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Dichiarazione della LIS – Fuori Israele dal Libano

 


Sconfiggere il mostro sionista è una causa di tutta l’umanità. Solidarietà attiva con il popolo libanese

Il 2 marzo, appena due giorni dopo l’inizio dell’aggressione sionista e statunitense contro l’Iran, lo Stato genocida di Israele ha invaso il Libano. Solo nell’ultimo mese, Israele ha sottratto oltre il 15% del territorio nel sud del Paese, distrutto più di 10.000 abitazioni e costretto alla fuga un milione di persone su una popolazione totale di poco più di sei milioni. Le azioni criminali di Israele, cioè non solo l’incursione del suo esercito ma i bombardamenti in tutto il paese, hanno già ucciso più di 1.500 abitanti. Solo l’8 aprile, in dieci minuti, hanno lanciato più di 160 missili sulla popolazione civile indifesa di Beirut, distruggendo interi edifici e infrastrutture e causando 300 nuove vittime.

Gli attacchi del sionismo contro il Libano e altri paesi del Medio Oriente sono iniziati diversi anni fa. Queste azioni fanno parte della strategia dello Stato di Israele e degli Stati Uniti per ridisegnare la mappa del Medio Oriente in modo da soddisfare i propri interessi. Negli ultimi anni, abbiamo assistito al genocidio sionista in corso a Gaza, all’avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, all’invasione della Siria, ai bombardamenti dello Yemen e all’attacco criminale contro l’Iran, in cui gli israeliani hanno sganciato decine di migliaia di bombe e ucciso migliaia di bambini e civili, oltre a funzionari del regime. L’aggressione che hanno scatenato nella regione ha portato alla diffusione del conflitto in più di dieci paesi, e minaccia di continuare ad espandersi.

L’imperialismo e Israele hanno incontrato una resistenza inaspettata in Iran. La fragile tregua firmata di recente ha rappresentato per Trump una via d’uscita dalla situazione estremamente complessa in cui si trova. Afflitto dalla sua crescente impopolarità in patria e dalla crisi economica causata dal blocco dello Stretto di Hormuz, ha dovuto firmare una tregua e accettare di negoziare un accordo che, se portato a termine, rappresenterebbe una chiara vittoria per l’Iran e dimostrerebbe che il mostro non è invincibile. Ma dovremo aspettare e vedere come si evolveranno gli eventi. Il giorno dopo la presunta tregua, Israele ha sferrato l’attacco più sanguinoso contro Beirut a recente memoria d’uomo. Per rappresaglia, l’Iran ha chiuso nuovamente lo Stretto di Hormuz.

Israele, che è stato costretto a sostenere il cessate il fuoco in Iran, si rifiuta di estendere il cessate il fuoco al Libano. Ciò aggraverà la crisi umanitaria e la possibilità che scoppi una guerra civile confessionale nel Paese, poiché le centinaia di migliaia di sfollati provenienti dal sud, per lo più la base sociale e religiosa di Hezbollah, sono costretti a stabilirsi in zone a maggioranza cristiana, il che ha già iniziato a causare attriti e scontri.

Netanyahu sta affrontando aspre critiche sul fronte interno per aver accettato di sospendere l’offensiva contro l’Iran senza aver raggiunto gli obiettivi promessi. La sua posizione sul fronte interno è sempre più precaria. Esiste la possibilità che perda le elezioni e finisca per essere accusato di corruzione. Questo spiega il suo approccio aggressivo in Libano.

È necessaria una campagna internazionale per sostenere il popolo libanese e opporsi alla brutale aggressione portata avanti dall’enclave colonialista. Il Libano ha tutto il diritto di difendersi. E i rivoluzionari e coloro che difendono la democrazia in tutto il mondo hanno l’obbligo di stare al loro fianco e lottare per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano.

GUERRA ESTERNA E INTERNA

Mentre nel sud infuria il combattimento corpo a corpo contro gli invasori, il governo libanese sta manifestando la propria disponibilità a negoziare e a riconoscere, per la prima volta nella storia, l’esistenza dello Stato di Israele. È arrivato addirittura a ritirare il proprio esercito dal sud del Paese per agevolare l’incursione dell’esercito israeliano. La sua priorità è diventata il conflitto confessionale con Hezbollah, che cerca di sconfiggere e disarmare, invece che la difesa del paese dall’invasione sionista.

A sua volta, Hezbollah, nonostante il suo eroismo, è incapace, a causa della sua ideologia confessionale e della sua subordinazione agli interessi dell’Iran, che pone anche al di sopra degli interessi del popolo libanese, di unire la maggioranza della popolazione attorno al suo progetto e di guidare un processo di liberazione nazionale.

Ciò rende più che mai necessario contribuire a costruire un’alternativa politica rivoluzionaria, in grado di unire le masse sfruttate e oppresse attorno a una strategia non confessionale, che lotti per sconfiggere il sionismo e al contempo liberare definitivamente il Paese dalla sottomissione semicoloniale e dal saccheggio di cui è vittima per mano di molte potenze imperialiste. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario strappare il potere alle molteplici espressioni della borghesia libanese e instaurare un governo dei lavoratori e dei poveri.

Questa prospettiva può essere realizzata solo nell’ambito di una lotta internazionale, a fianco degli altri popoli arabi, che devono affrontare la sfida di liberarsi delle monarchie e dei governi dittatoriali complici degli interessi imperialisti, e di unirsi a una rivoluzione nella regione che istituisca una libera federazione di repubbliche in Medio Oriente. Crediamo che solo da comunisti si possa ottenere una vittoria definitiva sull’occupazione e sull’imperialismo.

SOLIDARIETÀ ATTIVA CON IL POPOLO LIBANESE

Il popolo libanese ha bisogno di noi. Come Lega Internazionale Socialista (LIS) lanciamo un appello per una campagna internazionale a sostegno della sua lotta contro l’invasore. Allo stesso tempo, ci impegniamo a raccogliere e inviare risorse a sostegno dei giovani comunisti che, in maniera indipendentemente dal governo e dai gruppi confessionali, stanno svolgendo un intenso lavoro umanitario per portare soccorso a chi ne ha bisogno.

Via le grinfie sioniste dal Libano!

Per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano!

Fuori l’imperialismo dal Medio Oriente!

10 aprile

Lega Internazionale Socialista

https://lis-isl.org/it/

Il governo italiano a bordo di Trump

 

Le ragioni di Meloni. E quelle dell’imperialismo italiano

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La partecipazione italiana, in veste di “osservatori”, al cosiddetto Board of Peace è densa di significato politico.

La natura coloniale della struttura è talmente sfacciata da imporsi all’evidenza generale. Un consesso di Stati inventato da Trump, su invito di Trump, presieduto dalla persona di Trump addirittura con carica vitalizia. Una struttura priva di qualsivoglia missione formale, se non quella di celebrare chi la presiede e di consegnarlo alla storia. Nei fatti una struttura che assorbe, sotto regia americana, funzioni molteplici e combinate: imporre una ricostruzione di Gaza secondo gli interessi immobiliari americani, e dell’entourage affaristico presidenziale; liquidare definitivamente la presenza palestinese e ogni sua forma di resistenza all’occupazione; presidiare il territorio distrutto con una forza militare multinazionale; imporre un nuovo ordine mediorientale che sancisca ad un tempo la vittoria dello Stato genocida sionista, la subordinazione complice e interessata delle monarchie del Golfo, la demolizione di ciò che resta del vecchio asse iraniano. Infine, far leva sulla posizione di forza conquistata nella regione per negoziare con gli imperialismi rivali (Russia e Cina) la spartizione degli equilibri globali.

Il Board of peace trumpiano è lo strumento per imporre un nuovo ordine mediorientale al servizio diretto degli interessi politico-affaristici dell’imperialismo USA e del sionismo genocida.

La nuova ONU trumpiana rimpiazza di fatto la vecchia cariatide dell’ONU formale. Ma paradossalmente col suo semaforo verde. Il fatto che Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU si stiano astenuti sul varo del “Consiglio di pace”, consentendogli il timbro delle Nazioni Unite, non è privo di significato. Dimostra da un lato la cinica complicità di tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, nel calpestare la causa palestinese e coprire la continuità di un genocidio. Dall’altro, dimostra il riconoscimento di un successo di fase americano nella regione, e la disponibilità a negoziare con gli USA su altri scacchieri, con la speranza di compensazioni. Una speranza contraddetta dalla pirateria americana in Venezuela, ma alimentata dal negoziato in corso tra Russia ed USA sulla spartizione neocoloniale dell’Ucraina.

Certo, non mancano contraddizioni e incognite. Le ambizioni di potenza della Turchia, e il suo ruolo accresciuto, collidono col progetto della “Grande Israele”. L’annessione israeliana della Cisgiordania, col metodo del terrore e degli espropri, crea problemi alle diplomazie arabe. L’incerto futuro dell’Iran, alleato della Russia e primo fornitore di petrolio alla Cina, interroga le scelte dell’imperialismo USA, ancora incerto tra guerra e negoziato.

