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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante


 Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino

I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.

LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE

La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.

Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:

Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?

«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.

LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA

Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.

Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.

La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.

Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.

L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.

QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA

Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.

Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.

La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.

Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.

L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.

Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.

Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.

In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.

Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.

La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.

La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.

Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.

Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Marco Ferrando

Dai fascisti in piazza alla canea governativa contro i 'rossi'

 


Sabato 9 novembre un corteo antifascista di circa mille compagne e compagni ha ritenuto doveroso contestare la presenza del corteo “patriota” dei fascisti di Casapound. Oltre all’elementare igiene antifascista, lo scendere in piazza era reso necessario dalla tradizione della città medaglia d’oro della Resistenza e teatro dell’orrenda strage fascista del 2 agosto 1980.


La presenza fascista è stata autorizzata dal questore, dipendente del Ministero degli Interni, ed era logico che anche il governo fosse coinvolto nella contestazione, così come le forze di polizia, massicciamente schierate a difesa del piccolo corteo fascista.
È in questo contesto che si sono verificati gli scontri, quantunque limitati, con la polizia in assetto antisommossa, dotata di grate ed idranti.

La responsabilità ricade interamente su chi ha voluto la manifestazione fascista, e a poche centinaia di metri dalla stazione di Bologna, dove è ancora visibile lo squarcio provocato dalla bomba del 2 agosto 1980.
Nondimeno la vicenda è stata presa a pretesto, nelle ore subito successive ai fatti, perché dai banchi del governo si scatenasse una rumorosa canea contro gli antifascisti, i centri sociali e in generale le “zecche rosse” che vi risiedono, colpevoli di aver dato la “caccia” al poliziotto.

Perché tanta veemenza? Crediamo che il livore governativo percorra la linea di condotta verso una stretta autoritaria della gestione dell’ordine pubblico e della libertà di manifestare. Su questo percorso troviamo infatti la proibizione della grande manifestazione a sostegno della causa palestinese del 5 ottobre, l’interrogazione parlamentare contro gli scioperi nella logistica e il SI Cobas, il DDL 1660 con il suo chiaro impianto repressivo e persecutorio, e oggi l’anatema contro i centri sociali, i comunisti e le “zecche”.

Non solo: è chiaro l’intento da parte del governo Meloni di associarsi alle forze di polizie proponendosi come il governo in cui possono riporre la loro fiducia, anche quando fosse necessaria assicurarsi l’impunità, come ad esempio quando accada che in piazza prendano ordini dai fascisti, cosa successa sabato, come ha testimoniato il video del SIULP.
Insomma, un governo che non si limita ad essere di polizia ma anche della polizia.

L’errore più grande in questi casi sarebbe indietreggiare. Le minacce del governo devono servire al contrario a ritrovarci sempre più numerosi nei prossimi appuntamenti di lotta, che sono numerosi e ravvicinati.
Sconfiggere la torsione autoritaria del governo è possibile, tentare è doveroso.
Il Partito Comunista dei Lavoratori assicura fin da subito la propria presenza determinata a tali appuntamenti

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro la repressione solidarietà di classe

 


14 Aprile 2021

ArcelorMittal, Fedex, Texprint, portuali di Genova... si moltiplicano le misure repressive padronali e giudiziarie. È necessario un fronte comune contro il nemico comune

Il licenziamento da parte di ArcelorMittal di un lavoratore di USB responsabile di aver pubblicato un post su Facebook che invitava a seguire la fiction sull'inquinamento a Taranto è un atto inqualificabile e infame. Un atto di vera e propria cancellazione della libertà di opinione di un operaio, in aperta violazione di ogni diritto costituzionale. La “giusta causa” evocata dall'azienda al riguardo significa solo che l'azienda pretende mano libera e impunità per qualsiasi abuso sui propri dipendenti, già colpiti all'interno della fabbrica da un clima di intimidazioni, punizioni, terrore. Che si aggiunge alle minacce ai posti di lavoro e alla salute degli operai.

Il caso Mittal tuttavia non è solo. A Piacenza la procura ha attivato nelle settimane scorse procedimenti giudiziari e addirittura arresti, poi revocati, verso decine di lavoratori e lavoratrici di SICobas, protagonisti di una importante vertenza a difesa del proprio lavoro contro la chiusura del hub locale di Fedex. Il “reato” contestato è quello di aver picchettato i cancelli e di aver resistito in forma passiva all'intervento di sgombero della polizia. La Procura ha semplicemente applicato i decreti Salvini in quelle clausole antioperaie che criminalizzano i picchetti e che sono rimaste intatte nell'indifferenza di tanti “progressisti”. Naturalmente i mandanti della procura sono i padroni di Fedex e le organizzazioni confindustriali territoriali che vogliono sgombrare il campo da una presenza sindacale scomoda.

A Prato l'azienda cinese Texprint licenzia via Whatsapp i lavoratori pachistani che scioperano contro lo sfruttamento inumano cui sono sottoposti (12 ore di lavoro per 7 giorni) e per avere il contratto di categoria, mentre il sindacato SICobas al quale sono iscritti finisce sotto inchiesta su iniziativa della Digos per aver violato il coprifuoco sanitario nell'organizzazione dei picchetti dopo essere stato colpito da multe da salasso. Chi lotta per un normale contratto a norma di legge finisce alla sbarra, mentre chi tiene gli operai in condizioni di schiavitù ha la polizia al suo servizio.

A Genova la procura ha chiesto il rinvio a giudizio di decine di lavoratori portuali, organizzati nel Collettivo Autonomo dei Lavoratori del Porto e oggi aderenti a USB, accusati di aver bloccato l'attracco di navi cariche d'armi destinate all'Arabia Saudita. Una forma di azione politica che appartiene alla storia dei lavoratori portuali, tanto più in una città come Genova, e che oggi diventa “sovversiva” e illegale. In questo caso i mandanti sono gli armatori e i terminalisti che vogliono avere mani libere in porto, e la stampa borghese che li sostiene. La procura si muove a rimorchio.

Si potrebbero citare altre decine e centinaia di casi analoghi, che magari non emergono alle pubbliche cronache ma che tuttavia danno la misura del clima che monta. E che soprattutto prefigurano il livello di scontro che può aprirsi su scala nazionale, anche sul terreno giudiziario, in occasione dell'annunciato sblocco dei licenziamenti a giugno.

Di fronte a tutto questo è tanto più necessaria l'azione unitaria e solidale di tutte le organizzazioni della sinistra di classe, sindacale e politica, al di là di ogni steccato di appartenenza. La parola d'ordine “se toccano uno toccano tutti”, che è riecheggiata in decine di lotte d'avanguardia, deve rappresentare un vincolo di coerenza unitaria per tutti. Nella difesa degli operai dalla repressione padronale e/o giudiziaria non possono esserci disimpegni o pure logiche d'organizzazione, per cui ogni soggetto si limita a difendere i propri lavoratori colpiti e si disinteressa degli altri.
La frammentazione dell'azione di classe è già di per sé disastrosa, ma sul terreno della difesa dalla repressione rischia di diventare qualcosa di peggio: un fattore di oggettivo incoraggiamento a padroni e procure.

