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Blocco navale e memoria nazionale

 


La gara tra Salvini e Meloni contro i migranti. Le responsabilità del centrosinistra

18 Settembre 2023

Torna l'evocazione del blocco navale per fermare le partenze dei migranti dalla Tunisia. Prima sulla bocca di Salvini, poi di Meloni. È il vecchio cavallo di battaglia elettorale della destra, alla fine rispolverata come “misura risolutiva”, in un gioco di scavalcamenti interni alla maggioranza di governo.
A prescindere da ogni altra considerazione, si potrebbe facilmente obiettare che non esiste flotta navale che possa sorvegliare l'intera costa nord-africana. Che se mai esistesse, sarebbe un atto di guerra contro i paesi coinvolti. Che l'atto di guerra sarebbe tanto più paradossale nei confronti di un governo tunisino col quale Meloni aveva concordato in cambio di soldi proprio il blocco delle partenze. Quello stesso governo Saied, dispotico e torturatore, della cui “democrazia” il governo italiano si è fatto garante. Sono le obiezioni scontate e ricorrenti dal versante democratico o liberale.

Ma noi vogliamo ricordare un episodio rimosso dalla memoria nazionale liberaldemocratica, e purtroppo anche da quella della sinistra. Un blocco navale anti-immigrati ci fu, da parte italiana. Fu sperimentato nel 1997. Il bersaglio dell'epoca era l'”invasione degli albanesi”. Una nave militare italiana, la corvetta Sibilla, speronò per l'occasione un barcone carico di migranti, affondandolo. I morti furono più di cento. Molti di loro giacciono ancora in fondo al mare del Canale d'Otranto. Le disposizioni del blocco non erano venute da un governo di destra, ma dal governo di centrosinistra di Romano Prodi, allora sostenuto da Rifondazione Comunista. Lo stesso governo che varò i campi di detenzione per i migranti, la Legge Turco-Napolitano. Come si vede, non è necessario essere di destra per fare politiche reazionarie in fatto di immigrazione. Il centrosinistra ha concimato il terreno, la destra peggiore ha raccolto.

Certo, l'attuale governo Meloni rilancia il peggio delle posture reazionarie contro i migranti. Dal suo insediamento ha fatto di tutto: ha colpito i poteri di intervento delle ONG costringendole a un solo salvataggio e a porti lontani; ha esteso i rimpatri ai territori di transito, e non solo ai paesi di provenienza; ha progettato la moltiplicazione dei centri di detenzione amministrativa (i famigerati CPR), estendendo ora la durata della detenzione a 18 mesi; ha ridotto le spese di sostentamento per i minori non accompagnati; ha ridotto l'assistenza legale per i richiedenti asilo... E infine, come abbiamo ricordato, ha replicato col dittatore Saied il memorandum d'intesa già stipulato da Minniti coi tagliagola libici: soldi e patrocinio politico presso il Fondo Monetario Internazionale in cambio della segregazione o espulsione dei migranti che intendessero prendere il mare. Magari respingendoli nel deserto, come tante volte è già avvenuto.

L'obiettivo propagandato è sempre lo stesso: il blocco delle partenze. L'unico vero terreno d'intesa a livello europeo tra i governi capitalisti di ogni colore.
Ma l'esperienza dimostra che le peggiori misure o minacce non possono bloccare la fuga dalla fame, dalle torture, dalla privazione di libertà, dai disastri climatici, dalle guerre, tutti doni del capitalismo in Africa e Medio Oriente. Possono solo moltiplicare i crimini contro i migranti e le loro sofferenze, in cambio di voti.
Solo una soluzione anticapitalista internazionale può liberare l'umanità dall'orrore. Il resto è già stato sperimentato, sotto ogni bandiera

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una presenza di classe, anticapitalista e internazionalista alle elezioni politiche

 


Una proposta pubblica a: Fronte Comunista / Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria

Le elezioni politiche sono alle porte.

Il governo confindustriale di Mario Draghi è caduto sotto il peso delle contraddizioni dell’ampia maggioranza su cui si reggeva, enfatizzate dalla prossimità della scadenza elettorale e dall’approfondirsi della crisi mondiale.

I partiti borghesi si presentano al voto in uno stato di difficoltà. La principale forza parlamentare emersa dalle elezioni del 2018 (M5S) è in agonia. Il campo largo del PD si è sfarinato. Enrico Letta rivendica la figura di Draghi e la sua agenda padronale per consolidare il proprio ruolo di partito di sistema e polarizzare la domanda di stabilità di settori piccolo-medio borghesi. Ma Draghi non fa il testimonial dell’operazione e i bizzosi interlocutori di “centro” (da Renzi a Calenda), gli uni contro gli altri armati, si combattono a colpi di veto. A destra sale la stella di Giorgia Meloni, in competizione con Salvini e Berlusconi per la premiership, in una lotta interna furibonda per la spartizione dei collegi e con le peggiori posture reazionarie. È la coalizione favorita, ma non cavalca più un’onda populista montante come quella che premiò prima il grillismo e poi il salvinismo.

Manca insomma ad oggi un centro di gravitazione della politica borghese. Mentre la speranza di una rapida e forte ripresa capitalista, per effetto del Recovery Fund, cede il passo a nuove tendenze recessive, per effetto delle dinamiche di guerra, dell’impennata dell’inflazione internazionale e della svolta di tutte le banche centrali. Ciò che ipoteca la prossima legge di stabilità, appesantendo in ogni caso il suo contenuto antioperaio. Qualunque sia il polo o partito borghese elettoralmente vincente.

In estrema sintesi: il capitale domina nei luoghi di lavoro e nella società ma non trova una forma di stabilità politico-istituzionale. Non accade solamente in Italia, ma in Italia ha un carattere più marcato che altrove.

In questo quadro generale il vero punto di forza della borghesia italiana sta nella debolezza del movimento operaio. Nell’arretramento profondo che esso ha conosciuto, senza punti di paragone tra i paesi imperialisti. Un arretramento dei livelli di mobilitazione, di coscienza politica, di rappresentanza. Lo stesso scenario dell’attuale crisi politica è emblematico. L’intero confronto pubblico si svolge nel campo della borghesia. Senza alcuna iniziativa indipendente del movimento operaio a livello di massa, né in termini di azione, né anche solo di proposta di mobilitazione e piattaforma. La supplica da parte di Landini di “un governo nel pieno delle sue funzioni”, nei fatti a difesa di una unità nazionale defunta, dà la misura della totale subalternità dell’apparato CGIL, che ha persino rinviato il proprio congresso per non disturbare i lavori in corso della borghesia.

La crisi della sinistra politica è da tempo effetto e concausa di questo scenario. Lo scenario è desolante, anche sul piano elettorale. Sinistra Italiana, che è stata formalmente all’“opposizione” di Draghi, sembra candidarsi a ultima ruota di scorta dello schieramento draghiano, in cambio di una manciata di seggi sicuri. Il PC di Rizzo completa il proprio corso rossobruno alleandosi con forze sovraniste reazionarie di destra ed estrema destra, no vax, complottiste, putiniane. Quanto a PRC e PaP, si prostrano ai piedi di De Magistris, che cerca di costruire il proprio partito personale usando la loro manovalanza. L’Unione Popolare è il vecchio canovaccio delle liste civiche di tradizione Ingroia: con una sinistra di classe che si nasconde ancor più di ieri dietro le insegne di un candidato progressista, possibilmente “istituzionale” e “costituzionale”, portavoce dei “cittadini” democratici. La stessa proposta avanzata insistentemente da Unione Popolare di una alleanza politica col M5S – che ha governato contro i lavoratori per tutta la legislatura – è indicativa. Non è un suo errore, al di là dell’esito, ma il riflesso di una impostazione fondata sulla rimozione di ogni centralità di classe e prospettiva socialista.

