Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta il Manifesto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta il Manifesto. Mostra tutti i post

La morte di un Papa

 

mortepapa22 Aprile 2025

English version

Da comunisti non ci associamo al lutto universale, a reti unificate, per la morte di Papa Bergoglio.
In particolare, non concordiamo con la commemorazione estatica della figura di Papa Francesco da parte di tutte le le sinistre cosiddette radicali.

Naturalmente, rispettiamo profondamente la libertà religiosa e i sentimenti dei fedeli. Ma non al prezzo di rinunciare alla verità. La religione, ogni religione, è oppio dei popoli, scriveva Marx. La Chiesa cattolica nel mondo è la principale dispensatrice di questo oppio. Il culto religioso lo celebra. Il Papa, ogni Papa, è a capo del culto. La predica di una vita ultraterrena e della resurrezione della carne favorisce la rassegnazione a una vita terrena di sfruttamento e di oppressione per miliardi di esseri umani. Il richiamo alla carità verso gli umili non solo non cambia l'ordine reale delle cose, ma presuppone la sua conservazione, contro ogni prospettiva di rivoluzione. Attenzione per i poveri? Persino la Chiesa della Controriforma che scatenava la guerra contro le streghe moltiplicò gli ordini caritatevoli e assistenziali a tutela dei poveri, pur di replicare all'insidia del protestantesimo.

Più in generale, la stessa idea di un Dio Padre creatore dell'uomo, negando la figura dell'uomo quale creatore di Dio, lo educa per questa via a un principio di sottomissione. Non a caso la Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola, vide nell'autorità terrena il riflesso di Dio, e nell'obbedienza alla autorità il dovere dell'obbedienza a Dio.
Peraltro, la stessa retorica dell'uguaglianza e della fratellanza tra le “creature di Dio” tradisce puntualmente la propria ipocrisia quando si tratta delle donne, dei gay, delle lesbiche, delle persone transgender. Nel loro insieme, più della metà della specie umana su scala planetaria.
Lo stesso ordine interno alla Chiesa cattolica si fonda peraltro sulla disuguaglianza tra uomini e donne, rigorosamente escluse dal sacerdozio. La negazione del diritto all'aborto, assimilato a un omicidio, la condanna dei medici non obiettori chiamati “sicari”, il parallelo tra armi e contraccettivi in quanto entrambi soppressori della vita, sono tutti concetti pubblicamente espressi da Papa Bergoglio, anche in tempi recenti.

Quanto alla ripulitura della Chiesa cattolica dalla pedofilia, e dalla gigantesca mole di crimini contro bambini e suore a tutte le latitudini del mondo, Bergoglio non è andato al di là della retorica della denuncia. Il quotidiano Domani ha documentato nel 2022 che il Vaticano si è limitato a trasferire in altre diocesi i sacerdoti abusatori, e ha continuato a far pressione sulle vittime perché non rendessero pubblici gli abusi.
In ogni caso, Bergoglio ha confermato la giurisdizione ecclesiastica come unico possibile tribunale per i casi di pedofilia, sottraendoli pertanto alla giustizia ordinaria. Nei fatti, una garanzia di copertura protettiva, contro ogni principio di uguaglianza. I sistemi concordatari fra Stato e Chiesa tutelano peraltro il privilegio della Chiesa anche sotto il profilo giudiziario.

È vero: Papa Bergoglio ha pronunciato in più occasioni parole di denuncia a difesa dei migranti, a tutela della natura, e contro la guerra. Ha cercato su diversi terreni di risollevare l'immagine pubblica della Chiesa dalla sua crisi profonda provando a mettersi in sintonia coi sentimenti progressisti di una parte dell'opinione pubblica e della giovane generazione. Soprattutto ha voluto rispondere alla crisi verticale della popolazione cattolica in Occidente (in particolare in Europa e negli USA), e alla concorrenza crescente dell'islamismo su scala mondiale, con la ricerca di più ampie aree di influenza cattolica nei continenti oppressi, a partire dall'Africa, peraltro senza riuscire a invertire la china. Ma le parole progressiste restano parole, sulla bocca del Papa come sulla bocca dei governanti borghesi “democratici” e “umanitari”. Le parole, svincolate dall'azione, non servono a cambiare la realtà, ma a mascherarla. Peraltro, la stessa parola di Bergoglio è stata ben attenta ad evitare pericolosi equivoci. Parlare della “guerra” e della “pace” come categorie universali ed astratte significa cancellare il confine tra guerre imperialiste degli oppressori e guerre di liberazione degli oppressi. Ciò che tutela in definitiva gli oppressori. Se si denuncia come ignobile il massacro di Gaza, ma si condanna o si ignora la resistenza palestinese, cambia qualcosa per il popolo oppresso? Si risponderà che non rientra nel ruolo di un Papa il pubblico sostegno ad una resistenza. Verissimo. Ma qual è allora esattamente il ruolo del Papa, di ogni Papa? Questo è il punto.

Il ruolo del Papa, di ogni Papa, è inseparabile dalla natura della Chiesa. La Chiesa è un'istituzione reazionaria. Una monarchia teocratica e assolutistica. Il Papa, ogni Papa, in quanto capo della Chiesa, è istituzionalmente un sovrano assoluto che concentra nelle proprie mani ogni potere verso i propri sudditi. La cosiddetta divisione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), propria delle democrazie borghesi liberali, è estranea alla Chiesa. Il Papa sovrano detiene il controllo degli stessi beni patrimoniali della Chiesa, perché tutte le diverse amministrazioni dei beni ecclesiastici, immobiliari, finanziari, azionari, fanno capo alla somma figura del Pontefice. Le proprietà ecclesiastiche sono immense. Nella sola Italia, la Chiesa ha il primato delle proprietà immobiliari, al netto dei luoghi di culto. Sono proprietà largamente esentate da qualsiasi dovere fiscale. In compenso, le casse dello Stato, a livello centrale e locale, provvedono in varie forme al trasferimento di risorse pubbliche nel portafoglio ecclesiastico, dal pagamento degli insegnanti della religione cattolica agli oneri di ristrutturazione degli immobili della Chiesa.

La Chiesa è a tutti gli effetti capitalismo ecclesiastico. Gli scandali finanziari che la interessano sono un riflesso della sua natura. Ad esempio, recentemente, lo scandalo dell'Obolo di San Pietro ha rivelato che i fondi di beneficenza per i poveri vengono usati per transazioni finanziarie e commerciali della Chiesa nei ricchi quartieri delle metropoli. Qualcuno può seriamente meravigliarsene?

Papa Bergoglio non ha cambiato nulla, perché non poteva cambiar nulla, nella natura materiale della Chiesa. Da buon sovrano, ha provveduto a gestirla. Sicuramente ha provato a cambiare le forme di comunicazione del papato uscendo dalla canonica dottrinaria di Papa Ratzinger a favore di un linguaggio più popolare e diretto. Sicuramente ha puntato a ridimensionare a proprio vantaggio l'equilibrio di potere con la Segreteria di Stato vaticana, facendo della propria relazione col popolo dei credenti un punto di forza nel rapporto con la gerarchia. In questo senso, paradossalmente, Bergoglio ha enfatizzato la natura assolutistica del papato all'interno dell'ordine vaticano. La sua estrazione peronista e gesuitica lo ha sicuramente aiutato nell'operazione.