Ma Trump segna il nuovo terreno di gioco negli equilibri di potenza. La posizione di forza conquistata dagli USA in Medio Oriente, sul sangue palestinese, non ha precedenti nel passato recente. Il Board of Peace è la struttura cortigiana che la sigilla.

La scelta italiana di partecipare al Board sta in questo quadro complesso. Sicuramente pesa in questa scelta la contiguità politica col trumpismo di un governo a guida postfascista: l’unico governo a direzione sovranista tra i grandi paesi europei, e l’unico governo imperialista del vecchio continente ad essere salito sul carro, sia pure in una forma mediata con la Presidenza della Repubblica, e con l’accorgimento diplomatico del ruolo “osservatore”. Non è un caso. Le relazioni politiche di Giorgia Meloni e della destra italiana con l’ambiente MAGA, e col circuito reazionario continentale, da Orban ad Abascal, sono un dato materiale e non solo formale.

E tuttavia questo fattore politico non spiega tutto. E anzi si espone a qualche interrogativo.

Perché esibire una relazione speciale con Trump nel momento più critico della parabola trumpiana dopo i fatti di Minneapolis? Perché esibirlo col coinvolgimento italiano in un Consiglio di Pace obiettivamente grottesco, impresentabile agli occhi di larga parte dell’opinione pubblica italiana ed europea? Perché, insomma, arrischiare la propria immagine alla vigilia di un referendum decisivo per lo stesso futuro del governo?

La partecipazione italiana è dettata dall’appoggio di Meloni all’imperialismo USA e alla contiguità politica e culturale con il trumpismo. Ma non solo.

La risposta richiede uno sguardo più ampio, che travalica considerazioni esclusivamente politiche o elettorali.

Il Board of Peace distribuirà le carte in Medio Oriente. Segnerà equilibri, sfere di influenza, partite di interesse obiettivamente enormi: la ricostruzione di Gaza; la filiera degli affari con le monarchie del Golfo; le relazioni economiche e militari con lo Stato sionista; la distribuzione di giganteschi appalti nel campo della logistica, delle infrastrutture, dell’industria militare, delle risorse energetiche. L’imperialismo italiano vuole entrare nella partita con un ruolo accresciuto. Il fatto di disporre di entrature politiche particolari con l’ambiente trumpiano (e anche sionista), grazie a Meloni, diventa la leva di un proprio accreditamento come possibile socio in affari. Un socio di prim’ordine. Il Piano Mattei non è solo propaganda. È la candidatura delle grandi aziende italiane a un ruolo nuovo e più ampio in Medio Oriente e in Africa. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri, prenotano un posto d’onore al tavolo della ripartizione, a scapito del vecchio colonialismo francese, ormai in disarmo, e in gioco di sponda con l’imperialismo USA.

Partecipare al Board of Peace significa (anche) questo. Non a caso il quotidiano di Confindustria, che pure è formalmente critico verso la politica trumpiana, afferma che in fondo si tratta dell’unico piano di pace oggi esistente in Medio Oriente, e che questo è il suo pregio. Insomma, come si fa a restar fuori dal giro?

L’imperialismo italiano vuole giocare la sua partita, indipendentemente dalla natura e dalla guida politica del “Consiglio di pace”. L’importante è che lo strumento sia funzionale ai fini della rapina imperialista.

Il comitato d’affari meloniano del capitalismo tricolore ha fatto dunque la sua mossa. Non sappiamo se gli porterà voti. Sicuramente porterà profitti ai suoi committenti, ciò che veramente conta per il capitale. Se oggi a portare profitti è il governo della destra, il governo più stabile tra i grandi d’Europa, ben venga il governo Meloni e il Board of Peace. Domani si può sempre cambiare cavallo all’occorrenza, l’essenziale è avere in mano le briglie. Così ragionano i grandi azionisti, i giocatori di Borsa, gli amministratori delegati delle grandi imprese.

L’insegnamento per la nostra classe e per la sua avanguardia è speculare: solo liberando la società dalla dittatura dei capitalisti si può realizzare una alternativa vera. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può schierarsi dalla parte dei popoli oppressi, contro tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi. A partire da quello di casa nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

No al piano coloniale Trump-Netanyahu

 


Per la continuità della mobilitazione unitaria contro il sionismo e l'imperialismo

15 Ottobre 2025

L'universo politico mediatico a 360 gradi sta celebrando il piano Trump per la Palestina con la retorica più grottesca. Anche i commentatori più sobri si sperticano in lodi commosse per la ritrovata “pace” in Medio Oriente, attribuendo a Donald Trump il ruolo storico di pacificatore.

Ma di quale pace stiamo parlando?

Cessazione dei bombardamenti, scambio dei prigionieri, ingresso degli aiuti alimentari: se l'accordo si limitasse a questo sarebbe ovviamente del tutto legittimo e positivo. Ma non è questo il contenuto di fondo dell'accordo. Al contrario. Questo è solo il bordo inzuccherato di un bicchiere velenoso. Velenoso per il popolo palestinese, per la sua resistenza, per la sua liberazione. Chi non vede questo ignora semplicemente la realtà. E danneggia pesantemente la stessa mobilitazione antisionista.

Guardiamo in faccia la realtà dell'accordo. Di ciò che dice e di ciò che tace.


LA REALTÀ DELL'ACCORDO DI “PACE”

La Cisgiordania, di cui il piano non parla, è abbandonata di fatto alla furia dei coloni e delle forze di occupazione. Il fatto che a Ramallah persino i festeggiamenti per i prigionieri liberati siano stati proibiti dalle autorità israeliane, e che le case dei loro familiari siano state saccheggiate preventivamente dai militari occupanti a fini di intimidazione, ci parla dell'immutata quotidianità del terrore sionista. Non meno della prostrazione fisica dei prigionieri palestinesi liberati dopo anni o decenni di torture e angherie.

Per Gaza è prevista un'occupazione militare multinazionale a guida americana sotto la supervisione diretta del Presidente USA. Mentre le forze di occupazione sioniste che ancora controllano oltre il 50% della Striscia manterranno in ogni caso una propria presenza militare. Si tratta di un protettorato mandatario di classica tradizione coloniale. Un'occupazione per procura. Due milioni di gazawi, dopo due anni di genocidio, non avranno neppure il diritto formale a eleggere una propria rappresentanza, ridotti a oggetto passivo di un piano concordato tra imperialismo USA, Stato sionista e borghesie arabe.

Lo Stato sionista, che ha distrutto Gaza, non verserà un solo euro per la sua ricostruzione. Il punto 10 del piano Trump affida la ricostruzione al libero mercato di capitali privati, con l'obiettivo dichiarato di edificare “città medio-orientali”: investimenti immobiliari di lusso garantiti dalle monarchie del Golfo in concerto con le grandi compagnie americane ed occidentali.

I palestinesi poveri di Gaza, con le proprie case distrutte dai bombardamenti, non potranno certo comprare i nuovi immobili di lusso. Saranno destinati alla vita di paria in accampamenti di fortuna, in uno stato permanente di umiliazione e ricatto.
In compenso, è già partito lo sgomitamento tra le grandi aziende e i rispettivi governi per la spartizione del bottino. Il cosiddetto Consiglio di pace sarà solo il comitato d'affari di questo business. Ignoti tecnocrati palestinesi, scelti dalle potenze straniere, daranno copertura all'operazione. L'Italia manderà i carabinieri a supporto delle proprie ragioni contrattuali.

Per le organizzazioni della resistenza palestinese non c'è futuro in questo piano imperialista se non quello della propria subordinazione e/o della propria resa.

La cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese, che già svolge da tempo un ruolo di polizia sussidiaria delle forze di occupazione in Cisgiordania, ha prontamente offerto la propria collaborazione al piano Trump alla ricerca di uno strapuntino a Gaza. Ma dovrà guadagnarsi il lasciapassare dello Stato sionista, per il momento non disponibile.

Per Hamas e le forze della resistenza, che in questi due anni hanno combattuto valorosamente, il piano Trump-Netanyahu prevede il disarmo e l'esilio. Al più, nell'attesa della subentrante “forza multinazionale di stabilizzazione” (e dunque nel suo proprio interesse), Trump consente ad Hamas un ruolo provvisorio di polizia locale per mantenere l'ordine. Non più di questo. Lo Stato sionista lo accetta in cambio dell'impegno di Hamas al disarmo.

In sostanza: Trump ha garantito a Israele l'impegno al disarmo di Hamas, ed ha garantito ad Hamas che Israele non riprenderà la guerra dopo la liberazione degli ostaggi. Di certo il negoziato diretto fra gli uomini di Trump e la direzione di Hamas è stato determinante mercoledì scorso per sbloccare l'accordo “di pace”. Ma presentare questo accordo come una vittoria della resistenza sarebbe davvero un macabro scherzo. L'intero piano di “pacificazione” imperialista del Medio Oriente richiede la distruzione della resistenza palestinese.


