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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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No alla violenza capitalista e patriarcale sui nostri corpi! Senza consenso è stupro!

 


La senatrice leghista Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha stravolto il testo approvato all’unanimità dalla Camera nel novembre 2025, cancellando il concetto di “consenso libero e attuale” e sostituendolo con quello di “volontà contraria” — cioè il dissenso. In altri termini: non basta più l’assenza del sì. Serve la prova di un no.

Si tratta di un rovesciamento ideologico. La donna che subisce violenza dovrà dimostrare di aver resistito, di aver detto no in modo abbastanza manifesto, abbastanza riconoscibile, abbastanza credibile. Il “tenendo conto della situazione e del contesto” inserito nel testo è una porta spalancata alla vittimizzazione secondaria, all’interrogatorio sugli abiti indossati, sull’ora di rientro, sulla storia personale della sopravvissuta. Il fenomeno del freezing, per cui nella vittima di violenza subentra una sorta di blocco fisico e psicologico, verrebbe dunque considerato un elemento per incolpare la vittima e scagionare l’aggressor*.

Non è un caso che questa norma venga da un governo che serve gli interessi del capitale e del profitto, che taglia i servizi sociali, che lascia le donne prive di rifugi antiviolenza, di reddito autonomo, di tutele sul lavoro. Non è un caso che venga dallo stesso governo che, proprio in questi giorni, ha avviato l’iter di discussione parlamentare del disegno di legge Schillaci-Roccella che punta a regolamentare in modo restrittivo l’accesso e l’uso dei farmaci sospensori della pubertà per le persone trans* minorenni. Un altro chiodo sulla bara del diritto alla salute per le persone LGBTQIAP+. Il patriarcato non è un’aberrazione culturale separata dal sistema economico: è uno dei pilastri strutturali del capitalismo. La subordinazione della donna nella famiglia, nel lavoro, nel corpo, è funzionale alla riproduzione del profitto e del consenso sociale alla classe dominante.

Le donne proletarie sono le più esposte alla violenza maschile e le meno protette dalle istituzioni borghesi. Sono quelle che non possono permettersi avvocati, percorsi psicoterapeutici, case protette. Sono quelle che spesso dipendono economicamente dal loro aggressore. Il DDL Bongiorno non fa che aggravare la loro condizione, rendendo ancora più ardua la via giudiziaria e scoraggiando ulteriormente le denunce.

I dati ISTAT 2025 mostrano un aumento vertiginoso delle denunce, specialmente tra giovani e giovanissime. La risposta di questo governo è stata quella di mettere in discussione la legge che avrebbe dovuto rafforzare le protezioni.

Non ci sfugge che il centrosinistra parlamentare si è indignato per il tradimento del centrodestra, ma quella stessa area politica – che fa capo a PD, M5S e AVS – non ha mai messo in discussione le fondamenta di uno Stato che strutturalmente non protegge, ma anzi opprime le donne e le soggettività queer. La fiducia nelle istituzioni dello Stato borghese non libera le donne: le ingabbia nell’attesa di una riforma che non arriverà mai, o arriverà mutilata e sempre troppo tardi.

La nostra difesa dalla violenza di genere e la nostra liberazione possono avvenire solo fuori e contro ogni logica riformista. Dobbiamo costruire un unico fronte di lotta che riunisca le ragioni delle donne e delle persone LGBTQIAP+ a quelle più generali di tutta la classe lavoratrice e abbattere questo governo reazionario e post-fascista, ma non per sostituirlo con un ipocrita governo di centrosinistra. L’unico governo amico dellɜ sfruttatɜ e dellɜ oppressɜ è quello delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unica società finalmente libera dal ciseteropatriarcato e da ogni tipo di sfruttamento e oppressione è quella socialista.

Questo è l’obiettivo che come Femministə Rivoluzionariə perseguiamo. Unisciti a noi!

Scarica il nostro volantino:

La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante


 Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino

I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.

LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE

La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.

Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:

Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?

«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.

LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA

Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.

Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.

La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.

Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.

L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.

QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA

Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.

Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.

La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.

Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.

L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.

Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.

Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.

In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.

Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.

La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.

La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.

Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.

Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Marco Ferrando

Libertà per Alfredo Cospito! Via il 41 bis!

