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Pietro Tresso, a ottant'anni dalla sua morte
Sono ormai passati ottant’anni da quando “Blasco”, Pietro Tresso (guarda il nostro video documentario nuovo di zecca), uno dei padri del movimento operaio italiano ed internazionale, perse tragicamente la vita. La sua testa cadde come tanti altri rivoluzionari, per opera della burocrazia stalinista. Colpevoli solamente di opporsi alle menzogne fabbricate da Mosca.
La vita di Tresso fu piena di privazioni, sofferenze e miseria.
Nato nel 1893, quarto figlio di un ex mezzadro di Venezia divenuto manovale, e a nove anni dovette lasciare la scuola, imparando sin dalla tenera età il mestiere di sarto, alcune fonti riportano anche possibile operaio presso la fabbrica Lanerossi di Vicenza.
Entrò presto nella gioventù socialista, e fu insieme a Bordiga e Gramsci uno dei fondatori del PCI e membro dell’Ufficio Politico.
Grande organizzatore di sindacati contro il fascismo (famosa la lotta a Gravina di Puglia), responsabile del centro interno clandestino del PCI in Italia, rappresentò il Partito Comunista d'Italia a Mosca nel novembre del '22 durante il IV congresso dell'Internazionale Comunista. La sua figura e il suo prestigio nella sinistra italiana gli costarono virulenti attacchi da parte dei fascisti, che cercarono anche di ucciderlo.
La sua personalità dotata di grandi capacità politiche e organizzative fu descritta in maniera esemplare da Ignazio Silone: «Sotto molti aspetti, Pietro Tresso era in effetti un comunista esemplare. Caso poco frequente nel movimento operaio italiano, era un dirigente di origine proletaria che conservava intatte le qualità di freschezza e attività della sua classe sociale. Benché autodidatta, la sua viva intelligenza s'applicava allo studio degli argomenti più differenti, anche quelli che erano estranei alle necessità del lavoro pratico che il partito gli affidava. Nella conversazione con gli amici, gli piaceva manifestare il suo gusto per la conoscenza disinteressata. Era coraggioso di natura e, nelle circostanze più drammatiche del lavoro clandestino, non perdeva mai il suo buonumore».
Nel 1930 venne espulso dal PCI, insieme a due compagni dell'Ufficio Politico, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli, a causa dell'adesione al trotskismo. Diede battaglia con tutta la sua tenacia alla linea avventuristica dello stalinismo, aderì all'Opposizione di Sinistra Internazionale fondata da Trotsky; da quel momento in poi lavorò fino alla morte al suo fianco, nelle file del movimento trotskista internazionale.
Nei primi anni '30, Blasco si impegnerà a costruire e a dirigere, in Italia e in Francia, la lotta sistematica alla burocrazia sovietica. Egli era infatti oramai convinto del processo degenerativo in atto nell'URSS, processo che portò il partito di Stalin e dei suoi lacchè alla divisione della classe operaia, bollando i socialisti come "socialfascisti", contribuendo così alla vittoria del nazismo in Germania.
Nel 1943, tra il 26-27 ottobre, la sua vita giunge all'epilogo: verrà giustiziato a sangue freddo, in Francia, da sicari di Stalin, "gli affossatori della rivoluzione". Su chi abbia dato l’ordine ancora non vi è chiarezza. Sicuramente l’ordine è partito dall’alto. Sappiamo che l’esecutore materiale fu il partigiano Jean Sosso (Giovanni Sosso), un uomo dell’apparato stalinista, nato in Italia ma migrato in Francia. Dopo la guerra fu inviato in Polonia come giornalista dell’Humanité (giornale francese stalinista).
Il PC italiano si è chiuso in un silenzio compromissorio. Togliatti e Cerreti, se non direttamente colpevoli, erano sicuramente a conoscenza della morte di Tresso. Leonetti, ex storico dirigente del partito, come ha riportato il giornalista Berardi dell’Unita (giornale del PCI), nel dicembre del 1984, prima della morte, ricevette all’ospedale romano Gemelli la visita di due uomini che gli chiesero di far sparire un testo di Togliatti che, se pubblicato, avrebbe scatenato l’inferno. Leonetti li allontanò definendoli dei «corvi».
