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Addio Fiamma

 


È venuta a mancare la nostra compagna Fiammetta Occhetti. Una compagna che ha attraversato l’intero tragitto della nostra storia politica. Una compagna che ha amato il nostro partito e che il nostro partito ha amato. Come sa chiunque l’abbia conosciuta e frequentata.

Fiamma incrociò la nostra storia politica all’inizio del percorso di Rifondazione. Da elettrice delusa del PCI, come tanti e tante vide nel Partito della Rifondazione Comunista un punto di riferimento: la possibile riscossa da una politica di compromissione, un partito finalmente classista e anticapitalista. Ma Fiamma capì rapidamente che quella aspettativa iniziale si scontrava con un gruppo dirigente di Rifondazione che nei suoi diversi assetti perseguiva una politica istituzionale e governista, profondamente subalterna, tutta interna al quadro della democrazia borghese. Da qui il suo avvicinamento alla corrente trotskista dell’opposizione interna del PRC sin dai primissimi anni ’90. Fiamma fu militante attiva non solo delle nostre battaglie congressuali nel PRC ma anche dell’Associazione Marxista Rivoluzionaria Progetto Comunista, ossia dell’organizzazione politica che riconduceva quelle battaglie alla prospettiva di un partito rivoluzionario indipendente. Fiamma svolse un ruolo dirigente nella AMR, nella sua nascita e nel suo sviluppo. A maggior ragione fu militante appassionata del Partito Comunista dei Lavoratori sin dalla sua fondazione.

Fiamma Occhetti portò nelle nostre file il segno di una personalità particolare e ricca. Fiamma aveva lavorato diversi anni all’estero, in particolare in Gran Bretagna. La sua stessa esperienza di vita la portava a una naturale familiarità con un orizzonte politico internazionale e internazionalista. Uno dei fattori che la spinse verso di noi fu l’avversione radicale allo stalinismo e ad ogni sua manifestazione. Nell’ambiente di Rifondazione era tutt’altro che un’avversione scontata. L’idea di una “identità comunista” che abbracciasse indistintamente, come allora si diceva, le diverse famiglie del Novecento esercitava una forte influenza nel senso comune diffuso del corpo militante del partito. E anche in settori che si opponevano al suo gruppo dirigente e si avvicinavano alla nostra corrente. La battaglia per il trotskismo fu allora centrale anche nelle nostre file, contro dubbi e confusioni presenti. Fiamma non solo fu da subito una convinta partigiana della battaglia per il trotskismo ma svolse un ruolo nell’avvicinare ad esso compagni e compagne della sua generazione. Anche per questo fu parte integrante del nostro progetto.

Al di là della sua storia politica, Fiamma fu una grande compagna, di straordinaria semplicità e umanità. I compagni e le compagne della Liguria ricordano ad esempio le sue capacità culinarie in occasione di nostre feste e iniziative. Erano una delle sue forme di relazione umana col partito. Fiamma era tanto netta e intransigente nelle posizioni politiche quanto dolce nelle relazioni interne alla nostra organizzazione. Anche nei momenti difficili, nei passaggi stretti della nostra storia, ha fatto sentire la presenza della sua determinazione. “Ce la faremo anche questa volta, dobbiamo solo continuare a resistere e lottare” ci scrisse alcuni anni or sono. Forza e coraggio furono sempre la sua cifra.

Negli ultimi anni, problemi di salute e di vecchiaia la costrinsero a lasciare la Liguria, dove aveva vissuto e militato a lungo, e a trasferirsi a Milano per avere una maggiore vicinanza dei suoi figli. Ma le rimase dentro l’amore per “il suo mare”, al quale intende donare le proprie ceneri. E anche una profonda concezione materialista della esistenza umana. Quando i medici le dissero che le mancavano ormai due settimane di vita, la sua preoccupazione fu quella di dire ad alcuni di noi, scossi dalla notizia, che non c’era ragione di drammatizzare. “Che problema c’è? Noi siamo materialisti, dunque consapevoli del ciclo naturale della vita”. Anche questo misura la grandezza di Fiamma. Anche questo ce la rende particolarmente vicina.

Addio Fiamma, rimarrai per sempre nella nostra memoria e nel nostro cuore.

Partito Comunista dei Lavoratori

È morto Hugo Blanco

 


Dirigente trotskista e leader dei contadini peruviani

Pochi giorni fa, il 25 giugno, è mancato all’età di 88 anni Hugo Blanco Galdes, dirigente trotskista peruviano e internazionale, e leader dei contadini indigeni nativi (quechua) del suo paese, di cui organizzò la resistenza armata contro le forze di repressione statali e dei latifondisti.


Blanco nacque nel novembre 1934 nella storica città di Cuzco. Benché di famiglia borghese e “bianca”, fin da ragazzo contrastò il regime sociale esistente e la sua oppressione degli indigeni.

A metà degli anni ‘50 si recò a La Plata in Argentina per studiare agraria in quella città. Fu lì che conobbe e aderì al movimento trotskista, raggiungendo l’organizzazione Palabra Obrera diretta da Nahuel Moreno (che aderiva al Comitato Internazionale della Quarta Internazionale, la corrente antirevisionista, che aveva il principale esponente nell’americano Jim Cannon, già membro dell’Esecutivo dell’Internazionale Comunista negli anni ’20). Come militante di tale organizzazione, entrò nel 1957 in una grande fabbrica, per impratichirsi nel lavoro sindacale.

Rientrò poi alla fine degli anni ‘50 in Perù, per contribuire allo sviluppo della sezione peruviana del Comitato Internazionale della Quarta Internazionale, il Partito Operaio Rivoluzionario. Nella sua regione di Cuzco si recò nella zona della Valle de la Convencion, dove la massa dei contadini indigeni vivevano sottoposti ai latifondisti in condizioni di tipo feudale. Affittò un piccolo terreno per essere anche lui contadino, e si mise a organizzare sindacalmente i lavoratori.
Dal 1959 al 1962 modificò i rapporti di forza e la situazione, guidando occupazioni di terre ed espulsioni di latifondisti, e organizzando migliaia di contadini. Per sviluppare questa azione organizzò con i suoi compagni una milizia popolare armata. Questa organizzazione non aveva niente a che vedere con un gruppo guerrigliero. Come disse allora e in un’intervista ancora due anni fa, «io non sono mai stato un guerrigliero castrista». In tutta la sua azione si sentiva profumo di bolscevismo. Tutte le decisioni erano votate dalle assemblee, che nominano inoltre dal basso tutti i delegati e dirigenti. La zona della Valle del la Convencion era diventata, certo in piccolo, una specie di comune contadina di tipo sovietico.
Il governo peruviano non poteva permettere l’esistenza di tale situazione, tanto più che Hugo Blanco, oltre che segretario della confederazione contadina di tutta la regione di Cuzco, stava diventando un riferimento per i contadini a livello nazionale. Ci furono alcuni scontri della milizia contadina con la gendarmeria e altri incidenti. In questi vennero uccisi alcuni gendarmi. Blanco fu accusato dell’omicidio di uno di questi, arrestato, e condannato a morte.