La necessità di una voce autonoma della classe lavoratrice e di un programma anticapitalista ci pare dunque riproposta con grande forza dalla crisi italiana. Questa necessità si pone innanzitutto sul terreno della lotta di classe, in aperta contrapposizione all’economia di guerra. La rivendicazione del blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari, di un aumento generale e consistente dei salari e di una loro scala mobile, della requisizione integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e di una loro nazionalizzazione senza indennizzo, di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, della cancellazione del debito pubblico verso le banche e della loro nazionalizzazione, può e deve indicare la bandiera di una possibile ribellione di classe e di massa in autunno. L’unico spettro che spaventa realmente la borghesia.

Far emergere questa proposta anche nell’arena elettorale ci pare una opportunità importante.

Le elezioni borghesi sono un terreno della battaglia di classe anticapitalista. Come sapete il nostro partito, molto impegnato nell’unità d’azione sul terreno delle lotte, ha sempre perseguito la presentazione indipendente sul terreno elettorale, secondo la vecchia tradizione leninista. Ma le regole truccate della democrazia borghese – soprattutto in termini di raccolta delle firme necessarie alla presentazione con tempi brevissimi – possono ostacolare pesantemente questa scelta, a noi come eventualmente anche a voi.

Per questo vi proponiamo pubblicamente, nell’interesse comune, un possibile blocco elettorale delle nostre organizzazioni in occasione delle prossime elezioni politiche.

Le nostre organizzazioni registrano certo divergenze non secondarie, a seconda dei casi, in fatto di strategia politica, impostazione programmatica, forme di intervento, richiami internazionali. Ciò che spiega l’esistenza di formazioni distinte, e anche in molti casi l’aperta polemica pubblica. Tuttavia, queste divergenze convivono con alcuni elementi comuni: la centralità del riferimento di classe, l’anticapitalismo e non il semplice “antiliberismo”, il richiamo all’internazionalismo contro ogni forma di sovranismo. Sono proprio gli elementi che oggi segnano una comune linea di demarcazione rispetto ai poli liberali, reazionari, populisti, e ad ogni forma di subordinazione ad essi. Sono gli elementi che non a caso hanno favorito, in questi anni difficili, pratiche di unità d’azione tra le nostre organizzazioni: o sul terreno dell’azione sindacale (pur nella distinzione delle posizioni) o in esperienze di fronte unitario di iniziativa politica (Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe). E che rendono plausibile, in questa situazione straordinaria, un’ipotesi di blocco elettorale.

Naturalmente un blocco elettorale deve preservare l’autonomia e la riconoscibilità di ogni soggetto. Ma usare insieme la tribuna elettorale per valorizzare una comune proposta generale di classe, anticapitalista, antimperialista, può offrire una cassa di risonanza pubblica e amplificata alla battaglia che sviluppiamo ogni giorno. E concorrere allo sviluppo della coscienza politica dell’avanguardia di classe, al di là della dimensione elettorale. Come dice una vecchia scuola, i rivoluzionari sono tali se cercano di utilizzare ogni tribuna per parlare alle masse. Uno sforzo congiunto delle nostre organizzazioni nella raccolta delle firme potrebbe certamente guadagnare questa tribuna nazionale in poche settimane.

Dati i tempi imposti, estremamente precipitati, della raccolta firme, vi chiediamo una risposta rapida in termini di concreta disponibilità unitaria. Vi contatteremo direttamente in questi giorni. In caso contrario, il PCL attiverà naturalmente la propria presentazione di partito nei collegi del Senato ovunque risulti possibile.

Saluti comunisti,

Segreteria Nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)

GKN e porto di Trieste, avanguardia e retroguardia

 


14 Ottobre 2021

Non è tutto oro ciò che brilla. Una riflessione di metodo sulle dinamiche di lotta

“Basta con la distinzione tra fascismo e comunismo, ideologismi che sono serviti solo a dividere il popolo”. Lo ha affermato Stefano Puzzer, cattolico praticante, oggi impegnato nello sciopero contro il green pass, capo di un sindacato autonomo del Porto di Trieste con cui USB ha rotto nel 2019 perché in mano a elementi di destra. Non pare esattamente un'avanguardia. È utile averlo presente per evitare di confondere lucciole e lanterne.

Ricapitoliamo.
La vaccinazione di massa è da sempre una battaglia del movimento operaio, contro oscurantismi ideologici antiscientisti. L'abbattimento del tasso di contagio, di ricoveri e di morti è oggi dovuto all'estensione della vaccinazione anti-Covid, come chiunque può capire. In un paese in cui il Covid ha ucciso più di 130.000 persone (oltre 5 milioni al mondo) solo i reazionari possono contrastare la vaccinazione.
A questo punto delle due l'una: o l'obbligo vaccinale o il green pass.
L'obbligo vaccinale è una soluzione assolutamente legittima. Se la pandemia dovesse aggravarsi potrebbe rivelarsi necessaria. Ma sapendo le implicazioni logiche: sanzioni maggiori per chi viola la legge, e in ogni caso, ovviamente, la certificazione della vaccinazione avvenuta.
Il green pass è una soluzione di mediazione: riconosce il diritto a non vaccinarsi, assieme al diritto dei vaccinati di abbassare drasticamente il rischio di contagio e le conseguenze peggiori della malattia. Una certificazione, come un certificato elettorale o una patente. Non un “ricatto” ma la certificazione di un diritto.

Altra cosa è la gestione del green pass da parte del governo. La privazione dello stipendio per chi non vuole vaccinarsi è un'enormità. Scandalosa è la difficoltà per molti lavoratori a tamponarsi per la carenza di farmacie, luoghi e dipendenti che facciano i test. Assurdo che le multe per la violazione delle regole siano maggiori per i lavoratori che per i padroni che non controllano. Si possono fare molti esempi. Per non parlare di possibili discriminazioni padronali. Su questo terreno è necessaria ovunque un'azione di mobilitazione, di vigilanza sindacale, di controllo operaio. È il terreno della lotta di classe. Ma contestare il green pass in quanto tale, senza rivendicare l'obbligo vaccinale, è una posizione di indifferenza al contagio, ai ricoveri, ai morti. Non la difesa dei lavoratori, ma il loro abbandono.

Il fatto che posizioni reazionarie possano penetrare in settori di lavoratori, e orientare scioperi, non è un fatto nuovo. Nella lunga storia del movimento operaio è accaduto tante volte. Nel tardo Ottocento e nel primo Novecento vi sono stati scioperi contro la parificazione dei diritti tra uomini e donne, scioperi contro l'uguaglianza tra lavoratori bianchi e neri, scioperi contro i diritti degli immigrati, persino scioperi a favore di guerre imperialiste. Uno sciopero non è di per sé una garanzia della natura progressiva delle sue ragioni. I comunisti, se sono tali, sanno distinguere, sapendo anche andare controcorrente rispetto al senso comune dei lavoratori, quando questo è segnato da posizioni regressive. Viceversa chi benedice indifferentemente ogni lotta e ogni movimento per il solo fatto di essere tali, può anche pensarsi come irresistibile rivoluzionario ma svolge di fatto un ruolo di conservazione della società borghese.