 


31 Gennaio 2023

Lo Stato che sta infliggendo la morte a Cospito parla di violenza, quando la violenza è nella sua natura e nel suo operato. Ma questa violenza è legittima, perché è istituzionale

Tutti i poteri dello Stato cercano di scrollarsi di dosso il caso Cospito. Il ministro della “giustizia” Carlo Nordio, cosiddetto garantista, cerca la propria assoluzione morale col trasferimento di Cospito all'ospedale di Milano, ma al tempo stesso si preoccupa di conservare il posto mantenendo intatto il 41 bis. La magistratura della Cassazione rinvia il pronunciamento a marzo forse pensando che la morte di Cospito possa dispensarla da una decisione scomoda. Quanto alla Capa del governo non ha dubbi: “Lo Stato non può cedere alla violenza” dichiara la Giorgia nazionale con riferimento alle manifestazioni degli anarchici caricate dalla polizia, o a qualche innocuo atto dimostrativo.


Nessuna meraviglia. Un governo a guida postfascista non ha per definizione sensibilità democratica e umanitaria. Tanto più non l'ha verso un anarchico. Il suo scopo è esibire la fermezza dello Stato borghese contro ogni forma di “sovversione”. Cioè l'assolutezza del potere. E tuttavia colpisce l'infinita ipocrisia degli argomenti portati: «garantire la sicurezza collettiva, respingere il principio della violenza»...

Violenza. La Presidente del Consiglio è appena tornata da un viaggio in Libia nel quale ha assicurato alla guardia costiera libica altre cinque motovedette con cui riacciuffare in mare i disperati che cercano la fuga per riportarli nei lager della tortura e degli stupri. La liberalizzazione degli appalti, l'estensione dei contratti a termine, lo sfruttamento del lavoro gratuito degli studenti, sono leggi moltiplicatrici di omicidi. Il taglio della sanità pubblica dopo anni di pandemia – per pagare il debito alle banche e ingrassare la sanità privata – moltiplica lite d'attesa ormai infinite, con l'inevitabile strascico di morti. L'incremento progressivo delle spese militari sino al 2% del PIL è in preparazione di guerre future e delle relative carneficine annunciate. Tuttavia questa violenza assassina è pienamente legittima in quanto istituzionale. E anzi viene celebrata come doverosa e virtuosa non solo dal governo a guida postfascista ma anche dall'opposizione liberale. Per non parlare dei governi della UE e delle diplomazie imperialiste di mezzo mondo. Incluse quelle “democratiche”.

Eppure la denuncia è puntata sulla “violenza” di Alfredo Cospito, il suo «inaccettabile ricatto», la sua «minaccia allo Stato di diritto». Che consiste nel lasciarsi morire per contestare il 41 bis. Un trattamento inumano, progressivamente inasprito negli anni, che trasforma la galera in tortura: uno stato di isolamento fisico e mentale da ogni forma di relazione, fosse quella di un congiunto, di un libro, di una fotografia appesa al muro, di un pezzo di carta e di una penna. Una pena di morte celebrale persino più crudele di quella fisica, tanto più se combinata con l'ergastolo. Cospito “minaccia” di darsi la morte per contestare la morte inflitta dallo Stato. Lo Stato sta infliggendo la morte a Cospito per tutelare il proprio diritto alla forza, sino alle estreme conseguenze. Non è francamente rivoltante tutto questo?

Sta di fatto che dopo anni di populismo giudiziario, la linea della fermezza fa strage di cervelli e di umanità. Anche nel cosiddetto campo democratico. Il decantato Camillo Davigo invoca durezza “contro il ricatto” e irride Cospito: “i militanti dell'IRA sono morti davvero per fame”, un po' per dire che Cospito sta in realtà recitando e un po' perché in fondo un morto in più non sarebbe né uno scandalo né una tragedia. Il Fatto Quotidiano di Travaglio (31 gennaio) va più in là e pubblica le dichiarazioni “sovversive” di Cospito prima della sua assegnazione al 41 bis, per sottolineare che finalmente il 41 bis lo ha messo a tacere. Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle, che ora si vorrebbe democratico e progressista, plaude naturalmente a Travaglio e all'intransigenza della magistratura C'è solo da rabbrividire a pensare che questo circo giustizialista sia stato eretto a bandiera per anni dalla cosiddetta sinistra radicale. Pensiamo solo alla figura di Ingroia... Quanto a De Magistris, prima ha dichiarato che Cospito non è una vittima perché è responsabile di violenza, poi ha convenuto su una timida richiesta di revoca del 41 bis nei suoi confronti. Insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte per tenersi buoni tutti i suoi supporters.