Fu una grande campagna di mobilitazione, sia interna in Perù che internazionale (insieme alla paura delle conseguenze in Perù, da parte delle masse in primis contadine, dell’uccisione “legale” di Blanco), che permise che la condanna fosse mutata in venticinque anni di prigione. L'organizzazione che fu centrale nella campagna internazionale per Blanco fu il Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, cioè l’organizzazione nata dalla riunificazione, purtroppo opportunista, tra i revisionisti della frazione della vecchia Quarta Internazionale diretta da Mandel e Maitan, e la metà del vecchio Comitato Internazionale con Cannon e Moreno (il POR peruviano aveva seguito quest’ultimo) .

Nel 1968, proprio dopo la conclusione disastrosa dell'azione di Che Guevara in Bolivia, la maggioranza del Segretariato Unificato decise follemente di passare a una strategia di guerra di guerriglia in tutta l’America Latina. Informato in carcere di questa decisione, Blanco espresse il suo dissenso, ma non chiese di renderlo pubblico, perché isolato in carcere e perché credeva che fosse una posizione unanime dell’Internazionale.

Quando nel 1970 Blanco fu liberato, come vedremo, scoprì che quasi il 40% dell’Internazionale (tutti gli ex del Comitato Internazionale più alcuni altri) erano contrari alla svolta guerriglierista. Si lanciò quindi nella battaglia politica scrivendo diversi documenti e articoli, tra l’altro innervosito dal fatto che nessuno lo avesse chiaramente informato, come sarebbe stato possibile, della divisione dell’Internazionale.

Come abbiamo detto, Hugo Blanco era stato liberato anticipatamente. Questo derivava dal fatto che in Perù si era costituito un nuovo regime progressista. Alla fine del 1968 si era infatti realizzato un colpo di stato militare particolare. Un vasto settore di ufficiali di sinistra, capeggiati dal Generale Velasco Alvarado, aveva abbattuto il corrotto regime civile, costituendo un governo militare rivoluzionario in forma di dittatura bonapartista semitotalitaria, con un progetto parzialmente antimperialista e anticapitalista. Per fare un esempio moderno, il governo di Velasco aveva alcuni tratti comuni con quello di Chavez, però anche profonde differenze. La politica sociale chavista è stata sostanzialmente populista redistributiva, ma con pieno rispetto del capitalismo e degli stessi latifondisti; invece Velasco attuò un ampio piano di nazionalizzazione, a partire da quella del petrolio, estendendola ai settori principali dell'economia, come lo zucchero e la pesca. D’altro canto, mentre Chavez ha sempre mantenuto le forme della democrazia borghese (Chavez è sempre stato eletto), quella di Velasco era una dittatura che si basava sull’apparato militare, e non su un partito, come il PSUV chavista.

Anche sul terreno della riforma agraria il governo militare intervenne in maniera radicale espropriando i latifondisti e dividendo i latifondi tra i contadini, senza indennizzo ai proprietari (ma con i contadini costretti a pagare un indennizzo allo stato, che indebitò molti di loro rendendolo impossibile la modernizzazione delle loro proprietà).

Come detto, il governo militare liberò Blanco, che in carcere aveva scritto anche un libro sull'esperienza della lotta dei contadini di Cuzco. Anzi, Velasco gli propose di mettersi al suo servizio come esperto della questione contadina. Fedele alle sue posizioni conseguentemente trotskiste, Hugo Blanco rifiutò. Lottava per la rivoluzione socialista, e non per un regime bonapartista di capitalismo di stato.

Per ripicca, il governo “rivoluzionario”, con una decisione illegale, lo esiliò dal suo proprio paese. Così egli andò prima in Messico, poi in Cile. Erano gli anni del governo di fronte popolare di Salvador Allende. Militò lì con i compagni trotskisti locali, criticando anche tutte le mezze misure e i limiti del fronte popolare, che portarono alla tragica disfatta sua e del proletariato cileno. Al momento del golpe riuscì, come molti altri, a rifugiarsi in un'ambasciata, nel suo caso quella svedese, e come tutti i rifugiati, dopo alcuni mesi poté esiliarsi nel paese nella cui ambasciata si era rifugiato. In esilio in Svezia scrisse anche un volume sulla tragica esperienza cilena.

Nel frattempo in Perù, nel 1975, un golpe pacifico di settori militari moderati del governo “rivoluzionario” rovesciò Velasco. Il golpe fu certamente salutato, se non appoggiato direttamente, dall’imperialismo USA. Tuttavia permise il ritorno alla democrazia borghese. Blanco rientrò in Perù e fu tra i principali riferimenti del Fronte Operaio Contadino Studentesco e del Popolo (FOCEP), un blocco elettorale egemonizzato dalle forze trotskiste, con la presenza anche di altre organizzazioni, che prese il 12% alle elezioni dell’assemblea costituente, in cui Blanco fu il primo eletto per preferenze.
Per controbattere il ruolo dei trotskisti, nonostante le ingenuità unitarie dello stesso Blanco, che pensava in termini di fronte unitario per la rivoluzione piuttosto che di partito leninista che sconfiggesse le posizioni opportuniste, le componenti centriste del FOCEP e quelle, centriste e riformiste, rimaste esterne ad esso (il totale delle cinque liste di sinistra presentatesi fu del 29%, ma il FOCEP aveva il risultato migliore), compreso il Partito Comunista, lanciarono l’idea di un fronte elettorale di tutta la sinistra. Però il ruolo è l’immagine di Blanco è tale che quello che sembra il candidato unitario naturale per le presidenziali del 1980 è Hugo Blanco.
I mesi che precedono le elezioni vedono un susseguirsi di manovre, opportunismi e settarismi, che fanno sì che alla fine si presentino ben nove liste di sinistra. Blanco è quindi il candidato alla presidenza dei soli trotskisti. È il primo dei candidati di sinistra e il quarto fra tutti, ma con solo il 4% voti (l’insieme della sinistra scende dal 29% del 1978 al 17%). Però i trotskisti e il suo PRT (Partito Rivoluzionario dei Lavoratori) sono appunto il partito più forte elettoralmente (il PC stalinista continuava a dirigere la centrale sindacale operaia), con alcuni deputati e senatori. Avrebbe potuto costituire la futura direzione del proletariato e dei contadini poveri del Perù. Anche in riferimento a questo, tutte le forse maoiste, centriste, staliniste e riformiste si uniscono finalmente in una coalizione dal nome di Izquierda Unida (Sinistra Unita). Era chiaro che in un primo momento tale forza elettorale non poteva che attrarre l’attenzione della maggioranza delle masse di sinistra. Per cui alle elezioni comunali del 1983 IU ha un grande risultato, in particolare conquistando il sindaco di Lima, mentre il PRT, dalla struttura militante debole, ha risultati modesti. Era prevedibile. Si trattava di reagire stringendo i ranghi, denunciando i limiti riformisti di IU, proponendo un fronte unico su obbiettivi di mobilitazione classista e ribadendo, in primis a sé stessi, l’assoluta necessità di continuare controcorrente la lotta per la costruzione di un partito leninista.