Certo, quando posizioni reazionarie si diffondono anche tra lavoratori – oggi fortunatamente una netta minoranza – è necessario chiedersi perché. Il movimento no vax e no green pass non nasce dal nulla. Capitalizza su un terreno reazionario un'insoddisfazione sociale diffusa che, privata di riferimenti e prospettiva alternativi, trova a volte nel “no green pass” una valvola di sfogo onnicomprensiva. Lavoratori pressati dall'erosione dei salari, dal caro bollette, dalla minaccia di sfratti, dall'attacco al posto di lavoro, dalle mille disfunzioni di una sanità pubblica falcidiata dai tagli (per ingrassare la sanità privata e pagare il debito pubblico alle banche), possono farsi abbagliare da chi presenta loro il green pass come vessazione e ricatto. Per distogliere la loro attenzione dalle vere questioni di classe e dirottare la loro rabbia sociale verso falsi bersagli.

Non è questa una buona ragione per accodarsi al no al green pass, come purtroppo hanno fatto forze diverse dello stesso sindacalismo di classe. È invece una ragione più che sufficiente per costruire una vera prospettiva classista e anticapitalista che ricomponga l'unità di lotta dei lavoratori e delle lavoratrici attorno a una piattaforma generale progressiva, contro il padronato, contro il governo, contro la linea di unità nazionale attorno a Draghi oggi promossa dalla burocrazia CGIL. Ma per questo occorre partire dalla distinzione tra avanguardia e retroguardia. Tra la lotta GKN e quella del porto di Trieste. La prima è la possibile locomotiva di un riscatto attorno alle ragioni generali del lavoro, la seconda è un fanalino di coda che fa da zavorra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una nuova stagione di lotta di classe per contrastare il programma oscurantista dei sovranisti

 


La carta dei valori siglata tra i 16 principali partiti sovranisti e conservatori europei, tra cui Lega e Fratelli d’Italia, testimonia il ruolo da protagonista che l’estrema destra vuole giocare in Europa nei prossimi anni. In nome di un’Europa che rimette al centro le singole identità nazionali, le forze dell’estrema destra nazionalista chiamano a raccolta quanti vogliono un continente senza immigrati, islamici e omossessuali.

I sovranisti, rivendicando «l’eredità giudaico-cristiana dell’Europa», ripropongono la difesa della famiglia tradizionale, lo stop all’immigrazione, l’opposizione "all’iperattivismo morale dell’Unione europea". Questo manifesto ideologico disvela un’Europa cupa e reazionaria: quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate, quella che discrimina le donne e la comunità Lgbtq+.
Le dure parole di molti leader europei arrivano tardi e servono a poco. Non saranno certo le élite liberali del continente, le stesse che negli ultimi vent’anni non hanno mosso un dito per salvare le decine di migliaia di migranti annegati nel Mediterraneo, a difendere i diritti civili e democratici. Solo la ridiscesa in campo di una forte mobilitazione operaia su scala continentale, capace di saldare in un unico fronte la battaglia per i diritti civili e democratici con quelli sociali, può spazzare via la folata reazionaria che attraversa gran parte d’Europa. Solo una nuova stagione di lotta che rimetta al centro i bisogni e le aspirazioni delle classi subalterne può essere il lampo di magnesio che illumina una notte senza stelle.


UN FRONTE COMPOSITO ALLA RICERCA DI UNA CONVERGENZA

Questo manifesto ideologico è stato sottoscritto dalle forze politiche che fanno parte di tre gruppi diversi nel Parlamento UE, ovvero Identità e Democrazia (ID) e Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), più Fidesz. Accanto al Rassemblement National di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox, spicca la presenza del partito del premier ungherese Viktor Orbán, recentemente uscito dal PPE, e del partito del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, due forze di governo che confermano il peso rilevante che le nazioni dell’Europa centrale rivestono in questo schieramento. Anche i sovranisti di casa nostra rivestono un ruolo importante. Matteo Salvini e Giorgia Meloni ricoprono un ruolo apicale all’interno dei loro rispettivi gruppi europei, e in caso di successo elettorale nelle prossime elezioni politiche, possono aspirare a diventare il perno imprescindibile del mondo conservatore e sovranista del vecchio continente, potenzialmente in grado di saldare le forze politiche dell’Europa Occidentale con quelle dei paesi di Visegrad.

La convergenza realizzata dal documento siglato lo scorso 2 luglio rende manifesto un duplice obiettivo: allargare l’area delle forze identitarie e al contempo rassicurare l’establishment sul fatto che il fronte sovranista in via di costruzione non sarà di stampo puramente estremista. Non a caso, la dichiarazione d’intenti non contiene le posizioni più schiettamente euroscettiche che alcuni dei sottoscrittori avevano sostenuto nel recente passato, come l’uscita dalla UE e l’abbandono della moneta unica. L’edulcorazione delle posizioni più accesamente antieuropeiste è funzionale al progetto di trasformare quest’area composita in un baricentro politico capace di attrarre quelle forze di centrodestra che si sentono a disagio nel Partito Popolare Europeo. Anche per questo dall’elenco dei firmatari sono state escluse le forze che più di altre vengono percepite come forze radicali e antisistema, come i tedeschi dell’AfD.


LE INCOGNITE DEL PROCESSO IN CORSO

L’arco politico che ha siglato la “carta dei valori” potenzialmente potrebbe associare 115 deputati, diventando a Strasburgo la terza formazione dopo i popolari e i socialdemocratici. Un numero ragguardevole, che potrebbe anche fungere da leva per accaparrarsi presidenze di commissioni e quote rilevanti dei finanziamenti dell’europarlamento.
Ovviamente la costituzione di un gruppo comune non rappresenterebbe il primo passo verso la costruzione di un’internazionale sovranista, che in sé sarebbe un vero e proprio ossimoro. Più realisticamente questo confronto che si è aperto nel campo sovranista potrebbe favorire la definizione di un nuovo contenitore politico dell’estrema destra al parlamento europeo, anche se la strada appare scoscesa e irta di ostacoli. La galassia sovranista, del resto, è assai composita e conflittuale, e le convergenze fra i suoi membri sono spesso parziali e momentanee. Da sempre questo mondo è attraversato da rivalità non episodiche, ma vi sono anche interessi specifici e questioni di merito assai significative che in alcuni casi riflettono visioni diametralmente opposte, come nel caso di Vlaams Belang e di Vox, entrambi uniti nel richiedere una ferrea regolamentazione dell’immigrazione, ma con gli spagnoli feroci nemici degli indipendentisti di casa loro, e con i fiamminghi che si battono apertamente per la secessione delle Fiandre dal Belgio. Altre formazioni, invece, all’ultimo momento si sono defilate dalla dichiarazione congiunta, come gli olandesi di JA21, che volevano che nella dichiarazione comune fosse contemplato il no al trasferimento di risorse dal Nord al Sud dell’Europa.