Per queste ragioni non solo dichiariamo il nostro impegno e sostegno incondizionato a ogni lavoratore colpito da misure arbitrarie e repressive e ad ogni lotta promossa a sua difesa, quale che sia l'organizzazione promotrice, ma chiediamo a tutte le organizzazioni di classe di fare fronte comune contro un avversario comune, facendo di ogni lotta la propria lotta.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione (Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Un gattopardo per decreto

 


Il salvinismo senza Salvini

È un po' la solita solfa gattopardesca: il nuovo decreto sicurezza varato in questi giorni dal governo vorrebbe apparentemente avere grande impatto progressista, giustificando la discontinuità da Salvini, ma così non è. Vediamo.

Una questione su tutte riguarda le navi delle ONG. Non ci saranno le grandi multe ideate da Salvini per le navi che violino il divieto di ingresso imposto dall’ex ministro nelle acque territoriali italiane (la questione verrà rimandata in ultima istanza al ministero) e le sanzioni torneranno quelle ante Salvini del codice della navigazione (tra 10 mila e 50 mila euro), ma potranno essere decise, grazie alla trasformazione del reato da amministrativo a penale, solo da un giudice a fine processo.

Altro aspetto negativo è la modifica all’articolo 2 del decreto («Disposizioni in materia di procedure per il riconoscimento della protezione internazionale») che prevede per questa riforma un ulteriore appesantimento al diritto di asilo, ovvero avranno la possibilità di chiedere il diritto di asilo solo i migranti presenti nei “centri d’accoglienza”, invece per i migranti soccorsi in mare la richiesta è nei fatti respinta.

La politica di questo governo è sempre la medesima di tutti i governi sia di centrodestra che di centrosinistra; la musica è sempre la stessa, lo stesso è lo spartito di Minniti e Salvini, ovvero la criminalizzazione del soccorso in mare.

Migranti che fuggono da situazioni di guerra, migranti che fuggono dall'ipersfruttamento del capitalismo italiano, tedesco, cinese ecc. trovano qui invece che una dovuta accoglienza umana, un vero e proprio muro fatto di assenza di empatia. Insomma, si cambia tutto per non cambiare nulla.

Partito Comunista dei Lavoratori

Patto d'azione anticapitalista: In Italia come negli USA: contro sfruttamento e razzismo di stato

Pubblichiamo il comunicato nazionale del Patto d’azione anticapitalista, cui il PCL partecipa, a sostegno della campagna di solidarietà con la ribellione di massa negli USA

Da Minneapolis a tutte le città USA, da settimane si sviluppa in tutte le forme un grande movimento di massa contro le uccisioni razziste della polizia che è divenuta una lotta contro Trump e l'intero sistema del capitale USA, fondato sullo sfruttamento e il razzismo interno e sul dominio e l'oppressione dei proletari e dei popoli oppressi dall'imperialismo.

Alla rivolta di massa che ha risposto colpo su colpo e in tutte le forme alla repressione di Stato con l'uso della guardia nazionale e dell'esercito, si è un unito un vasto movimento, Black Lives Matter, con la diffusa partecipazione di bianchi, e un ampio movimento giovanile a fianco della popolazione nera ha infranto le barriere razziali in nome della comune condizione di sfruttamento e di oppressione.
In molte piazze le masse manifestano insieme a gruppi sindacali classisti e combattivi a dimostrazione del fatto che il barbaro omicidio di George Floyd ha fatto da detonatore di un malcontento che covava già da tempo in seno al proletariato a seguito di una crisi capitalistica resa ancor più profonda con l'emergenza CoVid 19.
Dagli Stati Uniti  è partito un vento di protesta operaia e popolare che tocca diversi paesi del mondo, e, in Europa, la Francia e la Gran Bretagna in particolare.
Da esso ci viene quindi la spinta a rilanciare, sviluppare anche in Italia, la lotta contro lo sfruttamento capitalista/imperialista e il razzismo di Stato, che in questi ultimi anni è stato ulteriormente inasprito con i due Decreti Sicurezza di Salvini e confermato da una sanatoria-farsa che non riconosce ai lavoratori immigrati la possibilità di denunciare le condizioni di supersfruttamento, lasciando l’emersione al buon cuore (o convenienza) dei padroni e dei capitali, cioè gli unici veri beneficiari delle politiche razziste e xenofobe.
Anche e ancor più in Italia la violenza contro gli immigrati è insita e funzionale al sistema del capitale, è esercitata sistematicamente e direttamente come arma di ricatto dai caporali e dai padroni, nei campi come nei ristoranti, nelle fabbriche come nei magazzini.
Come hanno dimostrato e stanno dimostrando i lavoratori della logistica, solo la lotta unitaria dei lavoratori e delle lavoratrici, autoctoni e immigrati da ogni angolo della terra, può imporre una battuta d'arresto sia alle logiche schiavistiche dei padroni, sia al veleno del razzismo profuso a piene mani dalle destre e alimentato dalle politiche dell'UE e dei governi al servizio dei padroni di scaricamento della crisi sulle condizioni di lavoro, reddito, diritti, salute , sicurezza
Non a caso, quando i lavoratori con dure lotte riescono a conquistare dignità e diritti nei luoghi di lavoro, il capitale chiama lo Stato ad esercitare la violenza di classe, come dimostra chiaramente quanto è avvenuto e sta avvenendo alla Fedex/TNT di Peschiera Borromeo nei pressi di Milano.,

La rivolta statunitense, così come l'impatto drammatico che la crisi-Covid sta determinando sulle vite di miliardi di proletari a ogni angolo della terra, richiamano con forza la necessità storica del rovesciamento del capitalismo , dei suoi stati e dei suoi governi Serve l'organizzazione politica e sociale di classe e la costruzione di un ampio fronte  unito di classe organizzato, sia in Italia che su scala internazionale.
È quindi con questo spirito di unità internazionalista che il Patto d’Azione invita a partecipare alle iniziative in corso in questi giorni davanti ai consolati USA, in consonanza con le iniziative analoghe negli altri paesi europei, e come momento di un’iniziativa più generale contro il razzismo in Italia, strumento di divisione e oppressione del proletariato.
Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe

8 marzo: per un femminismo anticapitalista e rivoluzionario!

Basta emergenze e repressione scaricate sulle spalle delle donne!

Anche quest’anno il movimento femminista Non Una di Meno ha lanciato una mobilitazione in occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna: l’8 marzo una giornata di iniziative e manifestazioni e il 9 marzo una giornata di sciopero. Anche quest’anno lo sciopero è stato sostenuto da diverse sigle del sindacalismo di base, di fronte alla puntuale completa passività dei sindacati confederali, che in piazza per l’abrogazione del precariato e per la tutela delle lavoratrici, così come dei lavoratori, proprio non vogliono scendere. Si conferma in particolare la pesante responsabilità della burocrazia della CGIL, che organizza la maggioranza delle lavoratrici italiane, e che coerentemente con la sua linea concertativa con governo e padronato, rifiuta di assumere un programma e una strategia conflittuale nell’ambito della condizione delle lavoratrici salariate.