Tresso è uno di quei dirigenti come Wolf, Nin, Klement, L. Sedov, che hanno dedicato la vita per il socialismo. Militanti che si sono opposti alle tragedie della burocrazia staliniana, militanti che hanno lottato per l'internazionalismo comunista, pagando con la vita le loro idee. Tresso merita un adeguato riconoscimento, è un’icona non solo politica ma anche morale di grande valore.
Per troppo tempo le vittime dello stalinismo sono state rimosse e cadute nel dimenticatoio. Lo stalinismo non era un giudice di un tribunale operaio, ma un becchino poggiato sul sangue dei rivoluzionari.
Bibliografia essenziale su Pietro Tresso
Assassinii nel maquis. La tragica morte di Pietro Tresso - Pierre Broué - Prospettiva Edizioni
Vita di Blasco di Giorgio Sermasi, Paolo Casciola, Odeonlibri
Alfonso Leonetti. Storia di un'amicizia. Testi inediti, ricordi e corrispondenza con Roberto Massari (1973-1984)
Il vento contro - Stefano Tassinari - Marco Tropea Editore
Jean Burles
https://maitron.fr/spip.php?article18197
Jean Sosso
https://maitron.fr/spip.php?article131464
Eugenio Gemmo
A 80 anni dalla morte di Pietro Tresso - il documentario realizzato da@ compagn@ di Reggio Calabria
Presentazione a Bologna del libro "Stalin e il PCI. Tra mito e realtà" di Marco Ferrando
per l'illustrazione del contenuto e degli argomenti trattati:
https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=7248
Nuovo libro. 'Stalin e il PCI. Tra mito e realtà'
È uscito un nuovo libro di Marco Ferrando dal titolo Stalin e il PCI. Tra mito e realtà, Red Star Press editore. Il testo precedente dell'autore (Cento anni. Storia e attualità della rivoluzione comunista), anch'esso edito da Red Star Press, si soffermava principalmente sull'attualità del marxismo rivoluzionario e del suo programma fondamentale in rapporto alla crisi del capitalismo. Il nuovo libro affronta il tema da un'angolazione diversa: la storia del movimento operaio e comunista in Italia, nella sua connessione con lo stalinismo.
Lo stalinismo non è riducibile alla figura di Stalin, e neppure alla sola storia dell'URSS. Esso non solo ha dominato – lungo l'arco di mezzo secolo – un ampio settore del movimento operaio mondiale, e i movimenti di liberazione nazionale contro l'imperialismo in Asia e in Africa, ma ha anche determinato, per i suoi effetti diretti e indiretti, larga parte della storia successiva al proprio crollo. La caduta del Muro di Berlino, la restaurazione capitalistica in Russia e in Cina per mano delle loro burocrazie dirigenti, la nascita per questa via di nuove potenze imperialiste con i loro enormi riflessi su scala internazionale, sono inseparabili in ultima analisi dalla parabola storica del fenomeno staliniano. Non riguardano solo il passato ma il presente, inclusi i nuovi venti di guerra.
Così è stato per il movimento operaio. Le sedimentazioni dello stalinismo permangono non solo nelle organizzazioni e nei partiti che si rifanno apertamente al suo mito, ma anche nell'immaginario di settori dell'avanguardia di classe, politica e sindacale. Nel loro linguaggio, nella loro lettura del mondo (basta pensare al campismo), nella loro impostazione politica e strategica. Ciò è particolarmente evidente in Italia, dove ha operato per sessant'anni il partito staliniano con la maggiore influenza di massa dell'intero Occidente capitalistico, il Partito Comunista Italiano.
