Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Syriza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Syriza. Mostra tutti i post

Your Party espelle la sua ala sinistra

 


Il 12 aprile 2026 il Central Executive Commitee (Comitato Esecutivo Centrale) di Your Party — la nuova formazione lanciata lo scorso anno dall’ex leader laburista Jeremy Corbyn e dall’ex deputata laburista Zarah Sultana — ha votato per espellere i membri delle varie tendenze socialiste interne. Migliaia di persone avevano aderito al progetto di Your Party nella speranza che diventasse una vera e propria rottura a sinistra del Partito Laburista britannico, che sotto il Primo ministro Keir Starmer ha continuato la sua accelerata deriva a destra. Invece, a pochi mesi dal congresso di fondazione, la stessa leadership del partito ha abbattuto la ghigliottina sulla sua ala sinistra.

Le espulsioni chiudono un capitolo. Hanno concluso una lotta su quale tipo di formazione sarebbe diventato Your Party, e la risposta è ora inequivocabile: uno strumento elettorale gestito burocraticamente, populista nella forma, politicamente informe nel contenuto e ostile a qualsiasi opposizione organizzata proveniente dalla sua sinistra. L’episodio merita di essere esaminato al di là della Gran Bretagna, perché mostra in forma condensata i riflessi burocratici che il populismo di sinistra esibisce ovunque quando si trova di fronte alla prospettiva della propria politicizzazione.

UN TORTO FATTO A UNO

La mossa della dirigenza è una dichiarazione di guerra alla base attiva del partito. Si tratta di un tentativo burocratico di schiacciare l’opposizione organizzata, mettere a tacere il dibattito politico interno e garantire che Your Party si sviluppi come una macchina elettorale strettamente controllata, invece che come un partito democratico della classe lavoratrice.

Le forze che stanno dietro a questa dirigenza hanno sprecato la migliore opportunità di un’intera generazione per costruire un partito socialista di massa in Gran Bretagna, e lo hanno fatto proprio nel momento in cui un partito del genere è ancor più necessario. Delle 800.000 persone che inizialmente avevano manifestato interesse per il progetto, la gestione verticistica dall’alto ha fatto sì che ne rimanessero circa 60.000. L’ulteriore allontanamento e demoralizzazione — accelerati dall’assenza di qualsiasi seria campagna politica — hanno portato molti di loro ad abbandonare del tutto la politica organizzata, o a passare al partito dei Verdi, che è cresciuto rapidamente nell’ultimo anno su una base confusamente populista di sinistra.

Anziché aprire nuove sezioni, agire a sostegno degli scioperi o organizzare una campagna nazionale contro la guerra, il razzismo o il carovita, il Comitato Esecutivo Centrale ha dato priorità a un’epurazione interna che escluderà molti dei membri più attivi del partito. Ha affermato che le espulsioni erano necessarie per «democrazia, trasparenza e responsabilità», con la motivazione che un meccanismo decisionale guidato dai membri del partito è «possibile solo quando ogni membro può fidarsi del fatto che… tutti i membri mettano al primo posto gli interessi di Your Party». La formulazione tratta le aree socialiste organizzate come una minaccia intrinseca all’unità. La realtà è più semplice: la decisione non riguarda l’unità, ma il controllo.

Il diritto alla doppia appartenenza (a Your Party e contemporaneamente ad altre organizzazioni della sinistra di classe, ndt) — sancito nello statuto fondante del partito — viene di fatto strappato, anche se il Comitato Esecutivo Centrale ribadisce che tecnicamente «rimane in vigore» per le organizzazioni approvate dalla leadership. I diritti esistono solo a discrezione del centro.

Proprio durante la conferenza di fondazione di Your Party, una manovra burocratica ha impedito ai delegati di votare l’emendamento che respingeva il divieto dei gruppi rivoluzionari socialisti, nonostante fosse tra gli emendamenti più popolari presentati. Questo è tipico delle procedure pseudodemocratiche e dello stile da “culto del leader” a cui Corbyn e la sua cerchia si abbandonano ora, caratteristiche comuni alle formazioni populiste di sinistra dalla Spagna alla Francia. La richiesta che i membri si impegnino con Your Party solo a titolo individuale, astenendosi dall’organizzarsi con altri membri che la pensano allo stesso modo, è ipocrita. Ma non tutte le correnti saranno soggette alle regole: quelle al potere rimarranno intatte. L’epurazione inizierà con le aree della sinistra rivoluzionaria, ma il suo vero obiettivo è qualsiasi opposizione organizzata che possa emergere in futuro contro l’opportunismo della leadership.

RIFORMISMO BUROCRATICO: DAL PARTITO LABURISTA DI CORBYN A YOUR PARTY

La tendenza a escludere i rivoluzionari da Your Party rispecchia l’esperienza del Partito Laburista durante la leadership di Jeremy Corbyn tra il 2015 e il 2020. In entrambi i casi, l’ostacolo decisivo non era solamente la pressione proveniente dalla destra o dai media, ma il potere duraturo di uno strato burocratico riformista radicato nelle istituzioni del movimento operaio britannico. Come abbiamo sostenuto altrove, questo strato ha la funzione di regolare e contenere la lotta, dando priorità al lavoro elettorale e alla stabilità interna rispetto alla chiarezza politica e alla mobilitazione di massa.

Sotto Corbyn, il Partito Laburista diventò per un breve periodo un luogo di politicizzazione di massa e di aspettative radicali. Centinaia di migliaia di persone aderirono al partito, molte delle quali giovani che entravano per la prima volta nella politica organizzata. Eppure il suo nucleo burocratico – il gruppo parlamentare, i funzionari non eletti, le dirigenze sindacali – ha agito ripetutamente per restringere il dibattito, emarginare la sinistra interna e bloccare qualsiasi radicalizzazione programmatica. Il risultato è stata una leadership accerchiata dal suo stesso apparato, retoricamente impegnata nei discorsi sul socialismo ma incapace di trasformare sia il partito che il suo rapporto con la lotta della classe lavoratrice.

In realtà, Corbyn si è adattato a questi vincoli burocratici, e alla fine li ha utilizzati contro la chiara volontà della base del partito: sull’immigrazione, sul secondo referendum sulla Brexit, sulla gestione delle accuse di antisemitismo. Il suo socialismo parlamentare lo ha portato a cedere alla destra del gruppo parlamentare laburista, perché Corbyn ha sempre creduto che solo con la loro base sociale (in gran parte borghese) avrebbe potuto vincere le elezioni, attraverso un programma riformista moderato. Nel Partito Laburista quello schema è andato in frantumi. Ma la sua essenza – il laburismo di sinistra – sopravvive nel Your Party, sotto forma di deputati proprietari terrieri e persino di ex candidati del Partito Conservatore ai consigli comunali scelti per rappresentare il partito.

Your Party sta ora ripetendo la stessa traiettoria in forma compressa e su scala molto più piccola. Ancora una volta, una dirigenza riformista si trova di fronte alla prospettiva che un afflusso di membri politicizzati – specialmente membri organizzati attorno a programmi rivoluzionari – possa costringerla a dibattiti decisivi su cosa significhi socialismo in pratica, su come possa essere realizzato e su quali conflitti con lo Stato, il capitale e l’ordine politico esistente ciò comporti. Come nel caso del Labour, la risposta che la dirigenza dà non è affrontare quei dibattiti, ma chiuderli amministrativamente.

Il linguaggio è cambiato. Laddove il vecchio New Labour di destra (ai tempi di Tony Blair, ndt) parlava di «eleggibilità» e l’apparato di Corbyn di «unità ampia», l’attuale leadership di Your Party parla di «idoneità», «chiarezza» e «fiducia». È una logica familiare. L’azione politica viene considerata una minaccia; le tendenze organizzate vengono dipinte come sleali o estranee; la democrazia viene ridotta a una conferma passiva di decisioni prese altrove. Sia nel Labour sotto Corbyn che nell’odierno Your Party, il riformismo burocratico opera sostituendo la leadership politica con il controllo amministrativo, e trattando il programma come un brand elettorale invece che come il frutto di discussioni e lotte collettive.

Il parallelo non è casuale. L’ambiente di consiglieri, ex membri dello staff laburista, funzionari sindacali e attivisti professionisti che si erano raggruppati attorno a Corbyn nel Labour si è ricomposto attorno a lui nel Your Party. Hanno portato con sé gli istinti acquisiti in un decennio all’interno di un apparato riformista di massa. Questi istinti non sono socialisti; sono i riflessi di uno strato sociale la cui posizione dipende dalla gestione del rapporto tra la classe lavoratrice organizzata e lo Stato capitalista: contenere la prima, rassicurare il secondo.

CHE COSA PUÒ ESSERE SALVATO

La lotta sulla natura di Your Party è ormai giunta al termine, risolta dall’alto. Le espulsioni sono un dato di fatto. La domanda per il periodo a venire è: cosa si può salvare da questa esperienza?