È qui invece che Blanco commette il più grave e disastroso dei suoi errori, anche a causa del suo progressivo spostarsi, negli anni precedenti, verso le posizioni della maggioranza mandeliana del Segretariato Unificato. Va alla televisione nazionale, fa una piena autocritica per non essere stato in IU e dichiara per lui finita l'esperienza del PRT. Questi, di fronte a ciò, implode. Blanco con alcuni altri raggiunge Izquierda Unida, in forma non organizzata e senza ipotesi di battaglia politica programmatica. Ne sarà senatore per diversi anni, ma senza battaglia chiara contro il riformismo e il centrismo.

Nel 1990, il presidente populista di centro Fujimori realizza una specie di autogolpe con l’appoggio dell’esercito, che bonapartizza ulteriormente il regime. Blanco è minacciato di morte sia dai servizi segreti del regime che dai folli terroristi maoisti di Sendero Luminoso (Sentiero Luminoso). Deve quindi autoesiliarsi nuovamente, e va in Messico. Continua a dichiararsi trotskista, ma senza un rapporto organico con nessuna organizzazione.
Dopo la caduta di Fujimori nel 2000 rientra in Perù. Ormai la rottura col marxismo rivoluzionario reale e completa. Dopo le sconfitte subite, con l’incapacità di trovare risposte nel trotskismo realmente conseguente e anche di fronte al tracollo dell’Unione Sovietica, diventa, secondo la sua stessa definizione, ecosocialista. Rivendica ancora la sua tradizione trotskista, con cui non romperà formalmente mai, ma sostiene che la questione principale non è la rivoluzione proletaria, tantomeno la costruzione di partiti e di una Internazionale rivoluzionaria, ma, almeno per l’oggi, di un vasto fronte ecologista, certo anticapitalistico nella sua lotta, ma non classista e rivoluzionario. Dimentica così che senza la presa del potere come premessa dell’abolizione del modo di produzione capitalistico, non sarà mai possibile piegare quest’ultimo alle esigenze dell’umanità.

Benché molto vecchio, continua a sostenere energicamente le lotte contadine. Pubblica anche, con un vecchio militante trotskista, dirigente ancora oggi della UIT morenista, una rivista per il suo mondo (Lucha Indigena), e viene eletto presidente onorario del Sindacato Nazionale dei Contadini.

È morto in Svezia perché, all’inizio del 2020, vi si era recato per visitare sua figlia, che vive là. Bloccato dall’epidemia del Covid, quando avrebbe potuto rientrare in patria era ormai malato e ricoverato in ospedale, dove appunto si è spento il 25 giugno scorso.

Al di là di ogni aspetto politico, come chiunque lo ha conosciuto può testimoniare, e come la sua storia dimostra, Hugo Blanco era una persona di un carisma, una cortesia e un coraggio straordinari. Avrebbe potuto scegliere una vita se non ricca almeno comoda, e invece ha sempre voluto essere un proletario insieme agli altri proletari, per guidarli verso la lotta rivoluzionaria per la loro liberazione. Egli fu sempre un sostenitore, applicando i suoi principi, della democrazia operaia e contadina, non volendo mai che qualcuno si ritrovasse a “camminare obbedendo” (secondo lo slogan castro-guevarista), ma che tutti determinassero le proprie scelte sulla base dell’opinione della maggioranza di chi lottava.

Certo, dal punto di vista del marxismo rivoluzionario conseguente, egli rimane, a bilancio della sua vita, una figura contraddittoria. Ma resta che nei suoi anni giovanili e anche per un periodo più in là egli fu un militante e un dirigente degno del nome di trotskista. E del resto la responsabilità del suo abbandonare il trotskismo conseguente è anche di quegli epigoni di Trotsky che non hanno saputo difendere e sviluppare la Quarta Internazionale su basi conseguenti, e sono passati su posizioni revisioniste, opportuniste e, a volte, anche manovriere e settarie.

È per questo che Hugo Blanco rimane un esempio, insieme alla sua “non guerrilla” delle valli del Cuzco, del futuro della rivoluzione latinoamericana, che non sarà determinata dall’azione verticistica di un pugno di eroi, destinati alla inevitabile sconfitta, ma dalla ribellione di milioni di donne e uomini, proletari e oppressi, diretti democraticamente dai migliori di loro, come fu Hugo Blanco.

Addio Hugo. Il tuo nome vivrà nei secoli e nel futuro mondo socialista e umano che tu hai sognato.

FG

La guerra in Ucraina a un anno di distanza. Nessuna fine in vista - Dichiarazione dell'Opposizione Trotskista Internazionale

 


Fuori le truppe russe dall'Ucraina! Né Russia né NATO! Per un'Ucraina indipendente e socialista

28 Febbraio 2023

Dichiarazione dell'Opposizione Trotskista Internazionale. (English translation)

Un anno fa, il 24 febbraio 2022, i soldati russi invadevano l'Ucraina. Le truppe erano state ammassate al confine tra Russia e Ucraina, ma pochi osservatori pensavano che sarebbero entrate. Pochi pensavano che il governo russo fosse così sciocco. Ma alla fine sono entrate.

