La pirateria in Venezuela e le minacce a Colombia e Cuba. Le mire sulla Groenlandia. La dottrina “Donroe” e la spartizione negoziata del mondo con Russia e Cina. L'utopia del pacifismo. Il fallimento del campismo
8 Gennaio 2026
L'atto di pirateria americana compiuto in Venezuela, con la pubblica umiliazione di un Maduro in manette, è un episodio rivoltante agli occhi dell'opinione pubblica democratica del mondo intero. La prima necessità è quella della più ampia mobilitazione contro l'arroganza imperialista degli Stati Uniti. La richiesta della liberazione di Maduro è, tra le altre, una rivendicazione naturale di questa mobilitazione.
Nessuna (doverosa) opposizione classista al regime madurista può legittimare l'operazione coloniale del trumpismo. Che va denunciata per quello che è : un atto inaudito di banditismo politico.
Al tempo stesso, i fatti accaduti moltiplicano gli interrogativi sul significato dell'azione intrapresa, sia in Venezuela che sul piano internazionale
CHI COMANDA ORA IN VENEZUELA?
LE INCOGNITE DI UN MADURISMO SENZA MADURO
Intanto in Venezuela.
La cattura di Maduro, esibita da Trump a reti unificate, è stata sicuramente brillante da un punto di vista militare. Trump è riuscito a fare in poche ore a Caracas con Maduro ciò che Putin fallì nel 2022 in Ucraina con Zelensky: decapitare il vertice del potere. Ma ora il successo militare, vantato dalla retorica della propaganda, dovrà confrontarsi col nodo politico. Quale soluzione politica in Venezuela per il dopo Maduro?
Qui le cose si fanno molto più complicate. L'obiettivo immediato di Trump è prendere possesso diretto del petrolio venezuelano, il bottino dichiarato dell'operazione. Ma per controllare il petrolio è necessario controllare il potere. Chi comanderà ora a Caracas? Diverse sono le ipotesi possibili, ma anche le relative incognite.
L'imperialismo USA vorrebbe evitare un vuoto istituzionale nel paese aggredito: quello che venti anni fa in Iraq, con la famosa “debathizzazione”, trascinò gli USA in un clamoroso fallimento politico. Al tempo stesso Trump non sembra affidarsi all'opposizione filoimperialista venezuelana, nonostante l'affannosa supplica di una investitura da parte di Corina Machado: non solo perché l'esperimento fallito prima con Guaido e poi con Lopez durante la prima amministrazione Trump scoraggia un'operazione analoga; ma anche per timore di una dinamica incontrollata di guerra civile e di una prolungata instabilità. L'esatto opposto di ciò che Trump vorrebbe.
L'ipotesi che l'amministrazione americana sembra privilegiare è quella di una soluzione politica negoziata con gli stessi apparati decapitati del regime: un tentativo di intesa coi vertici militari del Venezuela, o di cooptazione dei loro gangli centrali, dentro un quadro di gestione comune del paese e di relativa stabilità istituzionale.
Non è una soluzione impossibile. I vertici militari del regime madurista sono l'architrave della nuova boliborghesia venezuelana. Controllano le leve dell'economia, in particolare nell'industria petrolifera, e le diverse articolazioni dell'amministrazione statale, centrale e periferica (un ruolo non molto diverso da quello delle gerarchie militari in Egitto, per intenderci). Un accordo con i vertici militari venezuelani consentirebbe agli USA di acquisire il controllo dell'industria petrolifera venezuelana, sullo sfondo di un auspicato controllo sociale del paese. Ricchezze e profitti da un lato, ordine pubblico e disciplina dall'altro.
L'ipotesi è tutt'altro che paradossale. Lo stesso Maduro, esattamente il giorno prima della propria cattura, aveva cercato di blandire l'imperialismo USA con un'ultima generosa offerta pubblica: «Se vogliono il petrolio venezuelano, il Venezuela è pronto a investimenti statunitensi come Chevron, quando vogliono, dove vogliono e come vogliono» (Il Fatto Quotidiano, 2 gennaio). L'offerta non ha evidentemente sortito l'effetto sperato. Ma sicuramente rivela una disponibilità alla collaborazione con l'imperialismo già ampiamente sperimentata, al di là della retorica bolivarista, dagli apparati del regime.