Noi invece sin dall'inizio abbiamo trovato naturale difendere Cospito dalle grinfie dello Stato e richiedere la cancellazione generale del 41 bis. Senza contorcimenti e opportunismi. Siamo leninisti, dunque lontani dall'anarchismo. Abbiamo sempre combattuto l'azione terrorista, anche in anni difficili, considerandola impotente contro lo Stato e funzionale di fatto al suo rafforzamento. Ci battiamo per una prospettiva di rivoluzione di classe e di massa, la sola capace di rovesciare l'ordine esistente. Rivendichiamo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici come unica forma di vera democrazia. Ma proprio perché rivoluzionari, inguaribilmente contrapposti allo Stato borghese, difendiamo dalla repressione dello Stato tutti coloro che lo combattono dal versante degli oppressi, fosse pure con mezzi e concezioni sbagliate. Non siamo neutrali tra lo Stato e un compagno prigioniero. È il metodo di Lenin, di Trotsky, dei partiti comunisti delle origini. È il codice morale cui ci ispiriamo.

Partito Comunista dei Lavoratori

La nostra cura? Abbattere il capitalismo e spezzare le catene dell’oppressione!

 


25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne e di genere

L'aggravarsi della crisi con il prolungamento della situazione pandemica continua a restituirci uno scenario inquietante.
Nel più ampio contesto internazionale il Covid-19 impatta ancora sull'alto numero di decessi e richiama in alcuni paesi alla necessità di lockdown e restrizioni, non solo per la renitenza al vaccino ma soprattutto per l'incapacità dei sistemi sanitari di far fronte alla situazione, indeboliti da anni di tagli e dal progressivo smantellamento del servizio pubblico. In alcune zone del mondo le popolazioni non hanno ancora avuto la possibilità di accedere alla prima dose di vaccino a causa delle dinamiche concorrenziali mirate al profitto delle case farmaceutiche, che detengono i brevetti su questi farmaci.

Questi due anni hanno mostrato chiaramente come la pandemia abbia colpito i lavoratori e soprattutto le lavoratrici: in Italia nel 2020 si registrava il 21% delle richieste di part-time o flessibilità lavorativa per fronteggiare le difficoltà delle chiusure. Ancora nei primi mesi del 2021 si rimarcava un calo dei posti di lavoro (su 101mila nuovi disoccupati, 99mila erano donne) e un divario salariale crescente a cui si aggiungeva l'aumento dei lavori di cura non retribuiti e l'assenza di un sistema di welfare in grado di offrire soluzioni.
La ripresa nel settembre 2021 segnalata dall'Istat non deve farci illudere: i 59.000 posti di lavoro recuperati sono ovviamente a tempo determinato e i posti occupati dalle donne sono ancora inferiori rispetto ai livelli pre-Covid (370mila occupate in meno).
Gli ultimi provvedimenti del governo Draghi inoltre annullano qualsiasi ipotesi di miglioramento: dopo aver consegnato un lauto bottino ad imprese e sanità privata con i decreti varati in estate, la traiettoria segnata per le pensioni punta al solo calcolo dei contributi, senza tenere conto della parte retributiva, penalizzando dunque i settori più precarizzati della società: donne, giovani e persone con disabilità.
A ciò si aggiunge il “contributo universale per i figli” a partire da marzo 2022, con il quale si punta a sostenere l'aumento demografico, elargendo elemosine in base alla fascia ISEE e al numero di figli per famiglia, senza cercare soluzioni strutturali che puntino a migliorare le condizioni di vita de* lavorator*.
Insomma lo stato borghese non ha soluzioni da offrire per uscire dalla crisi e soprattutto dimostra come in questa lunga fase di recessione non sia possibile trovare soluzioni di miglioramento se non con rivendicazioni inserite in un percorso di lotta su un programma anticapitalista.