UN ACCORDO “FIGLIO DELLA MOBILITAZIONE”?

Chi presenta l'accordo “di pace” come un sottoprodotto positivo della grande mobilitazione in Occidente contro il genocidio sionista confonde la propria fantasia con la realtà.

L'accordo non è figlio della mobilitazione antisionista ma dello sfondamento militare di Israele in Medio Oriente.
È vero: mai l'odio contro Israele è stato tanto grande nel mondo, e questo è sicuramente causa ed effetto della grande mobilitazione internazionale contro il genocidio. Ma al contempo mai la forza militare di Israele è stata tanto grande nella regione mediorientale.

In due anni, grazie al sostegno militare delle grandi potenze imperialiste, in primo luogo dell'imperialismo USA, la guerra di Israele ha progressivamente piegato a proprio vantaggio i rapporti di forza nella regione. Ha ridimensionato l'Iran, ha annientato la direzione di Hezbollah, ha capitalizzato il crollo del regime siriano. Tutto ciò ha incentivato alla lunga il rilancio degli Accordi di Abramo, cioè la gravitazione dei regimi arabi attorno all'attuale vincitore militare della partita. Trump è stato l'attivo mediatore di questa ricomposizione. Ha portato in dote ad Israele l'apertura, una dopo l'altra, delle borghesie arabe. Ed ha offerto in cambio ai regimi arabi (Qatar in primis) le proprie garanzie da possibili attacchi israeliani

L'accordo, naturalmente, non è privo di contraddizioni ed incognite. I regimi arabi vorrebbero qualche promessa, fosse pure retorica, sulla questione palestinese a beneficio delle proprie opinioni pubbliche. La Turchia neoottomana di Erdogan si candida a contrappeso regionale dello Stato sionista. Gli imperialismi europei cercano spazi affaristici e diplomatici in queste contraddizioni in funzione della loro più generale relazione negoziale con gli USA. Ma, al di là di contraddizioni e incognite, resta il dato di fatto: l'accordo “di pace” è un indubbio successo dell'imperialismo USA e dell'amministrazione Trump. Che ha bisogno di una normalizzazione del Medio Oriente per potersi concentrare sulla sfida del Pacifico verso la Cina.

Peraltro, la normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi ed Israele, ed il coinvolgimento in questa dell'India, libera un canale di transito commerciale alternativo (India, penisola arabica, Tel Aviv) alla Via della Seta cinese. Anche questo è parte del piano Trump.

Un altro fattore nella dinamica degli avvenimenti è stato il relativo isolamento della resistenza palestinese in Medio Oriente. Grande è la sproporzione tra la grande mobilitazione pro Palestina in Occidente e il livello di mobilitazione delle masse arabe.
Subito dopo il 7 ottobre, diversi paesi arabi (Giordania, Iraq, Tunisia...) videro imponenti mobilitazioni di solidarietà coi palestinesi, in aperta polemica coi propri governi. Ma in seguito il movimento arabo ha conosciuto un progressivo riflusso. L'eccezione del Marocco, dove il movimento pro Palestina resta importante, non cambia il quadro d'insieme. Di certo questo riflusso ha favorito lo spazio di manovra dei governi arabi verso Israele e l'imperialismo USA, consentendo loro di massimizzare le pressioni sulla direzione di Hamas per indurla ad accettare il piano Trump.

Tutto ciò ripropone un nodo strategico centrale per la resistenza palestinese. Solo l'incontro fra resistenza palestinese e rivoluzione araba può spezzare la dominazione sionista e imperialista sulla regione, e liberare la via per la stessa liberazione della Palestina. In altri termini, una Palestina unita dal fiume al mare, libera laica e socialista, è indissolubile da un movimento rivoluzionario di liberazione dell'intera nazione araba e della regione mediorientale. Ciò che richiede a un tempo un cambio di direzione e prospettiva della stessa resistenza palestinese e lo sviluppo del marxismo rivoluzionario tra le masse arabe, a partire dalla loro avanguardia.


CONTINUARE LA MOBILITAZIONE ANTISIONISTA. PER LA ROTTURA DI OGNI RELAZIONE CON ISRAELE

Il colpo subito dal popolo palestinese e dalla sua resistenza non deve significare in alcun modo un arretramento della mobilitazione antisionista in casa nostra. Al contrario. La mobilitazione internazionale a sostegno della Palestina è, se possibile, più importante di prima.

Le diplomazie imperialiste sono ovunque al lavoro per ripulire l'immagine di Israele e cancellare la memoria del genocidio. Gli stessi governi che hanno finanziato e armato per due anni la barbarie sionista contro il popolo di Gaza e Cisgiordania cercano non solo di abbellire il cosiddetto accordo “di pace” ma di intestarsene il merito. Governo Meloni in primis. Questa operazione va denunciata e contrastata ovunque: nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Nessuno deve sfuggire alle proprie responsabilità. Nessun crimine, nessuna complicità, devono essere rimossi o perdonati.

La battaglia per la rottura di ogni relazione con lo Stato sionista deve continuare, a partite dal blocco a oltranza di ogni traffico con Israele nei porti e negli aeroporti. Il fronte unico di lotta che si è realizzato, dopo la spinta del 22 settembre, nelle grandi giornate dello sciopero generale del 3 ottobre, e nella gigantesca manifestazione del 4 ottobre, dev'essere salvaguardato e rilanciato contro ogni logica di defilamento o di ripiegamento autocentrato. Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà impegnato ovunque in questa direzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'attacco USA all'Iran, nuovo capitolo del banditismo imperialista

 


La politica di Trump nella complessità del Medio Oriente

23 Giugno 2025

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L'attacco dei bombardieri USA all'Iran è un ulteriore capitolo del banditismo imperialista della prima potenza mondiale. Un'ulteriore riprova del cordone ombelicale tra lo stato sionista e l'imperialismo USA, quale che sia il colore politico dell'amministrazione americana e del governo israeliano. Nulla di ciò che lo stato sionista ha fatto e fa sarebbe possibile senza il sostegno strutturale di lungo corso dell'imperialismo USA (e non solo). È una verità che non va mai dimenticata.

Le motivazioni formali e pubbliche dell'aggressione sionista/americana contro l'Iran sono di per sé rivelatrici di un'arroganza e ipocrisia senza limiti. Una potenza imperialista che detiene più di cinquemila testate nucleari, e uno stato coloniale sionista che ne possiede circa duecento, pretendono insieme di vietare a uno stato sovrano del Medio Oriente di costruirne una. E paradossalmente lo possono bombardare anche per il fatto che non la possiede (a differenza della Corea del Nord, che guarda caso nessuno oggi si sogna di minacciare).
Il fatto che Israele, al contrario dell'Iran, non aderisca all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, e abbia gestito il proprio armamento nucleare nella massima segretezza e fuori da ogni controllo, rende la sua denuncia delle “violazioni iraniane” ancor più grottesca e provocatoria.
Il fatto che tutte le potenze imperialiste – non solo gli imperialismi occidentali ma persino Russia e Cina – dichiarino all'unisono che “l'Iran non può avere la bomba” misura la profondità della loro comune connivenza con lo stato sionista, al di là dei diversi posizionamenti diplomatici di fronte alla guerra.

Donald Trump ha voluto salire sul carro della guerra sionista contro l'Iran. Non è chiaro se e quando avrà intenzione di scendere. Di certo la sua scelta di guerra smentisce una volta di più le idiozie sparse a piene mani in questi mesi, soprattutto da parte cegli ambienti campisti, sulla vocazione “pacifista” della nuova amministrazione USA. La più grande potenza imperialista del pianeta non è e non può essere, per la sua stessa natura, una forza di pace. Tutta la storia dell'imperialismo USA lo dimostra. Inclusi i nuovi stanziamenti di bilancio di Donald Trump per l'industria militare americana.

Il vero problema strategico e di fondo dell'imperialismo USA è come gestire la propria politica di rapina, a fronte del proprio declino e dell'ascesa dell'imperialismo cinese. La linea con cui il secondo Trump sembra affrontare il problema è effettivamente nuova. È la proposta rivolta alla Russia e alla Cina di una spartizione negoziata del mondo sulla base di aree di influenza continentali: l'America agli americani (inclusa l'America Latina, il Centro America, il Canada e persino la Groenlandia); l'Ucraina alla Russia; l'Asia alla Cina (con disponibilità negoziali su Taiwan?).
La clamorosa apertura di Trump a Putin e a un suo possibile ruolo globale, l'evidente abbandono americano dell'Ucraina (dopo un accordo di rapina sulle sue risorse minerarie), la marginalizzazione umiliante degli imperialismi “alleati” europei su ogni scacchiere della politica mondiale, lo stesso relativo disimpegno USA dal Vecchio continente, sono un risvolto della nuova linea. Non una iniziativa di pace, ma di spartizione del bottino tra banditi imperialisti. Non sappiamo se avrà successo, ma sappiamo che questa è la sua natura.


