Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Poste Italiane. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Poste Italiane. Mostra tutti i post

Morire di posta ai tempi del coronavirus

Due dipendenti postali a Bergamo, uno a Lecce e uno a Merate sono morti per il contagio da Covid-19. La dirigente sindacale dell'SLC-CGIL Bergamo ha chiaramente denunciato la connessione tra il contagio e le condizioni di lavoro di portalettere e impiegati degli uffici postali.
In perfetta sintonia con i vertici di Confindustria, anche i vertici di Poste Italiane SpA sono pronti a sacrificare la vita e la salute dei lavoratori e delle lavoratrici nel nome della quadratura dei bilanci, della difesa degli imponenti utili e della concorrenza con le altre aziende private per difendere le proprie quote di mercato.
Una schifosa competizione mortifera nel nome del profitto, che mette in mostra come questa tragica pandemia sia diventata disvelatrice di tutte le inaccettabili contraddizioni di questa società.

Non è quindi un caso che, come per la gran parte della classe lavoratrice d'Italia, la salute e la sicurezza dei lavoratori sia considerata come inevitabilmente e inderogabilmente sacrificabile, ben più della garanzia dei profitti dei loro padroni e delle loro amministrazioni.
Così, nei vari decreti, si è molto dettagliati nel fornire garanzie, benefici fiscali e blocchi dei pagamenti – finanziati con le contribuzioni e le tasse della grande massa di salariati, gli unici che non possono evadere il fisco con le stesse gabole finanziarie dei loro padroni – ma non si è altrettanto precisi e dettagliati nel garantire misure di sicurezza, DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) e le loro caratteristiche minime (come le mascherine, il gel igienizzante e i guanti), pieno salario per i contagiati e a chi rimane a casa per il fermo delle lavorazioni a causa dell'emergenza e così via.
Per cui, padroni, ministri e burocrazie sindacali fanno riunioni e conferenze Skype, dal comfort sicuro delle loro regge, con cui decidono che i salariati devono continuare a lavorare senza tutele minime reali, senza contare tutta quella enorme fetta di lavoratori in nero, spesso e volentieri giovani e/o immigrati senza diritti e sotto ricatto, che non sono neppure sfiorati dai ragionamenti delle trattative.


LA RACCOMANDATA VAL BEN UN CONTAGIO: DOV'È' LA SICUREZZA?

Ma non serve andare così distante, perché anche l'azienda misto pubblico-privato più grande d'Italia, con 130.000 dipendenti – che hanno appena subito pesanti ristrutturazioni e riorganizzazioni aziendali in cambio di miseri aumenti salariali e riduzione di diritti e garanzie – e oltre 1,5 miliardi di utili in un anno, triplicati rispetto ai 500 milioni del 2018, sempre grazie ai sacrifici di quei lavoratori che ne sono ossatura e muscolatura, manda al macello tutti i giorni chi gli garantisce dividendi e fatturato.

Così Poste Italiane dà vita a un tragicomico valzer di fasulle misure di precauzione, dichiarate sulla carta, applicate a singhiozzo e col contagocce nei vari uffici postali, di recapito, centri di smistamento e produzione e negli uffici impiegatizi.
L'azienda ha ovviamente aspettato gli “obblighi” di un governo compiacente per cominciare a muovere i primi passi, e anche quando l'emergenza – dell'epidemia prima e della pandemia poi – era evidente e acclarata, le misure sono rimaste insufficienti, tardive e applicate a spizzichi e bocconi, spesso delegate direttamente all'autorecupero sul mercato locale dei singoli direttori e capisquadra.

Poste ha così la pretesa di far credere ai suoi dipendenti che basti mantenere un metro di distanza tra lavoratori e con gli utenti, incuranti del fatto che non si sta parlando di uffici statici e chiusi al pubblico, e giustificando così la mancanza della necessità di mascherine FFP2 o di quelle chirurgiche, guanti e gel igienizzanti, nonostante le disposizioni di Istituto Superiore di Sanità e Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nonostante questo alibi di carta, l'azienda ha fornito a ogni dipendente una maschera FFP2 con valvola – con un periodo di usura di 8 ore di utilizzo, ergo poco meno di un turno di lavoro, con la clausola che quella sarebbe dovuta bastare a tempo indefinito e che, per essere sicuri, sarebbe stato sufficiente “igienizzarla” con dell'alcol ogni giorno.
Passata una settimana, alle prime rimostranze dei vertici nazionali dei principali sindacati – CISL, CGIL, UIL, FAILP, UGL – le FFP2 vengono sostituite con cosiddette “mascherine” composte da due strisce sovrapposte di tessuto non tessuto – una sorta di panno cattura polvere con due buchi per le orecchie. Sostanzialmente inutili, perché dopo qualche ora di utilizzo si usurano, filtrano a malapena polveri e batteri, e non riescono a coprire contemporaneamente bocca e naso.