L’evoluzione di questo processo dipenderà anche dai rapporti di forza tra la Lega e Fratelli d’Italia, una partita che si gioca a Strasburgo ma soprattutto a Roma, dove in palio c’è la conquista del primato nella coalizione di destra che concorrerà alle prossime elezioni politiche. Da verificare saranno anche le linee di faglia che, nel prossimo periodo, si possono aprire all’interno delle singole forze politiche, come nella Lega, dove il ministro dello sviluppo economico Giorgetti può appoggiarsi a settori importanti del Carroccio, quelli maggiormente legati ai ceti produttivi del Nord Italia, per perseguire un indirizzo politico diverso da quello salviniano: scolorire il profilo sovranista della Lega per avvicinarsi al PPE.
Anche nel partito di Marine Le Pen si possono aprire delle contraddizioni, come si è iniziato a vedere al recente congresso di Perpignan, dove l’estrema destra transalpina ha iniziato ad interrogarsi sull’efficacia della cosiddetta dédiabolisation, una strategia volta a presentare un’immagine rassicurante intesa a conquistare il consenso tra i ceti moderati che tradizionalmente votano per le formazioni che collocano al centro. Una strategia che alle ultime elezioni regionali ha segnato il passo, non riuscendo ad allargare il consenso e creando malumore tra la base militante (con la chiusura di alcune federazioni) ed anche tra l’elettorato più radicale, che in previsione delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe essere attratto dai proclami accesamente retrivi di Eric Zemmour, se il noto commentatore deciderà di correre per l’Eliseo.


L’INEFFICACIA DELLA RISPOSTA EUROPEISTA

A questa ventata oscurantista, lo schieramento liberale e socialdemocratico contrappone i valori della costruzione europea, che a loro dire difenderebbero i diritti civili e democratici dei cittadini. In questo quadro, le cancellerie europee hanno usato parole di fuoco per denunciare la deriva illiberale dell’Ungheria di Orbán. Da quando è uscito dal PPE, il premier magiaro è costantemente pressato dalla critica dei governi dell’Unione Europea che gli imputano il non rispetto dei valori comunitari in merito allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura. Gli strali si sono appuntati soprattutto sulla legge omofoba e discriminatoria approvata dal parlamento di Budapest. Persino il Consiglio d’Europa si è sentito in dovere di prendere posizione per il rispetto dei diritti Lgbtq+. Tali vibranti proteste in difesa dei diritti civili sono una novità assoluta per i paludati ambienti di Bruxelles, visto che non hanno proferito parola per una legge approvata alla fine del 2018 che impone ai lavoratori ungheresi di effettuare una mole di ore di lavoro straordinario non pagato. Una legge significativamente ribattezzata “legge schiavitù”, che ha gonfiato i profitti non solo degli imprenditori locali, ma anche dei capitalisti stranieri (in specie tedeschi) che lì hanno delocalizzato una parte della loro produzione. Segno che per l’Unione Europea le necessità dell’economia capitalista prevalgono sui valori, e che i diritti sociali si fermano davanti ai cancelli delle fabbriche.


LA NECESSITÀ DI UNA RISPOSTA DI CLASSE

Al di là delle fortune elettorali altalenanti, le forze della destra e dell’estrema destra europea dimostrano di essere ben radicate nella società. Non solo confermano la capacità di produrre fatti politici rilevanti, ma soprattutto continuano ad essere in grado di veicolare le loro posizioni reazionarie, xenofobe e razziste in amplissimi strati della società.

In un’Europa ferita dalla pandemia, dove chi già subiva gli effetti delle politiche di austerità si ritrova ancora più povero ed abbandonato, la malapianta della predicazione sovranista può trovare nuova linfa vitale, riproponendo falsi miti, nuove identità e facili capri espiatori a cui addossare la colpa del disagio e della crisi. Il razzismo nei confronti dei migranti, la contrapposizione tra gli ultimi e i penultimi, e la discriminazione delle minoranze, possono cioè conoscere una nuova stagione capace di occultare le contraddizioni di fondo – quelle di classe – che muovono e determinano i destini individuali e collettivi.
Lo scenario dominato dalla falsa contrapposizione tra élite europeista e nazionalismo sovranista si potrà nuovamente riprodurre se le forze del movimento operaio non abbandoneranno la fallimentare politica collaborazionista, per rilanciare invece una decisa e coerente mobilitazione anticapitalista che si batta contro i veri responsabili della crisi economica e sociale. Anche perché la narrazione reazionaria dei nazionalisti si è finora nutrita di quel groviglio di risentimento e di senso di abbandono che negli ultimi decenni è cresciuto nel seno delle classi subalterne, mentre i cosiddetti progressisti sposavano la causa della “buona globalizzazione” e lasciavano le classi inferiori preda delle loro paure e delle loro sofferenze.

Piero Nobili

VIDEO: L'INTERVENTO DI MARCO FERRANDO ALLA MANIFESTAZIONE DEL 22 MAGGIO CONTRO IL G 20

 


Contro il G20 e i Draghi del capitale! - Marco Ferrando (Roma, 22 maggio 2021)


Intervento di Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori, alla manifestazione nazionale di sabato 22 maggio 2021 contro i Draghi del capitale e in solidarietà al popolo palestinese.

Costruiamo il fronte unico di massa e di classe, lottiamo per l'alternativa anticapitalista e rivoluzionaria!

L'unica soluzione alla crisi e alla barbarie del capitalismo è la rivoluzione socialista!

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PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

l PCL in corteo - Contro il G20 e i Draghi del capitale! (Roma, 22 maggio 2021)






19 marzo, climate strike!

 


Contro il capitalismo mascherato di verde, costruire l’alternativa anticapitalista!

A due anni dal primo sciopero globale per il clima, scendiamo di nuovo in piazza, con più coraggio e decisione! Nessuna svolta positiva per quanto riguarda le politiche ecologiche, anzi, con lo sviluppo della pandemia da SARS-CoV-2 abbiamo solo avuto la conferma che ai governi della borghesia interessa una sola cosa: il profitto.


IL NUOVO MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

È difficile immaginare che l’equipe prescelta per la “transizione” ecologica del Paese si occupi della difesa dell’ambiente e dei territori, quando questi fini esperti e politici fino a ieri si sono occupati di armamenti, sfruttamenti energetici di territori neocolonizzati.

Le politiche ambientali di transizione ecologica di questo nuovo governo non esistono. L’Italia è l’anello debole dell’imperialismo europeo, e deve stare al passo negli scontri degli interessi tra blocchi nel Mediterraneo e in Africa. Le fonti di energia fossile sono al centro di queste mire. In particolare, il gas naturale e gli hub di approvvigionamento e stoccaggio. Un futuro programma imperialista, quindi falsamente “ecologico”, teso alla riconquista di spazi e domini in nome del profitto e con i costi a carico dei lavoratori. Altro che Recovery Fund per l’ambiente. Una cascata di soldi per la modernizzazione dell’apparato militare industriale sotto la guida dei gioielli di stato Leonardo SpA, ENI, Saipem, multinazionali dell’energia, e banche a dettarne le linee guida.


LO SCENARIO MONDIALE RICHIEDE IL RILANCIO DI UN PROGRAMMA AMBIENTALE ANTICAPITALISTA

Nello stesso bacino dell'avanguardia occorre prendere le misure del nuovo scenario. Tanto più oggi logiche di autocentratura ed autosufficienza sono prive di fondamento. Rilanciare il movimento degli studenti è necessario, ma solo la ripresa della lotta di classe contro questo governo, come contro tutti i governi della borghesia, potrà abbattere ogni mistificazione e illusione riportando al centro delle scelte la difesa del pianeta. L’esplosione del movimento Black Lives Matters negli Stati Uniti ha dimostrato come le proteste per l’ambiente dell’anno precedente, legandosi ad un movimento di classe in lotta, hanno trovato subito una nuova spinta propulsiva.