La cultura del PCI, nei suoi diversi frammenti, è infatti sopravvissuta al partito. Ha smarrito la propria organicità ma non il proprio vocabolario. La “Costituzione nata dalla Resistenza” (invece che dal suo tradimento), la “sovranità nazionale dell'Italia” (cioè dell'imperialismo di casa nostra), i blocchi “progressisti” e di governo con la borghesia liberale, il feticcio della democrazia borghese e dello Stato, le illusioni sull'ONU e la diplomazia mondiale, lo stesso minimalismo rivendicativo sul piano politico e sindacale (inclusa l'estraneità alla tradizione più radicale della lotta di classe sul terreno dell'azione e dell'autorganizzazione di massa) sono tutti ingredienti della tradizione del PCI e della lunga egemonia che questa ha esercitato a sinistra, persino a sinistra del PCI. Non è un caso se tali posture, ben oltre il PCI, hanno dominato in varie forme negli ultimi trent'anni la politica e il pensiero delle sinistre cosiddette radicali. Anche di quelle che dovevano “rifondare”.
Questa cultura riformista non germinò spontaneamente, o per fattori casuali. Si affermò in un drammatico scontro politico con la cultura precedente del movimento operaio italiano, quella del PCd'I delle origini, e di parte dello stesso Partito Socialista Italiano dei primi anni '20. Una cultura classista, internazionalista e rivoluzionaria, che aveva segnato ampi settori di massa del proletariato del primo '900 e che aveva trovato il proprio sbocco più conseguente nella fondazione del PCd'I a Livorno, quale sezione dell'Internazionale Comunista. Non senza incrostazioni iniziali di estremismo, come nella impostazione bordighiana, ma su una base coerentemente rivoluzionaria. Una base programmatica e di principio su cui si innestò la riflessione ed elaborazione di Antonio Gramsci, nel segno di un'adesione compiuta al bolscevismo. Le Tesi di Lione del terzo congresso del PCd'I (1926) sancirono tale patrimonio, quello che il togliattismo pochi anni dopo avrebbe liquidato.
Certo, il PCI nacque dal PCd'I, ma come sua negazione. Nacque cioè dalla distruzione del PCd'I delle origini – prima di Bordiga e poi di Gramsci – attraverso la sua assimilazione allo stalinismo. L'espulsione “per trotskismo” nel 1930 di metà del suo Ufficio Politico (Tresso, Leonetti, Ravazzoli) per volontà di Togliatti, con l'appoggio determinante di Longo e di Secchia, fu il passaggio decisivo di tale svolta. Riflesso in Italia della deriva del Comintern.
Stalin e il PCI. Tra mito e realtà ricostruisce la genesi e l'evoluzione dello stalinismo italiano lungo l'intera parabola del PCI, sino alle soglie della sua dissoluzione dopo il crollo del Muro di Berlino. Distingue la passione delle generazioni operaie che vi militarono dalla politica controrivoluzionaria della sua burocrazia dirigente. Rivela in particolare il vero ruolo del cosiddetto stalinismo di sinistra (Pietro Secchia) nella copertura determinante della politica di Togliatti in tutti i suoi passaggi determinanti: dall'appello ai “fratelli in camicia nera” del 1936 ai governi di unità nazionale con Badoglio, Bonomi, De Gasperi; dal disarmo partigiano alla ricostruzione capitalistica; dal voto decisivo all'articolo 7 in Costituzione all'amnistia per gli aguzzini fascisti, sino alla svendita del grande sciopero generale del 14-16 luglio 1948. Una politica che spianò la strada alla disfatta degli anni '50, alla lunga stagione della vendetta padronale e della reazione anticomunista, sino alla ripresa del movimento operaio degli anni '60 e alla sua nuova subordinazione alla borghesia col compromesso storico berlingueriano del successivo decennio, quello che segnò l'inizio della fine del PCI, assieme al lungo riflusso del movimento operaio. Prima il craxismo, poi la seconda Repubblica, saranno la sua risultante.
Nel ricostruire passo dopo passo la parabola storica del PCI, il libro chiarisce la sua connessione con la degenerazione staliniana dell'intero movimento comunista internazionale. Contro ogni teoria immaginifica della cosiddetta “autonomia” del PCI, teorizzata sia dagli apologeti del togliattismo sia, per ragioni opposte, dagli eredi di Secchia. Gli uni per nobilitare il riformismo nazionale del PCI quale partito di governo e costituzionale, gli altri per rivendicare un presunto ruolo rivoluzionario di Stalin che il XX congresso del PCUS avrebbe colpevolmente rinnegato. In realtà tutte le scelte di fondo del PCI dagli anni ''30 agli anni '60 furono in stretta connessione con gli indirizzi controrivoluzionari della burocrazia sovietica, a partire dalla svolta di Salerno.