Queste farse sono ampiamente coperte dal decreto “Cura Italia”, che sembra curare principalmente tasche e interessi dei padroni ma non la salute pubblica e dei lavoratori. Infatti, mentre le mascherine chirurgiche vengono definite DPI, con un comma si permette di derogare sulle certificazioni senza stabilire caratteristiche minime da garantire, e si legittima la mancata fornitura ai lavoratori in caso di impossibilità di reperirle sul mercato, senza per questo prevedere il blocco delle lavorazioni.
In più, l'azienda, per rassicurare i lavoratori ha fatto nel giro di settimane e con estrema lentezza una sanificazione sola per ufficio, come se i lavoratori degli uffici di recapito non uscissero tutti i giorni per entrare a contatto con centinaia di persone e migliaia di portoni, ambienti e superfici potenzialmente contaminanti, per poi raggrupparsi nuovamente nell'ufficio. O come se gli uffici postali, a maggior ragione chiudendone qualcuno, non vedessero centinaia di persone entrare e uscire ogni giorno, per quanto scaglionate.

Negli uffici (postali e di recapito), intanto, si genera il caos con indicazioni sulle modalità di lavorazione dei prodotti a firma, quelli più a rischio perché richiedono il diretto contatto con l'utente. Un caos dovuto, appunto, ad una sconclusionata e parziale chiusura degli uffici postali in cui ritirare i prodotti giacenti, con cambiamenti quotidiani. Per fare un esempio, nel giro di qualche giorno si è passati dal blocco della consegna degli atti giudiziari all'obbligo di mettere l'avviso in cassetta (ergo facendo fare al postino un giro a vuoto, poi un secondo giro per la seconda comunicazione di giacenza il giorno dopo, e poi costringendo l'utente a recarsi all'ufficio postale, che magari nel frattempo è stato chiuso, per ritirare un atto di un procedimento giudiziario che probabilmente è stato sospeso o prorogato, sempre a causa dell'emergenza), e infine alla possibilità di immetterli in cassetta, come viene fatto per le raccomandate normali. Anche per l'immissione in cassetta delle raccomandate ordinarie si è passati dal mantenimento della consegna a mano per ditte e uffici alla "postalizzazione" anche per quei destinatari, accorgendosi che anche quei luoghi sono frequentati da persone potenzialmente contagiose.

Rimane che non sempre è possibile per il portalettere garantire di non trovarsi a meno di un metro da un utente o di entrare in contatto con un locale o una superficie potenzialmente contaminante, soprattutto dopo la conferma che il virus può rimanere attivo fino a 72 ore su plastica e metalli.

A tutto questo si aggiunge anche il mancato rispetto dei normali accordi sindacali e del limitato protocollo d'intesa siglato tra sindacati, governo e Confindustria. Infatti dapprima Poste si è accordata con le OOSS per una riduzione del 25% del personale in servizio attraverso una rotazione settimanale del personale, lasciando intendere l'utilizzo degli ammortizzatori sociali e in particolare della cassa integrazione all'80% del salario. Poi viene rimandato l'incontro per definire la remunerazione e l'inquadramento regolamentare di questa turnazione. Infine l'azienda ha deciso, unilateralmente e improvvisamente, di sospendere qualsiasi turnazione e di far tornare in servizio la totalità dei dipendenti in barba alle disposizioni finalizzate alla rarefazione delle presenze negli uffici di recapito.
Nonostante questo caos e l'emergenza sanitaria, non si sono mai interrotte le pressioni alla massimizzazione della consegna, con la consueta tiritera dei ricatti nei confronti dei precari, spingendo alla consegna dei prioritari anche delle zone spente per compensare la riduzione dei prodotti postali in consegna (con una mano tolgono carico lavorativo, con l'altra lo aumentano da dietro) e, comunque, continuando a far arrivare ai portalettere prodotti che non sono affatto urgenti, indispensabili, improrogabili o essenziali (come le pubblicità, le réclame, rendicontazioni, cartoline, etc.) nonostante gli impegni presi.


