da Roman Abramovich, il secondo uomo più ricco di Israele, e dall'origine russa di larga parte dei geni dell'hi tech israeliana.
Quando crollò l'URSS, un milione di russi emigrò in Israele: avrebbero preferito andare in America, ma Israele ottenne dagli USA il blocco dei visti, per dirottare il flusso in direzione di Tel Aviv. In molte città israeliane si parla solo russo. La componente ebraica di estrazione russa è oggi uno dei bastioni della destra israeliana. Peraltro, la storia stessa della colonizzazione sionista dal 1904 al 1914 si fondò in larga misura sull'immigrazione russa.
Anche dopo la fine della guerra fredda, l'intesa fra Israele e Russia non è mai venuta meno. Ai tempi di Bashar al Assad, Mosca controllava lo spazio aereo della Siria alleata. Ciò nonostante, l'aviazione israeliana aveva licenza di colpire il traffico d'armi tra Iran e Libano, senza che la Russia reagisse (neppure quando un aereo russo fu abbattuto per sbaglio dagli israeliani).

Il campismo è cieco. Il marxismo rivoluzionario no. Nessun popolo oppresso del Medio Oriente può contare su imperialismi amici. Perché non esistono imperialismi amici dei popoli oppressi .Un nuovo ordine del mondo o sarà socialista o non sarà. Solo la rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'Iran è solo contro l'aggressione sionista, coperta da tutti gli imperialismi d'Occidente

 


Mentre Russia e Cina negano ogni aiuto reale all'Iran

English version

La guerra dello stato sionista contro l'Iran ha il diretto sostegno, e/o la copertura politica, di tutti i vecchi imperialismi di America ed Europa. Senza che i nuovi imperialismi (Russia e Cina), rivali dei primi, muovano un dito per difendere l'Iran. È un fatto. Denso di significato politico, per chiunque voglia guardare in faccia la realtà.

Innanzitutto: la guerra sionista in poche ore ha fatto tabula rasa delle ipocrite recite umanitarie degli imperialismi europei dopo 70000 mila palestinesi ammazzati. Tutti i governi del vecchio continente si sono schierati come un sol uomo a sostegno del “diritto di Israele all'autodifesa” contro l'Iran. Nessuna sorpresa. È il replay su scala diversa del post-7 ottobre, e più in generale della rappresentazione capovolta della storia di Israele e del Medio Oriente. Quella storia che dipinge lo stato sionista come baluardo democratico assediato dagli arabi e dai persiani. Il fatto paradossale che l'unico stato del Medio Oriente dotato di (duecento) testate nucleari pretenda di vietare ad un altro stato della regione di costruirne una è rimosso nella sua enormità, come ogni evidenza di verità. Mentre il diritto dell'Iran alla propria autodifesa contro l'aggressione sionista – un diritto elementare di sovranità – viene denunciato come... escalation.
L'abbiamo detto e lo ripetiamo: il regime teocratico reazionario di Teheran è nemico dei lavoratori e delle masse oppresse dell'Iran. Ma sono queste, e solo queste, che hanno diritto di rovesciarlo, per una propria alternativa di società. Non certo il regime sanguinario di Netanyahu per il proprio controllo dispotico del Medio Oriente.

I fatti dimostrano che il terrorismo di Israele ha in ogni caso e ovunque il passaporto della “legalità”, a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria, ed ora in Iran: è il passaporto di uno stato coloniale col timbro certificato dell'imperialismo. Lo stesso imperialismo, prima britannico, poi americano, che benedisse ab origine la colonizzazione sionista della Palestina (nel 1948 con il voto e le armi di Stalin). Tutta la storia di Israele è in fondo la replica della sua genesi.