Solo con la lotta, milioni di giovani hanno potuto mettere al centro dell’attenzione il tema dell’ambiente, e solo con la lotta, la maggioranza della società potrà conquistare il suo futuro! Però occorre anche lavorare alla ricomposizione di tutte le esperienze di lotta per l’ambiente, estenderle ed intrecciarle organicamente in un unico fronte dell'avanguardia di classe, politica e sindacale, per agire insieme in una logica di massa. Perché è necessario saper mettere in campo la forza di un movimento al servizio della sua ragione, ma l’organizzazione è lo strumento necessario affinché i risultati di questo possano essere strappati! La somma di mille battaglie non fa un progetto anticapitalista, internazionalista, rivoluzionario. Ed è questo progetto quello di cui queste battaglie hanno bisogno.

La volontà e la speranza di abbattere questa società capitalista non deve essere fine a sé stessa, deve avere un obiettivo ben chiaro, ovvero l’edificazione di una nuova società socialista. A un governo espressione del capitale finanziario, non va contrapposta la semplice ricerca o richiesta di una politica verde ai governi, in modo astratto, ma va contrapposta la prospettiva concreta dell’unico governo che potrà realizzare le misure necessario per il pianeta, per la salute, per il lavoro: un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e organizzazione.

I militanti del PCL sono impegnati nella costruzione di un partito, in Italia e nel mondo, che lotti per elevare la coscienza politica delle masse alla comprensione della necessità dell’alternativa anticapitalistica e del socialismo. Una società in cui l’umanità possa finalmente prendersi cura della salute propria e del mondo intero.

Lotta con noi!

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione ambiente

Unire le lotte a partire dalle vertenze in corso. Quale alternativa per il lavoro?

 


Sabato 28 novembre, ore 17, in diretta streaming sulla pagina Facebook del Partito Comunista dei Lavoratori

24 Novembre 2020

È in atto una grande offensiva capitalistica contro il lavoro, che coglie la classe operaia in una situazione di profonda difficoltà e di frammentazione, per responsabilità innanzitutto delle burocrazie sindacali.
L'atomizzazione delle vertenze nell'industria ne è una chiara espressione.

Occorre lavorare controcorrente per ricomporre un fronte unico di classe e di massa capace di unire le lotte di resistenza, ribaltare i rapporti di forza, riaprire una prospettiva anticapitalista.
Unire nell'azione l'avanguardia di classe, ovunque collocata, è in funzione di questa prospettiva.

Ne parliamo coi compagni del camping di Piombino. Interverranno:

- Marco Ferrando, portavoce nazionale PCL;
- Lorenzo Mortara, operaio YKK Vercelli;
- Francesco Doro, Commissione Lavoro PCL;
- Alessandro Babboni e Ugo Preziosi, Coordinamento Articolo 1 Camping CIG Piombino;
- Luigi Sorge, operaio FCA Cassino;
- Luca Scacchi, area sindacale "Riconquistiamo Tutto" - opposizione CGIL


L'evento sì può seguire sulla nostra pagina Facebook.

Partito Comunista dei Lavoratori

Le mobilitazioni in USA e nel mondo contro il razzismo e il capitalismo

L’omicidio di George Floyd a Minneapolis il 25 maggio è stato l’innesco di una situazione esplosiva che covava da tempo. Le diseguaglianze di classe e razziali, la corruzione, i diritti democratici affossati in molti stati in USA sotto forma di violenta repressione poliziesca, e le conseguenze contro i più deboli della pandemia, sono stati la spinta per enormi mobilitazioni di massa in tutto il paese, portate avanti con una determinazione che non si era vista nemmeno nelle proteste degli anni '60 e '70.

In centinaia di metropoli e centri urbani la risposta contro il governo dello stato capitalista più potente al mondo, gli Stati Uniti, non si ferma da quel giorno. Le settimane di mobilitazioni hanno iniziato a rompere la diga messa come argine dal sistema per impedire che le proteste in difesa degli elementari diritti democratici si legasse a una sollevazione sociale anticapitalista.
Nei primi giorni la risposta poliziesca è stata pesantissima. L’uso sistematico della violenza militarizzata della Guardia Nazionale, l’uso di nuove armi antisommossa contro le manifestazioni di massa anche pacifiche, la minaccia di utilizzare l’esercito, l’utilizzo della sigla "Antifa" come capro espiatorio, hanno gettato altra benzina sul fuoco. Da una parte la sovraesposizione mediatica da parte dei mezzi di informazione dei momenti di rabbia della gioventù afroamericana emarginata contro negozi e supermarket, e l’inserimento delle provocazioni delle organizzazioni dell’ultradestra dall’altra, non hanno impedito che questa ondata di mobilitazioni si fermasse. Le parole della portavoce di Black Lives Matter Tamika Mallory "enough is enough (quando è troppo è troppo)” o slogan come “No justice, no peace (Niente pace senza giustizia)”, utilizzato già nel 1986 quando il giovane afroamericano Michael Griffith venne massacrato a New York da razzisti bianchi, sono stati la colonna sonora in ogni corteo.
Persino all’interno del Partito Democratico si sono alzate voci inneggianti alla repressione e al possibile uso dell’esercito contro le mobilitazioni di massa. Ma ben presto l’atteggiamento è parzialmente cambiato. Con le proteste che invece di placarsi si infiammavano in tutti gli stati e nelle metropoli come New York, Los Angeles, Detroit, Chicago, le autorità, alti gradi militari e lo stesso Pentagono hanno per ora scaricato limitatamente le polizie locali promettendo riforme, limitazioni dei budget e dell’uso della forza.

Questa rivolta negli USA è un segnale di una nuova fase storica, e non è solo la rabbia nera verso secoli di omicidi razzisti o di poliziotti impuniti per l'assassinio di afroamericani disarmati. È l’espressione della sofferenza sociale di intere comunità e delle enormi differenze sociali tra ricchi e poveri, di una classe media sempre più in via di proletarizzazione, di decine di milioni di disoccupati, dello sfruttamento capitalistico dei lavoratori sempre più pianificato scientificamente, della disperazione delle popolazioni rurali e native per i territori depredati e desertificati dall’estrazione di fonti energetiche fossili, e infine del dolore e della rabbia per l’emergenza Covid-19 che ha salvaguardato solo la classe dominante. È il segnale di una coscienza di classe che si sta risvegliando lentamente dal suo torpore. È la sempre maggiore consapevolezza che il sogno di un nuovo modello di società, il famoso “sogno” di Martin Luther King, può essere raggiunto solo attraverso la lotta di classe.

Questo si è visto molto bene in diverse situazioni dove i lavoratori si sono uniti alle parole d’ordine di BLM condividendo enormi mobilitazioni di massa. Lo sciopero generale del 12 giugno a Seattle ha visto la partecipazione di studenti e lavoratori con una marcia di protesta di almeno 60.000 persone, nella quale le rivendicazioni anticapitaliste erano chiarissime, come quelle per la difesa di posti di lavoro in tutta l’area industriale e contro la pesante realtà della disoccupazione.