PICCOLE E TIMIDE REAZIONI. BISOGNA GENERALIZZARE LA LOTTA!

In risposta a tutto questo si sono sviluppate piccole e timide rimostranze tra alcuni portalettere.
Di fronte al blocco degli scioperi e alla definizione di servizio essenziale, in un settore non particolarmente noto negli ultimi anni per la sua combattività, lo spauracchio di ritorsioni anche pesanti ha dato il colpo di grazia a qualsiasi possibilità di vedere scintille di mobilitazione particolarmente conflittuali. A questo va anche aggiunto un abile lavoro dei vertici sindacali e della ramificata struttura sindacale della CISL – egemone in Poste Italiane – nel frenare qualsiasi spirito bollente, giustificare l'azienda, ridimensionare i timori sui rischi e quant'altro potesse venire comodo per buttare acqua sul fuoco.
Le uniche reazioni un po' più consistenti sono state astensioni dal lavoro in contestazione all'assenza di DPI e igienizzazioni, con lavoratori che hanno presentato rimostranze scritte o autodichiarazioni, facendo appello in particolare al Testo Unico sulla sicurezza (Decreto legislativo 81/08), tornando a casa o rimanendo nei piazzali a distanza di sicurezza attendendo la fine del turno di lavoro. Reazioni però a macchia di leopardo, spesso individuali e solo raramente capaci di coinvolgere i lavoratori di tutto un ufficio.
Tutti i sindacati di base – CUB Poste, SLG-CUB Poste, SI Cobas Poste, Cobas Poste – hanno fin da subito posto la rivendicazione del blocco del servizio, ma sono presenze assolutamente marginali e prive di reale influenza in questa azienda.
Anche settori territoriali particolarmente combattivi della SLC-CGIL, però, si sono lanciati fin da subito nella pretesa del blocco del servizio (fatte salve le reali lavorazioni essenziali e improrogabili, come i pagamenti delle pensioni e le consegne urgenti), come quello ligure e quello lombardo.

Anche con il decreto del 22 marzo, con cui viene intimato il blocco di una piccolissima parte della produzione, e a cui Confindustria si è opposta apertamente ottenendo un ulteriore affievolimento al primo elenco di attività da fermare, il governo non prevede nulla di diverso per il settore postale, delle consegne e della logistica. Considerandoli a pieno titolo servizi essenziali, non viene previsto alcun blocco temporaneo, nessuna particolare imposizione ai datori di lavoro e alle amministrazioni per quanto riguarda la fornitura di dispositivi di protezione individuali, nessuna particolare indicazione di quali merci, prodotti e servizi siano indispensabili e quali no.

Tutto questo mette in evidenza una cosa che era già chiara da principio, ma che viene sempre di più a galla: se il profitto, le rendite e i fatturati vengono prima della salute e della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, per imporre condizioni e misure di sicurezza necessarie per la salute pubblica e per i lavoratori stessi non rimangono che i rapporti di forza dati dalla lotta di classe e dalla combattività della classe lavoratrice.
E in questo diviene altrettanto evidente come le burocrazie sindacali, in particolare quelle confederali della triade CGIL-CISL-UIL, si presentino come incapaci, o peggio complici del padronato. Incapaci di difendere gli interessi della classe lavoratrice nel suo complesso e di organizzarla in termini sufficienti a porre la propria forza nella società per determinare scelte politiche, sociali ed economiche.

Per fare questo diviene oggi più che mai necessario coordinare in maniera autorganizzata tutte le realtà lavorative e gli uffici che hanno espresso forme di conflittualità; tutti i delegati e le delegate sindacali attivi nell'opporsi a questo stato di cose, a prescindere dalla loro appartenenza sindacale; tutti e tutte le lavoratrici e i lavoratori combattivi disposti ad attivarsi per pretendere il blocco delle operazioni postali per almeno quindici giorni e, laddove non sia possibile, la garanzia di condizioni igienico-sanitarie di lavoro e forniture di DPI per ridurre al minimo il rischio contagio o, altrimenti, fermare anche lì il lavoro.