E anche quest’anno, come quelli passati, non ci sono motivi per stare allegre.
Tutte le leggi sulla precarietà del lavoro, il Jobs Act, la legge Fornero, sono saldamente al loro posto, e non c’è ovviamente da farsi illusioni: il governo M5S-PD segue coerentemente la linea reazionaria del precedente.
Sono ancora al loro posto i Decreti sicurezza di Salvini, che in realtà cancellano la protezione umanitaria, e sono veri e propri provvedimenti di segregazione, oppressione razziale e polizia sociale.
Anche se gli elementi più vistosamente fanatici del precedente governo giallo-verde non sono (momentaneamente) più al governo, non si fermano neanche le politiche di attacco ai consultori, agli spazi delle donne e all’autodeterminazione della nostra salute e della nostra vita riproduttiva.
Le donne continuano a morire con fastidiosa pervicacia per mano di mariti, ex, conviventi e famigliari, e il Codice Rosso non è che un cerottino su un’emorragia. L’inasprimento delle pene e le nuove fattispecie di reato (revenge porn, sfregio del viso) non proteggono le donne dalla violenza patriarcale. Continuano anche le aggressioni e le discriminazioni contro le persone LGBT*QIA+, e tutte le forme di violenza e oppressione che subiscono, a partire dalla patologizzazione psichiatrica.

Davanti agli attacchi quotidiani che le donne subiscono a 360 gradi, non ci resta che un’unica arma per l’autodeterminazione: non un reddito di cittadinanza, non un’elemosina di Stato slegata dal lavoro, non uno stipendio da casalinga, ma il lavoro e la sua difesa, con tutti i diritti collegati che ci sono stati rubati.
Solo con un lavoro dignitoso, con un salario equo (e pari a quello maschile!) possiamo pensare di mantenere la nostra indipendenza economica e sociale. E quando il lavoro manca, vogliamo un sussidio di disoccupazione dignitoso!

L’arma dello sciopero è da sempre quella che più impensierisce patriarcato e capitale, perché è bloccando la produzione che diamo un segnale chiaro a chi controlla le nostre vite e lo colpiamo dove fa male, nel suo profitto di rapina sociale. Lo "sciopero dal lavoro riproduttivo" o l’astensione dai consumi o dai lavori di cura ci ritroveranno forzatamente ai nostri posti il giorno dopo. Non c’è rivoluzione individuale che possa impensierire il patriarcato.

Lo Stato borghese utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione per spezzare le lotte che mettono in discussione il sistema capitalistico e patriarcale, e tutte le forme di organizzazione della classe lavoratrice e delle masse popolari. Non è mancata infatti la strumentalizzazione dell’allarme sanitario per la Covid-19 al fine di reprimere le iniziative dell’8 e lo sciopero del 9 marzo. Il governo, col pretesto di evitare assembramenti, ha immediatamente decretato la sospensione di tutte le manifestazioni organizzate, all’interno di un sistema di misure per il contenimento del contagio, razionalmente contraddittorie (vietate, appunto, le manifestazioni, ma consentite le aggregazioni negli esercizi commerciali), ma evidentemente coerenti con un modello di società fondato sul profitto. Per impedire lo sciopero è intervenuta invece prontamente la Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali – che coinvolge molti settori lavorativi, pubblici e privati – prima con un «fermo invito» a non effettuare scioperi fino al 31 marzo, poi con una comunicazione in cui si richiamavano diverse violazioni relative ad «avvenimenti di eccezionale gravità» e finanche «calamità naturali», in seguito alla quale diverse sigle sindacali sono arrivate a revocare lo sciopero.
Da una parte la repressione del diritto di sciopero in nome dell’emergenza sanitaria, dalla parte opposta la grave ricaduta sulle lavoratrici e sui lavoratori delle misure prese – di cui è chiara la natura di classe – per contenerla: la sospensione dell’attività lavorativa senza copertura salariale; l’intensificarsi dell’attività lavorativa nella sanità pubblica e nelle imprese di pulizia e sanificazione; la scarsità di misure di sicurezza nei luoghi di lavoro o l’arbitrio aziendale nel loro utilizzo; l’aumento del lavoro di cura dovuto alla chiusura delle scuole e alla maggiore attenzione verso persone anziane o malate, più vulnerabili se soggette al virus.

Tra le misure adottate dal governo merita una particolare attenzione, in relazione all’occupazione femminile, l’utilizzo dello smart working (lavoro agile), che ha dato ampio spazio anche in questa occasione ai suoi sostenitori e che rischia di favorirne l’ulteriore consolidamento. Lo smart working, cioè una modalità di prestazione lavorativa svincolata dal luogo e dall’orario di lavoro, viene comunemente propagandato come la soluzione ideale per rispondere al principio, così definito, di “conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”. Dunque una soluzione ideale per le lavoratrici, sulle cui spalle grava il peso del lavoro di cura.
In realtà si tratta di un passo indietro, perché in fondo ripropone, dietro l’uso dei nuovi mezzi informatici e comunicativi, un modello, quello del lavoro a domicilio, che precede la nascita dell’industria manifatturiera, e in cui la manodopera femminile, guarda caso, è sempre stata la più impiegata. Un modello che demolisce il concetto di orario di lavoro sostituendolo con quello di produttività, che implica il controllo a distanza e mette a rischio i parametri di sicurezza sul lavoro, ma che soprattutto cancella la dimensione sociale (e conflittuale) del lavoro, rinchiudendo le lavoratrici all’interno delle proprie case, e rendendole oppresse dal doppio lavoro, produttivo e di cura.
Al contrario, le lavoratrici non devono essere costrette a “conciliare” vita e lavoro, ma devono liberarsi del peso del lavoro di cura attraverso la sua socializzazione, un obiettivo che può essere raggiunto solo con una lotta anticapitalista e rivoluzionaria.

Solo se la lotta femminista si salda senza tentennamenti alla lotta anticapitalista è possibile ottenere questa e tutte le rivendicazioni che ogni anno facciamo, nella prospettiva di un rovesciamento totale di questa società che partorisce figli sani ma assassini. Occorre sradicare insieme patriarcato e capitalismo se vogliamo fermare i femminicidi, l’oppressione di genere e le mani di clero e fanatici sul nostro corpo e sulle nostre decisioni.

Finché nella società esisterà qualche forma di sfruttamento, la donna sarà la prima a subirla: dobbiamo eliminare ogni traccia di oppressione, dell’uomo sulla donna e del capitale su entrambi; per farlo non c’è altra strada che un programma di rivendicazioni rivoluzionario e sovversivo, che si prefigga di parlare di socializzazione del lavoro domestico, di abolizione dell’obiezione di coscienza negli ospedali, di aborto libero e gratuito, di contraccezione gratuita e garantita, della nazionalizzazione dei servizi sociali e di un welfare che non sia sulle spalle delle donne, di erogazione massiccia di spazi e soldi alle donne che si autorganizzano.
Non ci interessa l’uguaglianza e la parità se queste sono l’uguaglianza e la parità con un maschio sfruttatore, inquinatore e assassino.
La nostra parità sarà realizzata in una società diversa, libera dal capitalismo e dal patriarcato, e quindi dallo sfruttamento di una classe sull’altra, di un gruppo etnico sull’altro, di un genere sull’altro.
Partito Comunista dei Lavoratori - commissione donne e oppressioni di genere

L'assemblea del SI Cobas dell'8 febbraio

Un patto d'azione contro i decreti sicurezza

Un'assemblea di 150 compagni e compagne ha proposto «un patto di unità d'azione» contro i decreti sicurezza e la repressione dello Stato. L'assemblea nazionale promossa da SI Cobas l'8 Febbraio a Roma ha rappresentato un terreno di confronto tra diverse organizzazioni della sinistra di classe attorno alla proposta avanzata da SI Cobas, un'organizzazione che già aveva interloquito con un proprio intervento con l'assemblea nazionale del 7 dicembre, e che per l'8 febbraio ha invitato espressamente il coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione. Un invito importante, naturalmente accolto.