Le nostre vite sono quindi segnate dalla violenza, dai suoi tanti volti. A quella economica si somma la violenza subita quotidianamente, frutto di sessismo e di omo-bi-lesbo-transfobia, agita spesso entro le mura domestiche, alle quali siamo espost* per colpa della precarietà e della disoccupazione. La causa principale è la natura del sistema capitalistico ed eterocispatriarcale. Un sistema che vive e si riproduce proprio su queste dinamiche di violenza e sfruttamento. 103 donne uccise solo in Italia, a cui si sommano 5 persone trans e gender diverse e i numerosi episodi di discriminazione e violenza subite nei vari contesti sociali. Questa situazione è fomentata dalla becera propaganda clericale e dei partiti reazionari, in primo luogo Lega e FDI, come dimostrato dall'affossamento del DDL Zan e dai continui attacchi alla salute riproduttiva delle donne.

Donne e persone LGBT*QIA+ migranti hanno pagato il prezzo più alto dell’aggravamento della crisi generato dalla fase pandemica, per la difficoltà di accesso alle cure sanitarie e la maggiore esposizione al Covid-19, e per l’aumento della disoccupazione e della precarietà delle loro condizioni lavorative.

Per rispondere radicalmente alle violenze e alle oppressioni che subiamo sotto ogni aspetto nelle nostre vite, dobbiamo organizzare un fronte che unisca tutte le lotte in corso, da quelle transfemministe a quelle per il lavoro e la difesa dell’ambiente:


• Per la difesa del lavoro: blocco permanente dei licenziamenti e cancellazione di tutte le controriforme del lavoro; cancellazione degli appalti e nazionalizzazione senza indennizzo delle imprese che chiudono, inquinano e delocalizzano, sotto controllo delle lavoratrici e dei lavoratori;

• Contro l'elemosina di Stato, lavorare meno lavorare tutt*: ripartizione del lavoro esistente, con la riduzione dell'orario a 30 ore e con l’introduzione di un salario intercategoriale di 1500 euro; salario garantito in disoccupazione o inoccupazione, contro ogni ipotesi di reddito universale o di autodeterminazione slegato dal lavoro; copertura salariale del 100% in caso di malattia, cassa integrazione, congedi parentali.

• Cancellazione delle controriforme delle pensioni e ritorno al sistema retributivo;

• Servizi sociali (scuola, sanità...) pubblici e sotto il controllo de* lavorator* e dell* utenti per i servizi legati alla cura. La prospettiva deve essere la socializzazione del lavoro di cura, da finanziare con la patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione e con un sistema di aliquote fortemente progressivo;

• Accesso all'IVG libero, sicuro e gratuito; accesso all’aborto farmacologico; contraccezione gratuita e garantita; abolizione dell’obiezione di coscienza e consultori pubblici e laici; accesso ai consultori anche per le donne T*.

• Contro la violenza e l'oppressione di genere: autorganizzazione della autodifesa femminista e queer; fondi ai centri antiviolenza autogestiti, senza nessun finanziamento a enti privati e case-famiglia religiose;

• Contro la violenza e l'oppressione omo-lesbo-bi-transfobica: per un movimento queer autorganizzato e rivoluzionario in grado di contrastare gli attacchi reazionari, l'invisibilizzazione e il rainbow-washing; contro i trattamenti patologizzanti nei confronti delle persone T*, contro la cancellazione delle soggettività Bi e Pan e anche contro la misoginia, il razzismo e la transfobia dentro la comunità LGBT*QIA+;

• Eliminazione di tutte le leggi securitarie e delle forme di lavoro schiavistico che violano i diritti delle donne immigrate;

• Per il libero amore e la libera sessualità: lotta alla tratta e allo sfruttamento della prostituzione, contro i Daspo urbani e la criminalizzazione delle prostitute. Abbattimento della famiglia borghese, cellula di riproduzione capitalistica: per nuovi legami basati sull'affetto e la condivisione.

• Per il più ampio fronte di classe, anticapitalista e rivoluzionario, organizzato su scala internazionale, che unisca tutte le lotte per i diritti civili e sociali, per il lavoro, per la tutela dell’ambiente, in una lotta sola!