Al tempo stesso, fu proprio l'integrazione profonda nello Stato borghese che quel corso politico avviò nel dopoguerra a gettare le basi della lunga socialdemocratizzazione del PCI, del partito delle cooperative, degli assessori, delle aziende pubbliche, dominato sempre più dal proprio appetito di governo del capitalismo italiano piuttosto che dalla propria subordinazione a Mosca. Lungo un processo incompiuto che solo il crollo dell'URSS riuscirà a liberare, sino allo scioglimento del PCI. Uno scioglimento che rappresentò la confessione postuma del partito, più che il suo tradimento.
Ricostruire questo tragitto storico con ampia e argomentata documentazione, come fa il libro, non è un esercizio storiografico, ma una necessità politica per chi voglia rilanciare oggi un progetto marxista rivoluzionario, in Italia e su scala internazionale. La storia degli ultimi trent'anni ha dimostrato che senza fare i conti con la tragedia politica staliniana non si può costruire una storia nuova dei comunisti. Perché ci si imbatte a ogni passo nel suo lascito. Il governismo che ha ucciso Rifondazione Comunista trascinandola nel voto alle missioni militari, alla precarizzazione del lavoro, alla detassazione dei profitti, non è uno spiacevole incidente ma l'eredità di una storia. Peraltro già l'esperienza degli anni '40, come quella degli anni '70, aveva dimostrato che senza un bilancio dello stalinismo (inclusa la sua variante maoista) non era possibile costruire a sinistra del PCI una direzione alternativa del movimento operaio. A maggior ragione non sarebbe possibile oggi in condizioni assai più difficili, dopo un'enorme dispersione di forze e una sconfitta profonda.
Più in generale, i nuovi tempi di ferro e di fuoco che investono il mondo non possono essere affrontati col retaggio della vecchia cultura riformista, col peso ingombrante della sua zavorra. Richiedono il recupero della tradizione rivoluzionaria, che è condizione necessaria del suo stesso aggiornamento e sviluppo. La tradizione di Lenin e di Trotsky, di Antonio Gramsci e di Pietro Tresso, quella che oggi vede nel successo del trotskismo in Argentina presso importanti settori di classe e di massa la misura di un nuovo spazio di rilancio del marxismo rivoluzionario.
Vi sono anche in Italia alcune migliaia di giovani che cercano in qualche modo, seppur in forme diverse, il filo rosso del leninismo. Che sentono l'esigenza di non limitarsi alla routine dell'antagonismo, di riconoscersi in un progetto complessivo, di ritrovare le radici di tale progetto nella grande storia del movimento operaio, di formarsi come quadri leninisti nello studio serio di questa storia. Studio che è incompatibile coi falsi miti e con la retorica della menzogna, con la rimozione della memoria storica e della sua verità. La costruzione di un partito rivoluzionario non può fare a meno di questa risorsa preziosa.
L'operazione truffa di Rizzo e Giannini
L'appello “Ora l'unità. Per il partito comunista in Italia” è una truffa. Lo è sia dal punto di vista dell'evocazione unitaria che dei contenuti di merito. Infatti non è né unitario né comunista.
Innanzitutto non è unitario, se non nella finzione retorica. Da un lato liscia il pelo alla domanda di un'indistinta unità comunista di tanti compagni e compagne indirizzandola verso i partiti comunisti italiani, i loro gruppi dirigenti, i loro segretari. Come dire “noi siamo per l'unificazione di tutti, chi non ci sta ne risponda”. Dall'altro lato lo stesso appello afferma giustamente che l'unificazione «può verosimilmente avvenire solo sulla base prioritaria ed essenziale di una forte affinità ideologica e politico-teorica tra le parti». Un concetto ribadito in modo insistente nella lettera aperta di accompagnamento dell'appello, e nell'immediato commento di plauso di Marco Rizzo.