Il compagno Marco Ferrando è intervenuto nel dibattito per portare l'adesione del coordinamento emerso dal 7 dicembre, e del PCL, all'iniziativa proposta da SI Cobas.
L'assemblea nazionale del 7 dicembre ha promosso, tra le diverse campagne, una campagna specifica contro i decreti Minniti-Salvini per la loro cancellazione, una campagna mirata al più largo fronte d'azione unitario, e quindi attenta anche a dialogare coi sentimenti semplicemente democratici dell'opposizione ai decreti (come quello espresso dalle "sardine"). Ma al tempo stesso una campagna che vuole portare in questo fronte un riferimento di classe: contro quegli aspetti antioperai e antisindacali dei decreti – criminalizzazione dei blocchi stradali, delle occupazioni aziendali, dei picchetti di sciopero – su cui tace non a caso l'opposizione liberalprogressista, e su cui invece concentrano la propria attenzione le organizzazioni padronali e le questure. Su questo terreno in particolare, la convergenza con l'azione di denuncia, di controinformazione, di lotta proposta da SI Cobas è per noi naturale e molto positiva.

Importante è legare la campagna d'avanguardia alla prospettiva di ripresa di un'opposizione di classe e di massa contro i padroni, il loro governo, il loro sistema, la sola che può ribaltare i rapporti di forza e strappare risultati sullo stesso terreno democratico. Con questa impostazione, classista e rivoluzionaria, interveniamo e interverremo in ogni fronte di lotta lavorando al suo allargamento e proiezione di massa.
Partito Comunista dei Lavoratori

Partono le campagne nazionali del coordinamento unitario delle sinistre d'opposizione!

Qui trovi, in allegato i volantini delle campagne nazionali promosse dal coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione.

Il testo che qui pubblichiamo informa l'iniziativa e le campagne del coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione emerso dall'assemblea del 7 dicembre a Roma. In coda al testo si fa riferimento ai volantini specifici delle singole campagne.

Il coordinamento è e resta aperto, nazionalmente e localmente, all'adesione ulteriore di soggetti politici e sindacali.

Il PCL, con la propria autonomia politica, ha dato e dà un contributo determinante all'unità d'azione e all'iniziativa del coordinamento
.




UNIRE LE LOTTE
CONTRO UN GOVERNO PADRONALE
CONTRO LE DESTRE REAZIONARIE
PER UNA ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA



Il secondo governo Conte si era presentato a settembre come un governo di svolta. Si è rivelato invece, come era facile prevedere, un governo di continuità. Basta guardare i fatti.

Salvaguardia di tutte le misure degli ultimi decenni (Jobs Acts e precarizzazione del lavoro, Legge Fornero). Salvaguardia e consolidamento del patto di stabilità dell'Unione Europea attorno al debito pubblico, con la conseguente continuità delle politiche di austerità. Salvaguardia dei decreti sicurezza di Salvini e degli accordi infami con la Libia, veri accordi criminali finanziati con risorse pubbliche. Salvaguardia e anzi sviluppo del progetto di “Autonomia differenziata”, che accresce le disuguaglianze sociali e territoriali, attacca i contratti nazionali di lavoro, sospinge la privatizzazione ulteriore di servizi e patrimonio pubblico. Salvaguardia delle politiche internazionali militariste, nel quadro della Nato, a partire dalle missioni militari, incrementando persino l'acquisto degli F35, e sottraendo così risorse a beneficio dei settori più deboli della società.

La logica d'insieme resta la stessa dei precedenti governi: la dominazione del profitto a scapito della società, dell'ambiente, dei diritti sociali e democratici.

Ci pare scandaloso che questo governo e questa politica riceva il sostegno di tutta la sinistra parlamentare e della burocrazia sindacale. È un sostegno disastroso, per ragioni sociali e politiche.
Per ragioni sociali, perché protegge gli interessi dei capitalisti a spese dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani, e di tutti gli sfruttati, isolando e frantumando le lotte di resistenza, bloccando ogni loro estensione, impedendo la loro unificazione.
Per ragioni politiche, perché questa condotta subalterna e complice getta milioni di lavoratori e lavoratrici tra le braccia della destra più reazionaria: una destra nazionalista, militarista, misogina, che dirotta la rabbia sociale verso i migranti per impedire che si rivolga contro i capitalisti.

A tutto questo noi vogliamo opporci. Non per custodire una piccola nicchia, ma per costruire e rilanciare politicamente una grande opposizione di massa e di classe.
Una opposizione che metta al centro della scena politica le ragioni del lavoro. Che punti a unire le tante lotte di resistenza. Che punti a ribaltare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro e nella società. Che assuma sino in fondo le ragioni del movimento ecologista per la salvezza del pianeta e del movimento femminista per la propria liberazione, movimenti di portata mondiale che investono il futuro stesso dell'umanità. Che sappia costruire una relazione viva con quei movimenti democratici che oggi positivamente occupano le piazze contro la destra ma che rimuovono tra gli altri i temi del lavoro, col rischio molto concreto di venire subordinati al sistema capitalista dal PD e dai suoi satelliti.

Il grande sciopero che ha percorso la Francia contro l'aumento dell'età pensionabile dimostra che solo la forza di massa di lavoratori e lavoratrici, continuativa e radicale, può impaurire le classi dominanti, incrinare il blocco sociale reazionario, unificare un blocco sociale alternativo. Solo un movimento di questa portata può fare argine contro le destre.

Vogliamo dunque contribuire ad una piattaforma di lotta generale e unificante del mondo del lavoro.

Sono 30 anni che il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori è privo di una propria piattaforma di lotta indipendente. Per contribuire a ricostruirla intendiamo promuovere una campagna unitaria attorno ad alcune rivendicazioni centrali.


1) RIDUZIONE GENERALE DELL'ORARIO DI LAVORO A TRENTA ORE A PARITÀ DI RETRIBUZIONE

Le controriforme degli ultimi trent'anni (dal pacchetto Treu del 1997 al Jobs Act e alla riforma Fornero) vanno tutte cancellate: hanno aumentato la disoccupazione, l'orario di lavoro complessivo e la sottrazione del tempo di vita.

Ora basta!