Anche lo sciopero generale lanciato in diversi stati per il Juneteenth – 19 giugno, storica data dell’abolizione della schiavitù – ha avuto una riuscita sbalorditiva. Uno dei maggiori scioperi del Juneteenth è stato indetto dall'International Longshore and Warehouse Union (ILWU), che ha bloccato il lavoro per otto ore in tutti i 29 porti lungo la costa occidentale degli Stati Uniti. Come tutti gli scioperi generali indetti da BLM, coinvolgono i lavoratori di qualsiasi etnia. Dopo 4 settimane di proteste ininterrotte, il 19 giugno sono scese in piazza in centinaia di migliaia di persone ad Atlanta ed a Oakland, in California, unendo nella lotta la costa est e la costa ovest degli Stati Uniti.


LOTTA DI CLASSE AL RAZZISMO E INTERNAZIONALISMO

Le battaglie contro il razzismo negli Stati Uniti hanno avuto l’appoggio e la solidarietà dei rivoluzionari di tutto il mondo. Le proteste che stanno avvenendo al di fuori degli Stati Uniti, dall'Europa all'Australia, dal Giappone all'Africa, dal Messico al Brasile hanno unito le proteste contro l'uccisione di George Floyd alle risposte contro la brutalità razzista delle polizie locali verso le popolazioni native, verso i migranti e verso le minoranze etniche e religiose, come in Brasile ed Australia.
In Australia, in particolare, enormi marce di protesta hanno attraversato tutto il continente da Perth a Wollongong, da Sydney a Melbourne, e in migliaia hanno legato la lotta americana con la difesa dei diritti della popolazione nativa aborigena, ricordando le sofferenze del post-colonialismo britannico e le discriminazioni contro il popolo LGBT. In Australia la brutalità della polizia e del sistema giudiziario assume forme diverse rispetto agli Stati Uniti, forme che non possono essere facilmente documentate. Ma la violenza è evidente nelle ferite sui corpi e nelle anime degli aborigeni, nelle loro storie di vita.
"Black lives matter" è diventato quindi un richiamo radicale per gli aborigeni e gli abitanti delle isole dello Stretto di Torres e in tutto il paese, ma non è una novità. La novità di queste proteste è quella di molti lavoratori australiani bianchi che hanno deciso di unirsi ai nativi per richiamare l'attenzione su tutta questa violenza.
In Europa, l’appello di Black Lives Matter ha percorso con manifestazioni enormi tutte le principali capitali, in particolare Berlino, Londra e Parigi.

I rivoluzionari sanno che la lotta per la democrazia e per la difesa dei diritti marciano insieme con la lotta di classe. Le parole di Malcom X sono chiarissime: “non esiste il capitalismo senza il razzismo”. La lotta contro la violenza degli stati capitalisti e il razzismo possono avere successo solo con un profondo progetto e programma rivoluzionario.
I rivoluzionari si stanno battendo contro il capitalismo sempre più in crisi che distrugge il pianeta, discrimina gli esseri umani per genere, razza, orientamento sessuale e identità, che ci sfrutta, e il cui unico obiettivo è l'aumento permanente del profitto a scapito delle nostre vite e dei nostri corpi.

In queste settimane il Partito Comunista dei Lavoratori, in una logica di fronte unico, è impegnato in iniziative di difesa dei lavoratori immigrati, di denuncia della loro condizione e di condanna delle violenze subite, per unire le proprie ragioni con le ragioni della mobilitazione in corso negli USA e nel mondo.
Ruggero Rognoni

VIDEO: Costruire il fronte unico di classe e di massa! - Marco Ferrando - 06/06/2020

Unire l'azione d'avanguardia, costruire il fronte unico di classe e di massa, portare nelle lotte la prospettiva anticapitalista!
Pubblichiamo l'intervento di Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, nella piazza di Roma organizzata dal "Patto d'azione per un fronte unico anticapitalista". 
Qui un commento sulle piazze del 6 giugno --> https://bit.ly/3h1E18D


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Portare nelle lotte una prospettiva generale

Allargare il patto d'azione per il fronte unico di classe, unire le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori

Un contributo alla riflessione

Testo del volantino per le manifestazioni del 6 giugno convocate dal "Patto d'azione per il fronte unico anticapitalista".


Le manifestazioni del 6 giugno, su scala nazionale, sono il primo momento di riconquista dello spazio pubblico contro governo e padronato da un versante classista, anticapitalista, e unitario, dopo i mesi della pandemia.
“Siano i capitalisti a pagare la crisi, non i lavoratori e le lavoratrici”: questo è il senso della piattaforma comune del patto d’azione. Una piattaforma che mira ad unire gli sfruttati contro gli sfruttatori e tutti i loro partiti, che non si subordina alle burocrazie sindacali, si oppone apertamente al governo, combatte l’europeismo borghese liberale ma anche il sovranismo reazionario, comunque mascherato o evocato. Perché “gli operai non hanno patria” (Marx), come ci insegnano tante piazze d’America.

Le manifestazioni nelle piazze di tante città esprimono l’unità d’azione di forze diverse dell’avanguardia di classe, politiche e sindacali. È un fatto importante. Il PCL è parte di questo processo. Da tempo ci battiamo contro la frammentazione dell’iniziativa di classe, contro la logica autocentrata di chi contrappone il proprio sindacato o il proprio partito all’esigenza elementare dell’unità d’azione. Di chi celebra come virtù il proprio rifiuto di lotte comuni.

È una logica che va rovesciata. Nessuno mette in discussione l’autonomia politica di ogni soggetto, politico e sindacale. Ma l’autonomia di ciascuno deve porsi al servizio della lotta di tutti. È nella lotta comune, dentro la stessa appartenenza di classe, che va sviluppato il libero confronto di progetti diversi.
Questa è la logica con cui il nostro partito ha lavorato all’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione al governo, il 7 dicembre scorso, dando vita al loro coordinamento nazionale. È la stessa logica con cui abbiamo aderito sin dall’8 febbraio al patto d’azione promosso da SI Cobas.

Dobbiamo continuare insieme su questa strada. Estendere l’unità d’azione dell’avanguardia; coinvolgere attivamente ogni soggetto disponibile, politico, sindacale, di movimento; coordinare il patto d’azione sui territori; intervenire a sostegno di ogni lotta che abbia valenza progressiva contro padroni e governo, portandovi la nostra piattaforma comune.

Al tempo stesso, dentro la lotta comune, vogliamo porre tre elementi di riflessione.


PATTO D’AZIONE E FRONTE UNICO

Non confondiamo il nostro patto d’azione col fronte unico della classe.

Il fronte unico della classe è quello che muove i milioni, che sono la massa critica necessaria per reggere l’urto dell’offensiva capitalista e reazionaria, capovolgere i rapporti di forza e creare le condizioni di una alternativa vera. Il nostro patto d’azione organizza ancora poche migliaia (o decine di migliaia) di avanguardie. Un patrimonio preziosissimo e indispensabile, protagonista di mille lotte di resistenza, ma ancora molto limitato, tanto più a fronte del riflusso profondo del movimento operaio e della sua coscienza, e della nuova drammatica offensiva capitalista.

Avere la misura dei nostri limiti d’avanguardia è l’esatto opposto di una politica minoritaria. È la condizione decisiva di una attiva politica di massa. Di un intervento che ambisca a muovere la massa e a conquistarla. Di un intervento che non si limiti a recintare il proprio piccolo spazio “antagonista”, ma che punti strategicamente a rilanciare il conflitto di massa, a ricomporre la sua unità, a organizzare la sua forza, a conquistare la sua direzione.
L’unità d’azione d’avanguardia crediamo debba ambire a questa prospettiva, che è in ultima analisi la prospettiva rivoluzionaria. La parola d’ordine del fronte unico di classe e di massa contro l’offensiva padronale è parte oggi di questa azione.


