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La morte di un Papa

 

mortepapa22 Aprile 2025

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Da comunisti non ci associamo al lutto universale, a reti unificate, per la morte di Papa Bergoglio.
In particolare, non concordiamo con la commemorazione estatica della figura di Papa Francesco da parte di tutte le le sinistre cosiddette radicali.

Naturalmente, rispettiamo profondamente la libertà religiosa e i sentimenti dei fedeli. Ma non al prezzo di rinunciare alla verità. La religione, ogni religione, è oppio dei popoli, scriveva Marx. La Chiesa cattolica nel mondo è la principale dispensatrice di questo oppio. Il culto religioso lo celebra. Il Papa, ogni Papa, è a capo del culto. La predica di una vita ultraterrena e della resurrezione della carne favorisce la rassegnazione a una vita terrena di sfruttamento e di oppressione per miliardi di esseri umani. Il richiamo alla carità verso gli umili non solo non cambia l'ordine reale delle cose, ma presuppone la sua conservazione, contro ogni prospettiva di rivoluzione. Attenzione per i poveri? Persino la Chiesa della Controriforma che scatenava la guerra contro le streghe moltiplicò gli ordini caritatevoli e assistenziali a tutela dei poveri, pur di replicare all'insidia del protestantesimo.

Più in generale, la stessa idea di un Dio Padre creatore dell'uomo, negando la figura dell'uomo quale creatore di Dio, lo educa per questa via a un principio di sottomissione. Non a caso la Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola, vide nell'autorità terrena il riflesso di Dio, e nell'obbedienza alla autorità il dovere dell'obbedienza a Dio.
Peraltro, la stessa retorica dell'uguaglianza e della fratellanza tra le “creature di Dio” tradisce puntualmente la propria ipocrisia quando si tratta delle donne, dei gay, delle lesbiche, delle persone transgender. Nel loro insieme, più della metà della specie umana su scala planetaria.
Lo stesso ordine interno alla Chiesa cattolica si fonda peraltro sulla disuguaglianza tra uomini e donne, rigorosamente escluse dal sacerdozio. La negazione del diritto all'aborto, assimilato a un omicidio, la condanna dei medici non obiettori chiamati “sicari”, il parallelo tra armi e contraccettivi in quanto entrambi soppressori della vita, sono tutti concetti pubblicamente espressi da Papa Bergoglio, anche in tempi recenti.

Quanto alla ripulitura della Chiesa cattolica dalla pedofilia, e dalla gigantesca mole di crimini contro bambini e suore a tutte le latitudini del mondo, Bergoglio non è andato al di là della retorica della denuncia. Il quotidiano Domani ha documentato nel 2022 che il Vaticano si è limitato a trasferire in altre diocesi i sacerdoti abusatori, e ha continuato a far pressione sulle vittime perché non rendessero pubblici gli abusi.
In ogni caso, Bergoglio ha confermato la giurisdizione ecclesiastica come unico possibile tribunale per i casi di pedofilia, sottraendoli pertanto alla giustizia ordinaria. Nei fatti, una garanzia di copertura protettiva, contro ogni principio di uguaglianza. I sistemi concordatari fra Stato e Chiesa tutelano peraltro il privilegio della Chiesa anche sotto il profilo giudiziario.