Questo nel quadro e nella prospettiva di una unificazione di tutti i fronti del lavoro che si stanno mobilitando per pretendere che anche i lavoratori e le lavoratrici di tutti i settori non essenziali e emergenziali possano stare a casa per proteggersi e proteggere dal contagio, contro i decreti farsa del governo PD-M5S, contro le pretese sporche di sangue di Confindustria, e in alternativa alla linea morbida delle burocrazie sindacali nazionali.
Cristian Briozzo
I Dispositivi di Protezione Individuale forniti da Poste Italiane

La Francia di Macron come l'Italia sulla limitazione della libertà sindacale

Da Radio Città Fujiko

29 Settembre 2018
La mobilitazione contro la limitazione della libertà sindacale
di Alessandro Canella
venerdì 28 settembre 2018


I licenziamenti di delegati sindacali come strumento ritorsivo delle aziende non si moltiplicano solo in Italia. Anche la Francia di Emmanuel Macron reprime i lavoratori che fanno attività sindacale, come nel caso del responsabile del sindacato dei postini francesi, Gaël Quirante. Ma da marzo i suoi colleghi portano avanti uno sciopero ad oltranza. Oggi l'assemblea SGB verso lo sciopero del 26 ottobre.

Questo pomeriggio alle 17.30 il Sindacato Generale di Base (SGB) di Bologna organizza un'assemblea pubblica in Via dello Scalo 21 per iniziare a preparare lo sciopero generale del prossimo 26 ottobre indetto dal sindacalismo di base.
Uno dei temi portanti delle rivendicazioni che hanno portato all'indizione dello sciopero è quello della libertà sindacale, messa sempre più in discussione nel nostro Paese.
Da un lato l'inasprimento della lotta in settori dove lo sfruttamento si fa più sentire, come la logistica, dall'altro una sorta di libertà di licenziamento introdotta dal Jobs Act e l'esclusione dei sindacati non firmatari di accordi con la parte padronale, stanno portando ad un aumento di licenziamenti per motivi politici.

Ne sa qualcosa Elmahi Ayachi, delegato aziendale SGB SDA/Poste Italiane a Sala Bolognese, lasciato a casa per ragioni politiche. Per il sindacato il licenziamento ha lo scopo di lasciare le mani libere all'azienda per una ristrutturazione che porterà alla chiusura del magazzino.
Ma anche se non ci sono licenziamenti, i sindacati di base vengono esclusi. Come succede all'FLMU/CUB, l'unico sindacato a non aver firmato l'accordo dell'Ilva di Taranto, ed ora escluso dalle trattative. A rappresentarlo all'assemblea di oggi pomeriggio ci sarà Antonio Ferrari.

Quando si tratta di reprimere i lavoratori o limitare la libertà sindacale, però, tutto il mondo è Paese. Per questo, all'incontro di oggi parteciperà anche Gaël Quirante, segretario del sindacato Sud Ptt Solidares delle Poste Francesi, licenziato per impedire la sua attività sindacale.
Il suo licenziamento, però, ha scatenato la solidarietà dei colleghi, che dal marzo scorso (da più di 187 giorni) stanno dando vita ad uno sciopero ad oltranza.


QUI LE INTERVISTE A ROSELLA CHIRIZZI DI SGB E DI GAEL QUIRANTE
Partito Comunista dei Lavoratori

NO AI LICENZIAMENTI. NO ALLA DITTATURA DEL PADRONATO!

SOLIDARIETA' AI COMPAGNI LICENZIATI

Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione di Bologna, aderisce al presidio indetto da SGB il 1 maggio alle ore 10 davanti alla sede delle Poste di piazza Liber Paradisus per esprimere la sua massima solidarietà ai compagni sindacalisti Aiachi e Noureddine vittime di  licenziamento da parte della cooperativa Dedalog che lavora per  SDA,  per futili motivi, ma più probabilmente a causa del loro attivismo a favore dei lavoratori del settore.
E’ora che i lavoratori tornino a difendersi unitariamente e attivamente dai licenziamenti. E’ ora di ribellarsi  alla crescente arroganza padronale sui luoghi di lavoro, mascherate da presunte riorganizzazioni o ristrutturazioni aziendali.
Il PCL sostiene l’iniziativa di SGB per  l’immediato reintegro dei compagni licenziati quale momento di resistenza e di rilancio delle lotte contro il padronato e la sua dittatura.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - SEZ. DI BOLOGNA