Vogliamo lavorare per vivere, non vivere per lavorare a beneficio dell'arricchimento di un pugno di sfruttatori! Ridurre l'orario di lavoro senza ridurre salari e stipendi permette di redistribuire il lavoro fra tutte e tutti, difendere i posti di lavoro attuali, aumentare l'occupazione, unire occupati e disoccupati, dare la nostra risposta allo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche e migliorare drasticamente la qualità della vita e la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Vanno ripristinati i diritti del lavoro, a partire dall'abrogazione delle leggi che lo hanno precarizzato. Il lavoro che c'è va ripartito fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro. 30 ore settimanali a parità di retribuzione corrispondono a tale scopo. L'alternativa, come i fatti dimostrano, è l'aumento dei disoccupati e dello sfruttamento


2) ABOLIZIONE VERA DELLA LEGGE FORNERO, PER UN SISTEMA PREVIDENZIALE PUBBLICO A RIPARTIZIONE E RETRIBUTIVO, CON IL DIRITTO DI ANDARE IN PENSIONE A 60 ANNI O CON 35 ANNI DI LAVORO, CON LA CERTEZZA DI UNA PENSIONE FUTURA DIGNITOSA PER I GIOVANI

Non vogliamo vivere di più per lavorare di più, e sempre più duramente. Vogliamo avere pensioni che ci consentano di vivere dignitosamente, non pensioni integrative private buone solo per chi se le può permettere, rischiose per il futuro, e utili solo per arricchire la grande finanza. Le nostre pensioni devono pagarle quelli che si arricchiscono con il nostro sudore e i nostri affanni. Le paghino i grandi profitti, le rendite, i grandi patrimoni!

Solo un sistema previdenziale pubblico a ripartizione con calcolo retributivo può garantire la solidarietà tra generazioni. Solo un lavoro liberato dalle leggi di precarizzazione degli ultimi decenni, ed esteso a tutti attraverso la riduzione dell'orario, può sostenere il sistema previdenziale pubblico e assicurare ai giovani una pensione futura certa e dignitosa.


3) NAZIONALIZZAZIONE DEI SETTORI STRATEGICI DELL'ECONOMIA
E DELLE AZIENDE CHE LICENZIANO, CHE DELOCALIZZANO, CHE INQUINANO


È disumano che centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori siano trattate/i come limoni da spremere e poi gettar via per fare più profitti! È inaccettabile che le aziende possano devastare l'ambiente e poi cavarsela come nulla fosse!

I casi Whirpool, Ilva, Embraco, Bekaert, Mercatone Uno, Conad, Unicredit, Alitalia e tanti altri sono tutti scandali sociali inaccettabili. È necessaria una svolta radicale e veramente risolutiva. Solo la nazionalizzazione, sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori e senza alcun indennizzo alle aziende dopo tutti i miliardi a perdere che hanno ricevuto dallo Stato, è possibile salvaguardare l'occupazione e la salute pubblica. Se un azienda licenzia va nazionalizzata a tutela del lavoro. Se inquina la nazionalizzazione è la premessa di una riconversione della produzione e del risanamento dell'ambiente a tutela sia del lavoro che della salute. In entrambi i casi la nazionalizzazione deve avvenire sotto il controllo dei lavoratori stessi.


4) ABROGAZIONE, SENZA SE E SENZA MA, DEI DECRETI SICUREZZA DI MATTEO SALVINI E DEGLI ACCORDI CRIMINALI CON LA LIBIA

I decreti sicurezza sono un’infamia: negano i diritti di protezione umanitaria, colpiscono i salvataggi in mare di chi fugge da fame, guerre, devastazioni ambientali, criminalizzano forme di lotta più determinate e quindi più efficaci della classe lavoratrice (picchetti, blocchi stradali, occupazioni aziendali).

Il settore più colpito è quello dei lavoratrici e dei lavoratori immigrate/i, perché spesso e volentieri prive/i di diritti a causa di una precisa volontà politica: senza riconoscere pieni diritti a questo settore della nostra classe è più facile dividere le lotte e mettere lavoratrici e lavoratori le une contro le/gli altre/i, alimentare il razzismo e indebolire il conflitto. La classe lavoratrice è una: tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalla cultura di provenienza, condividono gli stessi interessi e hanno lo stesso nemico. Colpire una parte della classe lavoratrice significa colpire e indebolire tutte e tutti, ed essere così più sole e soli di fronte a chi vuole sfruttarci e opprimerci per il profitto.
Invece lottare fianco a fianco per la ripartizione del lavoro, per un grande piano di opere sociali (a partire dal riassetto del territorio), per la requisizione di grandi patrimoni immobiliari sfitti, significa battersi di fatto per dare a tutti/e il diritto al lavoro e alla casa, che sono diritti inseparabili, rafforzando tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, anche quelle e quelli autoctoni.


5) NO ALLA GUERRA, USCITA DELL'ITALIA DALLA NATO, PER LA DRASTICA RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI (F35), PER IL RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE DALLE MISSIONI

L'attacco terroristico dell'imperialismo Usa in Iraq riporta in primo piano il tema dell'imperialismo e della guerra. La Nato è uno strumento di guerra e di oppressione dei popoli, come da ultimo dimostra la copertura offerta al terrorismo Usa e alle operazioni turche in Kurdistan e in Libia.
L'oppressione dei popoli parte “in casa propria” con l'oppressione delle lavoratrici e dei lavoratori. È inconcepibile che ogni anno quasi trenta miliardi siano destinati alle spese militari mentre si tagliano pensioni, sanità, istruzione. Le spese militari servono solo a garantire alle potenze imperialiste, Italia inclusa, strumenti utili per una competizione globale sempre più disumana, feroce e pericolosa.
Nessun essere umano deve soffrire e morire per le loro sporche guerre!
È necessario rompere con la Nato e difendere i diritti dei popoli oppressi contro ogni imperialismo a partire da quello di casa nostra, destinando le risorse pubbliche così liberate alla scuola, alla sanità, alla previdenza, al lavoro.

Ci dicono che queste rivendicazioni sono incompatibili con l'Unione Europea e le leggi del “mercato”. È vero. Ma solo perché l'Unione Europea e il capitalismo su cui si fonda sono una macchina da guerra contro i diritti dei lavoratori, delle lavoratrici, dei giovani, delle donne, della larga maggioranza della società.

Per questo non serve questo o quel governo di gestione di interessi che non siano quelli della grande maggioranza della società. Come dimostra il fallimento di tutti i governi di sinistra e di centrosinistra in Europa.

Serve un governo che, fondato sulla più ampia democrazia delle lavoratrici e dei lavoratori sui luoghi di lavoro e nella società, dunque sul loro potere, rompa del tutto con il sistema capitalistico e i suoi difensori! Per una alternativa anticapitalista e socialista in Italia e in Europa.

Si obietta che tutto questo è impossibile perché “le lavoratrici e i lavoratori non hanno più la forza di un tempo”. Ma è falso. Diciassette milioni di lavoratrici e lavoratori in Italia sono una forza enorme. Se questa forza si motiva e si organizza attorno a un proprio programma di lotta indipendente tutto diventa possibile. Come ha dimostrato lo stesso movimento di lotta che si è sviluppato in Francia.

Attorno alla mobilitazione di massa delle lavoratrici e dei lavoratori, l'unica in grado di ribaltare i rapporti di forza sociali, è possibile saldare tutte le rivendicazioni che danno un senso al cambiamento radicale della società: quelle ecologiste, di genere, democratiche.

Il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione vuole dare un contributo in questa direzione. Siamo organizzazioni diverse, con una propria autonoma identità, ma vogliamo unire le nostre forze in una battaglia comune, e coinvolgere nel modo più aperto ogni altro soggetto disponibile (politico, sindacale, associativo, di movimento).

