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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Nuova emergenza, vecchio dramma

 


Pubblica responsabilità e responsabilità pubblica

12 Ottobre 2020

Una seconda ondata del contagio Covid-19 si è levata in larga parte d'Europa, a partire dalla Francia, dalla Spagna, dalla Gran Bretagna. In Italia il contagio ha ripreso a salire con una forte accelerazione, e una pesante concentrazione in alcune regioni del Sud, particolarmente in Campania. Il governo dispone misure più rigide in fatto di prevenzione sanitaria e si appella al comportamento corretto delle persone: usare le mascherine, mantenere i distanziamenti necessari, lavare frequentemente le mani. Disposizioni di buon senso sanitario, che solo l'imbecillità reazionaria dei complottisti e dei negazionisti può contestare.

E tuttavia questo appello alla pubblica responsabilità nasconde paradossalmente la responsabilità pubblica di chi lo promuove. Mancano i tamponi necessari, con code interminabili e umilianti davanti ai pronto soccorso; mancano i test rapidi salivari e sierologici, col conseguente ricorso obbligato (e costoso) al privato; manca spesso il tracciamento da parte delle ASL, a causa della drammatica penuria di personale; mancano medici e infermieri necessari per l'esecuzione dei test e i laboratori che li trattino; mancano le dosi necessarie del vaccino antinfluenzale, conteso tra regioni e farmacie; mancano molte migliaia di insegnanti perché non sono stati assunti coloro che ne avevano diritto; mancano i mezzi pubblici necessari per portare gli studenti a scuola in condizione di sicurezza.

Eppure sono trascorsi più di sei mesi dall'inizio della pandemia, tutti sapevano di una possibile seconda ondata in autunno, il governo si era prodigato quotidianamente in solenni rassicurazioni dell'opinione pubblica circa il fatto che nulla sarebbe stato più come prima. Invece tutto in sostanza è rimasto com'era, se si esclude l'aumento dei letti per la terapia intensiva. Nel mentre si allunga tragicamente la lista d'attesa per i malati di altre gravi patologie, a partire dai malati oncologici.
Chi si arricchisce in questa tragedia è solo la sanità privata, quella che a marzo aveva destinato al Covid... l'1% delle proprie prestazioni. Quella che ogni giorno “si lava le mani” mentre intasca i dividendi in Borsa.

La società borghese è un malato incurabile. Chi vuole risanarla è un illuso, non meno di chi pensa che possa scomparire per morte naturale.

Occorre che il movimento operaio e tutte le sue organizzazioni si battano per un investimento massiccio nella sanità pubblica, finanziato da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco: per assicurare screening, tracciamento, tamponi a tutti coloro che ne hanno bisogno; per predisporre ovunque presidi sanitari territoriali preposti a test e controlli, con la piena assunzione immediata del personale necessario; per assicurare in ogni scuola e luogo di lavoro una adeguata presenza medica; per ricostruire la medicina territoriale; per una sanità interamente pubblica, universale, gratuita, liberata dal mercato e dal profitto.

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà realizzare compiutamente tutto questo. Solo una rivoluzione può aprirgli la via.

Partito Comunista dei Lavoratori

Stato di emergenza

Pubblichiamo un contributo di riflessione interessante da parte di un compagno simpatizzante del PCL


Ricordate Matteo Salvini e il suo “…chiedo agli italiani pieni poteri”?
Stato di emergenza
All'approssimarsi del 4 maggio l’euforia della liberazione diventa palpabile. Complice il sole e l’avvicinarsi di una bella stagione (si spera), tutti quelli che sono rimasti in buona salute aspettano il momento in cui le misure disposte a contrasto della pandemia Covid 19 diventino un fatto concreto. L’ottimismo è obbligato, ma la completa libertà, è ancora lontana.
Sono in fila per entrare al supermercato. Bologna. Tutto procede, distanziamento rispettato, mascherine indossate, i più rigorosi, o impauriti, portano anche i guanti. Questa condizione durerà ancora a lungo.
In fila ci sono persone di tutte le età, donne e uomini in età da lavoro, pensionati. Nessun adolescente, questo fa pensare. E tanto sole. Nonostante il caldo, nessuna esibizione di mezze maniche. Meglio evitare anche un semplice raffreddore. O qualsiasi malanno che imponga un contatta diretto con la sanità, il medico di base, il numero verde, o peggio l’ospedale. Probabili reduci da notti di informazione Covid, hanno ascoltato troppe parole, ricavandone poche certezze.
In fila l’euforia della liberazione sembra spegnersi. Prevalgono mestizia e rassegnazione nell’accettare un cambio tanto radicale dell’esistenza. Si conversa al telefonino, ma ci si guarda bene dal rivolgersi a chi fisicamente è davanti o dietro di noi. Distanziamento fisico, e soprattutto psicologico. Ognuno, credo, è percepito come un potenziale portatore, un probabile veicolo d’infezione. Non può essere diversamente, se tutti noi ci siamo nutriti al quel festival della notizia e dell’allarme, che spesso appare come frutto illegittimo dello showbiz.

Rimozione
Si tende a dimenticare, a rimuovere. Aiutati da quella che è ormai diventata la retorica del coronavirus, si diluiscono nella memoria, se mai ne sono emersi, alcuni aspetti sostanziali del periodo che stiamo vivendo. “Andrà tutto bene!” Forse, ma non è detto. La cronaca si è fatta epopea di eroi. Ce n’è bisogno? Probabilmente è il frutto dell’elusione a una domanda che il nostro paese deve porsi, oggi più che mai: abbiamo maggior bisogno di eroi o forse è meglio fare affidamento su efficienti e sufficienti strutture sanitarie? Ripartiremo. Certo, a meno che non si metta in conto l’estinzione della specie umana. Ma come ripartiremo?
Ancora in fila. Il distanziamento impone precauzione e contingentamento degli ingressi. È l’emergenza.
Siamo in democrazia. Al telefonino impazzano quesiti serissimi su cosa comprare per il pranzo, quale sia il detersivo mancante, dove trovare il vino alla spina per risparmiare. Poi vengono i contenziosi familiari, le notizie scambiate su parenti e nonni, che da un momento all’altro non abbiamo potuto più incontrare. Finirà la clausura. Pochi giorni ancora, è vero. Ma i contenuti del comunicare, sospesi in una lontananza inconsapevole dalla gravità della situazione, portano a galla una domanda. Quanti, qui e ora attori di questo serpentone schietto e consumista, sono consapevoli fino in fondo di cosa è cambiato sopra le loro teste, da gennaio a oggi?

31 gennaio: viene dichiarato lo stato di emergenza
Quale è il livello attuale delle garanzie istituzionali verso il singolo, rispetto a quanto sancito dalla Costituzione, con particolare riferimento ai contenuti dell’art. 13. La domanda sorge spontanea seguendo le notizie di cronaca. In che modo sono cambiati i limiti delle inviolabili libertà personali?