POSTE ITALIANE: una riorganizzazione lacrime e sangue


I lavoratori e il recapito sull'altare dei dividendi

Una nuova riorganizzazione del settore del recapito arriva sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici con il benestare della totalità dei sindacati. Un'operazione magistrale quella del management di PosteItaliane Spa tutta a favore degli interessi degli azionisti, alla ricerca di sempre maggiori dividendi e profitti.
E' necessario costruire un percorso che possa fondarsi sull'autorganizzazione dei lavoratori stessi, mettere in mostra la necessità di una mobilitazione generale di tutto il settore logistico per fermare le costanti aggressioni alle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, perchè se non si pone un argine a questi processi la prospettiva sarà la giungla della concorrenza spietata delle cooperative e dei piccoli padroncini come già è nel settore logistico e nelle aziende di recapito private
Poste Italiane: il recapito e i lavoratori sull'altare dei dividendi

Una nuova riorganizzazione del settore del recapito arriva sulle spalle dei lavoratori e delle lavoratrici con il benestare della totalità dei sindacati.
Un'operazione magistrale quella del management di PosteItaliane Spa tutta a favore degli interessi degli azionisti, alla ricerca di sempre maggiori dividendi e profitti.
Il tutto arriva pochi mesi dopo il rinnovo del CCNL con un disposto combinato da far rabbrividire sia sul versante delle condizioni di lavoro sia sul versante della qualità del servizio universale.
L'accordo a perdere sul contratto ha concesso poche briciole ai lavoratori e alle lavoratrici (80 euro in due trance di aumento salariale, 1000 euro di unatantum per il mancato adeguamento salariale degli anni precedenti) e ha promesso poche assunzioni a tempo indeterminato per i precari che stavano sviluppando una lotta contro le loro condizioni. Contemporaneamente si sono poste le basi per questa riorganizzazione: il bilancio di assunzioni e esuberi annunciava i tagli del personale - a fronte di 6000 assunzioni in 3 anni, erano già annunciati 15.000 esuberi, con un saldo negativo di 9000 posti di lavoro -; si è introdotta la formula del welfare aziendale volontario come quota di aumento salariale (chi non lo sottoscrive non viene però compensato con un corrispondente aumento salariale) e venne assunto il meraviglioso accordo sulla rappresentanza sindacale, il TURS del 10 Gennaio 2014, che ha fornito a burocrazie sindacali e management l'arma per far passare a tutta velocità l'accordo di Marzo.

Da questo piano inclinato si è discesi agli inferi di questa riorganizzazione tanto voluta dal vertice di PosteItaliane e accettata senza colpo ferire dalle burocrazie sindacali colluse.
Il nocciolo dell'operazione è uno: l'estensione del recapito a giorni alterni anche nelle zone metropolitane. Nonostante la "sperimentazione" nelle zone extra-urbane si sia dimostrata fallimentare, con un peggioramento del servizio e della sua capillarità sul versante degli utenti, l'aumento spropositato dei carichi di lavoro per i portalettere e per tutto il personale del recapito, l'aumento conseguente dello stress, dell'indice degli infortuni e anche della pressione a spingersi oltre l'orario di lavoro senza retribuzione per completare il lavoro – sostanzialmente lavoro nero nella più grande azienda italiana -, questo modello ora viene esteso anche alle più complicate e dense zone urbane.

Il progetto viene affinato e reso ancora più devastante. Il management e le direzioni sono comunque spudorate nel presentare il piano organizzativo rivendicando come sia il solo modo per garantire agli azionisti maggiori dividendi e profitti, il vero ed unico scopo di questo taglia e cuci, e richiedendo i necessari sacrifici e adeguamenti nella "grande famiglia" postale solo alla enorme base della piramide.
In uno schizofrenico mix di "servizio universale" e competizione nelle spietate "leggi oggettive del libero mercato" la macelleria è garantita solo ed esclusivamente per i lavoratori e le lavoratrici postali, con una rivoluzione delle loro vite e delle loro condizioni di lavoro che non ha pari nei passaggi riorganizzativi precedenti.

Quali sono i punti cardine della riorganizzazione?

Nei fatti esisteranno almeno 4 condizioni differenti di lavoro e di stress:
Innanzi tutto la linea "universale" di Base, cioè la meno remunerativa per l'azienda, verrà affidata a portalettere che vedranno le loro zone raddoppiate per consegnare la posta a giorni alterni, con la "garanzia" di un calmiere giornaliero di oggetti a firma. Sta di fatto che il carico di lavoro viene raddoppiato, nella migliore delle ipotesi, considerando che già le attuali zone, nella maggior parte dei casi sono difficilmente sostenibili e "azzerabili" nell'arco della giornata lavorativa.
Su questa linea la riorganizzazione prevede l'esistenza di portalettere assegnati a zone frazionabili che saranno costretti alla maggior flessibilità geografica perchè verranno applicati, in caso di assenze, su altre zone del proprio riferimento territoriale per far svolgere il cosiddetto abbinamento sulla propria zona, o addirittura spostati su almeno altre due aree territoriali per coprire le assenze e svolgere l'abbinamento. Questo significa che sarebbero potenzialmente applicabili addirittura su 20 zone differenti.
Su di un livello superiore di interesse si istituisce la cosiddetta Linea Business che si occupa solo delle raccomandate, degli oggetti a firma e dei prodotti veloci, coprendo le zone "ferme" e l'eccedenza della linea di base, dove i postini si muoveranno entro una logica di flessibilità territoriale molto ampia.
Infine la linea Mercato, con portalettere che si occupano di zone territoriali con particolare concentrazioni di grandi aziende e utenti particolarmente importanti e remunerativi – aziende, uffici pubblici e privati etc. -

Sostanzialmente si creano quattro livelli differenti con conseguenti condizioni di lavoro variegate a cui vengono associati anche orari di lavoro divesificati. Un ottimo modo per aumentare la concorrenza tra lavoratori stessi e per dividere i lavoratori e le lavoratrici sulla base di carichi di lavoro più o meno disagianti.
Oltre a tutto ciò viene aumentata a dismisura la flessibilità oraria e territoriale, viene aumentata e ulteriromente complicata la "flessibilità operativa" richiesta, ossia il lavoro straordinario entro l'orario di lavoro retribuito in termini inferiori rispetto ad una normale prestazione straordinaria, dato che il personale di scorta, che dovrebbe sostituire i lavoratori assenti, verrà applicato prioritariamente per le linee più remunerative e non per quella base. In questo modo, i lavoratori dell'articolazione di base non solo avranno zone raddopiate ma vedranno come costante la richiesta di svolgere pezzi di zona di propri colleghi assenti.

Il bilancio generale di questa riorganizzazione è semplice da fare: 

  • tagli al personale


  • aumento dei carichi di lavoro generalizzati, dei ritmi di lavoro e dello stress


  • aumento della flessibilità oraria e territoriale, aumento della richiesta di prestazioni starodinarie sottopagate che divengono sempre più ordinarie


  • mantenimento di un salario basso e mancato riconoscimento economico dello sviluppo di lavorazioni più complesse e remunerative per l'azienda e del notevole aumento di produttività


  • differenziazioni interne funzionali all'umento della competizione tra lavoratori in una logica di guerra tra poveri


  • avvicinamento delle condizioni dei lavoratori a tempo indeterminato a quelle degli attuali precari (CTD) che a loro volta vedranno un'ulteriore peggioramento delle loro condizioni e dei ricatti, più o meno espliciti, che riceveranno sul luogo di lavoro.


Sul fronte sindacale, a parte qualche eccezione, tutto tace.

Questa riorganizzazione, sebbene sia assolutamente rigettata e temuta dai lavoratori e dalle lavoratrici di Poste, è passata senza alcun colpo ferire e senza nemmeno il coinvolgimento dei lavoratori nelle decisioni organizzative che andranno a rivoluzionare le loro condizioni.
Come è stato possibile tutto questo? Grazie all'adozione del para-fascista e corporativo Testo Unico sulla Rappresentanza Sindacale. L'azienda, di comune accordo con le burocrazie dei principali sindacati (CISL prima di tutti, CGIL, UIL, UGL, FAILP e CONFSAL), ha convocato in tutta fretta un coordinamento di ben 97 RSU per esprimersi sul testo di accordo firmato dalle segreterie nazionali. Ben 97 su oltre 2000 RSU! 2000 RSU che peraltro avrebbero dovute essere rinnovate molto tempo fa.
Altro dato non meno importante, di quelle 97 RSU, meno del 20% erano donne, il tutto a indicare la rappresentatività di questo "campione" in un'azienda ad alto tasso di partecipazione femminile.
Non solo, il metodo di scelta di queste RSU è stato a totale appannaggio delle burocrazie e la convocazione rapida e frettolosa, funzionale a garantire il massimo consenso possibile, ha impedito che potesse levarsi anche solo qualche voce contraria e tentare una minima organizzazione di un'opposizione o di un dissenso all'operazione, e i lavoratori nel complesso, ovviamente, non sono nemmeno stati presi in considerazione.
Con questa meravigliosa ipoteca sulla democrazia sindacale tutto è andato per il migliore dei modi: di 97 RSU le presenti, al momento della votazione, erano 92, di cui 88 favorevoli, 3 contrari (tutte in quota CGIL e nello specifico quelle espressione dell'Opposizione CGIL e quelle espressione del Coordinamento delle RSU liguri - che ha anche convocato uno sciopero delle prestazioni aggiuntive) e 1 astenuto.

Il risentimento tra i lavoratori è comunque alto, nonostante la categoria non abbia mai brillato per particolare combattività e abitudine alle mobilitazioni, anche a causa di metodi di intervento sindacale molto "cislizzati" inseriti in una dinamica clientelare, di favori e favorini e di gestione dell'insofferenza attraverso la costruzione di sacche di "privilegio" per gli iscritti più addomesticati.
A questo risentimento è comunque necessario cercare di dare una prospettiva e un piano di lotta anche e soprattutto contro le burocrazie sindacali candidatesi a co-gestire questo passaggio con il management al fine di assopire e annichilire il risentimento della base.

La necessità di una mobilitazione generale

L'attacco frontale al settore del recapito risulta essere solo uno dei primi passi di un progetto più generale di affossamento di ciò che ormai viene vissuto come un peso, pur essendo le fondamenta dell'azienda, che limita la possibilità di trasformare PosteItaliane in una grande banca ed ente assicurativo.
E' necessario costruire un percorso che possa fondarsi sull'autorganizzazione dei lavoratori stessi, mettere in mostra la necessità di una mobilitazione generale di tutto il settore logistico per fermare le costanti aggressioni alle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, perchè se non si pone un argine a questi processi la prospettiva sarà la giungla della concorrenza spietata delle cooperative e dei piccoli padroncini come già è nel settore logistico e nelle aziende di recapito private, con la reintroduzione del lavoro a cottimo, del lavoro nero, della totale assenza di tutele e protezioni e il carico di tutti i costi e dei mezzi di lavoro direttamente sulle spalle dei dipendenti.
Per questo è necessario organizzare fin da subito uno sciopero contro questa riorganizzazione per contrapporre la forza di oltre 60.000 lavoratori del settore del recapito, dei trasporti e dei centri meccanizzati, partendo proprio dall'opposizione di chi ha avuto il coraggio di votare No, da chi ha cominciato un percorso di opposizione a questa riorganizzazione convocando lo sciopero delle prestazioni aggiuntive e degli abbinamenti in Liguria, nonostante la complicità dei vertici burocratici della CGIL, e dal risentimento dei lavoratori e delle lavoratrici che non vogliono accettare l'ennesima mannaia in silenzio. Il tutto nella prospettiva di costruire un fronte unico di classe e di massa che attivi una mobilitazione non solo dei lavoratori di PosteItaliane ma tutti i lavoratori del settore delle Telecomunicazioni e della Logistica, per colpire nell'immediato le tasche di dirigenti e padroni con scioperi prolungati, picchetti e manifestazioni, come già portato avanti da alcune avanguardie combattive organizzate dai sindacati di base e di classe (Si.Cobas, SGB, USB).