Il governo, l'esercito e il popolo ucraino hanno resistito, confinando gli invasori nei cinque oblast' sudorientali da Lugansk alla Crimea. Un anno dopo, la guerra rimane uno stallo militare lungo una linea del fronte di 600 miglia.

Inizialmente gli ucraini hanno combattuto con armi lasciate dall'era sovietica o prodotte dalla propria industria bellica. Ma quando queste si sono esaurite, gli Stati Uniti e la NATO hanno inviato armi per sostituirle. Stati Uniti e NATO hanno inoltre imposto sanzioni alla Russia e hanno iniziato a tagliare i legami economici, soprattutto l'importazione di petrolio e gas russo. Gli Stati Uniti, in particolare, hanno visto nella guerra un'opportunità per indebolire la Russia e mettere in guardia la Cina.

L'estrema sinistra si divise sull'invasione. La maggior parte dei rivoluzionari l'ha denunciata e ha chiesto alla Russia di ritirare le proprie truppe. Ma le spedizioni di armi e le sanzioni USA-NATO hanno portato alcuni a concludere che la guerra è una guerra per procura tra blocchi imperialisti, in cui non sostengono nessuna delle due parti.

L'Opposizione Trotskista Internazionale (OTI), in fase di ricostituzione all'inizio della guerra, sostiene l'Ucraina contro la Russia, si oppone a entrambi i blocchi imperialisti e rivendica l'unica soluzione piena e giusta alla guerra: un'Ucraina socialista indipendente.

In occasione dell'anniversario della guerra, ripercorriamo gli eventi e traiamo da essi una lezione.


LA GUERRA FINORA

Il 'piano russo A' consisteva in uno shock and awe per costringere l'Ucraina alla sottomissione, prendendo a modello l'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti nel 1991 e nel 2003. Il piano è fallito. La Russia aveva inizialmente troppe poche truppe per prevalere se l'Ucraina avesse resistito, e così è stato. Il governo ucraino rifiutò di sottomettersi, l'esercito tenne duro e il popolo si mobilitò.

Non potendo prendere Kiev, il comando russo ha ripiegato sul 'piano B', conquistando l'arco di quattro oblast' a confine con la Russia e fornendo un ponte terrestre verso la Crimea. Questo piano ha avuto successo. L'assalto iniziale russo ha portato all'occupazione della maggior parte dell'arco, e la conquista di Mariupol nel maggio 2022 completò il ponte terrestre.

Le forze russe hanno preso Sievierodonetsk a giugno e Lysychansk a luglio, completando la presa dell'Oblast di Lugansk, ma non sono riuscite ad avanzare nella parte occidentale di Donetsk, dove hanno affrontato la parte migliore dell'esercito ucraino.

Esasperati a nord e a sud, i russi sono stati costretti a ritirarsi su posizioni più difendibili. Hanno abbandonato l'Oblast di Kharkiv e Lyman, nel nord di Donetsk, a settembre, e Kherson a novembre. Le truppe ucraine si sono spostate nelle aree che i russi hanno lasciato. Lo slancio sembrava essersi spostato dalla parte ucraina e il governo parlava di offensive a sud e a nord. Ma queste offensive non vi sono state, nel mentre arrivava l'inverno.

Le forze russe, comprese le unità dell'esercito regolare e del Gruppo Wagner, hanno continuano a lavorare duro a Bakhmut, nel nord di Donetsk. Il loro piano era di riprendere il movimento a tenaglia da nord e da sud per espellere l'esercito ucraino da Donetsk. Fondamentalmente, però, la situazione militare rimane di stallo.

Nei primi mesi di guerra, le truppe ucraine hanno combattuto con armi e munizioni dell'era sovietica o prodotte dall'industria bellica ucraina. Man mano che queste si esaurivano, ottenevano rimpiazzi dalla Polonia e da altri Paesi dell'ex Patto di Varsavia, e poi nuove armi dagli Stati Uniti e dalla NATO.

Le armi comprendono obici e sistemi missilistici HIMARS, che hanno dato all'Ucraina una certa parità di potenza di fuoco in prima linea, ma non sono state inviate armi a più lungo raggio che avrebbero permesso all'Ucraina di colpire la Russia. In quello che potrebbe essere stato un accordo implicito, la Russia si è generalmente astenuta dal colpire obiettivi ucraini dietro le linee del fronte. Né la Russia né la NATO volevano un'escalation della guerra fuori controllo.

Nell'ottobre 2022, le forze speciali ucraine hanno bombardato il ponte sullo Stretto di Kerch. Da allora, l'aviazione russa ha preso di mira le infrastrutture in tutta l'Ucraina e la popolazione ha dovuto sopravvivere all'inverno con calore e luce limitati. L'escalation era probabilmente inevitabile, visto lo stallo del fronte.


E ADESSO?

Con l'arrivo della primavera, è quasi certo che l'Ucraina e la Russia lanceranno offensive per cercare di superare la situazione di stallo. Dal punto di vista tattico, il compito principale dell'Ucraina è quello di tagliare il ponte terrestre russo spingendosi a sud verso il Mar Nero. Il compito principale per i russi è quello di espellere l'esercito ucraino dalla parte occidentale di Donetsk chiudendo la sua tenaglia da nord e da sud.

Non è affatto chiaro se una delle due parti possa raggiungere il proprio obiettivo. I combattimenti hanno assunto un carattere da Prima Guerra Mondiale, ma con armi del XXI secolo. Le due parti si bombardano a vicenda con l'artiglieria e i missili, mentre la fanteria non riesce ad avanzare, perché ognuna delle due parti è troppo profondamente trincerata.

Il governo ucraino ha chiesto carri armati per aiutare le sue forze a sfondare. I governi statunitense, tedesco, britannico e francese si sono opposti per molti mesi, affermando che i carri armati non sarebbero stati efficaci. Per ragioni di politica interna, alla fine hanno accettato. Decine di carri armati tedeschi Leopard 2 saranno probabilmente dispiegati entro la primavera.

Nella Seconda Guerra Mondiale, i carri armati tedeschi, sostenuti dal potere aereo, lanciarono la loro guerra lampo, affiancando o superando le linee francesi, britanniche e polacche. Da allora, il potere aereo ha spostato nuovamente gli equilibri, poiché i missili possono abbattere i carri armati.

I comandi statunitensi e tedeschi erano riluttanti a inviare carri armati costosi, difficili da mantenere e da usare in un teatro dove i missili russi avrebbero potuto distruggerli rapidamente. Ma i governi sentivano di dover fare qualcosa di più.