LA DIFFICOLTÀ DELLA LINEA TRUMPIANA IN MEDIO ORIENTE

Il Medio Oriente è un punto di difficoltà della linea trumpiana. Ma è anche un campo obbligato di esercitazione e sperimentazione. La crisi dell'egemonia USA nella regione è il portato di una lunga catena di disastri e sconfitte, dall'Iraq all'Afghanistan. Nell'ultimo decennio era stato l'imperialismo russo il principale beneficiario della crisi USA, attraverso il consolidamento dell'asse con Assad, lo sbarco in Libia, il blocco con gli Emirati Arabi, l'alleanza col regime iraniano e la sua rete di appoggio (in Libano, Siria, Yemen). Ma negli ultimi due anni l'azione genocida del sionismo in Palestina ha nuovamente scompaginato il campo: col crollo di Assad, la sconfitta di Hezbollah, l'indebolimento complessivo dell'Iran e della sua rete di relazioni. La nuova guerra sionista contro l'Iran è quindi (anche) la risultante dei nuovi rapporti di forza nella regione, e al tempo stesso il coronamento dell'espansionismo israeliano (occupazione di Gaza, annessione della Cisgiordania, espulsione manu militari della popolazione palestinese, allargamento nel Golan siriano, subordinazione del Libano al nuovo ordine sionista). È il progetto della Grande Israele.

Ma fino a che punto la Grande Israele si concilia col disegno imperialistico globale di Trump? L'interrogativo è aperto. Trump punta ad allargare gli Accordi di Abramo all'Arabia Saudita come nuovo architrave di una stabilità medio orientale: ciò che gli coprirebbe le spalle nella regione consentendogli di dedicarsi alla partita strategica con la Cina sul Pacifico.
Ma il governo saudita può avventurarsi in un accodo storico con Israele nel momento stesso della carneficina di Gaza? Più in generale, possono farlo l'insieme delle monarchie del Golfo, sfidando l'odio della popolazione araba? Ai loro occhi, il ridimensionamento dello storico rivale iraniano è di per sé benvenuto, al di là delle dissociazioni formali dalla guerra. Ma lo è anche un espansionismo senza rete dello stato sionista nella regione?

Le oscillazioni di Donald Trump nella vicenda sono emblematiche. Prima un negoziato in proprio (persino) con Hamas, per liberare un prigioniero USA, poi con gli houthi, per mettere al sicuro le navi americane, poi con l'Iran, per accordarsi sul nucleare. Il tutto scavalcando Netanyahu, e persino ignorandolo durante il giro delle capitali arabe. In questo quadro, l'attacco militare di Netanyahu all'Iran ha tutta l'aria di essere stato mirato (anche) alla rottura del gioco negoziale di Trump: un modo per mettere gli USA di fronte al fatto compiuto e nella necessità di doversi allineare ad Israele.
Trump, “avvisato” ma non coinvolto, ha inizialmente abbozzato. Poi ha proposto alla Russia un ruolo di mediazione per disinnescare il conflitto nel nome della de-escalation, alludendo allo scambio tra una capitolazione iraniana sotto pressione di Putin e un ulteriore semaforo verde alla guerra di Putin in Ucraina. Poi ha lodato lo «spettacolare successo militare» israeliano. Infine ha scelto di condividere questo successo con i propri bombardieri. Fino a quando e per cosa? Per puntare ad un cambio di regime in Iran sotto la pressione della guerra, magari contando su possibili defezioni e ricollocazioni di una parte dei pasadaran? Oppure per provare a riprendere in mano il negoziato interrotto con l'Iran, dopo aver provato ad Israele la propria fedeltà in guerra, e dunque con la speranza (non si sa se fondata) di uno spazio di manovra maggiore? Di certo, lo spartito trumpiano dell'apertura globale all'imperialismo russo si concilia a fatica con la guerra all'Iran, che della Russia è alleato. L'incontro a Mosca del presidente iraniano con Putin è un messaggio per Trump.


LA DIFESA DELL'IRAN DA ISRAELE E USA.
CON UN PROGRAMMA DI RIVOLUZIONE


I prossimi giorni chiariranno. Resta il fatto fondamentale: tutte le trame di guerra e di “pace” in Medio Oriente tra i diversi briganti imperialisti e lo stato sionista avvengono sulla pelle dei popoli oppressi della regione. Innanzitutto della popolazione palestinese, ma più in generale di tutta la popolazione araba e persiana.

Lo stato sionista ha avuto l'impudicizia di appellarsi alla ribellione anti-Khamenei nel momento stesso in cui bombarda le città iraniane. Ma “donna, vita, libertà” non sarà mai un canto di guerra d'Israele, perchè è il grido della rivoluzione iraniana. Sono i lavoratori, le lavoratrici, la popolazione povera dell'Iran che hanno tutto il diritto di presentare il conto al regime odioso che li opprime. Non i bombardieri sionisti. Non lo stato coloniale genocida che da due anni sta massacrando il popolo di Palestina davanti agli occhi del mondo.

Difendere incondizionatamente l'Iran e la sua sovranità dall'attacco del mostro sionista/americano, e al tempo stesso battersi per la prospettiva di un governo operaio e contadino in Iran, non sono affatto parole d'ordine inconciliabili, né disegnano scansioni temporali. Sono due tasselli paralleli e complementari del posizionamento marxista rivoluzionario. Lo stesso posizionamento che tenemmo di fronte alla guerra imperialista contro l'Iraq del boia Saddam Hussein nel 2003, o alla guerra dell'imperialismo britannico contro l'Argentina del generale Galtieri nel lontano 1982.

Contro l'imperialismo e il sionismo, sempre e incondizionatamente. Con un programma di rivoluzione socialista: l'unico che può dare agli oppressi una pace vera e giusta.

Marco Ferrando

L'Iran è solo contro l'aggressione sionista, coperta da tutti gli imperialismi d'Occidente

 


Mentre Russia e Cina negano ogni aiuto reale all'Iran

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La guerra dello stato sionista contro l'Iran ha il diretto sostegno, e/o la copertura politica, di tutti i vecchi imperialismi di America ed Europa. Senza che i nuovi imperialismi (Russia e Cina), rivali dei primi, muovano un dito per difendere l'Iran. È un fatto. Denso di significato politico, per chiunque voglia guardare in faccia la realtà.

Innanzitutto: la guerra sionista in poche ore ha fatto tabula rasa delle ipocrite recite umanitarie degli imperialismi europei dopo 70000 mila palestinesi ammazzati. Tutti i governi del vecchio continente si sono schierati come un sol uomo a sostegno del “diritto di Israele all'autodifesa” contro l'Iran. Nessuna sorpresa. È il replay su scala diversa del post-7 ottobre, e più in generale della rappresentazione capovolta della storia di Israele e del Medio Oriente. Quella storia che dipinge lo stato sionista come baluardo democratico assediato dagli arabi e dai persiani. Il fatto paradossale che l'unico stato del Medio Oriente dotato di (duecento) testate nucleari pretenda di vietare ad un altro stato della regione di costruirne una è rimosso nella sua enormità, come ogni evidenza di verità. Mentre il diritto dell'Iran alla propria autodifesa contro l'aggressione sionista – un diritto elementare di sovranità – viene denunciato come... escalation.
L'abbiamo detto e lo ripetiamo: il regime teocratico reazionario di Teheran è nemico dei lavoratori e delle masse oppresse dell'Iran. Ma sono queste, e solo queste, che hanno diritto di rovesciarlo, per una propria alternativa di società. Non certo il regime sanguinario di Netanyahu per il proprio controllo dispotico del Medio Oriente.

I fatti dimostrano che il terrorismo di Israele ha in ogni caso e ovunque il passaporto della “legalità”, a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria, ed ora in Iran: è il passaporto di uno stato coloniale col timbro certificato dell'imperialismo. Lo stesso imperialismo, prima britannico, poi americano, che benedisse ab origine la colonizzazione sionista della Palestina (nel 1948 con il voto e le armi di Stalin). Tutta la storia di Israele è in fondo la replica della sua genesi.

Ciò che invece non dovrebbe essere scontato, stando alla logica della sinistra campista, è il comportamento della Russia e della Cina.
Russia e Cina, com'è noto, hanno relazioni dirette con l'Iran. La Russia ha formalmente stipulato un partneriato strategico con Teheran (politico, diplomatico, economico, militare). La Cina è il principale cliente del petrolio iraniano. L'Iran è parte, del resto, della famosa area dei BRICS a guida russo-cinese, da più versanti esaltata come contraltare democratico e progressivo alla NATO.
Bene. Cosa stanno facendo Russia e Cina per aiutare l'Iran, nel momento dell'aggressione sionista? Niente di niente. Non parliamo, ovviamente, di un ingresso in guerra, che sarebbe catastrofico. Parliamo semplicemente di un aiuto militare, che è cosa qualitativamente diversa. L'Iran avrebbe ad esempio un disperato bisogno di aiuto nella difesa aerea, per proteggere città, infrastrutture, aziende. E avrebbe tutto il diritto ad usare ogni aiuto degli imperialismi alleati per difendersi dall'aggressione sionista. Così come l'Ucraina ha diritto a usare gli aiuti degli imperialismi NATO per difendersi dall'invasione dell'imperialismo russo. Invece, niente.