Solo rovesciando questo sistema basato sul capitalismo e l'etero-cis-patriarcato è possibile spezzare le catene dell'oppressione. Solo la rivoluzione socialista può liberarci dallo sfruttamento e dalla violenza e garantire la nostra piena emancipazione!


ANTIPATRIARCALI, ANTICAPITALIST*, ANTIFASCIST*,

ANTICLERICALI FEMMINIST* RIVOLUZIONARI*


Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Per abbattere la violenza patriarcale e capitalista ci vuole la rivoluzione socialista!

 


25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Quest'anno la giornata mondiale contro la violenza sulle donne cade nel pieno della crisi sanitaria, che si innesta nella fase di lunga crisi economica avviata nel 2008, approfondendola e aggravandola nelle sue conseguenze sociali.
Le donne delle classi subalterne stanno pagando un prezzo enorme per questa crisi a tutti i livelli della loro condizione generale.

Questa è dominata, prima di tutto, dall’incertezza del lavoro e del salario, elementi imprescindibili di autonomia.
I contraccolpi hanno investito il vasto settore del lavoro precario, nel quale le donne sono la maggioranza, come lo sono nei settori fortemente in crisi, il turismo e i servizi (soprattutto ricettivi, ristorativi, culturali e di assistenza sanitaria e domestica).
In Italia si sono persi rispetto all’anno scorso 274.000 posti di lavoro occupati da donne (dati ISTAT di agosto 2020), e c’è un forte incremento di donne inattive, specialmente nelle fasce giovanili (+8,5%).
D’altra parte anche per le donne occupate, ma temporaneamente in cassa integrazione, è venuta meno la certezza del salario (in ogni caso generalmente basso, anche per la grande diffusione del part time, molto spesso involontario), estremamente ridotto ed erogato con forti ritardi dall’INPS, quando non anticipato dal datore di lavoro.
Nei settori che si trovano a contatto con il Covid-19 – nella sanità pubblica e privata, nell’assistenza domestica – o in relazione con il pubblico, come nel commercio e la grande distribuzione, le lavoratrici subiscono invece un sovraccarico di lavoro e una elevata esposizione al contagio, spesso sprovviste di adeguate misure di sicurezza.

La situazione altalenante delle scuole e la condizione di vulnerabilità delle persone anziane ha determinato un maggiore carico di lavoro sulle spalle delle donne, sulle quali grava il maggiore peso delle attività di cura, peggiorato dai tagli e dalla privatizzazione e aziendalizzazione dei servizi sanitari e sociali.

In questo quadro lo smart working si sta strutturando come una forma di ulteriore sfruttamento, veicolato attraverso la mistificazione di una possibile (ed evidentemente normale e doverosa nell’ottica capitalistica) conciliazione tra il lavoro produttivo e il lavoro riproduttivo, con il risultato di confondere i confini dei due ambiti, aumentandone la durata e l’intensità di entrambi. Inoltre ciò condanna le donne a rinchiudersi nella sfera privata dell’ambiente domestico, che molto spesso non è uno spazio sicuro.
Questo è confermato dall’aumento dei casi di violenza domestica, registrati con un incremento delle richieste di aiuto del 119,6% (dati ISTAT marzo-giugno 2020), che i centri antiviolenza e le case rifugio, colpiti dai tagli delle risorse e dalle difficoltà operative causate dall’emergenza, hanno faticosamente seguito.

Tra le diverse forme di violenza che le donne stanno subendo in forma aggravata in questa fase di emergenza sanitaria c’è il contrasto all’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), già di norma ostacolato dalla pratica nelle strutture sanitarie dell’obiezione di coscienza. In questi ultimi mesi in molti ospedali si è verificata la sospensione o la riduzione del servizio, mentre in diverse regioni nei consultori e negli ambulatori non viene somministrata la pillola abortiva RU486. Esemplari sono stati il caso dell’Umbria, dove la giunta di centrodestra guidata dalla presidente Tesei aveva abrogato una delibera che permetteva di praticare l'aborto farmacologico in day hospital, rendendolo possibile solo con un ricovero di tre giorni, rendendo l’interruzione di gravidanza più traumatica e invasiva; e il più recente caso del Piemonte, dove a inizio settembre, su iniziativa di un consigliere di Fratelli d’Italia, è stata emessa una circolare che vieta l’aborto farmacologico direttamente nei consultori, riservandone l’attuazione solo negli ospedali, e attiva l’ingresso dei movimenti per la vita nelle strutture dove si pratica l’interruzione di gravidanza.
In una fase di crisi, le politiche reazionarie e repressive, la violenza e il controllo dello Stato, cercano di avere la meglio sulla nostra libertà di scelta, e necessitano di una radicale risposta, come dimostrano la mobilitazione delle donne polacche, e in Argentina quella della Campagna nazionale per il diritto all'aborto, sostenuta dai partiti della sinistra marxista rivoluzionaria, che sta in questi giorni riempiendo le piazze, mentre è stato depositato un disegno di legge al Congresso dal presidente peronista Alberto Fernandez.

Di fronte all’aggravarsi di tutte le forme di violenza che le donne subiscono, è necessaria una mobilitazione femminista a livello internazionale su basi anticapitaliste e rivoluzionarie, all’interno di un movimento unitario di tutta la classe oppressa e sfruttata, e attraverso la costruzione di un fronte che unisca la lotta contro tutte le oppressioni di genere alle lotte per il lavoro, per la casa, per la difesa dell’ambiente e a quelle antifasciste.

Una lotta con rivendicazioni chiare e radicali:

• difesa del lavoro, strumento di autonomia e di autodeterminazione, rivendicando il blocco permanente dei licenziamenti e la cancellazione di tutte le leggi che hanno precarizzato la condizione lavorativa e che hanno sottoposto le donne alla dipendenza familiare, a ricatti, abusi e molestie nei luoghi di lavoro. Cancellazione di appalti e privatizzazioni, fonte di lavoro precario;

• ripartizione del lavoro tra tutte e tutti, con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga; 30 ore per tutti, pagate 40, con l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro;

• difesa del salario, rivendicandone la copertura al 100% e rivendicando un salario garantito in caso di disoccupazione o inoccupazione. Contro ogni ipotesi di reddito universale o di autodeterminazione slegato dal lavoro;

• cancellazione delle controriforme delle pensioni e ritorno al sistema retributivo;

• nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo delle lavoratrici e dei lavoratori delle imprese che chiudono, inquinano e delocalizzano;

• patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione e cancellazione del debito pubblico verso le banche, e nazionalizzazione di queste ultime;

• servizi sociali pubblici e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici e delle utenti per i servizi legati alla cura. Fine della pratica della sussidiarietà privata. La prospettiva deve essere la socializzazione del lavoro di cura;

• aborto libero, sicuro e gratuito; accesso all’aborto farmacologico; contraccezione gratuita e garantita;

• abolizione dell’obiezione di coscienza e consultori pubblici e laici;

• autorganizzazione dell'autodifesa femminista con il potenziamento di centri di aiuto e ascolto; fondi ai centri antiviolenza e case di tutela per donne maltrattate, organizzati da donne e per donne, senza nessun finanziamento a enti o case famiglia religiose o private;

• eliminazione di tutte le leggi securitarie che violano i diritti delle donne immigrate; lotta al caporalato e alle forme di schiavismo cui sono soggette le lavoratrici; lotta alla tratta e allo sfruttamento della prostituzione.

Dentro questo sistema economico e sociale non è possibile la liberazione delle donne dalle diverse forme di violenza e oppressione. In una società di sfruttamento, in una società divisa in classi, non saremo mai libere.
Solo con il rovesciamento di questo ordine sociale innestato sul capitalismo e il patriarcato, solo con una rivoluzione socialista potremo spezzare le catene dello sfruttamento e della violenza, e liberare noi stesse e l’umanità intera.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Bologna, il Coordinamento Unitario delle Sinistre di opposizione aderisce al corteo del 20 giugno

La crisi la paghino i padroni!

18 Giugno 2020
Il coordinamento delle sinistre di opposizione di Bologna aderisce al corteo regionale “Per un nuovo futuro” del 20 giugno 2020 indetto da numerose forze sindacali, politiche e associative.


INVECE DI SANITÀ, REDDITO E DIRITTI CI DANNO TAGLI, DISOCCUPAZIONE E POLIZIA.
NO! LA CRISI LA PAGHINO I PADRONI!