Non abbiamo un recinto da difendere ma tanti steccati da abbattere! Gli steccati che per tanti anni hanno diviso le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, degli sfruttati, degli oppressi. Sono le lotte che è necessario unire.

Contro il governo, contro la destra, contro il capitalismo che entrambi difendono.

PER UN’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ!
Coordinamento unitario delle sinistre di opposizione

Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista, La Città Futura,
Fronte Popolare, Partito del Sud, Partito Marxista-Leninista Italiano

Uniamo le lotte attorno ad un programma anticapitalista e rivoluzionario!

Un governo padronale di cartapesta si regge sul sostegno di Maurizio Landini, a tutto vantaggio di Matteo Salvini (e Meloni). L'intero scenario politico si riassume in questa verità

15 Gennaio 2020
Il governo che si annunciava di svolta è in realtà il governo della continuità. Continuità non solo di un Presidente del Consiglio buono per ogni stagione, ma soprattutto delle politiche dominanti. Tutte le peggiori misure antioperaie dell'ultimo decennio, dal Jobs Acts alla legge Fornero, restano intatte, ed anzi si preannuncia il de profundis di "quota 100". Restano intatti nella loro sostanza i famigerati decreti sicurezza, usati come clava contro gli immigrati, ma anche contro i picchetti e i blocchi stradali di chi difende il posto di lavoro. Si salvaguarda l'accordo infame col governo libico, che finanzia i carcerieri di carne umana ammassata in luoghi di tortura e di stupri. Si rivendica la continuità di tutte le missioni militari ed anzi si amplia l'acquisto a suon di miliardi dei famosi F-35, mentre si assicura alla NATO l'aumento richiesto del bilancio della Difesa. Si rilancia ed anzi si accelera un progetto di “autonomia differenziata”, a vantaggio delle imprese del Nord e a carico della popolazione povera del Sud e di tutti i lavoratori del Sud e del Nord.


IL CAPITALE INGRASSA, I LAVORATORI PAGANO

Quanto alle politiche di bilancio, hanno onorato fedelmente i patti europei. Quattordici miliardi versati nel Fondo europeo di stabilità, una cassa di mutuo soccorso del capitale finanziario di tutta Europa a carico dei lavoratori di tutta Europa. Ventitré miliardi per disinnescare le clausole Iva nel 2020, ed altri quarantasette miliardi per disinnescare quelle del 2021 e 2022, in omaggio alle richieste dei creditori. Altri sette miliardi versati in forme diverse nel portafoglio delle imprese, le stesse che nel solo 2019 hanno fatto in borsa 21 miliardi di capitalizzazione e dividendi, cui si aggiungono un altro miliardo di soldi pubblici a beneficio dei grandi azionisti della Banca Popolare di Bari, ed altri miliardi annunciati a vantaggio di quegli acquirenti privati di ex Ilva e Alitalia, che già pongono come condizione d'acquisto nuove migliaia di esuberi e licenziamenti.

Chi paga il conto di tanta manna? I lavoratori e le lavoratrici: penalizzazione dei contratti pubblici, nulla su scuola e università, nulla in fatto di investimenti pubblici in opere sociali e risanamento ambientale (alla faccia della retorica sul clima!), mentre si fanno altri quattordici miliardi di deficit sul mercato finanziario da ripagare in futuro con tagli annunciati. Il tutto mascherato come in passato da piccole mance caritatevoli: una riduzione irrisoria del cuneo fiscale senza che i padroni versino un euro, il pannicello caldo del superamento del superticket in una sanità pubblica che resta allo sfascio, i bonus per gli asili nido in un paese che non conosce asili in quasi tutto il Mezzogiorno. L'unica differenza è che le mance sono più esigue di quelle non meno ingannevoli del passato.


MAURIZIO LANDINI, LA GUARDIA DEL CORPO DI CONTE

Il punto è che tutta questa politica non si regge sulla forza politica del governo. Il governo è anzi sotto ogni profilo un governo dai piedi di argilla che vive alla giornata, preso in ostaggio dalla disgregazione interna del M5S, dai rilanci destabilizzanti di Matteo Renzi, dalla crisi irrisolta del PD. La politica padronale si regge sulle spalle della sinistra. Di tutta la sinistra parlamentare, a partire da Sinistra Italiana di Fratoianni, che aveva giurato sei mesi fa “mai più col PD” e che oggi si ritrova al governo con Renzi. Ma soprattutto della burocrazia dirigente della CGIL, Maurizio Landini in testa, che offre al governo la propria ciambella di salvataggio attraverso l'ennesima proposta di “patto col governo e con le imprese”, un rilancio in grande stile della concertazione con l'avversario. Per di più nel momento in cui il governo perpetua tutte le misure di precarizzazione del lavoro, e i padroni rifiutano persino di discutere gli aumenti contrattuali rivendicati dai metalmeccanici. Il tutto accompagnato dalla rinuncia a qualsiasi mobilitazione vera, mascherata con la farsa innocua di qualche comizio ad uso telecamere.

Ecco, il governo del capitalismo italiano si regge su Maurizio Landini. Quello che dieci anni fa era l'eroe della sfida a Marchionne e che tutta la sinistra cosiddetta radicale (non noi) elevava a feticcio è diventato la guardia del corpo di Conte. E purtroppo la prostrazione umiliante della CGIL non ha solamente conseguenze sindacali, ma politiche, e di prima grandezza. Alimenta la ripresa di Salvini, e la scalata di Meloni, presso larghi settori di classe lavoratrice. E priva i movimenti democratici contro Salvini (le “sardine”) di un riferimento sociale di classe favorendo la loro subordinazione al PD.

Non c'è svolta possibile dello scenario italiano senza chiamare in causa la politica della burocrazia CGIL. Non è una questione sindacale, ma politica. Salvini non avrebbe la forza che ha tra i lavoratori senza il lasciapassare, a suo tempo, alla legge Fornero. Né oggi conoscerebbe la ripresa che ha senza la politica subalterna e passiva della principale organizzazione di massa del movimento operaio italiano.


PER UNA PIATTAFORMA DI LOTTA GENERALE, PER UN PROGRAMMA DI RIVOLUZIONE

Occorre dunque un cambio di rotta e direzione. Questo cambio va costruito in ogni singola lotta di resistenza, spesso oggi isolata e abbandonata a sé stessa. Ma va costruito anche e soprattutto dando battaglia ovunque per un'altra prospettiva generale. La grande lotta dei ferrovieri, degli insegnanti, degli infermieri, in Francia, nonostante anche lì una (diversa) resistenza delle burocrazie, indica le potenzialità di una alternativa. È falso che i lavoratori sono deboli, che le lotte siano destinate alla sconfitta. È vero invece che 17 milioni di salariati in Italia sono una forza enorme, che va semmai organizzata e impiegata, facendo emergere una piattaforma di lotta unificante, ponendo il tema di uno sciopero generale prolungato per sostenerla e di una grande assemblea nazionale di delegati eletti per approvarla. Il PCL si batterà in ogni luogo di lavoro, in ogni organizzazione sindacale di classe perché questa alternativa emerga, conquisti settori crescenti dell'avanguardia, sappia imporsi all'attenzione della grande massa dei lavoratori e delle lavoratrici.