È vero: Papa Bergoglio ha pronunciato in più occasioni parole di denuncia a difesa dei migranti, a tutela della natura, e contro la guerra. Ha cercato su diversi terreni di risollevare l'immagine pubblica della Chiesa dalla sua crisi profonda provando a mettersi in sintonia coi sentimenti progressisti di una parte dell'opinione pubblica e della giovane generazione. Soprattutto ha voluto rispondere alla crisi verticale della popolazione cattolica in Occidente (in particolare in Europa e negli USA), e alla concorrenza crescente dell'islamismo su scala mondiale, con la ricerca di più ampie aree di influenza cattolica nei continenti oppressi, a partire dall'Africa, peraltro senza riuscire a invertire la china. Ma le parole progressiste restano parole, sulla bocca del Papa come sulla bocca dei governanti borghesi “democratici” e “umanitari”. Le parole, svincolate dall'azione, non servono a cambiare la realtà, ma a mascherarla. Peraltro, la stessa parola di Bergoglio è stata ben attenta ad evitare pericolosi equivoci. Parlare della “guerra” e della “pace” come categorie universali ed astratte significa cancellare il confine tra guerre imperialiste degli oppressori e guerre di liberazione degli oppressi. Ciò che tutela in definitiva gli oppressori. Se si denuncia come ignobile il massacro di Gaza, ma si condanna o si ignora la resistenza palestinese, cambia qualcosa per il popolo oppresso? Si risponderà che non rientra nel ruolo di un Papa il pubblico sostegno ad una resistenza. Verissimo. Ma qual è allora esattamente il ruolo del Papa, di ogni Papa? Questo è il punto.

Il ruolo del Papa, di ogni Papa, è inseparabile dalla natura della Chiesa. La Chiesa è un'istituzione reazionaria. Una monarchia teocratica e assolutistica. Il Papa, ogni Papa, in quanto capo della Chiesa, è istituzionalmente un sovrano assoluto che concentra nelle proprie mani ogni potere verso i propri sudditi. La cosiddetta divisione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), propria delle democrazie borghesi liberali, è estranea alla Chiesa. Il Papa sovrano detiene il controllo degli stessi beni patrimoniali della Chiesa, perché tutte le diverse amministrazioni dei beni ecclesiastici, immobiliari, finanziari, azionari, fanno capo alla somma figura del Pontefice. Le proprietà ecclesiastiche sono immense. Nella sola Italia, la Chiesa ha il primato delle proprietà immobiliari, al netto dei luoghi di culto. Sono proprietà largamente esentate da qualsiasi dovere fiscale. In compenso, le casse dello Stato, a livello centrale e locale, provvedono in varie forme al trasferimento di risorse pubbliche nel portafoglio ecclesiastico, dal pagamento degli insegnanti della religione cattolica agli oneri di ristrutturazione degli immobili della Chiesa.

La Chiesa è a tutti gli effetti capitalismo ecclesiastico. Gli scandali finanziari che la interessano sono un riflesso della sua natura. Ad esempio, recentemente, lo scandalo dell'Obolo di San Pietro ha rivelato che i fondi di beneficenza per i poveri vengono usati per transazioni finanziarie e commerciali della Chiesa nei ricchi quartieri delle metropoli. Qualcuno può seriamente meravigliarsene?

Papa Bergoglio non ha cambiato nulla, perché non poteva cambiar nulla, nella natura materiale della Chiesa. Da buon sovrano, ha provveduto a gestirla. Sicuramente ha provato a cambiare le forme di comunicazione del papato uscendo dalla canonica dottrinaria di Papa Ratzinger a favore di un linguaggio più popolare e diretto. Sicuramente ha puntato a ridimensionare a proprio vantaggio l'equilibrio di potere con la Segreteria di Stato vaticana, facendo della propria relazione col popolo dei credenti un punto di forza nel rapporto con la gerarchia. In questo senso, paradossalmente, Bergoglio ha enfatizzato la natura assolutistica del papato all'interno dell'ordine vaticano. La sua estrazione peronista e gesuitica lo ha sicuramente aiutato nell'operazione.

Resta il nodo di fondo, che va al di là di Bergoglio. Si può presentare la figura di un sovrano assoluto, capo di una monarchia teocratica e capitalistica, come figura di «comunista» (Maurizio Acerbo, Rifondazione Comunista) e «grande rivoluzionario» (dalla Rete dei Comunisti a Il Manifesto)?
Nella subordinazione reverente al papato, nell'incanto per la sua parola, si riflette, in ultima analisi, l'adattamento alla società borghese. Cioè la rinuncia ad ogni prospettiva di rovesciamento dell'ordine reale del mondo. Le ragioni del marxismo rivoluzionario trovano una volta di più la propria conferma.