Ciò che invece non dovrebbe essere scontato, stando alla logica della sinistra campista, è il comportamento della Russia e della Cina.
Russia e Cina, com'è noto, hanno relazioni dirette con l'Iran. La Russia ha formalmente stipulato un partneriato strategico con Teheran (politico, diplomatico, economico, militare). La Cina è il principale cliente del petrolio iraniano. L'Iran è parte, del resto, della famosa area dei BRICS a guida russo-cinese, da più versanti esaltata come contraltare democratico e progressivo alla NATO.
Bene. Cosa stanno facendo Russia e Cina per aiutare l'Iran, nel momento dell'aggressione sionista? Niente di niente. Non parliamo, ovviamente, di un ingresso in guerra, che sarebbe catastrofico. Parliamo semplicemente di un aiuto militare, che è cosa qualitativamente diversa. L'Iran avrebbe ad esempio un disperato bisogno di aiuto nella difesa aerea, per proteggere città, infrastrutture, aziende. E avrebbe tutto il diritto ad usare ogni aiuto degli imperialismi alleati per difendersi dall'aggressione sionista. Così come l'Ucraina ha diritto a usare gli aiuti degli imperialismi NATO per difendersi dall'invasione dell'imperialismo russo. Invece, niente.

La Cina, che sta trattando con gli USA sui dazi, si è limitata ad una platonica “preoccupazione”. Putin ha telefonato a Trump, sostenitore decisivo della macchina da guerra israeliana – nel momento stesso in cui Trump esaltava il successo militare di Israele – per offrire un aiuto diplomatico... agli USA per una imprecisata mediazione.
Immaginiamo il messaggio: “Caro Trump, se hai bisogno di un aiuto per ottenere la capitolazione dell'Iran sono disponibile... Basta che tu in cambio ci lasci proseguire, come già stai facendo, la nostra guerra d'invasione in Ucraina, nel nome della sua futura spartizione tra noi”.
La verità è che l'imperialismo russo, come l'imperialismo cinese, non ha alcuna intenzione di rovinare le proprie relazioni negoziali con gli USA, e neppure con Israele, per difendere un proprio alleato. Neppure quando questi è sotto le bombe sostenute dagli imperialismi rivali.

Per le potenze imperialiste vecchie e nuove, il mondo è solo un tavolo da gioco. Per loro, i diritti dei popoli sono solo merce di scambio. Non esistono imperialismi “amici”. I popoli oppressi, a partire dal popolo di Palestina, non hanno da attendersi nulla da quel versante. Solo una mobilitazione rivoluzionaria dei popoli oppressi può liberare il Medio Oriente dal sionismo e dall'imperialismo. Solo una rivoluzione socialista internazionale può liberare il mondo dai banditi che lo dominano.

Partito Comunista dei Lavoratori

Congresso di Rifondazione Comunista, lo scontro tra due posizioni diversamente subalterne


 Il congresso di Rifondazione Comunista si è appena concluso. Il segno del congresso è dato dallo scontro frontale tra due schieramenti interni di pari consistenza. Il primo a sostegno del segretario Maurizio Acerbo, il secondo sospinto dall'ex ministro Paolo Ferrero. È lo scontro che ha investito gli ultimi tre anni di vita del PRC, a livello centrale e nelle federazioni, senza risparmio di colpi. Il sostanziale equilibrio nel rapporto di forza tra i due schieramenti contrapposti si è riflesso nel risultato congressuale: settanta voti di differenza tra la mozione Acerbo e la mozione alternativa di Ferrero, a vantaggio del primo. Il segretario nazionale Maurizio Acerbo è stato confermato con un solo voto di scarto dal Comitato Politico Nazionale eletto dal congresso. Tutto lascia pensare che lo scontro proseguirà nel tempo a venire. L'unico fatto certo è che la crisi del PRC è ben lungi dall'essere risolta.


Dopo tre anni di instancabile guerriglia interna, l'ex ministro Ferrero non è riuscito a detronizzare il segretario Acerbo. Il segretario è sopravvissuto alla guerra ma non ha recuperato il controllo reale del partito. Se la posta in gioco del congresso era il controllo di ciò che resta del PRC, nessuno dei due schieramenti può cantare vittoria.
Ma non è questo l'aspetto che a noi interessa. Ci interessa invece esaminare il contenuto politico delle due posizioni a confronto. Due posizioni diversamente subalterne, accomunate da una inossidabile logica riformista. E al tempo stesso due posizioni che faticano nel quadro politico attuale a ritagliarsi uno sbocco politico reale, al di là delle retoriche di accompagnamento.