Il coordinamento, espressione unitaria delle forze che fanno riferimento alla classe lavoratrice, promuove in ogni occasione la più ampia unità delle lavoratrici e dei lavoratori.
Le rivendicazioni avanzate dalla manifestazione sono centrali nella sua proposta.

SANITÀ: un unico Servizio Sanitario nazionale, pubblico e gratuito, rilanciato dal raddoppio dell'investimento pubblico nella sanità finanziato dal taglio alle spese militari e dalla tassazione delle grandi ricchezze; nazionalizzazione della sanità privata senza indennizzo per i grandi azionisti.

REDDITO: blocco dei licenziamenti, salari al 100% per i lavoratori in cassa integrazione, un reddito dignitoso per tutti coloro che si trovano senza lavoro e senza reddito (“reddito di quarantena”), la regolarizzazione dei lavoratori immigrati; la riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore pagate 40, per ripartire il lavoro fra tutti in modo che nessuno ne sia privato

DIRITTI: diritto di assemblea, di sciopero e di manifestazione; diritto al controllo da parte delle lavoratrici e dei lavoratori delle condizioni di sicurezza del proprio lavoro, delle proprie mansioni, dei ritmi e intensità del proprio impegno lavorativo; no ai licenziamenti politici e alle violenze della polizia sui picchetti operai.

Padronato e governo dopo il crollo dell'economia e della produzione industriale, stanno preparando un conto salato per la classe lavoratrice e le classi popolari. È la solita ricetta per ricominciare a produrre profitti per i ricchi e continuare la rapina sociale a carico dei poveri. Dobbiamo urlargli in faccia il nostro secco NO: la crisi la paghino i padroni!


BASTA CON IL RAZZISMO E LE VIOLENZE DELLA POLIZIA
MASSIMA SOLIDARIETÀ CON IL MOVIMENTO ANTIRAZZISTA IN USA E NEL MONDO


In questi anni e in questi giorni abbiamo assistito ad un'impressionante sequela di violenze e omicidi da parte della polizia degli Stati Uniti. Il movente razzista è chiaro perché queste violenze colpiscono soprattutto la comunità afroamericana e le altre minoranze etniche non bianche.
Black lives matter, il movimento che sta guidando le manifestazioni di massa che in questi giorni stanno occupando le strade e le piazze delle maggiori città americane e stanno sconvolgendo la società e la politica statunitensi, denuncia l'uccisione di sempre più numerosi cittadini U.S.A. colpevoli di avere la pelle di colore diverso dal bianco e di non essere ricchi: Trayvon Martin, Michael Brown, Eric Garner, Freddie Gray, Tamir Rice, Sandra Bland, Philando Castile, Breonna Taylor e molti altri.
A questa terribile sequenza si aggiungono oggi George Floyd, soffocato in pieno giorno e Rayshard Broocks assassinato vigliaccamente con tre colpi di pistola alla schiena. Le giovani e i I giovani americani di ogni colore oggi dicono basta! Il loro testimone è raccolto ad ogni angolo del mondo da centinaia di migliaia di manifestanti, dalla Francia, all'Inghilterra alla Germania, e man mano il movimento si diffonde a livello internazionale all'antirazzismo si aggiunge la lotta contro la crisi del capitalismo, le enormi disuguaglianze sociali che esso produce che a loro volta sono fonte di tutte le possibili discriminazioni di tipo razziale, etnico, di genere e sociale
Anche in Italia, dove conosciamo bene le violenze poliziesche contro i giovani (ricordiamo Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Riccardo Magherini), dobbiamo sviluppare il movimento di solidarietà con le mobilitazioni antirazziste e contro le discriminazioni sociali negli U.S.A. e nel mondo.
Basta con le violenze della polizia e dei governi che servono, contro le giovani e i giovani, le antifasciste e gli antifascisti, le lavoratrici e i lavoratori.
Come Floyd negli ultimi istanti di vita, we can't breathe, non possiamo respirare. Il capitalismo con la sua crisi ci sta soffocando! Con l'unità di tutti i settori oppressi della società costruiamo un' altra prospettiva, un altro futuro, un'alternativa di società.