Marco Ferrando

Potere al Popolo e Rifondazione, Bolsonaro e Lula

 


La fiducia in Lula delle sinistre riformiste. Da vent'anni. Contro ogni principio di classe

Non è in discussione, com'è ovvio, la denuncia dell'azione golpista della destra reazionaria brasiliana dell'8 gennaio, l'aggressione squadrista al palazzo presidenziale, la natura fascistoide del blocco sociale bolsonarista che essa esprime. La sconfitta del sovversivismo reazionario è il primo compito della sinistra brasiliana.

Ma tutto ciò non implica affatto la fiducia politica nel governo Lula, il governo più a destra tra i governi a guida PT degli ultimi vent'anni. Eppure è questa la posizione pubblica assunta da Potere al Popolo e da Rifondazione Comunista, in perfetta continuità con l'identificazione nel lulismo a partire dal 2002.

«In America Latina negli ultimi anni abbiamo assistito alla ripresa di un’avanzata progressista che spaventa l’imperialismo, le oligarchie locali e la reazione, tanto più in una fase in cui con la guerra e il passaggio al mondo multipolare gli Stati Uniti perdono il loro ruolo di egemonia, di “poliziotti del mondo”». Così dichiarano Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e Opposizione Studentesca D’Alternativa, architravi di Potere al Popolo. Ma allora perché tutte le potenze imperialiste, a partire dagli USA, si sono affrettate a sostenere Lula contro Bolsonaro e la sua ciurma? La rappresentazione del governo Lula come minaccia per l'imperialismo è una battuta infelice. I governi Lula e Rousseff hanno gestito le politiche della borghesia brasiliana e dell'imperialismo internazionale: rigoroso pagamento del debito estero, privatizzazioni e tagli sociali, enorme precarizzazione del lavoro, compartecipazione alle missioni militari. La burocrazia sindacale della CUT ha subordinato il movimento operaio alla concertazione di queste politiche. È proprio per questo che il malcontento sociale di ampi strati popolari è stato capitalizzato dalla destra e dal suo gigantesco blocco reazionario interclassista. La vittoria di Bolsonaro nel 2019 è stata il portato di questa dinamica. Fortunatamente Bolsonaro è stato sconfitto per un pugno di voti il 30 ottobre, ma continua a controllare metà del Brasile e la maggioranza del Parlamento. L'operazione squadrista dell'8 gennaio è fallita, ma la reazione brasiliana è in piedi, purtroppo, mentre le politiche di Lula le forniranno nuovo terreno di pascolo.

I dirigenti di Potere al Popolo e del Rifondazione Comunista hanno presente qual è la composizione del nuovo governo Lula? Il PT si è alleato con partiti e personaggi della destra brasiliana, tra cui il famigerato Geraldo Alckmin nel ruolo di vicepresidente, e con otto partiti borghesi di centro legati alla tradizione liberale di Cardoso. Per di più in un contesto internazionale in cui Lula, a differenza che nei primi anni 2000, non potrà beneficiare della rendita energetica e dei flussi finanziari che essa assicurava. La politica economica e sociale annunciata porta non a caso il segno dell'austerità. Quanto all'apparato dello Stato cui Lula affida la “difesa della democrazia”, è infarcito di elementi reazionari. Non solo ai vertici militari e delle polizie, ma nello stesso potere giudiziario. Basti pensare che la repressione della destra bolsonarista è affidata al giudice Alexandre de Moraes, già ministro della destra, contrario all'aborto e all'eutanasia, fustigatore dei movimenti dei Sem Terra, grande fan della polizia brasiliana e delle sue scorribande nei quartieri poveri delle metropoli contro la popolazione di colore. Sarebbero questi gli esponenti dell'”avanzata progressista e antimperialista”? Suvvia, un po' di serietà.