La Cina, che sta trattando con gli USA sui dazi, si è limitata ad una platonica “preoccupazione”. Putin ha telefonato a Trump, sostenitore decisivo della macchina da guerra israeliana – nel momento stesso in cui Trump esaltava il successo militare di Israele – per offrire un aiuto diplomatico... agli USA per una imprecisata mediazione.
Immaginiamo il messaggio: “Caro Trump, se hai bisogno di un aiuto per ottenere la capitolazione dell'Iran sono disponibile... Basta che tu in cambio ci lasci proseguire, come già stai facendo, la nostra guerra d'invasione in Ucraina, nel nome della sua futura spartizione tra noi”.
La verità è che l'imperialismo russo, come l'imperialismo cinese, non ha alcuna intenzione di rovinare le proprie relazioni negoziali con gli USA, e neppure con Israele, per difendere un proprio alleato. Neppure quando questi è sotto le bombe sostenute dagli imperialismi rivali.

Per le potenze imperialiste vecchie e nuove, il mondo è solo un tavolo da gioco. Per loro, i diritti dei popoli sono solo merce di scambio. Non esistono imperialismi “amici”. I popoli oppressi, a partire dal popolo di Palestina, non hanno da attendersi nulla da quel versante. Solo una mobilitazione rivoluzionaria dei popoli oppressi può liberare il Medio Oriente dal sionismo e dall'imperialismo. Solo una rivoluzione socialista internazionale può liberare il mondo dai banditi che lo dominano.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dichiarazione - A un anno dall'inizio del nuovo genocidio israeliano

 


Nessuno stato sionista in Palestina. Stop all’invasione del Libano. Fuori gli Stati Uniti dal Medio Oriente! Per una Palestina unica, democratica, laica e socialista!

5 Ottobre 2024

English translation

Dichiarazione congiunta della Lega Socialista Internazionale (ISL), della Lega per la Quinta Internazionale (L5I) e dell’Opposizione Trotskista Internazionale (ITO).


Il 7 ottobre segna un anno da quando Hamas ha invaso le difese di confine nel sud di Israele, attaccato obiettivi militari, preso ostaggi – per lo più civili – ed è tornato alle sue basi. L'operazione ha colto Israele di sorpresa, ha distrutto il mito della sua invulnerabilità e ha paralizzato il processo di "normalizzazione" delle sue relazioni con gli Stati arabi complici sponsorizzati dall'imperialismo statunitense. Il dolore per la morte e il maltrattamento di civili inermi non può nascondere il fatto che la parte essenziale responsabile della violenza è lo Stato sionista e colonialista, che ha commesso pulizia etnica e genocidio contro il popolo palestinese dalla fine della prima guerra mondiale, nel 1918, sotto la protezione dell'imperialismo britannico, con un salto drammatico quando lo Stato israeliano è stato fondato nel 1948, 76 anni fa.

2. Come rappresaglia per le azioni di Hamas, le Forze di Difesa Israeliane hanno rilanciato una guerra brutale contro la Palestina, specialmente nella Striscia di Gaza. L'incessante bombardamento di case, ospedali, scuole, panetterie e campi profughi; l'interruzione di acqua, elettricità e internet; il blocco degli aiuti umanitari e sanitari internazionali hanno finora causato, direttamente e indirettamente, più di 200.000 morti palestinesi – per lo più donne e bambini, circa 10.000 sotto le macerie, 95.000 feriti, quasi due milioni di sfollati e la distruzione di tutte le infrastrutture di base. Oltre a questo massacro, le truppe sioniste e i coloni attaccano i residenti palestinesi nella Cisgiordania occupata.

3. Nell'ultima settimana, lo Stato di Israele ha moltiplicato i suoi attacchi contro il Libano. Prima ha fatto esplodere migliaia di segnalatori acustici, e poi ha scatenato bombardamenti contro i civili nel sud, aprendo così la possibilità di un'escalation della guerra in tutto il Medio Oriente. Finora, la sua offensiva ha causato centinaia di morti, migliaia di feriti e un massiccio sfollamento dal sud del Libano e dalle aree di Baalbek, Bekaa e Hermel verso Beirut, la capitale. È il più grande attacco a quel paese dall'occupazione sionista del 1982, un'aggressione che oggi Israele intende ripetere. L’assassinio di Nasrallah e l’invasione del Libano del sud si sta trasformando in una guerra totale contro Hezbollah e l’intero popolo libanese. Allo stesso tempo, a causa del collasso economico libanese, la capacità degli ospedali e delle istituzioni di aiuto umanitario si sta esaurendo.

4. Durante l'ultimo anno, gli attacchi e le operazioni armate di Israele hanno raggiunto anche la Siria, lo Yemen e l'Iran, sempre con il sostegno economico, politico e militare degli Stati Uniti, dell'imperialismo occidentale e dei loro governi. Israele ha anche la complicità esplicita o implicita dei nuovi imperialismi di Russia e Cina, e della maggior parte dei governi capitalisti dei paesi arabi. Al di là della sua retorica anti-israeliana, il regime reazionario e teocratico iraniano non ha sostenuto la resistenza palestinese nella pratica, in conformità con le sue aspettative. Allo stesso tempo, la più grande minaccia alla possibilità di una vera pace nella regione è l'oppressione sionista-imperialista.

5. Nonostante l'enorme disparità di forze e i massacri, Israele non è ancora riuscito a superare la resistenza palestinese, a smantellare Hamas o a recuperare gli ostaggi. Allo stesso tempo, nei principali paesi imperialisti, nel mondo arabo e a livello globale, con i giovani all'avanguardia, ci sono manifestazioni di massa, accampamenti e altre azioni in solidarietà con la Palestina, e il boicottaggio degli interessi sionisti che espongono il ruolo criminale di Israele. Gli attivisti sfidano la repressione e la persecuzione dei governi complici. Questo crescente rifiuto ha spinto la Corte Penale Internazionale e le agenzie delle Nazioni Unite a emettere risoluzioni di condanna di Israele, chiedendo un cessate il fuoco, l'arrivo di aiuti umanitari e la fine dell'occupazione di nuovi territori. Ma si limitano a dichiarazioni formali, senza sanzioni effettive. L'unico strumento decisivo per la vittoria rimane la resistenza palestinese e la solidarietà attiva dei popoli arabi e del mondo intero.

6. Il governo di estrema destra di Netanyahu, del Likud e dei partiti religiosi sta approfondendo la sua offensiva antipalestinese di natura chiaramente pogromista. Le proteste in Israele criticano il governo e chiedono che negozi lo scambio di prigionieri con Hamas, ma sostengono la dominazione sionista. I settori progressisti contro l'occupazione sono molto in minoranza. D'altra parte, l'Autorità Palestinese di Abu Mazen e l'OLP in Cisgiordania svolgono un ruolo di collaborazione più o meno aperta con Israele. Per quanto riguarda Hamas, Hezbollah e altre leadership nazionaliste borghesi e jihadiste, il loro progetto politico è uno Stato palestinese capitalista e fondamentalista islamico nello stile dell'Iran, che consideriamo reazionario e autoritario. Siamo separati da questa strategia da differenze inconciliabili, motivo per cui incoraggiamo la costruzione di una nuova leadership palestinese rivoluzionaria, socialista e internazionalista.

7. Nonostante queste differenze fondamentali, sosteniamo incondizionatamente la causa del popolo palestinese per la sua liberazione e autodeterminazione, il suo diritto a difendersi con tutti i mezzi a sua disposizione e a tornare e recuperare le sue case e terre usurpate. Facciamo appello ai giovani, ai lavoratori e ai popoli; alle organizzazioni popolari e a quelle per i diritti umani, agli attivisti arabi ed ebrei antisionisti negli Stati Uniti, in Europa, in Medio Oriente, nel Maghreb e nel mondo intero per raddoppiare la loro mobilitazione nel ripudio dello Stato di Israele e a sostegno della Palestina. Il primo compito dei socialisti rivoluzionari è quello di promuovere la massima unità d'azione possibile contro il genocidio sionista e in solidarietà con il popolo palestinese. Estendiamo questo sostegno al popolo libanese, oggi sotto attacco impunito da parte di Israele.

8. Non c'è stata, non c'è e non ci sarà alcuna pace giusta e duratura in Medio Oriente fino a quando persisterà l'oppressione dello Stato sionista, teocratico e terrorista di Israele, artificialmente posizionato come gendarme filoimperialista dei popoli arabi. Né con la fallimentare politica dei due stati, che l'imperialismo e i suoi alleati stanno cercando di ricreare, né con uno stato palestinese capitalista e islamista. Per svolgere un ruolo progressista, la classe operaia e i giovani israeliani devono rompere con il sionismo, rifiutare la sua guerra e sostenere la causa palestinese. La pace sarà possibile solo con la sconfitta definitiva dell'oppressivo Stato israeliano e la sua sostituzione con una Palestina unica, laica, democratica e socialista nel quadro di una rivoluzione socialista regionale.

