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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

FaSTLAne 2030: il piano di Filosa e la nuova fase del capitalismo automobilistico tra ristrutturazione, sfruttamento e resistenza operaia

 


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Il 21 maggio 2026 Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, ha presentato il nuovo piano industriale del gruppo, significativamente intitolato FaSTLAne 2030. Dietro la retorica trionfalistica della crescita e dell’innovazione, si dispiega in realtà un nuovo capitolo della crisi capitalistica dell’automobile: una crisi strutturale, inscritta nelle leggi stesse dell’accumulazione individuate da Marx e da lui espresse già nel primo libro del Capitale.
Sessanta miliardi di investimenti, sessanta nuovi modelli, espansione dei ricavi e taglio dei costi: questi i numeri agitati davanti agli investitori come prova della vitalità del gruppo.
È sul terreno del capitalismo e dell’accumulo più selvaggio che va letto l’intero impianto del piano Filosa, in piena continuità con le politiche degli Agnelli e degli Elkann.

IL CONTENUTO DEL PIANO: ADATTAMENTO DEL CAPITALE ALLA CRISI

FaSTLAne 2030 segna un punto di svolta rispetto alla precedente fase ideologica dell’elettrificazione totale. Il gruppo adotta ora una strategia “multi‑energia”, che combina elettrico, ibrido e motori termici.
Questa scelta non è altro che la conferma di una verità elementare: il padronato non ha alcun interesse verso l’ambiente, ma si adatta alle condizioni di mercato per garantire la redditività, senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.
La distribuzione degli investimenti (con una netta prevalenza verso il Nord America) consacra la gerarchia imperialista dei mercati. L’Europa, e in essa l’Italia, scivola a ruolo subordinato. Qui si manifesta la legge dello sviluppo diseguale e combinato, teorizzato da Trotsky pochi anni prima della grande crisi del 1929: territori interi vengono compressi per sostenere i poli di accumulazione più remunerativi.
Parallelamente, il gruppo prevede tagli strutturali ai costi per miliardi di euro e una riduzione significativa della capacità produttiva degli stabilimenti, con conseguenti esuberi e tagli della manodopera. In linguaggio borghese si parla di “efficientamento”; nella realtà si tratta di un’intensificazione dello sfruttamento.

EUROPA E ITALIA: LA STABILITÀ APPARENTE, LA RISTRUTTURAZIONE REALE

Filosa promette continuità: nessuna chiusura, nessun arretramento formale del perimetro industriale. Nella sostanza però, il piano dispiega una riorganizzazione profonda che richiama con forza l’analisi leniniana dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Per Lenin, infatti, il passaggio al capitalismo monopolistico non si limita alla concentrazione produttiva, ma comporta una pianificazione privata su scala internazionale, in cui pochi grandi gruppi ridistribuiscono continuamente investimenti, produzione e lavoro in funzione del profitto globale.
Lo riscontriamo nel piano Stellantis, non con una distruzione frontale degli stabilimenti europei, con ma una loro progressiva subordinazione e ridimensionamento all’interno di una divisione internazionale del lavoro dominata dai centri di profitto più elevato. L’Europa non viene abbandonata: viene riorganizzata come spazio produttivo a redditività compressa, dove la forza-lavoro deve adattarsi a volumi variabili, cicli produttivi incerti, continui aggiustamenti.
Sempre nell’Imperialismo, Lenin diceva che i monopoli non eliminano la concorrenza, ma la organizzano su un piano superiore, trasformandola in competizione tra grandi blocchi e tra territori. Così gli stabilimenti italiani, francesi, tedeschi non sono più unità produttive autonome, ma nodi di una rete globale che li mette in concorrenza permanente tra loro. La promessa di “non chiudere”, che vediamo da anni come strumento per rabbonire i lavoratori diventa, nell’ottica padronale, uno strumento di disciplinamento: ogni sito sopravvive solo se dimostra di poter garantire livelli di produttività e riduzione dei costi superiori agli altri. Il caso della chiusura di Termini Imerese e della trasformazione radicale di Melfi e Pomigliano d’Arco ci insegna molto.
Si realizza così una forma moderna di ciò che Lenin chiamava “spartizione del mondo” tra capitali: non più colonie in senso classico, ma aree produttive differenziate, gerarchicamente ordinate, dove il capitale decide quali territori sviluppare e quali comprimere. L’Italia rientra pienamente in questa logica: mantenuta all’interno della catena produttiva, ma progressivamente marginalizzata rispetto ai poli più redditizi.
In questa prospettiva, la stabilità proclamata dal management si rivela per ciò che è: una stabilità puramente giuridica, formale, dietro cui si nasconde una instabilità materiale crescente per la classe operaia. Le fabbriche non chiudono, ma lavorano a singhiozzo; i posti non spariscono immediatamente, ma diventano precari, intermittenti, sempre più ricattabili sotto la minaccia delle delocalizzazioni.
È qui che l’intuizione di Lenin conserva tutta la sua attualità: il capitalismo monopolistico non distrugge soltanto, ma riorganizza continuamente lo sfruttamento, spostando i suoi pesi e le sue contraddizioni lungo la catena globale. E in questa riorganizzazione, i lavoratori europei, e italiani in particolare, sono chiamati a pagare il prezzo di una competizione che non controllano, ma che subiscono quotidianamente sulla propria pelle.

GLI STABILIMENTI ITALIANI: TRA ILLUSIONI DI RILANCIO E REALTÀ DELLA SUBORDINAZIONE

Nel racconto ufficiale, l’Italia continua a occupare una posizione centrale. Ma osservando da vicino lo sviluppo concreto del piano, emerge un quadro ben diverso: una geografia industriale segnata da incertezza, frammentazione produttiva e precarietà sociale.
A Pomigliano, cuore storico della produzione popolare, viene agitata la promessa di una nuova vettura elettrica a basso costo, presentata come ritorno all’auto “per il popolo”.
Tuttavia questa prospettiva è rinviata al 2028 (forse…), sospesa a condizioni di mercato ancora tutte da verificare. Nel frattempo, la forza-lavoro continua a vivere nella precarietà delle linee produttive ridotte e nella minaccia permanente della cassa integrazione.
A Mirafiori, simbolo della grande storia operaia italiana e delle lotte degli anni ’70, la realtà è ancor più contraddittoria. Il sito sopravvive grazie alla produzione della 500 e a varianti ibride che ne allungano artificialmente il ciclo di vita.
Dietro però questa continuità si cela una lenta asfissia: nessun nuovo modello, volumi incerti, una fabbrica che resta aperta ma senza una prospettiva industriale organica. È la trasformazione di un grande stabilimento in un presidio produttivo residuale.
Melfi viene presentato come polo avanzato, laboratorio della piattaforma multi‑brand.
Qui si concentra la logica più “moderna” del capitale: standardizzazione estrema, piattaforme comuni, differenziazione puramente commerciale. Il lavoro viene frammentato, reso intercambiabile, sottoposto a ritmi sempre più intensi.
Cassino rappresenta invece il volto più brutale della crisi: l’incertezza elevata a metodo. La produzione legata a Maserati viene rinviata, sospesa, rimessa a futuri piani.
Nel presente, domina la discontinuità, con operai sospesi tra lavoro e inattività, mentre il territorio paga il prezzo della dipendenza da un unico grande datore di lavoro.
A Termoli e Atessa, il capitale mantiene una presenza, ma in forma subordinata: motori ibridi, veicoli commerciali, segmenti meno esposti alla competizione diretta internazionale.
È una continuità che non garantisce alcuna sicurezza, ma lega questi stabilimenti alle oscillazioni del mercato globale.
In questo quadro, la classe operaia italiana si trova schiacciata tra promesse di rilancio e realtà quotidiana di precarietà, riduzione dei turni, incertezza salariale. È la materializzazione concreta di ciò che Marx definiva “esercito industriale di riserva”: una massa di lavoratori sempre disponibile, sempre ricattabile.