Resta il nodo di fondo, che va al di là di Bergoglio. Si può presentare la figura di un sovrano assoluto, capo di una monarchia teocratica e capitalistica, come figura di «comunista» (Maurizio Acerbo, Rifondazione Comunista) e «grande rivoluzionario» (dalla Rete dei Comunisti a Il Manifesto)?
Nella subordinazione reverente al papato, nell'incanto per la sua parola, si riflette, in ultima analisi, l'adattamento alla società borghese. Cioè la rinuncia ad ogni prospettiva di rovesciamento dell'ordine reale del mondo. Le ragioni del marxismo rivoluzionario trovano una volta di più la propria conferma.

Marco Ferrando

Le elezioni, l'unità della sinistra, la presenza elettorale del PCL


 Il primo turno delle elezioni amministrative del 3-4 ottobre ha registrato un'affermazione del centrosinistra nella maggior parte delle grandi città (Milano, Torino, Bologna). Questa affermazione è dovuta non a uno spostamento di elettori dal blocco di centrodestra ma alla dimensione abnorme di un'astensione dal voto che ha interessato in larga prevalenza l'elettorato della Lega. La Lega è la vera sconfitta di questo passaggio elettorale. Più precisamente, il segretario della Lega. La sua ricollocazione nella maggioranza di governo a sostegno di Draghi nel quadro dell'unità nazionale ha sicuramente inciso sul voto, assieme allo scarso appeal di candidati civici improvvisati e posticci, risultante del braccio di ferro tra Lega e Fratelli d'Italia per la guida della coalizione. Fratelli d'Italia si avvantaggia del netto arretramento della Lega ma non in misura proporzionale. Giorgia Meloni non ha capitalizzato che parzialmente la caduta della Lega; il grosso dell'emorragia leghista si è indirizzata verso l'astensione. Significa che la Lega e il centrodestra nel suo insieme continuano a disporre di un blocco sociale ed elettorale maggioritario, sia pure temporaneamente passivo.


Qualunque proiezione della vittoria del centrosinistra sulle prossime elezioni politiche sarebbe dunque ad oggi del tutto sbagliata. Il voto amministrativo è ben diverso dal voto politico, diverso il peso delle motivazioni e della riconoscibilità delle leadership. Così non va confuso il voto delle grandi metropoli col voto dei piccoli centri e della provincia profonda, dove l'astensione al voto è stata molto minore, il centrodestra è più forte e i risultati hanno spesso altro segno. A tutto questo si aggiunge l'assetto ancora in fieri della coalizione del centrosinistra, con un Movimento 5 Stelle che ha virato nel suo gruppo dirigente verso la coalizione col PD ma che registra una forte caduta elettorale, al punto da non risultare determinante in fatto di voti né a Bologna né a Napoli, dove pure ha corso nella coalizione vincente. Parallelamente, la forte affermazione politica di Calenda a Roma può dare volto e riferimento a un processo di raggruppamento al centro capace di aprire contraddizioni nuove e incidere sugli equilibri politici.

Il negoziato sulla legge elettorale inciderà in modo rilevante sugli assetti politici di rappresentanza della borghesia italiana. Una parte importante dell'establishment e dei suoi uomini di riferimento vuole rimuovere la legge attuale, che presumibilmente assegnerebbe al centrodestra una vittoria con ampio margine, tanto più dopo il taglio dei parlamentari. L'idea è quella di una riforma elettorale di tipo proporzionale che possa liberare uno spazio più ampio per un raggruppamento di centro capace di tagliare le ali “populiste” e dare organicità e stabilità all'esperienza Draghi o simil-Draghi anche dopo il 2023. I circoli dominanti della politica borghese sono da subito al bivio di una scelta inaggirabile: se mettere Draghi in sicurezza per sette anni quale Presidente della Repubblica, trovandogli un sostituto di unità nazionale come Presidente del Consiglio e arrivare così a fine legislatura; o se puntare sulla continuità del governo Draghi trovando un'altra soluzione di unità nazionale per la presidenza della Repubblica, lavorando nel frattempo su una riforma elettorale che possa favorire un ripescaggio di Draghi in qualche forma dopo il 2023.

Nell'immediato, da qui al febbraio 2022, il governo continuerà la propria navigazione. Le mosse di Salvini sul catasto servono solo a coprire la sua sconfitta elettorale e a mostrare il proprio peso politico e istituzionale nella stessa Lega, dove la differenziazione con la linea organicamente draghiana di Giorgetti, estraneo alle posture populiste, permane con tutto il suo peso ma è destinata al momento a restare congelata.


IL VOTO AVARO DELLE SINISTRE

Il quadro politico della competizione borghese è al riparo dalla sinistra politica. Il voto del 3 e 4 ottobre conferma la marginalità complessiva della sinistra politica italiana. Chi si aspettava uno scenario diverso in ragione di questo o quell'altro accrocchio unitario è rimasto inevitabilmente deluso. Chi si aspettava di incassare elettoralmente la superesposizione mediatica non ha conosciuto sorte migliore.

Il PC di Marco Rizzo , che annunciava urbi et orbi che avrebbe preso più voti di tutto il resto della sinistra messo assieme è rimasto al palo. Lo 0,3% a Roma e Milano è indicativo. Il PCI viaggia tra 0,3% e lo 0,5% grazie alla rendita di posizione del vecchio simbolo. Rifondazione Comunista, che a Roma doveva sfondare con Berdini grazie alla sommatoria civica di tante sigle, rimedia lo 0,4%, mentre a Torino e Bologna manca largamente l'approdo in Consiglio comunale. Potere al Popolo ha un risultato relativamente migliore, prevalendo a Roma rispetto alle organizzazioni concorrenti con lo 0,6%, e incassando il notevole 2,4% a Bologna, frutto di una presenza elettorale continuativa tra elezioni nazionali, regionali, comunali, oltre che del sostegno di USB. Ma non prende eletti neppure a Napoli, che pure è la sua roccaforte. Il nostro partito riscuote un voto modestissimo, tra lo 0,4% a Bologna e lo 0,1 e 0,05% nelle altre città (Roma, Milano, Torino), sostanzialmente il voto riportato da Per una Sinistra Rivoluzionaria alle elezioni politiche del 2018, ritoccato al rialzo a Bologna, al ribasso altrove.

Come sempre, ma forse più che in altre occasioni, l'esito del voto fornisce un'occasione di sfogatoio ai tanti compagni e compagne che inveiscono contro tutto e tutti: le troppe divisioni, i partitini dello zero virgola ecc. ecc. Abbiamo addirittura, oggi, Il Manifesto che spende un editoriale per chiedere ai partiti a sinistra di Sinistra Italiana di chiedere scusa ai propri elettori, definendoli “un piccolo mondo antico” di testimonianza. Evidentemente la testimonianza inizia dove finisce il centrosinistra. Non c'è male per un quotidiano... “comunista”, come ancora recita abusivamente la sua testata. Cosa non si fa per cercare di vendere qualche copia in più lisciando il pelo agli umori dei lettori.

Noi invece questo pelo non lo vogliamo lisciare. Non dobbiamo vendere merce ma presentare le nostre idee. Cercando di diradare la nebbia dei luoghi comuni e la grande confusione che ne deriva. Sì, c'è una enorme crisi della sinistra politica in Italia. Le elezioni sono solo il suo specchio. Prendersela con lo specchio serve a poco. Serve indagare la crisi della sinistra nella sua realtà, nelle sue radici e ragioni. È l'unico modo per cercare di venirne a capo.


LA CRISI DELLA SINISTRA. LE SUE RADICI, LE SUE RAGIONI

Il voto della sinistra politica non è e non può essere indipendente dalle dinamiche della lotta di classe. Così è stato sempre, in Italia e in Europa.

Negli ultimi dieci anni i fenomeni di polarizzazione a sinistra in Europa sono stati il sottoprodotto di ascese sociali. Così è stato per lo sviluppo di Syriza in Grecia, sull'onda delle grandi mobilitazioni di massa contro l'austerità; così è stata per lo stesso Podemos in Spagna, al di là del suo carattere ibrido, a ridosso delle grandi manifestazioni di piazza della giovane generazioni degli indignados. Naturalmente le esperienze di governo di entrambe – l'una già tristemente consumata, l'altra in corso – hanno disperso la domanda sociale che avevano polarizzato seppellendola sotto il macigno dell'austerità della Troika (Syriza) o di politiche padronali (Podemos col governo Sanchez che bastona i migranti, tratta l'aumento dell'età pensionabile, nega l'autodeterminazione della Catalogna). A riprova che anche i successi elettorali, persino i più travolgenti, sono effimeri se combinati con le compromissioni ministeriali. In ogni caso, i successi elettorali sono stati figli delle piazze e delle lotte, non viceversa.

In Italia lo scenario degli ultimi quindici anni è stato peggiore. Il Partito della Rifondazione Comunista, che raccoglieva la mitologica “unità della sinistra”, si suicidò tra le braccia di Prodi nel 2006, al piede di partenza della grande crisi capitalistica mondiale, votando missioni militari, detassazione dei profitti, precarietà del lavoro, tagli sociali, al modico prezzo di un ministero, di qualche sottosegretariato, della presidenza della Camera dei deputati. Da qui l'inevitabile big bang che ha travolto quel partito, accompagnandone il crollo. Quel crollo a sua volta ha liberato lo spazio di quel ciclo populista reazionario, non ancora esaurito, che è passato attraverso il grillismo, il salvinismo, il melonismo. Un populismo nutrito dalla crisi sociale, che ha coinvolto e coinvolge l'immaginario di massa di tanta parte del lavoro salariato, dirottandolo contro falsi bersagli a tutto vantaggio dei padroni.

La crisi della sinistra politica ha qui la sua radice. Non nella frantumazione, come vuole il senso comune di tanti orfani della vecchia Rifondazione. Quello è l'effetto del crollo del PRC, non la sua causaLa crisi della sinistra è quella della sua irriconoscibilità sociale, a seguito della sua esperienza traumatica e fallimentare. Milioni di lavoratori e lavoratrici che avevano votato a sinistra nel nome di una speranza l'hanno abbandonata perché l'hanno vista tradita. Un abbandono che non ha riguardato soltanto le formazioni responsabili di quelle politiche ma si è estesa anche a chi, come noi, le ha contrastate. Quando si abbassa la marea si arenano tutte le barche, al di là della rotta di navigazione. Pensare di risolvere questa crisi di riconoscibilità con accrocchi elettorali significa continuare a farsi del male con un accanimento terapeutico crudele. Gli accrocchi elettorali possono confortare (a volte e in parte) le illusioni dei militanti, ma non rispondono ai lavoratori elettori. Da qui, ogni volta, la delusione degli esperimenti, con relative frustrazioni, straccio delle vesti, imprecazioni e abbandoni. Non è questa la strada.

A maggior ragione non lo è quando nel nome della più ampia unità nelle urne si scolora sempre più la stessa identità della sinistra classista (non diciamo comunista) in direzione di liste civiche, genericamente democratiche, di cittadini progressisti, sotto le quali nascondere partiti e simboli nella speranza di renderle più attrattive. Arcobaleno, Rivoluzione Civile, Altra Europa con Tsipras, Potere al Popolo, La Sinistra... sul piano nazionale; una infinità di liste civiche sotto le denominazioni più fantasiose su scala locale. Le une e le altre presentate ogni volta come la soluzione finalmente scoperta per uscire dalla marginalità, e ogni volta finite nello sconforto. Ora pare sia la volta dell'appello a De Magistris da parte del PRC per le prossime elezioni politiche, una sorta di Ingroia 2.0, vestendolo dei panni di un possibile salvatore. Altro giro, altro regalo. Auguri.


UNA RISPOSTA VERA ALLA CRISI DELLA SINISTRA, FUORI DA ILLUSIONI E IMPRECAZIONI

Dalla crisi della sinistra si può cercare di uscire solo da un'altra porta. O meglio, da due altre porte.

La prima è il terreno della ricomposizione di un fronte sociale di classe sul terreno della lotta. L'unità da ricercare sta innanzitutto qui. È singolare che i tanti predicatori dell'unità nelle urne non avanzino proposte e iniziative sul piano dell'unità di lotta della classe operaia. E non poche volte avallino scelte e posizioni, politiche o sindacali, che vanno in direzioni opposte.

Noi come PCL ci siamo mossi in questi anni in direzione della più ampia unità di lotta dell'avanguardia di classe, dal Coordinamento delle sinistre di opposizione al Patto d'azione anticapitalista, portandovi sempre il contributo delle nostre proposte, ma mai ponendole come condizione dell'unità d'azione. Al tempo stesso, in ogni raggruppamento unitario dell'avanguardia abbiamo posto la necessità della più ampia proiezione di massa contro ogni visione che confonda la massa col proprio ombelico.
Il problema che tutte le avanguardie hanno, se sono tali, non è quello di recintare il proprio perimetro ristretto, ma è quello di rianimare la resistenza della massa, infonderle fiducia nelle proprie forze, ricomporre l'unità delle sue file contro un avversario di classe determinato e agguerrito come mai in passato. GKN, Whirlpool, Alitalia... in ogni lotta particolare poniamo l'esigenza dell'unità generale delle lotte, e dunque di un piano d'azione che possa generalizzare le esperienze più avanzate, rafforzare la linea di resistenza, portarla sullo stesso terreno di radicalità oggi imposta dalla radicalità di padronato e governo. L'appello nazionale contro i licenziamenti, per l'occupazione delle aziende che licenziano, una cassa nazionale di resistenza, la rivendicazione unificante della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio va in questa direzione. Con la stessa logica unitaria e radicale interveniamo in ogni movimento, a partire oggi dalle mobilitazioni giovanili sul terreno cruciale dell'ambientalismo.

La seconda direzione riguarda la prospettiva politica. Senza una prospettiva politica, e dunque una direzione che la incarni, anche il più grande dei movimenti va a sbattere prima o poi contro il muro. Oppure viene usato da altri per altri scopi rispetto alle sue ragioni.
Oggi non c'è in campo una prospettiva politica riformista. Il crollo dell'URSS, la grande crisi capitalistica internazionale, le nuove contraddizioni tra gli imperialismi vecchi e nuovi per la spartizione del mondo, hanno chiuso da tempo quello spazio. Senza elaborare questo lutto si è destinati ogni volta a rinverdire vecchie e nuove illusioni senza futuro, prima nei Prodi, poi negli Tsipras, poi nei Sanchez, persino in Biden. Salvo uscirne ogni volta con le ossa rotte, come sinistra e soprattutto come classe lavoratrice, a tutto beneficio dei padroni e spesso delle destre più reazionarie.
,partit
Per questo poniamo al centro di tutta la nostra politica la prospettiva anticapitalista di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Non perché ci piace una formula più radicale, ma perché davvero non esiste altra prospettiva storicamente progressiva al di fuori di questa. Perché tutte le rivendicazioni più elementari, sul terreno del lavoro, del contrasto all'inquinamento, della lotta contro la pandemia, rimandano alla messa in discussione di questo sistema fin dalle sue fondamenta. Appunto una prospettiva di rivoluzione. L'alternativa non sono le riforme, ma la reazione.


LA RAGIONE ORGOGLIOSA DELLA NOSTRA PRESENZA ELETTORALE

Quando il PCL si presenta alle elezioni con questo programma. Anzi, proprio in ragione di questo programma ci presentiamo alle elezioni. Da inguaribili leninisti non ci interessa avere un buon programma da tenere in tasca. Ci interessa un programma d'azione da portare alle masse, nei luoghi di lavoro, nei sindacati, in ogni movimento e lotta degli sfruttati.

La coscienza di massa è lontana dalla comprensione della necessità di questo programma? Lo sappiamo bene, lo constatiamo ogni giorno. Lo vediamo nelle urne. Ma è una ragione in più per cercare di elevare questa coscienza, non per nascondere questo programma.

Questo programma riscuote oggi pochi voti? Verissimo. Ma questo non dipende dal fatto che il PCL si presenta alle elezioni, dipende dall'arretramento della coscienza generale – di cui certo non portiamo responsabilità, anche se ne subiamo gli effetti – e naturalmente dall'esiguità ad oggi delle nostre forze. Di certo non è rinunciando a presentare un programma che potremmo accrescerle. In ogni caso non è rinunciando a presentare un programma rivoluzionario che potremmo accrescere la coscienza dei lavoratori.

Oggi siamo la sola organizzazione, tra quelle interessate a presentarsi al voto, ad avere come programma la rivoluzione sociale, cioè il governo dei lavoratori. Per questo ci presentiamo da soli. Per nessun'altra ragione che questa. È possibile, sicuramente auspicabile, che in futuro altre tendenze e organizzazioni possano far proprio questo programma, magari passando e provenendo da altri percorsi. In quel caso un blocco elettorale attorno al comune programma sarebbe un fatto altamente positivo, ed anzi sarebbe la premessa di un comune partito marxista rivoluzionario, che resta la questione strategica decisiva. Senza la quale, fuori dalla quale, si è destinati ogni volta a ricominciare da capo.

Allora non vi interessa che vi sia una frammentazione di sigle e dunque una gran confusione a sinistra? Certo che ci interessa, anche perché ci danneggia. Danneggia la visibilità e riconoscibilità dell'unico programma comunista sommergendolo sotto una valanga di nomi e di sigle apparentemente similari, ma raccolte attorno a programmi riformisti, dunque utopici.
Forse sarebbe utile, non solo possibile, che le diverse organizzazioni (diversamente) riformiste si unissero elettoralmente per ridurre la confusione. Tanto più che non vi sono principi che le dividono. Di certo non si può chiedere di levare il disturbo a chi si batte per un governo dei lavoratori e intende presentare questo programma alla massa più larga, per farlo conoscere, per rafforzare anche per questa via la costruzione di un partito rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Fiat mundi

FCA, il governo Conte, la burocrazia sindacale

L'affare è di dominio pubblico: FCA chiede la copertura pubblica di 6,5 miliardi di credito bancario. Banca Intesa si mostra disponibile alla condizione di avere le spalle coperte dallo Stato. Il governo Conte offre alla banca le garanzie pubbliche richieste. In parole povere, se la FIAT non dovesse ripagare il debito alla banca, ci penserebbe lo Stato prendendo i soldi dalla fiscalità generale, quella che si regge per l'80% sui lavoratori salariati: soldi presi dalle tasche dei lavoratori, dai servizi pubblici, dalle spese sociali. Per di più per pagare un'azienda che per la sola fusione programmata con Peugeot conta su un utile netto di oltre 5 miliardi da distribuire agli azionisti.

L'operazione è talmente spudorata che la stessa stampa borghese non sa bene come presentarla. A maggior ragione Repubblica, oggi diretta dagli Agnelli. Così qualche opinionista illustre si affanna a spiegare che si tratta solo di una copertura giuridica formale, e che lo Stato in realtà non spenderà nulla. Ah sì? Vallo a spiegare a Banca Intesa. I banchieri sanno far di conto. L'automobile era già in sovrapproduzione prima della pandemia, oggi il mercato dell'auto è crollato dell'80%, come non si ricorda a memoria d'uomo. Per questo FCA chiede il soccorso bancario. Perché sa che la ripresa produttiva potrebbe in realtà combinarsi con una precipitazione ulteriore della crisi. Bene, ci pensa lo Stato! Lo Stato garantisce FCA sulla copertura bancaria, e protegge la banca dai rischi di FCA. È lo Stato dei capitalisti, come spiegava Marx, e svolge diligentemente il proprio ruolo.

Non solo. Il Presidente del Consiglio nella conferenza stampa di ieri è incappato in una domanda tanto elementare quanto insidiosa: “Darete 6,5 miliardi a un'azienda che ha la sede fiscale in Olanda?”. Il Presidente del Consiglio ha dato il meglio di sé rispondendo così: “Nel caso di FCA stiamo parlando, al di là della capogruppo, di fabbriche italiane, che occupano moltissimi lavoratori italiani. Il problema è semmai il dumping fiscale, un problema che affronteremo per non lasciare ad altri gli attuali privilegi”. Traduzione: FCA ha la sede legale in Olanda e Gran Bretagna perché lì paga tasse più basse che in Italia. Bisognerà quindi ridurre le tasse per i capitalisti in Italia in modo che non debbano andare in Gran Bretagna e in Olanda. È la politica di concorrenza tra gli stati capitalisti nella stessa fraterna Unione Europea per contendersi gli investimenti. Chi offre di più ai capitalisti? La gara è aperta, come in qualsiasi asta pubblica. Naturalmente, meno tasse pagano i capitalisti in questa corsa al ribasso, più si tagliano i servizi sociali e più lo stato si indebita con le banche chiedendo poi ai salariati di pagare il conto. La trattativa tra governo e gruppi capitalisti va dunque al di là del prestito a FCA.

Ma il quadro non sarebbe completo se non si parlasse del sindacato. La burocrazia sindacale si spella le mani nell'applaudire i 6 miliardi a FCA. E non solo i vertici di CISL e UIL, ma anche i dirigenti della CGIL e della FIOM. “Con il prestito a FCA il governo potrà cogestire il futuro”: così il Manifesto titola un'intervista rilasciata da Michele De Palma, segretario nazionale FIOM responsabile del settore automotive. Il quale parla di un reciproco riconoscimento tra FCA e FIOM all'interno della fabbrica, all'insegna – questo è il suo auspicio – di una cogestione alla tedesca. Tradotto: la CGIL mette una buona parola presso il governo per i 6,5 miliardi a FCA, basta che FCA non scarichi la CGIL.

L'unità nazionale tra governo, padroni, banchieri e burocrati viene dunque celebrata nel nome della FIAT. Corriere della sera (di Banca Intesa) e Repubblica (di FCA) dispensano incenso.
Questa è la democrazia borghese: “un paradiso per i ricchi, una trappola e un inganno per gli sfruttati” (Lenin).
Partito Comunista dei Lavoratori

La parola è alla lotta: sciopero generale!

Il protocollo d'intesa non tutela gli operai ma i capitalisti

15 Marzo 2020
La stampa borghese plaude al protocollo d'intesa tra direzioni sindacali e padronato. Le parole auliche si sprecano: “testimonianza dell'unità nazionale nel momento del bisogno”, “grande prova di responsabilità delle parti sociali in un momento difficile”, “le fabbriche al servizio del Paese”, e così via discorrendo lungo i sentieri consumati della retorica d'occasione. Il tutto sullo sfondo scenico di chi applaude affacciato al balcone magari intonando l'inno d'Italia. Ma se si sfronda la confezione ampollosa che avvolge la merce si scopre la sua realtà, quella di una truffa bella e buona.


NESSUN OBBLIGO PER I PADRONI

Le norme per la sicurezza sono del tutto evanescenti, persino nei dettagli. Mascherine, guanti, occhiali, tute, cuffie e camici conformi – previsti peraltro solamente quando il lavoro imponga una distanza interpersonale minore di un metro – non sono vincolanti: dipendono dalla disponibilità “di commercio” (testuale). Concretamente significa che non vi sono e non vi saranno nei prossimi giorni, dato che lo stesso governo che ha incensato il protocollo dichiara candidamente di aver distribuito solamente 5 milioni di mascherine, a fronte di una necessità immediata di 90 milioni di capi. Del resto, mancano oggi le mascherine consone persino per il personale medico e paramedico, esposto per questo più di altri al contagio. Si dovrebbe credere che lunedì saranno disponibili nelle fabbriche o nei magazzini della logistica?

Lo stesso vale per le misure di sanificazione delle postazioni di lavoro, mense, spogliatoi, che richiedono la disponibilità di liquidi igienizzanti oggi largamente assenti o non usati. Il protocollo non dice affatto che in assenza di queste misure la produzione deve essere sospesa. No. Dice che in questo caso le aziende potranno sospenderla, disponendo di ammortizzatori sociali. In altri termini, persino nel dettato formale dell'accordo l'inosservanza delle norme non prescrive l'obbligo dell'arresto della produzione ma solo la facoltà padronale di sospenderla. Il che significa che il padrone lo farà quando ne ha convenienza, come già oggi avviene in molti casi (magari a fronte di una crisi acuta di mercato), o proseguirà imperterrito a sfruttare i suoi operai senza dotarli di protezione. In ogni caso la garanzia per il lavoro è inesistente.


NESSUNA SANZIONE PER I PADRONI INADEMPIENTI

L'argomento per cui “i lavoratori potranno far leva sull'accordo per esigere il rispetto delle misure previste” manca dunque del presupposto necessario: l'accordo non prevede misure vincolanti ma solamente possibili.

Ciò è talmente vero che il protocollo non prevede alcuna sanzione o misura deterrente per i padroni che dovessero ignorarle. Nulla di nulla. La produzione può continuare come prima, come può continuare anche in caso di accertato contagio nel reparto di riferimento. Anche in questo caso non si prevede alcun obbligo di sospensiva, magari per allargare l'accertamento sanitario e sanificare la postazione di lavoro, ma solamente l'obbligo per il lavoratore di segnalare la propria condizione in modo da predisporre il suo isolamento. Se dunque – come in tanti casi è accaduto – il padrone mantiene la continuità della produzione nonostante la presenza di contagi, non incorre di per sé in alcuna sanzione, tutt'al più una ramanzina, o un comunicato di denuncia. Da questo punto di vista suona grottesca l'argomentazione di Landini, riportata da Il Manifesto: «se non ci sono le condizioni, non si lavora: non è che se l'azienda paga una multa poi può produrre». Perché la realtà è esattamente opposta: l'azienda può continuare a produrre senza pagare neppure una multa, di cui infatti nel protocollo non c'è traccia.


CHI PAGA GLI AMMORTIZZATORI?

Non solo. Quand'anche il padrone dovesse sospendere la produzione per predisporre migliori condizioni, chi pagherebbe il costo della sospensione?

Il protocollo ribadisce e copre il possibile sequestro delle ferie da parte del padrone, come ha fatto in queste ore Fincantieri. Significa che gli operai, magari in quarantena, devono farsi le ferie tappati in casa per poi lavorare in agosto, cioè nei fatti rinunciare alle ferie. Significa scaricare sui lavoratori il costo della crisi sanitaria a vantaggio dei profitti del loro padrone.

Poi c'è l'aspetto economico. Il protocollo fa riferimento alla disponibilità di ammortizzatori, cassa integrazione ordinaria ma anche un’estensione della cassa integrazione in deroga. Bene. Il problema è semplice: chi paga? È un tema che si pone da due punti di vista.

Il primo: la cassa integrazione prevede la decurtazione dello stipendio. Ma con 940 euro non si campa. E in ogni caso non è accettabile che gli stessi operai che hanno subito negli anni l'impoverimento dei propri salari, e che oggi si vedono privati persino del rinnovo del contratto, debbano stringere ulteriormente la cinghia, a fronte di aziende quotate in Borsa che hanno fatto nel solo 2019 ventiquattro miliardi di utili netti.

Secondo: chi paga la cassa integrazione straordinaria? Se la si paga in deficit, e quindi aumentando il debito pubblico con le banche, si finisce con lo scaricare il costo sui salariati per pagare nuovo debito e interessi sul debito (che già ammontano a 70 miliardi l'anno). Se la si paga attraverso la fiscalità generale si finisce anche qui col farla pagare ai salariati, visto che assieme ai pensionati reggono l'80% del carico fiscale.

Il protocollo su tutto questo è muto. È la silenziosa confessione che a pagare il conto saranno chiamati come sempre i lavoratori e le lavoratrici.


LA VERA PARTITA DI SCAMBIO TRA DIREZIONI SINDACALI E CONFINDUSTRIA

Il protocollo d'intesa tra Confindustria e vertici sindacali ha un significato politico che va ben al di là del testo e che al tempo stesso lo spiega.

Confindustria ottiene dalle burocrazie sindacali la copertura necessaria per continuare a produrre, mettendosi al riparo da eventuali misure di governi regionali. Il concetto è che se un’azienda chiude o sospende la produzione lo decide appunto l'azienda, magari in rapporto con la sua organizzazione territoriale, non un soggetto esterno: è esattamente quel principio di “autodeterminazione” cui Confindustria teneva.

La burocrazia sindacale dal canto suo ottiene la ricercata legittimazione di interlocutore istituzionale di Confindustria e governo. Il concetto è: “cari padroni, avete bisogno di noi se volete continuare a produrre, ammortizzando e controllando il conflitto di fabbrica”.

Questa è la vera partita di scambio, il resto è contorno. Ma ora il vero banco di prova del protocollo saranno da domani proprio le fabbriche e i luoghi di lavoro.


LA SALUTE NON SI BARATTA. ALLARGARE GLI SCIOPERI. SCIOPERO GENERALE

Gli scioperi operai tra martedì e venerdì hanno espresso una carica combattiva importante, nella sorpresa generale. Lo stesso incontro nella notte di venerdì tra sindacati, padroni e governo, e il relativo protocollo, ha lo scopo di sedare il conflitto o di imbrigliarlo in una cornice concordata. Ma non sarà facile né tanto meno scontato.

Il controllo operaio sulle condizioni del lavoro è diventato un terreno centrale dello scontro di classe. Non è un terreno nuovo. Cinquant’anni fa l'autunno caldo operaio, dopo una lunga stagione di sconfitte, rivendicò il controllo della salute in fabbrica. Fu, all'epoca, una delle principali rivendicazioni dei consigli dei lavoratori. Cinquant’anni dopo, il dramma del contagio del coronavirus ripropone con forza, in un quadro diverso, lo stesso tema.

La salute in fabbrica non può essere affidata né ai padroni né al governo. Sono i lavoratori e le lavoratrici che debbono verificare autonomamente le condizioni sanitarie del proprio lavoro in fabbrica. Queste condizioni oggi non ci sono, come attesta l'esperienza generale quotidiana, né possono essere garantite da un protocollo di cartapesta.

Per questo è necessaria la lotta. Per questo è necessario lo sciopero. Per questo è necessario unificare il movimento di sciopero che si è sviluppato nelle fabbriche, spesso spontaneamente, in un vero sciopero generale. Non uno sciopero simbolico e rituale, ma uno sciopero capace di durare sino a che nelle fabbriche e nelle aziende vi siano accertate condizioni di sicurezza per i lavoratori. E l'accertamento dev'essere affidato ai lavoratori stessi, attraverso i loro organismi sindacali fiduciari, a partire da RSU e RLS.

Unificante dev'essere anche la piattaforma di lotta dello sciopero: blocco dei licenziamenti, no alle ferie obbligate, garanzia del 100% del salario per i lavoratori, controllo operaio sulla condizione sanitaria in fabbrica (dispositivi, sanificazione delle postazioni, igienizzazione di mense e spogliatoi, riorganizzazione dei turni, della produzione e del trasporto).

A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!
Partito Comunista dei Lavoratori

Coraggiosa?

Dopo la vittoria di Bonaccini in Emilia, sorge una nuova stella a sinistra del PD.
Il risultato riportato dalla lista "Emilia-Romagna Coraggiosa Ecologista Progressista” all'interno della coalizione di centrosinistra è diventato il nuovo irresistibile magnete. Norma Rangeri per Il Manifesto non ha perso tempo per rivendicare in tutta Italia la replica di "Coraggiosa": «Tra le nostre speranze c'è anche quella che altri, a sinistra, prendano esempio dalla lista Coraggiosa» (martedì 28 gennaio). Nicola Fratoianni per Sinistra Italiana si è prontamente accodato il giorno dopo in una lunga intervista sullo stesso giornale dal titolo “Ora una Coraggiosa nazionale, alleata con il centrosinistra”.
Inutile dire che i risultati elettorali riportati dalle tre liste indipendenti a sinistra del PD (1% sommate) sono stati esibiti a riprova dell'operazione, nel nome del realismo, dell'”empatia col popolo della sinistra” e di tutto il tradizionale vocabolario frontista.

Ora, noi abbiamo detto e scritto sui magrissimi risultati delle sinistre indipendenti in Emilia. Vittima, secondo ogni evidenza, della polarizzazione dello scontro con Salvini e del richiamo del voto utile. E non vogliamo soffermarci qui sulle ragioni della nostra critica alla politica di queste formazioni, che va ben al di là dei fatti contingenti e dell'ambito elettorale. Il punto ora è un altro. Fratoianni ripropone a sinistra, come se nulla fosse avvenuto, l'eterna soluzione dell'accordo di governo col PD, la stessa prospettiva che aveva solennemente escluso appena otto mesi fa nella campagna elettorale delle europee. E lo fa col candore di chi rimuove la memoria.

Non è bastato il primo governo Prodi, che col sostegno di Bertinotti, Ferrero e Rizzo, votò l'introduzione del lavoro interninale.
Non è bastato il governo D'Alema, che col sostegno di Cossutta, Diliberto, Rizzo, votò la parificazione tra scuola pubblica e scuola privata tra un bombardamento umanitario e un altro.
Non è bastato il secondo governo Prodi, che col sostegno di Ferrero e Diliberto, votò la più grande detassazione dei profitti del dopoguerra (Ires dal 34% al 27,5%).
Non è bastata, insomma, la distruzione del patrimonio di Rifondazione Comunista, che ha concimato il campo dell'ascesa populista, prima di Grillo e poi di Salvini.

No, ora si vuole replicare la stessa operazione, con forze infinitamente più esigue e in un contesto infinitamente peggiore... E a volerla replicare è quello stesso Nicola Fratoianni che in sodalizio con Gennaro Migliore sostenne in Rifondazione tutte le scelte governiste dei suoi segretari. Ogni volta nel nome del “realismo”, ogni volta per ripudio dell'”estremismo”.

Già, ma perché meravigliarsi? Sinistra Italiana al governo col PD c'è già, con lo strapuntino di un sottosegretario all'Istruzione, nello stesso ministero che non trova un euro per la scuola pubblica e per l'università. Forse spera che la prossima volta, con maggior peso negoziale, possa ottenere dal PD almeno un ministero. È una speranza fondata. Sempre che l'attuale governo non spiani la strada alla destra di Salvini e Meloni, un po' frettolosamente sepolti in Emilia. Come i governi di centrosinistra hanno fatto regolarmente in passato.

E tuttavia la tragica ironia della sorte vuole che nello stesso giorno – 29 gennaio – in cui si rilancia per il futuro semplicemente la continuità del presente, i fatti si incarichino di presentare la realtà. È ufficiale: la ministra degli interni comunica che restano in piedi gli accordi con la Libia presi da Salvini e da Minniti, col loro carico di orrori, torture e stupri; col governo PD-M5S-LeU-Renzi che continua a finanziare una guardia costiera di trafficanti corrotti per riportare nei lager chi cerca la fuga nel mare. Inoltre, nello stesso maledettissimo giorno, il ministero del tesoro annulla “obblighi e sanzioni” per le aziende che delocalizzano (Il Sole 24 Ore, 30/1), mentre gli operai Whirlpool sono gettati su una strada da una proprietà protetta dal governo.
Ora, vedete, governare col PD è legittimo. Ed è legittimo sperare di continuare a farlo negli anni. Ma definirla una scelta “coraggiosa” forse è un tantino azzardato. A meno che per coraggio si intenda la faccia di bronzo. In questo caso indubbiamente abbonda.
Partito Comunista dei Lavoratori

Le ragioni di una opposizione a sinistra

Articolo pubblicato il 27 settembre su il Manifesto - La soddisfazione per la caduta agostana di Matteo Salvini, il ministro più reazionario del dopoguerra, è comprensibile. Chiunque abbia lottato per i diritti degli sfruttati non può che condividerla. Meno comprensibile a sinistra è l'apertura di credito al nuovo governo Conte. Il PD è stato negli anni un partito contrapposto al lavoro. Il voto determinante alla Legge Fornero, che ha spianato la strada a Salvini, lo diede il PD di Bersani. Renzi ha aggiunto al carnet la distruzione dell'articolo 18, ciò che neppure Berlusconi era riuscito a fare. Peraltro proprio Renzi è stato l'attore decisivo della formazione del nuovo governo, e la formalizzazione oggi di Italia Viva ne accresce ulteriormente il peso. Ora, un governo “di svolta” che si regge su Renzi non è già in sé una contraddizione in termini?

Il punto non è la legittimità parlamentare del nuovo governo, ma la sua natura di classe. Il primo voto di fiducia al Conte due non l'ha dato il Parlamento, ma il capitale finanziario, la Borsa, il Vaticano, le cancellerie dell'Unione Europea, il Presidente più reazionario della storia americana. Significa che i poteri forti, nazionali e internazionali, si sentono rassicurati dal ritorno al governo del PD quale partito organico di sistema. Di più: sperano che il PD possa “normalizzare” definitivamente il M5S, ripulirlo delle residue scorie, assimilarlo a un polo liberale stabile. Il voto del M5S a favore di Ursula von der Leyen in sede europea è un passo in questa direzione, come lo sono i negoziati in corso tra M5S e PD nelle regioni.

Peraltro il programma del nuovo governo, al netto di ogni retorica, riflette la sua natura: riduzione del cuneo fiscale con costo zero per i padroni; infrastrutture a tutto spiano; centralità del sostegno, fiscale e finanziario, al made in Italy. Mentre resta il Jobs Act, resta la Buona Scuola, resta la legge Fornero, restano nella loro “ratio” gli stessi decreti sicurezza, già peraltro sulla scia di Minniti. Resta insomma il lavoro sporco condotto dai precedenti governi. L'austerità non è rilanciata solo perché è ereditata. Le direzioni sindacali guadagnano il tavolo di concertazione, ma le ragioni del lavoro stanno dall'altra parte della barricata.

Il sostegno da sinistra al governo Conte, oltre che socialmente immotivato, è disastroso politicamente. Lasciare a Salvini e Meloni il monopolio dell'opposizione significa concimare la loro rivincita. È già avvenuto negli anni '90 e 2000, quando governi di centrosinistra nati “contro la destra”, e sostenuti dalla sinistra “radicale” (da Bertinotti a Rizzo), spianarono la strada due volte al ritorno di Berlusconi, oltre che al suicidio di Rifondazione. Sinistra Italiana pare ripetere, in peggio, la stessa esperienza, per di più con forze assai più marginali.

Credo che l'opposizione al nuovo governo sia l'unica scelta coerente di una sinistra classista. Una opposizione senza ambiguità: non basta dire che il Conte due “non è il nostro governo”, va detto che è un governo del capitale. Su questo terreno credo necessaria la più ampia unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, politiche e sindacali, in funzione della ripresa delle lotte sociali. Non c'è bisogno di (legittime) manifestazioni di partito camuffate da manifestazioni unitarie. C'è bisogno di costruire un'unità d'azione vera, che nel rispetto dell'autonomia di ogni soggetto – politico, sindacale, di movimento – muova dalla chiarezza di una scelta di campo: quello del lavoro, non del capitale.

Marco Ferrando

Papa Francesco con Salvini e Fontana

«L'unica famiglia a immagine di Dio è quella tra un uomo e una donna». «L'aborto è un crimine nazista». Sono il distillato del pensiero di Papa Francesco espresso ieri in occasione dell'incontro in Vaticano con il Forum delle associazioni familiari.

Non è un intervento casuale. Né solo un modo per assecondare il proprio uditorio d'Occasione, come scrive minimizzando il quotidiano Il Manifesto. Il Papa ha voluto intervenire dopo il trionfo della legalizzazione dell'aborto prima in Irlanda e poi in Argentina per alzare la diga contro la laicità e l'espansione dei diritti. La forte polemica dei vescovi argentini contro l'atteggiamento “pilatesco” del presidente Macri nello scontro sul diritto di aborto è un risvolto significativo della posizione papale.

Ma l'intervento del Papa coincide anche con la giornata di mobilitazione del Gay Pride in diverse città italiane, sullo sfondo di uno scenario politico che vede il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana dichiarare candidamente che “le famiglie arcobaleno non esistono”, e che l'”unica famiglia esistente è quella composta dal papà, dalla mamma, dai loro figli”. Ora, paradossalmente, persino Salvini di fronte a dichiarazioni tanto imbarazzanti del proprio ministro le aveva derubricate a mezza bocca, e ipocritamente, a opinioni personali. Il Papa invece non solo le ha riprese, ma le ha solennemente rivendicate in sede pubblica col plauso entusiasta di Gigi De Palo, già assessore alla famiglia della giunta Alemanno.

Questo è il cosiddetto Papa progressista, per anni decantato dalla cultura liberale (Scalfari) come protagonista di un nuovo corso democratico universale della Chiesa, e spesso portato in palma di mano dalle sinistre cosiddette radicali come esempio e riferimento di un altro mondo possibile. Vogliamo ricordare che tutti i partiti del Brancaccio, da Bersani ad Acerbo, un anno fa sottoscrissero un appello che rivendicava Papa Francesco tra i numi tutelari della nuova sinistra da ricostruire?

Ma i fatti hanno la testa più dura delle favole. Il Papa che fa il verso a un ministro omofobo non è un incidente. È il Papa che cavalca la deriva reazionaria che si sta dispiegando in Italia, per le stesse ragioni per cui contrasta il movimento delle donne e le sue vittorie sul piano internazionale. La verità è che la Chiesa è istituzionalmente un baluardo della conservazione mondiale. Lo è dal punto di vista sociale, come parte organica del blocco dominante e del capitalismo mondiale; lo è dal punto di vista ideologico e culturale contro i diritti delle donne e delle minoranza oppresse, a guardia del patriarcato e della sua tradizione millenaria.

È la riprova, una volta di più, che solo una posizione coerentemente anticapitalista può essere coerentemente anticlericale, e dunque coerentemente democratica e antipatriarcale.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il marxismo rivoluzionario ed il riformismo di fronte alla prova della Catalogna

 Ogni precipitazione dello scontro politico e sociale mette alla prova gli orientamenti generali della sinistra e ne svela la natura profonda. La precipitazione dello scontro tra Spagna e Catalogna è sotto questo profilo un caso di scuola. 

Lo Stato spagnolo ha dichiarato guerra alla Repubblica di Catalogna. Rajoy ha definito la dichiarazione di indipendenza “un atto criminale”. Il PP invoca la “repressione della ribellione”. Il Psoe annuncia che “la legalità tornerà in Catalogna con ogni mezzo necessario”. Ciudadanos chiede “un immediato piano di intervento senza limitarsi alle parole”. La magistratura legittima l'arresto dei “responsabili della sedizione” con una imputazione di stampo franchista che prevede decenni di galera. La prima pagina di El Pais grida a titoli cubitali “ Il Parlamento di Catalogna consuma un golpe contro la democrazia, lo Stato si appresta a soffocare la insurrezione” ( testuale, 28/10). Intanto dieci mila militari della guardia civil, ormeggiati nel porto di Barcellona, attendono disposizioni.

A cosa si deve questa minacciosa isteria reazionaria? A un fatto semplice. La Catalogna ha rotto con la monarchia spagnola. Lo ha fatto col referendum del primo Ottobre, quando oltre due milioni di catalani hanno sfidato la repressione poliziesca per esprimere la volontà di indipendenza. Lo ha fatto con la continuità di una mobilitazione di massa, in particolare dei giovani, che ha retto alla paralisi e alle indecisioni del governo della Generalitat e ha finito con l'imporre la dichiarazione della Repubblica. Nulla chiarisce meglio la natura del sentimento nazionale catalano, le sue radici storiche nella rivoluzione repubblicana e nell'opposizione al franchismo, quanto il coraggio della resistenza popolare a Madrid. E nulla chiarisce meglio la contiguità culturale di tanta parte dello Stato spagnolo col passato franchista quanto la furia repressiva contro la Catalogna.

PODEMOS E IZQUIERDA UNIDA CONTRO LA REPUBBLICA DI CATALOGNA 


In questo quadro il dovere elementare di una avanguardia di classe è quello di difendere la Repubblica di Catalogna contro la repressione di Madrid, dal versante di una prospettiva socialista. Dunque dal versante di una aperta battaglia politica dentro il movimento indipendentista per una egemonia di classe alternativa : in direzione di una Repubblica socialista di Catalogna, nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

Le sinistre riformiste di Spagna e Catalogna fanno l'opposto. La loro subalternità all'imperialismo spagnolo emerge in questi giorni in tutta la sua gravità. Prima hanno supplicato per mesi a mani giunte il “dialogo” tra la Spagna e la Catalogna, nel nome sempiterno della “democrazia”, del “reciproco rispetto”, della “ricerca di una soluzione concordata” tra lo Stato spagnolo e il movimento di massa catalano. Cioè tra oppressori e oppressi. Ora che la frattura annunciata si è definitivamente prodotta, non esitano a dissociarsi dalla dichiarazione di indipendenza. Naturalmente “criticano” l'adozione dell'articolo 155 da parte di Rajoy. Ma si affrettano a rassicurare l'opinione pubblica sciovinista sul fatto che sono assolutamente contrari alla Repubblica di Catalogna. Podemos dichiara che “ non c'è alcuna base di diritto per la dichiarazione di indipendenza” . La sindaca di Barcellona Ada Colau contesta la “scelta unilaterale del governo catalano”. Izquierda Unida afferma che la “dichiarazione di indipendenza è un atto di irresponsabilità e una oggettiva provocazione”..
La risultante di queste posizioni è una sola: la sinistra spagnola cosiddetta “radicale” volta le spalle alla Catalogna nel momento stesso in cui tutta la peggiore reazione spagnola affila le armi contro di essa.

L'INTERNAZIONALISMO DI ALBERTO GARZON 


Alberto Garzon, segretario di Izquierda Unida, cerca di razionalizzare questa posizione con una lunga dissertazione riportata dal quotidiano Il Manifesto.

Non è coerente essere comunista e indipendentista.... il comunismo è internazionalista” dichiara solennemente Garzon. Da qui una filippica interminabile contro una dichiarazione di indipendenza “priva di ogni legittimità”, “un gesto assolutamente antidemocratico” “un fatto di irresponsabilità”e via denunciando...

E' davvero una argomentazione rivelatrice. Il comunismo è internazionalista, non c'è alcun dubbio. Si batte (... a differenza di Garzon) per la rivoluzione socialista internazionale. Ma il programma del socialismo internazionale è chiamato a combattere assieme allo sfruttamento del lavoro ogni oppressione nazionale, ogni oppressione di una nazione dominante su una nazione dominata. Un popolo che opprime un altro popolo non può essere libero diceva Marx, rivendicando l'indipendenza repubblicana dell'Irlanda dalla corona britannica. La Repubblica sovietica di Lenin e di Trotsky, “libera unione di libere nazioni”, riconobbe perciò stesso il diritto di autodeterminazione, cioè di separazione,di tutte le nazionalità oppresse dalla vecchia Russia. Di più: la libera autodeterminazione delle nazionalità oppresse fu una delle bandiere della rivoluzione d'Ottobre e della Terza Internazionale Comunista: in polemica frontale con le posizioni scioviniste di quelle sinistre riformiste , che dopo aver votato i crediti di guerra dei propri imperialismi, rifiutavano di riconoscere i diritti nazionali dei popoli che i propri imperialismi opprimevano evocando.... il“rifiuto del nazionalismo” e i valori dell'Internazionalismo. Esattamente come oggi fa Izquierda Unida, che ai tempi di Zapatero sosteneva il governo dell'imperialismo spagnolo, ma oggi scopre...”l'internazionalismo comunista” per contrapporsi alla liberazione della Catalogna dalla Monarchia di Spagna.

A ognuno la sua coerenza. Nessuno certo contesta quella di Garzon. Ma lasciamo in pace...il comunismo.
Partito Comunista dei Lavoratori


Giù le mani dalla Catalogna!


Le misure annunciate dal governo Rajoy contro la Catalogna sono inaudite. Dopo aver scagliato la Guardia Civil contro persone inermi in coda per votare nel referendum del primo Ottobre, dopo aver arrestato i massimi esponenti del movimento indipendentista con l'accusa di sedizione, il governo spagnolo annuncia la destituzione del governo catalano, il commissariamento del Parlamento di Catalogna, la cancellazione della TV catalana, lo scioglimento dei Mossos e il loro rimpiazzo con forze militari di Madrid.
Si tratta di un vero e proprio colpo di Stato, con metodi di tradizione franchista.
Il Partito Popolare che si appresta a varare tali misure ha appena l'8,5% dei voti in Catalogna. Ma può contare sul sostegno compatto della monarchia, del Psoe, della magistratura, dell'esercito, dei corpi di polizia, del capitale finanziario, delle cancellerie dell'Unione Europea. Tutti uniti contro il diritto di autodeterminazione della nazione catalana, per paura della diffusione del contagio presso altre nazionalità oppresse di Spagna e d'Europa.

E' l'ora della mobilitazione al fianco del popolo Catalano.
Tutte le sinistre italiane hanno il dovere di un pronunciamento netto e incondizionato contro il colpo di Stato di Madrid. Il colpo di Stato di Madrid chiarisce una volta di più la natura oppressiva della Spagna verso la Catalogna. Chiarisce una volta di più le ragioni democratiche e progressive della volontà di indipendenza del popolo catalano dalla Spagna. Le posizioni ecumeniche assunte da tanta parte della sinistra italiana (“ Nè con la Spagna, né con la Catalogna”), o addirittura l'assimilazione demenziale della ribellione catalana al leghismo reazionario di casa nostra ( Il Manifesto), sono smentite clamorosamente dall'evidenza dei fatti. Tra uno Stato che opprime e una nazionalità politicamente oppressa, non si può essere equidistanti. Persistere tanto più oggi nella equidistanza sarebbe complicità con l'oppressione.

Facciamo appello a tutte le sinistre italiane- politiche, sindacali, associative, di movimento- per la più ampia mobilitazione a difesa della Catalogna contro la reazione spagnola. Portiamo la protesta sotto tutti i consolati spagnoli in Italia. No al colpo di Stato di Rajoy! Giu' le mani dalla Catalogna!

Nella mobilitazione unitaria a difesa della Catalogna contro il governo reazionario di Madrid porteremo la posizione indipendente dei comunisti rivoluzionari, già argomentata a più riprese su questo stesso sito:

- Immediata proclamazione della Repubblica Catalana.
- Abolizione del debito pubblico della Catalogna verso la Spagna.
- Nazionalizzazione delle banche catalane, senza indennizzo per i grandi azionisti, a tutela dei piccoli risparmiatori.
- Requisizione delle imprese in fuga dalla Catalogna sotto il controllo dei lavoratori.
- Appello al proletariato spagnolo per una mobilitazione comune contro il governo reazionario di Madrid.
- Organizzazione dell'autodifesa di massa catalana contro la repressione spagnola.
- Sviluppo delle strutture di autorganizzazione di classe e di massa, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei quartieri e loro centralizzazione democratica.

Per una Repubblica socialista di Catalogna nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa
.
Partito Comunista dei Lavoratori