Andare al di là di questo sarebbe fare speculazioni. È possibile che le linee russe crollino e che l'Ucraina si riprenda gran parte del territorio che ha perso. È possibile che le linee ucraine crollino e che la Russia avanzi su Charkiv, Dnipro e Odessa.

È possibile che gli Stati Uniti e la NATO forniscano all'Ucraina armi a più lunga gittata e che la Russia reagisca con livelli di distruzione crescenti. È possibile che gli Stati Uniti e la NATO decidano che la guerra è troppo costosa e rischiosa e si tirino indietro.

È possibile che i lavoratori ucraini del nord e dell'ovest decidano che una guerra infinita a est non ha senso. È possibile che i lavoratori russi decidano che non vale la pena morire per occupare parti dell'Ucraina.

Tuttavia, l'esito più probabile è che l'attuale situazione di stallo continui fino a quando le due parti non saranno esauste e decideranno di smettere di combattere. Ciò che significherà non una pace giusta o duratura, ma un'interruzione temporanea dei combattimenti.


LA CONVERGENZA DI TRE GUERRE

La guerra in Ucraina è complicata, perché vi convergono tre guerre. O, per dirla diversamente, la guerra ha tre aspetti.

Il primo aspetto è la guerra della Russia imperialista contro l'Ucraina capitalista ma non imperialista. La classe dirigente e l'élite governativa russa, guidata da Vladimir Putin, vogliono riaffermare il potere russo nel territorio dell'ex Impero russo. Per l'Occidente, ciò significa soprattutto riaffermare l'egemonia russa sull'Ucraina.

In questa prima guerra il popolo ucraino sta difendendo il proprio diritto a uno Stato nazionale contro un aggressore imperialista, di fatto il suo oppressore storico. In questa guerra i marxisti rivoluzionari devono sostenere l'Ucraina.

La seconda guerra è la guerra fredda tra il blocco di potenze imperialiste storiche guidato dagli Stati Uniti e il blocco Russia-Cina che lo sfida. Si tratta di un classico conflitto interimperialista. I marxisti rivoluzionari, in questo caso, non devono sostenere nessuna delle due parti.

La terza guerra è la guerra civile tra il governo centrale e la minoranza russa dell'Ucraina, concentrata nell'arco di territorio che va da Charkiv a Odessa. Questo conflitto è il più difficile da risolvere, poiché le persone che vivono nell'area sono divise: alcuni combattono per il governo centrale, altri per la secessione.

Gli accordi di Minsk II del 2015 hanno cercato di risolvere il conflitto nazionale all'interno dell'Ucraina attraverso l'uguaglianza linguistica e culturale e una struttura federale in cui le regioni avrebbero avuto ampia autonomia. Il federalismo avrebbe precluso all'Ucraina l'ingresso nella NATO, ma non necessariamente l'ingresso nell'Unione Europea, poiché l'accesso all'UE avrebbe potuto favorire anche la Russia.

Gli accordi sono falliti perché né il governo ucraino né i separatisti russi volevano il compromesso. Ma hanno indicato che la strada da seguire è quella di lasciare che la popolazione delle aree storicamente russe determini il proprio rapporto con gli Stati ucraino e russo. scegliendo di rimanere in Ucraina, di unirsi alla Russia – con pieni diritti democratici, tra cui l'uguaglianza linguistica e culturale e l'autonomia regionale – o di avere un proprio Stato.

Per i marxisti rivoluzionari, prendere posizione sulle tre guerre separatamente è, o dovrebbe essere, relativamente facile: a favore dell'Ucraina nella guerra russo-ucraina, contro entrambe le parti nella guerra fredda interimperialista e per il diritto all'autodeterminazione della popolazione nelle parti storicamente russe dell'Ucraina.

La difficoltà è come mettere in relazione le tre posizioni. Quando russi e ucraini si sparano addosso, quale aspetto predomina? L'Opposizione Trotskista Internazionale ritiene che il conflitto che si sta dispiegando sia ancora prevalentemente una guerra di difesa nazionale dell'Ucraina capitalista (ma non imperialista) contro la Russia imperialista.


I NOSTRI COMPITI

I marxisti rivoluzionari sostengono la fine della guerra in Ucraina su basi giuste e democratiche: Russia fuori dall'Ucraina, no alla guerra fredda interimperialista e autodeterminazione per le aree storicamente russe dell'Ucraina. Questo nella prospettiva a lungo termine di un'Ucraina socialista indipendente, poiché nulla al di fuori di ciò potrebbe portare a una pace giusta e duratura.

I rivoluzionari di tutti i Paesi dovrebbero sostenere questa soluzione, ma i compiti variano da paese a paese.

In Ucraina i rivoluzionari devono sostenere lo sforzo bellico in qualsiasi modo possibile: combattendo nell'esercito o nelle Forze di difesa territoriale, organizzando attività di difesa dietro le linee, curando i feriti, riparando gli edifici danneggiati, mantenendo attiva l'economia e la vita del paese.

Ma oltre a sostenere lo sforzo bellico, devono aiutare la classe operaia a capire che i lavoratori russi non sono loro nemici e che gli Stati Uniti, la NATO, l'UE, gli oligarchi ucraini e il governo Zelensky non sono loro amici. Gli oligarchi e i loro governi stanno usando la guerra per subordinare l'Ucraina alle potenze occidentali. Stanno traendo vantaggio dalla guerra e ne approfittano per attaccare i diritti democratici e sociali.

I rivoluzionari devono esortare i lavoratori e i soldati a organizzarsi, a difendere i loro diritti, a contrastare ordini crudeli o stupidi, a proteggere le vite dei civili e dei soldati e a fraternizzare con i soldati russi, ogni volta che se ne presenta l'occasione.

In Russia i rivoluzionari devono fare tutto il possibile per ostacolare lo sforzo bellico. Devono smascherare le menzogne e gli interessi personali che si celano dietro la guerra, nonché la crudeltà e la stupidità con cui viene combattuta. Devono evitare la chiamata alle armi e aiutare gli altri a evitarla, oppure arruolarsi e organizzarsi nell'esercito. Devono continuare la lotta di classe, anche se, e soprattutto se, questa mina lo sforzo bellico.

Naturalmente, tutto questo deve essere fatto con attenzione e in gran parte in modo clandestino. Il RRP, Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario) e altri rivoluzionari russi stanno dando un esempio di coraggio e integrità politica.