LA POSIZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Di fronte a questo piano il Partito Comunista dei Lavoratori non si limita a una critica tecnica o riformista. Esso individua nel progetto Filosa la conferma della natura irriformabile del capitalismo.
Per il PCL, il piano non è un “rilancio industriale”, ma un’operazione di ristrutturazione del capitale che scarica i costi della crisi sui lavoratori. La promessa di non chiudere stabilimenti viene letta come una mistificazione: la vera questione non è la chiusura formale, ma il controllo dei volumi produttivi, dell’occupazione, dei ritmi di lavoro.
In una lettura coerentemente marxista, il partito sottolinea come il nodo centrale sia la proprietà dei mezzi di produzione. Finché le grandi aziende restano in mano al capitale finanziario internazionale, ogni piano industriale sarà subordinato alla logica del profitto.
Da qui nascono le rivendicazioni di nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio, come risposta alla crisi industriale; di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per contrastare la disoccupazione e di unità internazionale della classe lavoratrice, contro la concorrenza tra siti produttivi.
Il linguaggio non è quello della concertazione, ma quello del conflitto. Non si tratta di “negoziare migliori condizioni” entro il piano, ma di opporsi alla sua logica complessiva. Come scriveva Lenin già nel 1899, “la lotta economica si trasforma inevitabilmente in lotta politica”: gli stabilimenti Stellantis diventano così terreno di scontro tra due logiche inconciliabili, quella del capitale e quella del lavoro.

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA FASE DELLA LOTTA DI CLASSE

FaSTLAne 2030 non è semplicemente un piano industriale: è l’espressione contemporanea delle contraddizioni del capitalismo, della sua incapacità di sviluppare le forze produttive senza distruggere la sicurezza sociale.
Dietro i numeri e le promesse, si intravvede il volto reale del sistema: riduzione dei costi, flessibilità, precarizzazione. Una dinamica che conferma, ancora una volta, l’attualità dell’analisi marxiana.
Proprio in queste contraddizioni si apre lo spazio della lotta. Gli operai di Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Cassino non sono semplici ingranaggi di un meccanismo, ma soggetti potenziali di trasformazione.
Se il piano Filosa rappresenta l’offensiva del capitale, la risposta non potrà che essere la ricostruzione di un movimento operaio indipendente, capace di contrapporre alla logica del profitto un’alternativa di classe.
Infatti, oggi come ieri, la questione decisiva resta quella indicata da Marx: chi controlla la produzione, controlla la società. E su questo terreno, la partita è tutt’altro che conclusa.

Stellantis, la crisi la vogliono scaricare su chi produce

 


Per noi la sola via d’uscita è la nazionalizzazione sotto controllo operaio

La misura è colma. Dopo anni di cassa integrazione a singhiozzo, contratti di solidarietà e salari limati fino all’osso, i lavoratori e le lavoratrici di Stellantis si vedono sottrarre anche il premio di risultato. Non è un incidente: è l’esito coerente di un modello che trasferisce i costi degli errori manageriali sulle spalle di chi produce valore, mentre garantisce ai vertici stipendi faraonici e ai grandi azionisti la tutela del “proprio” capitale.

La fotografia è nitida: il 2025 segna un buco di bilancio gigantesco, prodotto da una marcia indietro tardiva e costosa sulla strategia elettrica; per mettere in sicurezza i conti si tagliano le quote variabili del salario (il premio di risultato), ma gli stipendi dei top manager restano milionari e la “liquidità prudenziale” non manca. È la socializzazione delle perdite nella sua forma più grezza.

UN ANNO NERO, UN PREMIO CANCELLATO. CHI DECIDE DOVE INVESTIRE DECIDE CHI DEVE STRINGERE LA CINGHIA

I fatti: il gruppo chiude il 2025 con perdite mostruose e con oneri straordinari dovuti alla correzione della rotta sull’elettrico. La direzione comunica ai sindacati che non è stato raggiunto il livello minimo dell’indicatore operativo europeo su cui si calcola il premio, e dunque niente erogazione. Tradotto: buste paga più leggere, dopo mesi di fermate e cassintegrazione. Laddove l’azienda ha continuato a investire — Sud America, Nord Africa, Medio Oriente — i premi arrivano; dove ha disinvestito, come in Italia, si incassa la beffa. Non la “fatalità del mercato”, ma una scelta precisa di localizzazione degli investimenti e di abbandono selettivo dei siti storici.

Nel frattempo, stabilimenti come Mirafiori, Pomigliano, Cassino e Melfi oscillano tra ripartenze annunciate e blocchi ricorrenti, con scioperi e mobilitazioni che fanno la loro timida comparsa. L’operaio italiano è diventato il parafulmine dei fallimenti di chi ha deciso le linee strategiche: produce meno perché si investe altrove, poi viene punito perché ha prodotto meno. È la spirale perfetta del capitale in crisi: si deprime la produzione per comprimere il lavoro e si “giustifica” la compressione del lavoro con la produzione depressa.

LA VERITÀ DI CLASSE DIETRO I NUMERI: QUANDO LA VALORIZZAZIONE SI INCEPPA, IL CAPITALE ATTACCA IL SALARIO

La lettura marxiana non è un vezzo ideologico: è la bussola che rende intellegibile il presente. Il profitto nasce dall’estrazione di plusvalore; quando la valorizzazione si inceppa perché le scelte direzionali falliscono, il capitale cerca di ripristinare i margini colpendo il costo del lavoro, precarizzando, esternalizzando, sospendendo premi e variabili. Ecco spiegato perché, di fronte a una perdita record, la prima “soluzione” è azzerare il premio di risultato e tenere i reparti in apnea con la cassa integrazione permanente. Non c’è neutralità: c’è un conflitto tra chi vive vendendo forza-lavoro e chi accumula appropriandosi dei suoi frutti.

La stessa dinamica si riflette sul terreno territoriale. Dove si addensano investimenti e nuovi modelli, la retribuzione si mantiene e i siti vivono; dove si ritirano investimenti e si rinviano scelte, si congelano i salari e si spegne la fabbrica. La geografia dei bonus coincide con la geografia del capitale, non con quella dei bisogni sociali.

MANAGER PAGARI A PESO D’ORO, OPERAI A PREMIO ZERO: L’OLTRAGGIO PERMANENTE

Mentre ai reparti si spiega che “mancano le condizioni” per il premio, ai piani alti scorrono compensi a più zeri per l’attuale amministratore delegato e per il presidente. Il precedente CEO è stato esonerato con una buonuscita cospicua, dopo aver impresso la rotta che oggi si dichiara superata. Si dirà: retribuzioni “di mercato”. Ma se il mercato premia chi sbaglia e punisce chi produce, allora è il mercato il problema, e con esso la forma-impresa che trasferisce automaticamente i fallimenti della direzione sulle vite di migliaia di famiglie operaie. Questa asimmetria non è un effetto collaterale: è una funzione. E chi la subisce ha diritto non solo a indignarsi, ma a rovesciare il tavolo.