È necessario che il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, emerso dalla grande assemblea del 7 dicembre, investa in questo lavoro. Finalmente si è prodotto un fatto unitario a sinistra, contro la logica settaria della frammentazione dell'iniziativa di avanguardia, o peggio ancora di veti incrociati e preclusioni reciproche. Ma ora occorre che l'unità d'azione diventi per l'appunto azione. Le campagne unitarie per la riduzione dell'orario, per la nazionalizzazione delle aziende che licenziano ed inquinano, per la cancellazione dei decreti sicurezza, per il ritiro delle missioni militari, possono dare un contributo importante, se sono sviluppate in una direzione coerentemente anticapitalista e se sono investite in una battaglia vera, concentrata, di massa in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato di classe, in ogni movimento progressivo.

Come PCL ci batteremo per questo. Abbiamo contribuito in modo determinante alla nascita del coordinamento unitario delle sinistre di opposizione, contro resistenze settarie o timidezze. Ci batteremo ora con ugual vigore perché il campo dell'unità d'azione si allarghi e perché cresca nell'avanguardia l'influenza politica di un programma di rivoluzione.
La costruzione e il rilancio del Partito Comunista dei Lavoratori sono per questo tanto più indispensabili.
La ritirata è finita. Inizia una stagione nuova.
Marco Ferrando

Risoluzione finale del 7 dicembre

Conclusione condivisa dell'assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione del 7 dicembre 2019
La numerosa ed articolata presenza che registriamo, come già sottolineato in apertura, conferma l'importanza della promozione di questa assemblea nazionale unitaria delle sinistre d'opposizione.
Le ragioni poste alla base della stessa, sottolineate dallo specifico appello, rimarcate dalla relazione introduttiva, sono profonde, dettate dal cosa accade, dal perché accade, ed hanno trovato conferma nell'ampio e qualificato dibattito che ne è scaturito.
L'obiettivo condiviso è quello di ricostruire un'opposizione radicale, di massa, al governo Conte, espressione dei poteri forti, nazionali ed europei, alle politiche dettate dall'Unione Europea e dallo stesso ossequiosamente perseguite, in sostanziale continuità con i governi, ascrivibili al centrodestra ed al centrosinistra, che l'hanno preceduto, politiche che trovano nella proposta di revisione del MES (Meccanismo europeo di stabilità) un'ulteriore stretta, contro la quale occorre mobilitarsi, contro la quale ci mobiliteremo.
Politiche all'insegna della cultura liberista imperante, dell'austerità, degli interessi del grande capitale, il cui esito fallimentare per gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, per i ceti popolari, è sotto gli occhi di tutti: più povertà, più insicurezza, più solitudine.
Lo stesso progetto di autonomia differenziata preserva la logica della secessione dei ricchi, promossa dalla Lega ed amministrata dal PD.
L'obiettivo condiviso è quello di ricostruire un'opposizione capace di rappresentare un'alternativa di società, in grado di sostanziare le speranze di cambiamento, che in tanti, anche nel mondo del lavoro, sbagliando, avevano riposto nei confronti della Lega e del Movimento 5 Stelle, e che avevano portato all'affermazione del primo governo Conte, le cui politiche, reazionarie e liberticide, si sono tradotte in un crescente consenso ad una destra il cui carattere è sempre più evidente ed alla quale è necessario sbarrare la strada.
L'impegno condiviso è quello di ricostruire un'opposizione che sostenendo, valorizzando, unendo le lotte di resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori a difesa del lavoro, come testimoniano, tra le tante, le esperienze della Whirlpool, dell'Ilva, di Unicredit, punti a contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista.
Puntiamo ad un'opposizione che si proponga come utile riferimento per connettere i diversi movimenti sociali, ambientalisti, femministi in campo, sempre più impegnati ad un cambio radicale delle politiche date, come ben testimonia, ad esempio, lo sciopero promosso dal movimento femminista per il prossimo 8 marzo.
L'obbiettivo condiviso è quello di ricostruire un'opposizione capace di saldare le diverse esperienze di lotta e di resistenza che si palesano nella società, in una vasta opposizione popolare, che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista.
Un'opposizione che in considerazione dello sviluppo della propria iniziativa, dell'evoluzione della fase, delle politiche che il governo si accinge a mettere in campo, a partire dalla legge di bilancio, che ne costituisce il manifesto, assume l'impegno a dare vita ad una giornata di mobilitazione nazionale articolata tra il 24 ed il 25 gennaio prossimo.
Una scelta importante, alla cui definizione, caratterizzazione e gestione è necessario si adoperi l'insieme delle realtà interessate, anche attraverso la promozione di assemblee territoriali aperte a ciò finalizzate.
Ciò che si propone, al fine di sostanziare un'opposizione avente gli obiettivi su richiamati, è lo sviluppo di un'azione comune attorno ad alcune specifiche rivendicazioni:

- per l'uscita dell'Italia dalla NATO, per il ritiro delle truppe italiane dalle missioni estere, per il rifiuto delle politiche militariste e di guerra, per il no all'acquisto degli F35;

- per la nazionalizzazione dei settori strategici della finanza e dell'economia, a partire dalle aziende che licenziano ed inquinano;

- per una generalizzata riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario; per la qualificazione, tutela e valorizzazione dei rapporti di lavoro, anche in risposta, da un versante di classe, alla grave crisi occupazionale data, alle ripercussioni che al riguardo porta con se la cosiddetta quarta rivoluzione industriale;

- per la cancellazione dei cosiddetti decreti sicurezza e degli accordi stipulati con la Libia, contro ogni politica xenofoba e razzista, a favore di un comune fronte di lotta tra lavoratori nativi e migranti,

- per l'abolizione della Legge Fornero, per affermare un nuovo sistema pensionistico pubblico, per tutti i generi e per tutte le generazioni. Una questione, quella della previdenza, attorno alla quale si registra una forte ripresa dell'iniziativa in altri paesi, come evidenzia la lotta che ha investito la Francia, ed alla quale va la nostra solidarietà.


Le su richiamate rivendicazioni rappresentano un terreno comune di iniziativa in direzione della costruzione dell'opposizione alla quale siamo impegnati, ed in funzione di ciò è possibile ed opportuno dare vita ad un coordinamento nazionale dell'unità d'azione.
Un coordinamento aperto, gestito collegialmente, volto al coinvolgimento di tutte le realtà impegnate in tale direzione, e capace, anche in forme flessibili, di un'articolazione territoriale.
Anche a tal fine si rivolge l'invito a promuovere nelle prossime settimane assemblee aperte a chiunque si riconosca nella necessità sottolineata.
Ciò su cui si conviene è la promozione di un'unità d'azione pienamente consapevole e rispettosa delle differenze esistenti, di ciò che connota le diverse componenti chiamate a darvi vita, dell'iniziativa che le stesse, autonomamente, decidono di promuovere, un'unità d'azione funzionale a sostanziare l'obiettivo condiviso.
L'unità nella diversità è la risposta, questa assemblea non è un punto di arrivo, da qui ripartiamo, ed insieme possiamo farcela!
Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista

Coordinare le sinistre di opposizione per contrastare governo Conte e destre reazionarie

Intervista a Marco Ferrando

4 Dicembre 2019
dal sito Il Pane e le rose
Sabato 7 dicembre, a Roma, si svolgerà un’iniziativa di notevole rilievo: l’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione. Un passaggio convocato da tre organizzazioni (Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista) che ha sin qui ricevuto le adesioni di numerose realtà. Ottenendo un primo, significativo risultato proprio nel rendere più evidente l’esistenza di settori politici che non si appiattiscono sulla logica del “meno peggio” e sul sostegno (più o meno critico) all’attuale governo. Nell’intervista che ci ha rilasciato, Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori, spiega che il punto, ora, è valorizzare questo dato per delineare azioni e campagne comuni, così da iniziare a contrastare la presa esercitata dal blocco sociale reazionario sulla nostra classe di riferimento.