Solo così è possibile pretendere la rinazionalizzazione del settore postale e la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori del settore logistico e delle telecomunicazioni, rovesciando completamente la logica di queste ristrutturazioni rivendicando la riduzione dell'orario di lavoro con l'introduzione di un minimo salariale intercategoriale di 1500 Euro, la centralità del concetto di servizio universale tanto per la posta quanto per la logistica pacchi, contrastando le logiche predatorie e l'estremo sfruttamento imposte dal "libero" mercato. Solo in questo modo sarà possibile rimettere sul terreno della battaglia la forza dei lavoratori e delle lavoratrici e contrastare una tendenza generale di attacco e di smantellando delle poche tutele, pretendendo così l'abolizione reale di tutte le leggi precarizzanti, delle riforme pensionistiche, la reintroduzione dell'art.18 con sua estensione a tutti i lavoratori e le lavoratrici anche delle PMI.

Commissione lavoro e sindacato PCL

Poste Italiane: continua la farsa

 Il tira e molla sulla seconda trance di privatizzazioni, anche con il cambio di vertice, permette al governo di prendere tempo e all'azienda di fare tutti i dovuti aggiustamenti per presentare un pacchetto aziendale debitamente messo a lucido sulla sua facciata, per meglio nascondere tutte le inefficienze reali e l'aumento dello sfruttamento a danno dei lavoratori, specialmente del settore recapito. Così continua la politica aziendale fatta di: tagli al personale e agli uffici; generale mancato turn over delle posizioni lavorative; mancanza e obsolescenza dei mezzi e delle strumentazioni; riorganizzazione del recapito a giorni alterni con il conseguente taglio delle zone, l'aumento dei carichi di lavoro sui singoli portalettere e la messa in discussione del servizio universale a discapito delle zone periferiche e meno lucrose; precarizzazione sempre più spudorata delle condizioni di lavoro; messa in discussione dei diritti dei lavoratori costantemente attaccati nel loro quotidiano, messi sempre più sotto un controllo quasi orwelliano e costretti a svolgere lavorazioni extra sottopagate entro l'orario lavorativo, come nel caso della formula dell' abbinamento per i portalettere, o obbligati a ritmi sempre più stressanti con straordinari forzati. 

Per i precari la beffa è anche peggiore. Non solo gli viene imposta una condizione di perenne ricatto, con rinnovi di pochi mesi (a volte anche inferiori ai 30 giorni), ma sempre di più vengono utilizzati sostanzialmente per coprire carenze di organico strutturali, sobbarcandoli della maggior parte delle prestazioni straordinarie necessarie a tenere in piedi il recapito spesso sotto il ricatto del non rinnovo. Spesso imposte anche se illegittime e in alcuni casi neppure retribuite in toto.

Nonostante questo le loro prospettive non supereranno mai i 24 mesi di lavoro. Per gli oltre 5000 precari dell'azienda il miraggio del tempo indeterminato è apertamente negato fin da principio. Quei lavoratori sono semplice carne da macello per due anni, per esser poi sostituiti da altri esattamente come loro per le stesse identiche mansioni. E la loro quota, rispetto ai contratti indeterminati, aumenta sempre di più, a dimostrazione che il comparto del recapito vuole essere smantellato, appaltato, messo in secondo piano da Poste Italiane.

Questo è il merito del Jobs Act e di tutte le leggi di precarizzazione del passato, delle politiche di privatizzazione e smantellamento dei servizi e delle aziende pubbliche. Questo è il merito di questo sistema politico ed economico e spesso, delle connivenze dei maggiori sindacati concertativi.
E' sicuramente positivo che l'SLC-CGIL tenti di lanciare una mobilitazione dei precari contro la loro condizione e per una graduatoria per assunzioni a tempo indeterminato, ma non può essere sufficiente. Solo uno sciopero di tutto il comparto delle Telecomunicazioni e dei Servizi può frenare questa aggressione generale e mettere in campo la forza dei lavoratori e delle lavoratrici contro un problema sistemico. E con esso uno sciopero generale contro la precarietà, le privatizzazioni, i licenziamenti e i tagli ai servizi pubblici, per rilanciare la politica del lavorare meno e lavorare tutti, unica soluzione alla crisi attuale.

Il nostro partito continua a solidarizzare con questa lotta, considerato che alcuni suoi militanti e iscritti sono lavoratori di Poste Italiane e di varie aziende private di recapito, e portano avanti ogni giorno questa lotta nel loro posto di lavoro e assieme ai loro colleghi.
Partito Comunista dei Lavoratori