Il regime chavista, contrariamente alle leggende propagandiste, non solo non è mai stato socialista, ma neppure propriamente antimperialista. Le nazionalizzazioni sono state molto limitate e superindennizzate. Le banche estere sono state risparmiate. Il debito estero verso il capitale finanziario è sempre stato regolarmente pagato, con costi enormi per le masse popolari. Quanto ai sussidi sociali, hanno retto finché ha retto la rendita petrolifera, e con essa il consenso sociale del governo. Maduro ha dovuto gestire il tracollo delle basi materiali del regime con una stretta repressiva interna sempre più pesante, anche nei confronti del movimento operaio e dei diritti sindacali.
Tuttavia né Chavez né Maduro erano espressione politica dell'imperialismo USA, o sotto il suo controllo politico. Collaboravano anche con le multinazionali USA (Chevron, per l'appunto) ma sulla base di un potere autonomo, nato da un ceppo militare piccolo-borghese dello Stato borghese venezuelano, da tempo e sempre più proiettato oltretutto verso gli imperialismi russo e cinese. Basti pensare che dal 2000 ad oggi la Cina ha aumentato l'interscambio commerciale col Venezuela da 12 a 500 miliardi.
L'estromissione di Maduro da parte USA risponde allora alla volontà di affermare un controllo politico americano sul paese. A partire dalla posizione di forza acquisita – e con la minaccia di ricorrere nuovamente alla forza, se necessario – Trump punta ora a negoziare con un regime decapitato. Non senza scegliere al suo interno gli interlocutori potenzialmente più disponibili. Quando Trump richiama i colloqui “costruttivi” di Marco Rubio con Delcy Rodriguez, vicepresidente venezuelana e ministra degli idrocarburi, presentandola pubblicamente come “disponibile a fare ciò che non può evitare di fare” indica una (auspicata) via di soluzione della crisi: una sorta di madurismo senza Maduro sotto controllo americano, con un rapporto di forza ribaltato.
Però questo nuovo equilibrio non è affatto semplice, tanto meno scontato. Il regime teme la propria disgregazione, e con essa la propria rovina: per questo cerca al momento di preservare una propria unità attorno alla rivendicazione di Maduro quale “unico Presidente”. Peraltro lo stesso Trump ha parlato, confusamente, di una prossima «amministrazione americana» del Venezuela, a tempo indeterminato, attraverso un proprio personale fiduciario. La contraddizione tra imperialismo e regime resta dunque ancora irrisolta, e gli esiti negoziali sono imprevedibili.
Due sono invece gli elementi certi. Il primo è che è l'imperialismo USA non vuole ingerenze esterne nell'affare venezuelano: la candidatura degli imperialismi europei a un ruolo di mediazione nella crisi di Caracas è respinta al mittente. Il secondo è che nessuna “transizione” politica e istituzionale sotto controllo imperialista potrà assumere una valenza progressiva per le masse oppresse del Venezuela, quali che siano gli attori eventuali della mediazione.
Solo una irruzione di massa della classe lavoratrice nello scenario politico venezuelano, che respinga l'aggressione imperialista, difenda la sovranità del paese, affermi i propri interessi indipendenti, democratici e sociali, può aprire la via di una soluzione progressiva della crisi. Che o si pone sul terreno anticapitalista o non si pone.
LE DIVERSE STAGIONI DELL'IMPERIALISMO USA
Ma ben al di là del Venezuela, l'atto di pirateria di Donald Trump richiama una volta di più la svolta di fondo della politica USA.
Naturalmente conosciamo bene tutti la lunga tradizione storica dei misfatti imperialisti USA in America Latina. Per fare solo qualche esempio limitato al secondo dopoguerra: dal rovesciamento del presidente Arbenz in Guatemala nel 1954, all'operazione fallita della Baia dei Porci contro la rivoluzione cubana nel 1961; dal golpe contro il presidente Goulart in Brasile nel 1964 alla direzione della controrivoluzione pinochettista in Cile nel 1973; dall'operazione Condor condotta in tutto il continente negli anni '70 e '80, con centinaia di operazioni terroriste, all'invasione di Panama del 1989... Complessivamente centinaia di migliaia di morti. Chi dunque vede in Donald Trump l'improvvisa comparsa dell'imperialismo USA ha scarsa dimestichezza con la memoria storica, e spesso con la propria coscienza: trattandosi anche di ambienti liberalprogressisti politici, giornalistici, intellettuali, che a lungo esaltarono la cosiddetta democrazia americana come diga anticomunista e faro del progresso mondiale.