Migliaia di persone hanno aderito a Your Party per costruire qualcosa che mettesse al primo posto la classe lavoratrice, in patria e all’estero, e sfidasse la macchina politica del movimento operaio ufficiale. Quell’aspirazione persiste, anche se questo particolare veicolo è stato paralizzato dalla sua stessa leadership. Sono state costituite sezioni, costruite reti, nuovi militanti sono entrati per la prima volta nella politica organizzata. Nulla di tutto ciò scompare soltanto perché l’apparato ha scelto questa strada.

Il passo successivo più utile per le sezioni sopravvissute, le organizzazioni socialiste e i singoli militanti è quello di orientarsi verso l’esterno, verso le lotte della classe lavoratrice del prossimo periodo: la lotta contro i tagli comunali, la lotta contro il carovita, la solidarietà con i lavoratori in sciopero, la difesa dei migranti, l’opposizione al razzismo e all’estrema destra e la lotta alla corsa al riarmo. Un fronte unito su questa base – rivolto ai sindacati, ai militanti sui posti di lavoro e ai gruppi politici territoriali, non limitato alla sinistra organizzata – potrebbe dare un contenuto politico concreto alla richiesta di un partito dei lavoratori e tenere unite le migliori forze dell’esperienza di Your Party in una lotta comune, affrontando nel mentre le questioni complessive riguardanti il programma e l’organizzazione.

Queste questioni non possono essere affrettate. Possono trovare risposta solo attraverso una discussione politica seria, all’interno di ogni qualsiasi insieme di sezioni e di organizzazioni che emergeranno dalle macerie di Your Party, e sulla base del diritto di costituirsi in tendenza a di organizzarsi per difendere le proprie posizioni. Un’organizzazione rivoluzionaria non deve fingere di avere tutte le risposte; deve essere pronta a imparare dalla classe. Ma un programma politico — una strategia per guidare le lotte di oggi verso il socialismo — non può essere ricavato solo dal lavoro delle sezioni locali. Deve affrontare le grandi questioni del momento, e la questione più importante che il movimento deve affrontare oggi è ancora quella che il collasso di Your Party ha posto ancora una volta: riforma o rivoluzione?

Per i socialisti di tutto il mondo la lezione è ben nota, ma l’esperienza l’ha resa ancora più evidente. Il populismo di sinistra offre una via apparentemente più breve verso il successo politico rispetto alla paziente costruzione di un partito rivoluzionario dei lavoratori. Lo fa sostituendo la vita politica collettiva della classe con l’autorità di un leader, un marchio elettorale e un apparato tecnocratico. Laddove questo tipo di partito viene messo alla prova da una lotta reale – o dalla semplice pressione dei propri membri politicizzati – il suo nucleo burocratico si reimpone contro la propria base. Podemos, La France Insoumise, Syriza e ora Your Party: i dettagli differiscono ma la dinamica di fondo rimane la stessa.

Rimane il compito di costruire, in Gran Bretagna e a livello internazionale, un partito rivoluzionario radicato nella classe lavoratrice, aperto nei suoi dibattiti e armato di un programma in grado di guidare la lotta verso il potere. Qualunque cosa rimanga al di sotto di ciò riprodurrà, sotto un nuovo marchio, gli stessi limiti che hanno ripetutamente bloccato l’emergere di un’alternativa socialista di massa.

Rebecca Anderson e KD Tait

Syriza e Die Linke al fianco dello Stato sionista

 


Cosa ne pensa la sinistra “radicale” italiana?

17 Ottobre 2023

English translation

L'isteria dei circoli dominanti europei a favore di Israele ha aperto una breccia inquietante nel Partito della Sinistra Europea (cui aderisce il PRC italiano).


Syriza, appena scalata da un uomo d'affari, «condanna senza equivoci l'attacco perpetrato da Hamas contro Israele» ed esprime solidarietà al popolo israeliano. Una posizione talmente sbilanciata a favore dello Stato sionista da provocare la protesta di un settore giovanile del partito («Non è possibile assimilare le responsabilità degli oppressori a quello delle vittime... condannare l'attacco di Hamas e tacere sullo Stato d'Israele e la sua politica»).

In Germania Die Linke fa di peggio: «Condanniamo con la più grande fermezza i terribili attacchi terroristi di Hamas contro Israele (...) L'obiettivo di Hamas è la distruzione d'Israele (...) In ragione della storia della Shoah e dell'antisemitismo, lo Stato d'Israele è una necessità storica che non deve mai essere messa in discussione». Una dichiarazione che addirittura fa propria l'assimilazione di antisionismo e antisemitismo, fiore all'occhiello di tutta la propaganda reazionaria, legittimando i settantacinque anni di oppressione sui palestinesi.

Domanda: Rifondazione ha qualcosa da dire sui suoi alleati in Europa?

Partito Comunista dei Lavoratori

Il destino di Syriza

 


Il significato di un ex armatore che conquista la testa di Syriza

Un ex trader bancario presso Goldman Sachs, e poi armatore, di nome Stefanos Kasselakis, ha scalato il partito di Syriza vincendo le primarie col 56% dei voti contro l'ex ministra del lavoro, Efi Achtsioglu, fermatasi al 43%. È il nuovo segretario del partito. Il suo programma è fare “un nuovo partito democratico”, che si candida al governo della Grecia. Il premier conservatore Mitsotakis si è immediatamente congratulato col vincitore. L'attuale ministro del lavoro Georgiadis, proveniente dall'estrema destra greca, recita soddisfatto il de profundis della sinistra greca. Una parte della base di Syriza, quella più militante, è tormentata o sconvolta.

La scalata di Kasselakis alla segreteria di Syriza non è in realtà un fulmine a ciel sereno, se non agli occhi di coloro che non hanno voluto vedere la realtà. L'esperienza del governo Tsipras dal 2015, il suo sostegno al memorandum della troika, il suo tradimento clamoroso dei lavoratori greci e delle loro domande di svolta, ha avviato com'era prevedibile la crisi traumatica di quel partito. Tsipras aveva risposto alla crisi con un'ostentata svolta moderata alla ricerca del vecchio spazio del PASOK. Ma l'operazione è fallita. La precipitazione elettorale di Syriza alle ultime elezioni politiche, con la seconda vittoria consecutiva della destra ellenica, e le successive dimissioni di Tsipras, hanno segnato questo fallimento. Ora Kasselakis raccoglie i frutti di questa dinamica rovinosa, rivelando l'estrema fragilità di una formazione politica allo sbando, pronta ad essere scalata da un avventuriero spregiudicato.

La deriva di Syriza non riguarda solo la Grecia. Syriza e Tsipras hanno rappresentato negli anni il fiore all'occhiello della cosiddetta sinistra europea, il campo formatosi a sinistra delle socialdemocrazie liberali del continente. Nel nome di Tsipras si sono spese tutte le sue sezioni continentali con tanto di sventolio di bandiere e di promesse. Rifondazione Comunista in Italia si è intestata la sua rappresentanza. E ora? Si metterà nuovamente la polvere sotto il tappeto, come già ai tempi del governo Tsipras?

La verità è che si impone un bilancio di fondo. Una sinistra riformista che si candida a governare il capitalismo incorpora prima o poi la propria rovina. A tutto danno del movimento operaio. A tutto vantaggio delle destre peggiori. Accadde con la Rifondazione di Prodi, è riaccaduto con la Syriza di Tsipras. E anche Podemos, coi suoi ministri, è entrato nel vortice di una crisi profonda.
Una sinistra capace di futuro o è rivoluzionaria o non è.

Partito Comunista dei Lavoratori

Le elezioni, l'unità della sinistra, la presenza elettorale del PCL


 Il primo turno delle elezioni amministrative del 3-4 ottobre ha registrato un'affermazione del centrosinistra nella maggior parte delle grandi città (Milano, Torino, Bologna). Questa affermazione è dovuta non a uno spostamento di elettori dal blocco di centrodestra ma alla dimensione abnorme di un'astensione dal voto che ha interessato in larga prevalenza l'elettorato della Lega. La Lega è la vera sconfitta di questo passaggio elettorale. Più precisamente, il segretario della Lega. La sua ricollocazione nella maggioranza di governo a sostegno di Draghi nel quadro dell'unità nazionale ha sicuramente inciso sul voto, assieme allo scarso appeal di candidati civici improvvisati e posticci, risultante del braccio di ferro tra Lega e Fratelli d'Italia per la guida della coalizione. Fratelli d'Italia si avvantaggia del netto arretramento della Lega ma non in misura proporzionale. Giorgia Meloni non ha capitalizzato che parzialmente la caduta della Lega; il grosso dell'emorragia leghista si è indirizzata verso l'astensione. Significa che la Lega e il centrodestra nel suo insieme continuano a disporre di un blocco sociale ed elettorale maggioritario, sia pure temporaneamente passivo.


Qualunque proiezione della vittoria del centrosinistra sulle prossime elezioni politiche sarebbe dunque ad oggi del tutto sbagliata. Il voto amministrativo è ben diverso dal voto politico, diverso il peso delle motivazioni e della riconoscibilità delle leadership. Così non va confuso il voto delle grandi metropoli col voto dei piccoli centri e della provincia profonda, dove l'astensione al voto è stata molto minore, il centrodestra è più forte e i risultati hanno spesso altro segno. A tutto questo si aggiunge l'assetto ancora in fieri della coalizione del centrosinistra, con un Movimento 5 Stelle che ha virato nel suo gruppo dirigente verso la coalizione col PD ma che registra una forte caduta elettorale, al punto da non risultare determinante in fatto di voti né a Bologna né a Napoli, dove pure ha corso nella coalizione vincente. Parallelamente, la forte affermazione politica di Calenda a Roma può dare volto e riferimento a un processo di raggruppamento al centro capace di aprire contraddizioni nuove e incidere sugli equilibri politici.