Il documento congressuale di maggioranza (Acerbo) si fonda su una precisa opzione politica: la volontà di ricomporre la relazione con il centrosinistra, in funzione di una prospettiva di governo borghese. È il richiamo nostalgico della foresta. Il tentativo di uscire dall'isolamento ritornando nella “politica che conta”.
Il riferimento esplicito alle esperienze di governo, passate e presenti, di diversi partiti della sinistra europea, da Syriza a Podemos, non è casuale. Questo è il vero contenuto della posizione di maggioranza. Naturalmente questo contenuto è avviluppato dalle immancabili rassicurazioni formali: “non intendiamo entrare nel campo largo, che vuole essere un'alleanza senza principi e programma, costruita solo su una generica opposizione alla destra... noi proponiamo al contrario punti dirimenti di programma...», ecc. ecc. In realtà è il solito vecchio canovaccio retorico del condizionamento programmatico a sinistra di PDS, DS, PD, evocato per quasi quindici anni da Fausto Bertinotti (con la sola opposizione della sinistra rivoluzionaria interna da cui nascerà il PCL) per motivare la propria prospettiva governista.

Prospettiva governista che ha coinvolto ciclicamente il PRC nelle politiche antioperaie e autodistruttive dei due governi Prodi. Nel primo caso (1996-1998), in maggioranza di governo, votando l'introduzione del lavoro interinale, il record europeo delle privatizzazioni, i campi di detenzione amministrativa per i migranti (legge Turco-Napolitano). Nel secondo caso (2006-2008), questa volta all'interno del governo, votando l'abbattimento delle tasse sui profitti di imprese e banche (IRES, dal 34% al 27,5%!), l'aumento delle spese per la Difesa, il sostegno alle missioni militari.
Sono politiche che hanno colpito i lavoratori e le lavoratrici, spianando la strada all'influenza reazionaria nelle loro file. Sono le politiche che distrussero il PRC come riferimento di massa, precipitando la sua crisi rovinosa.
La vera differenza è che allora il PRC aveva una rendita di posizione negoziale per candidarsi a sinistra del centrosinistra. Oggi quello spazio è presidiato da Sinistra Italiana. Pertanto l'unica possibilità reale di questa opzione politica è sperare di aggregarsi a Fratoianni come ultima eventuale ruota del carro. A questo si riduce la Rifondazione Comunista?

Il documento di minoranza di Paolo Ferrero contesta formalmente la ricomposizione col centrosinistra, la denuncia come capitolazione, e nello slancio critico giunge persino a riconoscere che la crisi del PRC non inizia col congresso di Chianciano del 2008 ma con le scelte di governo precedenti. Salvo rimuovere lo spiacevole dettaglio che il ministro di Rifondazione nel governo Prodi era proprio... Paolo Ferrero. Cioè colui che più di ogni altro si spese per la scelta governista del partito in contrapposizione alla sinistra rivoluzionaria del PRC; colui che più di ogni altro difese tra il 2006 e il 2008 la propria permanenza nel governo, contro l'ipotesi di un passaggio al sostegno esterno, ventilata dall'allora segretario Franco Giordano.
È un caso che il documento di minoranza rimuova totalmente la materialità delle scelte antioperaie dei due governi Prodi? Il bilancio di quella stagione viene ridotto all'eufemismo della impermeabilità del centrosinistra alle proposte riformatrici del PRC. Che è il modo di assolvere la permeabilità del PRC di Ferrero alle politiche controriformatrici del centrosinistra borghese.