La verità è che Lula si offre come garante dell'imperialismo e della borghesia brasiliana nel nome della stabilità contro il caos. Il divieto inaccettabile di manifestare per tutto gennaio mira a legare le mani al movimento operaio nella reazione ai golpisti. E favorirà le misure poliziesche contro l'estrema sinistra.
E allora sì, siamo contro Bolsonaro e i suoi squadristi. Ma non nel nome di Lula e della Borsa brasiliana. Bensì dal versante della classe operaia, dei contadini senza terra, della popolazione povera, delle popolazioni indigene, di tutti coloro che hanno diritto a un'alternativa di società e di potere, i soli che sul terreno della lotta di classe e coi metodi della lotta di classe possono davvero sbarrare la strada alla destra.

PaP e PRC si confermano incapaci una volta di più di un posizionamento di classe e indipendente nella politica internazionale. Con ciò confermando, se ve ne era bisogno, che la loro “alternativa” è tutta interna al bipolarismo tra centrodestra (sempre più a destra) e centrosinistra (sempre più liberale). Non senza sconfinamenti campisti. Per cui se l'imperialismo USA non è più l'unico poliziotto del mondo, gli altri candidati poliziotti (“multipolari”) svolgono allora una funzione progressiva. Magari nei panni dell'imperialismo russo che invade l'Ucraina o dell'imperialismo cinese che strangola l'Africa. Anche qui una visione binaria che cancella le classi e i popoli oppressi nel nome del confronto tra “reazione” (presente) e “progresso” (ahinoi inesistente). E se la ribellione eroica in Iran sconvolge lo schema, allora meglio tacere e occuparsi d'altro. Salvo alludere all'immancabile mano americana.

La fiducia politica enfatica nel governo Lula da parte del PRC e di PaP è solo il risvolto di un posizionamento globale opportunista, privo di un ancoraggio classista. Solo una sinistra rivoluzionaria, in Brasile e ovunque, può mettersi al passo del nuovo scenario mondiale e della sua radicalità. L'alternativa di prospettiva storica non è quella tra “reazione e progresso”, ma tra reazione e rivoluzione. Il resto è fumo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Né riformismo né sovranismo. Per un cartello elettorale della sinistra classista

Le elezioni politiche si avvicinano. L'intero scenario politico è segnato da questa scadenza. Sullo sfondo, un negoziato infinito sulla legge elettorale dall'esito incerto, con ripetuti colpi di scena negli ultimi mesi. Ma soprattutto un clima segnato dalla concorrenza scoperta tra renzismo, salvinismo, grillismo, nel corteggiamento degli umori più reazionari, contro i migranti, contro il lavoro, contro i diritti democratici. I referendum autonomisti di Lombardia e Veneto si pongono nella scia di questa ventata reazionaria e le offrono ulteriore alimento. È il clima generale che oggi consente un rigurgito di organizzazioni fasciste e delle loro iniziative militanti.
L'elemento più preoccupante di questo scenario è l'assenza di una risposta di classe e di massa, per responsabilità preminenti delle direzioni del movimento operaio e della sinistra politica.
Sul terreno sindacale, le burocrazie dirigenti hanno rimosso dal campo ogni iniziativa di mobilitazione, persino di fronte alla totale chiusura del governo Gentiloni alle loro timide richieste sulle pensioni. Parallelamente un settore centrale della classe lavoratrice dell'industria è sotto attacco frontale (duecentomila posti di lavoro a rischio nelle 166 vertenze aperte al tavolo nazionale col governo), nel momento stesso del taglio degli ammortizzatori, senza che l'accoppiata Camusso-Landini avanzi una sola indicazione di lotta unificante, e un qualsivoglia contrasto reale.
Ma il punto non è solo l'assenza di mobilitazione. È l'assenza di un punto di vista di classe indipendente sulla politica italiana, e di una chiara prospettiva anticapitalista.


I CONTORCIMENTI DELLE SINISTRE RIFORMISTE

I gruppi dirigenti della sinistra riformista di provenienza Rifondazione - già responsabili del proprio tracollo a partire dalle proprie compromissioni di governo - hanno da tempo dissolto il (formale) riferimento di classe in una cultura civico-progressista. Tutta la loro politica ignora il tema stesso della ricomposizione del fronte di classe, dell'unificazione delle lotte, della risposta alla crisi capitalistica. Ruota invece attorno a un altro problema: come salvare o recuperare la presenza istituzionale del proprio ceto politico in disarmo. In altri termini, come sopravvivere al proprio fallimento. I loro infiniti contorcimenti su come presentarsi alle prossime elezioni riguardano esclusivamente questo aspetto.

Dal punto di vista programmatico generale non vi sono divergenze sostanziali nel campo riformista: il Partito della Rifondazione Comunista resta fedele a Tsipras (e al mito dell'”Europa sociale e democratica”), anche dopo la sua capitolazione alla troika, come tutti i partiti del Partito della Sinistra Europea, confermando la vocazione strategica al governo del capitalismo; Sinistra Italiana, che ha chiesto e ottenuto lo status di osservatore nel Partito della Sinistra Europea, non ha oggi un programma diverso da quello del PRC, ma solo una collaborazione più estesa col PD nelle amministrazioni locali, dove continua a cogestire tagli sociali e disastri ambientali. Entrambi, a fini elettorali, coltivano una relazione stretta col giro civico di Falcone e Montanari, nel nome della cittadinanza progressista.
Il vero contenzioso sta nelle relazioni con MDP e Pisapia. Ma anche qui non c'entrano questioni di principio - che i riformisti non conoscono - ma solo di calcolo. Con una soglia di sbarramento ipotizzata al 5% (come nell'intesa elettorale di luglio tra PD, Forza Italia, Lega e M5S, poi naufragata), tutta la sinistra riformista aveva siglato l'appello di Montanari e Falcone che rivendicava un'unica lista a sinistra, da Pisapia al PRC, passando per Bersani e D'Alema, con la benedizione del Manifesto. Con la soglia di sbarramento al 3% si riaprono i giochi: Sinistra Italiana preme su Bersani e D'Alema per fare lista insieme, come in Sicilia (anche perché Pisapia ha posto un veto nei confronti di SI); il PRC preme a sua volta su Sinistra Italiana perché rompa con Bersani e D'Alema e addivenga a una intesa “antiliberista”, salvo in Sicilia abbandonare in fretta la pregiudiziale anti-MDP e allinearsi a D'Alema in cerca di un seggio.

Mettiamola così: le soluzioni elettorali della sinistra riformista saranno la risulta del rapporto tra Pisapia e Bersani. Se il loro asse tiene, è probabile un accordo tra SI e PRC. Se il loro asse salta, è possibile una soluzione "siciliana", col PRC a rimorchio di un partito che sostiene Gentiloni.
Non è qui importante prevedere l'esito di questa partita contrattuale multipla. L'essenziale è il punto politico di fondo: ogni soluzione elettorale ipotizzata dai gruppi dirigenti delle sinistre riformiste, quale che sia la sua geometria finale, muove dalla assenza di una prospettiva anticapitalista e dalla rimozione del confine di classe elementare. Oltre il quale tutto diviene possibile, come sempre è accaduto, nell'eterno gioco della democrazia borghese. Di certo non è da quel versante che può emergere un punto di riferimento nuovo per l'avanguardia di classe, né in termini di programmi né in termini di indicazioni di lotta. Il fatto che SI e PRC coprano le burocrazie sindacali di Camusso e Landini è già di per sé indicativo.


LE RESPONSABILITÀ DELLE SINISTRE SOVRANISTE

Ma la sinistra riformista non è l'unica presenza a sinistra.
Con un ruolo minore è emerso in questi anni un polo “sovranista di sinistra”, come peraltro in forme diverse in diversi paesi europei. Questo polo gravita oggi in Italia attorno alla Rete dei Comunisti, al gruppo dirigente di USB, e a Giorgio Cremaschi, assieme a una galassia di soggetti minori (tutti aggregati nella Piattaforma Eurostop).
Il polo sovranista - di prevalente estrazione ideologica stalinista - ha cercato di capitalizzare a proprio vantaggio il fallimento annunciato del riformismo europeista (Tsipras), facendo dell'uscita dell'Italia dall'euro e dalla UE il proprio obiettivo centrale.
Al di là della sua presa in settori della classe lavoratrice, questa impostazione politica e programmatica dirotta su un falso obiettivo la ricerca dell'alternativa, e finisce con contribuire, in modo grave, al disorientamento dell'avanguardia di classe. Di più: finisce col subordinarla, al di là delle intenzioni, a pulsioni reazionarie di altre classi.

Dal punto di vista programmatico, l'impostazione sovranista ripropone, in forma diversa, l'utopia di un possibile compromesso “sociale e democratico” tra capitale e lavoro su scala nazionale. Dal socialismo in un solo paese al keynesismo in un solo paese. L'idea centrale è infatti quella per cui l'uscita dall'euro consentirebbe il recupero della "sovranità nazionale" e dei principi progressivi della Costituzione (borghese), una sorta di ritorno alla presunta età dell'oro della Prima Repubblica, dove “c'erano i diritti sociali” del lavoro. Questa visione riesce a sommare ingredienti ideologici diversi: la sostituzione della centralità di classe con la centralità della moneta, e dunque l'attribuzione della sovranità alla moneta e non alla classe sociale che la stampa; l'idealizzazione retrospettiva della Prima Repubblica borghese e del suo interclassismo "democratico e progressivo"; l'illusione che nel quadro della crisi capitalistica mondiale e degli attuali rapporti internazionali possa tornare l'epoca delle riforme sociali e democratiche... grazie all'uscita dalla UE e dall'euro. Come se l'aggressione del capitale non colpisse i lavoratori britannici o americani. Questa impostazione è nei fatti, al di là delle chiacchiere, l'accettazione del quadro capitalista.

Dal punto di vista politico è, se possibile, peggio. Il sovranismo nazionalista è da sempre un veleno per la classe lavoratrice. Lo è persino all'interno delle nazioni oppresse, dove al di là del pieno sostegno al diritto di autodeterminazione e alle rivendicazioni nazionali progressive, i comunisti sono chiamati a difendere l'autonomia della classe operaia dalla borghesia nazionalista. Ma tanto più lo è nei paesi imperialisti, e dunque in un paese imperialista come l'Italia, dove il sovranismo assume una valenza reazionaria. La presentazione dell'Italia come semicolonia della Germania, dalla quale difendere “la nostra sovranità”, è un falso grottesco. L'Italia è la seconda potenza industriale d'Europa, partecipa allo strozzinaggio della Grecia, contende alla Francia l'egemonia sul Nord Africa, condivide con la concorrente Germania la rapina imperialista nei Balcani. Il rapporto dell'Italia con la Germania è un rapporto negoziale tra paesi imperialisti. Promuovere manifestazioni sotto l'ambasciata tedesca per difendere la “sovranità dell'Italia” dalla Germania, come è accaduto a dicembre, è, di fatto, sciovinismo. E tanto più questa posizione è grave in un contesto internazionale segnato dal prepotente ritorno dei protezionismi e nazionalismi imperialisti, sullo sfondo di populismi xenofobi con base di massa. Non è un caso che i sovranisti di sinistra abbiano a lungo corteggiato il M5S, coprendo di fatto la sua natura reazionaria.

Il sovranismo a sinistra non solo è per noi inaccettabile, ma è una posizione da combattere apertamente, senza sconti o ammiccamenti. La scelta eventuale del campo sovranista di presentarsi in qualche forma alle elezioni è questione che non può riguardarci. Ci riguarda invece la nettezza di una demarcazione chiara anche su questo fronte, contro ogni equivoco e pasticcio.


PER UN CARTELLO ELETTORALE DELLA SINISTRA CLASSISTA, FUORI DA OGNI EQUIVOCO

L'esigenza che riteniamo centrale è marcare a sinistra la presenza di un punto di vista classista, anticapitalista, internazionalista. Chiaramente alternativo all'europeismo borghese della sinistra riformista così come al sovranismo nazionalista.

È essenziale assumere come riferimento la classe lavoratrice come unico possibile baricentro di un blocco sociale alternativo.
È essenziale avanzare una prospettiva anticapitalista, contro ogni riproposizione di illusioni riformiste, quale unica vera risposta alle esigenze di emancipazione e liberazione della classe lavoratrice e di tutti i settori oppressi.
È essenziale ricondurre a quella prospettiva tutte le indicazioni di lotta e di ricomposizione di una opposizione sociale e di massa, nella logica di costruzione di un ampio fronte unico di classe contro il padronato e le tre destre dominanti.
È essenziale promuovere una campagna internazionalista, che porti tra i lavoratori e nelle loro lotte l'interesse internazionale del movimento operaio, contro ogni forma di sciovinismo. A partire dalla contrapposizione all'imperialismo italiano, per la prospettiva di una Europa socialista.
L'insieme di questi elementi risponde alle necessità di riorganizzare una risposta di classe e sviluppare la coscienza degli sfruttati. Nessuno di essi è archiviabile o negoziabile con impostazioni riformiste e/o sovraniste.
Pensiamo che questo punto di vista possa e debba trovare una propria presenza nella prossima campagna elettorale.
Data la natura delle leggi elettorali esistenti, ed in particolare del numero ingente di firme richieste per la presentazione delle liste, questa presenza richiede la convergenza unitaria di forze diverse. Per questo abbiamo proposto a Sinistra Anticapitalista e a Sinistra Classe Rivoluzione - che si richiamano entrambe a una prospettiva rivoluzionaria - un cartello elettorale comune. Restiamo convinti dell'importanza di questo sbocco.

Tra il PCL, SA e SCR esistono certo differenze importanti che attengono a diversi aspetti politici, strategici e di progetto, aspetti che spiegano l'esistenza di formazioni diverse, di diversi percorsi, di diverse collocazioni internazionali. Aspetti su cui il PCL mantiene, com'è naturale, la propria autonomia di proposta, come la centralità della lotta per un governo dei lavoratori e della costruzione del partito rivoluzionario leninista.
Ma tra PCL, SA e SCR esiste anche un nucleo centrale di posizioni comuni sul riferimento di classe, la critica del riformismo, la critica del sovranismo. Un nucleo di posizioni - classiste, anticapitaliste, internazionaliste - la cui importanza è fortemente avvalorata dal contesto politico attuale, e che fonda non casualmente un comune fronte di lotta tra le tre organizzazioni sul terreno sindacale, nella contrapposizione alle burocrazie, e in altri ambiti di movimento. Sono le stesse posizioni che ci demarcano, insieme, da altri campi politici. Si tratta allora di valorizzarle in una campagna elettorale comune.

Un cartello elettorale delle tre formazioni, rispettoso della riconoscibilità di ciascuna, consentirebbe una campagna elettorale controcorrente a sinistra, capace di rappresentare un punto di riferimento importante per settori di avanguardia, anche al di là del bacino di riferimento delle tre organizzazioni, e in ogni caso un fattore prezioso per lo sviluppo della coscienza politica di settori di classe.
Una campagna elettorale comune delle tre organizzazioni sarebbe inoltre un'esperienza assai utile per consolidare e allargare il campo di lavoro comune sui diversi terreni di lotta e di movimento.

Per tutte queste ragioni vogliamo confidare che in tempi (necessariamente) brevi si possa concludere positivamente, nella chiarezza, la verifica in corso.

Partito Comunista dei Lavoratori

Santiago Maldonado: una desaparición scuote l'Argentina

È passato più di un mese da quando Santiago Maldonado, attivista che lottava in difesa del popolo Mapuche, è scomparso dopo la repressione della gendarmeria ad una manifestazione per la libertà del leader della popolazione indigena, Facundo Jones Huala.

