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Video: È il momento dell'unità nella lotta! - Marco Ferrando - 23/03/2020



Non c'è nessuna unità nazionale da celebrare! Organizzare ed estendere gli scioperi, per uno #sciopero generale vero!
La #lotta deve continuare in tutte le forme possibili, per unire il fronte dei lavoratori attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti.
È il momento dell'#unità: ma nella chiarezza della lotta e della contrapposizione frontale al padronato e alle classi dirigenti!
1) A Bergamo, a Brescia, in Lombardia, e in situazioni similari di focolaio eccezionale del contagio in altre parti d'Italia, va attuata la “soluzione Codogno”. Un blocco totale di tutte le attività, ad eccezione ovviamente della sanità: l'unica via per contrastare il contagio e proteggere la popolazione. È una misura che andava presa congiuntamente a Codogno e che invece si è voluto evitare solo per compiacere #Confindustria e Federmeccanica lombarde e i loro interessi, come ha denunciato persino il sindaco PD di Brescia. Tanto più oggi va applicata senza esitazioni. E va ben al di là dei provvedimenti assunti dal governo nazionale e lombardo.
2) Nei luoghi di produzione e lavoro tenuti aperti, che vanno ben oltre il recinto della produzione alimentare e farmaceutica, vanno rivendicate condizioni di reale sicurezza, perché il protocollo di accordo tra sindacati e imprese non ha garantito un bel nulla. Senza condizioni di #sicurezza non si lavora. Gli #scioperi devono continuare sino alla conquista di queste condizioni. Le RSU e le RLS verificheranno in piena autonomia le condizioni del lavoro. Il #controllo operaio indipendente sulla sicurezza resta un terreno centrale di conflitto.
3) Va impedito che dietro la copertura del blocco delle attività e della sospensione della produzione vi siano padroni che preparano la chiusura delle fabbriche e il trasferimento di soppiatto di macchinari e impianti. I discorsi di marca padronale secondo cui “purtroppo molte aziende non riapriranno più” servono a preparare il terreno per queste pratiche. Nelle forme possibili va esercitata una vigilanza sindacale tesa a bloccare sul nascere queste operazioni, già attuate in tempi normali e oggi coperte dallo stato di eccezione.
4) I lavoratori e le lavoratrici dispensati dalla produzione e dal lavoro in ragione del blocco delle attività debbono avere una copertura salariale piena, ossia il 100% del #salario. Milioni di lavoratori e lavoratrici non possono subire la decurtazione di un salario già modestissimo, impoverito negli anni e spesso colpito dal mancato rinnovo contrattuale, tanto più a fronte della mole di miliardi che in varie forme vengono dati a imprese e banche. La rivendicazione del 100% del salario, a carico del padronato, ha valore unificante per tutto il mondo del lavoro.
A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

La lotta deve continuare!

Le ultime misure del governo non risolvono i problemi

22 Marzo 2020
Le pressioni dei sindaci dei territori massimamente infetti, il pronunciamento corale dei medici coinvolti, le iniziative autonome dei governatori regionali di Lombardia, Piemonte, Emilia e Veneto, con la minaccia di divaricazioni istituzionali, infine le pressioni delle direzioni sindacali, hanno spinto il governo ad estendere il blocco delle attività produttive, anche al di là di quanto deciso localmente dai governatori del Nord.

Le burocrazie sindacali hanno sintetizzato le ragioni della propria richiesta con le parole significative di Landini: «Bisogna evitare che la paura dei lavoratori si trasformi in rabbia». La continuità degli scioperi spontanei in centinaia di aziende, nonostante il protocollo di accordo tra sindacati e padroni, ha sicuramente lasciato il segno. I burocrati sindacali hanno avvisato governo e padronato del rischio di un’ulteriore propagazione del conflitto e della paura di non riuscire a controllarlo. Hanno dunque consigliato, nell'“interesse comune”, di disinnescare la miccia.

Il consiglio di Landini è stato evidentemente persuasivo, se ha indotto alla fine Confindustria a patteggiare la soluzione concordata, in cambio di nuovi miliardi di risorse pubbliche che il governo ha prontamente promesso ai padroni, e che saranno messe sul conto dei lavoratori.