Negli Stati Uniti e in Europa i rivoluzionari devono sostenere il diritto del popolo e del governo ucraino di procurarsi armi da qualsiasi parte del mondo. Ma il loro ruolo non è quello di chiedere ai governi imperialisti di fornire armi. I governi lo stanno già facendo. Non siamo in una situazione da guerra civile spagnola. E la loro condizione per fornire armi è che l'Ucraina accetti un rapporto di dipendenza e di sudditanza.

Il ruolo dei rivoluzionari è piuttosto quello di pretendere che i loro governi cancellino il debito dell'Ucraina e forniscano le centinaia di miliardi di aiuti che saranno necessari per ricostruire il paese, senza alcun obbligo di rimborso. Dovrebbero pretendere che i loro governi cancellino il debito e forniscano aiuti all'Afghanistan e alle decine di altri paesi distrutti da interventi diretti e indiretti.

I rivoluzionari devono opporsi alla nuova guerra fredda e pretendere che i loro governi riducano le spese militari, chiudano le basi straniere, riportino a casa le truppe e sciolgano la NATO e tutte le altre alleanze imperialiste.

In Cina i rivoluzionari devono opporsi al proprio imperialismo nel suo tentativo di impadronirsi di Taiwan e di spartirsi il mondo con gli altri imperialismi. Devono chiedere al loro governo di convertire i prestiti concessi ai paesi più poveri in sovvenzioni e di cedere gli investimenti ai lavoratori. Devono cercare di impedire all'imperialismo cinese di aiutare l'imperialismo russo nella guerra in Ucraina.

In India, Brasile, Messico, Sudafrica, Turchia e altri paesi non belligeranti, i rivoluzionari devono far sì che i loro governi sostengano l'Ucraina nella guerra contro la Russia, siano neutrali nella guerra fredda fra i blocchi imperialisti e contrastino gli effetti della crisi di cibo, della crisi energetica e dell'inflazione sulla popolazione. Devono opporsi ai tentativi della loro classe dirigente di approfittare della guerra per perseguire le proprie ambizioni regionali.

In tutti i paesi i rivoluzionari devono continuare la lotta di classe, compresa la lotta per i diritti democratici e per la liberazione degli oppressi, e la lotta contro il cambiamento climatico e la devastazione ambientale. La guerra è un'altra ragione per odiare il capitalismo, non per fare pace con esso.

I due blocchi di potenze imperialiste sono in lotta per dominare il mondo. La classe operaia non ha alcun interesse nell'esito della loro lotta. Il suo interesse è il proprio potere e l'istituzione di un proprio governo, in ogni paese e nel mondo.

I rivoluzionari di oggi dovrebbero seguire l'esempio dei rivoluzionari dalla Lega dei Comunisti fino alla Terza e alla Quarta Internazionale. Dobbiamo organizzarci per aiutare la classe operaia a organizzarsi per porre fine al capitalismo e alla guerra.


Le truppe russe fuori dall'Ucraina
Né Russia né NATO. Contro tutti gli imperialismi
Per un'Ucraina socialista indipendente
Per una rivoluzione socialista in Russia
Per gli stati uniti socialisti d'Europa, da Lisbona a Vladivostok

Opposizione Trotskista Internazionale - International Trotskyist Opposition

Viva la sconfitta del pinochetista Kast. Nessuna illusione in Boric

 


Per la costruzione del partito rivoluzionario in Cile

La vedova di Pinochet ha ricevuto la definitiva sepoltura domenica 19 dicembre, quando l'onda d'urto di cinque milioni di cileni ha abbattuto José Antonio Kast, erede dichiarato del pinochetismo, col 55% dei voti.
La dinamica del voto è significativa. Kast aveva riportato la maggioranza relativa al primo turno elettorale. Appariva pertanto il grande favorito. Proprio questa vittoria è stata la leva della sua disfatta. Per sbarrare la strada a Kast sono accorsi a votare milioni di cileni che al primo turno non avevano votato, nonostante le imprese del trasporto avessero ostacolato in ogni modo l'accesso alle urne. Operai, giovani, donne, popolazione povera delle periferie e della provincia sono il volto della vittoria di Boric. È la domanda del “cambio” che già si era affacciata nelle strade e nelle piazze del Cile nei giorni della grande ribellione popolare contro Piñera dell'autunno del 2019 e che aveva segnato lo stesso voto per l'Assemblea Costituente un anno dopo, quando il 78% dei cileni chiese di abrogare la Carta Magna di Pinochet.

Ma se la sconfitta di Kast è ragione di sacrosanta soddisfazione non solo per i lavoratori e i giovani del Cile ma per le masse oppresse di tutta l'America Latina, non è e non sarà il Presidente Boric la risposta alla domanda del cambio. “Hanno vinto i comunisti, la sinistra-sinistra, la sinistra unita” si sono affrettati a dichiarare i dirigenti riformisti della sinistra cosiddetta radicale a tutte le latitudini del mondo, con l'intento di beneficiare della vittoria di Boric in casa propria riscattando le proprie magre fortune. Ma alimentano così una illusione senza futuro. Guardiamo in faccia la realtà.

La coalizione di Apruebo Dignidad rappresentata da Boric tiene insieme il Frente Amplio e il Partito Comunista del Cile (di estrazione stalinista), assieme a una costellazione di formazioni minori (Convergencia Social, Revolución Democrática, Comunes, Federación Regionalista Verde Social, Fuerza Comun, Movimiento Unir, Acción Humanista, sinistra cristiana, Izquierda Libertaria...). Una coalizione della sinistra riformista. Alle primarie di coalizione Boric aveva prevalso come candidato moderato sul candidato del PC grazie al sostegno del Frente Amplio. PC e Frente Amplio hanno partecipato alla lunga stagione di governo di centrosinistra a guida Bachelet, che col suo fallimento aveva spianato la strada nel 2018 alla vittoria reazionaria di Piñera.

Quando nel 2019 si levò la grande ascesa del movimento operaio e popolare cileno contro il governo Piñera, PC e Frente Amplio, con Boric in testa, furono determinanti nel disinnescare la mobilitazione di strada e incanalarla su binari istituzionali. L'accordo di pacificazione del novembre 2019 (“Accordo per la pace sociale e la nuova Costituzione”) salvò la pelle a Piñera e gli garantì l'impunità in cambio di un'assemblea costituente, mentre decine di migliaia di operai e giovani protagonisti della rivolta stanno ancora a marcire nelle galere del Cile, sottoposti a vessazioni e torture.