Bene. Noi siamo d'accordo con questo concetto. Una unificazione senza una base programmatica comune sarebbe un pasticcio senza futuro. È fallita con Rifondazione nonostante disponesse di un bacino di massa, a maggior ragione fallirebbe come operazione a freddo tra piccoli partiti. Ma se gli stessi primi firmatari dell'appello pongono come condizione dell'unificazione la «forte affinità ideologica e politico-teorica» sono loro stessi a confessare che l'unificazione generale evocata dall'appello con toni retorici, solenni e struggenti, è solo una finzione penosa. L'unificazione proposta è, legittimamente, quella tra chi condivide le posizioni di Marco Rizzo e Fosco Giannini. Un'unificazione in casa propria. Auguri, ma cosa c'entrano gli altri?
Ma soprattutto le posizioni di merito di Marco Rizzo e Fosco Giannini, poste a condizione dell'unità dei comunisti, non hanno nulla a che vedere col comunismo.
La sostanza dell'appello è la seguente: siccome il mondo cammina verso la guerra, occorre stringersi attorno alla Cina di Xi Jinping quale «cardine del fronte antimperialista in progress», e attorno alla Russia di Putin «avversario politicamente indomabile» dell'imperialismo. Bisogna che si «osteggi ogni equidistanza tra l'imperialismo USA e dei suoi alleati e la Repubblica Popolare Cinese». Va rivendicata l'uscita dell'Italia dalla NATO, dalla Unione Europea, dall'euro, per recuperare la sovranità nazionale dell'Italia, oggi svenduta a Bruxelles e ridotta a un paese Quisling.
È una legittima posizione sciovinista. Quella contro cui nacque la Terza Internazionale comunista.
1) Se il mondo cammina verso una possibile guerra occorre contrapporsi a tutti gli imperialismi nel nome della fraternizzazione internazionale degli operai. “Il nemico è in casa nostra” è la parola d'ordine essenziale. In casa nostra il nemico è innanzitutto l'imperialismo USA, gli imperialismi europei, e l'imperialismo italiano. Imperialismi dei quali vanno denunciati e sbugiardati gli interessi economici, militari, diplomatici, fautori di guerra, a partire dalla NATO. Ma la contrapposizione al nemico di casa nostra va fatta dall'angolo di visuale della nostra classe e di una prospettiva di rivoluzione, non dal versante degli imperialismi rivali e dei loro interessi.
La Cina è oggi una potenza imperialista che saccheggia buona parte dell'Africa, usa l'arma del debito come strumento di dominio su altre nazioni, contende palmo a palmo all'imperialismo d'occidente il controllo delle zone di influenza, esercita sfruttamento sui salariati di casa propria cui nega spesso i diritti sindacali più elementari. Lo stesso vale, in forma diversa e più limitata, per la Russia. Perché allora i lavoratori italiani, europei, americani, che giustamente vanno chiamati a denunciare i propri governi e i propri sfruttatori, dovrebbero sostenere l'imperialismo cinese? E perché dovremmo chiamare gli operai cinesi e russi a solidarizzare coi propri governi e i propri imperialismi nella spartizione delle zone di influenza?
L'appello di Rizzo e Giannini oltretutto non solo sostiene l'imperialismo cinese ma addirittura lo presenta come “cardine del fronte antimperialista”. Quindi, se le parole hanno un senso, come guida e faro del proletariato mondiale. È una posizione delirante, in ogni caso antiproletaria e anticomunista.