Di certo questa chiusura di “unità nazionale” delle attività produttive non ha risolto alcun problema, né sanitario, né sociale.

1) A Bergamo, a Brescia, in Lombardia, e in situazioni similari di focolaio eccezionale del contagio in altre parti d'Italia, va attuata la “soluzione Codogno”. Un blocco totale di tutte le attività, ad eccezione ovviamente della sanità: l'unica via per contrastare il contagio e proteggere la popolazione. È una misura che andava presa congiuntamente a Codogno e che invece si è voluto evitare solo per compiacere Confindustria e Federmeccanica lombarde e i loro interessi, come ha denunciato persino il sindaco PD di Brescia. Tanto più oggi va applicata senza esitazioni. E va ben al di là dei provvedimenti assunti dal governo nazionale e lombardo.

2) Nei luoghi di produzione e lavoro tenuti aperti, che vanno ben oltre il recinto della produzione alimentare e farmaceutica, vanno rivendicate condizioni di reale sicurezza, perché il protocollo di accordo tra sindacati e imprese non ha garantito un bel nulla. Senza condizioni di sicurezza non si lavora. Gli scioperi devono continuare sino alla conquista di queste condizioni. Le RSU e le RLS verificheranno in piena autonomia le condizioni del lavoro. Il controllo operaio indipendente sulla sicurezza resta un terreno centrale di conflitto.

3) Va impedito che dietro la copertura del blocco delle attività e della sospensione della produzione vi siano padroni che preparano la chiusura delle fabbriche e il trasferimento di soppiatto di macchinari e impianti. I discorsi di marca padronale secondo cui “purtroppo molte aziende non riapriranno più” servono a preparare il terreno per queste pratiche. Nelle forme possibili va esercitata una vigilanza sindacale tesa a bloccare sul nascere queste operazioni, già attuate in tempi normali e oggi coperte dallo stato di eccezione.

4) I lavoratori e le lavoratrici dispensati dalla produzione e dal lavoro in ragione del blocco delle attività debbono avere una copertura salariale piena, ossia il 100% del salario. Milioni di lavoratori e lavoratrici non possono subire la decurtazione di un salario già modestissimo, impoverito negli anni e spesso colpito dal mancato rinnovo contrattuale, tanto più a fronte della mole di miliardi che in varie forme vengono dati a imprese e banche. La rivendicazione del 100% del salario, a carico del padronato, ha valore unificante per tutto il mondo del lavoro.

In conclusione: non c'è nessuna unità nazionale da celebrare. La lotta deve continuare in tutte le forme possibili per unire il fronte dei lavoratori attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Coronavirus: messaggio alle lavoratrici e ai lavoratori - Marco Ferrando


Messaggio di Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori, a tutti i lavoratori e le lavoratrici.
Il protocollo d'intesa non tutela gli operai ma i capitalisti.
La vostra lotta è la nostra lotta! Sciopero generale!
Gli #scioperi operai tra martedì e venerdì hanno espresso una carica combattiva importante, nella sorpresa generale. Lo stesso incontro nella notte di venerdì tra sindacati, padroni e governo, e il relativo protocollo, ha lo scopo di sedare il conflitto o di imbrigliarlo in una cornice concordata. Ma non sarà facile né tanto meno scontato.
Il #controllo operaio sulle condizioni del lavoro è diventato un terreno centrale dello scontro di classe. Non è un terreno nuovo. Cinquant’anni fa l'autunno caldo operaio, dopo una lunga stagione di sconfitte, rivendicò il controllo della salute in fabbrica. Fu, all'epoca, una delle principali rivendicazioni dei consigli dei lavoratori. Cinquant’anni dopo, il dramma del contagio del coronavirus ripropone con forza, in un quadro diverso, lo stesso tema.
La #salute in fabbrica non può essere affidata né ai padroni né al governo. Sono i lavoratori e le lavoratrici che debbono verificare autonomamente le condizioni sanitarie del proprio lavoro in fabbrica. Queste condizioni oggi non ci sono, come attesta l'esperienza generale quotidiana, né possono essere garantite da un protocollo di cartapesta.
Per questo è necessaria la #lotta. Per questo è necessario lo sciopero. Per questo è necessario unificare il movimento di sciopero che si è sviluppato nelle fabbriche, spesso spontaneamente, in un vero sciopero generale. Non uno sciopero simbolico e rituale, ma uno sciopero capace di durare sino a che nelle fabbriche e nelle aziende vi siano accertate condizioni di sicurezza per i lavoratori. E l'accertamento dev'essere affidato ai #lavoratori stessi, attraverso i loro organismi sindacali fiduciari, a partire da RSU e RLS.
Unificante dev'essere anche la piattaforma di lotta dello sciopero: blocco dei licenziamenti, no alle ferie obbligate, garanzia del 100% del salario per i lavoratori, controllo operaio sulla condizione sanitaria in fabbrica (dispositivi, sanificazione delle postazioni, igienizzazione di mense e spogliatoi, riorganizzazione dei turni, della produzione e del trasporto).
A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

La parola è alla lotta: sciopero generale!

Il protocollo d'intesa non tutela gli operai ma i capitalisti

15 Marzo 2020
La stampa borghese plaude al protocollo d'intesa tra direzioni sindacali e padronato. Le parole auliche si sprecano: “testimonianza dell'unità nazionale nel momento del bisogno”, “grande prova di responsabilità delle parti sociali in un momento difficile”, “le fabbriche al servizio del Paese”, e così via discorrendo lungo i sentieri consumati della retorica d'occasione. Il tutto sullo sfondo scenico di chi applaude affacciato al balcone magari intonando l'inno d'Italia. Ma se si sfronda la confezione ampollosa che avvolge la merce si scopre la sua realtà, quella di una truffa bella e buona.


NESSUN OBBLIGO PER I PADRONI

Le norme per la sicurezza sono del tutto evanescenti, persino nei dettagli. Mascherine, guanti, occhiali, tute, cuffie e camici conformi – previsti peraltro solamente quando il lavoro imponga una distanza interpersonale minore di un metro – non sono vincolanti: dipendono dalla disponibilità “di commercio” (testuale). Concretamente significa che non vi sono e non vi saranno nei prossimi giorni, dato che lo stesso governo che ha incensato il protocollo dichiara candidamente di aver distribuito solamente 5 milioni di mascherine, a fronte di una necessità immediata di 90 milioni di capi. Del resto, mancano oggi le mascherine consone persino per il personale medico e paramedico, esposto per questo più di altri al contagio. Si dovrebbe credere che lunedì saranno disponibili nelle fabbriche o nei magazzini della logistica?

Lo stesso vale per le misure di sanificazione delle postazioni di lavoro, mense, spogliatoi, che richiedono la disponibilità di liquidi igienizzanti oggi largamente assenti o non usati. Il protocollo non dice affatto che in assenza di queste misure la produzione deve essere sospesa. No. Dice che in questo caso le aziende potranno sospenderla, disponendo di ammortizzatori sociali. In altri termini, persino nel dettato formale dell'accordo l'inosservanza delle norme non prescrive l'obbligo dell'arresto della produzione ma solo la facoltà padronale di sospenderla. Il che significa che il padrone lo farà quando ne ha convenienza, come già oggi avviene in molti casi (magari a fronte di una crisi acuta di mercato), o proseguirà imperterrito a sfruttare i suoi operai senza dotarli di protezione. In ogni caso la garanzia per il lavoro è inesistente.


NESSUNA SANZIONE PER I PADRONI INADEMPIENTI

L'argomento per cui “i lavoratori potranno far leva sull'accordo per esigere il rispetto delle misure previste” manca dunque del presupposto necessario: l'accordo non prevede misure vincolanti ma solamente possibili.

Ciò è talmente vero che il protocollo non prevede alcuna sanzione o misura deterrente per i padroni che dovessero ignorarle. Nulla di nulla. La produzione può continuare come prima, come può continuare anche in caso di accertato contagio nel reparto di riferimento. Anche in questo caso non si prevede alcun obbligo di sospensiva, magari per allargare l'accertamento sanitario e sanificare la postazione di lavoro, ma solamente l'obbligo per il lavoratore di segnalare la propria condizione in modo da predisporre il suo isolamento. Se dunque – come in tanti casi è accaduto – il padrone mantiene la continuità della produzione nonostante la presenza di contagi, non incorre di per sé in alcuna sanzione, tutt'al più una ramanzina, o un comunicato di denuncia. Da questo punto di vista suona grottesca l'argomentazione di Landini, riportata da Il Manifesto: «se non ci sono le condizioni, non si lavora: non è che se l'azienda paga una multa poi può produrre». Perché la realtà è esattamente opposta: l'azienda può continuare a produrre senza pagare neppure una multa, di cui infatti nel protocollo non c'è traccia.


CHI PAGA GLI AMMORTIZZATORI?

Non solo. Quand'anche il padrone dovesse sospendere la produzione per predisporre migliori condizioni, chi pagherebbe il costo della sospensione?

Il protocollo ribadisce e copre il possibile sequestro delle ferie da parte del padrone, come ha fatto in queste ore Fincantieri. Significa che gli operai, magari in quarantena, devono farsi le ferie tappati in casa per poi lavorare in agosto, cioè nei fatti rinunciare alle ferie. Significa scaricare sui lavoratori il costo della crisi sanitaria a vantaggio dei profitti del loro padrone.

Poi c'è l'aspetto economico. Il protocollo fa riferimento alla disponibilità di ammortizzatori, cassa integrazione ordinaria ma anche un’estensione della cassa integrazione in deroga. Bene. Il problema è semplice: chi paga? È un tema che si pone da due punti di vista.

Il primo: la cassa integrazione prevede la decurtazione dello stipendio. Ma con 940 euro non si campa. E in ogni caso non è accettabile che gli stessi operai che hanno subito negli anni l'impoverimento dei propri salari, e che oggi si vedono privati persino del rinnovo del contratto, debbano stringere ulteriormente la cinghia, a fronte di aziende quotate in Borsa che hanno fatto nel solo 2019 ventiquattro miliardi di utili netti.

Secondo: chi paga la cassa integrazione straordinaria? Se la si paga in deficit, e quindi aumentando il debito pubblico con le banche, si finisce con lo scaricare il costo sui salariati per pagare nuovo debito e interessi sul debito (che già ammontano a 70 miliardi l'anno). Se la si paga attraverso la fiscalità generale si finisce anche qui col farla pagare ai salariati, visto che assieme ai pensionati reggono l'80% del carico fiscale.

Il protocollo su tutto questo è muto. È la silenziosa confessione che a pagare il conto saranno chiamati come sempre i lavoratori e le lavoratrici.


LA VERA PARTITA DI SCAMBIO TRA DIREZIONI SINDACALI E CONFINDUSTRIA

Il protocollo d'intesa tra Confindustria e vertici sindacali ha un significato politico che va ben al di là del testo e che al tempo stesso lo spiega.

Confindustria ottiene dalle burocrazie sindacali la copertura necessaria per continuare a produrre, mettendosi al riparo da eventuali misure di governi regionali. Il concetto è che se un’azienda chiude o sospende la produzione lo decide appunto l'azienda, magari in rapporto con la sua organizzazione territoriale, non un soggetto esterno: è esattamente quel principio di “autodeterminazione” cui Confindustria teneva.

La burocrazia sindacale dal canto suo ottiene la ricercata legittimazione di interlocutore istituzionale di Confindustria e governo. Il concetto è: “cari padroni, avete bisogno di noi se volete continuare a produrre, ammortizzando e controllando il conflitto di fabbrica”.

Questa è la vera partita di scambio, il resto è contorno. Ma ora il vero banco di prova del protocollo saranno da domani proprio le fabbriche e i luoghi di lavoro.


LA SALUTE NON SI BARATTA. ALLARGARE GLI SCIOPERI. SCIOPERO GENERALE

Gli scioperi operai tra martedì e venerdì hanno espresso una carica combattiva importante, nella sorpresa generale. Lo stesso incontro nella notte di venerdì tra sindacati, padroni e governo, e il relativo protocollo, ha lo scopo di sedare il conflitto o di imbrigliarlo in una cornice concordata. Ma non sarà facile né tanto meno scontato.

Il controllo operaio sulle condizioni del lavoro è diventato un terreno centrale dello scontro di classe. Non è un terreno nuovo. Cinquant’anni fa l'autunno caldo operaio, dopo una lunga stagione di sconfitte, rivendicò il controllo della salute in fabbrica. Fu, all'epoca, una delle principali rivendicazioni dei consigli dei lavoratori. Cinquant’anni dopo, il dramma del contagio del coronavirus ripropone con forza, in un quadro diverso, lo stesso tema.

La salute in fabbrica non può essere affidata né ai padroni né al governo. Sono i lavoratori e le lavoratrici che debbono verificare autonomamente le condizioni sanitarie del proprio lavoro in fabbrica. Queste condizioni oggi non ci sono, come attesta l'esperienza generale quotidiana, né possono essere garantite da un protocollo di cartapesta.

Per questo è necessaria la lotta. Per questo è necessario lo sciopero. Per questo è necessario unificare il movimento di sciopero che si è sviluppato nelle fabbriche, spesso spontaneamente, in un vero sciopero generale. Non uno sciopero simbolico e rituale, ma uno sciopero capace di durare sino a che nelle fabbriche e nelle aziende vi siano accertate condizioni di sicurezza per i lavoratori. E l'accertamento dev'essere affidato ai lavoratori stessi, attraverso i loro organismi sindacali fiduciari, a partire da RSU e RLS.

Unificante dev'essere anche la piattaforma di lotta dello sciopero: blocco dei licenziamenti, no alle ferie obbligate, garanzia del 100% del salario per i lavoratori, controllo operaio sulla condizione sanitaria in fabbrica (dispositivi, sanificazione delle postazioni, igienizzazione di mense e spogliatoi, riorganizzazione dei turni, della produzione e del trasporto).

A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!
Partito Comunista dei Lavoratori

Non siamo carne da macello! Scioperi operai al tempo del coronavirus

È necessario affermare ed estendere con la lotta un semplice principio: senza sicurezza non si lavora

12 Marzo 2020
In tutta Italia la pretesa dei padroni di far lavorare gli operai senza misure di sicurezza incontra la resistenza dei lavoratori. In molte fabbriche del Piemonte, nelle fabbriche del bresciano, alla Fincantieri di Marghera, alle acciaierie di Terni, all'Ilva di Taranto, si sono oggi moltiplicate azioni di sciopero contro l'atteggiamento padronale, con un'altissima partecipazione tra i lavoratori. La stessa FIOM nazionale (con addirittura FIM e UILM) è stata spinta dalla pressione operaia a prendere posizione, a definire «inaccettabili» le misure varate dal governo, a chiedere la fermata delle fabbriche metalmeccaniche sino al 22 marzo per «predisporre le misure di sicurezza necessarie nelle aziende».

Bene. Ora questa rivendicazione va estesa a tutti i comparti del lavoro interessati, al di là del settore metalmeccanico.

Ovunque i fatti dimostrano che le raccomandazioni del governo ai padroni e le rassicurazioni dei padroni al governo valgono meno della carta straccia. Ovunque l'esperienza quotidiana di milioni di lavoratori e lavoratrici documenta l'esistenza di condizioni di rischio legate alla plateale inosservanza delle norme di igiene e sicurezza più elementari. Ovunque i padroni usano la crisi come arma di ricatto sventolando la minaccia del licenziamento o della chiusura aziendale.
È a tutto questo che i lavoratori si ribellano.

È dunque necessario affermare con la lotta un principio di fondo: senza sicurezza non si lavora, punto. Le strutture sindacali debbono rivendicare ed esercitare una funzione autonoma di controllo sulle condizioni del lavoro, in ogni fabbrica, azienda, supermercato, treno, banca, ufficio, a partire dalla attribuzione di poteri decisionali ai Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS). Senza questo controllo, e senza che il controllo indipendente del sindacato abbia accertato o imposto condizioni di sicurezza, produzione e lavoro vanno bloccati. Perché i lavoratori non sono carne da macello, come ha dichiarato stamane un delegato intervistato di una fabbrica in sciopero. Sono quelli che col proprio lavoro reggono l'intera economia del paese. Sono quelli che la potranno dirigere domani. Anche per questo vanno oggi difesi e preservati.
Partito Comunista dei Lavoratori