Oggi Boric è presidente, beneficiando di quella stessa spinta del cambiamento che ha lavorato a contenere. La promessa di superare il sistema previdenziale pinochetista e di investire nella sanità e nella scuola è stata la bandiera del suo successo. Ma tutta la sua campagna elettorale è stata indirizzata a garantire la borghesia cilena, gli investimenti imperialisti, la stessa destra politica, circa la propria volontà di collaborazione sociale e di unità nazionale.
Sarò il presidente di tutti, sapremo costruire ponti, il progresso richiederà ampi accordi” ha immediatamente esclamato, con un occhio alle Borse e alle ambasciate. “Avanzare richiederà ampie intese, non vogliamo fare passi falsi” ha ribadito (Corriere della Sera, 21 dicembre). È del resto sulla base di tali rassicurazioni che al ballottaggio ha ottenuto l'appoggio della Concertacion, la coalizione di centrosinistra tra Partito Socialista e Democrazia Cristiana a guida Bachelet che assieme al PC ha governato il Cile per due lunghe legislature. Ed è con la Concertation che oggi Boric sta cercando l'intesa di governo per coprirsi le spalle nel rapporto con la borghesia. Persino la destra, sconfitta nelle urne, diventa oggetto di attenzioni da parte del vincitore: “È importante che la destra conservatrice, fondamentalmente la destra economica di questo paese, comprenda che la pace sociale si costruisce attraverso la trasformazione e che deve appoggiare tale processo. Altrimenti non ci saranno vantaggi nemmeno per loro” dichiara Alejandra Sepulveda, portavoce di Boric. Madame Rios, altra esponente di primo piano dello staff, conferma: "Il dialogo col centrosinistra, ma anche con l'opposizione di destra, è necessario. Non sarà possibile avanzare nello stesso tempo su tutte le riforme” (Le Monde, 21 dicembre).

Il messaggio di entrambi è chiarissimo: “cari industriali, agrari, banchieri, cileni e stranieri, noi vogliamo la pace sociale con voi. Voi lasciateci realizzare qualche misura riformatrice senza mettervi di traverso. Altrimenti la pressione sociale dei lavoratori e della popolazione povera rischia di travolgere non solo noi ma anche voi. Nel vostro stesso interesse, aiutateci”. In altre parole, lasciateci fare qualche misurata riforma per evitare il rischio di una rivoluzione, nell'interesse comune.

Non sarà semplice. Il nuovo Parlamento eletto il 21 novembre è molto frammentato, non definisce una maggioranza chiara, né Boric sembra intenzionato a forzare verso nuove elezioni per incassare una maggioranza più ampia. Ma soprattutto l'economia capitalistica cilena è in stagnazione, e non si prevede una ripresa in tempi brevi. Il debito estero con le banche e i paesi imperialisti è gigantesco, mentre la domanda di una svolta vera è incoraggiata proprio dalla sconfitta del pinochetismo.

L'esultanza popolare per la vittoria non è solo un omaggio al vincitore ma anche una ipoteca sulla vittoria. Tutte le domande della sollevazione di ottobre 2019 sono risuonate una dopo l'altra nella piazza festante: via i fondi pensione, salario minimo, istruzione pubblica e gratuita, scala mobile dei salari, privati e pubblici, indulto per tutti i prigionieri politici, diritto all'aborto libero e gratuito. Nessuna di queste rivendicazioni può essere soddisfatta senza una rottura anticapitalista, che cancelli il debito pubblico, espropri il capitale finanziario, colpisca i santuari storici della reazione cilena (le gerarchie militari, l'apparato repressivo, i privilegi clericali).
La collaborazione di classe e l'intesa politica con la destra dispongono dunque di una base materiale assai esile e instabile, esposta al rischio di nuove possibili esplosioni sociali. Di certo solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e la loro organizzazione può realizzare le misure di svolta necessarie.

La costruzione di un partito rivoluzionario della classe operaia del Cile è dunque più che mai all'ordine del giorno. Un partito irriducibile nemico della reazione pinochetista, forte ancora di un ampio consenso, e al tempo stesso un partito di opposizione classista al nuovo governo annunciato del centrosinistra cileno, che deluderà le attese popolari, come sempre è avvenuto nella storia del Cile. Con incognite serie, potenzialmente drammatiche.

Vayan a sus casas con la alegria sana de la limpia victoria alcanzada”: con queste parole Salvador Allende nel 1970 salutò la folla accorsa ad acclamare la sua vittoria elettorale. Fu l'inizio di una esperienza di governo che cercò di combinare riforme parziali e progressive con la ricerca affannosa di un accordo con la borghesia, con l'imperialismo, con la stessa casta militare. Augusto Pinochet fu ministro di Allende, prima di diventare il suo boia. Il dirigente stalinista Corvalan fu il principale ispiratore di questa politica suicida. Il prezzo lo pagò la classe operaia con un bagno di sangue e decenni di infame dittatura.

Oggi Boric ha voluto, nel giorno stesso del suo trionfo, ripetere alla folla quella frase di Allende, per rievocare il suo mito: “Tornate nelle vostre case con l'allegria sana della limpida vittoria ottenuta”. È comprensibile nella logica rassicurante della pacificazione nazionale e della smobilitazione. Ma la parola d'ordine dei marxisti rivoluzionari cileni è opposta: “Tornate nelle strade e nelle piazze del Cile, avanzate tutte le vostre rivendicazioni senza arretrare di un passo, chiedete la liberazione dei detenuti della rivolta del 2019 e la punizione dei loro aguzzini, sviluppate la vostra organizzazione indipendente nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, abbiate fiducia solamente nella vostra forza”. È la prospettiva di una rivoluzione, la sola prospettiva che può regolare i conti, fino in fondo, con la reazione pinochetista. La sola prospettiva che può liberare il Cile dalla dittatura dei capitalisti e dal saccheggio dell'imperialismo.

Nella vicina Argentina, le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria trotskista (Frente de Izquierda) rappresentano ormai la terza forza politica del paese col 6-7% dei voti, una propria rappresentanza parlamentare di opposizione al governo di centrosinistra peronista di Fernandez, e soprattutto un vasto insediamento nella classe operaia, nelle organizzazioni sindacali, nei quartieri popolari, nelle università e nelle scuole, nel movimento delle donne. L'unificazione di queste organizzazioni in Argentina in un comune partito rivoluzionario darebbe una enorme spinta alla costruzione del partito rivoluzionario della classe operaia cilena. Di certo il Partito Comunista dei Lavoratori augura ai marxisti rivoluzionari del Cile una prospettiva di crescita, di radicamento, di organizzazione pari a quella argentina.