Con un certo senso di incredulità ho assistito all’esercizio sproporzionato della dissuasione verso solitari bagnanti da parte di elicotteri in volo a bassa quota; ho letto di una multa inflitta (e prontamente tolta, con tante scuse) a una famiglia che portava la figlioletta leucemica in ospedale per un controllo; non è mancata la sanzione a chi, pur proditoriamente seduto con giornale, era in fila per entrare al supermercato. Multa nonostante l’osteoporosi; mancava il certificato. Non sappiamo com’è andata a finire. Nella rete delle sanzioni anche un solitario canoista. Che tentasse di contagiare i pesci? D’altro canto abbiamo assistito ai report delle scuse più fantasiose, creative e assurde, per poter giustificare la propria presenza fuori dai confini dell’abitazione.
Tutto questo può accadere perché il 31 gennaio è stato dichiarato lo “stato di emergenza” a causa della pandemia Covid 19. Sei mesi la durata.
Una prima considerazione: lo “stato di emergenza” non è previsto dalla nostra Costituzione. L’unica emergenza contemplata è lo stato di guerra (art. 78).
Il dispositivo emesso dal Consiglio dei Ministri è una delibera, e come tale non è soggetta all’approvazione del Parlamento.
È l’art. 5 della L. 225\1992 a istituire il Servizio Nazionale della Protezione Civile e a prevedere la possibilità di dichiarare lo “stato d’emergenza”. Rileviamo una contraddizione, che riguarda la sua durata. Nella legge è indicata in 180 giorni rinnovabili per una volta. Nel regolamento della Protezione Civile (art. 24, comma 3 del D. legislativo n.1 del 2\1\2018) si legge invece che lo stato di emergenza nazionale “non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”. Un chiarimento sarebbe utile.

Il decreto legislativo
Per l'attuazione degli interventi da effettuare durante lo stato di emergenza dichiarato a seguito degli eventi di cui all'articolo 2, comma 1, lettera c), si provvede anche a mezzo di ordinanze in deroga ad ogni disposizione vigente”.
Tanto potere viene attribuito al Consiglio dei Ministri, senza alcun passaggio parlamentare. A parte la prevista ratifica dei decreti legge. Che restano comunque efficaci per sessanta giorni.
Altra condizione che deve fare riflettere riguarda la natura stessa del decreto legislativo (fonte del regolamento di Protezione Civile). Esso ha forza di legge, e sancisce una delega del Parlamento al Governo, scavalcando il principio della separazione dei poteri. È il governo a legiferare, senza alcuna discussione in Parlamento. È accettabile?

Governo Conte bis
In principio era il Conte 1. La coalizione di governo Lega-5Stelle alla Camera di 344 deputati su 630. Fuori dalla maggioranza, risultavano ristretti in un unico vagone, passeggeri davvero incompatibili tra loro. Uno schieramento eterogeneo, a definirlo con un eufemismo, senza una concordanza d’indirizzi, che potesse riflettere una qualche efficacia politica. Diversa e un poco più ballerina per il governo la situazione in Senato.

Elezioni Europee del 26 maggio. La Lega arriva al 34%. Il Movimento 5Stelle si sgonfia fino al 17%, perdendone quasi il 19%. Diventa lecito qualche dubbio sulla rappresentatività del premier Conte. Salvini invoca nuove elezioni, ma le sue improvvide evoluzioni balneari, lo porteranno a dover subire il Conte bis.
Il Conte bis, o governo giallo-rosa entra in carica il 5 settembre. Tecnicamente dispone di una maggioranza in aula, ma solo considerando ancora attuali, e indicatori della volontà degli elettori i risultati del 4 marzo 2018. Fatto che i recenti sondaggi mettono in totale discussione. Molto è cambiato ad oggi, nelle percentuali di gradimento degli elettori.
L’attuale Governo, secondo i sondaggi, non ha il sostegno della maggioranza degli elettori. Questa condizione, certamente percepita a più livelli all’interno delle forze politiche, lo indebolisce, e lo allontana per naturale autodifesa, da una ricerca costante e ripetuta del confronto in Parlamento, per questo consultato nel limite dell’obbligo istituzionale. Pesa inoltre la perplessità a livello nazionale e internazionale sulla reale caratura politica del premier Conte, disposto a trasformare gli alleati politici in acerrimi nemici.

Quello che conta
Torniamo allo “stato d’emergenza”. Molte azioni legate alla vita quotidiana sono vietate o contingentate. Fino a data da destinarsi le nostre libertà personali restano limitate. E nonostante l’avvicinarsi della Fase 2, lo saranno anche dopo il 4 maggio. Al momento in cui scrivo non è possibile lasciare la propria residenza, se non per motivi di necessità o di salute, diversamente interpretati da regione a regione, attraverso i decreti attuativi. Passeggiare o correre non sempre è concesso. Ma non si vogliono descrivere qui solo le evidenze spicciole. C’è altro da sapere. Con sapore di paradosso.
Fino al 3 maggio non potrete sposarvi. Già, né in chiesa né in comune. Dopo si vedrà. Pensiamo a chi, magari travolto dalla tragedia del virus, poteva sperare in una pensione di reversibilità. È vita dura anche per i funerali. Esequie minime, solo al cimitero e la partecipazione ristretta ai familiari.
E in termini di diritti politici come vanno le cose? Nessuna manifestazione è possibile. Mentre scrivo so che non potrò partecipare alle celebrazioni del 25 aprile e del 1° maggio. Che restano però liberamente fruibili da chi rappresenta le Istituzioni. Una condizione che rappresenta un discrimine per chi dissente, e per tutti coloro che desiderano rendere pubblico il proprio punto di vista. Restano i social, ma l’accesso indiretto ai mezzi d’informazione esercitando il diritto di cronaca passivo, è più difficile, se non impossibile. Per essere fisicamente presenti, seppur distanziati, non viene lasciata che la finestra della disobbedienza, infrangendo la legge. Certo è vero che l’emergenza sanitaria esiste, ma a condizioni date l’esercizio delle prerogative politiche individuali ne è fortemente limitato.
Proviamo invece a vedere cosa è cambiato, con lo “stato di emergenza” dal punto di vista della produzione di beni. Prendiamo in esame due decreti della PdC emessi nelle date dell’11 e del 22 marzo 2020.
L’impressione che se ne ricava? Molto è possibile. Forse troppo. La delega è ampia per le imprese.
Un paragrafo, nel decreto dell’11, appare come una abdicazione al principio del distanziamento. “…laddove
non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento si impone l’uso di strumenti di protezione individuale”. Ma che genere di dispositivi si debbano indossare non è specificato. Ed è bene ricordare come in quel periodo le mascherine fossero pressoché introvabili. Senza distanza e senza protezioni quale tutela resta al lavoratore?
Abbiamo detto di una delega ampia. È bene ricordare la polemica scaturita dalla patente d’impunità rilasciata alle attività delle industrie “dell’aerospazio e della difesa”. Vengono definiti settori strategici. Dove si può lavorare a stretto contatto se dotati di strumenti di protezione individuale. Ritorna la domanda, quali?
Certo è che all’inizio di aprile Fincantieri annuncia il contratto con la Marina Militare: due sottomarini U 212 per una spesa di oltre un miliardo di euro. Se ne può fare a meno? A proposito, Fincantieri costruisce su licenza della Thyssen Krupp. Un nome che ricorda una pagina particolarmente dolorosa riguardo il capitolo delle morti sul lavoro. E relative impunità.
La produzione dell’F35 a Cameri continua. Cosa c’è di essenziale, oltre la tutela della salute degli operai, nell’assemblaggio di un cacciabombardiere dal costo di circa cento milioni di euro, cifra con cui si potrebbero realizzare mille posti letto di rianimazione.
Resta il fatto che fino al 4 maggio ogni imprenditore che ritenga la sua azienda essenziale all’interno della filiera produttiva potrà continuare a operare, inviando alla Prefettura una comunicazione. Vale il silenzio assenso. Secondo dati riferiti dalla Uil, attualizzati alla fine di marzo le richieste di deroga presentate sono state 15.980 in Emilia-Romagna, 14.279 in Lombardia, 4.664 in Piemonte. Quanti sono stati i controlli effettuati?

Concludiamo qui, ma già ora è urgente interrogarsi sui meccanismi di tenuta democratica del nostro paese. L’anomalia tutta italiana, di un governo nominato e non eletto, anche se prevista dalle leggi della Repubblica, indebolisce necessariamente l’azione di un esecutivo. Ancora di più la condizione delle due Camere, dove il divario tra la consistenza dei diversi gruppi e le attuali percentuali indicate dai sondaggi, rischia di trasformarle, in un sistema a circuito chiuso, lontano dal poter rappresentare efficacemente le istanze del paese.
Era davvero necessario dichiarare lo stato di emergenza? L’impressione è che venga svenduta dal sistema la grande illusione di vivere in una democrazia diffusa, dove la condizione irrinunciabile per partecipare è quella di dare potere ai tablet, ma quando le cose si fanno serie, le decisioni che contano si prendono nelle solite stanze.
In attesa della fase 2.
Mario De Pasquale



Art. 75 Cura Italia

(Acquisti per lo sviluppo di sistemi informativi per la diffusione
del lavoro agile e di servizi in rete per l'accesso di cittadini e
imprese)

1. Al fine di agevolare la diffusione del lavoro agile di cui
all'articolo 18 della legge 22 maggio 2017, n. 8, favorire la
diffusione di servizi in rete e agevolare l'accesso agli stessi da
parte di cittadini e imprese, quali ulteriori misure di contrasto
agli effetti dell'imprevedibile emergenza epidemiologica da COVID-19,
le amministrazioni aggiudicatrici, come definite dall'articolo 3
decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, nonche' le autorita'
amministrative indipendenti, ivi comprese la Commissione nazionale
per le societa' e la borsa e la Commissione di vigilanza sui fondi
pensione, in deroga ad ogni disposizione di legge diversa da quella
penale, fatto salvo il rispetto delle disposizioni del codice delle
leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto
legislativo 6 settembre 2011, n. 159, sono autorizzate, sino al 31
dicembre 2020, ad acquistare beni e servizi informatici,
preferibilmente basati sul modello cloud SaaS (software as a
service), nonche' servizi di connettivita', mediante procedura
negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara ai sensi
dell'articolo 63, comma 2, lett. c), del decreto legislativo 18
aprile 2016, n. 50, selezionando l'affidatario tra almeno quattro
operatori economici, di cui almeno una «start-up innovativa» o un
«piccola e media impresa innovativa», iscritta nell'apposita sezione
speciale del registro delle imprese di cui all'articolo 25, comma 8,
del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con
modificazioni, dall'art. 1, comma 1, L. 17 dicembre 2012, n. 221 e
all'articolo 4, comma 2, del decreto-legge 24 gennaio 2015, n. 3,
convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, L. 24
marzo 2015, n. 33.


Ovvero del fatto che il governo delle nostre vite è ad oggi e fino al 31 luglio, determinato da quanto consegue a uno “stato di emergenza”? Hanno consapevolezza di cosa significa e delle possibili conseguenze?
Quanti sono i cittadini in grado di recepire e interpretare i decreti e le leggi che ordinano il predetto stato? Credo che la risposta giusta sia pochi, pochissimi. La maggioranza dei cittadini basa le sue opinioni da quanto apprende dalla televisione e dal web. Pur riconoscendo che i dispositivi governativi e parlamentari sono accessibili con facilità dai siti dedicati, è da ritenere che ancora meno dei pochissimi siano andati alla consultazione diretta.
La coalizione al governo a fronte di una maggioranza di 353 deputati su 630, disporrebbe del consenso di soltanto il 37% degli elettori. Qualcuno può pensare di forzare i numeri, ma difficilmente si arriva a un plausibile 40%.

Nuovo protocollo, vecchia truffa

La nuova intesa tra governo, padroni, burocrazie sindacali

Non potendo portare la realtà al livello dell'esigenza umana, il protocollo adatta l'esigenza alla realtà. Quella del capitalismo, un'organizzazione della società che in Italia spende 30 miliardi annui in spese militari ma non può dare all'operaio nemmeno una mascherina

Il 24 aprile governo, padroni e burocrazie sindacali hanno stipulato un nuovo protocollo d'accordo per “la ripartenza”. Le direzioni sindacali lo hanno presentato come sviluppo del precedente protocollo d'intesa del 14 marzo. In realtà ne rappresenta in larga parte la ricopiatura. L'unica vera novità è il riferimento a non meglio precisati comitati territoriali che dovrebbero vigilare sul rispetto delle norme sanitarie nelle proprie zone. Per il resto nulla di nuovo. Una lunga serie di «possono...» quando si parla dei padroni, di «devono...» quando si parla dei lavoratori. I lavoratori «devono» (giustamente) restare a casa in caso di febbre superiore a 37,5 gradi e informare subito l'azienda se manifestano sintomi di influenza. L'azienda «potrà» disporre di misure protettive. La responsabilità della sicurezza è un obbligo per l'operaio, una facoltà per il suo padrone.

In realtà l'intera logica del protocollo è la “sicurezza” degli operai secondo le disponibilità dei padroni. Una modica quantità di salute compatibile con la legge del profitto, e con le sue miserie. Che questa sia il vero significato dell'intesa lo dimostra l'esempio banale delle mascherine, il dispositivo di protezione individuale elementare. Il protocollo riesce a dire tutto e il suo contrario sull'argomento. Dice che saranno le intese aziendali ad indicare i dispositivi di protezione individuale da adottare «sulla base del complesso dei rischi valutati». Dunque non esiste una prescrizione generale. Poi afferma che le mascherine dovranno essere garantite solo qualora il lavoro imponga di lavorare a distanza minore di un metro. Ma anche che l'adozione «è evidentemente legata alla disponibilità in commercio» delle stesse. Ma se «evidentemente» in commercio non se ne trovano?
Di più. Si dice che qualora un lavoratore accusi sintomi da Covid-19 dovrà essere posto in isolamento e «dotato, ove già non lo fosse, di una mascherina chirurgica». “Ove già non lo fosse”: dunque l'accordo riconosce, incidentalmente, che l'adozione della mascherina non è dovuta. Insomma, la defatigante trattativa notturna per stipulare l'intesa, di cui ci parlano le cronache, è stata spesa per trovare l'equilibrio fra tutto e il suo opposto. Tra il sì, il no, il forse. Un equilibrio effettivamente non facile, ma nulla a che fare con la sicurezza dei lavoratori.

L'esempio banale delle mascherine demolisce alla radice l'intero castello di carta del protocollo. Se non c'è garanzia neppure del dispositivo di protezione più elementare, se anzi neppure il protocollo la richiede, di cosa stiamo parlando?
La verità è che il protocollo non richiede la mascherina perché nella realtà se ne trovano poche. Secondo il Politecnico di Torino occorrerebbero 35 milioni di mascherine al giorno per coprire la ripartenza. Secondo Il Sole 24 Ore addirittura 40. Ma le 87 aziende rapidamente convertitesi alla loro produzione (perché attratte da incentivi fiscali) ne sfornano al massimo 3 milioni (tre!) su scala giornaliera, mentre il commercio mondiale alza ovunque barriere nazionali protezioniste a difesa dei propri articoli sanitari. Dunque, per dirla con la parole del protocollo, non c'è una adeguata disponibilità di commercio delle mascherine. Per non parlare dei loro prezzi e delle immonde speculazioni in materia.
Non potendo portare la realtà al livello dell'esigenza umana, il protocollo adatta l'esigenza alla realtà. Quella del capitalismo. Quella di un'organizzazione della società che in Italia spende quasi 30 miliardi annui in commesse militari ma non riesce ad assicurare all'operaio neppure venti centimetri di stoffa per la sua protezione dal contagio.

Per non vedere questa enormità occorre essere ciechi. Per non provare scandalo di fronte ad essa occorre essere cinici. Da inguaribili rivoluzionari non siamo né l'uno né l'altro.
Partito Comunista dei Lavoratori

Ripartenza di cosa?

La società borghese inciampa a ogni passo sulle contraddizioni che crea

Il Presidente del Consiglio ha annunciato la ripresa generale del lavoro il 4 maggio. Indistintamente, su tutto il territorio nazionale, quindi anche nelle regioni tuttora segnate da un alto tasso di contagio e mortalità, che peraltro sono le regioni in cui si concentra guarda caso il cuore della produzione industriale, e dove è più forte la pressione di Confindustria per la ripartenza.

Grande è lo sforzo della comunicazione pubblica nell'annunciare che la ripresa avverrà “ in sicurezza”. La raccomandano le autorità sanitarie, la garantiscono gli industriali. Gli stessi industriali che hanno posto il veto sulla zona rossa nel bergamasco, che hanno chiesto alle prefetture di produrre in deroga, che hanno licenziato operai che denunciavano la mancata osservanza delle regole. C'è qualcuno che oggi può credere alle loro "preoccupazioni"?


L'INCIAMPO DELLE MASCHERINE

Non è solo un problema di credibilità, ma anche di contraddizioni plateali. Persino sui temi più elementari.

Prendiamo il caso delle arcinote mascherine. A due mesi dall'inizio dell'emergenza sanitaria, la seconda potenza industriale d'Europa è ancora alle prese con la loro insufficienza. Una insufficienza macroscopica. Il giornale di Confindustria ci informa (21 aprile) che con la ripresa generalizzata saranno necessari 40 milioni di mascherine al giorno (due a testa per 20 milioni di lavoratori). Secondo la task force di Colao ne occorreranno 953 milioni al mese. «Fabbisogni impossibili da soddisfare», riconosce il quotidiano confindustriale, perché le 80 aziende che si sono buttate sul mercato per produrle, allettate dagli incentivi offerti, ne producono appena 3 milioni al giorno, mentre il commercio mondiale delle mascherine è ormai intasato dalla competizione di tutti contro tutti. Solo una larga riconversione produttiva di altri settori potrebbe far fronte al bisogno. Ma ciò richiederebbe misure drastiche e immediate di nazionalizzazione a garanzia della riconversione. Una bestemmia per Confindustria.


TAMPONI, TEST, LABORATORI. LA CRISI DELLA DIAGNOSTICA

Il problema dei tamponi e dei test sierologici non è da meno.

Il nuovo capo di Confindustria Carlo Bonomi ha sempre accompagnato la richiesta della riapertura con la garanzia della diagnostica. Di cui peraltro si occupa, guarda caso, la sua azienda. Questa garanzia è clamorosamente assente. La ripresa richiederebbe un esame tampone generalizzato a tutti i lavoratori, perché non si possono portare in fabbrica i positivi. Ma il numero dei tamponi oggi effettuato, a partire dalla Lombardia, resta irrisorio. Non dipende dalla mancata disponibilità dei tamponi, ma dall'assenza dei laboratori per l'esame dei dati: i laboratori pubblici sono stati tagliati, quelli privati prendono cifre da capogiro e sono comunque insufficienti.

Ancor più complicato è il quadro dei test sierologici, fondamentali per individuare gli immuni. Qui c'è una autentica guerra per bande tra aziende produttrici per accaparrarsi il mercato. In particolare in Lombardia. Da un lato la Diasorin, sponsorizzata dalla regione, che punta all'esclusiva di monopolio. Dall'altro la TecnoGenetcs che ha fatto ricorso al TAR contro la Diasorin. Parallelamente è in corso anche una gara nazionale gestita dall'Istituto Superiore della Sanità, che non si capisce come interagisca con lo scontro in Lombardia. L'unica cosa certa in questa guerra di mercato è che non esiste ad oggi un test sierologico nazionalmente validato e riconosciuto. E questo a pochi giorni dalla “ripartenza”. Solo una immediata nazionalizzazione dell'industria farmaceutica, un investimento concentrato su laboratori e ricerca pubblica, una massiccia assunzione di nuovi ricercatori e specialisti, risponderebbe alle necessità.


L'ENIGMA DEI TRASPORTI

Non ci sono solo problemi sanitari, ma anche di organizzazione del lavoro, e soprattutto di trasporto sul lavoro. Tutta la stampa borghese è costretta a riconoscere che non può esserci una condizione minima di sicurezza senza una riorganizzazione del trasporto: bus, tram, metropolitane, ferrovie regionali. Tuttavia le aziende di settore, largamente privatizzate, mettono le mani avanti.

ASSTRA, l'associazione nazionale maggiormente rappresentativa delle imprese di trasporto pubblico in Italia, è lapidaria: non sarà possibile incrementare il parco mezzi. La produzione richiederebbe tempi variabili che vanno dai 18 a 36 mesi a seconda della tipologia di mezzi, bus o treni. Peccato che le aziende che producevano mezzi pubblici siano state smantellate nello scorso decennio, a partire da Irisbus.
Si potranno allora, a parità di mezzi, aumentare le corse? No. «Non si potranno aumentare le corse come qualcuno ipotizza, perché mancano i mezzi, il personale e la capacità delle reti» dichiara al Corriere Andrea Gibelli, presidente di ASSTRA. Il distanziamento di sicurezza di un metro non sarà dunque possibile. Peraltro, ci informa Gibelli, «non sarebbe economicamente sostenibile». Il che taglia la testa al toro, dal punto di vista confindustriale. Dunque al lavoro con l'auto privata, in un nuovo vortice di inquinamento urbano? Alla faccia della salute.


TUTTI CERCANO DI PARARSI IL CULO

Non a caso in questa babele ogni attore in scena cerca di pararsi il culo scaricando sugli altri le proprie responsabilità. Il governo nazionale scarica le responsabilità delle scelte sui comitati di esperti, peraltro internamente divisi. Gli industriali cercano la copertura delle burocrazie sindacali per disincentivare sia gli scioperi che le cause giudiziarie. I governi regionali dicono che comanda il governo nazionale, e viceversa. In realtà tutti sanno che la ripartenza oggi è un'avventura, e nessuno vuole intestarsi la scelta senza chiamate di correo. L'unico punto di accordo generale è che gli operai devono tornare il fabbrica, mentre le scuole restano chiuse per tutelare gli studenti. Inutile cercare la logica, perché è solo quella del capitale.
Partito Comunista dei Lavoratori

La necessità di un ordine nuovo

La bancarotta delle classi dirigenti di fronte all'emergenza sanitaria

6 Aprile 2020
Ci siamo sentiti magnificare per trent’anni le virtù del capitalismo. Oggi osserviamo il suo clamoroso fallimento di fronte all'epidemia che sta investendo il mondo. Un fallimento talmente conclamato da entrare nella vita quotidiana di ciascuno, a ogni angolo della Terra. Lo stesso immaginario di miliardi di esseri umani è scosso, come non avveniva dai tempi di guerra, ma su scala geografica per molti aspetti ancora più estesa. Senza separazione tra le retrovie e il fronte, senza continenti immuni. È emblematico il tema della “sicurezza”. È stata sbandierata per anni e anni in tutto il mondo e da tutte le canaglie come corpo contundente contro gli immigrati, per avvelenare le coscienze, dividere gli sfruttati, invocare ordine pubblico e disciplina. Ma dove sono ora ordine e disciplina, dov'è la sicurezza, chi la minaccia davvero?


“ORDINE E SICUREZZA”, DOVE?

Nessuno risponderebbe oggi a queste domande con lo stesso vocabolario di ieri. Perché l'esperienza quotidiana di ognuno detta oggi bel altre risposte. Ospedali senza ventilatori, territori senza ospedali, mancanza di personale sanitario, medici e infermieri mandati in trincea senza strumenti protettivi, costretti a lavorare 12 ore al giorno e perfino a selezionare i malati da salvare, malati accatastati in pronto soccorso ingolfati, assenza di mascherine idonee per la maggioranza della popolazione, test tampone col contagocce, penuria dei test sierologici, migliaia di anziani abbandonati in case di cura che diventano case di morte, migliaia di malati che crepano in casa in una spaventosa solitudine senza essere neppure censiti come malati di Covid, o se censiti senza essere curati, milioni di salariati al lavoro in assenza di garanzie sanitarie, padroni che impongono la continuità produttiva in situazioni di massimo contagio moltiplicando morti e lutti..

Non è un film di fantascienza. È lo scenario quotidiano che oggi investe l'America e l'Europa. Non è il prodotto inevitabile della pandemia. È il fascio di luce che la pandemia ha proiettato sul volto della società borghese togliendole il trucco e i merletti. Ora tutti possono guardarla bene in faccia. Una società costruita sullo sfruttamento del lavoro, sul saccheggio dell'ambiente, sull'anarchia del mercato, è incapace di affrontare una pandemia naturale che oltretutto ha contribuito a innescare. Questa è la verità che nessuno può più negare o nascondere con qualche scrollata di spalle. Perché è sotto gli occhi di tutti. E tutti sono costretti a guardarla.


LA BABILONIA DELLA SOCIETÀ BORGHESE

Impressiona il contrasto tra le potenzialità dell’economia, della tecnologia, della scienza e la miseria delle risposte che il capitalismo sa offrire. Da un lato l'intelligenza artificiale, la robotica, le nuove frontiere della comunicazione. Dall'altro l'incapacità di produrre semplici mascherine e ventilatori in misura proporzionale al bisogno, e di distribuirli secondo un piano razionale.

Le filiere produttive sono mondiali. Ma ovunque si alzano barriere nazionali o continentali a tutela dei “propri” dispositivi sanitari, nel momento stesso in cui ciascun paese si rivela incapace di produrli secondo le proprie necessità. Per di più all'interno di ogni paese si scatena una guerra silenziosa per accaparrarsi i pochi strumenti disponibili e i relativi spazi di mercato. Tra governi nazionali e regionali, ma anche tra aziende e aziende. Aziende che fanno ordinazioni in proprio di materiali sanitari sul mercato nero per ottenere licenza di produrre a scapito della concorrenza. Aziende disponibili a produrre ventilatori, per interesse di mercato, che si scontrano col monopolio del brevetto che solo una di esse detiene. Aziende automobilistiche con le gomme a terra che si improvvisano produttrici di ventilatori e mascherine, naturalmente prive dei requisiti necessari, pur di ottenere licenza produttiva. Aziende farmaceutiche e biotech che ingrassano in Borsa come mai in passato, nonostante il fallimento del sistema sanitario che hanno contribuito a spolpare negli anni (magari a vantaggio delle cliniche private che loro stesse controllano). Aziende dell'industria bellica e aerospaziale che continuano come nulla fosse quali “attività economiche essenziali”, con la benedizione dei governi e degli alti comandi militari. Bande di faccendieri, cosche di speculatori, organizzazioni criminali, che fanno di questa miseria generale il proprio mercato...

È la legge della giungla. Il segno che la specie umana, sotto il capitale, vive ancora nella sua preistoria – come scriveva Marx – dominata dai codici del regno animale.


RIMETTERE IL MONDO IN PIEDI

Ovunque manca infatti la cosa più elementare: il censimento dei bisogni, l'organizzazione razionale della produzione e distribuzione dei prodotti sanitari o parasanitari per soddisfare i bisogni censiti, l'investimento concentrato di risorse in un piano economico a questo mirato. I mezzi tecnologici lo consentirebbero come in nessun'altra epoca e su scala internazionale. Un'economia pianificata sotto il controllo dei lavoratori avrebbe oggi davvero capacità immense. Ma il capitalismo è incapace di questo, perché non si regge sulla soddisfazione del bisogno, ma sull'accumulazione del profitto. Dunque, sull'anarchia della guerra di tutti contro tutti tra le stesse fila dei capitalisti, e sulla guerra comune dei capitalisti contro il lavoro salariato. In un certo senso l'economia di guerra, come è stata chiamata, non nasce oggi, è un elemento costitutivo del capitalismo e del suo spirito animale. Semplicemente la pandemia lo rivela e lo esaspera oltre misura. Come farà parallelamente la nuova grande recessione mondiale che si profila.

Marx scriveva che nella società borghese il mondo si appoggia sulla testa, e che è necessario rimetterlo in piedi. Questo è il compito di una rivoluzione. Il nuovo scenario internazionale che oggi si è aperto ripropone le ragioni della rivoluzione socialista in tutta la loro attualità. La specie umana sta oggi vivendo un'esperienza straordinaria e drammatica nella lotta contro la pandemia del Covid. Ma la storia dimostra che le esperienze drammatiche possono risvegliare intelligenze, passioni, volontà di riscatto, magari assopite in periodi ordinari. Così è accaduto nel ‘900, così può accadere di nuovo. Nuove generazioni si affacciano sulla scena del mondo, con una coscienza politica arretrata ma senza la zavorra delle sconfitte e delle delusioni. Dare una coscienza anticapitalista a chi cerca la via di un ordine nuovo è il ruolo di un'organizzazione rivoluzionaria. Un'organizzazione che fa la differenza.
Partito Comunista dei Lavoratori

Morire di posta ai tempi del coronavirus

Due dipendenti postali a Bergamo, uno a Lecce e uno a Merate sono morti per il contagio da Covid-19. La dirigente sindacale dell'SLC-CGIL Bergamo ha chiaramente denunciato la connessione tra il contagio e le condizioni di lavoro di portalettere e impiegati degli uffici postali.
In perfetta sintonia con i vertici di Confindustria, anche i vertici di Poste Italiane SpA sono pronti a sacrificare la vita e la salute dei lavoratori e delle lavoratrici nel nome della quadratura dei bilanci, della difesa degli imponenti utili e della concorrenza con le altre aziende private per difendere le proprie quote di mercato.
Una schifosa competizione mortifera nel nome del profitto, che mette in mostra come questa tragica pandemia sia diventata disvelatrice di tutte le inaccettabili contraddizioni di questa società.

Non è quindi un caso che, come per la gran parte della classe lavoratrice d'Italia, la salute e la sicurezza dei lavoratori sia considerata come inevitabilmente e inderogabilmente sacrificabile, ben più della garanzia dei profitti dei loro padroni e delle loro amministrazioni.
Così, nei vari decreti, si è molto dettagliati nel fornire garanzie, benefici fiscali e blocchi dei pagamenti – finanziati con le contribuzioni e le tasse della grande massa di salariati, gli unici che non possono evadere il fisco con le stesse gabole finanziarie dei loro padroni – ma non si è altrettanto precisi e dettagliati nel garantire misure di sicurezza, DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) e le loro caratteristiche minime (come le mascherine, il gel igienizzante e i guanti), pieno salario per i contagiati e a chi rimane a casa per il fermo delle lavorazioni a causa dell'emergenza e così via.
Per cui, padroni, ministri e burocrazie sindacali fanno riunioni e conferenze Skype, dal comfort sicuro delle loro regge, con cui decidono che i salariati devono continuare a lavorare senza tutele minime reali, senza contare tutta quella enorme fetta di lavoratori in nero, spesso e volentieri giovani e/o immigrati senza diritti e sotto ricatto, che non sono neppure sfiorati dai ragionamenti delle trattative.


LA RACCOMANDATA VAL BEN UN CONTAGIO: DOV'È' LA SICUREZZA?

Ma non serve andare così distante, perché anche l'azienda misto pubblico-privato più grande d'Italia, con 130.000 dipendenti – che hanno appena subito pesanti ristrutturazioni e riorganizzazioni aziendali in cambio di miseri aumenti salariali e riduzione di diritti e garanzie – e oltre 1,5 miliardi di utili in un anno, triplicati rispetto ai 500 milioni del 2018, sempre grazie ai sacrifici di quei lavoratori che ne sono ossatura e muscolatura, manda al macello tutti i giorni chi gli garantisce dividendi e fatturato.

Così Poste Italiane dà vita a un tragicomico valzer di fasulle misure di precauzione, dichiarate sulla carta, applicate a singhiozzo e col contagocce nei vari uffici postali, di recapito, centri di smistamento e produzione e negli uffici impiegatizi.
L'azienda ha ovviamente aspettato gli “obblighi” di un governo compiacente per cominciare a muovere i primi passi, e anche quando l'emergenza – dell'epidemia prima e della pandemia poi – era evidente e acclarata, le misure sono rimaste insufficienti, tardive e applicate a spizzichi e bocconi, spesso delegate direttamente all'autorecupero sul mercato locale dei singoli direttori e capisquadra.

Poste ha così la pretesa di far credere ai suoi dipendenti che basti mantenere un metro di distanza tra lavoratori e con gli utenti, incuranti del fatto che non si sta parlando di uffici statici e chiusi al pubblico, e giustificando così la mancanza della necessità di mascherine FFP2 o di quelle chirurgiche, guanti e gel igienizzanti, nonostante le disposizioni di Istituto Superiore di Sanità e Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nonostante questo alibi di carta, l'azienda ha fornito a ogni dipendente una maschera FFP2 con valvola – con un periodo di usura di 8 ore di utilizzo, ergo poco meno di un turno di lavoro, con la clausola che quella sarebbe dovuta bastare a tempo indefinito e che, per essere sicuri, sarebbe stato sufficiente “igienizzarla” con dell'alcol ogni giorno.
Passata una settimana, alle prime rimostranze dei vertici nazionali dei principali sindacati – CISL, CGIL, UIL, FAILP, UGL – le FFP2 vengono sostituite con cosiddette “mascherine” composte da due strisce sovrapposte di tessuto non tessuto – una sorta di panno cattura polvere con due buchi per le orecchie. Sostanzialmente inutili, perché dopo qualche ora di utilizzo si usurano, filtrano a malapena polveri e batteri, e non riescono a coprire contemporaneamente bocca e naso.

Queste farse sono ampiamente coperte dal decreto “Cura Italia”, che sembra curare principalmente tasche e interessi dei padroni ma non la salute pubblica e dei lavoratori. Infatti, mentre le mascherine chirurgiche vengono definite DPI, con un comma si permette di derogare sulle certificazioni senza stabilire caratteristiche minime da garantire, e si legittima la mancata fornitura ai lavoratori in caso di impossibilità di reperirle sul mercato, senza per questo prevedere il blocco delle lavorazioni.
In più, l'azienda, per rassicurare i lavoratori ha fatto nel giro di settimane e con estrema lentezza una sanificazione sola per ufficio, come se i lavoratori degli uffici di recapito non uscissero tutti i giorni per entrare a contatto con centinaia di persone e migliaia di portoni, ambienti e superfici potenzialmente contaminanti, per poi raggrupparsi nuovamente nell'ufficio. O come se gli uffici postali, a maggior ragione chiudendone qualcuno, non vedessero centinaia di persone entrare e uscire ogni giorno, per quanto scaglionate.

Negli uffici (postali e di recapito), intanto, si genera il caos con indicazioni sulle modalità di lavorazione dei prodotti a firma, quelli più a rischio perché richiedono il diretto contatto con l'utente. Un caos dovuto, appunto, ad una sconclusionata e parziale chiusura degli uffici postali in cui ritirare i prodotti giacenti, con cambiamenti quotidiani. Per fare un esempio, nel giro di qualche giorno si è passati dal blocco della consegna degli atti giudiziari all'obbligo di mettere l'avviso in cassetta (ergo facendo fare al postino un giro a vuoto, poi un secondo giro per la seconda comunicazione di giacenza il giorno dopo, e poi costringendo l'utente a recarsi all'ufficio postale, che magari nel frattempo è stato chiuso, per ritirare un atto di un procedimento giudiziario che probabilmente è stato sospeso o prorogato, sempre a causa dell'emergenza), e infine alla possibilità di immetterli in cassetta, come viene fatto per le raccomandate normali. Anche per l'immissione in cassetta delle raccomandate ordinarie si è passati dal mantenimento della consegna a mano per ditte e uffici alla "postalizzazione" anche per quei destinatari, accorgendosi che anche quei luoghi sono frequentati da persone potenzialmente contagiose.

Rimane che non sempre è possibile per il portalettere garantire di non trovarsi a meno di un metro da un utente o di entrare in contatto con un locale o una superficie potenzialmente contaminante, soprattutto dopo la conferma che il virus può rimanere attivo fino a 72 ore su plastica e metalli.

A tutto questo si aggiunge anche il mancato rispetto dei normali accordi sindacali e del limitato protocollo d'intesa siglato tra sindacati, governo e Confindustria. Infatti dapprima Poste si è accordata con le OOSS per una riduzione del 25% del personale in servizio attraverso una rotazione settimanale del personale, lasciando intendere l'utilizzo degli ammortizzatori sociali e in particolare della cassa integrazione all'80% del salario. Poi viene rimandato l'incontro per definire la remunerazione e l'inquadramento regolamentare di questa turnazione. Infine l'azienda ha deciso, unilateralmente e improvvisamente, di sospendere qualsiasi turnazione e di far tornare in servizio la totalità dei dipendenti in barba alle disposizioni finalizzate alla rarefazione delle presenze negli uffici di recapito.
Nonostante questo caos e l'emergenza sanitaria, non si sono mai interrotte le pressioni alla massimizzazione della consegna, con la consueta tiritera dei ricatti nei confronti dei precari, spingendo alla consegna dei prioritari anche delle zone spente per compensare la riduzione dei prodotti postali in consegna (con una mano tolgono carico lavorativo, con l'altra lo aumentano da dietro) e, comunque, continuando a far arrivare ai portalettere prodotti che non sono affatto urgenti, indispensabili, improrogabili o essenziali (come le pubblicità, le réclame, rendicontazioni, cartoline, etc.) nonostante gli impegni presi.


PICCOLE E TIMIDE REAZIONI. BISOGNA GENERALIZZARE LA LOTTA!

In risposta a tutto questo si sono sviluppate piccole e timide rimostranze tra alcuni portalettere.
Di fronte al blocco degli scioperi e alla definizione di servizio essenziale, in un settore non particolarmente noto negli ultimi anni per la sua combattività, lo spauracchio di ritorsioni anche pesanti ha dato il colpo di grazia a qualsiasi possibilità di vedere scintille di mobilitazione particolarmente conflittuali. A questo va anche aggiunto un abile lavoro dei vertici sindacali e della ramificata struttura sindacale della CISL – egemone in Poste Italiane – nel frenare qualsiasi spirito bollente, giustificare l'azienda, ridimensionare i timori sui rischi e quant'altro potesse venire comodo per buttare acqua sul fuoco.
Le uniche reazioni un po' più consistenti sono state astensioni dal lavoro in contestazione all'assenza di DPI e igienizzazioni, con lavoratori che hanno presentato rimostranze scritte o autodichiarazioni, facendo appello in particolare al Testo Unico sulla sicurezza (Decreto legislativo 81/08), tornando a casa o rimanendo nei piazzali a distanza di sicurezza attendendo la fine del turno di lavoro. Reazioni però a macchia di leopardo, spesso individuali e solo raramente capaci di coinvolgere i lavoratori di tutto un ufficio.
Tutti i sindacati di base – CUB Poste, SLG-CUB Poste, SI Cobas Poste, Cobas Poste – hanno fin da subito posto la rivendicazione del blocco del servizio, ma sono presenze assolutamente marginali e prive di reale influenza in questa azienda.
Anche settori territoriali particolarmente combattivi della SLC-CGIL, però, si sono lanciati fin da subito nella pretesa del blocco del servizio (fatte salve le reali lavorazioni essenziali e improrogabili, come i pagamenti delle pensioni e le consegne urgenti), come quello ligure e quello lombardo.

Anche con il decreto del 22 marzo, con cui viene intimato il blocco di una piccolissima parte della produzione, e a cui Confindustria si è opposta apertamente ottenendo un ulteriore affievolimento al primo elenco di attività da fermare, il governo non prevede nulla di diverso per il settore postale, delle consegne e della logistica. Considerandoli a pieno titolo servizi essenziali, non viene previsto alcun blocco temporaneo, nessuna particolare imposizione ai datori di lavoro e alle amministrazioni per quanto riguarda la fornitura di dispositivi di protezione individuali, nessuna particolare indicazione di quali merci, prodotti e servizi siano indispensabili e quali no.

Tutto questo mette in evidenza una cosa che era già chiara da principio, ma che viene sempre di più a galla: se il profitto, le rendite e i fatturati vengono prima della salute e della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, per imporre condizioni e misure di sicurezza necessarie per la salute pubblica e per i lavoratori stessi non rimangono che i rapporti di forza dati dalla lotta di classe e dalla combattività della classe lavoratrice.
E in questo diviene altrettanto evidente come le burocrazie sindacali, in particolare quelle confederali della triade CGIL-CISL-UIL, si presentino come incapaci, o peggio complici del padronato. Incapaci di difendere gli interessi della classe lavoratrice nel suo complesso e di organizzarla in termini sufficienti a porre la propria forza nella società per determinare scelte politiche, sociali ed economiche.

Per fare questo diviene oggi più che mai necessario coordinare in maniera autorganizzata tutte le realtà lavorative e gli uffici che hanno espresso forme di conflittualità; tutti i delegati e le delegate sindacali attivi nell'opporsi a questo stato di cose, a prescindere dalla loro appartenenza sindacale; tutti e tutte le lavoratrici e i lavoratori combattivi disposti ad attivarsi per pretendere il blocco delle operazioni postali per almeno quindici giorni e, laddove non sia possibile, la garanzia di condizioni igienico-sanitarie di lavoro e forniture di DPI per ridurre al minimo il rischio contagio o, altrimenti, fermare anche lì il lavoro.

Questo nel quadro e nella prospettiva di una unificazione di tutti i fronti del lavoro che si stanno mobilitando per pretendere che anche i lavoratori e le lavoratrici di tutti i settori non essenziali e emergenziali possano stare a casa per proteggersi e proteggere dal contagio, contro i decreti farsa del governo PD-M5S, contro le pretese sporche di sangue di Confindustria, e in alternativa alla linea morbida delle burocrazie sindacali nazionali.
Cristian Briozzo
I Dispositivi di Protezione Individuale forniti da Poste Italiane

La parola è alla lotta: sciopero generale!

Il protocollo d'intesa non tutela gli operai ma i capitalisti

15 Marzo 2020
La stampa borghese plaude al protocollo d'intesa tra direzioni sindacali e padronato. Le parole auliche si sprecano: “testimonianza dell'unità nazionale nel momento del bisogno”, “grande prova di responsabilità delle parti sociali in un momento difficile”, “le fabbriche al servizio del Paese”, e così via discorrendo lungo i sentieri consumati della retorica d'occasione. Il tutto sullo sfondo scenico di chi applaude affacciato al balcone magari intonando l'inno d'Italia. Ma se si sfronda la confezione ampollosa che avvolge la merce si scopre la sua realtà, quella di una truffa bella e buona.


NESSUN OBBLIGO PER I PADRONI

Le norme per la sicurezza sono del tutto evanescenti, persino nei dettagli. Mascherine, guanti, occhiali, tute, cuffie e camici conformi – previsti peraltro solamente quando il lavoro imponga una distanza interpersonale minore di un metro – non sono vincolanti: dipendono dalla disponibilità “di commercio” (testuale). Concretamente significa che non vi sono e non vi saranno nei prossimi giorni, dato che lo stesso governo che ha incensato il protocollo dichiara candidamente di aver distribuito solamente 5 milioni di mascherine, a fronte di una necessità immediata di 90 milioni di capi. Del resto, mancano oggi le mascherine consone persino per il personale medico e paramedico, esposto per questo più di altri al contagio. Si dovrebbe credere che lunedì saranno disponibili nelle fabbriche o nei magazzini della logistica?

Lo stesso vale per le misure di sanificazione delle postazioni di lavoro, mense, spogliatoi, che richiedono la disponibilità di liquidi igienizzanti oggi largamente assenti o non usati. Il protocollo non dice affatto che in assenza di queste misure la produzione deve essere sospesa. No. Dice che in questo caso le aziende potranno sospenderla, disponendo di ammortizzatori sociali. In altri termini, persino nel dettato formale dell'accordo l'inosservanza delle norme non prescrive l'obbligo dell'arresto della produzione ma solo la facoltà padronale di sospenderla. Il che significa che il padrone lo farà quando ne ha convenienza, come già oggi avviene in molti casi (magari a fronte di una crisi acuta di mercato), o proseguirà imperterrito a sfruttare i suoi operai senza dotarli di protezione. In ogni caso la garanzia per il lavoro è inesistente.


NESSUNA SANZIONE PER I PADRONI INADEMPIENTI

L'argomento per cui “i lavoratori potranno far leva sull'accordo per esigere il rispetto delle misure previste” manca dunque del presupposto necessario: l'accordo non prevede misure vincolanti ma solamente possibili.

Ciò è talmente vero che il protocollo non prevede alcuna sanzione o misura deterrente per i padroni che dovessero ignorarle. Nulla di nulla. La produzione può continuare come prima, come può continuare anche in caso di accertato contagio nel reparto di riferimento. Anche in questo caso non si prevede alcun obbligo di sospensiva, magari per allargare l'accertamento sanitario e sanificare la postazione di lavoro, ma solamente l'obbligo per il lavoratore di segnalare la propria condizione in modo da predisporre il suo isolamento. Se dunque – come in tanti casi è accaduto – il padrone mantiene la continuità della produzione nonostante la presenza di contagi, non incorre di per sé in alcuna sanzione, tutt'al più una ramanzina, o un comunicato di denuncia. Da questo punto di vista suona grottesca l'argomentazione di Landini, riportata da Il Manifesto: «se non ci sono le condizioni, non si lavora: non è che se l'azienda paga una multa poi può produrre». Perché la realtà è esattamente opposta: l'azienda può continuare a produrre senza pagare neppure una multa, di cui infatti nel protocollo non c'è traccia.


CHI PAGA GLI AMMORTIZZATORI?

Non solo. Quand'anche il padrone dovesse sospendere la produzione per predisporre migliori condizioni, chi pagherebbe il costo della sospensione?

Il protocollo ribadisce e copre il possibile sequestro delle ferie da parte del padrone, come ha fatto in queste ore Fincantieri. Significa che gli operai, magari in quarantena, devono farsi le ferie tappati in casa per poi lavorare in agosto, cioè nei fatti rinunciare alle ferie. Significa scaricare sui lavoratori il costo della crisi sanitaria a vantaggio dei profitti del loro padrone.

Poi c'è l'aspetto economico. Il protocollo fa riferimento alla disponibilità di ammortizzatori, cassa integrazione ordinaria ma anche un’estensione della cassa integrazione in deroga. Bene. Il problema è semplice: chi paga? È un tema che si pone da due punti di vista.

Il primo: la cassa integrazione prevede la decurtazione dello stipendio. Ma con 940 euro non si campa. E in ogni caso non è accettabile che gli stessi operai che hanno subito negli anni l'impoverimento dei propri salari, e che oggi si vedono privati persino del rinnovo del contratto, debbano stringere ulteriormente la cinghia, a fronte di aziende quotate in Borsa che hanno fatto nel solo 2019 ventiquattro miliardi di utili netti.

Secondo: chi paga la cassa integrazione straordinaria? Se la si paga in deficit, e quindi aumentando il debito pubblico con le banche, si finisce con lo scaricare il costo sui salariati per pagare nuovo debito e interessi sul debito (che già ammontano a 70 miliardi l'anno). Se la si paga attraverso la fiscalità generale si finisce anche qui col farla pagare ai salariati, visto che assieme ai pensionati reggono l'80% del carico fiscale.

Il protocollo su tutto questo è muto. È la silenziosa confessione che a pagare il conto saranno chiamati come sempre i lavoratori e le lavoratrici.


LA VERA PARTITA DI SCAMBIO TRA DIREZIONI SINDACALI E CONFINDUSTRIA

Il protocollo d'intesa tra Confindustria e vertici sindacali ha un significato politico che va ben al di là del testo e che al tempo stesso lo spiega.

Confindustria ottiene dalle burocrazie sindacali la copertura necessaria per continuare a produrre, mettendosi al riparo da eventuali misure di governi regionali. Il concetto è che se un’azienda chiude o sospende la produzione lo decide appunto l'azienda, magari in rapporto con la sua organizzazione territoriale, non un soggetto esterno: è esattamente quel principio di “autodeterminazione” cui Confindustria teneva.

La burocrazia sindacale dal canto suo ottiene la ricercata legittimazione di interlocutore istituzionale di Confindustria e governo. Il concetto è: “cari padroni, avete bisogno di noi se volete continuare a produrre, ammortizzando e controllando il conflitto di fabbrica”.

Questa è la vera partita di scambio, il resto è contorno. Ma ora il vero banco di prova del protocollo saranno da domani proprio le fabbriche e i luoghi di lavoro.


LA SALUTE NON SI BARATTA. ALLARGARE GLI SCIOPERI. SCIOPERO GENERALE

Gli scioperi operai tra martedì e venerdì hanno espresso una carica combattiva importante, nella sorpresa generale. Lo stesso incontro nella notte di venerdì tra sindacati, padroni e governo, e il relativo protocollo, ha lo scopo di sedare il conflitto o di imbrigliarlo in una cornice concordata. Ma non sarà facile né tanto meno scontato.

Il controllo operaio sulle condizioni del lavoro è diventato un terreno centrale dello scontro di classe. Non è un terreno nuovo. Cinquant’anni fa l'autunno caldo operaio, dopo una lunga stagione di sconfitte, rivendicò il controllo della salute in fabbrica. Fu, all'epoca, una delle principali rivendicazioni dei consigli dei lavoratori. Cinquant’anni dopo, il dramma del contagio del coronavirus ripropone con forza, in un quadro diverso, lo stesso tema.

La salute in fabbrica non può essere affidata né ai padroni né al governo. Sono i lavoratori e le lavoratrici che debbono verificare autonomamente le condizioni sanitarie del proprio lavoro in fabbrica. Queste condizioni oggi non ci sono, come attesta l'esperienza generale quotidiana, né possono essere garantite da un protocollo di cartapesta.

Per questo è necessaria la lotta. Per questo è necessario lo sciopero. Per questo è necessario unificare il movimento di sciopero che si è sviluppato nelle fabbriche, spesso spontaneamente, in un vero sciopero generale. Non uno sciopero simbolico e rituale, ma uno sciopero capace di durare sino a che nelle fabbriche e nelle aziende vi siano accertate condizioni di sicurezza per i lavoratori. E l'accertamento dev'essere affidato ai lavoratori stessi, attraverso i loro organismi sindacali fiduciari, a partire da RSU e RLS.

Unificante dev'essere anche la piattaforma di lotta dello sciopero: blocco dei licenziamenti, no alle ferie obbligate, garanzia del 100% del salario per i lavoratori, controllo operaio sulla condizione sanitaria in fabbrica (dispositivi, sanificazione delle postazioni, igienizzazione di mense e spogliatoi, riorganizzazione dei turni, della produzione e del trasporto).

A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!
Partito Comunista dei Lavoratori