MIRAFIORI, TORINO, L’ITALIA OPERAIA. DICIANNOVE ANNI DI ECCEZIONE DIVENTATA REGOLA

A Torino — laboratorio e simbolo — la cassa integrazione è diventata quasi una condizione strutturale. Diciannove anni di fermate ricorrenti hanno eroso competenze, redditi, prospettive; l’avvio della 500 ibrida e l’ingresso di giovani assunzioni precarie non bastano a cambiare la sostanza se non arrivano modelli popolari a volumi e investimenti massicci. In questo contesto, azzerare il premio significa spingere più giù chi è già sul ciglio, trasformando un diritto salariale in una lotteria dipendente dalle oscillazioni dei boardroom.

Il nodo però non può essere affrontato limitandosi a chiedere una tantum riparatorie o a inseguire la “neutralità tecnologica” come se il problema fosse la tecnologia in sé e come tanta parte del sindacato rivendica. Il punto non è scegliere tra elettrico e ibrido: il punto è chi decide perché e per chi si produce. L’asse strategico da rivendicare è un altro, ovvero spostare il comando sui mezzi di produzione dalle sale dei consigli d’amministrazione alle assemblee dei lavoratori. Questo significa costruire potere dal basso all’alto, dall’officina alla filiera, fino al livello nazionale, con organismi eletti e revocabili che esercitino controllo reale su piani, conti, investimenti, ritmi, sicurezza, qualità. Non “partecipazione” consultiva, ma potere decisionale.

NAZIONALIZZAZIONE SOTTO CONTROLLO OPERAIO: RIVENDICAZIONE TRANSITORIA, NON MASSIMA UTOPIA

Di fronte a un gruppo che può bruciare decine di miliardi in svalutazioni, fermare stabilimenti, sospendere premi e continuare a retribuire i vertici a livelli siderali, chi parla di “non c’è alternativa” ripete il mantra dell’impotenza. L’alternativa c’è e va detta senza timidezze: nazionalizzazione di Stellantis, sotto controllo operaio e con gestione diretta dei lavoratori. Non statalizzazione burocratica, non salvataggio con soldi pubblici per poi restituire il giocattolo agli azionisti. Esproprio senza indennizzo punto e basta; direzione operaia dei siti, apertura dei libri contabili e trasparenza totale.

La narrazione attuale prova a coprire il disastro con l’argomento della “libertà di scelta del cliente”: elettrico, ibrido o termico, la gamma si adegua. Ma chi decide dove produrre, con quali investimenti, con quali tempi e a quale costo sociale? Non il cliente, bensì un vertice, che ha dimostrato di poter sbagliare in grande e imporre a migliaia di famiglie le conseguenze.

La libertà che ci interessa è un’altra: libertà dei lavoratori di determinare l’orientamento della produzione, sottraendo i territori al pendolo della finanza e restituendo alla fabbrica una funzione sociale. E qui Marx è cristallino: senza proprietà collettiva dei mezzi di produzione, la democrazia finisce ai cancelli dello stabilimento.

FRONTE UNICO DI FABBRICA. O SI VINCE INSIEME O SI ARRETRA DA SOLI

In queste settimane gli scioperi e le assemblee mostrano che il corpo operaio reagisce. Bisogna fare un passo oltre: costruire un fronte unico tra tutti gli stabilimenti e tutti i reparti, superando appartenenze e microsettarismi, non solo a livello nazionale, ma internazionale.

La crisi che stiamo vivendo non è l’inevitabile correzione di un ciclo. È il prodotto di scelte sbagliate compiute da chi non pagherà mai il prezzo che oggi si pretende di imporre agli operai. Per questo la risposta non può essere la rassegnazione contrattuale. Serve uno scatto politico: riprendere il controllo. Nazionalizzare con controllo operaio significa spezzare il meccanismo per cui i successi si privatizzano e gli insuccessi si scaricano sulla collettività del lavoro. Significa, soprattutto, riaffermare un principio semplice e rivoluzionario: chi fa la ricchezza deve decidere come si produce e come si distribuisce.

Questa è la linea del Partito Comunista dei Lavoratori. Non chiediamo il permesso di esistere in una filiera in cui valiamo solo quando si deve tagliare. Pretendiamo il potere di trasformare la produzione in un bene sociale, sottraendola al capriccio di strategie fallimentari.

La crisi non la devono pagare i lavoratori ! Via il capitale e i capitalisti, i lavoratori riprendano le fabbriche, il controllo della produzione e quello delle loro vite!

Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Mirafiori, Torino e la posta in gioco

 


Oltre la difesa, la rottura e il controllo operaio

L’11 febbraio 2026 davanti ai cancelli di Mirafiori è iniziato un presidio di tre giorni promosso dalla FIOM-CGIL, con il tentativo di coinvolgere i lavoratori dello stabilimento torinese di Stellantis, tra i più colpiti dalla crisi. Noi, come Partito Comunista dei Lavoratori, eravamo presenti per distribuire “Lotte operaie” il nostro bollettino di intervento nelle fabbriche, e per rimarcare la nostra distanza dalle burocrazie sindacali. La mobilitazione precede e si collega direttamente alla manifestazione del 14 febbraio, “Innamorati di Torino”, organizzata dalle principali sigle metalmeccaniche. Il contesto, tuttavia, va oltre la pur significativa protesta: è il sintomo di una crisi profonda dell’automotive e, più in generale, della deindustrializzazione torinese.

Il presidio iniziato l’11 febbraio davanti ai cancelli di Mirafiori non è un rito consolatorio, ma la cartina di tornasole della crisi di un modello: quello di un capitalismo automobilistico che ha esaurito la sua promessa di progresso e integrazione sociale. I numeri parlano chiaro: nel 2025 la produzione Stellantis in Italia è scesa a 250.000 veicoli, minimo storico dal 1954, mentre a Mirafiori la soglia di sopravvivenza (200.000 unità all’anno) resta un miraggio, con stime attorno a 80.000 vetture per l’anno in corso. Sono dati che non descrivono una “congiuntura”, ma una strategia di disinvestimento e delocalizzazione funzionale ai rendimenti degli azionisti, non ai bisogni dei lavoratori. Le parole pronunciate al presidio dal segretario generale della FIOM De Palma — «la fabbrica non è di Elkann, ma degli operai e degli italiani» — almeno in apparenza sembrano essere un enunciato politico che rimette al centro chi produce il valore e chi oggi ne decide il destino da lontano. In realtà mascherano le solite “parole forti” di rito al di là delle quali vi è un sindacato che fa della concertazione la sua unica arma di contesa, senza una reale prospettiva di lotta di lunga durata.

La manifestazione del 14 febbraio, preparata da tre giorni di presidio, segna l’unità delle principali sigle metalmeccaniche e l’ambizione di trasformare una vertenza “di stabilimento” in un tema cittadino. È un passaggio importante, perché Torino resta la capitale dell’indotto auto e della meccanica, con una filiera che vale un terzo della componentistica nazionale: quando si fermano i flussi a Mirafiori, il contraccolpo investe officine, subfornitori, logistica, competenze e scuole tecniche. Ma proprio perché la posta in gioco è cittadina e nazionale, la risposta non può limitarsi a una invocazione di “più investimenti” da parte dell’azienda e di “più attenzione” da parte delle istituzioni. È già successo e non ha funzionato. Serve cambiare il terreno della contesa.

L’errore sta nell’orizzonte difensivo. Quando l’unità sindacale si traduce in piattaforme che chiedono nuovi modelli e incentivi, ma non mettono in discussione proprietà, comando e profitti, il risultato è la gestione ordinata del declino. La 500 ibrida assegnata a Mirafiori è stata il frutto di mobilitazioni reali, ma già oggi appare insufficiente: senza volumi adeguati, ogni “riconversione” resta un ponte verso il vuoto. Se l’obiettivo minimo per la tenuta dello stabilimento è 200.000 vetture all’anno, restare a quota 80.000 significa precarietà permanente per operai e indotto. Continuare a chiedere nuovi modelli senza mettere le mani sul potere decisionale è un loop che consuma energie e tempo, mentre i cicli finanziari continuano a dettare legge.

Ciò che accade a Torino non è un’eccezione: è la forma italiana di un fenomeno globale, dove multinazionali come Stellantis agiscono su base transnazionale, ottimizzando costi e fiscalità, e dove i governi competono con sussidi e deregolazione per strappare una tranche di investimenti. In questo schema, lo Stato viene chiamato a fare l’arbitro e il finanziatore, ma non il protagonista. L’idea che la “buona politica industriale” possa bastare da sola è un’illusione, se non si tocca la leva proprietaria. A maggior ragione in un territorio in cui, nel giro di pochi anni, si sono sommate operazioni su asset strategici (da Iveco all’incertezza su Marelli), confermando che il criterio guida non è il lavoro, ma la redditività finanziaria. È questo il cuore del problema che i presidi e i cortei, se restano nel perimetro della concertazione, non possono risolvere. Quello che abbiamo di fronte è dunque un sindacato concertativo in difficoltà: l’unità sindacale, spesso celebrata come un valore, rischia di tradursi in un compromesso al ribasso. Come mostrano anche le richieste dei sindacati sull’Iveco e sulla componentistica, rimane forte un approccio interclassista, che vede nelle istituzioni e negli industriali interlocutori da convincere, non forze con cui contrapporsi sul piano dei rapporti di forza reali.

Per noi del Partito Comunista dei Lavoratori la strada è un’altra: nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che ridimensionano e delocalizzano e controllo operaio sui processi produttivi. Non un ritorno allo statalismo degli apparati, ma una pianificazione democratica a partire dai lavoratori che risponda a criteri sociali (occupazione, sicurezza, transizione ecologica reale) e non ai profitti per gli azionisti. Questo significa cominciare dove siamo: comitati eletti in reparto, coordinamenti tra siti, scioperi prolungati e blocchi mirati delle fasi logistiche, perché è lì che il capitale è più vulnerabile. Senza discontinuità conflittuale, ogni tavolo si limita a gestire esuberi, cassa integrazione e incentivi all’esodo. È storia recente.

C’è poi una questione di democrazia sindacale. La composizione della forza lavoro è cambiata: somministrati, appalti, subfornitura, linee spezzate tra stabilimenti e Paesi. Una lotta efficace non può essere delegata interamente alle burocrazie confederali; ha bisogno di strutture autonome e intersettoriali capaci di unire metalmeccanici, logistica, servizi in appalto e giovani precari. Mirafiori può essere il laboratorio di questa ricomposizione, ma solo se la mobilitazione smette di essere episodica e diventa processo: dal presidio alla costruzione di un fronte permanente di lotta su salario, orari, ritmi, sicurezza e controllo delle scelte industriali.

Vi è poi la transizione ecologica, che non può essere consegnata ai board aziendali. Elettrico, ibrido, piattaforme software, batterie: senza indirizzo pubblico e controllo dal basso, diventano alibi tecnologici per comprimere organici e delocalizzare in nome della competitività. La transizione, per essere sociale, deve essere pianificata, finanziata tagliando rendite e extraprofitti, e orientata a produzioni utili: dal trasporto collettivo alla riconversione ecologica della componentistica. Non è neutralità tecnologica: è scelta politica su cosa produrre e per chi. Mirafiori potrebbe essere un polo pubblico dell’e-mobility e della meccanica verde, ma questo comporta rompere la gabbia degli incentivi a pioggia e del “dialogo responsabile” che ha accompagnato il declino fino a qui.

Infine, c’è un nodo che non può essere ignorato: la crisi e la deindustrializzazione non riguardano solo lo stabilimento di Mirafiori, ma tutti gli stabilimenti Stellantis in Italia e l’intera filiera dell’indotto automotive. La politica portata avanti dalla FIOM e dal suo segretario De Palma di condurre vertenze e lotte stabilimento per stabilimento conduce in un vicolo cieco. Nel dibattito sulle rivendicazioni stabilimento per stabilimento dentro Stellantis, è utile ricordare come questa impostazione non sia nuova. Già nel 2010, di fronte al “patto per la fabbrica” imposto da Marchionne, Landini scelse di non firmare e di puntare sulla mobilitazione e sul referendum in ogni singolo sito produttivo. Una scelta che, pur animata dalla volontà di resistere, finì per rinchiudere la lotta dentro i confini di Mirafiori, Pomigliano e degli altri stabilimenti, lasciando all’azienda la possibilità di giocare una partita a scacchi su più tavoli, dividendo i lavoratori e isolando le resistenze.

Quell’esperienza dovrebbe essere una lezione chiara: quando il conflitto viene frammentato, il padrone vince. Marchionne lo capì perfettamente. La FIOM, pur opponendosi, accettò di fatto il terreno di scontro imposto dall’azienda, un terreno locale, spezzettato, dove ogni fabbrica era costretta a difendersi da sola. Il risultato fu che la forza potenziale di un’intera categoria venne dispersa in mille rivoli.

La frammentazione delle vertenze non è una scelta neutra: spezza la forza collettiva, isola i lavoratori e concede all’azienda un vantaggio strategico enorme. Oggi, con Stellantis che opera su scala globale e che usa la concorrenza interna tra stabilimenti come leva per comprimere salari e diritti, riproporre la stessa logica significa ripetere l’errore. Le rivendicazioni separate, per quanto combattive, non possono reggere l’urto di un gruppo multinazionale che decide investimenti, produzioni e chiusure guardando all’intero continente.

Come Partito comunista dei lavoratori sosteniamo la necessità di una vertenza nazionale unitaria, capace di collegare le lotte di Mirafiori, Pomigliano, Melfi, Cassino e di ogni altro sito produttivo. Solo un fronte comune può rompere la logica della competizione tra stabilimenti, che è esattamente ciò su cui Stellantis punta per comprimere salari, diritti e condizioni di lavoro. Un’unica battaglia nazionale permetterebbe di trasformare la rabbia dispersa in una forza organizzata, di rimettere al centro la solidarietà operaia e di imporre all’azienda un terreno di confronto che non sia quello, debole e frammentato, delle singole fabbriche.

La storia del movimento operaio insegna che quando i lavoratori si muovono insieme, nessun padrone è troppo grande. È questo il nodo politico: ricostruire un’unità reale dal basso, superare la logica difensiva delle vertenze locali e tornare a parlare il linguaggio della forza collettiva. Solo così la classe lavoratrice può tornare a incidere davvero sui rapporti di potere dentro e fuori le fabbriche.

La verità è dunque semplice: o la classe lavoratrice torna a incidere sulla proprietà e sul comando, o la storia la scriveranno i consigli d’amministrazione. Il presidio dell’11 febbraio e la piazza del 14 possono diventare tappe di un percorso se diventano l’inizio di una strategia offensiva: organizzazione autonoma, continuità della lotta, obiettivi chiari (nazionalizzazione, controllo operaio, gestione dal basso, vertenza nazionale che coinvolga l’intero settore automotive). In caso contrario, Torino continuerà a celebrare il suo passato industriale mentre negozia, pezzo dopo pezzo, il proprio futuro postindustriale. Mirafiori non chiede un altro modello: chiede un altro potere, quello operaio!

Crisi industriale e parassitismo borghese

 


La crisi dell'auto e gli utili di Agnelli

1 Ottobre 2024

L'industria dell'auto è investita da una crisi di fondo in tutta Europa. La recessione tedesca, i costi della transizione all'elettrico, la concorrenza capitalistica della Cina sul mercato europeo dell'auto elettrica sono tre fattori tra loro combinati che si abbattono sul vecchio continente.

Il passaggio programmato dall'auto endotermica all'auto elettrica entro il 2035, reso necessario dalla drammatica crisi climatica, riduce l'importo della componentistica lungo l'intera filiera. O si ripartisce fra tutti i salariati il lavoro che c'è con una riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga, o la riconversione si abbatterà sui salariati con la distruzione concentrata dei posti di lavoro. L'annuncio della prossima chiusura di uno stabilimento della Volkswagen in Germania è solo la punta emergente di un grande iceberg che investirà la lotta di classe nell'industria automobilistica in tutta la prossima fase.

I capitalisti europei non reggono la concorrenza cinese. Gli stati borghesi dell'Unione Europea non hanno i margini di manovra necessari nei propri bilanci nazionali per sostenere i costi della riconversione. Il ricorso al debito pubblico è minato dal ritorno del patto di stabilità, con le relative restrizioni di bilancio. Il ricorso a un nuovo indebitamento continentale, fortemente richiesto di Mario Draghi, si scontra con l'indisponibilità del capitalismo tedesco a farsi carico degli indebitamenti mediterranei.
La concorrenza mondiale nella riduzione delle tasse per i capitalisti mina la capacità fiscale degli stati, mentre la corsa generale dei paesi UE all'incremento delle spese militari, sospinta dalle contraddizioni interimperialistiche su scala mondiale, complica ulteriormente la questione delle risorse. In poche parole, i novecento miliardi annui aggiuntivi che Draghi considera necessari per l'unione dei capitalismi europei per sostenere la loro transizione ecologica e digitale, e insieme il salto della loro potenza militare, paiono oggi al di fuori della costituzione materiale della UE.

In Italia la crisi dell'auto si inscrive in una lunga parabola. Negli ultimi diciassette anni la produzione di FIAT, poi FCA e Stellantis, si è ridotta di quasi il 70%, da 911000 alle 300000 stimate quest'anno. Delle 505000 auto vendute in Italia, meno della metà è stata prodotta in Italia. La promessa di Stellantis di aumentare la produzione nel paese si è rivelata, una volta di più, una truffa: un modo di battere cassa per incassare incentivi a tutela degli azionisti.
In ogni paese i capitalisti dell'auto battono cassa presso i governi nel nome della “tutela del lavoro” nel momento stesso in cui gestiscono delocalizzazioni e programmano chiusure. Tavares implora un “piano Marshall” per la transizione all'elettrico attraverso la formazione di un fondo europeo per l'automobile, nella speranza di offrire ai propri azionisti una ragione valida per confermarlo amministrazione delegato. In realtà si prepara a gestire lo scontro sociale contro i propri salariati.

Nel frattempo le società partecipate dalla holding della famiglia Agnelli-Elkann celebrano un utile record per il primo semestre del 2024: quasi 15 miliardi di euro. È il frutto dei successi di borsa delle azioni del gruppo sui molteplici fronti del proprio investimento finanziario: dal settore del tech alla sanità privata. La furibonda guerra interna alla famiglia Agnelli per la spartizione dell'eredità non ha ostacolato dunque il comune incasso degli utili finanziari.

La natura parassitaria del capitalismo trova una conferma tanto più clamorosa nel quadro della crisi dell'auto. La lotta per l'esproprio della borghesia e per la proprietà pubblica sotto controllo operaio delle leve della produzione non è solo l'unica via di una transizione ecologica rispettosa degli operai e del loro lavoro. È anche una misura elementare di igiene morale. Porteremo questa verità nel prossimo sciopero sindacale di tutto il settore auto e componentistica del 18 ottobre.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'estate calda degli scioperi negli USA

 


Mentre la nostra burocrazia sindacale dorme, il proletariato si muove nel mondo

Mentre la classe operaia italiana è ridotta alla passività dalle burocrazie sindacali, la lotta di classe si muove nel mondo. L'abbiamo visto negli scorsi mesi con le dinamiche di lotta in Francia, in Gran Bretagna, persino in Germania. Lo vediamo ora nella calda estate americana. Scioperi di massa investono diversi settori. Seicentocinquantamila salariati USA hanno dichiarato o minacciato scioperi nei settori dell'industria alimentare (latticini), del pubblico impiego, della logistica, dell'industria automobilistica. Da gennaio a oggi si sono tenuti 226 scioperi che hanno coinvolto quattrocentomila dipendenti. Negli ultimi due anni erano rispettivamente trentamila e ottantamila. Dunque un incremento nettissimo.

La rivendicazione centrale è quella di un forte aumento salariale, a fronte dell'alta inflazione e del potere d'acquisto perduto. Negli stabilimenti del colosso UPS, settore spedizioni, la sola minaccia di uno sciopero prolungato ha strappato aumenti salariali del 50%, comprendendo nell'aumento anche i lavoratori part time. È il più grande aumento salariale ottenuto negli ultimi decenni. Nell'industria automobilistica (General Motors, Ford, Stellantis) il nuovo leader del sindacato UAW Shawn Fain rivendica aumenti salariali del 40% in quattro anni con piena copertura dei nuovi assunti. Da qui l'annuncio dello sciopero per settembre.

Cresce la domanda di sindacalizzazione, oggi bassa nel settore privato (6%), più alta nel settore pubblico (23%). Recenti sondaggi attestano che il 50% dei lavoratori in imprese non sindacalizzate vorrebbero iscriversi alle unions. Si allarga il sostegno alle ragioni degli scioperi nella società americana. Il sondaggio Gallup attesta che il 71% degli americani appoggia le ragioni dei lavoratori.

Questo sussulto di lotte è sospinto da diversi fattori: l'accresciuta forza contrattuale del lavoro a seguito della ripresa economica post-Covid, il nuovo attivismo di giovani dipendenti gravati dai debiti studenteschi accumulati, l'emersione di direzioni sindacali più combattive di nuova generazione alla testa di diverse unions, ma anche l'effetto scandalo delle sperequazioni salariali negli USA. La confederazione AFL-CIO ha denunciato che lo stipendio medio di un manager USA corrisponde a 272 volte il salario medio dei dipendenti. Mentre il 70% della ricchezza nazionale si concentra nelle mani del 10% più ricco.

Le lotte proletarie in corso nel mondo smentiscono una volta di più le leggende liberali (e qui da noi postoperaiste) attorno al tramonto della classe operaia. Ma soprattutto denunciano l'insopportabile scandalo di una burocrazia CGIL che non muove foglia in presenta di salari in picchiata. E che finisce per di più, con la sua straordinaria passività, col regalare uno spazio d'immagine all'ipocrisia del governo Meloni e/o dei partiti borghesi di “opposizione” attorno a temi sociali. Il vuoto dell'opposizione di classe e di massa genera mostri, o abbellisce quelli esistenti.

È l'ora di voltare pagina in autunno. E di cambiare direzioni sindacali, che hanno fatto ormai bancarotta.

Partito Comunista dei Lavoratori

I profitti spingono il carovita. Per la scala mobile dei salari!

 


In questi giorni l'emergenza del caro bollette domina il dibattito pubblico. Siamo intervenuti sul tema con una nostra analisi e proposta di lotta. Vi torneremo. Ma c'è un aspetto che la stampa padronale e tutti i partiti borghesi volutamente ignorano: l'enormità dei profitti padronali nei primi sei mesi dell'anno. Non si tratta dei soli arcinoti extraprofitti delle grandi aziende energetiche, ma dei profitti di larga parte dei grandi gruppi capitalisti in tutti i settori dell'economia.


Non è un fenomeno solo italiano. La Confederazione europea dei sindacati ha documentato come in tutta l'Unione Europea il primo semestre del 2022 abbia visto dividendi d'oro tra i grandi gruppi industriali e bancari, con una crescita esponenziale: più 25,1% in Belgio, più 32,7% in Francia, più 36,3% in Germania, più 23,4% in Olanda, più 97,7% in Spagna (all'ombra del governo “di sinistra” PSOE-Podemos). Una crescita impetuosa che corrisponde a circa venti volte l'evoluzione parallela dei salari, sostanzialmente al palo. In altri termini, un incremento ovunque del tasso di sfruttamento capitalistico del lavoro.

L'Italia si colloca in classifica subito dopo la Spagna con un incremento dei dividendi del 72,2%. Tutti i settori sono coinvolti dal fenomeno. Il settore automobilistico di Stellantis con l'incremento del 15% e 8 miliardi di utile. Il gruppo ENI con quasi 7,4 miliardi di utile a fronte dell'1,1 del primo semestre (più 700%). Ma il salto maggiore lo compie Atlantia dei Benetton, che grazie alla vendita di Autostrade a CDP passa da 33 milioni a 5,9 miliardi di utile. Seguono Banca Intesa, Unicredit, ENEL, Generali, Banca Bper, Tenaris, Poste Italiane. Complessivamente, i dividendi passano da 24,345 a 39,669 miliardi. In soli sei mesi!

Si dirà: “ora però il rincaro dell'energia ha invertito la rotta”. Sbagliato. O per lo meno inesatto. In parte l'onda della crescita dei dividendi è alimentata proprio dal rincaro dell'energia con le relative speculazioni, in parte si è scaricata sui prezzi alimentando l'inflazione. «Molte aziende sono state in grado di espandere i propri profitti unitari in un contesto di eccesso di domanda globale nonostante l'aumento dei prezzi dell'energia» e «in media i profitti hanno contribuito in modo chiave all'inflazione interna totale, al di sopra del loro contributo storico», dichiara Isabel Schnabel, membro tedesco del board della BCE.

I profitti sono dunque un volano del carovita pagato dai salariati. Altro che “caro bollette, male comune”. No. Il male non è comune nei suoi effetti sociali, e neppure nei suoi fattori scatenanti.

È una ragione in più per porre la rivendicazione di un aumento generale dei salari di almeno 300 euro netti e della scala mobile dei salari come obiettivo centrale di questa fase. È il caso di dire “paghi chi non ha mai pagato”.

Partito Comunista dei Lavoratori

E ora?

 


Continuare, radicalizzare, generalizzare la mobilitazione. Per un'iniziativa nazionale unitaria di tutto il sindacalismo di classe

Lo sciopero generale del 16 dicembre non è stato un successo. Le manifestazioni di piazza sono state partecipate, l'adesione allo sciopero molto meno: tra uno e due milioni di lavoratori circa su 18 milioni. Un'adesione alta in una fascia ristretta di grandi aziende del settore metalmeccanico, agroindustriale, di gomma e plastica, della grande distribuzione, ma assai limitata nel gruppo Stellantis e nel gruppo Leonardo, quasi nulla all'Ilva di Taranto, molto bassa o inesistente nella piccola impresa, a macchia di leopardo, ma complessivamente modesta, nel settore dei trasporti e dei servizi. Il confronto con lo sciopero generale precedente del 12 dicembre 2014 non lascia adito a dubbi: il livello di adesione è stato molto inferiore.

Lo scarto non si spiega affatto con il presunto indebolimento strutturale del movimento operaio, secondo le tesi alla moda dei sociologi borghesi o dei burocrati sindacali. Si spiega con le condizioni dello scontro. Nel 2014 era chiara nella percezione di massa sia la materia del contendere (l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) sia l'avversario da battere (il governo Renzi). Non a caso lo sciopero generale fu preceduto da numerose agitazioni nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. Lo sciopero servì alla burocrazia per mettere il coperchio sulle fermate spontanee, e salvare la faccia. Ma ebbe un significato riconoscibile a livello di massa.

Lo sciopero generale di questo 16 dicembre non aveva nessuno di questi caratteri. La burocrazia sindacale di CGIL e UIL l'ha promosso in una settimana come pura reazione alla mancata concertazione col governo in carica su un emendamento alla manovra di bilancio. Senza assemblee nei luoghi di lavoro, senza una piattaforma riconoscibile, senza contrapposizione chiara allo stesso governo, ed anzi con il penoso distinguo tra un Draghi buono, disponibile a concedere il contentino di un emendamento simbolico, e «i partiti» che lo appoggiano, sordi invece a questa richiesta. Era difficile che in queste condizioni lo sciopero potesse assumere una funzione trascinante a livello delle masse più larghe.

Sciopero “inutile” dunque? Niente affatto. Lo sciopero e le manifestazioni di piazza hanno rotto il monopolio reazionario no vax sull'opposizione al governo, con l'irruzione sulla scena di un altro soggetto e delle sue ragioni sociali. Inoltre le isteriche reazioni borghesi allo sciopero generale («irresponsabile», «ingeneroso», addirittura «criminale», per la stampa reazionaria) hanno caricato lo sciopero di una valenza obiettiva più radicale di quanto avesse in realtà. Nei fatti lo sciopero ha rotto l'incantesimo della solidarietà nazionale attorno al governo, ha colpito l'intoccabile sacralità di Draghi, ha introdotto una linea di frattura sociale. La contrapposizione attiva della CISL allo sciopero, a difesa del governo e della “responsabilità”, ha agito di fatto nella medesima direzione. Per non parlare della contrapposizione urlata di Confindustria.

Su questa linea di frattura occorre ora intervenire per approfondirla, generalizzarla, motivarla. La burocrazia non ha alcuna intenzione di farlo. Per l'apparato di CGIL e UIL il 16 dicembre ha rappresentato soltanto un segnale di presenza al governo in vista del prossimo incontro e dell'atteso riconoscimento. Per tutto il sindacalismo di classe – interno ed esterno alla confederazione – si apre invece un'autostrada per incalzare pubblicamente le contraddizioni della CGIL, mettere con le spalle al muro la sua burocrazia dirigente, parlare per questa via alle masse più larghe, a chi ha scioperato e a chi non l'ha fatto.

Landini ha dichiarato in piazza, con la sua retorica consumata, che «lo sciopero è solo un inizio»? Bene. Va preso in parola. Tutto il sindacalismo di classe, interno ed esterno alla CGIL, dovrebbe proporre pubblicamente la continuità e lo sviluppo della mobilitazione. Ma attorno ad una piattaforma di lotta riconoscibile, che possa unificare il lavoro salariato, che possa aggregare attorno ad esso l'insieme dei settori oppressi della società. Il blocco dei licenziamenti con l'occupazione delle aziende che licenziano e la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori; la cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro e la ripartizione tra tutti del lavoro che c'è con la riduzione generale dell'orario di lavoro (30 ore pagate 40); un grande piano di nuovo lavoro in opere di utilità sociale assieme a un raddoppio dell'investimento nella sanità e nell'istruzione, finanziati da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco e dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche. Attorno a queste rivendicazioni è necessario e possibile costruire una mobilitazione vera, unitaria, di massa a carattere prolungato. Un vero sciopero generale capace di motivare non solo il milione che ha scioperato il 16 ma anche i milioni che non l'hanno fatto.

Ma occorre l'assunzione di responsabilità di un'iniziativa unitaria di tutto il sindacalismo di classe, al di là di ogni divisione di bandiera, collocazione, provenienza. L'opposizione interna alla CGIL ha le carte in regola per intraprendere tale iniziativa. Certo, se il 16 dicembre tutto il sindacalismo di classe avesse scioperato con la CGIL, attorno a proprie rivendicazioni, oggi sarebbe più forte nell'incalzare la sua direzione e parlare alla sua base di massa. Così non è stato purtroppo. Ma è meglio tardi che mai.

Il momento del rilancio è ora. Magari partendo dalla legge truffa sulle delocalizzazioni del governo per contrapporle la generalizzazione della scelta di lotta che viene dalla GKN: occupare le aziende che licenziano, rivendicare il loro esproprio sotto controllo operaio, costruire una cassa nazionale di resistenza, come chiedono centinaia di delegati di diversa collocazione sindacale attorno ad un appello nazionale unitario.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta contro i licenziamenti

 


Per una risposta unitaria che sia pari all'attacco

31 Agosto 2021

Un contributo che il Partito Comunista dei Lavoratori sottopone alla riflessione e alla discussione di tutte le organizzazioni del Patto d'azione anticapitalista, di cui siamo parte

Cari compagni e care compagne,

Crediamo sia necessario aggiornare con uno sguardo d’insieme lo scenario che si presenta al piede di partenza dell’autunno dal punto di vista delle lotte per il lavoro. Anche per evitare, come talvolta è accaduto in passato, di dover rincorrere gli eventi, e di essere costretti a forme di precipitazione della nostra discussione.

Il padronato sviluppa la propria offensiva dopo lo sblocco dei licenziamenti, gentilmente concesso dalla burocrazia sindacale con uno scandaloso “avviso comune”. I licenziamenti non saranno un fatto generalizzato e indistinto, perché una parte della forza lavoro è stata già liquidata con il mancato rinnovo di un milione di contratti precari, e per via degli effetti compensativi parziali del rimbalzo economico in atto. Tuttavia, non saranno licenziamenti ordinari. Si concentreranno in settori centrali dell’industria e del proletariato italiano. Nel settore dell’automotive (dalla componentistica a Stellantis), interessato alla profonda riorganizzazione della produzione automobilistica; nella siderurgia, che resta in forte sovrapproduzione globale; nell’industria tessile e della moda, fortemente esposti sul terreno dell’esportazione, dove lo sblocco è previsto per il 31 ottobre. Parallelamente investiranno il settore dei trasporti (Alitalia) e del credito (MPS), interessati a forti processi di concentrazione capitalistica.

Questa offensiva si dispiega oltretutto senza disporre di una rete tempestiva di ammortizzatori, come chiedeva la burocrazia sindacale. L’operazione ammortizzatori dovrà entrare a bilancio nella prossima Legge di stabilità, assieme alle nuove misure sulle pensioni, e non potrà essere operativa prima del 2022. Peraltro, gli ammortizzatori in discussione si configurano come atterraggio morbido dei licenziamenti e creazione di nuovo precariato (allargamento della cassa differenziato per tipologia d’impresa, contratto di espansione come scivolo pensionistico a perdere, contratto di rioccupazione con declassamento incorporato attraverso l’apprendistato) più che come protezione sociale dei licenziati. La probabile revisione peggiorativa del reddito di cittadinanza, con l’obbligo di accettazione dei contratti stagionali, su richiesta delle imprese, completa il quadro. Per di più anche gli spiccioli della “riforma” saranno messi a carico dei salariati, perché la pressione sul debito pubblico italiano limita lo spazio di manovra del governo, già alle prese con la promessa corale di un'ulteriore detassazione del capitale (cancellazione IRAP e riduzione IRES).

La legge in gestazione contro le delocalizzazioni (Orlando-Todde) punta a normalizzare i licenziamenti dal punto di vista procedurale: tempi di preavviso, piani di mitigazione delle ricadute occupazionali, coinvolgimento di istituzioni e sindacati nella gestione dei licenziamenti. La minaccia di multe e di privazione dei contributi pubblici per chi non seguisse la procedura prevista è poco più che simbolica per aziende che vogliono chiudere. Peraltro, la procedura non riguarda le aziende che chiudono per crisi economico-finanziaria e le delocalizzazioni interne alla UE, tutelate dalla libera concorrenza continentale. Per di più la legge è ora sotto attacco di Confindustria e sarà rivista al ribasso, con la cancellazione delle sanzioni, già scomparse, non a caso, nell’ultima versione della legge. In altri termini, com’era prevedibile, si tratta di una truffa, al pari della legge Florange (Francia 2014) cui si ispira.

Il punto è come rispondere a questa specifica linea di attacco, sul piano della proposta e dell’azione, a partire dalle esperienze di lotta che già si sono prodotte nell’ultima fase.
Pensare che l’azione di sciopero generale dell’11 ottobre sia in sé “la risposta” sarebbe profondamente sbagliato. L’azione di sciopero del sindacalismo di classe è importante, tanto più perché finalmente unitaria. Tutte le organizzazioni del Patto d'azione sono impegnate, senza riserve, a sostenerla e promuoverla. Ma occorre capire come si prepara, con quali processi interferisce e si incrocia, quali prospettive dischiude. La stessa valenza concreta dello sciopero dipenderà in larga parte da questo

Il quadro della lotta di classe resta complessivamente negativo, ma nell’ultima fase si sono prodotti in controtendenza alcuni fatti rilevanti.

Il ciclo di lotta della logistica, a lungo isolato, ha rotto il proprio isolamento. Prima l’aggressione squadrista di Tavazzano e alla Texprint, e poi il tragico assassinio di Adil, hanno prodotto un salto di attenzione pubblica non solo sulla lotta della FedEx ma sulla condizione complessiva, lavorativa e sindacale, dell’intero settore. La dinamica di scioperi spontanei nelle fabbriche che sono seguiti all’omicidio ha coinvolto un settore dell’avanguardia larga della classe operaia, ed anche lavoratori impegnati in specifiche vertenze aziendali (Whirlpool). Nelle tre settimane che precedevano lo sblocco dei licenziamenti, il SI Cobas si è trovato al centro di una attenzione di massa, mediatica e sindacale, del tutto inedita nelle sue dimensioni, polarizzando un sentimento diffuso di solidarietà di classe che ha travalicato i confini di settore e di appartenenza sindacale.

In quel preciso contesto continuiamo a pensare che proporre pubblicamente alla CGIL di promuovere uno sciopero generale congiunto contro lo sblocco annunciato dei licenziamenti avrebbe significato mettere la burocrazia di fronte alle sue responsabilità agli occhi della parte più avanzata della sua base operaia, in particolare nell’industria. E avrebbe dunque permesso di capitalizzare in quei settori il prevedibile rifiuto e la successiva capitolazione vergognosa di Maurizio Landini. In altri termini, avrebbe rappresentato una forma di attacco efficace alla burocrazia, allargando la breccia nella sua base. Non averlo fatto ha rappresentato, a nostro avviso, un’occasione persa e un errore.

Dopo lo sblocco e la prevedibile capitolazione della CGIL, i licenziamenti annunciati in GKN, Whirlpool, Gianetti, Timken, hanno materializzato le sue conseguenze.
La lotta in GKN, a partire dall'occupazione dello stabilimento di Firenze, ha assunto in questo quadro una grande rilevanza sindacale e politica. Non è una vertenza sindacale ordinaria. L’alto tasso di sindacalizzazione FIOM, la direzione della lotta in mano a un settore classista (opposizione CGIL), la presenza nella sua direzione di compagni formati e sperimentati, conferiscono a questa vicenda un'importanza particolare che va molto al di là di una normale vertenza aziendale. Lo testimonia la vasta solidarietà incontrata sul territorio e la sua trasversalità sindacale e politica, ma anche il tentativo della burocrazia CGIL, e dello stesso Landini, di recuperare il bandolo della vicenda prima che gli esploda nelle mani.

Si tratta allora di dare una proiezione generale a queste lotte in controtendenza per mettere a frutto le loro potenzialità, superando il riflesso condizionato della routine. Da qui la responsabilità di proposta e di azione.

I compagni di GKN hanno detto “insorgiamo”, evocando la necessità di una ribellione operaia. Bene. Si tratta di dare una traduzione concreta all’appello, evitando che resti un'evocazione retorica. E questo interroga non solo i compagni di Firenze ma anche il nostro Patto d’azione anticapitalista e l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Abbiamo insomma una seconda occasione per dare un respiro di massa al nostro intervento in direzione della classe operaia industriale, che ha obiettivamente, come i fatti dimostrano, una valenza strategica. Non sprechiamola.

In primo luogo, crediamo vada generalizzata in termini di proposta la scelta compiuta dai compagni GKN per ciò che riguarda le forme di lotta: l’occupazione delle aziende che licenziano, per impedire che i padroni si portino via i macchinari, e la costruzione di una cassa di resistenza nazionale per le lotte esistenti e per quelle che verranno.

L’occupazione dell’azienda che licenzia è stata osteggiata dalla burocrazia sindacale in tutti passaggi cruciali della lotta di classe negli ultimi decenni (Fiat 1980, Alitalia 2008, FIAT Termini Imerese 2009, Whirlpool 2019). La ragione è semplice: l’occupazione è una prima forma di esproprio della proprietà, confligge con la concertazione, pone la questione della forza come strumento di risoluzione della vertenza. Per la stessa ragione è una forma di lotta necessaria come replica proporzionale alla radicalità del padrone. Contribuisce a tenere uniti i lavoratori, a contrastare la demoralizzazione, a infondere coraggio e determinazione, a polarizzare attorno alla lotta un più vasto campo di solidarietà, come dimostra già oggi l’occupazione di GKN Firenze. Dare l’indicazione di generalizzare questa risposta di lotta in condizioni analoghe significa dire “fare come GKN”.

Lo stesso vale per ciò che riguarda la cassa di resistenza. Si tratta di una forma di organizzazione della lotta che si è affacciata nella logistica, in Whirlpool, e ora in GKN. Risponde all’esigenza elementare di sostenere economicamente una lotta prolungata senza dover dipendere dal quadro precario e a termine degli ammortizzatori esistenti. È uno strumento di forza. Se si generalizza l’indicazione di occupare le aziende che licenziano, occorre proporre una cassa di resistenza nazionale unitaria, da porre sotto controllo collettivo, che possa sostenere materialmente quella scelta di lotta. Non si può “insorgere” senza un'autorganizzazione economica della lotta. Ciò che vale in GKN vale ovunque.

Infine, non è possibile dare una indicazione generale sulle forme di lotta e di organizzazione della stessa senza porsi la questione dell’obiettivo cui finalizzare la lotta. Dire “il ritiro dei licenziamenti” è necessario, ma non sufficiente. Rischia di ridursi a una pressione illusoria sulla proprietà che ha già deciso altrimenti, e da tempo, portando i lavoratori in un vicolo cieco (Whirlpool) e preparando il terreno per soluzioni a perdere (la ricerca dell’ennesimo compratore privato che o non esiste o pone come condizione d’acquisto il taglio degli organici e la cancellazione di diritti).

Occorre legare la parola d’ordine del blocco generale dei licenziamenti alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano. Abbiamo posto da tempo questa rivendicazione alla riflessione del Patto d'azione, avendo da tempo previsto lo sblocco dei licenziamenti come passaggio centrale dello scontro di classe. Ne è seguita una discussione che ha visto partecipi la larga maggioranza delle soggettività politiche e sindacali del Patto. Abbiamo risposto puntualmente a tutte le obiezioni, perplessità, fraintendimenti (“non esistono i rapporti di forza”, “non è realizzabile”, “i lavoratori non ci seguirebbero”, “meglio rivendicare il salario ai disoccupati”, etc.).

Ora la discussione va conclusa con una decisione, quale che sia, che naturalmente ci auguriamo positiva. Perché i tempi stringono e siamo in obiettivo ritardo.

Ci limitiamo ad osservare che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano è l’unica rivendicazione che può unire le vertenze a difesa del lavoro contrapponendosi alla loro frammentazione: opponendosi al governo confindustriale e alle sue leggi truffa; dando proiezione alla occupazione delle aziende; ponendo il tema della proprietà quando la proprietà è inconciliabile col lavoro. La sua funzione è rispondere alla radicalità dei padroni con una radicalità uguale e contraria. E di legare la difesa del posto di lavoro alla prospettiva di un’alternativa anticapitalista, cioè di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Peraltro, tutte le esperienze sul campo di presentazione di questa proposta nelle assemblee dei lavoratori in lotta hanno permesso di verificare l’ampio consenso di cui è capace. Proponiamo al Patto d'azione e all’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi di assumerla, e di farne oggetto di una vera e propria campagna unificante, proponendola a sua volta ai lavoratori e alle lavoratrici delle aziende in lotta. Non si può “insorgere” nel rispetto del diritto di proprietà.

A partire dall’insieme di questa proposta (occupazione delle aziende che licenziano, cassa nazionale di resistenza, nazionalizzazione delle aziende che licenziano senza indennizzo e sotto controllo operaio) crediamo sarebbe importante promuovere un'assemblea nazionale delle vertenze in lotta a difesa del lavoro, che decida democraticamente sulla piattaforma rivendicativa e di azione, e dia vita a un coordinamento nazionale stabile. Va da sé che se fosse il collettivo di fabbrica GKN a lanciare la proposta e promuovere l’iniziativa, questa potrebbe avere una risonanza e capacità di attrazione assai più elevata.

Infine, pensiamo centrale il raccordo col movimento di lotta dei proletari di altri paesi. Il collegamento stabilito dai lavoratori GKN di Firenze con gli operai GKN di Birmingham, anch’essi colpiti dai licenziamenti, è di estrema importanza. Così è importante guardare allo sviluppo della lotta contro i licenziamenti in Francia. Il Front Social, che raccoglie diversi settori dell’avanguardia di classe di diversa collocazione sindacale (CGT e SUD), come l’Assemblea dei combattivi in Italia, sta preparando una grande manifestazione nazionale a Parigi contro i licenziamenti, attorno a parole d’ordine simili a quelle che abbiamo proposto. Pensiamo sia necessario coinvolgere questo settore classista nel sostegno all’azione di sciopero generale previsto per l’11 ottobre e nelle assemblee preparatorie dello stesso, e assicurare per parte nostra un pieno coinvolgimento nella manifestazione in preparazione in Francia.

Partito Comunista dei Lavoratori