IL CONTESTO

Come si diceva poc'anzi, la scomparsa di Santiago è avvenuta in un contesto di lotta del popolo Mapuche. Questa è solo una delle tante popolazioni indigene, che si vede usurpata del diritto di vivere nella propria terra da chi vuole difendere l'interesse privato delle grandi imprese capitaliste; in questo caso particolare il popolo Mapuche occupa illegalmente delle terre della impresa italiana Benetton – una dimostrazione in più che l'Italia è un paese imperialista e che è oggettivamente reazionaria la campagna nazionalista contro l'imperialismo europeo o tedesco (in contrapposizione a quello, ritenuto inesistente, dell'Italia) condotta dallo stalinismo, dal sovranismo e da altre aree della sinistra (Rizzo, Rete dei Comunisti, Cremaschi...).
In difesa degli interessi imperialistici di Benetton il governo ha ordinato la repressione brutale di questo popolo, come implicitamente ammette la stessa ministra degli interni Bullrich («Si occupano terre in zone petrolifere o gassifere impedendo costantemente il normale sfruttamento dei pozzi. Questi reati di usurpazione, turbamento del possesso e d'estorsione influiscono su un servizio strategico per le risorse dello Stato»).


IL CASO

Nel corso di questo mese il governo e lo Stato hanno cambiato più volte posizione, come conseguenza dell'esplosione dello scandalo politico e delle sue pressioni sulle autorità. In un primo momento si provò a dimostrare (ridicolmente) che non c'era stata nessuna scomparsa, ma che si trattasse semplicemente di un viaggio senza preavviso di Santiago verso il Brasile; poi che Santiago avesse partecipato ad un assalto contro la polizia armato di coltello, insieme ad altri militanti Mapuche, e fosse stato ferito da un poliziotto nel tentativo di difendersi; ora, di fronte all'evidenza di testimonianze e video comprovanti, sono stati indagati sette poliziotti per la scomparsa di Santiago.
Anche per quest'ultima però si tratta di una manovra occultatrice perché scarica su sette poliziotti le responsabilità di uno Stato. Innanzittutto perché è impossibile che sette poliziotti soli ed isolati abbiano potuto nascondere un crimine, e il corpo di Santiago, per un mese ed oltre; ma anche perché il giorno della repressione del popolo Mapuche e della scomparsa di Santiago il Capo di Gabinetto del Ministero della Sicurezza (Interni), Pablo Noceti, era presente in Chubut (provincia dove sono presenti le terre in questione) dicendo che i militanti Mapuche erano da considerarsi «come membri di un'organizzazione terroristica e che tutti sarebbero stati arrestati, senza un ordine del tribunale».


LE CONSEGUENZE POLITICHE

In questo quadro si aprono due prospettive politiche nel prossimo futuro: o la protesta popolare continua massivamente – nel corso di questo mese ci sono state già due giornate di mobilitazione nazionale che hanno visto più di mezzo milione di persone in strada – e come conseguenza di questo, si potrebbe avere una crisi di governo con la cacciata della ministra Bullrich; oppure il governo Macri farà quadrato in difesa della ministra e nel corso del tempo le manifestazioni subiranno un indebolimento.
Le ultime vicende portano a pensare con una maggiore probabilità alla prima ipotesi: è possibile che l'indagine sui sette poliziotti, e quindi le prime fratture all'interno dell'omertà statale, radicalizzino le masse e le spingano a lottare per ulteriori passi avanti nella condanna dei responsabili di questo crimine.
Sarà responsabilità del Partido Obrero e del Frente de Izquierda y de los Trabajadores chiamare alla mobilitazione le masse per la cacciata della ministra Bullrich e dimostrare la responsabilità di uno Stato, e non solo dell' attuale governo (basti pensare che i governi kirchneristi sono stati responsabili della desaparición di Jorge Julio Lopez e Luciano Arruga).

Michele Amura, da Buenos Aires