Il negoziato sulla legge elettorale inciderà in modo rilevante sugli assetti politici di rappresentanza della borghesia italiana. Una parte importante dell'establishment e dei suoi uomini di riferimento vuole rimuovere la legge attuale, che presumibilmente assegnerebbe al centrodestra una vittoria con ampio margine, tanto più dopo il taglio dei parlamentari. L'idea è quella di una riforma elettorale di tipo proporzionale che possa liberare uno spazio più ampio per un raggruppamento di centro capace di tagliare le ali “populiste” e dare organicità e stabilità all'esperienza Draghi o simil-Draghi anche dopo il 2023. I circoli dominanti della politica borghese sono da subito al bivio di una scelta inaggirabile: se mettere Draghi in sicurezza per sette anni quale Presidente della Repubblica, trovandogli un sostituto di unità nazionale come Presidente del Consiglio e arrivare così a fine legislatura; o se puntare sulla continuità del governo Draghi trovando un'altra soluzione di unità nazionale per la presidenza della Repubblica, lavorando nel frattempo su una riforma elettorale che possa favorire un ripescaggio di Draghi in qualche forma dopo il 2023.

Nell'immediato, da qui al febbraio 2022, il governo continuerà la propria navigazione. Le mosse di Salvini sul catasto servono solo a coprire la sua sconfitta elettorale e a mostrare il proprio peso politico e istituzionale nella stessa Lega, dove la differenziazione con la linea organicamente draghiana di Giorgetti, estraneo alle posture populiste, permane con tutto il suo peso ma è destinata al momento a restare congelata.


IL VOTO AVARO DELLE SINISTRE

Il quadro politico della competizione borghese è al riparo dalla sinistra politica. Il voto del 3 e 4 ottobre conferma la marginalità complessiva della sinistra politica italiana. Chi si aspettava uno scenario diverso in ragione di questo o quell'altro accrocchio unitario è rimasto inevitabilmente deluso. Chi si aspettava di incassare elettoralmente la superesposizione mediatica non ha conosciuto sorte migliore.

Il PC di Marco Rizzo , che annunciava urbi et orbi che avrebbe preso più voti di tutto il resto della sinistra messo assieme è rimasto al palo. Lo 0,3% a Roma e Milano è indicativo. Il PCI viaggia tra 0,3% e lo 0,5% grazie alla rendita di posizione del vecchio simbolo. Rifondazione Comunista, che a Roma doveva sfondare con Berdini grazie alla sommatoria civica di tante sigle, rimedia lo 0,4%, mentre a Torino e Bologna manca largamente l'approdo in Consiglio comunale. Potere al Popolo ha un risultato relativamente migliore, prevalendo a Roma rispetto alle organizzazioni concorrenti con lo 0,6%, e incassando il notevole 2,4% a Bologna, frutto di una presenza elettorale continuativa tra elezioni nazionali, regionali, comunali, oltre che del sostegno di USB. Ma non prende eletti neppure a Napoli, che pure è la sua roccaforte. Il nostro partito riscuote un voto modestissimo, tra lo 0,4% a Bologna e lo 0,1 e 0,05% nelle altre città (Roma, Milano, Torino), sostanzialmente il voto riportato da Per una Sinistra Rivoluzionaria alle elezioni politiche del 2018, ritoccato al rialzo a Bologna, al ribasso altrove.

Come sempre, ma forse più che in altre occasioni, l'esito del voto fornisce un'occasione di sfogatoio ai tanti compagni e compagne che inveiscono contro tutto e tutti: le troppe divisioni, i partitini dello zero virgola ecc. ecc. Abbiamo addirittura, oggi, Il Manifesto che spende un editoriale per chiedere ai partiti a sinistra di Sinistra Italiana di chiedere scusa ai propri elettori, definendoli “un piccolo mondo antico” di testimonianza. Evidentemente la testimonianza inizia dove finisce il centrosinistra. Non c'è male per un quotidiano... “comunista”, come ancora recita abusivamente la sua testata. Cosa non si fa per cercare di vendere qualche copia in più lisciando il pelo agli umori dei lettori.

Noi invece questo pelo non lo vogliamo lisciare. Non dobbiamo vendere merce ma presentare le nostre idee. Cercando di diradare la nebbia dei luoghi comuni e la grande confusione che ne deriva. Sì, c'è una enorme crisi della sinistra politica in Italia. Le elezioni sono solo il suo specchio. Prendersela con lo specchio serve a poco. Serve indagare la crisi della sinistra nella sua realtà, nelle sue radici e ragioni. È l'unico modo per cercare di venirne a capo.


LA CRISI DELLA SINISTRA. LE SUE RADICI, LE SUE RAGIONI

Il voto della sinistra politica non è e non può essere indipendente dalle dinamiche della lotta di classe. Così è stato sempre, in Italia e in Europa.

Negli ultimi dieci anni i fenomeni di polarizzazione a sinistra in Europa sono stati il sottoprodotto di ascese sociali. Così è stato per lo sviluppo di Syriza in Grecia, sull'onda delle grandi mobilitazioni di massa contro l'austerità; così è stata per lo stesso Podemos in Spagna, al di là del suo carattere ibrido, a ridosso delle grandi manifestazioni di piazza della giovane generazioni degli indignados. Naturalmente le esperienze di governo di entrambe – l'una già tristemente consumata, l'altra in corso – hanno disperso la domanda sociale che avevano polarizzato seppellendola sotto il macigno dell'austerità della Troika (Syriza) o di politiche padronali (Podemos col governo Sanchez che bastona i migranti, tratta l'aumento dell'età pensionabile, nega l'autodeterminazione della Catalogna). A riprova che anche i successi elettorali, persino i più travolgenti, sono effimeri se combinati con le compromissioni ministeriali. In ogni caso, i successi elettorali sono stati figli delle piazze e delle lotte, non viceversa.

In Italia lo scenario degli ultimi quindici anni è stato peggiore. Il Partito della Rifondazione Comunista, che raccoglieva la mitologica “unità della sinistra”, si suicidò tra le braccia di Prodi nel 2006, al piede di partenza della grande crisi capitalistica mondiale, votando missioni militari, detassazione dei profitti, precarietà del lavoro, tagli sociali, al modico prezzo di un ministero, di qualche sottosegretariato, della presidenza della Camera dei deputati. Da qui l'inevitabile big bang che ha travolto quel partito, accompagnandone il crollo. Quel crollo a sua volta ha liberato lo spazio di quel ciclo populista reazionario, non ancora esaurito, che è passato attraverso il grillismo, il salvinismo, il melonismo. Un populismo nutrito dalla crisi sociale, che ha coinvolto e coinvolge l'immaginario di massa di tanta parte del lavoro salariato, dirottandolo contro falsi bersagli a tutto vantaggio dei padroni.

La crisi della sinistra politica ha qui la sua radice. Non nella frantumazione, come vuole il senso comune di tanti orfani della vecchia Rifondazione. Quello è l'effetto del crollo del PRC, non la sua causaLa crisi della sinistra è quella della sua irriconoscibilità sociale, a seguito della sua esperienza traumatica e fallimentare. Milioni di lavoratori e lavoratrici che avevano votato a sinistra nel nome di una speranza l'hanno abbandonata perché l'hanno vista tradita. Un abbandono che non ha riguardato soltanto le formazioni responsabili di quelle politiche ma si è estesa anche a chi, come noi, le ha contrastate. Quando si abbassa la marea si arenano tutte le barche, al di là della rotta di navigazione. Pensare di risolvere questa crisi di riconoscibilità con accrocchi elettorali significa continuare a farsi del male con un accanimento terapeutico crudele. Gli accrocchi elettorali possono confortare (a volte e in parte) le illusioni dei militanti, ma non rispondono ai lavoratori elettori. Da qui, ogni volta, la delusione degli esperimenti, con relative frustrazioni, straccio delle vesti, imprecazioni e abbandoni. Non è questa la strada.

A maggior ragione non lo è quando nel nome della più ampia unità nelle urne si scolora sempre più la stessa identità della sinistra classista (non diciamo comunista) in direzione di liste civiche, genericamente democratiche, di cittadini progressisti, sotto le quali nascondere partiti e simboli nella speranza di renderle più attrattive. Arcobaleno, Rivoluzione Civile, Altra Europa con Tsipras, Potere al Popolo, La Sinistra... sul piano nazionale; una infinità di liste civiche sotto le denominazioni più fantasiose su scala locale. Le une e le altre presentate ogni volta come la soluzione finalmente scoperta per uscire dalla marginalità, e ogni volta finite nello sconforto. Ora pare sia la volta dell'appello a De Magistris da parte del PRC per le prossime elezioni politiche, una sorta di Ingroia 2.0, vestendolo dei panni di un possibile salvatore. Altro giro, altro regalo. Auguri.


UNA RISPOSTA VERA ALLA CRISI DELLA SINISTRA, FUORI DA ILLUSIONI E IMPRECAZIONI

Dalla crisi della sinistra si può cercare di uscire solo da un'altra porta. O meglio, da due altre porte.

La prima è il terreno della ricomposizione di un fronte sociale di classe sul terreno della lotta. L'unità da ricercare sta innanzitutto qui. È singolare che i tanti predicatori dell'unità nelle urne non avanzino proposte e iniziative sul piano dell'unità di lotta della classe operaia. E non poche volte avallino scelte e posizioni, politiche o sindacali, che vanno in direzioni opposte.

Noi come PCL ci siamo mossi in questi anni in direzione della più ampia unità di lotta dell'avanguardia di classe, dal Coordinamento delle sinistre di opposizione al Patto d'azione anticapitalista, portandovi sempre il contributo delle nostre proposte, ma mai ponendole come condizione dell'unità d'azione. Al tempo stesso, in ogni raggruppamento unitario dell'avanguardia abbiamo posto la necessità della più ampia proiezione di massa contro ogni visione che confonda la massa col proprio ombelico.
Il problema che tutte le avanguardie hanno, se sono tali, non è quello di recintare il proprio perimetro ristretto, ma è quello di rianimare la resistenza della massa, infonderle fiducia nelle proprie forze, ricomporre l'unità delle sue file contro un avversario di classe determinato e agguerrito come mai in passato. GKN, Whirlpool, Alitalia... in ogni lotta particolare poniamo l'esigenza dell'unità generale delle lotte, e dunque di un piano d'azione che possa generalizzare le esperienze più avanzate, rafforzare la linea di resistenza, portarla sullo stesso terreno di radicalità oggi imposta dalla radicalità di padronato e governo. L'appello nazionale contro i licenziamenti, per l'occupazione delle aziende che licenziano, una cassa nazionale di resistenza, la rivendicazione unificante della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio va in questa direzione. Con la stessa logica unitaria e radicale interveniamo in ogni movimento, a partire oggi dalle mobilitazioni giovanili sul terreno cruciale dell'ambientalismo.

La seconda direzione riguarda la prospettiva politica. Senza una prospettiva politica, e dunque una direzione che la incarni, anche il più grande dei movimenti va a sbattere prima o poi contro il muro. Oppure viene usato da altri per altri scopi rispetto alle sue ragioni.
Oggi non c'è in campo una prospettiva politica riformista. Il crollo dell'URSS, la grande crisi capitalistica internazionale, le nuove contraddizioni tra gli imperialismi vecchi e nuovi per la spartizione del mondo, hanno chiuso da tempo quello spazio. Senza elaborare questo lutto si è destinati ogni volta a rinverdire vecchie e nuove illusioni senza futuro, prima nei Prodi, poi negli Tsipras, poi nei Sanchez, persino in Biden. Salvo uscirne ogni volta con le ossa rotte, come sinistra e soprattutto come classe lavoratrice, a tutto beneficio dei padroni e spesso delle destre più reazionarie.
,partit
Per questo poniamo al centro di tutta la nostra politica la prospettiva anticapitalista di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Non perché ci piace una formula più radicale, ma perché davvero non esiste altra prospettiva storicamente progressiva al di fuori di questa. Perché tutte le rivendicazioni più elementari, sul terreno del lavoro, del contrasto all'inquinamento, della lotta contro la pandemia, rimandano alla messa in discussione di questo sistema fin dalle sue fondamenta. Appunto una prospettiva di rivoluzione. L'alternativa non sono le riforme, ma la reazione.


LA RAGIONE ORGOGLIOSA DELLA NOSTRA PRESENZA ELETTORALE

Quando il PCL si presenta alle elezioni con questo programma. Anzi, proprio in ragione di questo programma ci presentiamo alle elezioni. Da inguaribili leninisti non ci interessa avere un buon programma da tenere in tasca. Ci interessa un programma d'azione da portare alle masse, nei luoghi di lavoro, nei sindacati, in ogni movimento e lotta degli sfruttati.

La coscienza di massa è lontana dalla comprensione della necessità di questo programma? Lo sappiamo bene, lo constatiamo ogni giorno. Lo vediamo nelle urne. Ma è una ragione in più per cercare di elevare questa coscienza, non per nascondere questo programma.

Questo programma riscuote oggi pochi voti? Verissimo. Ma questo non dipende dal fatto che il PCL si presenta alle elezioni, dipende dall'arretramento della coscienza generale – di cui certo non portiamo responsabilità, anche se ne subiamo gli effetti – e naturalmente dall'esiguità ad oggi delle nostre forze. Di certo non è rinunciando a presentare un programma che potremmo accrescerle. In ogni caso non è rinunciando a presentare un programma rivoluzionario che potremmo accrescere la coscienza dei lavoratori.

Oggi siamo la sola organizzazione, tra quelle interessate a presentarsi al voto, ad avere come programma la rivoluzione sociale, cioè il governo dei lavoratori. Per questo ci presentiamo da soli. Per nessun'altra ragione che questa. È possibile, sicuramente auspicabile, che in futuro altre tendenze e organizzazioni possano far proprio questo programma, magari passando e provenendo da altri percorsi. In quel caso un blocco elettorale attorno al comune programma sarebbe un fatto altamente positivo, ed anzi sarebbe la premessa di un comune partito marxista rivoluzionario, che resta la questione strategica decisiva. Senza la quale, fuori dalla quale, si è destinati ogni volta a ricominciare da capo.

Allora non vi interessa che vi sia una frammentazione di sigle e dunque una gran confusione a sinistra? Certo che ci interessa, anche perché ci danneggia. Danneggia la visibilità e riconoscibilità dell'unico programma comunista sommergendolo sotto una valanga di nomi e di sigle apparentemente similari, ma raccolte attorno a programmi riformisti, dunque utopici.
Forse sarebbe utile, non solo possibile, che le diverse organizzazioni (diversamente) riformiste si unissero elettoralmente per ridurre la confusione. Tanto più che non vi sono principi che le dividono. Di certo non si può chiedere di levare il disturbo a chi si batte per un governo dei lavoratori e intende presentare questo programma alla massa più larga, per farlo conoscere, per rafforzare anche per questa via la costruzione di un partito rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'addio di Pablo Iglesias

 


Quella di Podemos è l'ennesima parabola di una sinistra riformista che consuma le proprie fortune sui banchi ministeriali, e che così contribuisce alla vittoria della reazione

Le elezioni di Madrid hanno registrato un tracollo elettorale del PSOE, che perde il 10% dei voti, e la forte affermazione elettorale del PPE, combinata col consolidamento dell'estrema destra di Vox.
Il risultato non ha solo una valenza locale. Era la prima prova elettorale del nuovo governo Sanchez-Iglesias in Spagna. Un disastro. Le dimissioni di Pablo Iglesias col suo addio alla politica ne sono un portato.

Podemos non ha registrato una débâcle dal punto di vista elettorale. Il 7% riportato gli consente di avere una rappresentanza nel consiglio comunale di Madrid. Ma politicamente è il vero sconfitto. Pablo Iglesias si era dimesso da vicepresidente del governo Sanchez per candidarsi a Madrid. Lo scopo era sbarrare la strada alla destra. Tutta la sua campagna elettorale si è fondata sulla denuncia del pericolo franchista e sulla difesa della democrazia. La parola d'ordine era “no pasaran”, mutuata dall'esperienza del fronte repubblicano nella guerra civile del 1936-1939.
La candidatura di Iglesias si era presentata come la garanzia della vittoria. Il gesto delle dimissioni dalla vicepresidenza ministeriale per candidarsi a Madrid voleva essere inoltre un atto di rilancio dell'immagine pubblica di Iglesias e di Podemos come partito capace di sacrificare il potere all'interesse superiore della “democrazia” e della sua vittoria. Ma il gesto estetico finalizzato all'immagine è stato sepolto dal risultato.

Il governo Sanchez-Iglesias non ha realizzato alcuna politica di svolta. La sua gestione della pandemia è stata del tutto simile a quella di ogni altro governo borghese europeo. Come in Italia, è emerso lo sfascio della sanità pubblica, lo scandalo della sanità privata, l'assenza della medicina territoriale, la gestione criminale delle case di riposo degli anziani. Sanchez e Iglesias hanno amministrato lo sfascio, cui i precedenti governi di destra e di sinistra avevano pesantemente contribuito.

Ma soprattutto, il governo ha marcato la continuità col passato sul terreno delle politiche sociali. Tutta la politica di bilancio e del lavoro è stata affidata alla grande concertazione con il padronato e le burocrazie sindacali. Le promesse di superamento del precariato sono rimaste lettera morta, con la permanenza di tutta la legislazione precedente. La strombazzata patrimoniale, di entità esclusivamente simbolica, si è ridotta ad una possibile opzione facoltativa delle amministrazioni regionali. Le politiche sull'immigrazione sono rimaste inalterate, ed anzi si sono appesantite in fatto di respingimenti e negazione dell'approdo, a partire dalla Canarie e da Ceuta e Melilla. Infine, per incassare le risorse del Recovery Plan, il governo ha aperto un negoziato interno per l'aumento dell'età pensionabile.

Coi suoi quattro ministri, Podemos è parte integrante e inseparabile di questa politica del capitalismo spagnolo. Il partito sospinto nel 2011 dal movimento degli indignados è oggi un ingranaggio del potere, utile paravento al PSOE per coprire e legittimare a sinistra la continuità della politica del capitale.
Tutti gli spartiti retorici di Pablo Iglesias sono stati recitati: quello del “partito degli onesti”, “né di destra né di sinistra”, quello della “vera socialdemocrazia” spagnola candidata al sorpasso del PSOE, quello del pungolo decisivo sul PSOE per costringerlo al cambio di passo, quello della diga decisiva contro la destra... Ora che tutte le maschere sono cadute, il re è davvero rimato nudo: l'ennesima parabola di una sinistra riformista che consuma le proprie fortune sui banchi ministeriali, e che perciò stesso contribuisce alla vittoria della reazione.
A segretaria di Podemos ora si candida l'attuale ministra del lavoro Yolanda Diaz, che viene dalla storia dello stalinismo spagnolo (PCE), in perfetta continuità con la politica del predecessore, e semmai con un tratto ancor più moderato. Podemos resterà ancor più incardinato al governo di coalizione col PSOE, in una compromissione ancor più stringente. Come già il PRC, come già Syriza, come già il PCP e il Bloco de Esquerda in Portogallo, come si candida a fare in un prossimo futuro la Linke tedesca. La ruota del riformismo gira su se stessa, e non riserva sorprese.

La costruzione di una sinistra classista e rivoluzionaria è all'ordine del giorno in Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Linke si offre alla SPD per governare la Germania

Il Partito della Sinistra Europea ammaliato dal governo

18 Maggio 2020
La questione del governo è superata nel confronto a sinistra? Argomento del passato? I casi di Syriza, Bloco de Esquerda, Podemos e ora anche la Linke dimostrano il contrario
La Linke tedesca, partito centrale del Partito della Sinistra Europea, si candida al governo della Germania. I due cosegretari della Linke, Katja Kipping e Bernd Riexinger, hanno ufficialmente proposto alla SPD e ai Verdi di proiettare sul piano nazionale le comuni (accidentate) esperienze di amministrazione locale di Berlino e Turingia.

«Il coronavirus ci ha posto di fronte a clamorosi sconvolgimenti economici e feroci lotte per la distribuzione delle risorse. Le richieste politiche dell’intero arco della sinistra ci impongono una presa di posizione coraggiosa e un approccio comune. [...] I governi statali in cui la sinistra è attualmente coinvolta dimostrano la sostanziale differenza sociale e democratica dei partiti progressisti quando governano insieme. Adesso è importante unire le forze e impegnarsi nel cambio di direzione.»

A dire il vero i governi statali in cui la sinistra è coinvolta mostrano l'esatto opposto. Prima il governo Prodi, poi il governo Tsipras, poi il governo portoghese di Costa, e oggi il governo Sanchez-Iglesias dimostrano il «sostanziale» fatto che il coinvolgimento della sinistra nelle responsabilità del governo del capitale, in alleanza coi partiti borghesi o con la socialdemocrazia liberale, si realizza nella continuità delle politiche capitaliste. Ed anzi ha proprio la funzione di coprire a sinistra quelle politiche. Con pessimi risultati per il movimento operaio ed effetti più o meno distruttivi per la stessa sinistra di governo. Rifondazione Comunista ne sa qualcosa. Per quale ragione dovrebbe avvenire diversamente nel cuore del capitalismo europeo, a braccetto di una socialdemocrazia tedesca oggi al governo con Angela Merkel e la CDU?

Ma tant'è. Il gruppo dirigente di Linke ha fretta di offrire a SPD la dote dell'8% che le assegnano i sondaggi. Tra un anno si vota in Germania, entrare al governo è l'occasione della vita per chi non ha altro orizzonte che amministrare la società borghese.
In realtà all'interno della Linke vi sono forti dissensi e resistenze nei confronti di questa prospettiva, ma l'appello all'unità del partito da parte dei suoi segretari serve esattamente a rimuoverle.

Dopo il Bloco e il PCP portoghesi, dopo Podemos, anche la Linke si candida ufficialmente al governo del capitalismo. In questo caso della Germania, il principale paese imperialista del vecchio continente. Un paese in cui la sinistra di governo ha prodotto nella storia immani disastri, a vantaggio delle destre peggiori, come un secolo fa. Certo, si può obiettare che una volta fu tragedia ed oggi farsa. Ma la farsa può farsi tragedia molto in fretta. Già la destra di AfD denuncia la capitolazione al sistema della Linke e i suoi appetiti ministeriali. E siamo solo all'inizio.

La salvaguardia e lo sviluppo di una opposizione di classe ai governi della borghesia, il rifiuto di una compromissione nelle politiche dominanti, non è solo una necessità elementare per la difesa dei lavoratori, ma anche uno strumento di lotta alla reazione e alla sua demagogia tra gli sfruttati.
In ogni caso, dopo la vicenda di Syriza, dopo l'approdo governativo di Podemos, dopo la candidatura di governo della Linke, nessuno potrà più dire che la questione del governo è uscita dall'agenda del confronto a sinistra. Ieri come oggi, è e resta un tema strategico che fa da spartiacque tra riformismo e marxismo rivoluzionario.
Partito Comunista dei Lavoratori


Il bilancio di Tsipras

In Grecia le elezioni politiche, come già le precedenti europee, confermano la legge fisica della lotta di classe. Come disse l'avvocato Agnelli: occorrono a volte governi di sinistra per fare le politiche di destra. Salvo aggiungere che per questa stessa ragione è la destra che poi ritorna in sella.

Il partito Nuova Democrazia, la tradizionale destra greca, era un partito con le ossa rotte prima dell'esperienza Tsipras, travolto assieme al PASOK dal crollo di credibilità dei vecchi partiti di governo. Il crollo dell'economia greca, il lungo calvario dei memorandum, l'esperienza della crudele austerità dettata dalla troika, avevano sospinto dopo il 2008 una potente radicalizzazione del movimento operaio e popolare nel segno del rigetto delle politiche dominanti. L'ascesa elettorale di Syriza dal 4% del 2009 al 36% del 2015 fu semplicemente la registrazione distorta di questa ribellione di massa. Il trionfo dell'oxi contro la troika, con il ripudio del suo ricatto, ne rappresentò il naturale prolungamento. Se la destra oggi è tornata al governo della Grecia è perché quella enorme domanda di svolta è stata clamorosamente tradita. Un tradimento che ha trascinato con sé il riflusso della mobilitazione e della coscienza, a tutto vantaggio della reazione.

I sostenitori italiani di Tsipras, più o meno critici, per ultimo Salvatore Prinzi (Potere al Popolo), dicono che sì, forse Tsipras “ha sbagliato”, ma dopotutto non aveva alternative. Se avesse rotto con la UE «avrebbe fatto la fine di un Allende o peggio di un Masaniello», del resto il popolo non era così radicale come sembrava, ecc. ecc. Non potendo riverire Tsipras nel momento della sua disfatta (come fecero invece nel momento della sua ascesa, seminando illusioni a piene mani), gli intellettuali riformisti assolvono retrospettivamente la sua politica come obbligata, scaricando sulle masse la responsabilità dell'accaduto. In altri termini, il popolo ha in definitiva il governo che si merita; dedichiamoci quindi al piccolo cabotaggio del mutualismo («C'è da togliere illusioni, proponendo allo stesso tempo cose concrete, fattibili»), senza troppi grilli per la testa.

La verità è ben diversa. Dopo sei anni di straordinaria mobilitazione di massa, che aveva distrutto il vecchio sistema politico greco e portato Syriza al governo, l'alternativa c'era. Ma poteva porsi solo sul terreno di una rottura anticapitalista; solo sul terreno di misure che rompessero le compatibilità di sistema (cancellazione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio degli armatori); solo sul terreno della costruzione di strutture di autorganizzazione di massa che supportassero queste misure e concentrassero nelle proprie mani il potere. Le classi dominanti greche ed europee avrebbero reagito? Naturalmente. O qualcuno pensa che “il potere del popolo” possa realizzarsi senza resistenze dei capitalisti? Ma la linea di scontro sarebbe stata chiara non solo in Grecia ma su scala continentale. La rottura della Grecia col capitale finanziario che l'affamava avrebbe potuto diventare un fattore di mobilitazione internazionale del movimento operaio, di sviluppo della sua coscienza e di possibile contagio, anche a beneficio dei rapporti di forza nella Grecia stessa. Vittoria assicurata? Solo gli imbecilli possono pensarlo. Ma certo quella era l'unica via possibile per vincere.

Tsipras ha perseguito la via esattamente opposta: la via sicura per condannare alla sconfitta la domanda di svolta che aveva raccolto. La leggenda per cui Tsipras avrebbe voluto il cambiamento ma i rapporti di forza l'hanno impedito è una falsificazione dei fatti. Syriza rappresentava nella sua nascita ed evoluzione un classico soggetto riformista. Ben prima del 2015 Tsipras s'era attivato su scala internazionale alla ricerca di una legittimazione presso gli ambienti dominanti, negli USA e in Europa. Il governo di Syriza con ANEL (un partito reazionario di destra) fu sin dall'inizio, nella sua stessa composizione, un segnale di collaborazione con gli imperialismi europei e con le classi dominanti greche, a partire dagli armatori. Da subito Tsipras ha accettato il piano inclinato del negoziato coi creditori della troika, gli affamatori dei lavoratori greci cui questi si erano ribellati. La capitolazione clamorosa del luglio 2015 fu dunque il destino annunciato di una intera politica. I quattro anni successivi hanno solamente misurato l'enormità del suo prezzo, in termini economici e politici.

Per quattro anni il governo Tsipras ha pagato le cambiali al capitale finanziario mettendole sul conto della popolazione povera di Grecia, proprio come i governi precedenti. “Abbiamo restituito una Grecia coi conti in ordine”, “abbiamo riportato la Grecia in Borsa”, dichiara oggi Tsipras in occasione del passaggio di consegne. Ha ragione. Pensioni tagliate, salari falcidiati, aumento delle imposte indirette, privatizzazioni su larga scala (porti, areoporti, servizi idrici inclusi): i conti sono stati risanati nell'unico modo che il capitalismo conosce. I titoli pubblici greci sono tornati appetibili per i creditori grazie all'umiliazione del debitore. Insomma, un vero banchetto per i capitalisti a spese dei lavoratori e dei disoccupati. E non si tratta di misure una tantum. Tsipras ha assicurato al capitale finanziario la continuità di avanzi primari del 3,5% per gli anni a venire come pegno della propria credibilità, ciò che significa la continuità strutturale dei tagli alla spesa sociale per rassicurare le banche. Del resto le pubbliche lodi dei governi europei al ritrovato “realismo” di Tsipras si sono sprecati in questi anni. E non solo per ragioni economiche. Il governo Tsipras è stato per molti aspetti la soluzione politica migliore per gli imperialismi dell'Unione Europea. Infatti solo un governo come quello di Syriza poteva imporre alla classe lavoratrice la continuità dei memorandum in modo relativamente pacifico, contenendo e disperdendo le resistenze sociali. Laddove aveva fallito la vecchia socialdemocrazia del PASOK è invece riuscita la nuova socialdemocrazia di Syriza. Questo è il vero e unico successo di Tsipras.

Torneremo sulla vicenda greca per approfondirla. Ma certo l'esperienza del governo Tsipras è la documentazione viva del fallimento del riformismo come strumento di emancipazione, sullo sfondo della grande crisi del capitalismo. Razionalizzare questo fallimento è la prima necessaria condizione per costruire una prospettiva alternativa: classista, anticapitalista, rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Tra divieto di sciopero e cestinamento della bandiera rossa: PaP tra Tsipras e Mélenchon

 I riferimenti internazionali di una formazione politica sono parte della sua identità. Nel caso di Potere al Popolo il bando di oscillazione dei suoi compositi riferimenti europei misura la natura riformista di un intero programma.

Il primo riferimento di PaP è stato Tsipras. Oggi è un riferimento velato dall'imbarazzo, ma niente affatto cancellato. Anzi. Nonostante tre anni di lacrime e sangue al servizio della Troika contro i lavoratori greci, Tsipras continua a presiedere il Partito della Sinistra Europea, cioè il partito di Rifondazione Comunista, colonna di PaP. Neppure le misure di Tsipras contro il diritto di sciopero, neppure gli scioperi dei lavoratori greci contro il governo greco a tutela dei propri diritti democratici e sindacali sono bastati a Rifondazione e PaP per rompere con Tsipras e a denunciare pubblicamente il governo Syriza-Anel.

Si obietterà che oggi PaP assume come proprio riferimento pubblico Mélenchon, che a sua volta si è distanziato da Tsipras. Ma disgraziatamente proprio la sommatoria di Mélenchon e Tsipras complica la situazione di PaP. Melenchon proibisce la presenza della bandiera rossa in ogni suo meeting rimpiazzandola con la bandiera tricolore francese. Respinge la “vecchia contrapposizione tra sinistra e destra” nel nome della nuova contrapposizione “tra oligarchia e popolo”. Rivendica testualmente «la potenza della Francia come seconda potenza marittima» e il proprio attaccamento alla patria. Respinge l'indipendenza delle colonie francesi dalla madrepatria («La Guyane è la Francia», ha dichiarato il 25 marzo 2017). Rivendica il rimpatrio degli immigrati senza contratto di lavoro («non abbiamo la possibilità di occupare tutto il mondo... del resto è la legge e io non so che farci», ha detto a France5 l'11 marzo; «i lavoratori distaccati portano via il pane ai lavoratori francesi che si trovano sul posto», ha affermato il 5 luglio 2016, e sono solo due esempi della retorica populista nazionalista del nostro).
Del resto Mélenchon fu ministro del governo Jospin che bombardò Belgrado.

Ora la domanda è: sarebbe questo il nuovo riferimento internazionale degli interessi degli sfruttati che Potere al Popolo sbandiera?
Le ragioni “per una sinistra rivoluzionaria” escono più che mai confermate dai fatti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Tsipras colpisce il diritto di sciopero

  
Il governo Syriza-Anel ha varato pochi giorni fa due misure esemplari: da un lato la messa all'asta delle case sequestrate per debiti verso le banche; dall'altro una legge antisciopero che dichiara illegali gli scioperi promossi da assemblee dei lavoratori cui non partecipino la maggioranza degli iscritti ai sindacati. Uno scandalo. Hanno qualcosa da dire al riguardo Liberi e Uguali e Potere al Popolo?

Potere al Popolo ha presentato due giorni or sono la propria lista al Parlamento europeo, ospitato dal gruppo del GUE/Sinistra Europea, capeggiata da Tsipras. Ha sentito il dovere di solidarizzare pubblicamente con gli scioperi in corso in tutta la Grecia contro le misure del governo Tsipras, oppure ha onorato col proprio silenzio il padrone di casa contro i lavoratori greci? Naturalmente la seconda cosa.

La verità è che il diavolo fa la pentola ma non i coperchi. Tanta retorica sulle lotte, sui movimenti, sul “fare e non dire”, per continuare a coprire il governo Tsipras!
Solo la lista “Per una sinistra rivoluzionaria” dirà la verità su quanto sta avvenendo in Grecia. Perché la verità è rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il boomerang impietoso di Maurizio Acerbo colpisce Je so' pazzo

Tre buoni motivi per stare dalla parte di una sinistra rivoluzionaria

10 Dicembre 2017
Su Il Manifesto di mercoledì 6 dicembre il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo ha spiegato le ragioni del coinvolgimento di Rifondazione nel percorso elettorale di Je so' pazzo (1). Purtroppo tutti gli argomenti avanzati rappresentano un boomerang crudele per chi l'ha avanzati, e un colpo alla credibilità dell'operazione.


LE “MILLE SCHIFEZZE” 

Il primo argomento afferma: «D'Alema e Bersani rappresentano una minestra riscaldata, la riproposizione della vecchia classe dirigente che ha votato la legge Fornero e mille altre schifezze e ora pretende di rappresentare la sinistra». (Acerbo, Il Manifesto)

Bene. È un argomento inoppugnabile. Come può «rappresentare la sinistra» chi ha votato «mille schifezze» contro i lavoratori e gli sfruttati? Tuttavia Acerbo dimentica uno spiacevole dettaglio. Rifondazione Comunista ha governato per cinque anni complessivamente negli ultimi venti, tra il sostegno al primo governo Prodi (1996-'98) e la partecipazione organica al secondo (2006-2008). E per cinque anni ha votato «schifezze» non meno gravi, proprio a braccetto dei D'Alema e Bersani: l'introduzione del lavoro interinale (Pacchetto Treu), il record delle privatizzazioni in Europa, la riduzione delle aliquote fiscali a vantaggio dei ricchi, lo straordinario abbattimento della tassa sui profitti di imprese e banche (Ires dal 34% al 27,5%!), l'aumento delle spese militari e il finanziamento delle missioni, i campi di detenzione per i migranti (legge Turco-Napolitano). Tutte misure votate e difese da Maurizio Acerbo e Paolo Ferrero, da sempre ininterrottamente parte organica dei gruppi dirigenti e parlamentari di Rifondazione (il secondo addirittura ministro) contro le stesse opposizioni interne al partito. Su nessuna di quelle schifezze abbiamo mai letto peraltro concrete autocritiche. Possono «pretendere di rappresentare la sinistra» coloro che le hanno votate, oppure coloro che le contestarono sempre?


LA VOLPE E L'UVA 

Il secondo argomento afferma: «Abbiamo lavorato nel percorso del Brancaccio per costruire un vasto schieramento[...]. Putroppo MDP-SI-Possibile hanno preferito un accordo di vertice bloccando ogni ipotesi di costruzione democratica dal basso di una sinistra «nuova e radicale». Avremmo potuto contrattare qualche seggio ma mai come oggi in Italia c'è bisogno di un'alternativa credibile».

Anche in questo caso le cose non si mettono meglio per il nostro Acerbo.
Se Bersani e D'Alema erano una sinistra non credibile in quanto «vecchia classe dirigente che ha votato schifezze», perché allora partecipare al percorso del Brancaccio che nasceva proprio dall'idea di una lista unica a sinistra inclusiva di D'Alema e Bersani? Perché a giugno firmare assieme a D'Alema l'appello per la lista unica a sinistra, e a novembre siglare con D'Alema l'accordo elettorale in Sicilia?
La verità è che Rifondazione Comunista non pose mai una pregiudiziale verso MDP (suggerendo al più una non candidatura di D'Alema e Bersani, che è cosa molto diversa). La rottura si è prodotta di fronte a un accordo tra MDP, SI, Possibile sulla spartizione delle quote dei parlamentari eleggibili, che di fatto escludeva il PRC. Insomma: lo sdegno verso... «chi ha votato la legge Fornero e mille schifezze» nasce improvvisamente quando il partito di D'Alema e Bersani taglia fuori il PRC dall'accordo sui seggi. Presentare tutto ciò come rivendicazione di coerenza... nel nome del rifiuto della “contrattazione dei seggi”, ricorda troppo la fiaba della volpe e dell'uva. Sarebbe questa la sinistra credibile?


TSIPRAS COME ESEMPIO? 

Il terzo argomento è il peggiore.
«In tutta Europa i nostri compagni- Unidos Podemos, Melenchon, Syriza e tanti altri - hanno dimostrato che nuove aggregazioni, che uniscono sinistra radicale e esperienze di movimento, possono dare voce a chi oggi non è rappresentato da forze che rendono i nostri paesi più ingiusti e poveri.»

Nessun argomento poteva essere più sfacciato. Il governo Syriza-Anel ha appena privatizzato l'acqua pubblica, dopo due anni di rigorosa applicazione di tutte le ricette della Troika (taglio di salari, pensioni, diritti, privatizzazione dei servizi pubblici, svendita ai creditori di porti, ferrovie, aeroporti...). Melenchon ha assunto la bandiera tricolore come proprio riferimento in aperta contrapposizione alla bandiera rossa perché per lui il confine non è più tra destra e sinistra, ma tra oligarchia e popolo. Podemos ha appena voltato le spalle ai diritti di autodeterminazione della Catalogna in funzione della prospettiva di un governo col PSOE. Tutte queste esperienze dimostrano allora l'esatto opposto di quanto Acerbo pretende. Dimostrano che quando “esperienze di movimento” si subordinano a sinistre riformiste, nel momento stesso della crisi storica del riformismo, finiscono per tradire le proprie ragioni e subordinarsi di fatto al capitale.

Maurizio Acerbo ha dunque fornito involontariamente a tanti compagni e compagne un'ottima occasione di riflessione. A noi ha fornito una ragione in più “per una sinistra rivoluzionaria”.




(1) http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=31977
Partito Comunista dei Lavoratori

Cento anni dai giorni che sconvolsero il mondo


Ciclo di conferenze nazionali del Partito Comunista dei Lavoratori sulla storia e attualità della Rivoluzione russa

Cento anni dopo la Rivoluzione d'ottobre, il capitalismo attraversa la crisi più profonda degli ultimi decenni. Il crollo dell'URSS e la restaurazione capitalistica in Cina non hanno prodotto un rilancio storico del capitalismo, ma una nuova contesa per l'egemonia mondiale tra vecchi e nuovi imperialismi. Parallelamente, il vecchio compromesso sociale tra capitale e lavoro, sospinto nel dopo guerra dall'esistenza dell'URSS, lascia il posto ad una profonda regressione di conquiste e diritti della classe lavoratrice. L'Europa è al centro di questa regressione storica. Come un secolo fa, la crisi combinata del capitalismo e del riformismo ripropone la prospettiva della rivoluzione socialista quale unica soluzione progressiva della crisi dell'umanità.

Nel cuore dell'Europa, Syriza e Podemos configurano una nuova illusione riformistica proprio nel momento storico in cui essa è priva di una base materiale. Tutta la loro esperienza è e sarà la documentazione viva di questa illusione. Ogni eventuale simulazione di quel “modello”, non farebbe che riproporne le insuperabili contraddizioni.

La ricostruzione di una sinistra rivoluzionaria non può essere un'improvvisazione. Richiede un bilancio di verità del movimento operaio del '900, a partire dalla pagina tragica dello stalinismo. La riattualizzazione delle concezioni di Lenin, Trotsky, Rosa Luxemburg e Gramsci è parte insostituibile del recupero del nostro patrimonio, così come un secolo fa il recupero e il rinnovamento del programma di Marx fu alla base della nascita della Terza Internazionale e dello stesso successo della Rivoluzione d'ottobre.


Le conferenze nazionali del PCL sulla Rivoluzione russa si terranno a:

- Milano: Sabato 4 novembre 2017 alle ore 15:00 - Sala CAM "Falcone e Borsellino", Corso Garibaldi 27 (M2 Lanza)

- Firenze: Domenica 5 novembre 2017 alle ore 15:00 - Casa del Popolo "Il Progresso", Via Vittorio Emanuele 135

- Reggio Calabria: Sabato 11 novembre 2017 alle ore 16:30 - Sala Fondazione Lucianum, Via Monsignore De Lorenzo 30
Partito Comunista dei Lavoratori

Il Primo maggio di Alexis Tsipras

Non c'è fine alle misure antipopolari del governo di Syriza in Grecia

2 Maggio 2017
Si era appena conclusa la manifestazione del Primo maggio ad Atene contro le politiche di austerità, quando il governo Tsipras, in piena notte, ha confezionato un nuovo accordo coi creditori strozzini all'insegna di ulteriori sacrifici: nuovo abbassamento del livello di esenzione fiscale (da 8.636 euro a 6.000), ulteriori tagli alle pensioni, altre privatizzazioni a partire dal settore dell'elettricità. In cambio di cosa? Di 7,4 miliardi di cosiddetti aiuti alla Grecia che servono a pagare... i creditori. Cioè i governi imperialisti europei e il capitale finanziario. Gli stessi che dettano, a proprio vantaggio, la politica del governo greco. Gli stessi che acquistano a prezzo di saldo beni e aziende pubbliche greche oggetto di privatizzazione.
Soddisfatti della nuova rapina ottenuta al tavolo negoziale con Tsipras, i governi europei e la BCE si rivolgono ora al Fondo Monetario Internazionale per coinvolgerlo pienamente in un nuovo programma di... "aiuti”. E il giro ricomincia.

Tsipras aveva solennemente giurato due mesi fa, all'apertura del nuovo negoziato, che non avrebbe “chiesto neppure un euro in più al popolo greco” (testuale). Due mesi dopo presenta i nuovi sacrifici come una vittoria per il fatto di aver ottenuto in cambio il permesso di elargire (nel 2018!) qualche aiuto caritatevole alle famiglie povere. Le stesse famiglie affamate nel frattempo dallo strozzinaggio dei creditori. Un'ipocrisia spudorata e senza fine.

Ma la sinistra riformista italiana, vecchia e nuova, continua a difendere Syriza e il governo greco. Nessuna meraviglia. Se il capitalismo è l'unico orizzonte possibile, non vi è alcuna alternativa alla miseria e a chi la governa, né in Grecia né altrove. Al di là degli esercizi retorici del Primo maggio.
Partito Comunista dei Lavoratori

Tsipras e il governo Syriza secondo Paolo Ferrero

La solidarietà di Ferrero a Tsipras è la dimostrazione della comune natura traditrice dei riformisti

18 Febbraio 2017
«Tsipras non ha mai tradito», ha dichiarato testualmente Paolo Ferrero in una recente intervista al Manifesto. È la confermata fedeltà del gruppo dirigente del Partito della Rifondazione Comunista a quella Sinistra Europea che ha assunto Tsipras come propria bandiera.

Eppure la drammatica esperienza del governo Tsipras mostra una realtà capovolta. A due anni dalla sua formazione, a un anno e mezzo dalla sua capitolazione alla troika, il governo Syriza-Anel sta macinando giorno dopo giorno le peggiori politiche di rapina del capitale finanziario sulla pelle dei lavoratori greci. Come era facile prevedere, il memorandum del luglio 2015 si è rivelato un cappio al collo sempre più stretto per la popolazione povera. L'impegno ad onorare il pagamento del debito pubblico, in perfetta continuità con i governi precedenti, fa del governo Tsipras l'agenzia dei creditori della Grecia. Questi creditori hanno nome e cognome: sono in misura preponderante gli Stati imperialisti europei. La Germania detiene 60 miliardi del debito greco, la Francia 46 miliardi, l'Italia 40 miliardi. I 326 miliardi versati complessivamente dalla troika alla Grecia servono a riempire casse e portafogli di questi famelici creditori attraverso il pagamento di debito e interessi. Nel frattempo il debito pubblico greco è ormai salito a 180% del prodotto lordo (e secondo il FMI è destinato a crescere sino al 275% entro il 2060!).

Sulla Grecia si scaricano anche le contraddizioni interne al campo dei creditori. Il FMI dichiara da tempo che il debito greco è ormai «insostenibile», e propone a UE e BCE una sua ristrutturazione (cancellazione dei crediti inesigibili in cambio di una stretta ulteriore del rigore). Ma gli Stati europei creditori (Germania, Francia, Italia) non hanno alcuna intenzione di tagliare le proprie quote di credito, a detrimento delle proprie casse e delle proprie banche, tanto più alla vigilia di elezioni politiche interne delicatissime. Al tempo stesso sono terrorizzati dall'idea che il FMI possa lasciarli soli sul fronte greco. Ecco allora la “soluzione”. Per mostrare al FMI che il debito pubblico greco è nonostante tutto rimborsabile, chiedono a Tsipras un supplemento di rapina: gli chiedono di portare l'avanzo primario (il rapporto tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito) al 3,7% del prodotto lordo, a fronte di una economia che nel 2016 è “cresciuta” dello 0,3%. Come? Attraverso altri quattro miliardi di tagli sociali (ancora sulle pensioni) e di tasse sui consumi (a scapito dei salari). Nei fatti chiedono un nuovo colpo alle masse popolari, già stremate da sacrifici senza fine.

E Tsipras? Tsipras obbedisce, negoziando come sempre il piano degli strozzini. Certo, lamenta che «si sta giocando col fuoco». Ma solo per ricordare ai creditori che è nel loro interesse che il debitore non tiri le cuoia. È un punto sensibile. Tsipras governa ormai con una maggioranza parlamentare di soli tre voti di scarto. I sondaggi danno Syriza al 17%, un consenso più che dimezzato dopo un anno e mezzo di gestione dell'austerità. La destra di Nuova Democrazia, attorno al suo nuovo leader Kyriakos Mitsotakis, è data al 34%, misura di una ripresa rapidissima grazie alla capitalizzazione reazionaria del malcontento sociale, mentre Alba Dorata spera di incassare l'onda del lepenismo francese. All'interno di Syriza e dei suoi gruppi parlamentari lo spettro di una disfatta annunciata apre manovre e conflitti.
Tsipras cerca disperatamente di sfuggire al disastro della propria esperienza politica. Supplica i creditori di rinnovargli fiducia dopo la dimostrazione eroica di fedeltà alla troika. Usa la svolta Trump per rammentare al governo tedesco che è suo interesse salvaguardare l'unità della UE contro le spinte nazionaliste e protezioniste. Si offre come cortigiano delle socialdemocrazie europee, per cercare di incassarne benemerenze e favori. Chiede insomma al capitale finanziario e ai suoi governi di lasciargli uno spazio residuo di sopravvivenza.
Di certo, conferma anche per questa via di aver rotto da tempo con quella base di massa, giovanile e proletaria, che due anni fa ne aveva sospinto l'ascesa e che il governo ha svenduto alla troika.

Il fatto che Paolo Ferrero - ex ministro di un imperialismo creditore - continui inossidabile a garantire per Tsipras, conferma solamente la solidarietà dei riformismi al di là delle frontiere, attorno al proprio unico motto comune: dalla parte borghesia, ieri, oggi, domani.
Partito Comunista dei Lavoratori

La "vittoria" di chi?

Alexis Tsipras ha vinto clamorosamente la propria scommessa. Ha voluto precipitare le elezioni per capitalizzare la popolarità della propria figura e salvarsi dal fallimento della propria politica. Prima che le masse potessero verificare sulla propria pelle i costi sociali del Memorandum siglato. L'operazione è riuscita oltre ogni previsione. Syriza ha conservato quasi immutata la propria percentuale di voto. Unità popolare ha fallito l'approdo in Parlamento. Tsipras può rifare un governo fotocopia a braccetto col partito reazionario di Anel ( con un abbraccio a Kammenos esibito subito sul podio) disponendo di un gruppo parlamentare più disciplinato. Più disciplinato.. a cosa? Naturalmente al rispetto del terribile piano di austerità e sacrifici dettato dai creditori e sottoscritto da Tsipras.

I Vendola, i Ferrero, gli Iglesias, che oggi plaudono entusiasti all'amico Alexis, sperando di racimolare qualche voto in casa, si trovano in curiosa compagnia. “La vittoria di Syriza rassicura le Borse” recita La Repubblica, guardando i listini festanti. Non è un caso. I circoli capitalistici europei, senza eccezione, salutano positivamente la vittoria di Tsipras. Junker si congratula col vincitore. Hollande brinda al successo di Syriza, nel nome della “sinistra europea” e della “stabilità europea”. Persino il Presidente della commissione esteri del Bundestag (Norbert Roettgen) , protesi di Merkel, giudica “molto positivo” il risultato greco: “Tsipras primo, Nea Demokratia secondo, hanno creato un saldo bipolarismo” dichiara compiaciuto. Il Corriere della Sera (di Banca Intesa) saluta la nuova stagione di “continuità e stabilità” che il voto greco propone “alla Grecia e all'Europa”.

Proprio così. “Continuità e stabilità”: questo cercava e cerca il capitale finanziario in Grecia. Il trionfo di Syriza del 25 Gennaio, sottoprodotto di una lunga stagione di lotte sociali, lo inquietava. I circoli dominanti conoscevano naturalmente la volontà compromissoria di Tsipras, già esibita e promessa in mille conciliaboli, ma temevano la sua difficoltà di subordinare al compromesso le grandi masse e di disciplinare un partito riottoso. La vittoria di Tsipras il 20 Settembre, dopo la certificazione del Memorandum, ha una valenza del tutto diversa. È il miglior risultato che il capitale finanziario potesse attendersi. Paradossalmente un successo di “Nuova Democrazia” ai danni di Syriza avrebbe potuto introdurre - quello sì - una nuova stagione di convulsioni politiche: con una Syriza costretta all'opposizione, un nuovo spazio di ripresa dell'opposizione di massa, un quadro politico basato nuovamente sulla fragilità di vecchi partiti screditati. Invece l'attuale successo di Tsipras, con una percentuale piena, un gruppo parlamentare omogeneo, l'eliminazione dal Parlamento stesso dei suoi contestatori a sinistra, configura un baricentro politico e istituzionale stabile. La risicata maggioranza parlamentare non preoccupa, perchè tutti i partiti borghesi di “opposizione” si sono impegnati a continuare a votare a fianco di Tsipras le misure lacrime e sangue contro i lavoratori greci. E del resto chi meglio di Alexis, col suo comprovato carisma, potrebbe fare da calmiere della rabbia sociale che l'applicazione pratica di quelle misure innescherà presso i settori di massa colpiti?

Ma coloro che parlano di “partita finita”in Grecia, confondono la realtà coi propri desideri.
Certo, Tsipras ha oggi capitalizzato elettoralmente la popolarità della propria immagine e la stanchezza di un popolo stremato. Ha perso mezzo milione di voti verso sinistra o verso un'astensione sfiduciata, ma ha raccolto l'essenziale. “Ho capito che non ci sarà da attendersi molto per il futuro, ma è meglio mettere alla prova questo giovane onesto che affidarsi nuovamente alle vecchie cariatidi corrotte del passato”: così ha ragionato grosso modo il lavoratore greco che ha votato per Tsipras. “Unità popolare”, col suo messaggio riformista nazionalista pro dracma, gli è apparsa un'improvvisazione poco credibile. La sinistra rivoluzionaria era ai suoi occhi troppo debole. Una massa stanca dopo otto anni di lotte, si è dunque affidata a Tsipras più che al suo partito e alla sua politica. E Tsipras investirà questo affidamento popolare in una stabilizzazione del proprio governo, con un probabile successo immediato, a beneficio dei creditori. Ma la ruota della storia non cessa mai di girare. Già i prossimi mesi scandiranno, uno dopo l'altro, tutte le voci del memorandum: a ottobre sarà varato l'aumento dell'età pensionabile, poi scatterà la eliminazione dei sussidi per le pensioni più povere, poi verrà l'aumento di prezzo dei beni alimentari, poi inizierà il grande rilancio delle privatizzazioni a vantaggio dei creditori strozzini che compreranno la Grecia a prezzi di saldo, poi..Quattro anni di austerità sono lunghi. Tanto più lunghi per un popolo ridotto all'indigenza e per una economia già collassata ( quasi - 30% di PIL in otto anni). Le resistenze sociali riprenderanno. L'immagine di Tsipras scolorerà, in un lungo inevitabile logoramento. Nuovi varchi si allargheranno, prima o poi, per il rilancio dell'opposizione di massa. Ogni fatto o esperienza, piccola o grande, proverà che l'unica soluzione vera, l'unica vera alternativa per i lavoratori greci, o è anticapitalista o non è. Mentre il consolidamento di Alba Dorata a destra ricorda che una mancata alternativa anticapitalista può aprire varchi alla peggiore reazione.
Il problema di fondo si ripresenterà dunque immutato: come costruire un partito rivoluzionario all'altezza di questa verità. I nostri compagni greci di EEK (Partito operaio rivoluzionario) saranno in prima fila nella costruzione di questa impresa. L'unica che può dare un futuro ai lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori