Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta ferie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ferie. Mostra tutti i post

La democrazia di Carlo Bonomi

Confindustria va all'attacco ma chiede alla CGIL di disarmare le resistenze

In Italia occorre «una democrazia negoziale costruita e radicata su una grande alleanza pubblico-privato su cui il decisore politico non ha delega insindacabile per mandato elettorale, ma con cui esso dialoga incessantemente attraverso le rappresentanze del mondo dell'impresa, del lavoro, delle professioni, del terzo settore, della ricerca e della cultura. [...] una solida cornice di impegni decennali.» (Carlo Bonomi, Il Sole 24 Ore, 17 giugno)

Questo concetto della democrazia negoziale è la cifra della nuova politica di Confindustria. A Bonomi non basta la democrazia borghese tradizionale, quella per cui il parlamento “democraticamente eletto” (con leggi elettorali più o meno truffaldine, coi mezzi di informazione in mano ai capitalisti, coi mille strumenti di condizionamento e controllo della classe lavoratrice, dalle burocrazie sindacali al clero sino ai partiti borghesi, che son tutti sul libro paga dei padroni, come rivelano i loro stessi bilanci) esprime a sua volta il governo quale comitato d'affari della borghesia. No, Bonomi non si accontenta di soluzioni ordinarie. Vuole tenere il governo borghese sotto pressione, sottoporlo alla propria vigilanza, costringerlo a un rapporto vincolante e quotidiano con le richieste di Confindustria. Cui non basta un proprio governo, vuole anche dettargli direttamente il passo, i tempi, la direzione di marcia (gli «impegni decennali»), ben oltre i limiti della legislatura. In altri termini, vuole commissariare l'esecutivo. Quello di oggi e di domani.

Non è una petizione casuale. È in arrivo una massa gigantesca di risorse finanziarie di provenienza europea che Confindustria vuole intascare. Ma soprattutto avanza la più grande crisi del dopoguerra che scuote il capitalismo italiano come nessun altro in Europa. E Confindustria chiede infatti misure di guerra.

Confindustria chiede un impegno decennale nella riduzione del debito pubblico (gonfiato dai trasferimenti alle imprese, dalle garanzie statali sui crediti alle imprese, dai continui tagli di tasse ai capitalisti, oltre che dalla profonda recessione), e per questo denuncia una spesa sociale troppo sbilanciata sulla spesa previdenziale. Colpire la spesa per le pensioni è dunque il primo impegno decennale che Confindustria chiede al governo; la condizione per incassare la fiducia di banche e assicurazioni che investono sui titoli pubblici, tenere bassi gli interessi, ottenere finanziamenti a buon mercato.
Confindustria chiede l'abbattimento del costo del lavoro: taglio del cuneo fiscale a vantaggio delle imprese, e a carico della fiscalità generale (dunque dei lavoratori); cancellazione definitiva delle causali sui contratti a termine, visti da ora in poi come unica vera forma contrattuale e la via più agile per i licenziamenti; taglio delle ferie in agosto e massima flessibilità degli orari per recuperare produttività, ordini e commesse; distruzione annunciata di un milione e mezzo di posti di lavoro (secondo cifre confindustriali); ammortizzatori a più basso costo (“basta finanziamenti a pioggia” a sostegno del reddito) per liberare altri miliardi a favore dei profitti. Perché la pioggia di miliardi è produttiva se ingrassa i capitalisti, è assistenziale se sorregge i disoccupati, tra i quali i licenziati dai capitalisti. Questo è il secondo impegno decennale.

Ma Confindustria non si avventura da sola su questa linea d'attacco. Non segue la linea Marchionne del 2010-2011, quella dello scontro frontale con la FIOM e la CGIL. Al contrario. Prova a coinvolgere la CGIL nella «democrazia negoziale», ad assorbirla nella «solida cornice di impegni decennali»: Bonomi offre a Landini un posto al tavolo della concertazione, in cambio della sua funzione di ammortizzatore e controllore delle possibili resistenze della classe al programma confindustriale. “Non è il momento del conflitto, è il momento della mediazione sociale” ha replicato prontamente Landini, mostrando di aver colto e raccolto il segnale. La direzione è chiara: l'emergenza della grande crisi sospinge l'unità nazionale tra padroni e burocrazie, dove i padroni guidano e i burocrati seguono. Come sempre.