E tuttavia, concludere che allora in fondo con Trump non è cambiato nulla nella politica USA rimuove un punto essenziale. Certo, l'imperialismo USA resta uguale a sé stesso dal punto di vista delle sue capacità criminali. Altrimenti non sarebbe imperialismo. Ma la sua strategia di indirizzo ha conosciuto stagioni diverse dopo la restaurazione capitalistica dell'URSS. Precisamente tre stagioni distinte. Razionalizzarle è decisivo per capire l'attuale svolta trumpiana.
Una prima fase, dal 1991 alla metà dei primi anni 2000, è stata quella dell'”unipolarismo” USA. Quando l'imperialismo USA puntò ad affermarsi come unica potenza mondiale capace di imporre ovunque il proprio ordine. La prima guerra del Golfo contro l'Iraq (1990-'91), l'aggressione alla Serbia (1999), la guerra d'invasione in Afghanistan (2001), la seconda invasione dell'Iraq (2003) costellarono questa politica imperiale, sotto la famosa maschera della “esportazione della democrazia”.
Prima la disfatta politica in Medio Oriente, poi la grande crisi capitalistica del 2008, infine l'ascesa della potenza cinese segnarono la sconfitta di questo corso strategico.
Una seconda fase fu quella intrapresa da Barak Obama (2008) e proseguita dall'amministrazione Biden, nel nome del “pivot to Cina”.
La nuova linea dell'imperialismo USA svoltava verso il contrasto strategico della nuova potenza rivale, guidando in questa direzione l'intero campo dei propri alleati imperialisti, sia in Europa che in Asia. Una linea di propria egemonia sul blocco atlantista come barriera di contenimento della Cina. Anche questa linea è clamorosamente fallita. Proprio a ridosso della crisi del 2008 la Cina ha compiuto il grande salto della propria potenza imperialista. Ciò che a sua volta consentiva lo sviluppo dell'imperialismo russo con la sua relativa espansione (in Ucraina, in Siria, in Nord Africa, nell'Africa centrale) e l'emergere di un nuovo blocco imperialista russo-cinese a vantaggio innanzitutto di Pechino. La disfatta umiliante delle forze USA in Afghanistan e l'allargamento internazionale dell'area BRICS a egemonia cinese sancirono la sconfitta strategica del “contenimento della Cina”.
Con la seconda amministrazione Trump si apre una terza fase della politica imperialista degli Stati Uniti, che da un lato razionalizza il fallimento del disegno di egemonia mondiale americana a carattere globale, e l'impossibilità materiale per gli USA di continuare a sostenere i suoi costi, a fronte in particolare di un debito pubblico stellare. Dall'altro, punta a trasformare uno stato di necessità in virtù, combinando la ritirata dalle responsabilità planetarie con il rilancio di un grande nazionalismo americano ("America first").
È la linea di disimpegno progressivo degli USA dalle strutture multilaterali della governance imperialista del dopoguerra; di rilancio massiccio del protezionismo contro potenze rivali e “alleate”; di rottura dell'asse transatlantico con gli imperialismi europei. E al tempo stesso, di una nuova configurazione della politica estera USA nel rapporto con le altre due potenze imperialiste emerse (Cina e Russia): una politica che offre disponibilità negoziali a entrambe nelle loro rispettive aree di influenza continentale (oggi più marcatamente all'imperialismo russo), in cambio di una loro accettazione del monopolio USA sull'intero continente americano.
IL DOCUMENTO STRATEGICO 2025 DELLA NUOVA AMMINISTRAZIONE USA
Il documento strategico varato nel 2025 dall'amministrazione USA ("National Security Strategy of the United States of America - November 2025") è la bussola del nuovo indirizzo. L'”America agli americani” è la sua stella polare. Non significa affatto isolazionismo. Né significa limitare l'intervento e l'interesse USA al solo scacchiere continentale americano. Significa subordinare ogni scelta americana, su qualsivoglia scacchiere e terreno, al primato del proprio controllo sull'emisfero occidentale.
Tre sono le implicazioni centrali del documento.
La prima è la rottura teorizzata con la declinante civiltà europea nel nome dei veri valori nazionali e cristiani. L'obiettivo non è solo la marginalizzazione negoziale della UE da ogni terreno di trattativa internazionale, ma la sua disarticolazione interna, anche attraverso il diretto sostegno alle correnti nazionaliste di destra e di estrema destra anti-UE. Gli imperialismi europei passano da alleati ad avversari.
La seconda è il riconoscimento delle reali potenze imperialiste concorrenti, la Cina e la Russia, e dei loro interessi “legittimi”: da qui il messaggio loro inviato della fine di ogni espansione della NATO e della disponibilità a rinegoziare gli equilibri di potenza, fuori e contro la vecchia politica di Biden. Il progressivo disimpegno degli USA dall'Ucraina è il principale riflesso di questa postura.
La terza implicazione è quella centrale: la rivendicazione del controllo dell'imperialismo USA sulle Americhe, del nord e del sud, complessivamente intese. E dunque l'esigenza prioritaria americana di concentrare forze, attenzioni, risorse su questo versante: solo l'affermazione di un pieno controllo USA sull'emisfero americano può risollevare l'America dal declino e metterla in grado di controbilanciare gli equilibri di potenza su scala mondiale. L'imperialismo USA vuole riportare la manifattura in patria attraverso la leva generalizzata del protezionismo; ma vuole anche accorciare il più possibile le catene del valore e delle riforniture, estendere il controllo diretto sulle materie prime dell'America Latina, aprire agli USA il nuovo forziere dell'Artico. Estromettere o marginalizzare la presenza cinese e russa nelle Americhe è parte decisiva di questo disegno.
La pirateria in Venezuela ha qui la sua radice. Non riguarda solo il Venezuela, né è determinata dal solo interesse del petrolio (che pure è assai presente nel settore dell'amministrazione più direttamente connesso a Trump). Riguarda principalmente l'espansione programmata del controllo americano sul Continente. «Ciò che Trump dice Trump fa» dichiara gongolante Marco Rubio, primo ispiratore dell'operazione anti-Maduro. Da questo punto di vista, le esplicite minacce alla Colombia, a Cuba, alla Groenlandia non sono affatto boutade. Descrivono la volontà reale del trumpismo. La politica intimidatrice verso il Messico, e persino verso l'imperialismo canadese, rientrano in una reale visione strategica. Se la pressione intimidatrice strappa una capitolazione tanto meglio. In caso contrario vale la riserva della soluzione di forza, quali che saranno le sue forme e gradazioni.
Il fatto nuovo di questa politica è che si dichiara pubblicamente per quello che è. Non si maschera dietro ipocrisie “democratiche”. Si presenta come volontà di potenza, come riscatto dell'imperialismo USA dal proprio declino. In questa svolta americana pesano sicuramente elementi di avventurismo, improvvisazione, puro affarismo. Ma non è questo l'elemento essenziale. L'essenziale è la volontà di potenza. È il grande “ritorno” dell'imperialismo USA. La fine della sua ritirata.
L'AMERICA AGLI AMERICANI: FUORI LA CINA DALL'AMERICA LATINA
L'imperialismo USA reagisce al proprio declino economico con l'uso dispiegato del suo elemento di forza rispetto agli imperialismi concorrenti di Cina e Russia: l'indiscussa superiorità della propria forza militare. La Cina è una gigantesca potenza economica, ma la sua presenza militare, per quanto in enorme crescita, non supera essenzialmente i confini dell'Asia. La Russia è una grande potenza militare, ma concentrata prevalentemente in Europa e in Centro Asia, con propaggini in Africa. La caduta di Assad, il drastico ridimensionamento dell'Iran, hanno ridimensionato il suo raggio di azione e di influenza. La presenza russa e cinese nel cortile di casa delle Americhe è dunque considerata un abuso dalla nuova amministrazione americana, anche perché non sorretta da una forza militare, e dunque da un rapporto di forza che la sorregga.
La pirateria americana in Venezuela concretizza il messaggio: fuori Russia e Cina dall'America Latina. Ciò che è essenziale non è (solo) il diretto controllo USA sul petrolio di Caracas, ma la sua sottrazione alla presenza “abusiva” cino-russa. Saranno gli USA d'ora in poi a vendere il petrolio venezuelano alla Cina, non il Venezuela. Cosa che nelle intenzioni di Trump dovrebbe valere per tutto l'immenso tesoro delle materie prime dell'America Latina, litio in primis. La Cina ci ha messo le mani, ora è invitata a ritirarle. I governi dell'America Latina tornati sotto diretto controllo politico americano (Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador) hanno iniziato a provvedere. Gli altri sono invitati a farlo, possibilmente in fretta, sotto la frusta delle minacce. Quanto a Cuba, principale vittima di un ritorno americano in Venezuela, il cerchio imperialista si stringe drammaticamente. È Marco Rubio ad intestarsi la pratica, col plauso dell'emigrazione reazionaria anticastrista.
“TRUMP UOMO DI PACE”, L'ABBAGLIO PENOSO DEL CAMPISMO
L'aspetto più ridicolo e triste della faccenda è che l'intero settore del campismo filorusso-cinese (per lo più di estrazione ideologica stalinista, ma non solo) ha davvero presentato Trump come ritrovato uomo di pace, estraneo al deep state americano, per via della sua apertura a Putin sull'Ucraina. “Con Trump almeno finiranno le guerre” scriveva Marco Travaglio, e una lunga schiera di suoi seguaci a sinistra.
La realtà è esattamente capovolta, sotto ogni aspetto.
In primo luogo perché legittimare l'invasione dell'Ucraina da parte dell'imperialismo russo significa legittimare e incoraggiare la sua guerra. E ogni accordo di pace imposto da una guerra d'invasione può essere solo una pace neocoloniale.
In secondo luogo perché la politica di potenza americana nel “proprio” continente rafforza più in generale le pulsioni di guerra degli imperialismi concorrenti nei propri cortili di casa (Taiwan inclusa).
Il silenzio russo e cinese sul Venezuela, al di là di qualche dichiarazione critica di routine, non è solo la misura della propria impotenza, ma anche un calcolo delle proprie convenienze strategiche, che vanno ben oltre la posizione perduta a Caracas.
In terzo luogo perché, come si vede, la forza negoziale dell'imperialismo USA in una possibile spartizione “pacifica” del pianeta su base continentale si fonda sul ricorso alla guerra americana nel proprio continente. E non solo nel proprio. Il sostegno americano al genocidio sionista in Palestina, l'investimento americano su Israele quale pivot di un nuovo ordine mediorientale, le aggressioni e minacce americane all'Iran, i bombardamenti USA in Nigeria, sono tutti ricorsi all'uso spregiudicato della forza militare americana quale leva negoziale di nuovi equilibri internazionali. Ricostruire la reputazione criminale dell'imperialismo USA è parte del suo rilancio. La riconquista USA delle Americhe è solo il baricentro dell'operazione.
L'INGANNO DEL MULTIPOLARISMO QUALE LEVA DI PACE
Non meno ridicola è la petizione del multipolarismo quale alternativa di pace all'attuale politica mondiale.
Anche in questo caso la verità è opposta. È proprio la moltiplicazione dei poli imperialisti a sospingere le politiche di guerra. L'imperialismo russo non avrebbe potuto invadere l'Ucraina senza disporre della sponda del nuovo imperialismo cinese. L'imperialismo cinese proietta la propria minaccia su Taiwan, per modificare i rapporti di forza nel Pacifico nei confronti degli imperialismi rivali (USA e Giappone). L'imperialismo statunitense, come abbiamo visto, fonda l'ambizione del proprio rilancio sulla competizione con l'imperialismo cinese.
Il multipolarismo non è una petizione di pace che guarda al futuro, ma una realtà del presente. Il suo risvolto non è la pace, ma la più grande corsa agli armamenti a tutte le latitudini del mondo. Ciò che in termini di prospettiva storica significa una tendenza alla guerra tra le grandi potenze.