2) L'Italia non è affatto un “paese Quisling”, cioè una colonia o semicolonia degli USA e di Bruxelles. È un paese imperialista, seconda potenza industriale d'Europa, in concorrenza con l'imperialismo tedesco per l'egemonia nei Balcani, impegnato a contendere alla Francia l'egemonia in Nord Africa, interessato a pattuire con la Francia una penetrazione economica in Africa. Certo, dobbiamo rivendicare la rottura dell'Italia con la NATO e con l'Unione Europea imperialistica, ma dal versante degli interessi della nostra classe, in solidarietà con i lavoratori tedeschi, francesi, americani, per una comune prospettiva internazionale anticapitalista e socialista. Viceversa, contrastare la NATO e la UE nel nome della sovranità mutilata dell'Italia, cioè dell'imperialismo italiano, significa lisciare il pelo alle destre reazionarie e alla loro retorica nazionalista. “Via dalla NATO, dalla UE, dall'euro” senza altre specificazioni è oggi formalmente uno slogan anche di Forza Nuova e CasaPound. È un fatto. Non diciamo ovviamente che “allora Rizzo è fascista”. Diciamo che le sue posizioni lisciano il pelo alla destra, la quale spesso ricambia con toni affettuosi. È la filosofia del rossobrunismo, cara a Diego Fusaro, quella del superamento del vecchio confine tra destra e sinistra, quella che contrappone i diritti sociali ai diritti civili... Appunto le posizioni di Rizzo. Cosa c'entrano i comunisti con tutto questo?
Colpisce che in un appello che si offre come fondamento dell'unità comunista non vi sia alcun cenno alla prospettiva socialista, né ad un programma d'azione anticapitalista, né a un bilancio dei decenni passati.
Le uniche misure della borghesia italiana che vengono denunciate sono quelle prese dai governi degli ultimi anni, dall'articolo 18 in su. Nulla invece sulle responsabilità determinanti dei governi di centrosinistra che Marco Rizzo e Fosco Giannini hanno appoggiato. Quei governi che hanno realizzato il lavoro interinale, il record delle privatizzazioni in Europa, il bombardamento su Belgrado, la detassazione dei profitti di industrie e banche, il finanziamento delle missioni militari in Afghanistan. Su tutto questo un pietoso silenzio, e non è un caso. L'unificazione attorno a Rizzo e Giannini non può che rimuovere pudicamente le responsabilità di entrambi. Anche in fatto di sostegno alla NATO.
In conclusione. L'unità dei comunisti è buona e giusta, ma può avere un futuro solo se avviene in un partito comunista, quindi attorno ai principi del marxismo rivoluzionario: l'indipendenza di classe da ogni governo borghese e da ogni imperialismo; una prospettiva socialista internazionale; la riconduzione degli obiettivi immediati di lotta ad una prospettiva di rivoluzione. Erano i fondamenti su cui venne fondato il Partito Comunista d'Italia nel 1921, il partito diretto da Bordiga, Gramsci, Tresso. Il partito distrutto politicamente dal PCI per mano di Stalin,Togliatti, Secchia.
Il PCL è interessato a ricostruire il PCd'I, Marco Rizzo a riesumare il PCI. Non può esserci confusione tra due prospettive tra loro incompatibili. Da un lato i comunisti, dall'altro gli stalinisti.
Partito Comunista dei Lavoratori
A cento anni dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia
21 Gennaio 2021
#Livorno21
Esattamente cento anni fa, il 21 gennaio 1921, i delegati della frazione comunista abbandonavano il congresso del Partito Socialista Italiano che si svolgeva al teatro Goldoni di Livorno per raggiungere il vicino teatro San Marco, già utilizzato dall’esercito nel corso della precedente guerra e quindi privo di sedie, senza impiantito e con il tetto che lasciava passare la pioggia.
Qui, nel corso della stessa giornata i delegati, che rappresentano circa cinquantottomila votanti nei congressi di base del PSI, proclamavano il nuovo partito con il nome di Partito Comunista d’Italia. Si staccavano da novantottomila massimalisti della cosiddetta mozione “comunista unitaria” (rappresentati in primis da Giacinto Menotti Serrati) che pur richiamandosi alla Terza Internazionale e alle sue posizioni si erano rifiutati, dando espressione alle loro posizioni centriste, di rompere con i quattordicimila riformisti di sinistra della mozione “concentrazione socialista”, capeggiati da Filippo Turati, come chiedeva loro l’Internazionale, al pari quanto chiesto e realizzato in Germania e Francia.