La sinistra di casa nostra si balocchi pure con il successo effimero di Boric come già di Fernandez, nel mentre tace scandalosamente sul trotskismo argentino. La realtà presenterà il conto alle illusioni. La vecchia talpa della rivoluzione continua, nonostante tutto, a scavare. Ha bisogno di un partito internazionale, quello che siamo impegnati a costruire, con i marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Grande successo elettorale del trotskismo argentino

 


Le lezioni di un'esperienza straordinaria

15 Novembre 2021

Il risultato delle elezioni legislative in Argentina del 14 novembre racchiude un grande significato politico.

Il governo peronista di Fernandez-Kirchner (Frente de Todos), dopo due anni di politiche antioperaie, perde 5.200.000 voti. Il centrodestra macrista (Juntos por el Cambio), oggi all'opposizione, si avvantaggia del crollo peronista, ma perde rispetto al 2019 1.700.000 voti (500.000 a Buenos Aires). Il vero vincitore politico delle elezioni è il Frente de Izquierda (FIT), che consegue il 6% su scala nazionale con 1.400.000 voti (di cui oltre 500.000 nella grande Buenos Aires), quarantamila voti in più di quelli riportati nelle elezioni primarie (PASO), con punte del 25% in Jujuy, del 8,19 in Nequen, del 8,53 in Chubut. A questo va aggiunto il risultato riportato in alcune circoscrizioni regionali da due altre organizzazioni trotskiste, Politica Obrera e Nuevo MAS. Complessivamente si può dire che il trotskismo conseguente argentino riporta un risultato storico attorno al 7% dei voti, affermandosi come terza forza su scala nazionale in contrapposizione ai peronisti e alle destre liberali, ed eleggendo quattro deputati nel Parlamento, nonostante il sistema elettorale non realmente proporzionale.

Partito Obrero (PO), Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS), Izquierda Socialista (IS), compongono nel loro insieme la larga maggioranza del FIT (80 percento dei voti nelle elezioni primarie) quali organizzazioni marxiste rivoluzionarie fondatrici del FIT nel 2011. Ad esse si è aggregato elettoralmente il Movimento Socialista de los Trabajadores (MST), su posizioni centriste, dando vita a FIT-U (Unidad). Nelle elezioni del 2019, dopo anni del governo di destra di Macri, il FIT aveva subito un arretramento a vantaggio dell'opposizione peronista. L'esperienza di due anni di governo antioperaio dei peronisti ha ampliato considerevolmente lo spazio e la capacità di attrazione delle organizzazioni del FIT. Ma decisivo è stato l'intervento di massa delle organizzazioni rivoluzionarie, in un paese che ha visto aumentare del 50 percento la povertà assoluta.

Il FIT non è un generico blocco elettorale di sinistra, ma un polo marxista rivoluzionario che si batte per il governo dei lavoratori, sulla base di un programma classista, anticapitalista, internazionalista. La sua campagna elettorale è stata la proiezione del suo intervento politico. Una campagna per il rifiuto di pagare il debito pubblico al capitale finanziario e al FMI, contro una riforma del lavoro mirata ad estendere ulteriormente la precarietà di massa, per l'esproprio sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, per la drastica riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga, per un forte aumento generalizzato dei salari a fronte della massiccia svalutazione in corso, per la nazionalizzazione delle banche. Non un programma “per la redistribuzione della ricchezza” ma per il potere dei lavoratori.

Questo programma anticapitalista ha conquistato il voto di un settore crescente della classe operaia, che ha rotto col peronismo e il suo governo per sostenere il trotskismo. Non un “trotskismo” sbiadito e simulato, quale eredità bibliografica e storica, come vediamo anche in Italia in alcune organizzazioni qui presenti. Ma il trotskismo autentico, cioè il programma della rivoluzione socialista. Un trotskismo che si è demarcato rigorosamente in tutta l'America Latina non solo dalla socialdemocrazia (PT brasiliano) e dalle sue succursali del Forum di San Paolo, ma anche dal nazionalismo piccolo-borghese (Chavez, Maduro, Morales) e dal castrismo.

Il risultato elettorale riflette una crescita delle organizzazioni marxiste rivoluzionarie che compongono il FIT sullo sfondo di una stagione di lotte radicali che hanno attraversato l'Argentina. Lotte operaie, come nell'industria della gomma, che hanno visto i trotskisti conquistare sindacati aziendali e di settore sconfiggendo la burocrazia sindacale. Ma anche grandi lotte delle donne per il diritto all'aborto, dei giovani contro la devastazione dell'ambiente, del movimento LGBTQI... Il risultato delle urne non è l'effetto del blocco elettorale in quanto tale, ma il portato di una crescita del radicamento di massa delle organizzazioni trotskiste, a partire dal Partito Obrero, che da solo ha portato in piazza a Buenos Aires trentacinquemila persone: lavoratori, lavoratrici, giovani, disoccupati e gente povera dei comuni della periferia della capitale.

Le sinistre riformiste e centriste di casa nostra, come la loro stampa di riferimento, continueranno a tacere con ogni probabilità sul voto argentino, e magari si lamenteranno della sconfitta del loro amato governo peronista cosiddetto progressista. Ma lo sviluppo del trotskismo conseguente in Argentina è una realtà che parla a tutta l'America Latina e alle avanguardie classiste di tutto il mondo. Dimostra che si può crescere e avanzare in un contesto di radicalizzazione sociale restando sé stessi. Senza annacquare il proprio profilo politico, senza pasticci trasformisti, senza edulcorare la propria battaglia programmatica rivoluzionaria, ma al contrario rivendicandola e presentandola sempre a livello di massa e di avanguardia per quello che è: la lotta per il potere della classe operaia. Come ha dichiarato Romina Del Plá, compagna dirigente del PO eletta nella circoscrizione di Buenos Aires, si tratta ora di investire il risultato elettorale nella lotta per un governo dei lavoratori.

Noi pensiamo che il programma del governo dei lavoratori – lo stesso programma del PCL – possa e debba condurre PO, PTS, IS all'unificazione centralista democratica delle proprie forze in un medesimo partito rivoluzionario in Argentina, al servizio della rifondazione della Quarta Internazionale nel mondo.
Di certo come PCL porteremo l''esperienza straordinaria del trotskismo argentino nella riflessione dell'avanguardia di classe del nostro paese e nel duro lavoro di ricostruzione dell'Internazionale rivoluzionaria.



Partito Comunista dei Lavoratori