Rompere il patto sociale in gestazione, unire l'azione delle forze d'avanguardia attorno a una piattaforma indipendente, portare la piattaforma di lotta tra le masse per costruire un grande fronte unico di mobilitazione e resistenza, costruire nella lotta una direzione alternativa del movimento operaio e sindacale: sono i compiti dell'avanguardia di classe nella prova di forza che si prepara in autunno.
Partito Comunista dei Lavoratori

La febbre della ripartenza

L'arrembaggio della Confindustria, l'inganno del padronato “progressista”

21 Aprile 2020
Il padronato italiano fa semplicemente ciò che vuole, al di là degli accordi. L'essenziale, per loro, è tornare a fare profitti
Rulla il tamburo della ripartenza, sotto la pressione delle organizzazioni padronali. Il nuovo vertice di Confindustria ha fornito a questa pressione una spinta propulsiva nuova. La ripartenza non è (solo) una data futura al momento incerta, è un processo già in corso oggi; lento, a macchia di leopardo, ma continuativo. Un processo che attraversa diversi settori della produzione e tutte le aree geografiche del paese.

Una parte rilevante del lavoro salariato non si è mai fermato, in realtà. A inizio marzo, mentre il governo e le autorità sanitarie celebravano il “tutti a casa”, milioni di operai continuavano a varcare i cancelli delle fabbriche. Anche nelle zone di massimo contagio. Anche nel bergamasco, nel bresciano, nel piacentino, laddove il veto di Confindustria sulla zona rossa ha consumato un crimine che nessuno può ormai negare o ignorare.


IL PRESSING TRAVOLGENTE DELLA RIPARTENZA

Dopo il famoso protocollo d'intesa del 14 marzo tra sindacati e padroni, e i decreti governativi del 22 marzo, avallati dal sindacato, la sicurezza in fabbrica è rimasta un miraggio. In compenso la ripartenza produttiva si allarga, al di fuori di ogni regola e controllo. 105.727 imprese nell'ultimo mese hanno “comunicato” alle prefetture la continuità della produzione, usando la norma del silenzio assenso. Solamente 2296 sono state bloccate. Il resto ha avuto via libera, o per connivenza tra prefettura e padrone, o per l'impossibilità di fare le verifiche a causa della mancanza di personale e dei tempi necessari. Insomma, il padronato italiano fa semplicemente ciò che vuole, al di là del dettato formale degli accordi, o utilizzando le loro maglie larghe.

Ora il pressing si fa travolgente. Hanno un bel dire una parte di esperti e virologi che non vi sono le condizioni per ripartire in sicurezza, tanto più in Lombardia. Ha un bel dire il dottor Galli del Sacco di Milano che ciò che è acquisito in teoria non lo è affatto in pratica, che i tamponi sono ancora un numero esiguo, che sui kit sierologici c'è una guerra per bande tra aziende produttrici fuori da ogni controllo sanitario validante, che neppure su quantità e qualità delle famigerate mascherine si è raggiunto un risultato soddisfacente, che non si sa ancora dove isolare i contagiati, che senza riorganizzare l'intero sistema dei trasporti urbani e metropolitani la riapertura generale è un'avventura... Non serve. I padroni hanno il fiato sul collo della concorrenza estera, e questo basta. Sulla sicurezza simuleranno un po' di attenzioni, qualche gesto esemplare nei primi giorni, un po' di fumo negli occhi a uso e consumo delle telecamere. Finzioni. L'essenziale è che la vita normale riprenda il suo corso e rimonti la china. Che riprenda la borsa, che si possano macinare profitti, che si possano spartire i dividendi. Il resto è contorno, o rumore di fondo.


LA FIABA DI BRUNELLO CUCINELLI

A tirare la volata della ripartenza generalizzata c'è il fior fiore del made in Italy. Non solo la grande industria meccanica, la cantieristica, ma anche la moda, l'oreficeria, le costruzioni di yacht... Quel mondo delle grandi famiglie del capitalismo italiano, prodigo di pose progressiste, ospite ricercato dei salotti liberali, in realtà provvisto di un pelo sullo stomaco da far invidia alla foresta amazzonica.

In questi giorni diversi esponenti di questo mondo dorato sentono l'esigenza di aggiungere la propria voce al coro assordante della ripresa. Si distingue al suo interno il grande stilista umbro Brunello Cucinelli, proprietario di un'azienda dell'alta moda con stabilimenti in mezzo mondo, Cina inclusa, con un fatturato di tutto rispetto di 607,8 milioni nel 2019. «Dobbiamo pensare a garantire il cibo alle persone che lavorano con noi» dichiara compunto a La Stampa. «Capitalismo etico?» chiede l'intervistatore. «Il mercante onorevole» risponde il nostro con l'aria di chi si carica sulle spalle le sofferenze del mondo. «Come ha passato la quarantena?» incalza la giornalista. «Aiutando mia moglie a stirare, anche il copripiumone, una cosa complicatissima» risponde Cucinelli convinto di aver lustrato così la propria pietas. Dopo di che arriva finalmente al sodo: «Abbiamo detto da subito alle persone che lavorano con noi: non licenzieremo nessuno... In cambio ho chiesto due cose: la disponibilità a lavorare mezz'ora in più al giorno e lavorare in agosto tranne una settimana. In poco tempo recupereremo le settimane perse». Una generosità commovente.

Ecco, in questa intervista c'è uno squarcio di possibile futuro. La frontiera più avanzata del progresso che il capitale sa offrire ai salariati di fronte alla nuova grande recessione è un allungamento dell'orario quotidiano e l'annullamento delle ferie in cambio del lavoro. Una “offerta che non si può rifiutare”, con 25 milioni di nuovi disoccupati in arrivo nella sola Europa secondo le previsioni del FMI. Questo è il calcolo dei “mercanti onorevoli”.
C'è solo una eventualità che non hanno calcolato: che gli operai possano rifiutarsi di chinare il capo. Non avviene spesso nella storia, ma accade. E quando accade, tutto diventa possibile. Anche quello che nessun padrone potrebbe mai immaginare: che gli operai facciano a meno di lui.
Partito Comunista dei Lavoratori

La parola è alla lotta: sciopero generale!

Il protocollo d'intesa non tutela gli operai ma i capitalisti

15 Marzo 2020
La stampa borghese plaude al protocollo d'intesa tra direzioni sindacali e padronato. Le parole auliche si sprecano: “testimonianza dell'unità nazionale nel momento del bisogno”, “grande prova di responsabilità delle parti sociali in un momento difficile”, “le fabbriche al servizio del Paese”, e così via discorrendo lungo i sentieri consumati della retorica d'occasione. Il tutto sullo sfondo scenico di chi applaude affacciato al balcone magari intonando l'inno d'Italia. Ma se si sfronda la confezione ampollosa che avvolge la merce si scopre la sua realtà, quella di una truffa bella e buona.


NESSUN OBBLIGO PER I PADRONI

Le norme per la sicurezza sono del tutto evanescenti, persino nei dettagli. Mascherine, guanti, occhiali, tute, cuffie e camici conformi – previsti peraltro solamente quando il lavoro imponga una distanza interpersonale minore di un metro – non sono vincolanti: dipendono dalla disponibilità “di commercio” (testuale). Concretamente significa che non vi sono e non vi saranno nei prossimi giorni, dato che lo stesso governo che ha incensato il protocollo dichiara candidamente di aver distribuito solamente 5 milioni di mascherine, a fronte di una necessità immediata di 90 milioni di capi. Del resto, mancano oggi le mascherine consone persino per il personale medico e paramedico, esposto per questo più di altri al contagio. Si dovrebbe credere che lunedì saranno disponibili nelle fabbriche o nei magazzini della logistica?

Lo stesso vale per le misure di sanificazione delle postazioni di lavoro, mense, spogliatoi, che richiedono la disponibilità di liquidi igienizzanti oggi largamente assenti o non usati. Il protocollo non dice affatto che in assenza di queste misure la produzione deve essere sospesa. No. Dice che in questo caso le aziende potranno sospenderla, disponendo di ammortizzatori sociali. In altri termini, persino nel dettato formale dell'accordo l'inosservanza delle norme non prescrive l'obbligo dell'arresto della produzione ma solo la facoltà padronale di sospenderla. Il che significa che il padrone lo farà quando ne ha convenienza, come già oggi avviene in molti casi (magari a fronte di una crisi acuta di mercato), o proseguirà imperterrito a sfruttare i suoi operai senza dotarli di protezione. In ogni caso la garanzia per il lavoro è inesistente.


NESSUNA SANZIONE PER I PADRONI INADEMPIENTI

L'argomento per cui “i lavoratori potranno far leva sull'accordo per esigere il rispetto delle misure previste” manca dunque del presupposto necessario: l'accordo non prevede misure vincolanti ma solamente possibili.

Ciò è talmente vero che il protocollo non prevede alcuna sanzione o misura deterrente per i padroni che dovessero ignorarle. Nulla di nulla. La produzione può continuare come prima, come può continuare anche in caso di accertato contagio nel reparto di riferimento. Anche in questo caso non si prevede alcun obbligo di sospensiva, magari per allargare l'accertamento sanitario e sanificare la postazione di lavoro, ma solamente l'obbligo per il lavoratore di segnalare la propria condizione in modo da predisporre il suo isolamento. Se dunque – come in tanti casi è accaduto – il padrone mantiene la continuità della produzione nonostante la presenza di contagi, non incorre di per sé in alcuna sanzione, tutt'al più una ramanzina, o un comunicato di denuncia. Da questo punto di vista suona grottesca l'argomentazione di Landini, riportata da Il Manifesto: «se non ci sono le condizioni, non si lavora: non è che se l'azienda paga una multa poi può produrre». Perché la realtà è esattamente opposta: l'azienda può continuare a produrre senza pagare neppure una multa, di cui infatti nel protocollo non c'è traccia.


CHI PAGA GLI AMMORTIZZATORI?

Non solo. Quand'anche il padrone dovesse sospendere la produzione per predisporre migliori condizioni, chi pagherebbe il costo della sospensione?

Il protocollo ribadisce e copre il possibile sequestro delle ferie da parte del padrone, come ha fatto in queste ore Fincantieri. Significa che gli operai, magari in quarantena, devono farsi le ferie tappati in casa per poi lavorare in agosto, cioè nei fatti rinunciare alle ferie. Significa scaricare sui lavoratori il costo della crisi sanitaria a vantaggio dei profitti del loro padrone.

Poi c'è l'aspetto economico. Il protocollo fa riferimento alla disponibilità di ammortizzatori, cassa integrazione ordinaria ma anche un’estensione della cassa integrazione in deroga. Bene. Il problema è semplice: chi paga? È un tema che si pone da due punti di vista.

Il primo: la cassa integrazione prevede la decurtazione dello stipendio. Ma con 940 euro non si campa. E in ogni caso non è accettabile che gli stessi operai che hanno subito negli anni l'impoverimento dei propri salari, e che oggi si vedono privati persino del rinnovo del contratto, debbano stringere ulteriormente la cinghia, a fronte di aziende quotate in Borsa che hanno fatto nel solo 2019 ventiquattro miliardi di utili netti.

Secondo: chi paga la cassa integrazione straordinaria? Se la si paga in deficit, e quindi aumentando il debito pubblico con le banche, si finisce con lo scaricare il costo sui salariati per pagare nuovo debito e interessi sul debito (che già ammontano a 70 miliardi l'anno). Se la si paga attraverso la fiscalità generale si finisce anche qui col farla pagare ai salariati, visto che assieme ai pensionati reggono l'80% del carico fiscale.

Il protocollo su tutto questo è muto. È la silenziosa confessione che a pagare il conto saranno chiamati come sempre i lavoratori e le lavoratrici.


LA VERA PARTITA DI SCAMBIO TRA DIREZIONI SINDACALI E CONFINDUSTRIA

Il protocollo d'intesa tra Confindustria e vertici sindacali ha un significato politico che va ben al di là del testo e che al tempo stesso lo spiega.

Confindustria ottiene dalle burocrazie sindacali la copertura necessaria per continuare a produrre, mettendosi al riparo da eventuali misure di governi regionali. Il concetto è che se un’azienda chiude o sospende la produzione lo decide appunto l'azienda, magari in rapporto con la sua organizzazione territoriale, non un soggetto esterno: è esattamente quel principio di “autodeterminazione” cui Confindustria teneva.

La burocrazia sindacale dal canto suo ottiene la ricercata legittimazione di interlocutore istituzionale di Confindustria e governo. Il concetto è: “cari padroni, avete bisogno di noi se volete continuare a produrre, ammortizzando e controllando il conflitto di fabbrica”.

Questa è la vera partita di scambio, il resto è contorno. Ma ora il vero banco di prova del protocollo saranno da domani proprio le fabbriche e i luoghi di lavoro.


LA SALUTE NON SI BARATTA. ALLARGARE GLI SCIOPERI. SCIOPERO GENERALE

Gli scioperi operai tra martedì e venerdì hanno espresso una carica combattiva importante, nella sorpresa generale. Lo stesso incontro nella notte di venerdì tra sindacati, padroni e governo, e il relativo protocollo, ha lo scopo di sedare il conflitto o di imbrigliarlo in una cornice concordata. Ma non sarà facile né tanto meno scontato.

Il controllo operaio sulle condizioni del lavoro è diventato un terreno centrale dello scontro di classe. Non è un terreno nuovo. Cinquant’anni fa l'autunno caldo operaio, dopo una lunga stagione di sconfitte, rivendicò il controllo della salute in fabbrica. Fu, all'epoca, una delle principali rivendicazioni dei consigli dei lavoratori. Cinquant’anni dopo, il dramma del contagio del coronavirus ripropone con forza, in un quadro diverso, lo stesso tema.

La salute in fabbrica non può essere affidata né ai padroni né al governo. Sono i lavoratori e le lavoratrici che debbono verificare autonomamente le condizioni sanitarie del proprio lavoro in fabbrica. Queste condizioni oggi non ci sono, come attesta l'esperienza generale quotidiana, né possono essere garantite da un protocollo di cartapesta.

Per questo è necessaria la lotta. Per questo è necessario lo sciopero. Per questo è necessario unificare il movimento di sciopero che si è sviluppato nelle fabbriche, spesso spontaneamente, in un vero sciopero generale. Non uno sciopero simbolico e rituale, ma uno sciopero capace di durare sino a che nelle fabbriche e nelle aziende vi siano accertate condizioni di sicurezza per i lavoratori. E l'accertamento dev'essere affidato ai lavoratori stessi, attraverso i loro organismi sindacali fiduciari, a partire da RSU e RLS.

Unificante dev'essere anche la piattaforma di lotta dello sciopero: blocco dei licenziamenti, no alle ferie obbligate, garanzia del 100% del salario per i lavoratori, controllo operaio sulla condizione sanitaria in fabbrica (dispositivi, sanificazione delle postazioni, igienizzazione di mense e spogliatoi, riorganizzazione dei turni, della produzione e del trasporto).

A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!
Partito Comunista dei Lavoratori

Quale Italia è protetta?

L'Italia dei capitalisti e quella dei lavoratori

Drammatica crisi sanitaria, crollo delle borse, recessione in corso, panico tra i padroni, rivolta delle carceri hanno spinto verso una parziale unità nazionale tra governo Conte e destre reazionarie. Questo è il risvolto politico delle scelte delle ultime ore.

Il governo non è più in grado di reggere il peso della crisi sulle sue sole spalle, obiettivamente fragili. Le opposizioni non sono nelle condizioni né di riprovare una spallata, data l'emergenza in corso, né di imporre un governo di salute pubblica col proprio ingresso nell'esecutivo (ipotesi Giorgetti). La risultante è un nuovo precario equilibrio politico e istituzionale in cui il governo resta in sella ma concorda le misure con le opposizioni, e le opposizioni si presentano come ciambella di salvataggio del governo (per sottolineare la sua debolezza) nell'”interesse superiore della nazione”. La Presidenza della Repubblica ispira e benedice l'intera operazione. Mentre i sindacati sono muti, unico soggetto silente nello scenario pubblico, a misura della propria subalternità alla politica borghese.

L'estensione all'intero territorio nazionale delle misure eccezionali varate in Lombardia e in altre 14 province è il terreno dell'intesa istituzionale tra governatori del Nord e governatori del Sud. Le contrapposizioni tra governi regionali e governo nazionale avevano raggiunto un livello di guardia dopo l'estensione all'intera Lombardia della zona rossa, con trasmigrazioni incontrollate a Sud e provvedimenti dei governi del Sud totalmente autonomi dalle direttive del Viminale, una spirale che rischiava di andare fuori controllo. L'estensione delle misure straordinarie in tutta Italia ricompone l'intesa istituzionale, almeno per oggi.

Il principio della guerra al virus anche attraverso misure rigorose di contenimento del contagio è in sé incontestabile. Un governo dei lavoratori, se necessario, attuerebbe misure anche più drastiche. Il problema è che siamo in presenza non solo di un governo padronale, ma di un contesto da tempo segnato dallo strapotere dei padroni nei luoghi di lavoro ed in particolare nelle fabbriche, e ora di una nuova drammatica crisi capitalista, acuita dallo stesso coronavirus, che sta già scaricando i propri effetti sulle condizioni del lavoro. In questo contesto non vi sono e non vi possono essere misure socialmente neutre. Le stesse misure di contenimento del contagio hanno riflessi diversi sulle diverse classi, e a maggior ragione l'hanno e le avranno le misure prospettate, nel nome dell'emergenza, sul terreno economico sociale.


OPERAI SENZA PROTEZIONE, PADRONI CON (ANCOR) PIÙ POTERE

Gli strumenti di protezione sanitaria dei lavoratori e delle lavoratrici, e persino di normale igiene, sono largamente assenti nelle fabbriche. Gli operai dell'Ilva di Genova, ad esempio, sono costretti a richiedere persino la carta asciugamani nei bagni e i prodotti igienizzanti per disinfettare le postazioni di lavoro. Le spese annunciate dal governo in fatto di mascherine sono risibili rispetto alle necessità, e oltretutto di dubbia concretizzazione. Il tutto in un contesto in cui le scuole possono chiudere ma le fabbriche no. Le merci sono assai più protette di chi le produce.

Le ferie dei lavoratori sono messe a disposizione del padrone, per cui puoi essere obbligato a mangiarti le ferie d'agosto passandole in casa. La cassa integrazione in deroga è estesa ma non deve essere più contrattata col sindacato. È sufficiente informarlo, per di più successivamente al suo varo. E questo nel momento in cui la cassa integrazione già dilaga col relativo taglio dello stipendio, e il rinnovo dei contratti, a partire dai metalmeccanici, è di fatto cancellato in attesa di tempi migliori. Intanto, dietro lo scudo dell'emergenza, AcelorMittal e governo si accordano alle spalle degli operai mettendo lo stesso sindacato di fronte al fatto compiuto. E in Alitalia si procede alla soluzione spezzatino con migliaia di licenziamenti annunciati.


BRICIOLE PER LA SANITÀ E UNA PIOGGIA DI MILIARDI PER LE IMPRESE
Sul fronte stesso della sanità la montagna partorisce il topolino.
Per dare una misura delle necessità reali, il solo ampliamento delle terapie intensive (infermieri, letti, medicinali, ventilatori) richiederebbe qualcosa come dodici miliardi, secondo le stime del quotidiano di Confindustria (Il Sole 24 Ore, 10 marzo). Il governo ha stanziato un solo miliardo per la sanità nel suo insieme. In una situazione talmente penosa che persino i laboratori che devono esaminare i test sulla positività o meno sono costretti a impiegare 48 o 72 ore per dare i risultati a causa dell'assenza di uomini e di mezzi, con ricadute non indifferenti sulla protezione sanitaria collettiva. Nel mentre non ci sono risorse per i contratti pubblici, incluso il contratto di medici e infermieri impegnati al fronte per 12 ore al giorno (e più) in condizioni pietose.

In compenso, governo padronale e destre reazionarie annunciano nuove misure a sostegno delle imprese per decine di miliardi. Quando si trattava di investire sulla sanità o sulle pensioni obiettavano che il debito pubblico lo impediva e che bisognava salvare le banche (Salvini a suo tempo votò il pareggio del bilancio in Costituzione, su relazione di Giorgetti, e la Meloni la famigerata legge Fornero, mentre il PD naturalmente votò tutto). Sanità, pensioni, e scuola pubblica pagarono il conto. Ora le imprese dicono “se in passato si sono salvate le banche, oggi vanno salvate le imprese”. E il governo, Salvini e Meloni regalano alle imprese, oltre alla mano libera sui dipendenti, l'esenzione dal versamento dei contributi e la moratoria dei debiti verso le banche; e al tempo stesso regalano alle banche la garanzia pubblica sui crediti verso le imprese, in modo che non debbano fare nuovi accantonamenti patrimoniali. L'avvocato del popolo Conte e gli amici del popolo Salvini e Meloni si ritrovano nel sostegno ai padroni a spese del popolo. Non li unisce la lotta al contagio, ma l'accudimento della stessa classe e dei suoi profitti.

Contro tutto questo non c'è coronavirus che tenga. Ed anzi proprio la drammatica crisi sanitaria in corso sottolinea le responsabilità, passate e presenti, delle classi dominanti e di tutti i loro partiti.
"Italia zona protetta"? L'unica Italia realmente protetta è quella dei capitalisti e dei banchieri. Per questo l'Italia dei lavoratori e delle lavoratrici deve recuperare una propria proposta e iniziativa indipendente senza alcuna subordinazione all'unità nazionale. E lo deve fare non per disinteresse verso il tema del contagio ma per la ragione esattamente opposta: perché sanità e salute possono essere difese solo dai lavoratori, non da chi le ha sfasciate nell'interesse dei capitalisti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il coronavirus e la follia del capitalismo

Quale soluzione per l'emergenza?

Testo del volantino nazionale

L'emergenza sanitaria in corso è un'emergenza seria. Ma non è determinata esclusivamente dal virus. È causata in maniera determinante da un'organizzazione folle della società.

Per decenni la sanità pubblica è stata massacrata ovunque, per pagare il debito alle banche, per finanziare le grandi imprese, per detassare i profitti dei capitalisti. Per stare solo all'Italia, dal 2008 ad oggi sono stati tagliati al sistema sanitario ben 37 miliardi, mentre si pagano ogni anno 70 miliardi di soli interessi sul debito pubblico e quasi 30 miliardi di spese militari. Il risultato è che 9 milioni di persone devono rinunciare a curarsi, o per i costi delle prestazioni, o perché per una visita occorre aspettare un anno. E ora col coronavirus mancano i letti e i reparti per le terapie intensive, le mascherine, i tamponi, i medici e gli infermieri. E quelli che sono in servizio sono costretti a turni massacranti di 12 ore al giorno.

Ora tutti si chiedono quando arriverà il vaccino. Ma la ricerca scientifica pubblica è stata anch'essa tagliata per decenni per essere affidata all'industria farmaceutica, che investe nel profitto immediato, non certo nella programmazione del futuro. La ricerca scientifica sulla famiglia virale del coronavirus è stata chiusa nel 2006 (quando è scomparsa la SARS) per il semplice fatto che le aziende farmaceutiche non avevano interesse a promuoverla. La ricerca oggi è solo un costo aziendale: si programma e si fa se l'incasso supera il costo, altrimenti può attendere. I malati fanno in tempo a crepare.

Ora, come non bastasse, gli stessi interessi capitalistici responsabili di questo disastro, travolti dal panico della recessione, presentano il conto ai lavoratori: nuovi licenziamenti, cassa integrazione, espulsione dei lavoratori precari. Nuovi tagli annunciati alla spesa sociale per “aiutare le imprese”, in realtà per tutelare il profitto dei capitalisti a spese di tutti gli altri.
Dove sta allora l'emergenza vera? Nella straordinarietà del virus o nell’organizzazione ordinaria e folle di questa società?

La verità è che il capitalismo è fallito, e non è riformabile. Occorre un’organizzazione della società completamente nuova in cui a comandare siano i lavoratori, non i grandi azionisti. In cui l'economia risponda al bisogno di tutti, non al profitto di pochi. I comunicati congiunti tra direzioni sindacali e Confindustria sono tanto più oggi inaccettabili. C'è bisogno, all'opposto, di una iniziativa indipendente del movimento operaio attorno a proprie rivendicazioni: giù le mani del profitto dalla salute!


- Blocco totale dei licenziamenti! No alle ferie obbligate!

- Pagamento al 100% dei salari dei lavoratori e delle lavoratrici impossibilitati/e dal virus a svolgere la propria attività normale o nella necessità di accudire i figli

- Investimento massiccio di risorse nella sanità pubblica. Massiccia e immediata assunzione di personale medico e paramedico. Investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria, e immediata stabilizzazione di tutti i ricercatori precari

- Requisizione e nazionalizzazione senza indennizzo della sanità privata, col pieno e immediato utilizzo delle sue strutture per fronteggiare l'emergenza

- Nazionalizzazione dell'industria farmaceutica, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori

- Nuovi presidi sanitari sul territorio per gestire questo intervento straordinario, a partire dalle terapie intensive

- Tassazione straordinaria (almeno al 10%) dei grandi patrimoni (sopra i 2 milioni individuali o i 4 familiari) per finanziare queste misure



A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!
Partito Comunista dei Lavoratori