Come scriverà più tardi uno dei delegati presenti, Pietro Tresso (che diventerà dirigente della Quarta Internazionale e sarà assassinato dagli stalinisti nella Resistenza francese nel 1943), i due nomi principali di riferimento sono Antonio Gramsci e soprattutto Amadeo Bordiga, agli occhi di tutti, e nella realtà, il massimo dirigente del partito.
Il PCL ricorderà la fondazione del Partito Comunista d’Italia con un’assemblea in diretta Facebook domenica 31 alle 10.30. E questa sarà nei fatti l’unica degna iniziativa in memoria di quell’evento fondamentale. Come spesso succede nella storia, gli eredi di avversari e traditori del PCd’I si sono impegnati a ricordarlo per ingannare i militanti soggettivamente comunisti.
Il centenario del PCd’I è infatti oggetto in questi giorni di iniziative di commemorazione, per lo più di matrice stalinista e/o nazional popolare, in omaggio alla tradizione del PCI nelle sue diverse declinazioni. Il PCd'I è tristemente celebrato dagli eredi di chi lo distrusse come partito rivoluzionario; di chi fece appello ai «fratelli in camicia nera»; di chi tradì la Resistenza e ricostruì lo Stato borghese alla fine della guerra, con annessa amnistia ai boia fascisti; di chi imprigionò la lotta del movimento operaio attorno alla bandiera dell'unità nazionale e del compromesso storico con la borghesia. A noi è sembrato invece importante che organizzazioni che possono a ragione richiamarsi, al di là delle loro differenze, al PCd’I delle origini – e dunque all’internazionalismo rivoluzionario e alla rivoluzione proletaria – possano trovarsi insieme in una iniziativa sul centenario. Nella quale intrecciare verità storica, rivendicazione programmatica, lezioni per il presente e il futuro del movimento operaio.
In nessuna di queste iniziative, oltre a ricordare abusivamente Gramsci, si ricorderanno i meriti di Amadeo Bordiga, rinviato all’oblio eterno da stalinismo e riformismo. Non sarà così per noi. Non perché condividiamo, come PCL, la politica da lui sviluppata, né quando era dirigente del PCd’I né successivamente, anzi ne siamo fermi critici. Ma da un lato ricordare la nascita del PCd’I senza ricordare il suo principale artefice sarebbe come parlare della nascita del comunismo tedesco senza ricordare Rosa Luxemburg (cosa che gli stalinisti qualche volta riuscirono a fare); dall’altro Bordiga rimase comunista fino alla morte, a differenza dei voltagabbana come Togliatti. Per questo lo ricorderemo, nei suoi meriti come nei suoi errori, al pari di Gramsci, e forse qualcuno dei partecipanti sarà più positivo di noi nel giudizio su Bordiga.
Perché infatti la nostra iniziativa, come detto unica legittima, vedrà la partecipazione di compagni di altre organizzazioni rivoluzionarie, accomunate al nostro partito dal fatto di potersi richiamare alla tradizione comunista rivoluzionaria del PCd’I del 1921.
Invitando tutte e tutti a seguire l’iniziativa, per chiarire la natura marxista rivoluzionaria del PCd’I delle origini pubblichiamo qui il suo programma originario.
Programma del Partito Comunista d’Italia
Il Partito Comunista d’Italia (Sezione dell’Internazionale comunista) è costituito sulla base dei seguenti principii:
1. Nell’attuale regime sociale capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive ed i rapporti di produzione, dando origine all’antitesi ed alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia dominante.
2. Gli attuali rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese, che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica.
3. Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione, da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.
4. L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria è il partito politico di classe. Il Partito comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali d’azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato.
5. La guerra mondiale, causata dalle intime insanabili contraddizioni del sistema capitalistico, le quali produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.
6. Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato statale borghese e con la instaurazione dello Stato basato sulla sola classe produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.
7. La forma di rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella rivoluzione russa, inizio della rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.
8. La necessaria difesa dello Stato proletario, contro tutti i tentativi contro-rivoluzionari, può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica, e con l’organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.
9. Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure d’intervento nei rapporti dell’economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.
10. Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale eliminandosi la divisione della società in classi, andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.


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