9. Le organizzazioni sottoscritte propongono:

La più ampia mobilitazione internazionale in difesa e in solidarietà con il popolo palestinese contro l'apartheid e il genocidio sionista. Solidarietà con il popolo libanese di fronte all'aggressione di Israele.

• Un cessate il fuoco immediato e la fine degli attacchi israeliani a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Siria. Truppe sioniste e coloni fuori da Gaza e dalla Cisgiordania.
• Esigere che i governi rompano le relazioni diplomatiche, economiche, accademiche e militari con Israele. Sostegno alla campagna BDS: boicottaggio, disinvestimento, sanzioni.
• Libertà per tutti i detenuti palestinesi in Israele. Diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi e al recupero delle loro terre e case. Piena parità di diritti.
• Per la distruzione dello Stato sionista. Per una Palestina unica, laica, democratica e socialista dal fiume al mare, dove tutti i popoli vivano in pace.
• Abbasso le monarchie arabe e i governi capitalisti, complici del sionismo e dell'imperialismo. Per una federazione di repubbliche socialiste in Medio Oriente.
• Gli Stati Uniti e tutti gli imperialisti fuori dal Medio Oriente!

Ennesimo crimine di Israele per preparare l'invasione del Libano

 


21 Settembre 2024

English translation

Israele continua a massacrare chiunque si opponga alle sue mire espansioniste, all’occupazione coloniale del territorio palestinese e al suo regime di apartheid.
In questi giorni ha sferrato un attacco criminale che ha colpito civili e miliziani di Hezbollah.
Con un atto di puro stampo terroristico, il Mossad ha fatto esplodere migliaia di dispositivi elettronici ad uso personale uccidendo più di quranta persone, tra cui molti civili, e ferendone migliaia in Libano e in Siria.

Il massacro di Gaza non si ferma. Ma lo stato sionista non è pago di sangue. Dopo aver massacrato decine di migliaia di cittadini di Gaza, soprattutto donne e bambini, aver distrutto ospedali e scuole, e affamato la popolazione, ora volge il suo sguardo criminale a nord.

Mentre vanno avanti i combattimenti in Cisgiordania, dove giovani partigiani palestinesi cadono sotto i colpi dell’esercito israeliano e dove i contadini palestinesi vengono aggrediti dalle squadracce di coloni sionisti armati, intere divisioni vengono spostate al confine nord con il Libano.

Fervono i preparativi del piano di invasione del Libano, per attaccare Hezbollah che da mesi sta sparando missili per colpire il territorio di Israele al confine con il Libano con l'obiettivo dichiarato di obbligare Israele a fermare il massacro di Gaza.

Il Partito Comunista del Lavoratori denuncia l’ennesimo crimine odioso dello stato sionista, e così come appoggia ogni forma di resistenza da parte del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordana pur diffidando delle sue direzioni politiche, così sostiene incondizionatamente la resistenza del popolo libanese contro l’aggressione israeliana, pur nutrendo la massima sfiducia in Hezbollah.

Tutte le azioni dello stato sionista denunciano la sua natura criminale, che gode di impunità internazionale per la protezione che gli assicurano gli USA e gli altri imperialismi occidentali.
Lo stato sionista è una fucina di guerra inesauribile, e solo la sua distruzione pe via rivoluzionaria può portare alla liberazione del popolo palestinese, di quello arabo, e alla pace in Medio Oriente.

Ma la liberazione del popolo palestinese e di quello arabo può essere assicurata solo in una Palestina libera laica e socialista, che assicuri pieni diritti a tutte le minoranze.
L’edificazione socialista in Palestina non potrebbe però avvenire in uno stato di isolamento internazionale. Essa a sua volta può essere assicurata solo nell’ambito di una federazione socialista del Medio Oriente, unico ambito possibile per la soluzione di tutte le questioni nazionali dell’area, da quella araba a quella curda.

Viva la resistenza palestinese!

Viva la resistenza libanese!

Per la distruzione rivoluzionaria dello stato di Israele!

Per una Palestina libera laica e socialista nell’ambito della federazione socialista del Medio Oriente!

Il Partito Comunista dei Lavoratori porterà queste parole d’ordine nella grande manifestazione di Roma il 5 ottobre a sostegno del popolo palestinese

Partito Comunista dei Lavoratori

Dichiarazione congiunta sulla Palestina

 


L'Opposizione Trotskista Internazionale (ITO) e la Lega per la Quinta Internazionale (LFI), trovandosi d'accordo sulle prospettive rivoluzionarie per la Palestina, hanno adottato questa dichiarazione congiunta.

English translation

La costante oppressione, l'espulsione e le uccisioni dei palestinesi in Israele, Cisgiordania e Gaza hanno nuovamente attirato l'attenzione del mondo attraverso il contrattacco condotto da Hamas e da altri combattenti della resistenza il 7 ottobre e la brutale risposta di Israele – superiore ai suoi precedenti attacchi – contro l'intera popolazione di Gaza. Tutto ciò ha indignato e mobilitato milioni di persone in tutto il mondo contro lo Stato sionista e il supporto incondizionato che riceve dai suoi sostenitori imperialisti e razzisti.

È dovere urgente di tutti i rivoluzionari dare il massimo sostegno a questo movimento mondiale, presentando al contempo una chiara prospettiva rivoluzionaria anticapitalista per il suo sviluppo. A tal fine, presentiamo la seguente dichiarazione e invitiamo tutti coloro che condividono la nostra visione della situazione a unirsi a noi in questo sforzo.


SIONISMO E IMPERIALISMO

Il sionismo è stato un progetto coloniale fin dalla sua nascita. Il suo obiettivo è quello di espellere la popolazione araba autoctona della Palestina per fare spazio ai coloni ebrei. Una colonia sionista in Palestina sembrava lontana fino a quando l'Olocausto non uccise sei milioni di ebrei europei e lasciò molti degli altri tre milioni alla disperata ricerca di un rifugio. L'antisemitismo impedì alla maggior parte degli ebrei di emigrare negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Le organizzazioni sioniste portarono molti di essi in Palestina.

In una delle più grandi tragedie del ventesimo secolo, un popolo terribilmente oppresso, gli ebrei europei, inflisse una terribile oppressione a un altro popolo oppresso, gli arabi palestinesi. Con la Nakba del 1948, i sionisti si impadronirono del 78% della Palestina mandataria e la dichiararono Israele. Le milizie sioniste e l'esercito israeliano espulsero 750.000 palestinesi, e molte altre migliaia fuggirono. La Nakba ridusse la popolazione araba nel territorio rivendicato da Israele da 1.324.000 nel 1947 a 156.000 nel 1948.

Gli imperialismi statunitense ed europeo, alleati di Israele, hanno due interessi primari in Medio Oriente: la sua posizione strategica all'incrocio tra Asia, Europa e Africa e il suo petrolio e gas. Per più di un secolo hanno cercato di dominare la regione attraverso una combinazione di violenza e di contrapposizione tra settori della popolazione locale.

Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, gli Stati Uniti hanno soppiantato la Gran Bretagna e la Francia come potenza imperialista dominante nella regione e sono diventati junior partner. Questo trio ha sponsorizzato monarchi e dittature militari dal Marocco all'Iran e ha trovato il modo di incorporare governi nazionalisti, come quelli di Algeria, Egitto, Siria e Iraq, nel proprio ordine mondiale neocoloniale.

Israele si è dimostrato molto utile nella creazione dell'ordine imperiale neocoloniale, soprattutto dopo aver sconfitto Egitto, Siria e Giordania nella Guerra arabo-israeliana del 1967. Gli Stati Uniti hanno inviato miliardi di dollari in aiuti e armi per costruire Israele come gendarme al centro del mondo arabo. Israele ha anche una funzione politica, in quanto permette agli Stati Uniti di mascherare le proprie operazioni militari, e in quanto aiuta i governi arabi reazionari e compradori a distogliere l'attenzione dal proprio malgoverno a favore di un nemico esterno, Israele.


INTIFADA

Nella Guerra del 1967 Israele conquistò Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan, completando l'occupazione della Palestina dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo. Occupò anche la penisola egiziana del Sinai. Nella guerra del 1973, l'Egitto e la Siria combatterono Israele fino a un punto di stallo. L'Egitto riconquistò il Sinai e, nel 1979, riconobbe Israele.

Da allora è emerso uno schema: Israele, sostenuto dagli Stati Uniti e dai suoi alleati europei, occupa la Palestina; gli Stati arabi protestano ma non fanno nulla; i palestinesi si sollevano periodicamente per opporsi alla loro emarginazione.