Nel suo saggio sull'imperialismo (1916) Lenin irrideva l'idea di una possibile pace mondiale quale quadro stabile di convivenza tra imperialismi rivali. Sia nella forma di un improbabile superimperialismo planetario capace di superare e dissolvere al proprio interno i contrasti tra imperialismi nazionali, sia nella forma di una stabile spartizione concordata tra imperialismi concorrenti. Il capitalismo, tanto più nell'età dell'imperialismo – scriveva Lenin – è una realtà dinamica che combina ascese e declini delle potenze concorrenti, modifica costantemente i rapporti di forza, apre incessantemente nuove occasioni di conflitto per il controllo delle aree di influenza, delle materie prime, dei flussi di manodopera, dei mercati di investimento. Da qui il ricorrente ricorso alla guerra come strumento di soluzione delle contraddizioni imperialiste.
È vero, oggi il ricorso allo scontro militare diretto fra le grandi potenze è in parte inibito dal rischio di una conflagrazione nucleare distruttiva e “finale”. Ma questa possibilità, seppur non imminente, non è affatto esclusa nella prospettiva storica.
Peraltro l'idea trumpiana di una seconda Yalta, cioè di una pacifica spartizione del mondo tra le grandi potenze, si scontra con le difficoltà delle sue basi materiali. La prima Yalta, controrivoluzionaria, pattuita fra Roosevelt, Churchill e Stalin, si fondava sulla obiettiva divisione strutturale del mondo fra campo imperialista e campo sovietico “socialista”, separati da una diversa conformazione strutturale delle proprie economie. Ma dopo la restaurazione capitalistica prima in URSS e poi in Cina, dopo lo sviluppo su quel versante di nuovi imperialismi, dopo la configurazione di un mercato capitalistico globale che vede una competizione intrecciata e trasversale in tutti i continenti, l'idea di una suddivisione del mondo fra aree continentali, al di là di ogni altra considerazione, è materialmente assai complicata. Per esemplificare: può la Cina concordare con gli USA un proprio ritiro dall'America Latina (per non parlare dell'Africa) in cambio di un lasciapassare americano su Taiwan?
La lotta tra le grandi potenze, vecchie e nuove, sarà a tutto spiano e sarà spietata. Le guerre sono già oggi un ricorso. Una nuova grande guerra una terribile possibilità.
GLI ORFANI RIFORMISTI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE
In questo quadro sono francamente pietosi gli immancabili richiami dal versante liberalprogressista e riformista al rispetto del diritto internazionale, alle risoluzioni dell'ONU, al primato della diplomazia. Questo armamentario ideologico, sia chiaro, è sempre stato truffaldino. L'ONU ha messo il proprio timbro sulle “guerre umanitarie” degli imperialismi d'Occidente negli anni '90 e 2000, e più recentemente sul piano neocoloniale di Trump in Palestina (grazie al lasciapassare di Cina e Russia). Quando le potenze imperialiste concordano tra loro una soluzione, nel loro proprio interesse, l'ONU ci mette la faccia coprendo col diritto internazionale i loro soprusi. Quando gli interessi tra imperialismi sono diversi e incomponibili, l'ONU tace o confessa la propria impotenza con risoluzioni assembleari di cartapesta. È la realtà materiale dell'imperialismo che descrive il perimetro del diritto, non è il diritto a poter cambiare la realtà dell'imperialismo. Tutte le evocazioni del diritto internazionale da parte della stampa liberale antitrumpiana, e a rimorchio dei Fratoianni, degli Acerbo, dei campisti, misura solo la loro subordinazione di fatto all'attuale ordine del mondo. L'ordine del mondo che formalmente criticano o addirittura denunciano.
SOLO LA RIVOLUZIONE CAMBIA LE COSE.
PER LO SVILUPPO DELLA LEGA INTERNAZIONALE SOCIALISTA
La verità è drammaticamente più semplice e al tempo stesso difficile: solo la rivoluzione può cambiare le cose. Solo una sollevazione dei salariati e dei popoli oppressi contro l'imperialismo, contro ogni imperialismo, vecchio e nuovo, può costruire un mondo nuovo. Fuori da questa prospettiva c'è solo la barbarie. Non solo quella futura ma quella presente, come il Venezuela insegna.
La costruzione in tutto il mondo della Lega Internazionale Socialista, l'unificazione internazionale dei marxisti rivoluzionari, è l'investimento decisivo in una alternativa vera di prospettiva. Che è rivoluzionaria, o non è.