La proposta “alternativa” del documento di minoranza è indicativa. La sintesi è che bisognerebbe «fare come Mélenchon»: prima capovolgere i rapporti di forza con la socialdemocrazia, grazie ad una politica autonoma, e poi ricomporre l'alleanza sotto la propria egemonia e candidarsi a governare come sinistra-centro.
Al di là di ogni principio di realtà (e delle profonde differenze con lo scenario francese), il governo del capitalismo resta dunque la bussola strategica di Ferrero. L'alfa e l'omega. La stella cometa, insensibile ad ogni lezione dell'esperienza. «Fare come Mélenchon» è la versione attuale del «fare come Tsipras». Salvo ignorare che il governo Tsipras, idolatrato a suo tempo da tutta la sinistra “radicale”, ha gestito le politiche antioperaie della troika contro la propria base sociale, e contro la domanda di svolta che ne aveva sospinto l'ascesa. E che Melenchon, già ministro di Jospin, ha un programma riformista simile a quello originario di Tsipras, prima che la sua esperienza di governo ne rovesciasse brutalmente il segno.
La verità è che oggi, dentro la crisi capitalistica e la polarizzazione dello scontro interimperialista, non c'è più lo spazio storico del riformismo, nonostante le illusioni dell'ex ministro Ferrero.

Ma l'aspetto più sconcertante del documento alternativo è la esaltazione dei BRICS, sino alla rivendicazione della adesione dell'Italia ai BRICS. Invece della doverosa contrapposizione a tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, nel nome dell'interesse internazionale della classe lavoratrice e dei popoli oppressi, si rivendica il sostegno ad uno dei due poli imperialisti contro l'altro, nel nome del multipolarismo e della lotta contro la guerra. Ma le dinamiche di guerra non sono forse sospinte proprio dalla presenza di diversi poli imperialisti, gli uni contro gli altri armati, che si disputano la spartizione del pianeta? Il multipolarismo imperialista è esattamente l'attuale geografia del mondo. La lotta contro la guerra o è la lotta contro tutti gli imperialismi, e a difesa di tutti i popoli da questi oppressi, o non è. Dire che l'imperialismo cinese e russo sono fattore progressivo e di pace significa capitolare alla loro propaganda imperialista, speculare alla propaganda dell'imperialismo NATO di casa nostra.

La verità è che il documento alternativo strizza l'occhio a Potere al Popolo, e anche per questo si sintonizza sull'impostazione campista del suo gruppo dirigente (Rete dei Comunisti). Salvo tacere, in un documento tutto imperniato sulla lotta alla guerra, che Mélenchon vota l'invio di armi all'Ucraina (ben al di là del giusto sostegno all'Ucraina contro l'imperialismo russo, e dunque del suo diritto ad usarle). E che Unione Popolare, con Potere al Popolo, è sepolta da anni. Non sarà Ferrero a resuscitarla. Tanto più avendo perso il congresso.

In conclusione. Siamo stati ripetutamente accusati di muovere una critica al PRC basata sul passato. Ma senza un bilancio onesto del passato come è possibile tracciare una nuova via? Peraltro è stato proprio il passato a dominare, in forma diretta o indiretta, il confronto interno al congresso del PRC. Il nodo del rapporto col centrosinistra, la questione strategica del governo, l'esperienza della sinistra europea richiamano inevitabilmente il tema del bilancio. Semplicemente, il congresso ci ha detto una volta di più che chi non impara dalla storia è destinata a ripeterla. Magari in formato ridotto e residuale, come speranza del proprio immaginario.

La verità è che Rifondazione Comunista è da tempo una sopravvivenza postuma. La Rifondazione Comunista quale riferimento largo e riconoscibile da ampi settori di classe e di avanguardia morì diciannove anni fa tra le braccia di Prodi. I gruppi dirigenti di ciò che è rimasto di quel partito appaiono prigionieri del suo passato, incapaci sia di elaborare il lutto che di rimontare la china del loro disastro.
Ai militanti coerentemente comunisti del PRC che non vogliono restare sotto le macerie del proprio partito, e che al tempo stesso non si rassegnano alla passivizzazione e alla resa, proponiamo di costruire insieme, controcorrente, il Partito Comunista dei Lavoratori, sulle basi di principio del marxismo rivoluzionario. Le uniche basi che non si piegano come canne al vento. Le uniche basi che possono armare un reale progetto anticapitalista, sul terreno nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori