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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

Lo scenario post-referendum

 


Cacciare Meloni. Rilanciare l’opposizione di massa. Liberare la via di una alternativa anticapitalista

Dopo quasi quattro anni di governo, Giorgia Meloni ha conosciuto la sua prima sconfitta politica. Una sconfitta seria che investe l’intero scenario italiano, e carica di nuove responsabilità le organizzazioni del movimento operaio.

LA SCONFITTA PESANTE DEL GOVERNO

La misura della sconfitta governativa è innanzitutto nei numeri. L’affluenza al voto è stata molto alta, nel segno di una forte polarizzazione. Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni europee del 2024 è andato a votare per il referendum. Il No ha vinto con due milioni di scarto, dopo una rapida rimonta. Ha vinto in tutte le grandi città e nella larga maggioranza delle regioni, anche in quelle governate dalla destra. Ha vinto tra i giovani sotto i 34 anni (61%), e ancor più marcatamente fra gli studenti (63,6%). Ha vinto nella popolazione femminile occupata (56%).

Il travaso diretto di voti dal blocco sociale del centrodestra in direzione del No c’è stato (il 10% dell’elettorato di Forza Italia, il 12% di quello leghista, il 3% di Fratelli d’Italia) ma in misura complessivamente contenuta. È vero invece che una parte significativa dell’elettorato della destra nelle regioni del Sud si è astenuto dal voto, mentre una parte di astenuti “di sinistra” alle ultime elezioni europee è andato a votare per il No. La destra non ha perso il proprio blocco sociale ma ha registrato una sua crisi di motivazione. Mentre il fronte del No, relativamente parlando, ha fatto il pieno, nonostante le defezioni a favore del Sì di alcuni segmenti di elettorato PD (9%) e più significativamente del M5S (17%).

Come è evidente, il voto del 22-23 marzo non è stato un voto “per le procure” (a dispetto dell’impostazione dei comitati del No), e neppure un voto “per il centrosinistra”. È stato principalmente un voto politico contro il governo a guida postfascista. Ed in particolare contro la premier.

Giorgia Meloni si era spesa fortemente nell’ultima fase della campagna, combinando i toni istituzionali da Presidente del Consiglio con il ricorso agli argomenti più truci di taglio trumpiano: contro «gli stupratorii pedofili, i devastatori, gli spacciatori», persino «i ladri di bimbi strappati alle madri», tutti attribuiti ai possibili effetti del No. La sua speranza era quella di trascinare al voto i bassifondi della propria base elettorale, usarli come ariete di sfondamento, incassare la vittoria prevista, spianare per questa via il cammino plebiscitario del premierato. Questo disegno è clamorosamente fallito.

UN VOTO CONTRO MELONI, CONTRO TRUMP, CONTRO NETANYAHU

I fatti internazionali hanno avuto un ruolo importante in questo fallimento. La sovrapposizione di immagine fra Trump e Meloni si è trasformata col tempo in una zavorra per la Presidente del Consiglio, con un crescendo traumatizzante.

Prima il pieno sostegno di Trump alla guerra genocida di Netanyahu; poi la pirateria in Venezuela; poi le minacce contro Cuba; poi le pretese sulla Groenlandia; poi gli assassinii di Minneapolis in mondovisione; infine la nuova guerra sionista americana contro l’Iran, con le sue ricadute sul portafoglio ma anche con le sue incognite globali. Questa escalation del trumpismo ha suscitato una progressiva reazione di rigetto, sempre più radicale, nel senso comune di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica. Nel mondo, in Europa, anche in Italia. Una Presidente del Consiglio che aveva esibito pubblicamente la propria relazione speciale con Trump, che aveva vantato il ruolo di pontiere fra Trump e la UE, che si era spesa elettoralmente a sostegno dell’internazionale trumpiana (da Orban a Milei), che aveva portato l’Italia nel Board of Peace anche per tutelare l’intesa con Trump, è stata inevitabilmente colpita da questo rigetto. Il suo tentativo di sottrarvisi, con qualche contorta dissociazione passiva dell’ultima ora, non le ha risparmiato l’immagine di complicità. L’ha paradossalmente sottolineata.

Il movimento di settembre-ottobre 2025 ha pesato nell’urna. In forma indiretta ma evidente. I giovani avevano già segnalato in precedenza un orientamento contrario alle destre. Nelle stesse elezioni politiche del settembre 2022 (dove però l’astensionismo giovanile era stato elevato) e a maggior ragione nella prova successiva delle elezioni europee. Non a caso in occasione del referendum CGIL sui temi del lavoro di un anno fa la fascia generazionale under 34 è stata l’unica a superare il quorum di affluenza al voto, naturalmente a sostegno dei quesiti. Ma certo il genocidio di Gaza e le complicità del governo italiano col sionismo hanno sospinto un salto netto di radicalizzazione del sentimento giovanile. Le straordinarie mobilitazioni del 22 settembre e del 4 Ottobre nelle strade e nelle piazze di tutta Italia ne sono state il riflesso. Quel movimento non ha conosciuto continuità per responsabilità prevalenti delle direzioni sindacali, ma ha lasciato un segno nel senso comune sia dei protagonisti che di un’area più vasta della società italiana. Il voto referendario contro il governo è stato anche un voto per la Palestina.

UN GOVERNO NETTAMENTE INDEBOLITO

La sconfitta referendaria è gravida di conseguenze politiche. Non precostituisce affatto, in quanto tale, una sconfitta della destra nelle elezioni del 2027. Ma certo complica pesantemente la vita del governo nell’anno decisivo di fine legislatura.

Il progetto delle riforme istituzionali è azzerato, e con esso quello scambio tra riforma della giustizia, autonomia differenziata e premierato su cui era stato costruito il patto di maggioranza tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Resta la proposta di riforma della legge elettorale, incentrata sull’eliminazione dei collegi. Ma la Lega non sembra ora disponibile a mollare i collegi del Nord, tanto più a fronte dell’insidia Vannacci. Forza Italia obietta all’indicazione del candidato premier della coalizione perché teme una penalizzazione elettorale a vantaggio di Meloni. E Meloni dopo la sconfitta ha un potere negoziale con i suoi alleati obiettivamente ridotto.

Il campo della politica estera, cui Meloni aveva affidato una parte importante del proprio prestigio, sia in Italia che nella UE, è stato investito dal ciclone del trumpismo e dalla sua crisi. Il marchio dell’”unico governo stabile” d’Europa è ormai materiale d’archivio. Non è un fatto secondario. La stabilità di governo era fino a ieri la principale dote di Meloni nel rapporto col grande capitale. Ora tutto si complica anche su quel versante. Lo scontro fra Confindustria e governo sugli incentivi fiscali alle imprese prima concessi e poi revocati non è solo un riflesso dei costi imprevisti della guerra, ma anche una registrazione della novità di scenario: Confindustria batte cassa presso un governo più debole, al quale tanto più oggi non concede licenza di sgarro.

Più in generale, è proprio il terreno economico-sociale il punto più problematico per il governo. Le risorse del PNRR sono finite. La crisi industriale si acuisce. La crisi energetica si fa drammatica per l’Italia, in particolare per le forniture di gas, per via degli effetti della guerra. La crescita di prezzo dei carburanti, ma anche a cascata dei beni alimentari, insidia il consenso del governo presso più ampi settori popolari. L’obiettivo della fuoriuscita dalla procedura d’inflazione, che sembrava acquisito, è contraddetto dagli ultimi dati: ciò che impedirebbe al governo di finanziare fuori bilancio l’aumento annunciato delle spese militari. Ogni ipotesi di rinegoziazione o di nuova sospensione del Patto di stabilità continentale, per via dell’emergenza guerra, appare molto improbabile. Mentre l’ampliamento del possibile ricorso ai cosiddetti “aiuti statali” all’industria, sponsorizzato non a caso dalla Germania, cozza nel caso dell’Italia con un indebitamento pubblico gigantesco, in progressivo incremento, privo oltretutto del precedente sostegno della BCE.

In ogni caso, l’impatto politico della sconfitta pesa sulla percezione di massa. Per quasi quattro anni la Presidente del Consiglio aveva usufruito di una immagine pubblica di “invincibilità”: una sua rendita di posizione, per quanto abusiva, presso ampi settori popolari e di classe media. Questo mito è crollato. E questo crollo trascina con sé l’indebolimento politico reale della sua figura, nel mentre incoraggia i sentimenti ostili del blocco sociale di opposizione. Meloni ha rappresentato per quattro anni il volto pubblico del governo e della sua comunicazione sociale. Per molti aspetti l’unico volto “presentabile” di una compagine molto posticcia. Ora la sconfitta, sfregiando quel volto, zavorra la credibilità dell’esecutivo. Le dimissioni imposte a Delmastro, Bartolozzi, Santanchè sono il tentativo di un colpo d’ala della Presidente del Consiglio alla ricerca affannosa di capri espiatori. Ma sono anche la misura del colpo subito, e per alcuni aspetti una sua oggettiva amplificazione, al di là delle intenzioni. Mentre la crisi interna di Forza Italia, sotto il pressing proprietario della famiglia Berlusconi, e le spinte divaricanti che attraversano la Lega, aggiungono nuovo piombo sulle ali della coalizione.

LA GUERRA INTERNA AL CENTROSINISTRA LIBERALE

Il campo largo del centrosinistra borghese è sicuramente beneficiario della sconfitta governativa. Con effetti immediati. La segretaria del PD si rafforza nel proprio partito. Si rafforza l’asse PD-M5S-AVS come baricentro della coalizione. Si indebolisce il peso negoziale di Renzi. Va fuori campo l’opzione terzopolista di Calenda. Nel complesso, un consolidamento degli stati maggiori del centrosinistra.

Ma paradossalmente questo successo, proprio perché rafforza le chance di una futura alternanza di governo, radicalizza lo scontro fra PD e M5S per la guida del centrosinistra. Uno scontro di ambizioni apparentemente irrinunciabili per la guida della borghesia italiana.

Giuseppe Conte vuole correre per guidare il suo terzo governo. Rifiuta la soluzione Schlein quale leader del principale partito di centrosinistra. Rivendica “primarie aperte”, con voto on line, che possano ribaltare il rapporto di forza col PD. Punta a beneficiare di una possibile moltiplicazione di candidature concorrenti a danno di Schlein. Investe su una postura politica anfibia che da un lato occhieggia ai sentimenti pacifisti (piegati soprattutto in chiave anti-Ucraina), dall’altro liscia il pelo alle politiche legge e ordine, come già sul tema anti-immigrati, e corteggia gli appetiti fiscali delle imprese. È la postura populista spregiudicata di un premier per tutte le stagioni.

Elly Schlein capitalizza la sconfitta di quelle minoranze interne al PD che si erano schierate per il Sì, a favore obiettivo di Meloni, pur di contrastare la segretaria. Può contare sul sostegno di Bonaccini e Franceschini, e con essi sulla non belligeranza di un apparato interno di partito oggi privo di possibili alternative. Ma resta per molti aspetti prigioniera della costituzione materiale borghese del partito che dirige. Un partito costretto ad affidarsi a Schlein per battere la concorrenza dei Cinque Stelle e tornare alla guida del governo del capitale, ma che non si identifica nella segreteria, e si riserva in prospettiva di rimpiazzarla.

Non a caso nella partita annunciata delle primarie Schlein punta sul “sostegno esterno” della burocrazia CGIL, non potendosi fidare del proprio partito. Mentre una schiera di padri nobili del PD, Prodi in primis, evoca dietro le quinte un candidato premier super partes per la coalizione, che possa non solo evitare primarie di scontro Schlein-Conte (e le sue incognite) ma anche offrire al grande capitale una maggiore garanzia di autorevolezza sul piano nazionale ed europeo.

Non è tutto. Sul lato destro della coalizione sono al lavoro diverse ingegnerie di improbabili soggetti di centro in cerca di autore (Ruffini, Spadafora, Onorato, Manfredi, Sala, Silvia Salis…), con l’obiettivo di riequilibrare l’assetto interno del centrosinistra. Il principale architetto dell’operazione è Matteo Renzi e la sua Italia Viva, che si erano schierati in larga misura per il Sì nel referendum, a vantaggio del governo Meloni, ma che PD, M5S e la stessa AVS hanno da tempo accettato incondizionatamente come socio di coalizione, rimuovendo ogni veto. Non è un caso, e non è solo questione elettorale. Le credenziali antioperaie di Renzi convalidate dall’esperienza di governo (2014-2016) sono un canale utile di relazione con ambienti del grande capitale. E gli ambienti del grande capitale sono centrali per un’alternanza borghese di governo, come nella storia degli ultimi trent’anni.

IL GOVERNO MELONI RESTA IN SELLA. L’IGNAVIA DELLE OPPOSIZIONI LIBERALI. LA DOMANDA DI STABILITÀ DELLA BORGHESIA

Nel frattempo nessun partito di centrosinistra ha chiesto le dimissioni del governo Meloni a seguito della sua sconfitta referendaria. Nessuno. Rimproverano ovviamente a Meloni il ritardo e l’ipocrisia del repulisti interno di figure da tempo impresentabili. Ma la richiesta di dimissioni dell’esecutivo viene rimossa. È clamoroso. Un governo reazionario che da quattro anni governa “nel nome del popolo” con il 44% dei votanti e il 59% dei parlamentari grazie a una legge elettorale truffaldina varata dal PD (il Rosatellum); che “nel nome del popolo” ha varato una legge di riforma costituzionale sottratta ad ogni mediazione parlamentare persino all’interno della propria maggioranza; che ha cercato su questa legge l’investitura del popolo in funzione di un progetto bonapartista di pieni poteri; che è stato clamorosamente sfiduciato dallo stesso “popolo” che ha evocato… viene risparmiato dalla richiesta di dimissioni. Quale la ragione di tanta generosità?

Ragioni diverse. Incide la lotta irrisolta per la guida del centrosinistra. Ma non solo. Incide anche la “responsabilità istituzionale” dei partiti borghesi liberali, in uno scenario internazionale di crisi profonda. Il Presidente di Confindustria è esplicito: «Serve un grande senso di responsabilità da parte di tutti i partiti. Abbiamo troppe cose da fare… bisogna mettersi a a lavorare a testa bassa per il bene delle imprese e dei cittadini..Sarebbe nell’interesse del Paese oggi vedere le forze di maggioranza e di opposizione sedersi insieme per scrivere un patto per lo sviluppo, per mettere a fuoco, in pochi punti, le priorità dell’industria..La stabilità è una delle poche cose che ci vengono riconosciute in Europa. Quindi la stabilità non può essere messa in discussione» (Il Foglio, 26 marzo).

La stessa domanda di stabilità e collaborazione viene dagli ambienti del Quirinale, e persino dai vertici rinnovati della Associazione Nazionale Magistrati («vogliamo ripristinare un clima di dialogo col nostro interlocutore politico», cioè col governo Meloni). Naturalmente oggi non vi sono le condizioni politiche per un patto generale fra opposizioni e governo. Ma le pressioni di Confindustria e dei piani alti dello Stato borghese non sono irrilevanti per quegli stati maggiori del centrosinistra che si candidano a governare in loro nome.

La stessa burocrazia CGIL, subalterna al centrosinistra, non solo evita di affondare il colpo contro Meloni ma giunge ad avanzare una proposta pubblica di reciproco “ascolto”. «Questo governo non ha la maggioranza di consenso nel Paese. E quindi deve avere l’umiltà di smetterla di comandare per mettersi finalmente a governare… Il governo deve accettare di confrontarsi con le parti sociali e con il Parlamento. Perché mediazione sociale e compromesso non sono brutte parole… Soprattutto in un momento in cui siamo di fronte ad una situazione del tutto inedita… col ritorno della guerra, con l’aumento delle disuguaglianze, c’è bisogno di un coinvolgimento delle persone e delle parti sociali». Sono le parole di Maurizio Landini sul quotidiano La Stampa (25 marzo). Il capo della principale organizzazione di massa del movimento operaio non solo non chiede le dimissioni del governo reazionario ma fa leva sulla sua sconfitta per rivendicare il compromesso politico e sociale con Meloni e col padronato. Non importa che si tratti di un pio desiderio, già tante volte frustrato. Importa il significato della profferta in sé, quale misura della subalternità CGIL alla borghesia italiana.

Inutile aggiungere che né Alleanza Verdi-Sinistra né il Rifondazione Comunista hanno qualcosa da dire sulla linea CGIL. È il risvolto fisiologico della loro subalternità al centrosinistra, e delle proprie ambizioni di governo.

In questo quadro, protetto dall’ignavia delle opposizioni, Giorgia Meloni può disporre di un proprio spazio di manovra per sopravvivere alle proprie difficoltà. Può decidere di tentare un rilancio, magari sul terreno di quelle politiche forcaiole contro i migranti che hanno ottenuto il viatico dell’Unione Europea (col voto di settori della socialdemocrazia continentale). Come potrebbe invece valutare conveniente andare un domani a elezioni anticipate, per evitare uno sfarinamento della sua maggioranza. In ogni caso, sarebbe lei a decidere, al riparo da ogni vera opposizione, e da ogni prospettiva di alternativa vera.

UNA VERA OPPOSIZIONE PER UN’ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA. UNITÀ E RADICALITÀ STANNO INSIEME

Una vera opposizione e una vera alternativa sono dunque più che mai indissolubilmente intrecciate.

“Cacciare il governo Meloni” è tanto più oggi una rivendicazione elementare. I manifestanti No Kings della grande manifestazione del 28 marzo a Roma hanno fatto giustamente della parola d’ordine “governo Melonidimissioni” la propria colonna sonora corale. Un sentimento pubblico liberatorio dopo la vittoria referendaria. Se non ora, quando?

Ma la cacciata del governo è inseparabile dal rilancio di una mobilitazione di massa capace di imporla. Il tema è delicato e decisivo.

Se le grandi mobilitazioni di settembre-ottobre 2025 hanno lasciato il segno nel senso comune di ampi settori di massa, e in particolare della gioventù, la loro disattivazione – per volontà soprattutto delle direzioni sindacali – non è stata priva di conseguenze. È vero, il governo ha subito ugualmente una sconfitta politica pesante, ma il suo blocco sociale è ancora in piedi. Oltre la metà dei salariati ha votato Sì al referendum. La maggioranza della popolazione femminile impiegata nel lavoro domestico ha votato Sì. Tre grandi regioni del Nord conservano un’egemonia reazionaria piccolo-medio-borghese sulla maggioranza della popolazione. La riserva reazionaria della provincia profonda resta intatta. L’astensione dal voto nel Meridione ha premiato il No, ma il rapporto di forza tra blocchi sociali rimane in larga misura inalterato, come registrano tutti i sondaggi post-referendum sugli orientamenti di voto.

Solo una mobilitazione straordinaria può smuovere il blocco sociale reazionario, dilatare le sue contraddizioni, precipitarne la crisi. Ma una mobilitazione straordinaria ha bisogno di una bandiera di riferimento, di una piattaforma di rivendicazioni in cui riconoscersi e per cui battersi. Una piattaforma capace non solo di unire nella lotta i diversi attori del blocco sociale alternativo, ma anche di parlare ai salariati che votano a destra, di favorire la loro autonomia e lo sviluppo di una loro coscienza.

La richiesta di un forte aumento generale dei salari e di una scala mobile a protezione dall’inflazione; di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare sanità, istruzione, servizi, un piano di opere sociali e ambientali; dell’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro; di una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga capace di ripartire fra tutti il lavoro che c’è; di una vertenza unificante per le centinaia di aziende in crisi (Stellantis ed Ilva in primis) con la richiesta della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori; di una nazionalizzazione e riconversione dell’industria bellica, senza indennizzo e sotto controllo operaio, come dei grandi monopoli energetici… Sono tutte rivendicazioni che nel loro insieme possono incunearsi nel blocco sociale reazionario e favorire una sua scomposizione.

Al tempo stesso sono richieste che possono e debbono saldarsi con rivendicazioni democratiche già fatte proprie dal senso comune e/o di facile comprensione popolare. Come il rifiuto di ogni guerra imperialista, l’abbattimento delle spese militari, la chiusura delle basi, il ritiro dalle missioni di guerra, la rottura con la NATO e con lo Stato coloniale di Israele, la difesa del diritto di autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dal popolo di Palestina. Ma anche la cancellazione dei privilegi fiscali del Vaticano, la soppressione delle misure liberticide di Meloni-Salvini-Piantedosi-Valditara, una legge elettorale interamente proporzionale a difesa del principio di rappresentanza e dell’uguaglianza di ogni voto…

Nessuno di questi obiettivi – tanto più il loro insieme- è compatibile col centrosinistra liberal-borghese, la cui costituzione materiale regala alla destra e al suo blocco sociale una rendita di posizione resistente, come mostra la storia della seconda Repubblica. Solo le organizzazioni del movimento operaio possono assumersi la responsabilità di promuovere un’opposizione di massa e di classe su una piattaforma generale di svolta. Solo un fronte unico delle sinistre sindacali, associative, politiche, di movimento, può sostenere uno sciopero generale vero mirato a ribaltare i rapporti di forza tra le classi. Ciò che implica la rottura col centrosinistra ed una iniziativa politica indipendente.

L’autonomia dal centrosinistra liberale non è un fine a sé ma il passaggio decisivo per un’opposizione di massa e di classe, in funzione di una prospettiva anticapitalista. Non si tratta di disertare il fronte unico dei movimenti, come ha fatto Potere al Popolo in occasione della grande manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma, a favore di un proprio percorso separato e autocentrato. Al contrario. Si tratta di battersi per il più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento; e di portare dentro ogni occasione di fronte unico, e dentro ogni organizzazione di classe e di massa, la proposta della rottura col centro borghese liberale per la promozione di un’alternativa anticapitalista. Unità e radicalità debbono stare insieme. Non si dà l’una senza l’altra. È la linea che caratterizza, oggi come ieri, il Partito Comunista dei Lavoratori.

Marco Ferrando

La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante


 Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino

I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.

LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE

La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.

Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:

Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?

«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.

LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA

Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.

Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.

La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.

Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.

L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.

QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA

Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.

Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.

La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.

Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.

L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.

Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.

Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.

In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.

Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.

La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.

La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.

Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.

Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Marco Ferrando

Perché non aderiamo né partecipiamo a questa manifestazione

 


Gli inganni dell'europeismo imperialista nel nuovo quadro mondiale. Per un'Europa socialista, quale unica vera alternativa

13 Marzo 2025

Testo del volantino che distribuiremo alla manifestazione del 15 marzo "Una piazza per l'Europa"

Pubblichiamo qui il testo dei due diversi volantini che distribuiremo a Roma il 15 Marzo in occasione delle due manifestazioni previste: quella convocata a Piazza del Popolo che vede l'adesione e/o partecipazione di uno schieramento trasversale di centrosinistra a egemonia borghese liberale e atlantista; e quella convocata a Piazza Barberini da Rifondazione Comunista e Potere al Popolo nel nome della pace.

Il primo volantino (in questa pagina) segna la nostra contrapposizione frontale ai processi di riarmo degli imperialismi europei, e dunque la nostra denuncia della grave scelta della burocrazia CGIL e di Sinistra Italiana di accodarsi (“criticamente”) al patriottismo europeista in armi. Una vergogna.

Il secondo volantino marca la nostra distanza da un'impostazione che nel nome della pace rimuove la denuncia dell'imperialismo russo e della sua guerra d'invasione, finendo con l'abbellire lo stesso negoziato apertosi tra imperialismo USA e imperialismo russo per la spartizione coloniale dell'Ucraina. Cioè per una pace imperialista.

Siamo, come sempre, per il più ampio fronte unitario di mobilitazione contro l'imperialismo di casa nostra, ma non al prezzo di tacere sull'imperialismo di casa d'altri.




PERCHÉ NON ADERIAMO NÉ PARTECIPIAMO A QUESTA MANIFESTAZIONE

Non è tempo di equivoci ma di chiarezza.

Consideriamo grave la scelta della maggioranza CGIL e di Sinistra Italiana di accodarsi alla manifestazione di un indeterminato patriottismo europeo nel momento in cui i governi di tutta Europa avviano una nuova grande corsa agli armamenti.

Guardiamo in faccia la realtà. L'imperialismo USA di Trump apre all'imperialismo russo per cercare di separarlo dall'imperialismo cinese, immaginando una nuova spartizione del mondo fra tre grandi potenze (USA, Cina, Russia). Gli imperialismi europei reagiscono alla propria emarginazione perché vogliono partecipare alla spartizione. Ma sanno che possono sperare di partecipare alla sola condizione di sviluppare la propria potenza militare. Per questo promuovono la nuova grande corsa agli armamenti, al pari peraltro di tutti gli altri imperialismi.

Il problema non è se il cosiddetto riarmo procede paese per paese (come oggi prevalentemente è) oppure nel nome di una difesa europea (come chiedono Landini e Fratoianni alla coda di Schlein). Non è se il sovranismo in armi è nazionale o continentale. Il punto vero e di fondo è: chi è “il sovrano”? Qual è la classe sociale che si arma?

La classe che comanda in ogni paese è la classe dei capitalisti. La stessa classe che schiaccia i salari e precarizza il lavoro per competere sul mercato mondiale. La stessa che taglia sanità e istruzione per pagare il debito alle banche e alle compagnie di assicurazione. È un caso se il cosiddetto riarmo è fatto a debito? Non fa differenza se l'indebitamento è nazionale o europeo. In entrambi i casi sono chiamati a pagare i salariati. In entrambi i casi a vantaggio dei capitalisti e del loro portafoglio.

Ma noi siamo qui per chiedere un'Europa sociale, democratica, e di pace” obiettano Landini e Fratoianni. Ma è la solita retorica del nulla, che serve a coprire la propria capitolazione. La verità è che tutte le serie rivendicazioni “sociali, democratiche, di pace” sono incompatibili con la classe dei capitalisti, con i suoi governi e con le sue istituzioni, siano esse nazionali o europee.

È un caso se tutti i governi in Europa negli ultimi decenni hanno tagliato salari, salute, istruzione? I governi di “sinistra” o di centrosinistra non hanno fatto meglio delle destre. Spesso hanno spianato loro la strada. Il vento reazionario che oggi spira in Europa e in America non è forse figlio di tutto questo? Se Trump governa gli USA non è forse grazie alle politiche di Biden? Se Meloni oggi governa l'Italia non è forse grazie al suicidio della sinistra? La subalternità delle burocrazie sindacali ai governi capitalisti è stata ovunque complice di questa deriva.

La questione sociale non è separabile dal tema della NATO. È significativo che le forze promotrici di questa manifestazione siano apertamente atlantiste.
La NATO ha difeso la nostra democrazia” gridano in coro i liberalprogressisti, Calenda in testa, in compagnia di Meloni e delle destre, con le sinistre in coda o silenti. No, la NATO ha difeso per ottant'anni la democrazia dei capitalisti, contro le ragioni dei lavoratori. Ha ordito più volte operazioni reazionarie contro la stessa “democrazia”, come ai tempi di Gladio, dei generali greci o di Pinochet. Ha diretto le guerre imperialiste nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan. Ha coperto militarmente con la propria espansione nell'Est europeo la restaurazione capitalista dopo il crollo del Muro di Berlino. Da sempre ha sostenuto e armato lo stato sionista, incluso il suo governo più reazionario (Netanyahu) e i suoi orrendi massacri contro il popolo palestinese.

Per più di settant'anni gli imperialismi europei hanno utilizzato la copertura militare della NATO a difesa dei propri interessi contro altre potenze o rivali imperialisti. Ora che l'imperialismo alleato minaccia di defilarsi, in combutta coi rivali, lo supplicano di preservare l'alleanza. E anche per cercare di preservare l'alleanza corrono ovunque al proprio riarmo: esattamente quanto Trump ha chiesto loro per tenere in piedi la NATO (forse). Il patriottismo europeista non serve forse a mascherare tutto questo?

Di più. In ragione della propria natura, gli stati capitalistici europei sono incapaci di unificare l'Europa. Lo sgomitamento tra i diversi imperialismi nazionali europei per contendersi aree di influenza, spazi di mercato, commesse militari, conferma una volta di più che su basi capitalistiche uno stato federale paneuropeo è un'utopia. E se mai dovesse prodursi in futuro in direzione di un'Europa autonoma dagli USA, non nascerebbe affatto per questo una “Europa di pace”. Ma semmai una Europa ancora più armata, quale potenza tra le potenze. Come diceva Lenin: sulle basi del capitalismo, una unione europea o è impossibile o è reazionaria.
La moltiplicazione di poli imperialisti, vecchi e nuovi, è una spinta verso la guerra, non verso la pace. Non è questa forse la lezione mondiale degli ultimi quindici anni?

Ma l'Unione Europea a differenza di Trump sostiene l'Ucraina” urlano i liberal-atlantisti. In realtà la sostengono come la corda sostiene l'impiccato. Sia chiaro: gli ucraini hanno diritto a usare ogni arma disponibile per difendersi dall'imperialismo russo. Ma le armi che gli imperialismi inviano a Kiev sono per lo più caricate sul debito ucraino. In cambio (anche) di privatizzazioni, taglio di spese sociali, liberalizzazioni di mercato. Inclusa la liberalizzazione dei licenziamenti.

La rivendicazione USA delle risorse minerarie ucraine è parte di questa rapina più generale. Il governo borghese di Zelensky ha gestito e gestisce queste politiche antioperaie per ingraziarsi gli imperialisti. Ma si è posto di fatto sotto il loro ricatto. Non solo il ricatto umiliante di Trump in mondovisione. Ma anche quello più “democratico” e meno gridato degli imperialismi europei.
Del resto, possono ergersi a paladini dell'Ucraina gli stessi imperialismi europei che, al pari degli USA, sostengono e armano i crimini sionisti contro i diritti della Palestina? Anche una coerente difesa del popolo ucraino, come di tutti i popoli oppressi, implica la piena indipendenza del movimento operaio da ogni imperialismo, inclusi gli imperialismi europei, e da ogni governo loro asservito (Zelensky).

Per tutte queste ragioni ci battiamo contro ogni riarmo imperialista, nazionale, europeo, mondiale.
Contro ogni NATO, vecchia o nuova. Contro ogni economia di guerra. Contro ogni aumento delle spese militari, ed anzi per il loro abbattimento, a vantaggio innanzitutto di sanità e istruzione. Per la nazionalizzazione senza indennizzo di tutta l'industria bellica sotto il controllo dei lavoratori.

La lotta per la pace o è lotta contro ogni imperialismo, a partire dal proprio, o non è.
Il problema non è armare l'Europa, ma disarmare la borghesia europea. Ciò che solo una rivoluzione sociale potrà fare.

L'unica possibile Europa di pace è quella governata dai lavoratori e dalle lavoratrici. Una Europa socialista. L'unica che possa unificarsi su basi progressive. L'unica che possa schierarsi al fianco di tutti i popoli oppressi e del loro diritto di resistenza, senza scopi di rapina. L'unica che possa incoraggiare la ribellione delle masse lavoratrici dell'America, della Russia, della Cina, contro i propri imperialismi, le loro guerre, le loro politiche coloniali.

Partito Comunista dei Lavoratori

La rivolta sociale di Landini e la nostra

 


La differenza tra gli obbiettivi transitori e gli scioperi senza altro obbiettivo che la testimonianza

«È arrivato il momento di una vera rivolta sociale, avanti così non si può più andare». Così si è espresso Landini in vista dello sciopero rituale del 29 novembre di CGIL-UIL contro la manovra del governo.

Tuona, tra il comico e il patetico, la politica benpensante borghese: come si permette, il principale capo degli schiavi salariati d’Italia, a parlare di rivolta sociale? Lo stato dei padroni ha tutto il diritto di spremerli fino all’osso, togliendogli salario, sanità e pensioni, ma gli schiavi salariati devono stare buoni e subire in silenzio.

Sullo sfondo di tale scontro ci sta la preoccupazione del governo per lo sciopero nei trasporti. Nonostante le leggi antisciopero firmate da CGIL-CISL-UIL, con quello generale si rischia lo stesso di infastidire il Paese del profitto e dello sfruttamento. Richiamare Landini all’ordine capitalistico diventa quindi missione prioritaria per padroni, governo e i loro stupidissimi giornali.

La rivolta sociale è il numero della bestia proletaria per la borghesia. Solo evocarla, per gli alti papaveri neofascisti a libro paga del capitale, è indice di «irresponsabilità», si configura come «reato», è degna dei «dei cattivi maestri degli anni ‘70» (parole, tra le tante, di emerite cime quali Salvatore Sallemi, Tommaso Foti e Maurizio Lupi...), quelli che il popolo delle scimmie fasciste non han mai seguito, preferendo di gran lunga le scuole per vermi dello zoo di Predappio.

Pensate: lo stato italiano borghese, la dittatura spietata del capitale, dal 1861 trasuda ininterrottamente sangue di piazze, di guerre imperialiste e colonialiste, di rastrellamenti, di olocausti, di stragi e di strategie della tensione, ma appena qualcuno, due o tre gradini più in basso del sangue, lascia intravedere uno spiraglio di violenza, diventa uno stato di educande e di figli dei fiori.

Tajani è preoccupato e, quando si preoccupano, i borghesi si trasformano nei sindacalisti più temibili: «Sono rimasto molto dispiaciuto e molto, molto perplesso di un atteggiamento fondamentalista di alcuni sindacati», perché il sindacato «deve fare la sua parte e non ostacolare la tutela dei lavoratori». Naturalmente, a parer suo di zerbino del capitale, i sindacati che tutelano i lavoratori sono CISL, autonomi e UGL, insomma i sindacati dei padroni e dei fascisti: Tajani è il rappresentante perfetto delle loro vecchie corporazioni!

Come fai Landini, si domanda invece Salvini «a invitare alla rivolta sociale e allo sciopero generale quando aumentano gli stipendi dei tuoi rappresentati?». Aumentano così tanto che aumentano solo apparentemente tagliando le tasse ai padroni sul costo indiretto della forza-lavoro, cioè facendo aumentare i profitti, altrimenti il 29 in piazza scendeva Confindustria.

Completa il circo destrorso il numero della Premier che piange perché, non avendo il diritto alla mutua, è costretta a continuare a fare la spola tra Roma e Budapest cantando la solita solfa: «avanti fascisti de Buda, avanti fascisti de Pest, io sono fascista de Roma, chi c’è più fascista de me?». Non avendo mai mosso un dito in vita sua, crumira per vocazione naturale, non sa che i diritti si conquistano scioperando, non certo vantandosi di essere la miglior e improbabile discendente di Stachanov. Verrebbe da dirle, se non si scendesse nel ridicolo, che anche fosse può sempre scioperare con la CGIL per conquistarlo, oppure semplicemente può darselo da sola con una legge visto che è al governo. Non doveva, infatti, anche lei rivoluzionare l’Italia?

Attenzione: entrano in scena ora gli acrobati cosiddetti di sinistra. Schlein sta al fianco dei lavoratori, ma non proprio tutti, solo quei «tre milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici che non ce la fanno più e non arrivano a fine mese» perché non hanno quel «salario minimo» che Meloni nega ma che il PD non ha mai elargito quando era al governo, quindi praticamente quasi sempre. Poveri sì, sembra dire Schlein, purché non miserabili, altrimenti il suo cuore ricolmo di pietà borghese potrebbe soffrirne.

Fratoianni è apparentemente più serio: «La destra attacca i sindacati, ma non ascolta i lavoratori. Un capolavoro firmato Salvini e Meloni: oggi lavoratrici, lavoratori e sindacati del trasporto pubblico sono ancora una volta in sciopero. È la decima volta dall’inizio dell’anno. Da mesi tentano disperatamente di farsi ascoltare dal governo sul tema dei salari e dell’insicurezza. Non danno risposte, sviliscono ogni richiesta dei cittadini, attaccano tutte le forme di protesta e poi si sorprendono se cresce la rabbia». Se la destra non dà risposte, si potrebbe però domandare quale precisa rivendicazione dei lavoratori appoggi una maschera come Fratoianni, ma soprattutto perché la demandi al governo, visto che con le privatizzazioni selvagge della sinistra, andrebbero comunque richieste ai padroni. In ogni caso, siccome Fratoianni non lo dice, diciamo noi per lui che la sua unica preoccupazione è che ai lavoratori scorticati, sia dato almeno il diritto di protesta. Il programma della sinistra del capitale è tutto qua: salario minimo e diritto alla protesta! Dovremmo proprio essere dei lavoratori felici e cretini per marciare il 29 novembre al fianco di questa sedicente sinistra.

Di fronte a tali attacchi e a simili improbabili difese, come ha reagito Landini? «Non ho proprio nulla da rettificare, anzi voglio rilanciare con forza. Loro (il governo, nda) cosa stanno facendo? Stanno aumentando i soldi per comprare le armi, stanno aumentando la precarietà, stanno tagliando e stanno favorendo quelli che evadono il fisco. E questo sarebbe possibile mentre non è possibile dire che c’è bisogno di una rivolta sociale? Aggiungo che ci siamo rotti le scatole, perché non è più accettabile che quelli che tengono in piedi questo Paese siano quelli che non sono ascoltati e che non vengono rappresentati»Se non del tutto giusto, direbbe la ben nota canzone di rivolta, quasi niente sbagliato. Non si dimentichi però che mancano ancora due settimane allo sciopero generale. Già l’anno scorso, di fronte al Garante dello sfruttamento, CGIL e UIL avevano ridotto lo sciopero nei trasporti, quindi non v’inganni la voce grossa del Segretario CGIL, tra quindici giorni sarà come minimo più bassa di due o tre toni.

Infatti accanto a questa presa di posizione apparentemente perentoria, stanno altre ben più significative esternazioni che illustrano meglio il contenuto reale della rivolta sociale alla Landini. Ospite a Radio 1, a chi gli domandava se la sua rivolta sociale fosse violenta, Landini ha risposto: «violento è il governo che sta investendo nelle armi. Quando mai i sindacati non hanno operato in modo pacifico?». La rivolta sociale di Landini, insomma, è qualcosa a metà strada tra la rivolta programmata a tavolino e la protesta vagamente gandhiana, non violenta per il semplice fatto che Gandhi non era un emulo di Gesù Cristo ma dei borghesi inglesi, terrorizzato come tutti i borghesi che i lavoratori scavalcassero le sue rivendicazioni nient’affatto proletarie. E siccome Landini non è Gesù Cristo e nemmeno quel finto non violento di Gandhi, la sua rivolta sociale è solo un’esternazione da riformista che, come tutte le cose dei riformisti, non ha niente di reale.

Questo aspetto lo si vede ancora meglio nella sua concezione dello sciopero. Secondo Landini gli scioperi si potrebbero evitare: «Per impedire gli scioperi bisogna dare le risposte ai lavoratori, ai cittadini. Se il governo vuole evitarli, deve rinnovare i contratti, mettere le risorse necessarie e accettare il confronto con i sindacati, cosa che non sta facendo». Un po’ come dire: date una crocchetta ai cagnolini e i cagnolini smetteranno di abbaiare.

Sarebbe ingeneroso e assolutamente falso dire che Landini pensi i suoi tesserati come cani, ma è indubbio che pensi allo sciopero come qualcosa di avulso dalla dinamica viva della lotta di classe. La nostra concezione, quella marxista, perfettamente aderente alla lotta di classe così com’è, è l’esatto opposto: una rivendicazione conquistata, a noi serve da leva per accelerare la conquista della rivendicazione successiva. È il metodo degli obbiettivi transitori, concetto che non è semplicemente un’idea di Trotsky, ma la trascrizione su carta marxista della reale lotta di classe rivoluzionaria che è tale anche quando apparentemente sembra assopita. Nel riformista Landini, lo sciopero è chiamato, nella migliore delle ipotesi, in vista di stopparla, non per accompagnarla e tirarla. È in questo freno a monte che i Landini di tutti i tempi e le latitudini, non avendo altro orizzonte al di là di un capitalismo ideale, finiscono per transitarci, di manifestazione all’acqua di rose in manifestazione all’acqua di rose, nell’unico capitalismo reale che conosciamo: quello che peggiora le nostre condizioni di anno in anno anche grazie alle loro mobilitazioni testimoniali, a ricordo dell’ennesima sconfitta che stanno preparando.



Nota – Non vorremmo essere fraintesi - perché c'è sempre qualcuno che non vede l'ora di fraintedere! - nel 1956 ungherese noi sì che stavamo coi ragazzi ungheresi, non come i Pingitore che stavano comunque contro.

Lorenzo Mortara