La Prima intifada del 1987-1993 ha portato agli Accordi di Oslo, che hanno creato l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per amministrare la Cisgiordania e Gaza. Gli accordi implicavano una soluzione a due Stati per il conflitto arabo-israeliano in Palestina, ma Israele non ha mai accettato tale soluzione, né una partizione sopportabile per i palestinesi.

La Seconda intifada del 2000-2005 ha costretto Israele a "disimpegnarsi" da Gaza, ritirando le truppe e smantellando gli insediamenti israeliani. Fatah, con sede in Cisgiordania, e Hamas, con sede a Gaza, si sono sfidati alle elezioni legislative palestinesi del 2006. Hamas ha ottenuto la maggioranza, il che ha portato Fatah a dividere l'ANP. Dopo una breve guerra civile, Fatah ha consolidato la sua posizione in Cisgiordania e Hamas ha preso il controllo di Gaza.


L'ESPANSIONE ISRAELIANA

Israele opprime i palestinesi in tutti e tre le zone della sua occupazione di apartheid: Cisgiordania, Gaza e Israele stesso.

Dal 2007 Israele si è ulteriormente espanso in Cisgiordania e sulle alture del Golan. 450.000 coloni israeliani si sono trasferiti in Cisgiordania, 220.000 a Gerusalemme Est e 25.000 sulle alture del Golan. I coloni sono una forza paramilitare armata. Sostenuti dall'esercito israeliano e dalla polizia dell'Autorità Nazionale Palestinese, essi terrorizzano i loro vicini palestinesi e rubano le loro terre.

Israele non ha coloni a Gaza, ma controlla lo spazio aereo del territorio, le sue coste e sei dei suoi sette valichi terrestri. Israele controlla l'approvvigionamento idrico, l'elettricità e le telecomunicazioni di Gaza. L'esercito israeliano mantiene una no-go zone all'interno di Gaza ed entra nel territorio a piacimento. Israele ha dichiarato guerra a Gaza nel 2008-2009 e nel 2014, e ha attaccato i manifestanti non violenti durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018-2019.

Israele sostiene di essere una democrazia, ma nega i diritti democratici non solo ai 5,5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza, e a un numero simile di rifugiati fuori dalla Palestina, ma anche ai 2,1 milioni di palestinesi che vivono in Israele. Un ebreo che vive in qualsiasi parte del mondo può trasferirsi in Israele e diventare cittadino a tutti gli effetti. Un palestinese la cui famiglia vive in Palestina da molto prima che Israele esistesse non potrà mai diventare cittadino a tutti gli effetti. I palestinesi sono sistematicamente discriminati, esclusi economicamente, e politicamente e trattati come nemici.


7 OTTOBRE

Fin dagli accordi di Camp David del 1978, gli Stati Uniti hanno cercato di convincere i governi degli Stati arabi a normalizzare le relazioni con Israele, nonostante il trattamento riservato ai palestinesi e l'odio che questo trattamento suscita nel popolo arabo. Nel 2020 gli Stati Uniti hanno mediato accordi che hanno normalizzato le relazioni di Israele con Bahrein, Marocco, Sudan ed Emirati Arabi Uniti. L'Arabia Saudita ha avviato colloqui nella stessa direzione.

L'attacco del 7 ottobre ha fatto saltare i piani israeliani e imperialisti. Dopo un anno di attenta pianificazione, ignorata dalle forze di sicurezza israeliane, i combattenti palestinesi guidati da Hamas hanno superato le difese di confine di Israele e hanno colpito decine di obiettivi militari, oltre ad alcuni civili. Hanno preso centinaia di ostaggi prima di essere costretti a tornare oltre il confine.

Il maltrattamento, la tortura e l'uccisione di civili disarmati, non in età militare, devono essere condannati senza equivoci, anche se riconosciamo che si è trattato, in parte, di un'espressione della rabbia dei palestinesi per i massacri e l'espropriazione del loro popolo da parte di Israele. Ha fatto il gioco della macchina propagandistica sionista che ha disumanizzato i palestinesi e "giustificato" i propri crimini di guerra, di portata maggiore rispetto a quelli di Hamas o delle altre forze di resistenza palestinesi. Ma la maggior parte dell'operazione, compresa la presa di ostaggi, era militarmente legittima.

L'attacco ha interrotto il processo di "normalizzazione" delle relazioni di Israele con gli Stati arabi e musulmani sponsorizzato dagli Stati Uniti, ha mostrato la guerra coloniale latente di Israele contro il popolo palestinese e ha riportato la Palestina all'ordine del giorno nel mondo.

Nelle settimane successive, Israele ha lanciato una guerra genocida contro Gaza. L'esercito israeliano ha bombardato case, ospedali, scuole e centri comunitari, causando un numero di vittime di gran lunga superiore a quello del raid del 7 ottobre. La metà delle vittime sono bambini, una percentuale molto più alta di quella del raid del 7 ottobre. L'esercito israeliano ha accettato un breve cessate il fuoco per lo scambio di prigionieri e ora ha ripreso il suo attacco genocida, spingendo i 2,3 milioni di abitanti in un angolo sempre più piccolo della Striscia di Gaza e minacciando una nuova Nakba.


SOLIDARIETÀ

L'audacia della resistenza palestinese e la ferocia del contrattacco israeliano hanno rilanciato il movimento di solidarietà con la Palestina in tutto il mondo. Enormi manifestazioni si sono svolte in tutto il mondo arabo, ma anche in Europa, negli Stati Uniti e altrove. Il movimento di solidarietà era stato assopito dal lento strangolamento della Palestina e dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e altri quattro Stati arabi. Il 7 ottobre ha riportato in vita il movimento.

I marxisti rivoluzionari devono partecipare a tutte le azioni di solidarietà. Il cessate il fuoco a Gaza e il ritiro delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), per fermare il genocidio, è la priorità più urgente, ma il movimento di solidarietà deve anche rivendicare aiuti umanitari per Gaza, lo stop all'avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, la protezione dei diritti degli arabi israeliani e degli ebrei antisionisti in Israele, il diritto al ritorno dei rifugiati e l'interruzione dei legami militari con Israele.

Le azioni in corso comprendono già manifestazioni, disobbedienza civile, eventi pubblici, campagne mediatiche e di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele. Sindacati e altre organizzazioni stanno adottando risoluzioni che chiedono il cessate il fuoco e il taglio degli aiuti militari. In alcuni luoghi, i lavoratori stanno rispondendo all'appello della Federazione Generale Palestinese dei Sindacati (PGFTU) di interrompere la produzione e la spedizione di armi a Israele.


PROSPETTIVA

Sebbene i marxisti rivoluzionari debbano partecipare ad azioni di solidarietà ovunque sia possibile, il nostro ruolo particolare è quello di promuovere nella classe lavoratrice la comprensione della crisi e delle soluzioni.

Questo compito inizia con il dire la verità. Un cessate il fuoco a Gaza è necessario ma non sufficiente, poiché i sionisti continueranno la loro campagna per cacciare i non ebrei dalla Palestina. Un accordo negoziato è impossibile, poiché Israele non cederà abbastanza terra per uno Stato palestinese che sia accettabile e non rinuncerà alla supremazia ebraica per lasciare spazio a una democrazia laica in uno Stato binazionale. Gli imperialismi statunitense ed europeo non costringeranno Israele ad accettare la soluzione dei due Stai, o di uno Stato, poiché hanno bisogno che Israele li aiuti a dominare la regione.

Il capitalismo non ha una soluzione per la Palestina. Le alternative sono o il massacro e l'espropriazione dei palestinesi o l'intervento della classe operaia nella storia.

I lavoratori in Israele potrebbero fermare la società israeliana, dividere l'esercito e impedire ai sionisti di usare le loro armi nucleari. Ma per ora, la grande maggioranza della classe operaia israeliana è fedele al sionismo, e considerano lo sfruttamento in un regime di supremazia ebraica come migliore dello sfruttamento in un regime di assenza di supremazia ebraica. È una vecchia storia negli Stati coloniali. Solo la prospettiva di una Palestina democratica, laica e socialista potrebbe dare loro un motivo per rompere con i loro padroni.

I lavoratori negli Stati Uniti e in Europa potrebbero privare Israele del sostegno economico e militare di cui ha bisogno per perseguire le sue politiche genocide. La simpatia per i palestinesi sta crescendo, perché resistono e soffrono. Potrebbe raggiungere il livello dell'opposizione alla guerra del Vietnam alla fine degli anni Sessanta, che rese impossibile il proseguimento della guerra. I marxisti rivoluzionari e gli altri individui impegnati nel movimento di solidarietà palestinese - tra cui decine di migliaia di ebrei antisionisti e decine di migliaia di sindacalisti - dovrebbero fare tutto il possibile perché ciò accada.

I lavoratori dei Paesi arabi potrebbero rovesciare i loro governi collaborazionisti, costringere gli imperialisti statunitensi ed europei ad abbandonare Israele e offrire alla classe operaia israeliana la prospettiva di un futuro laico e democratico libero dal dominio capitalista e dalla guerra infinita. La Primavera araba ne ha mostrato il potenziale.

Non possiamo sapere come finirà l'ingiustizia del dominio sionista sulla Palestina, e nemmeno se finirà prima che il capitalismo faccia precipitare il mondo in un disastro ecologico o in una guerra nucleare. Quello che possiamo fare è proporre un programma d'azione per cui lottare, che parta da richieste immediate e culmini nell'unica soluzione reale: la rivoluzione dei lavoratori in tutta la regione. Questo è il nostro progetto.


Porre fine all'assalto genocida a Gaza. Cessate il fuoco immediato. Ritiro delle truppe israeliane. Porre fine all'assedio. Aprire i valichi.

Ricostruire le case, gli ospedali, le scuole, le università e le infrastrutture devastate di Gaza a spese di Israele e dei suoi finanziatori imperialisti.

Porre fine all'occupazione sionista della Cisgiordania. Ritirare l'esercito israeliano. Espulsione dei coloni.

Liberare tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Piena uguaglianza per i palestinesi nello Stato israeliano.

Porre fine agli aiuti e alle spedizioni di armi degli Stati Uniti e di altri imperialisti a Israele. Sostenere il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele.

Solidarietà con il popolo palestinese e arabo. Nessuna pace con il sionismo e l'imperialismo.

Per la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista. Per una Palestina laica, democratica e socialista dal fiume al mare.

Per il diritto al ritorno di tutti i rifugiati palestinesi. Pari diritti per la maggioranza araba e la minoranza ebraica della Palestina.

Abbasso i capitalisti, i proprietari terrieri, le monarchie e gli Stati arabi, agenti dell'imperialismo. Per l'unità rivoluzionaria del popolo arabo.

Per la rivoluzione proletaria in Medio Oriente e Nord Africa. Per una federazione socialista della regione.

International Trotskyist Opposition, League for the Fifth International

È uscito il nuovo numero di Marxismo Rivoluzionario

 


22 Dicembre 2023

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In questo numero:


Per una Palestina libera, laica e socialista in una Federazione socialista del Medio Oriente

Tesi sulla questione palestinese

Risoluzione sulla Palestina. Adottata dal Comitato di Coordinamento Internazionale dell'Opposizione Trotskista Internazionale

Al fianco della resistenza palestinese - Federico Bacchiocchi

La situazione politica italiana a un anno dall’insediamento del governo Meloni - Marco Ferrando

A ottant'anni dalla morte di Pietro Tresso (Blasco) - Franco Grisolia

L'Opposizione di sinistra 1923-1933 - Eugenio Gemmo

Al fianco della resistenza palestinese

 


In queste ore le forze dell’IDF stanno occupando porzioni crescenti della striscia di Gaza. Dopo giorni di bombardamento a tappeto, che hanno causato circa 30000 vittime tra i civili palestinesi, tra morti e feriti, con un tragico bilancio soprattutto per i bambini e le donne, le forze armate israeliane stanno procedendo al tentativo di rastrellamento dei combattenti palestinesi e si apprestano al combattimento casa per casa.


Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene il pieno diritto dei palestinesi a prendere le armi e resistere all’invasione genocidaria da parte dei sionisti.

Riconosciamo che oggi le forze armate palestinesi comprendono partiti e fazioni politiche diverse.


L’URGENZA E I COMPITI DELLA RESISTENZA ARMATA ALL’INVASIONE COLONIALE ISRAELIANA

La connotazione di Hamas, la maggiore delle organizzazioni che dirigono la resistenza a Gaza, il suo carattere antiproletario, su cui torneremo, non deve significare alcun arretramento, nemmeno di un millimetro, dal pieno appoggio alla resistenza armata del popolo palestinese.
Per questo sosteniamo la lotta armata di Hamas e degli altri combattenti, e salutiamo con favore una possibile rivolta popolare in Cisgiordania. Una rivolta che deve affrontare le forze israeliane e purtroppo anche la polizia dell’ANP, a cui chiediamo di interrompere immediatamente il proprio ruolo di governo collaborazionista con le forze colonialiste dello Stato sionista.

Auspichiamo inoltre che tutte le organizzazioni combattenti palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania mettano da parte ogni divisione e si riuniscano in un coordinamento unificato che consenta loro di prendere con efficacia tutte le misure militari necessarie a respingere l’invasione di Gaza e inferire le massime perdite all’esercito occupante.

Questo è infatti l’obbiettivo militare e politico prioritario del momento, che se dovesse essere fallito aprirebbe la strada alla pulizia etnica e ad una nuova Nakba per il popolo palestinese.


I MARXISTI RIVOLUZIONARI E I COMPITI FONDAMENTALI DELLA LOTTA DEL POPOPOLO PALESTINESE

Lo scopo della liberazione della Palestina, il che implica la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista di Israele, deve essere incondizionatamente sostenuto dai marxisti rivoluzionari di ogni parte del mondo.
Su questo non vi possono essere ambiguità che diano spazio all’illusoria possibilità che in qualsiasi forma, persino “socialista”, possa sorgere ed avere vita legittima uno Stato palestinese a fianco dello Stato sionista. Questa possibilità, oltre che dalla logica, oggi è esclusa dai fatti storici che avvengono sotto i nostri occhi.

Ma la liberazione della Palestina non può avvenire né nella forma della Repubblica islamica, come vogliono Hamas e la Jihad islamica, né in quella democratico-borghese. In questo senso, l’esistenza di uno Stato palestinese effettivamente libero e indipendente sarebbe meramente illusoria, perché sarebbe invariabilmente sottomessa a potenze capitaliste e imperialiste che continuerebbero la rapina delle sue risorse e lo sfruttamento delle sue masse proletarie.

Solo la rivoluzione socialista può realizzare il compito storico dell’autodeterminazione nazionale del popolo palestinese. Solo la sua estensione a tutto il Medio Oriente, con il fine della realizzazione di una Federazione socialista del Medio Oriente, può proteggere i diritti e le condizioni di vita tanto delle masse proletarie palestinesi quanto di quelle arabe.


LA NATURA REAZIONARIA DI HAMAS

L’accordo al coordinamento e al comando unificato delle operazioni militari non significa in alcun modo un appoggio politico, nemmeno transitorio, ad Hamas, verso cui i rivoluzionari devono nutrire, al contrario, la massima sfiducia.
Hamas, che in arabo vuol dire "Movimento islamico di resistenza", è un partito islamista piccolo-borghese dotato di un’ala politica ed un’ala militare non necessariamente unite sotto la stessa direzione.

Il reclutamento al partito e alla sua ala combattente avviene per il tramite della fidelizzazione mistica e religiosa che si sublima nell’ideologia della Jihad, ossia la guerra santa contro gli osservanti di altre religioni ed in primo luogo di quella ebraica.
La jihad costituisce un terreno di reclutamento per Hamas, così come il nazionalismo lo ha assunto spesso per direzioni piccolo-borghesi che hanno promosso lotte di liberazione nazionale in Europa e nel resto del mondo nei decenni passati.

Questa ideologia è inoltre resa lugubre da un marcato antisemitismo, che professa la cacciata e l’uccisione degli ebrei in quanto ebrei, e non solo la lotta contro i coloni ed il colonialismo, così come il nazionalismo spesso degenera nella sua forma fascista.
Inoltre è finalizzata a subordinare l’aspirazione nazionale palestinese all’interesse di regimi monarchici e capitalisti che finanziano il partito (Qatar).

I marxisti rivoluzionari da sempre denunciano queste ideologie e mettono in guardia il proletariato delle nazioni oppresse contro il loro inevitabile tradimento delle aspirazioni di liberazione nazionale. Questa infatti può essere garantita, nel quadro dell’attuale spartizione imperialistica del mondo, solo dalla rivoluzione socialista, che instaurando la dittatura del proletariato con il metodo della democrazia operaia, è la sola forma che può garantire la fine dell’oppressione nazionale così come di tutte le altre forme di oppressione.

Allo stesso tempo, contestiamo come obiettivo reazionario e antiproletario il fine politico strategico di Hamas, che è quello di costituire una repubblica islamica sul territorio della Palestina.
Una repubblica islamica simile a quella iraniana che oggi è attraversata dall’eroica rivolta del movimento delle donne, che il PCL sostiene incondizionatamente


IL MOVIMENTO MONDIALE A SOSTEGNO DELLA PALESTINA

Un grande e inaspettato movimento popolare, soprattutto giovanile, da est a ovest, da sud a nord sta attraversando tutti i continenti al grido “free Palestine”.

I marxisti rivoluzionari devono portare in questo grande movimento la consapevolezza del sostegno incondizionato alla resistenza palestinese, rifiutando ogni equidistanza tra oppressori ed oppressi, tra aggressori e aggrediti, anche se ammantata di un ipocrita pacifismo. Ciò nella prospettiva della liberazione della Palestina e la distruzione dello Stato sionista, per l’istaurazione di uno Stato operaio socialista che garantisca tutti i diritti del popolo ebraico e per l’estensione della rivoluzione proletaria a tutto il Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori