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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

La morte di un Papa

 

mortepapa22 Aprile 2025

English version

Da comunisti non ci associamo al lutto universale, a reti unificate, per la morte di Papa Bergoglio.
In particolare, non concordiamo con la commemorazione estatica della figura di Papa Francesco da parte di tutte le le sinistre cosiddette radicali.

Naturalmente, rispettiamo profondamente la libertà religiosa e i sentimenti dei fedeli. Ma non al prezzo di rinunciare alla verità. La religione, ogni religione, è oppio dei popoli, scriveva Marx. La Chiesa cattolica nel mondo è la principale dispensatrice di questo oppio. Il culto religioso lo celebra. Il Papa, ogni Papa, è a capo del culto. La predica di una vita ultraterrena e della resurrezione della carne favorisce la rassegnazione a una vita terrena di sfruttamento e di oppressione per miliardi di esseri umani. Il richiamo alla carità verso gli umili non solo non cambia l'ordine reale delle cose, ma presuppone la sua conservazione, contro ogni prospettiva di rivoluzione. Attenzione per i poveri? Persino la Chiesa della Controriforma che scatenava la guerra contro le streghe moltiplicò gli ordini caritatevoli e assistenziali a tutela dei poveri, pur di replicare all'insidia del protestantesimo.

Più in generale, la stessa idea di un Dio Padre creatore dell'uomo, negando la figura dell'uomo quale creatore di Dio, lo educa per questa via a un principio di sottomissione. Non a caso la Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola, vide nell'autorità terrena il riflesso di Dio, e nell'obbedienza alla autorità il dovere dell'obbedienza a Dio.
Peraltro, la stessa retorica dell'uguaglianza e della fratellanza tra le “creature di Dio” tradisce puntualmente la propria ipocrisia quando si tratta delle donne, dei gay, delle lesbiche, delle persone transgender. Nel loro insieme, più della metà della specie umana su scala planetaria.
Lo stesso ordine interno alla Chiesa cattolica si fonda peraltro sulla disuguaglianza tra uomini e donne, rigorosamente escluse dal sacerdozio. La negazione del diritto all'aborto, assimilato a un omicidio, la condanna dei medici non obiettori chiamati “sicari”, il parallelo tra armi e contraccettivi in quanto entrambi soppressori della vita, sono tutti concetti pubblicamente espressi da Papa Bergoglio, anche in tempi recenti.

Quanto alla ripulitura della Chiesa cattolica dalla pedofilia, e dalla gigantesca mole di crimini contro bambini e suore a tutte le latitudini del mondo, Bergoglio non è andato al di là della retorica della denuncia. Il quotidiano Domani ha documentato nel 2022 che il Vaticano si è limitato a trasferire in altre diocesi i sacerdoti abusatori, e ha continuato a far pressione sulle vittime perché non rendessero pubblici gli abusi.
In ogni caso, Bergoglio ha confermato la giurisdizione ecclesiastica come unico possibile tribunale per i casi di pedofilia, sottraendoli pertanto alla giustizia ordinaria. Nei fatti, una garanzia di copertura protettiva, contro ogni principio di uguaglianza. I sistemi concordatari fra Stato e Chiesa tutelano peraltro il privilegio della Chiesa anche sotto il profilo giudiziario.

È vero: Papa Bergoglio ha pronunciato in più occasioni parole di denuncia a difesa dei migranti, a tutela della natura, e contro la guerra. Ha cercato su diversi terreni di risollevare l'immagine pubblica della Chiesa dalla sua crisi profonda provando a mettersi in sintonia coi sentimenti progressisti di una parte dell'opinione pubblica e della giovane generazione. Soprattutto ha voluto rispondere alla crisi verticale della popolazione cattolica in Occidente (in particolare in Europa e negli USA), e alla concorrenza crescente dell'islamismo su scala mondiale, con la ricerca di più ampie aree di influenza cattolica nei continenti oppressi, a partire dall'Africa, peraltro senza riuscire a invertire la china. Ma le parole progressiste restano parole, sulla bocca del Papa come sulla bocca dei governanti borghesi “democratici” e “umanitari”. Le parole, svincolate dall'azione, non servono a cambiare la realtà, ma a mascherarla. Peraltro, la stessa parola di Bergoglio è stata ben attenta ad evitare pericolosi equivoci. Parlare della “guerra” e della “pace” come categorie universali ed astratte significa cancellare il confine tra guerre imperialiste degli oppressori e guerre di liberazione degli oppressi. Ciò che tutela in definitiva gli oppressori. Se si denuncia come ignobile il massacro di Gaza, ma si condanna o si ignora la resistenza palestinese, cambia qualcosa per il popolo oppresso? Si risponderà che non rientra nel ruolo di un Papa il pubblico sostegno ad una resistenza. Verissimo. Ma qual è allora esattamente il ruolo del Papa, di ogni Papa? Questo è il punto.

Il ruolo del Papa, di ogni Papa, è inseparabile dalla natura della Chiesa. La Chiesa è un'istituzione reazionaria. Una monarchia teocratica e assolutistica. Il Papa, ogni Papa, in quanto capo della Chiesa, è istituzionalmente un sovrano assoluto che concentra nelle proprie mani ogni potere verso i propri sudditi. La cosiddetta divisione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), propria delle democrazie borghesi liberali, è estranea alla Chiesa. Il Papa sovrano detiene il controllo degli stessi beni patrimoniali della Chiesa, perché tutte le diverse amministrazioni dei beni ecclesiastici, immobiliari, finanziari, azionari, fanno capo alla somma figura del Pontefice. Le proprietà ecclesiastiche sono immense. Nella sola Italia, la Chiesa ha il primato delle proprietà immobiliari, al netto dei luoghi di culto. Sono proprietà largamente esentate da qualsiasi dovere fiscale. In compenso, le casse dello Stato, a livello centrale e locale, provvedono in varie forme al trasferimento di risorse pubbliche nel portafoglio ecclesiastico, dal pagamento degli insegnanti della religione cattolica agli oneri di ristrutturazione degli immobili della Chiesa.

La Chiesa è a tutti gli effetti capitalismo ecclesiastico. Gli scandali finanziari che la interessano sono un riflesso della sua natura. Ad esempio, recentemente, lo scandalo dell'Obolo di San Pietro ha rivelato che i fondi di beneficenza per i poveri vengono usati per transazioni finanziarie e commerciali della Chiesa nei ricchi quartieri delle metropoli. Qualcuno può seriamente meravigliarsene?

Papa Bergoglio non ha cambiato nulla, perché non poteva cambiar nulla, nella natura materiale della Chiesa. Da buon sovrano, ha provveduto a gestirla. Sicuramente ha provato a cambiare le forme di comunicazione del papato uscendo dalla canonica dottrinaria di Papa Ratzinger a favore di un linguaggio più popolare e diretto. Sicuramente ha puntato a ridimensionare a proprio vantaggio l'equilibrio di potere con la Segreteria di Stato vaticana, facendo della propria relazione col popolo dei credenti un punto di forza nel rapporto con la gerarchia. In questo senso, paradossalmente, Bergoglio ha enfatizzato la natura assolutistica del papato all'interno dell'ordine vaticano. La sua estrazione peronista e gesuitica lo ha sicuramente aiutato nell'operazione.

Resta il nodo di fondo, che va al di là di Bergoglio. Si può presentare la figura di un sovrano assoluto, capo di una monarchia teocratica e capitalistica, come figura di «comunista» (Maurizio Acerbo, Rifondazione Comunista) e «grande rivoluzionario» (dalla Rete dei Comunisti a Il Manifesto)?
Nella subordinazione reverente al papato, nell'incanto per la sua parola, si riflette, in ultima analisi, l'adattamento alla società borghese. Cioè la rinuncia ad ogni prospettiva di rovesciamento dell'ordine reale del mondo. Le ragioni del marxismo rivoluzionario trovano una volta di più la propria conferma.

Marco Ferrando

Congresso di Rifondazione Comunista, lo scontro tra due posizioni diversamente subalterne


 Il congresso di Rifondazione Comunista si è appena concluso. Il segno del congresso è dato dallo scontro frontale tra due schieramenti interni di pari consistenza. Il primo a sostegno del segretario Maurizio Acerbo, il secondo sospinto dall'ex ministro Paolo Ferrero. È lo scontro che ha investito gli ultimi tre anni di vita del PRC, a livello centrale e nelle federazioni, senza risparmio di colpi. Il sostanziale equilibrio nel rapporto di forza tra i due schieramenti contrapposti si è riflesso nel risultato congressuale: settanta voti di differenza tra la mozione Acerbo e la mozione alternativa di Ferrero, a vantaggio del primo. Il segretario nazionale Maurizio Acerbo è stato confermato con un solo voto di scarto dal Comitato Politico Nazionale eletto dal congresso. Tutto lascia pensare che lo scontro proseguirà nel tempo a venire. L'unico fatto certo è che la crisi del PRC è ben lungi dall'essere risolta.


Dopo tre anni di instancabile guerriglia interna, l'ex ministro Ferrero non è riuscito a detronizzare il segretario Acerbo. Il segretario è sopravvissuto alla guerra ma non ha recuperato il controllo reale del partito. Se la posta in gioco del congresso era il controllo di ciò che resta del PRC, nessuno dei due schieramenti può cantare vittoria.
Ma non è questo l'aspetto che a noi interessa. Ci interessa invece esaminare il contenuto politico delle due posizioni a confronto. Due posizioni diversamente subalterne, accomunate da una inossidabile logica riformista. E al tempo stesso due posizioni che faticano nel quadro politico attuale a ritagliarsi uno sbocco politico reale, al di là delle retoriche di accompagnamento.

Il documento congressuale di maggioranza (Acerbo) si fonda su una precisa opzione politica: la volontà di ricomporre la relazione con il centrosinistra, in funzione di una prospettiva di governo borghese. È il richiamo nostalgico della foresta. Il tentativo di uscire dall'isolamento ritornando nella “politica che conta”.
Il riferimento esplicito alle esperienze di governo, passate e presenti, di diversi partiti della sinistra europea, da Syriza a Podemos, non è casuale. Questo è il vero contenuto della posizione di maggioranza. Naturalmente questo contenuto è avviluppato dalle immancabili rassicurazioni formali: “non intendiamo entrare nel campo largo, che vuole essere un'alleanza senza principi e programma, costruita solo su una generica opposizione alla destra... noi proponiamo al contrario punti dirimenti di programma...», ecc. ecc. In realtà è il solito vecchio canovaccio retorico del condizionamento programmatico a sinistra di PDS, DS, PD, evocato per quasi quindici anni da Fausto Bertinotti (con la sola opposizione della sinistra rivoluzionaria interna da cui nascerà il PCL) per motivare la propria prospettiva governista.

Prospettiva governista che ha coinvolto ciclicamente il PRC nelle politiche antioperaie e autodistruttive dei due governi Prodi. Nel primo caso (1996-1998), in maggioranza di governo, votando l'introduzione del lavoro interinale, il record europeo delle privatizzazioni, i campi di detenzione amministrativa per i migranti (legge Turco-Napolitano). Nel secondo caso (2006-2008), questa volta all'interno del governo, votando l'abbattimento delle tasse sui profitti di imprese e banche (IRES, dal 34% al 27,5%!), l'aumento delle spese per la Difesa, il sostegno alle missioni militari.
Sono politiche che hanno colpito i lavoratori e le lavoratrici, spianando la strada all'influenza reazionaria nelle loro file. Sono le politiche che distrussero il PRC come riferimento di massa, precipitando la sua crisi rovinosa.
La vera differenza è che allora il PRC aveva una rendita di posizione negoziale per candidarsi a sinistra del centrosinistra. Oggi quello spazio è presidiato da Sinistra Italiana. Pertanto l'unica possibilità reale di questa opzione politica è sperare di aggregarsi a Fratoianni come ultima eventuale ruota del carro. A questo si riduce la Rifondazione Comunista?

Il documento di minoranza di Paolo Ferrero contesta formalmente la ricomposizione col centrosinistra, la denuncia come capitolazione, e nello slancio critico giunge persino a riconoscere che la crisi del PRC non inizia col congresso di Chianciano del 2008 ma con le scelte di governo precedenti. Salvo rimuovere lo spiacevole dettaglio che il ministro di Rifondazione nel governo Prodi era proprio... Paolo Ferrero. Cioè colui che più di ogni altro si spese per la scelta governista del partito in contrapposizione alla sinistra rivoluzionaria del PRC; colui che più di ogni altro difese tra il 2006 e il 2008 la propria permanenza nel governo, contro l'ipotesi di un passaggio al sostegno esterno, ventilata dall'allora segretario Franco Giordano.
È un caso che il documento di minoranza rimuova totalmente la materialità delle scelte antioperaie dei due governi Prodi? Il bilancio di quella stagione viene ridotto all'eufemismo della impermeabilità del centrosinistra alle proposte riformatrici del PRC. Che è il modo di assolvere la permeabilità del PRC di Ferrero alle politiche controriformatrici del centrosinistra borghese.

La proposta “alternativa” del documento di minoranza è indicativa. La sintesi è che bisognerebbe «fare come Mélenchon»: prima capovolgere i rapporti di forza con la socialdemocrazia, grazie ad una politica autonoma, e poi ricomporre l'alleanza sotto la propria egemonia e candidarsi a governare come sinistra-centro.
Al di là di ogni principio di realtà (e delle profonde differenze con lo scenario francese), il governo del capitalismo resta dunque la bussola strategica di Ferrero. L'alfa e l'omega. La stella cometa, insensibile ad ogni lezione dell'esperienza. «Fare come Mélenchon» è la versione attuale del «fare come Tsipras». Salvo ignorare che il governo Tsipras, idolatrato a suo tempo da tutta la sinistra “radicale”, ha gestito le politiche antioperaie della troika contro la propria base sociale, e contro la domanda di svolta che ne aveva sospinto l'ascesa. E che Melenchon, già ministro di Jospin, ha un programma riformista simile a quello originario di Tsipras, prima che la sua esperienza di governo ne rovesciasse brutalmente il segno.
La verità è che oggi, dentro la crisi capitalistica e la polarizzazione dello scontro interimperialista, non c'è più lo spazio storico del riformismo, nonostante le illusioni dell'ex ministro Ferrero.

Ma l'aspetto più sconcertante del documento alternativo è la esaltazione dei BRICS, sino alla rivendicazione della adesione dell'Italia ai BRICS. Invece della doverosa contrapposizione a tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, nel nome dell'interesse internazionale della classe lavoratrice e dei popoli oppressi, si rivendica il sostegno ad uno dei due poli imperialisti contro l'altro, nel nome del multipolarismo e della lotta contro la guerra. Ma le dinamiche di guerra non sono forse sospinte proprio dalla presenza di diversi poli imperialisti, gli uni contro gli altri armati, che si disputano la spartizione del pianeta? Il multipolarismo imperialista è esattamente l'attuale geografia del mondo. La lotta contro la guerra o è la lotta contro tutti gli imperialismi, e a difesa di tutti i popoli da questi oppressi, o non è. Dire che l'imperialismo cinese e russo sono fattore progressivo e di pace significa capitolare alla loro propaganda imperialista, speculare alla propaganda dell'imperialismo NATO di casa nostra.

La verità è che il documento alternativo strizza l'occhio a Potere al Popolo, e anche per questo si sintonizza sull'impostazione campista del suo gruppo dirigente (Rete dei Comunisti). Salvo tacere, in un documento tutto imperniato sulla lotta alla guerra, che Mélenchon vota l'invio di armi all'Ucraina (ben al di là del giusto sostegno all'Ucraina contro l'imperialismo russo, e dunque del suo diritto ad usarle). E che Unione Popolare, con Potere al Popolo, è sepolta da anni. Non sarà Ferrero a resuscitarla. Tanto più avendo perso il congresso.

In conclusione. Siamo stati ripetutamente accusati di muovere una critica al PRC basata sul passato. Ma senza un bilancio onesto del passato come è possibile tracciare una nuova via? Peraltro è stato proprio il passato a dominare, in forma diretta o indiretta, il confronto interno al congresso del PRC. Il nodo del rapporto col centrosinistra, la questione strategica del governo, l'esperienza della sinistra europea richiamano inevitabilmente il tema del bilancio. Semplicemente, il congresso ci ha detto una volta di più che chi non impara dalla storia è destinata a ripeterla. Magari in formato ridotto e residuale, come speranza del proprio immaginario.

La verità è che Rifondazione Comunista è da tempo una sopravvivenza postuma. La Rifondazione Comunista quale riferimento largo e riconoscibile da ampi settori di classe e di avanguardia morì diciannove anni fa tra le braccia di Prodi. I gruppi dirigenti di ciò che è rimasto di quel partito appaiono prigionieri del suo passato, incapaci sia di elaborare il lutto che di rimontare la china del loro disastro.
Ai militanti coerentemente comunisti del PRC che non vogliono restare sotto le macerie del proprio partito, e che al tempo stesso non si rassegnano alla passivizzazione e alla resa, proponiamo di costruire insieme, controcorrente, il Partito Comunista dei Lavoratori, sulle basi di principio del marxismo rivoluzionario. Le uniche basi che non si piegano come canne al vento. Le uniche basi che possono armare un reale progetto anticapitalista, sul terreno nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ferrero va alla guerra contro Acerbo

 

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9 Novembre 2024

Rifondazione va a congresso. Le confessioni di un ex ministro con la faccia di bronzo

È guerra dentro il Partito della Rifondazione Comunista. Paolo Ferrero, già “líder máximo” del partito e ancora fondamentale figura pubblica, con il sostegno di circa il 45% dei dirigenti del PRC è partito lancia in resta per disarcionare l’attuale segretario Maurizio Acerbo, che gode direttamente del sostegno di solo il 35% dei dirigenti, ma è appoggiato dal gruppo “partitista” di Pegolo e Tecce (20%). Per cui il prossimo drammatico congresso di Rifondazione vedrà due documenti contrapposti.
Oltre alle questioni personali, ci sono certamente degli elementi politici. Nella sostanza, Acerbo e i suoi alleati sperano di creare le condizioni per partecipare un domani al “campo largo” con il PD della Schlein. Ferrero, invece, vorrebbe cercare di creare una coalizione riformista di sinistra stabile con Potere al Popolo (salvo eccezioni in caso di convenienza: in Sardegna i ferreriani si sono presentati in una coalizione totalmente borghese).
Detto così, si potrebbe pensare che Ferrero sia a sinistra dei suoi avversari. In un certo senso questo è vero, ma se a una minestra di acqua e sabbia si aggiunge un po’ di sale non cambia molto. Tra l’altro Ferrero, anche per raccogliere gli elementi più stalinisti del partito e per favorire le prospettive, non facili, di rapporto con Potere al Popolo, è ormai arrivato su posizioni campiste, esaltando i BRICS e la loro politica, cioè scegliendo uno dei due campi imperialisti oggi presenti nella sfida mondiale, con posizioni catastrofiste-campiste.

Se questo è il quadro generale, c’è un particolare da aggiungere. Le due frazioni in lotta hanno depositato i documenti congressuali. Qui sotto riportiamo l’inizio del capitolo sul bilancio della storia del PRC (documento Ferrero). Qui si sviluppa una polemica contro Acerbo dichiarando che è totalmente falso dire che la crisi di Rifondazione nasce dal congresso di Chianciano (2008, dove la corrente di Ferrero sconfisse quella di Vendola), ma (citiamo):

«L’estromissione di Rifondazione dal Parlamento e la sua crisi non nascono dal congresso di Chianciano ma prima, ed erano palesemente maturate nella fase in cui apparivamo fortissimi, stavamo in maggioranza con Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli ed eravamo tutti i giorni in televisione. Far partire la sconfitta del progetto di Rifondazione da Chianciano determina un unico risultato: costruire una narrazione in cui qualunque ammorbidimento e compromesso nel rapporto con il PD rappresenterebbe un fatto positivo e di buon senso realista rispetto ad una linea “troppo rigida”. La realtà ci dice che la crisi di Rifondazione Comunista è nata quando era nella maggioranza che sosteneva il governo Prodi. Quella collocazione ne ha corroso pesantemente la credibilità, il valore simbolico e i rapporti di massa costruiti dopo le giornate di Genova, nella costruzione del movimento altermondialista e nell’attività di opposizione al governo Berlusconi. A meno che non si voglia usare Rifondazione Comunista per giocare al gioco dell’oca, noi riteniamo sia necessario prendere atto che è la collocazione in maggioranza con il centro sinistra che aperto la nostra crisi come, del resto, la partecipazione alla maggioranza del primo governo Prodi aveva prodotto un nulla di fatto sul piano dei risultati concreti e una pesante scissione del Partito».

Benissimo! Solo c’è un piccolo particolare. Quando Rifondazione stava in maggioranza con Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli, Paolo Ferrero era principale sostenitore con Fausto Bertinotti dell’alleanza appunto con i Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli. E quando finalmente i nostri eroi riformisti riuscirono a realizzare i loro sogni, entrando nel governo Prodi nel 2006, Ferrero divenne ministro di quel governo (l’unico ministro del PRC).

In quelle situazioni in cui il PRC era nella maggioranza (1997-98), Ferrero ha sostenuto, tra altre decine di gravi schifezze, la riduzione dell’aliquota massima e contemporaneamente l’aumento di quella minima delle tasse (primo governo della Repubblica a fare una tale operazione); la flessibilità lavorativa selvaggia (pacchetto Treu); l’abolizione dell’equo canone sugli affitti, e non si oppose al blocco navale contro i migranti con la strage degli albanesi della Pasqua 1997 nel canale d’Otranto.
Poi, nel 2006-2007, in seno al governo, Ferrero ha votato tra l’altro, senza alcuna obiezione o riserva: riduzione delle tasse per i capitalisti (quattro miliardi l’anno solo per banche e assicurazioni); aumento delle spese militari (17% in un solo anno); finanziamento alla missione militare imperialista in Afghanistan, oltre ad appoggiare (fuori dal Consiglio dei ministri) l’unico caso ufficiale di costruzione di un muro contro gli immigrati (dall’amico sindaco di Padova).

Addirittura, quando un ormai dimenticato Franco Giordano, un ingenuo dirigente del partito messo a fare il segretario come “uomo di paglia” per il duo Bertinotti-Ferrero, alla fine del 2007, rendendosi conto dei problemi di caduta di immagine del partito, avanzò timidamente l’idea del passaggio del PRC dalla presenza nel governo all’appoggio esterno, non solo Bertinotti, ma anche Ferrero gli chiesero se fosse impazzito.

Pochi mesi dopo Clemente Mastella (e non Bertinotti, come spesso si dice) ritirò il suo partito dal governo e lo fece cadere, ponendo fine all’esperienza governativa di Rifondazione.

Questa la vera storia del ruolo da ministro borghese che il nostro “prode” ha avuto in quegli anni, e che ha portato al disastro il PRC e – quello che più conta – l’insieme dell'avanguardia politica di sinistra in Italia.

Naturalmente Ferrero si guarda bene dal dire che c’era chi, piccolo ma non insignificante, nell’ambito del partito combatté le posizioni che oggi lui rivede, molto parzialmente e totalmente in maniera falsa e strumentale. Eravamo noi, che dicevamo che questa politica era peggio che riformista, filopadronale e anche (visto il voto per il finanziamento della guerra in Afghanistan) pro imperialista. Eravamo noi di Progetto Comunista, di cui il PCL è il continuatore diretto. Avevamo ragione quando dicevamo che quella politica era in primo luogo di tradimento della classe operaia, ma che avrebbe anche portato un partito nato, come dichiarato, “cuore dell'opposizione” al disastro (mentre qualcun altro si metteva un po’ in mezzo, parlando appoggi esterni, critiche, ma senza mai negare il progetto di sostenere il governo dei capitalisti).

Ricordare che una proposta politica contraria alla sua collaborazione di classe, una proposta veramente comunista esisteva nel PRC e fu costretta a uscire per non morire riformista, non poteva essere possibile per un voltagabbana per cui i principi politici valgono evidentemente meno delle scarpe che indossa.
Certo è difficile per noi militanti di un vero partito rivoluzionario capire come ancora tanti compagni e compagne sinceramente di sinistra e che si sentono comunisti, la maggioranza dei quali ha vissuto queste esperienze, possano restare in un partito come il PRC con appunto la sua storia e la sua reale politica di subordinazione alla borghesia. Ma questo, purtroppo, non è una novità, anzi è una costante della tragica storia del movimento operaio. Come diceva Trotsky, il pensiero umano tende ad essere conservatore, e nella sua specificità questo vale anche per l’avanguardia del proletariato.

Certo se tutti e tutte coloro che avrebbero dovuto rompere logicamente col PRC insieme a noi nel 2006 e poi negli anni seguenti lo avessero fatto, oggi il nostro certo combattivo e coerente, ma piccolo PCL sarebbe un partito ancora minoritario nella classe, ma con iscritti e attorno, una gran parte della sua avanguardia in lotta contro il capitalismo e tutti gli imperialisti, insieme a decine di migliaia di altri militanti marxisti rivoluzionari del mondo. Decine di migliaia di militanti e iscritti si sono dispersi, ma non è mai troppo tardi. Perché essere più onestamente riformisti, come Acerbo e Galieni e Pegolo e Tecce, se è moralmente meglio, politicamente non lo è per nulla.
Venga finalmente, di fronte a tutto questo, la comprensione per ogni comunista che il suo posto è fuori da Rifondazione e insieme a noi del Partito Comunista dei Lavoratori.

Franco Grisolia

De Magistris: prime prove di programma

 


Intervistato da Left, il cui sottotitolo propugna niente meno che «un pensiero nuovo a sinistra», De Magistris ha snocciolato in sintesi i principali punti del programma di Unione Popolare.


Left presenta De Magistris quasi come un martire: «chi glielo ha fatto fare di metterci la faccia», di raccogliere «le firme sotto l’ombrellone». L’ego smisurato dell’uomo e l’ambizione sfrenata per la sua carriera sono - è proprio il caso di dirlo visti i riferimenti balneari - insabbiati dal commovente sacrificio strappalacrime dell’ex magistrato per il bene nostro.

Nella prima parte dell’intervista, De Magistris commenta la situazione generale e illustra i grandi valori vagamente retorici della nuova coalizione. Scopriamo così che Unione Popolare è «sostanziata da percorsi e da persone credibili», a differenza dei personaggi dell’ultima legislatura che sarebbero «saltimbanchi» di un «quadretto tragicomico» di capi di partito interessati alle poltrone anziché ai programmi.

Left è molto generosa, perciò a questo punto non domanda per quale motivo De Magistris abbia continuato a cercare un accordo con ben due di questi saltimbanchi, Conte e Fratoianni, addirittura per fare con loro un «terzo polo» che mettesse in pratica quel che «il M5S ha detto ma evidentemente non vuole realizzare». Sono credibili Conte e Fratoianni dopo un’intera legislatura passata il primo al servizio del sistema, e una vita, il secondo, spesa tra l’appoggio al PD e l’opposizione di Sua Maestà? Ha senso aver cercato accordi con loro? E senza scomodare costoro sono credibili Acerbo e tutta la nomenclatura di Rifondazione che, finché sono stati in parlamento, hanno giocato più o meno lo stesso gioco di Conte e Fratoianni? Sta di fatto che se oggi Unione Popolare è un po’ più credibile, par di capire, lo deve non a De Magistris, ma al rifiuto dei due saltimbanchi di allearsi con lui. Siamo quindi sicuri che la marionetta di sé stesso non sia qualcun altro?

In ogni caso la forza di Unione Popolare sta nel suo pacifismo di fondo. Null’altro è dato di sapere sul tema, se non che solo tale compagine può fregiarsi di un simile fiore all’occhiello. Pare chissà quale atto di coraggio anziché il contrario, tacere che l’Ucraina è un paese invaso dall’imperialismo russo armato di bombe atomiche, e che essere contro la guerra, oggi, ha senso solo se si è innanzitutto contro la guerra della Russia. Evidentemente queste verità elementari non interessano a De Magistris, lui è pacifista equidistante, e come è risaputo chi è equidistante tra il debole e il forte, sta di fatto dalla parte del più forte. Infatti De Magistris in nome del pacifismo solidarizza con curdi e palestinesi, ma con gli ucraini nemmeno nominati evidentemente no.

La sola e unica proposta pacifista presente sulla piazza è pure «ambientalista, costituzionalmente orientata, per la giustizia sociale». Che la Costituzione sia orientata per la giustizia sociale è l’eterno ritorno di un mito duro a morire. La verità è che in mezzo ai tanti fronzoli sulla giustizia sociale, la Costituzione contiene ben più corposi articoli a protezione della proprietà privata borghese. Prendere come asse della propria proposta sociale l’architrave su cui si è retta la ricostruzione del capitalismo imperialista italiano dal crollo del fascismo ad oggi non appare proprio come la formula della lungimiranza. Soprattutto se pensiamo a quanti prima di De Magistris non abbiano cavato ragno dal buco strimpellando suppergiù la stessa solfa. Ma tant’è, la nuova sinistra si fa con le stesse identiche chiacchiere della vecchia.

Fin qui il minimalismo della pars destruens, ma Left incalza con la pars costruens«quali sono le vostre proposte?».

Così risponde l’ex magistrato:

«un reddito domestico» per «contrastare la povertà». Una volta la sinistra voleva grandi mense e lavanderie pubbliche eccetera, per sollevare la donna dal lavoro domestico e strapparla così alla clausura casalinga ed famigliare. Oggi De Magistris vuole darle un piccolo reddito per barricarla in cucina e alleviare con un palliativo il suo sfruttamento, magari in omaggio alla femministe piccolo-borghesi, non sia mai che lo votino, visto che loro per prime avanzano simili, rivoluzionarie pretese.

Al reddito domestico va aggiunto «un reddito di cittadinanza». Left sorvola sul fatto che il reddito di cittadinanza già c’è. Sorvoliamo anche noi, perché il problema vero è un altro, prepariamoci però: se già Di Maio aveva abolito la povertà col reddito di cittadinanza, col raddoppio del reddito domestico, De Magistris si appresta a darle cappotto...

Il punto reale è che il reddito di cittadinanza oggi va a circa un milione di persone per poco più di 500 euro di media al mese. Le donne casalinghe in Italia si aggirano sui 7 milioni, in pratica, per modificare la situazione, De Magistris dovrebbe moltiplicare per 7 il reddito di cittadinanza. Quindi stiamo parlando solo di uno spot elettorale, eppure lui definisce il suo programma concreto, non «astrattamente utopistico». Un programma astrattamente utopistico, cioè rivoluzionario, potrebbe anche attuarlo un simile punto (anche se non ne avrebbe alcun bisogno tanto è retrogrado), ma un programma così concreto e realistico che non si azzarda a varcare le colonne d’Ercole della Costituzione capitalista può tranquillamente riporlo nel cassetto dei sogni.

La concretezza del doppio reddito si fa ancora più articolata e profonda in materia di lavoro. Il lavoro bisogna «crearlo», cioè moltiplicarlo. La sinistra in origine voleva dividerselo fino ad azzerarlo – «lavorare meno per lavorare tutti!» era lo slogan. Liberarsi una volta per tutte dello sgobbo era il vecchio scopo, quella nuova non vede l’ora di appiopparcelo, perché «solo con il lavoro c’è emancipazione». Il lavoro nobilita, insomma, pensieri non così distanti da quelli più medioevali dei negrieri delle piantagioni.

La storia della società di classe ci mostra da 5000 anni esattamente l’opposto delle idee finto progressiste di De Magistris. Quel poco di buono che la cosiddetta civiltà ha mostrato rispetto alle altre formazioni sociali, cioè arte, filosofia, scienza, astronomia eccetera, lo deve essenzialmente a una classe di privilegiati che ha potuto emanciparsi fino a far niente tutto il giorno sfruttando il lavoro degli altri. Ci si emancipa liberandosi progressivamente dal lavoro, non incatenandosi per altri cinque anni all’emancipazione modello De Magistris! È così vero che una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sia giornaliero che di vita (abolizione della Legge Fornero e ripristino dei 35 anni di lavoro per la pensione), al momento non è previsto. Come non è prevista alcuna abolizione di tutte le leggi sul precariato (magari apparirà successivamente, ma è significativo che alla prima intervista sia saltata).

Chi crea il lavoro per De Magistris? Innanzitutto lo stato borghese, prima con l’assunzione del milione di dipendenti pubblici di berlusconiana memoria; poi l’impresa naturalmente, specie se è piccola e media. Il nuovo modo di essere di sinistra non parla solo a dipendenti pubblici e operai ma «anche al vasto mondo dei professionisti, delle partite Iva, dei lavoratori autonomi. Dobbiamo pensare anche alle piccole e medie imprese. Vanno sostenute. Meno burocrazia e più incentivi se creano lavoro e rigenerazione urbana, riqualificazione».

La crisi economica che va avanti dal 2008 è la crisi del capitale piccolo, medio e grande, ma nessuno è stato più colpito di quello piccolo e medio. Più sei grande, meglio ti difendi dalla tempesta. Perciò nessuno più della piccola e media impresa ha dovuto chiudere i battenti, trascinando con sé il mare di disoccupati e precari in più che ci ritroviamo. La piccola, media impresa che, pur senza aver colpa diretta, è il maggior responsabile nei fatti dell’aumento vertiginoso dell’esercito industriale di riserva, è vista da De Magistris come la soluzione al problema da lei stessa creato. Come se fino ad oggi, oltretutto, il capitale di tutte le taglie non avesse avuto sgravi e incentivi da parte dei governi di tutti i colori. Se sgravi e incentivi non han risolto il problema prima, né con Monti né con Renzi né con nessun altro, non lo risolveranno nemmeno ora con De Magistris. Il fatto è che mai come oggi il capitalismo, per un posto di lavoro che “crea”, ne distrugge altri due. Non c’è incentivo o sgravio che, partendo dalla centralità del capitale, possa invertire la rotta. Bisogna immaginare e volere il lavoro libero dal capitale, perché il lavoro non ha bisogno del capitale per essere creato, tanto più che “creare lavoro” è un’espressione empirica, da analfabeti in materia di economia politica. Il capitale infatti non crea mai lavoro, il capitale crea il profitto, cioè sé stesso. Ma la coppia capitale-lavoro è indissolubile per De Magistris, perché la nuova sinistra non vede l’ora di essere trainata dai baristi che non trovano lavoratori (in nero) per colpa del reddito di cittadinanza. E se non li trovano ora col reddito di cittadinanza, chissà quanti posti di lavoro "creeranno" quando De Magistris l'avrà raddoppiato, affiancandogli il futuristico "reddito domestico".

Come finanziare redditi domestici e posti di lavoro come se piovesse nella pubblica amministrazione? Tassando «le grandi rendite finanziarie, quelle degli oligarchi e gli extra profitti delle multinazionali». I profitti normali evidentemente le multinazionali possono tenerseli, così come non è prevista alcuna patrimoniale. Meno ancora è prevista la nazionalizzazione di credito e banche, unica misura che renderebbe davvero possibile la tassazione col contagocce di De Magistris. Anche questa, infatti, diventa impossibile se tutte le leve economiche restano in mano ai privati. In compenso è previsto il salario minimo e l’adeguamento al costo della vita. Un salariato che prenda più di quello che gli serve per arrivare alla fine del mese non è previsto, serve che abbia quel tanto che basta per continuare a fare il salariato tutta la vita.

Null’altro da segnalare del primo schizzo abbozzato di programma, se non qualche parola di rito sull’acqua pubblica, sulle rinnovabili, sulla raccolta differenziata e l’economia circolare, sulla cultura e sul turismo, oltre alla perla sui diritti civili: «Noi non avremo nessun problema ad attuare i diritti civili». E lo dice uno che bacia il sangue di San Gennaro e che, da cattolico fervente, non dice una parola sul necessario esproprio di tutte le proprietà e prebende della Chiesa per attuarne anche solo mezzo.

La radicalità di Unione Popolare al momento è tutta qui. Se abbiamo fatto pelo e contropelo al De Magistris pensiero non è per voler a tutti costi dargli contro. Noi infatti siamo pronti a sostenere anche il più piccolo dei suoi apparenti miglioramenti per i lavoratori. Persino l’improbabile reddito domestico, pur criticandolo, non ci sentiremmo di farlo mancare a casalinghe imprigionate dall’impossibilità di un’alternativa qualunque.

La disamina precisa e millimetrica del programma di De Magistris la facciamo a futura memoria per i nostri critici più accaniti. La parabola di tutti questi tentativi di sinistra interclassista e subalterna segue un canovaccio collaudato. Di norma, specie quando non si ha prospettiva immediata di governo, si parte con un programma molto più robusto per poi diluirlo mano mano che al governo ci si avvicina.

Quello di De Magistris e Unione Popolare parte già molto annacquato perché fin da subito vuole essere «un programma radicale ma di governo». Il nuovo pensiero di sinistra si presenta insomma come la vecchia Rifondazione “di lotta e di governo”. E si sa che tra la lotta e il governo, cioè tra i lavoratori e i padroni, prevalse l’interesse di governo, l’interesse del capitale.

Come mai De Magistris parla di governo, quando anche raggiungere il quorum appare un’impresa molto difficile? Perché qualora avvenga il miracolo, potrebbe essere il nuovo governo ad aver bisogno della stampella dei miracolati. Ecco allora che il profilo basso di Unione Popolare serve a rendere più digeribile l’eventuale tradimento subito dopo le elezioni, quando l’ex magistrato potrebbe correre in soccorso di Letta o di qualcun altro, traghettando tutto il suo partito personale dentro il nuovo carrozzone di larghe intese, lasciando con il cerino in mano chi glielo ha lasciato costruire, conservando stretto per sé il ruolo della serva.

Lorenzo Mortara

Che tempo che fa: la sinistra ai piedi del Papa


 L'esibizione del Papa a Rai 3 nel programma di Fazio “Che tempo che fa” ha suscitato a sinistra un'autentica estasi. Il segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo ha fatto i complimenti al Papa per le sue immancabili parole di pace. Giorgio Cremaschi per Potere al Popolo ha sentito il bisogno di un pubblico «grazie Papa Francesco» per il «formidabile sostegno» a chi non ha rinunciato alla lotta per l'uguaglianza e la giustizia, e per il socialismo. Il redivivo Fausto Bertinotti, da tempo in formato trascendente grazie alla benedizione di Comunione e Liberazione, ha visto in Bergoglio la riscoperta del Vangelo al di sopra delle miserie umane... e via discorrendo.


Che pena. Ai dirigenti vecchi e nuovi della sinistra riformista non interessa la realtà ma la finzione. Invece di liberare gli sfruttati dall'intossicazione religiosa; di spiegar loro che il Papa è il monarca assoluto di uno Stato teocratico che succhia miliardi dalle loro tasche grazie ai privilegi concordatari; che la Chiesa è la più grande proprietaria immobiliare al mondo, ha pacchetti azionari in tutte le banche rapinatrici, nell'industria di guerra, nei colossi del petrolio e del carbone, nella sanità privata che trionfa in Borsa grazie al saccheggio di quella pubblica; che la casta sacerdotale si regge strutturalmente sulla misoginia, sulla discriminazione della donna, dei gay, delle lesbiche, di tutte le minoranze sessuali, e sui crimini contro i bambini in tutti gli angoli del pianeta... Invece di denunciare questa verità elementare, esaltano la sua ipocrita rimozione, e addirittura ringraziano commossi l'affabulazione retorica di un istrione vestito di bianco, alleato di tutti i poteri, e già complice, non a caso, da capo dei Gesuiti a Buenos Aires, della giunta militare di Videla (1976-1981).

Marx scriveva che i sudditi pensano di essere tali perché esiste un re, non sapendo che un re esiste perché loro sono sudditi. La sudditanza della sinistra verso il Papa richiama lo stesso spartito. Pendendo dalle labbra del Sommo Pontefice, contribuisce a nutrire il mondo capovolto dell'illusione religiosa, l'oppio dei popoli, a vantaggio dei capitalisti.

Non accade per caso. Una sinistra che ha rimosso la rivoluzione contro il capitale rimuove la stessa contestazione della Chiesa, che del capitale è componente organica e inseparabile. Una sinistra che prende ministri nei governi capitalisti, con Prodi, con Tsipras, con Sanchez, con Boric, cerca per sua natura la propria legittimazione presso la Chiesa. È la prova che solo una prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria può opporsi realmente al potere papalino e al suo mito fasullo.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lingua batte dove il dente duole

 


Prodi e Acerbo in singolar tenzone

29 Aprile 2021

Breve storia vera del PRC di governo, contro le storie riscritte a proprio uso e consumo

Un passaggio polemico di questi giorni tra Romano Prodi e Maurizio Acerbo getta un fascio di luce su vicende passate, ma anche sul presente e sul futuro (1).

L'episodio è noto. Romano Prodi ha accusato Salvini di essersi «bertinottizzato», cioè di aver assunto un ruolo di lotta e di governo simile a quello usato dal Partito della Rifondazione Comunista tra il 1996 e il 1998 verso il suo esecutivo. Bertinotti risponde attraverso un'intervista al Fatto Quotidiano dicendo che quella di Prodi è un'ossessione compulsiva nei suoi confronti, e che in ogni caso la vicenda riguarda un'altra era geologica e non è il caso di tornarci. Maurizio Acerbo sente invece il bisogno di intervenire da segretario del PRC in difesa della «storia collettiva di un partito che democraticamente fece una scelta di coerenza andando controcorrente e pagando un prezzo enorme per aver detto la verità forse troppo in anticipo sui tempi». Il riferimento è alla scelta di ritirare il sostegno al governo Prodi nel 1998. Ma verità e coerenza, come vedremo, c'entrano davvero poco con la politica del PRC.

Acerbo (oggi) dichiara: «Se nel 1998 [...] Rifondazione Comunista decise di non continuare a regalare voti a un governo che privatizzava e precarizzava [...] [fu] perché quel governo portava avanti un impianto programmatico che andava contro gli interessi di lavoratrici e lavoratori, di precari e disoccupati, perché si operava una trasformazione liberista del centrosinistra seguendo i dettami dei trattati europei che Rifondazione ha il merito storico di aver criticato in anticipo. E se si vogliono proprio fare paragoni fu il suo governo ad attuare il blocco navale contro i profughi albanesi in maniera altrettanto più cruenta dei porti chiusi del leader leghista. Vogliamo ricordare l'unico caso di affondamento di un barcone di immigrati ad opera della marina militare?».

Nulla da eccepire sugli esempi. Potremmo aggiungerne altri. Ma disgraziatamente compromettono tutta l'impostazione del ragionamento di Acerbo. La prima domanda che essi richiamano non è “perché il PRC ruppe con Prodi?”, ma "perché il PRC sostenne per più di due anni un governo così antioperaio e persino criminale?".

Vediamo allora di ricostruire la vicenda raccontandola tutta e per bene. Anche e soprattutto a chi non l'ha vissuta in prima persona.

Nel 1996 Rifondazione Comunista realizzò un accordo politico di desistenza con il centrosinistra nelle elezioni politiche, con la prospettiva di appoggiare il suo governo. La sinistra rivoluzionaria all'interno del PRC si oppose frontalmente e da subito a questa scelta, denunciandone la natura e prevedendo il suo sbocco. La nostra opposizione a tale prospettiva era semplice. Il centrosinistra a guida Prodi era nato come punto di riferimento della grande borghesia italiana. Il suo programma era il programma del padronato, a partire dalla rivendicazione dei trattati di Maastricht. Un sostegno del PRC all'eventuale governo Prodi avrebbe significato appoggiare il governo del capitale contro le ragioni del lavoro, e ridurre a carta straccia lo stesso programma formale del partito.

Ma la maggioranza del gruppo dirigente tirò dritto. Fausto Bertinotti e Armando Cossutta, con l'attivo sostegno di Paolo Ferrero e Marco Rizzo, entrarono nella maggioranza di governo e ne condivisero le responsabilità per oltre due anni. Due anni pesantissimi. Furono gli anni di massimo scardinamento delle conquiste e diritti del movimento operaio: introduzione del lavoro interinale (pacchetto Treu); record delle privatizzazioni in Europa; drastici tagli alla spesa sociale con finanziarie di lacrime e sangue pagate da sanità, lavoro, istruzione; istituzione dei campi di detenzione dei migranti con la legge Turco-Napolitano; militarizzazione del contrasto all'immigrazione coi barconi affondati dalla marina militare nello stretto di Otranto, come (oggi) lo stesso Acerbo ricorda. Tutto ciò che negli anni e decenni successivi avrebbe dilagato fu introdotto in Italia dal primo governo Prodi tra il 1996 e il 1998, sulla scia dei governi Amato (1992) e Dini (1995).

La domanda cui Acerbo dovrebbe rispondere è semplice: perché il PRC per due anni ha sostenuto la politica dei padroni contro gli operai e le ragioni degli oppressi che (oggi) lo stesso Acerbo denuncia? Perché per due anni la maggioranza dirigente del partito ebbe il coraggio di presentare come “finanziarie di svolta” le politiche di austerità e dei sacrifici che (oggi) lo stesso Acerbo descrive?

Il segretario di Rifondazione non solo ignora questi interrogativi elementari, ma complica ulteriormente la sua situazione con gli argomenti successivi: «Per due anni [Rifondazione Comunista] diede appoggio esterno con fin troppa generosità unitaria votando persino provvedimenti come il pacchetto Treu che andavano contro i suoi principi. Prodi pretendeva che Rifondazione supinamente accettasse un programma che non era il proprio...».

Ma Rifondazione aveva accettato e votato per due anni un programma che era l'opposto del proprio, cioè il programma del capitalismo italiano. L'aveva difeso pubblicamente coprendo la burocrazia sindacale e la concertazione. L'aveva difeso all'interno del partito attaccando frontalmente l'opposizione interna, colpevole di non valorizzare successi e risultati del PRC.
Persino il pacchetto Treu che (oggi) Acerbo scopre come contrario ai principi del PRC fu presentato allora nella Direzione Nazionale del partito come successo del gruppo dirigente a difesa dei lavoratori. Furono solo sette i voti contrari in Direzione, in uno scontro durissimo in cui la maggioranza dirigente di Bertinotti, Cossutta, Ferrero e Rizzo richiamò il dovere della disciplina.

Ciò che Romano Prodi «pretendeva» era semplicemente che il PRC proseguisse il cammino compiuto in due anni. Invece Bertinotti decise la rottura. Ruppe forse per ragioni di principio, dopo averle calpestate per due anni? No. La finanziaria del 1998 su cui si realizzò la rottura era oltretutto acqua e sapone rispetto a quella di lacrime e sangue che l'aveva preceduta, e che il PRC aveva elogiato.
Perché allora la rottura? Perché Bertinotti si era convinto che l'appoggio a Prodi era ormai logorato e che la maggioranza di governo richiedeva un ricambio. Fu l'operazione “Dalemone”, come allora la stampa borghese la chiamò. Era l'illusione che, caduto Prodi, il PRC avrebbe potuto negoziare un accordo più avanzato con un governo D'Alema, e presentare anzi come un proprio successo la nascita di un governo guidato da un ex dirigente del PCI. Ciò che Bertinotti non aveva calcolato era la scissione interna da destra di Cossutta, Diliberto e Rizzo, che privò il PRC della maggioranza del suo gruppo parlamentare, fondò il Partito dei Comunisti Italiani e gestì in proprio l'appoggio a D'Alema (bombardamenti su Belgrado inclusi), rendendo irrilevanti i numeri parlamentari ormai residuali del PRC, costretto per questa via all'opposizione.

Perché allora scaricare su Prodi la responsabilità della rottura del 1998? Prodi faceva il suo mestiere di uomo del padronato, quale era sempre stato, e sarà in seguito. Di certo altri non avevano fatto per oltre due anni i difensori dei lavoratori, figuriamoci quello di comunisti.

Peraltro il passaggio all'opposizione del PRC, obbligato dal fallimento dell'operazione Dalemone, non significò in alcun modo un cambiamento di rotta strategica del partito, come pensavano Maitan e Turigliatto (che giunse a parlare addirittura di una svolta rivoluzionaria del PRC). Tanto è vero che il PRC tornò al governo pochi anni dopo con un ministro (Ferrero), diversi sottosegretari, e un Presidente della Camera (Bertinotti). E tanto è vero che per altri due anni riprese la politica di lacrime e sangue del capitale, inclusa la famigerata riduzione delle tasse sui profitti (IRES) passata in un solo anno dal 34% al 27% con la finanziaria del 2007. Chi era il Presidente del Consiglio? Romano Prodi, naturalmente. La sola differenza col primo governo Prodi fu che il PRC era ancor più coinvolto, ancor più remissivo verso il centrosinistra di dieci anni prima. Anche perché doveva farsi perdonare da Prodi la rottura del 1998.

Qualche compagno del PRC obietterà: "d'accordo, avrete pure ragione, ma il partito ha fatto autocritica, basta rinfacciarci vecchi errori”.
Ma l'obiezione non coglie il punto. In primo luogo non si tratta di errori, ma del sostegno a governi padronali e alle loro politiche. O qualcuno può pensare che il voto a favore del lavoro interinale o delle missioni militari sia un errore sulla via del socialismo?
In secondo luogo, non c'è alcuna autocritica nelle parole di Acerbo. Al contrario. Attribuire a Prodi la responsabilità della rottura è non solo rimuovere il bilancio politico di una propria scelta (peraltro ripetuta), ma confermare indirettamente il canovaccio strategico di prospettiva che la ispirò.

Lo prova in modo incontestabile la parte conclusiva del testo di Acerbo: «[Prodi] rifiutò di accettare proposte come la riduzione d'orario di lavoro a parità di salario che in altri paesi come la Francia governi progressisti stavano approvando. [...] Biden per avere il sostegno di Sanders e Cortez ha dovuto far proprie una parte delle loro proposte e [...] il Portogallo, primo paese europeo a presentare il proprio Recovery Plan in Europa, è governato da un centrosinistra con appoggio esterno dei nostri compagni del PCP e del Bloco de Esquerda. Il centrosinistra italiano ha teso col maggioritario invece a radere al suolo la sinistra radicale negandone persino la legittimità delle ragioni».

Qui davvero il cerchio si chiude. L'esempio evocato da Acerbo dimostra infatti qual è la prospettiva strategica vera del gruppo dirigente del PRC: un governo borghese di centrosinistra che negozi con la sinistra cosiddetta radicale, e che quest'ultima possa appoggiare. Può essere un governo Jospin, che bombardò la Serbia col sostegno dei ministri del Partito Comunista Francese. Può essere l'amministrazione Biden, che gestisce con politiche keynesiane il più grande imperialismo del pianeta, col consenso attivo di Wall Street e (purtroppo) di Sanders. Può essere il governo Costa, che in Portogallo ha tagliato drasticamente gli investimenti pubblici col sostegno del Partito Comunista Portoghese e del Bloco de Esquerda. Non vengono citati il governo Tsipras, che ha gestito le politiche della Troika, o l'attuale governo Sanchez di Spagna, che sta negoziando con Podemos l'aumento dell'età pensionabile, ma sarà sicuramente una dimenticanza.

La verità è che chi non fa il bilancio del passato è destinato a ripeterlo. È sempre accaduto in tutta la storia del movimento operaio. Se l'orizzonte strategico del PRC, nonostante e contro l'esperienza di più di vent'anni, resta quello di un governo borghese progressista in cui compromettersi, un interrogativo di fondo dovrà pur porsi circa la riformabilità di quel partito.




(1) Rifondazione: Gravi dichiarazioni di Prodi, incapace di riflettere sui danni che ha fatto al paese, http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=46646

Partito Comunista dei Lavoratori

Nuovo governo di centrosinistra in Spagna

Acerbo e Ferrero brindano. A cosa? 

Un nuovo governo di centrosinistra è nato in Spagna. Lo dirige il Presidente Pedro Sanchez in continuità col governo uscente, che già godeva prima delle ultime elezioni dell'appoggio parlamentare della sinistra cosiddetta radicale di Podemos. La novità è che adesso Podemos ha ottenuto i sospirati ministeri. Quelli che invano aveva chiesto in estate.

Governo “di svolta”? È la tesi sbandierata da Iglesias e da Alberto Garzon (Unidos Podemos), beneficiari dei nuovi ministeri, con tanto di lacrime di commozione in Parlamento. Soprattutto è la tesi ripresa con solidale entusiasmo da Rifondazione Comunista: «Per la prima volta dalla fine della guerra civile i comunisti tornano al governo in Spagna... È stata la forza, la determinazione e l’unità della sinistra radicale a costringere i socialisti a un accordo su un programma di discontinuità rispetto alle politiche neoliberiste dei precedenti governi». (Maurizio Acerbo, Paolo Ferrero).

Un "programma di discontinuità”?
In primo luogo, lo stesso programma formale del nuovo governo è assai più prudente di chi lo esalta. Lo sbandierato aumento del salario minimo è scaglionato lungo l'arco della legislatura. L'intervento sulle famigerate leggi del lavoro del governo del PPE resta vago e indeterminato quanto basta per non assumere impegni vincolanti. Le politiche sull'immigrazione sposano “attenzione umanitaria e sicurezza” nel classico frasario del centrosinistra continentale. L'Unione Europea è omaggiata come colonna d'Ercole insuperabile, naturalmente rivestita come si conviene di premurose preoccupazioni sociali e democratiche. La NATO, manco a dirlo, resta un pilastro intoccabile riverniciato da preghiere pacifiste. Quanto alla Catalogna, i suoi dirigenti restano in galera mentre il principio stesso di autodeterminazione è esplicitamente negato. Sarebbe questo un programma di discontinuità?

Ma il punto centrale non è questo. Il punto è che nessun governo può essere giudicato in base alla letteratura delle sue promesse. La natura sociale di un governo poggia sulla costituzione materiale delle sue relazioni col capitale finanziario e con gli apparati dello Stato, sulla composizione politica dei ministeri chiave, sui suoi rapporti con l'alta burocrazia, le gerarchie militari, i corpi diplomatici. Tanto più nel caso di un paese imperialista come la Spagna. Da questo punto di vista la teoria della discontinuità appare davvero grottesca.

Il “nuovo” governo Sanchez è guidato dallo stesso presidente uscente. Il suo partito è il PSOE, la socialdemocrazia di governo che per più tempo ha governato la Spagna dopo la caduta di Franco. Un partito di sistema che ha incardinato il "regime del '78", con le sue norme di garanzia per la monarchia spagnola e gli apparati militari: lo stesso sistema politico-istituzionale che ha consentito la repressione del movimento catalano e l'incarcerazione dei suoi leader. Un partito di sistema che dispone di una rete strutturata di relazioni materiali con la borghesia spagnola e con le istituzioni dell'Unione Europea.

Al PSOE, o alla sua area di riferimento, spettano non a caso, come in passato, le leve ministeriali fondamentali: il ministero chiave dell'economia, con Nadia Calviño, molto gradita negli ambienti del capitale finanziario, con una lunga carriera a Bruxelles; il ministero degli interni, con Fernando Grande-Marlaska, fiduciario delle Forze Armate e della Guardia Civil, tanto più importante nel contenzioso con la Catalogna; il ministero degli esteri, con Arancha Gonzalez Laya, una liberale esperta in commercio quale procacciatrice d'affari per la borghesia spagnola, a partire dalla America Latina; il ministero della giustizia, col giudice Campo, a tutela della magistratura, da sempre vicina alla monarchia, come si è visto con le sentenze infami contro l'indipendentismo catalano; il ministero di sicurezza sociale e migrazioni, con José Luis Escrivá Belmonte, uomo dalla lunga carriera all'interno della BCE, figura di tecnico indipendente stile Monti. El Pais (11 gennaio) parla di un governo semitecnico, tanto è il peso della presenza diretta di alti funzionari dell'apparato economico e statale. Di più, vede nel sovraccarico di figure tecniche, fiduciarie del grande capitale, un segnale di rassicurazione ai mercati. Come dire: “tranquilli, nulla cambia per voi, i ministri della sinistra radicale sono solo decorativi”.

In effetti. Podemos incassa una vicepresidenza (Pablo Iglesias), il ministero dell'università con Manuel Castells, il ministero del lavoro con Yolanda Diaz, il ministero del consumo (?) con Alberto Garzon, il ministero dell'uguaglianza con Irene Montero... Nel migliore dei casi i classici ministeri (come quello del lavoro) che nei governi di coalizione vengono riservati alle socialdemocrazie, con la funzione di abbellire l'immagine, di ammortizzare i conflitti e gestire le patate bollenti di misure sociali indigeste. Certo qualcosa di più significativo del ministero degli affari sociali riservato a Paolo Ferrero nell'ultimo governo Prodi. Ma ciò che conta in un governo è la corresponsabilità politica d'insieme. Come Ferrero cogestì la più grande detassazione dei profitti dell'intero dopoguerra voluta da Prodi (con l'IRES dal 34% al 27%), così Iglesias e Garzon cogestiranno la continuità delle missioni militari e delle politiche migratorie amministrate da Sanchez. Peraltro Iglesias non ha perso tempo per conformarsi al suo nuovo ruolo: «Emerge un profilo più moderato di Pablo Iglesias... Si appella alla Costituzione, al rispetto del Re... Applaude le parole di Sanchez... Si presenta come un uomo di Stato... né altera la sua voce quando qualcuno gli ricorda che appena cinque anni fa aveva promesso di rompere col regime del '78». Così El Pais (12 gennaio) commenta estasiato il discorso di Iglesias in parlamento nella veste di futuro ministro. È il plauso dovuto al ritorno del figliol prodigo. E siamo solo all'inizio.

Si obietta che un nuovo governo Sanchez-Iglesias è comunque migliore di quello della destra post-franchista, tanto più oggi con l'ascesa di Vox. Grazie. Ma cosa ha più concimato l'ascesa di Vox se non l'unità nazionale di PPE e PSOE a difesa della monarchia spagnola contro il movimento democratico catalano? Cosa ha legittimato di più la canea xenofoba contro i migranti dell'estrema destra se non la continuità delle politiche discriminatorie condotte dai governi a guida PPE e PSOE (da Zapatero a Sanchez) che hanno siglato col Marocco accordi infami, simili a quelli stipulati da Minniti e Salvini con la Libia?
In Spagna come ovunque la destra capitalizza i disastri della sinistra. Pensare che un “nuovo” governo capitalista a guida PSOE con qualche ministro di Unidos Podemos possa essere l'argine contro la destra significa rimuovere l'esperienza degli ultimi trent'anni in tutta Europa.

“I comunisti tornano al governo in Spagna dopo ottant'anni”. Vero. Salvo trarre da questo paragone temerario tutte le dovute implicazioni.
Ottanta anni fa, nel nome del fronte popolare antifascista, i ministri del PCE agli ordini di Stalin subordinarono la rivoluzione spagnola alla coalizione di governo con la borghesia repubblicana, anzi, come disse Trotsky, col “fantasma della borghesia” (perché industriali ed agrari erano schierati compatti col generale Franco). Il risultato della sconfitta della rivoluzione fu quello di spianare la strada al fascismo. Ottant'anni dopo, gli eredi sbiaditi di quella tragedia riformista, con un peso infinitamente minore, tornano al governo del capitalismo spagnolo per coprire a sinistra la socialdemocrazia e disinnescare il rischio di un'esplosione sociale. La differenza è che oggi accettano persino... la monarchia. Sarebbe questa la trincea contro la reazione?

Acerbo e Ferrero pensano forse che l'esempio spagnolo possa contagiare un domani anche l'Italia e riportarli al governo col PD.
Noi pensiamo che l'opposizione di classe, aperta e chiara, al nuovo governo del centrosinistra spagnolo sia non solo una questione di principio invalicabile, ma anche una necessità politica proprio in funzione della contrapposizione alla destra. È la linea sostenuta dai compagni e dalle compagne di Izquierda Anticapitalista Revolucionaria e della sinistra rivoluzionaria spagnola, cui va tutto il nostro sostegno.
Partito Comunista dei Lavoratori

Nella politica internazionale contano o no i criteri di classe?

In questi giorni segnati dall'atto terroristico USA a Bagdad, la priorità è la più ampia mobilitazione contro l'imperialismo, per il ritiro delle nostre truppe da tutte le missioni militari, per la rottura dell'Italia con la NATO. Questo è l'impegno del nostro partito, questa è e sarà la campagna del coordinamento delle sinistre di opposizione uscito dall'assemblea nazionale del 7 dicembre, una campagna unitaria che mira a coinvolgere tutte le organizzazioni che condividono questi obiettivi, indipendentemente da ogni divergenza d'analisi e di prospettiva.

Tuttavia una campagna unitaria non rimuove la necessità del libero confronto delle posizioni. Lo dimostrano le posizioni espresse rispettivamente dal segretario del Partito della Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, e dal capo del Partito Comunista, Marco Rizzo. Posizioni sicuramente diverse, e tuttavia accomunate dalla rimozione di un criterio di classe elementare nella politica internazionale.


MAURIZIO ACERBO E L'APPELLO ALL'UNIONE (CAPITALISTICA) EUROPEA

«Il nostro governo e l’Unione Europea devono attivarsi in un ruolo di pace, frenando le spinte belliciste della Casa Bianca ed agendo con gli altri attori internazionali per l’avvio di un dialogo con l’Iran, a partire dalla rimessa in discussione delle sanzioni comminate unilateralmente dagli USA.» (Maurizio Acerbo)

Difficile riassumere tanto bene in poche righe una concezione così subalterna dell'ordine mondiale.
Ci si appella all'attuale governo italiano e alla Unione Europea per "un ruolo di pace".

Ma il governo italiano non è lo stesso governo padronale che ha giurato fedeltà alla NATO, che finanzia le missioni di guerra più di ogni altro paese della UE, che ovunque procura commesse militari per l'industria tricolore delle armi (Leonardo) presso i regimi più reazionari e impresentabili (dall'Arabia Saudita all'Egitto di al-Sisi)? Chiedere al governo dell'imperialismo italiano di «attivarsi in un ruolo di pace» è una grottesca contraddizione in termini, priva di ogni senso politico e logico.

Si chiede un ruolo di pace all'Unione Europea. Ma l'Unione Europea non è forse l'unione capitalistica dei diversi imperialismi nazionali, al tempo stesso subalterni militarmente agli USA e portatori di propri interessi predatori? Tutti i paesi della UE aumentano i propri bilanci militari, si contendono gli uni contro gli altri le sfere d'influenza, sostengono gli uni contro gli altri le peggiori bande armate e mercenarie (come Francia e Italia in Libia), finanziano e coprono il regime turco di Erdogan e la sua politica guerrafondaia contro i curdi (salvo trovarselo come concorrente scomodo in Libia). Si può chiedere a questi imperialismi di «attivarsi in un ruolo di pace»?

Intendiamoci: è indubbio che né l'Italia né l'Unione Europea (a differenza della Gran Bretagna) hanno condiviso l'iniziativa di Trump contro l'Iran, né tanto meno vorrebbero essere coinvolti in una spirale di guerra in Medio Oriente. Di più: prima che lo chiedesse loro il compagno Acerbo, già si “attivavano” per “frenare le spinte belliciste della Casa Bianca”. Cos'era, del resto, la rimostranza europea verso gli USA al momento della rottura degli accordi nucleari e delle sanzioni economiche contro il regime iraniano?
Il punto è che Italia e UE vogliono "dialogare con l'Iran" (cioè col regime teocratico e oppressivo che da quarant'anni lo domina) non nel nome della pace, ma dei propri interessi imperialisti. Non vogliono perdere il ricco mercato import-export con Teheran, né i propri (enormi) investimenti di capitale finanziario che il regime iraniano ha sempre tutelato, né l'impennata dei prezzi del petrolio che una guerra con l'Iran trascinerebbe con sé (che colpirebbe la UE, non gli USA, ormai largamente autosufficienti dal punto di vista energetico), né più in generale la messa a soqquadro dei propri affari con tutti i governi più o meno banditeschi del Medio Oriente, spesso giocando sulle loro rivalità e i loro appetiti. La “pace” che gli imperialisti vogliono è sempre la pace dei propri interessi, non quella dei lavoratori e dei popoli. Chi rimuove questa verità o semplicemente la copre chiedendo al proprio imperialismo una politica di pace, non sviluppa la coscienza di massa e confonde la stessa avanguardia.


MARCO RIZZO E L'“EROE SOLEIMANI”

Su un altro fronte, sicuramente diverso ma non meno grottesco, si muove Marco Rizzo.
Dopo aver giustamente denunciato l'attacco terroristico dell'imperialismo USA a Bagdad, il segretario del PC ha sentito il bisogno di celebrare «...il generale Soleimani, eroe della difesa della Siria, il numero 2 dell'Iran... l'uomo che più ha vinto l'ISIS».

Ora, è del tutto evidente per i comunisti che in caso di guerra tra USA e Iran sia doveroso difendere per principio e incondizionatamente l'Iran, indipendentemente dal regime che lo governa. È la posizione che abbiamo assunto in tutti i casi di guerra tra un paese imperialista e un paese dipendente, come vuole la tradizione del marxismo rivoluzionario. Ma detto questo, si può rimuovere la natura del regime del paese che (giustamente) si difende dall'imperialismo? Il regime iraniano è un regime teocratico oppressivo che ha condannato a morte in quarant'anni diverse migliaia di attivisti operai e sindacali, perseguita da sempre con particolare accanimento i comunisti, esercita la tortura e la pena di morte contro gli oppositori, nega alle donne le libertà più elementari, calpesta i diritti dei curdi.
Il generale Soleimani è stato la punta di diamante dell'apparato militare di questo regime. Lo è stato sul piano interno, alla guida dei famigerati pasdaran. Lo è stato all'estero, come in Iraq, dove ha guidato la repressione contro la rivolta popolare facendo diverse centinaia di morti; o come in Siria, dove non ha concorso solo (indubbiamente) a sconfiggere l'ISIS – contro il quale peraltro combatterono e vinsero in primo luogo i curdi, non Soleimani – ma anche a reprimere la prima rivolta di massa contro Assad, una repressione che spianò la strada alla reazione dei tagliagola panislamisti prima di Al Qaida e poi dell'ISIS. I crimini che l'imperialismo USA imputa a Soleimani sono una menzogna spudorata. Quelli che gli imputano le sue vittime, dall'altra parte della barricata, sono invece una tragica realtà.
Questa realtà non ci impedisce affatto di difendere l'Iran, incondizionatamente, dall'aggressione imperialista. Come non ci impedì di difendere incondizionatamente l'Argentina del generale Galtieri contro l'aggressione imperialista della Gran Bretagna nel 1982, o la Serbia di Milosevic contro la guerra “umanitaria” del governo D'Alema (che Rizzo sostenne) nel 1999, o l'Iraq di Saddam Hussein contro l'aggressione dell'imperialismo USA nel 1991 e nel 2003. Certo però ci impedisce di chiamare Solemaini “eroe”. Questo è il linguaggio del regime di Teheran, non può essere il linguaggio dei comunisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Grande successo dell'assemblea unitaria delle sinistre di opposizione

L'assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione, tenutasi a Roma il 7 dicembre al Teatro de' Servi, è stata un vero successo.
Lo è stata innanzitutto in termini di partecipazione. Un teatro stracolmo, un centinaio di compagni e compagne che non sono riusciti fisicamente ad entrare in teatro per le disposizioni di sicurezza dei gestori del teatro stesso. Complessivamente oltre quattrocento compagni e compagne, quasi il doppio delle previsioni migliori.

La composizione dei presenti ha visto, oltre ai militanti delle tre organizzazioni promotrici, un settore significativo di compagni e compagne senza partito, attivisti sindacali e di movimento, compagni della diaspora della sinistra politica e segnatamente di provenienza Rifondazione. Una discreta presenza di giovani, una (purtroppo) limitata presenza femminile (ma non negli interventi).

La presidenza dell'assemblea è stata composta dalle tre organizzazioni promotrici (Marco Ferrando per il PCL, Mauro Alboresi per il PCI, Franco Turigliatto per SA) e dalla compagna Imma Barbarossa (in rappresentanza della minoranza del PRC che si è impegnata per la promozione dell'assemblea). Dopo la relazione introduttiva unitaria tenuta dal nostro portavoce nazionale Marco Ferrando, tredici sono stati gli interventi delle organizzazioni politiche nazionali promotrici (PCL, PCI, SA) e aderenti (Democrazia Atea con Carla Corsetti, Potere al Popolo con Giorgio Cremaschi, il PRC con Maurizio Acerbo, poi Fronte Popolare, Città Futura, Partito del Risorgimento Socialista, CARC, PMLI, Partito del Sud, Resistenze Internazionali). È intervenuta autonomamente in rappresentanza della minoranza di sinistra del PRC Eleonora Forenza. Erano presenti e sono intervenute organizzazioni interlocutrici sul fronte sindacale (l'area di opposizione CGIL "Riconquistiamo tutto" con Eliana Como e il SiCobas). Non ha potuto intervenire il segretario nazionale di SGB, Massimo Betti, perché purtroppo non è riuscito a entrare in teatro. È intervenuta una compagna del movimento di lotta contro l'autonomia differenziata. Sono intervenuti un operaio delegato della Whirlpool, una lavoratrice di Unicredit e il nostro compagno del PCL, operaio della FCA di Cassino, Luigi Sorge. Nel complesso ventuno interventi intensi e partecipati dal pubblico, in un clima di generale entusiasmo. Un clima condiviso innanzitutto dalle organizzazioni promotrici.

Non solo. L'assemblea ha registrato un crescendo di adesioni locali di organizzazioni, collettivi, strutture politiche, associative, di movimento che misura la domanda di unità d'azione che l'iniziativa ha polarizzato e tradotto. Per i limiti orari imposti dal teatro ospitante, non hanno potuto intervenire direttamente i collettivi locali che avevano fatto richiesta, che avranno però la possibilità di pubblicare sugli spazi social del fronte unitario i loro contributi, osservazioni, proposte. Tutte le energie ad ogni livello dovranno essere raccolte ed investite nell'azione comune.


IL PERCORSO CHE HA PORTATO AL 7 DICEMBRE

L'assemblea del 7 dicembre è lo sbocco di un percorso tenacemente perseguito.
Il Partito Comunista dei Lavoratori si è speso dai primi di settembre per costruire un fronte d'azione unitario di opposizione al nuovo governo e alla destra.
Nel momento stesso in cui Sinistra Italiana si coinvolgeva nel governo in cambio di un sottosegretariato, la burocrazia CGIL si comprometteva direttamente col nuovo esecutivo nel nome della ritrovata concertazione, il PRC si attestava inizialmente su una posizione di “né aderire né sabotare”, il nostro partito ha proposto pubblicamente la linea dell'opposizione di classe al nuovo governo come linea discriminante di raggruppamento a sinistra sul terreno dell'unità d'azione. (vedi l'appello "Per un'iniziativa unitaria di mobilitazione contro il governo Conte di tutte le sinistre di opposizione").

L'appello nostro era rivolto sia alle organizzazioni politiche della sinistra di opposizione sia alle organizzazioni o tendenze sindacali classiste. Sul versante sindacale alcune organizzazioni classiste si sono rese subito disponibili alla interlocuzione (come l'area di opposizione CGIL, il SGB, il SiCobas) e infatti sono intervenute il 7 dicembre. Sul versante politico, hanno opposto il proprio no il PC di Rizzo, con motivazioni autocentrate e settarie, e Sinistra Classe Rivoluzione. Si sono invece aperte al confronto Sinistra Anticapitalista, che già aveva ipotizzato un'assemblea comune autunnale, il Partito Comunista Italiano (PCI), Potere al Popolo, Democrazia Atea, la minoranza di sinistra del PRC. Con queste organizzazioni si è sviluppato un quadro di riflessione, prima con incontri bilaterali e poi con una discussione comune, per la definizione delle basi politiche e delle forme organizzative dell'azione unitaria. Numerosi i problemi incontrati: (legittime) discussioni e divergenze interne ad alcuni partiti coinvolti, differenze di opinioni sulle forme di convocazione dell'iniziativa unitaria (il ruolo maggiore o minore dei partiti nella sua promozione), le finalità del fronte comune (proiezione elettorale o unità di lotta), e soprattutto il nodo del rapporto con Rifondazione Comunista (tra rifiuti pregiudiziali di un suo coinvolgimento e un'assoluzione politica preventiva delle sue contraddizioni verso il governo).


L'IMPOSTAZIONE DEL PCL

In tutte queste discussioni preparatorie il PCL ha sostenuto una posizione netta: definizione del terreno di iniziativa unitaria come terreno di unità d'azione nella lotta di classe e nei movimenti sociali, fuori da ogni logica elettorale o di proposizione di nuovi soggetti politici; rifiuto di ogni pregiudiziale verso il PRC sul terreno dell'unità d'azione ma anche contro una frettolosa rimozione della sua prolungata ambiguità politica verso il governo Conte due e verso Sinistra Italiana (tema oltretutto oggetto per una fase di un'importante battaglia politica interna al PRC da parte della sua minoranza di sinistra); una chiara assunzione di responsabilità delle organizzazioni politiche di opposizione nella promozione della iniziativa comune, fuori da ogni finzione scenica “sociale e movimentista”.

L'assemblea nazionale del 7 dicembre, la sua promozione, la sua discussione, i suoi sbocchi, ci paiono in piena sintonia con questa impostazione. La relazione di apertura di Marco Ferrando e le conclusioni di Mauro Alboresi, così come l'intervento di Franco Turigliatto di Sinistra Anticapitalista, hanno definito quattro campagne unitarie nazionali a favore di rivendicazioni caratterizzanti: riduzione progressiva dell'orario a parità di paga, la vera nazionalizzazione delle aziende che licenziano e inquinano, la cancellazione dei decreti sicurezza, il ritiro delle truppe da tutte le missioni militari. A questo fine è stata promossa la costituzione di un coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione come strumento di gestione dell'unità d'azione. Un coordinamento aperto a tutte le organizzazioni disponibili a una battaglia comune di opposizione dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici, con una proiezione attiva sui territori. Da qui un percorso di assemblee aperte su scala locale sino a una giornata di mobilitazione nazionale comune a fine gennaio.


AUTONOMIA POLITICA E UNITÀ D'AZIONE

Torneremo più ampiamente sulle prospettive del 7 dicembre. Ma alcune prime considerazioni si impongono.

Il successo di partecipazione e di entusiasmo registrati dall'assemblea nazionale danno slancio alla iniziativa unitaria e mettono alla prova le organizzazioni promotrici e coinvolte.
Il PCL sarà impegnato da ora a costruire il fronte unitario d'azione a partire dai territori, fuori da ogni logica di primogenitura, di preclusioni, di veti, e con l'unica preoccupazione di costruire il fronte più ampio possibile sul terreno dell'opposizione sociale di classe. Una unità d'azione tra organizzazioni diverse dell'avanguardia in funzione del rilancio di un fronte di massa: l'unica via per alzare un argine contro la destra, ribaltare i rapporti di forza, aprire il varco di un'alternativa anticapitalista.

Nessuno si nasconde le difficoltà. Difficoltà legate all'arretramento profondo del movimento operaio, al crollo della sinistra politica, alla sproporzione tra i mezzi disponibili e gli scopi ambiziosi che ci poniamo. Ma tanto più per queste ragioni, l'assemblea del 7 dicembre ha un significato importante: rappresenta un elemento di controtendenza rispetto alla dinamiche di frammentazione dell'iniziativa di lotta, e a volte di incomunicabilità tra organizzazioni all'interno stesso dell'avanguardia; consente a organizzazioni diverse ma anche a tanti compagni e compagne senza partito di trovare una comune trincea di lotta e di iniziativa.

Il rispetto dell'autonomia politica di ogni soggetto e al tempo stesso la ricerca della battaglia comune contro un avversario comune non debbono essere messi in contrapposizione tra loro, ma semmai in relazione feconda. “Marciare separati, colpire insieme” ha detto il compagno Marco Ferrando nel riassumere in termini leninisti il significato che ha per noi questa esperienza di fronte unico. È il criterio cui ci atterremo.
Partito Comunista dei Lavoratori