Quali sono, a tuo avviso, le differenze e i motivi di continuità tra il primo e il secondo Governo Conte?

Il primo governo Conte (Di Maio-Salvini) si basava su due partiti diversamente reazionari che portavano in dote al grande capitale il controllo su un vasto blocco sociale a direzione medio-borghese (il capitalismo dei distretti per la Lega, le libere professioni per il M5S), purtroppo arruolando nelle proprie file anche un ampio settore dei lavoratori salariati. Il secondo governo Conte, col ritorno al governo del PD, vede di nuovo la presenza diretta del grande capitale al posto di comando. Per questo la sua formazione ha registrato il plauso del grande capitale finanziario, delle cancellerie europee, dell'establishment. L'elemento di continuità è dato non solo ovviamente dal comune rispetto delle compatibilità capitalistiche, al di là della maggiore linearità di relazioni con l'Unione Europea da parte dell'esecutivo attuale, ma dalla conservazione di tutte le peggiori misure reazionarie del Conte uno (Decreti sicurezza in particolare) e più in generale di tutte le misure antioperaie dell'ultimo decennio (Job Acts e Legge Fornero in primis).


Sinora, ci sono stati pochi momenti di opposizione da sinistra al governo attuale, tra i quali un certo rilievo ha avuto lo sciopero generale organizzato da alcuni sindacati di base il 25 ottobre...

Purtroppo il secondo governo Conte si regge non solo sul sostegno di tutta la residua sinistra parlamentare (Liberi e Uguali e Sinistra italiana), ma anche sull'appoggio della burocrazia sindacale, a partire dalla burocrazia CGIL. Possiamo anzi dire che paradossalmente la sua politica padronale si regga oggi più sulla burocrazia sindacale che su Confindustria. Le associazioni confindustriali del Nord, inizialmente fiduciose, sono rimaste deluse per gli insufficienti investimenti infrastrutturali, e sono oggi critiche verso la Legge di stabilità in cantiere, nonostante le sue nuove regalie ai profitti. La segreteria CGIL è invece appagata dalla ritrovata concertazione col governo, e lo circonda di una cintura protettiva su ogni versante, a partire dalle vertenze aziendali (Ilva, Whirlpool), nonostante il fatto che l’esecutivo non dia nulla ai lavoratori salariati, meno ancora delle elemosine concesse dal corso populista precedente ("quota 100"). Il risultato è che con questa politica le direzioni sindacali concorrono a preservare il blocco sociale reazionario: un disastro non solo sindacale ma politico. La ripresa della Lega e l'ascesa di Fratelli d'Italia sono emblematici. L'azione di sciopero del 25 ottobre è stata positiva, ma ha avuto un carattere di stretta avanguardia, per quanto importante. Tra avanguardia di classe e il grosso del proletariato esiste oggi purtroppo una divaricazione ampia. Tanto più in questo quadro, la frammentazione delle iniziative, in seno all'avanguardia, risulta negativa e penalizzante, a vantaggio del padronato e delle burocrazie.


Cosa puoi dire a chi teme che, inasprendo la polemica contro l’odierno esecutivo, si favoriscano le destre reazionarie?

Che lo sviluppo di un'opposizione sociale di classe e di massa al padronato e al governo è una necessità ineludibile e urgente. È l'unica via per ribaltare i rapporti di forza tra le classi nei luoghi di lavoro e nella società. È l'unica via attraverso cui la classe operaia può scrollarsi di dosso i pregiudizi reazionari (per esempio verso i migranti), ricomporre la propria unità, diventare riferimento degli altri movimenti sociali e politici progressivi (antirazzisti, ambientalisti, femministi), favorire lo sviluppo della loro coscienza. L'arretratezza profonda dell’attuale movimento delle “sardine” è anche un portato del riflusso del movimento operaio. Solo una ripresa di massa della lotta operaia può fare egemonia sul senso comune di quella giovanissima generazione che (positivamente) si sta affacciando nelle piazze, introducendo nel suo immaginario il riferimento di classe e costruendo un nuovo blocco egemone. Inoltre è questa l'unica via per disgregare il blocco sociale reazionario e la sua presa tra i lavoratori.


È una nostra impressione o alcuni settori dell’establishment cominciano ad aprire alla possibilità di un governo guidato dalla Lega?

È così. Il capitale non ha valori ma solo interessi. Una parte della grande borghesia del Nord, delusa dal governo Conte, apre un canale di credito alla Lega in vista di una sua possibile leadership in un futuro governo. Sono ambienti che frequentano i governatori leghisti, fanno affari con questi, incoraggiano la "secessione dei ricchi" in funzione di nuove privatizzazioni e saccheggi dei territori. Giorgetti è il loro uomo di riferimento nella Lega, non a caso è colui che più si preoccupa di predisporre un quadro di governabilità istituzionale per un futuro governo a direzione leghista. Le aperture di Salvini a Draghi, gli incontri con Ruini, sono un tentativo di moderare il profilo della Lega agli occhi dell'establishment. Ma la concorrenza di Meloni sulla destra complica l'operazione e costringe Salvini a indossare l'abito intransigente sul MES (Meccanismo europeo di stabilità), un fondo in realtà utile al capitale finanziario di ogni paese, incluse le banche italiane, e a carico di tutti i lavoratori europei. La campagna nazionalista contro il MES "tedesco" serve solo a nascondere dietro abiti patriottici questa sua valenza di classe contro i salariati, italiani e tedeschi. Ma di certo l'establishment non gradisce.


Cosa ti aspetti, in concreto, dall’Assemblea del 7 dicembre?

L'assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione del 7 dicembre è un fatto importante. Mira a unificare l'azione di tutte le sinistre che si collocano all'opposizione del governo del capitale, in controtendenza con le dinamiche di dispersione e frammentazione di questi anni. Non si muove in un'ottica elettorale o di nuovi soggetti politici costruiti in laboratorio. Si muove sul terreno dell'intervento di classe e di massa. Non mette in discussione l'autonomia politica dei diversi soggetti che vi concorrono, ma vuole valorizzare una battaglia comune al servizio del proprio campo sociale, in contrapposizione a ogni logica settaria, in funzione dell'unificazione delle lotte. Il numero crescente delle adesioni collettive raccolte, e la partecipazione che si annuncia, confermano la corrispondenza di questa proposta con un sentire diffuso dell'avanguardia. Dalla assemblea uscirà un passo avanti nel coordinamento dell'azione comune e nella definizione delle campagne unitarie dell'opposizione, dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici.
Stefano Macera