ANTAGONISMO E RIVOLUZIONE

È importante far emergere dentro l’esperienza del patto unitario il tema della rottura anticapitalista.

Non è sufficiente una rosa di rivendicazioni immediate per definire la prospettiva di rivoluzione. Eppure, nessuna delle rivendicazioni del patto può essere strappata e neppure coerentemente perseguita fuori da quella prospettiva, tanto più nella nuova grande crisi. Chi pensa seriamente che sia possibile anche solo l’abbattimento delle spese militari o la riduzione dell’orario a 30 ore pagate 40 dentro le compatibilità del capitale?

Da qui l’importanza di un programma che leghi presente e futuro; che “riconduca ogni obiettivo immediato al fine rivoluzionario” (Gramsci); che faccia da ponte tra la coscienza arretrata dell’oggi e la necessità della rivoluzione; che al tempo stesso agisca da fattore di organizzazione, unificazione, maturazione della classe, e attorno ad essa di un nuovo blocco sociale. È il tema del programma di transizione su cui si cimentò un secolo fa una generazione di comunisti e che va oggi declinato in rapporto alle attuali condizioni. Le stesse rivendicazioni del nostro patto pongono di fatto questo tema, ben oltre la soglia del puro antagonismo.


UNITÀ D’AZIONE O PARTITO? UNA CONTRAPPOSIZIONE SBAGLIATA

Il tema del soggetto politico, del “partito”, è affiorato più volte nella discussione del patto, talvolta come sbocco auspicato del patto stesso, talora come fantasma da cui rifuggire. In entrambi i casi, a nostro avviso, con una impostazione sbagliata.

Non c’è programma di rivoluzione senza un’organizzazione politica di rivoluzionari coscienti che miri a raggruppare attorno ad esso la parte più avanzata dei lavoratori e dei giovani, e che persegua quel programma in forma coordinata su tutti i terreni della lotta: nella lotta di classe quotidiana, nei sindacati, nella gioventù, sul terreno elettorale, in ambito nazionale e internazionale, sul terreno della battaglia ideologica e culturale, ovunque subordinando le stesse scelte della tattica al primato della prospettiva rivoluzionaria.

Ma se questa è la necessità, allora non può essere assolta da un sindacato, per quanto radicale esso sia, perché per sua natura ha altre funzioni. Né può essere assolta dal patto d’azione, perché l’unità d’azione tra soggetti diversi non può porre come precondizione un programma politico generale, se non al prezzo di amputare il fronte comune o di presentare come fronte comune il proprio soggetto politico. In entrambi i casi una finzione, che prima o poi si dissolve.

Un partito rivoluzionario si costruisce sulla base di un programma generale che va al di là del contingente, perché condensa un’esperienza storica internazionale. E sul quel programma lavora ad unire nella stessa organizzazione tutte le avanguardie che lo condividono, al di là della diversità di provenienze, di percorsi, di appartenenza sindacale classista.

A nostro avviso, tenere distinti i piani (unità d’azione, fronte unico, azione sindacale, soggetto politico), senza confonderli e sovrapporli, significa non solo fare chiarezza, ma favorire il più ampio lavoro comune nelle lotte. E significa al tempo stesso, dentro l’unità d’azione, confrontare liberamente esperienze, tradizioni, progetti, come nella storia migliore del movimento operaio.
Partito Comunista dei Lavoratori

Bergoglio val pure una messa

Il Papa apre le chiese nei giorni del contagio. Un crimine

16 Marzo 2020
Appena giovedì scorso la Conferenza Episcopale Italiana aveva suggerito la serrata ai 260 vescovi delle 260 diocesi. Pareva semplicemente l'applicazione sensata delle disposizioni imposte dal contenimento del coronavirus. Ma la stampa cattolico-reazionaria ha subito sollevato scandalo, rivendicando il primato dell'anima sulle misere preoccupazioni del corpo. E Papa Bergoglio, venerdì mattina, è intervenuto per dare il contrordine: le chiese vanno aperte! La Conferenza Episcopale ha dovuto smentire se stessa in meno di 24 ore.

Padre Enzo Bianchi, fondatore della comunità di Bose, molto vicino a Papa Francesco, ed anzi considerato tra i suoi portavoce informali, ha sentito il bisogno di spiegare il dietrofront di Bergoglio attraverso un'intervista al Fatto Quotidiano. La chiusura delle chiese era a suo dire «una misura... poco meditata. C'era l'esigenza di dare un segnale di disciplina e di sostegno al governo, ma ribadendo il ruolo primario della Chiesa: far sentire la sua presenza lì dove ci sono gli infermi, gli anziani, gli ultimi... Siamo sicuri che sbarrando l'ingresso in chiesa e cessando l'eucarestia si testimoni l'obbedienza al Vangelo che ci chiede un amore concreto verso il prossimo? No, era un errore. Altro che vicinanza al prossimo: il prossimo sarebbe morto. Per fortuna il Papa ha interrotto una grave sonnolenza spirituale».

Avete letto bene. Il “prossimo” muore se non riceve l'eucarestia, per sonnolenza dello spirito. Invece vive se per “amore”, in piena epidemia, si aprono le chiese, si promuovono aggregazioni collettive, si favorisce il contagio, per di più in aperta violazione di disposizioni pubbliche da cui il Papa evidentemente si ritiene dispensato.
Ecco, se uno voleva farsi un'idea del regime concordatario, è servito. La stessa Chiesa foraggiata per sei miliardi l'anno con sovvenzioni pubbliche pagate da tutti si sente in diritto di ignorare le leggi dello Stato persino in fatto di salute pubblica. E si rende così corresponsabile obiettivamente di un crimine. Perché di questo si tratta. Gli infermi, gli anziani, gli ultimi di cui parla Bianchi sono e saranno le prime vittime del contagio cui la Chiesa, per volontà di Bergoglio, concorre. Il fatto che questo avvenga per mano di un Papa che liberali e sinistre si affannano a presentare come progressista la dice lunga sulla deriva culturale della borghesia laica e delle sinistre sue succubi. Che infatti stanno in (religioso?) silenzio di fronte all'ennesimo crimine ecclesiastico.

È la riprova, se ve n'era bisogno, che solo una prospettiva anticapitalista può alzare il coperchio sulla natura reazionaria della Chiesa, sul suo passato e sul suo presente. Immutabile ed eterno, quale che sia il Papa di turno.
Partito Comunista dei Lavoratori

Ascesa e tramonto di Jeremy Corbyn. La storia breve di un'illusione

“Corbyn ha perso per le sue idee veteromarxiste”, “ la sinistra radicale è il miglior alleato della destra”. Il bombardamento propagandistico dei circoli liberali procede a tappeto in tutta Europa, e naturalmente in Italia. Come sempre, a scapito della verità, ma anche della evidenza logica.
Se Corbyn ha perso per il suo presunto veteromarxismo, come mai il partito Liberal Democratici di Jo Swinson, tifoso del “remain”, ha subito una sconfitta non meno pesante di quella del Labour? E poi, il programma di Corbyn non è forse lo stesso programma che nel 2017 accompagnò la clamorosa rimonta elettorale del Labour contro i conservatori di Theresa May?

La verità è che i soloni che non avevano capito nulla dell'ascesa politica di Corbyn sono gli stessi che non capiscono nulla della sua sconfitta. Chiusi a doppia mandata nella torre d'avorio del pregiudizio ideologico, ripetono come un disco rotto il rosario imparato a memoria. Indifferente semplicemente ai fatti, e soprattutto alla propria disfatta.

Il liberalismo borghese progressista ha governato la Gran Bretagna per due legislature a cavallo degli anni '90 e 2000. Tony Blair ne è stato la bandiera. Era il mito della globalizzazione portatrice di progresso, che una sinistra finalmente liberal, sgravata dalla zavorra delle vecchie idee socialdemocratiche, avrebbe interpretato e diretto. Mai profezia politica ha subito – quella sì – una smentita più impietosa. I governi di Blair hanno solo amministrato l'eredità della Thatcher contro il movimento operaio e sindacale inglese, con tagli sociali, precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, compressione dei diritti sociali. La riconoscibilità del Labour presso la sua tradizionale base sociale conobbe un tracollo. Il Partito Conservatore ereditò la sua disfatta, coi governi Cameron, mentre la grande crisi del capitalismo mondiale e le dure politiche d'austerità precipitarono ulteriormente le condizioni di vita e di lavoro di larga parte della Gran Bretagna, dove oggi, per dare la misura, il 31% dei bambini sono sotto la soglia di povertà.

La fascinazione della Brexit nel 2016 presso ampi settori di classe operaia e di masse popolari impoverite, a partire dalle periferie e dalla provincia, fu il prodotto di questo contesto. Una maggioranza declassata della società inglese, ignorata e colpita da tutti i governi, priva da tempo di una rappresentanza riconoscibile, ed anzi tradita dai suoi partiti tradizionali, fu attratta dal richiamo sciovinista e xenofobo della ciurma di Nigel Farage. La promessa del ritorno all'antica potenza imperiale della Gran Bretagna fu percepita come promessa di un riscatto sociale dopo decenni di immiserimento. La rabbia sociale fu dirottata contro gli immigrati, anche europei, e contro la UE. Una ribellione passiva sotto una direzione reazionaria. L'esatto opposto dell'Oxi greco all'UE del 2015, espressione di una radicalizzazione sociale di massa tradita da Tsipras. I tanti sovranisti di sinistra che confusero le due cose esaltando la Brexit come riferimento progressista, semplicemente rimossero il più elementare criterio di classe.

Tuttavia lo sfondamento della Brexit negli strati operai e popolari non era uniforme e lineare. Un anno dopo, il malumore sociale e la domanda di svolta trovarono infatti ben altra espressione nell'ascesa di Corbyn. Un'ascesa che non cancellava la deriva reazionaria ma mostrava l'instabilità dello scenario politico, e un quadro contraddittorio aperto ancora ad esiti opposti.
Il famoso programma di Corbyn, con buona pace dei liberali, non aveva nulla a che vedere con un programma marxista. Era piuttosto il ritorno al vecchio laburismo inglese prima della svolta liberale di Blair: nazionalizzazione con indennizzo dell'elettricità e delle ferrovie, aumento della tassazione (dal 19 al 26%) delle grandi aziende, difesa della sanità pubblica contro la sua privatizzazione. Un programma di economia mista. Tuttavia la rottura col blairismo colorì quel programma di una immagine “radicale” agli occhi di ampi settori della vecchia base laburista, e soprattutto della giovane generazione. Di più, quel programma divenne un fattore di nuova attivazione e politicizzazione a sinistra di un settore della gioventù che si riavvicinò al laburismo e divenne in qualche modo la guardia del corpo di Corbyn contro la componente liberal del Labour (attraverso strumenti come Momentum). A sua volta la campagna isterica della borghesia inglese contro Corbyn favorì questa dinamica di polarizzazione a sinistra attorno alla nuova direzione del Labour.

L'ascesa di Corbyn, a differenza di quella di Tsipras, non era il sottoprodotto di una radicalizzazione di massa del movimento operaio sul terreno della lotta di classe, ma avrebbe potuto essere investita in questa direzione: l'unica capace di scompaginare il mito popolare della Brexit, di aprire le contraddizioni del blocco sociale reazionario, di riaffermare la centralità dello scontro tra capitale e lavoro nell'immaginario di massa al posto della falsa alternativa pro e contro la Brexit.

Il buon vecchio Corbyn fece esattamente l'opposto. Invece di investire il capitale di fiducia accumulato sul terreno della mobilitazione di massa, a partire da una svolta della politica sindacale, si limitò a difendere il proprio fortino dalle minacce di scissione del Labour da parte della sua ala liberale e dei suoi parlamentari. Invece di affermare un punto di vista indipendente del movimento operaio inglese contro la falsa alternativa tra exit e remain in direzione di una rottura anticapitalistica con la UE dal versante della lotta di classe (e di una prospettiva socialista continentale), si attestò a cavallo tra exit e remain, con un colpo al cerchio e uno alla botte, nel segno dell'incertezza e della paralisi, finendo col logorare la propria credibilità e perdere consenso in ogni direzione.
Il campo reazionario populista, sbarazzatosi di Theresa May e sotto la direzione iperpopulista di Boris Johnson, ha avuto buon gioco nel denunciare il fronte ostruzionistico parlamentare contro l'applicazione della Brexit come il blocco del Labour con il vecchio establishment “contro la volontà del popolo e contro la democrazia”. Il profilo alternativo del Labour ne è uscito pesantemente compromesso nelle sue stesse roccaforti sociali. Né una campagna elettorale di 20 giorni poteva recuperare tre lunghi anni di immobilismo politico. Un istrione reazionario e razzista ha finito così per apparire come l'unico vero “garante del popolo” contro i vecchi parrucconi della politica inglese. E la Brexit come l'unica concreta occasione di svolta agli occhi di grandi masse impoverite dalla crisi.

L'immobilismo di Corbyn non è stato peraltro un errore, ma il riflesso della natura politica del Labour Party. Il nuovo corso di Corbyn ha sicuramente riavvicinato il partito ai sindacati, brutalmente trattati da Blair. Ma la burocrazia sindacale delle trade union, la più antica burocrazia sindacale del mondo, non aveva alcuna intenzione di muovere le acque dello scontro sociale. Il suo unico scopo era quello di riattivare il canale di relazione col partito e di pesare nella sua costituzione materiale, in cambio del sostegno a Corbyn. A sua volta il sostegno della burocrazia sindacale è stato ricambiato da Corbyn col sostegno alla politica passiva della burocrazia. Un disastro non solo sindacale ma politico, di cui Boris Johnson è stato il vero beneficiario.

Johnson ha ora in mano la maggioranza del parlamento britannico, non la Gran Bretagna. La sua politica nazionalista non dispone delle basi materiali del trumpismo. Nuove contraddizioni sociali esploderanno, prima o poi, nella società inglese, mentre la questione nazionale, irlandese e scozzese, metterà a dura prova la tenuta stessa della Gran Bretagna. Ma certo chi vedeva in Jeremy Corbyn la stella ritrovata del socialismo, magari da confortare con buoni consigli "trotskisti", ha preso una colossale cantonata, non minore di quella dei tifosi della "Brexit progressista".

L'alternativa alla deriva reazionaria o è anticapitalista o non è. La costruzione di una nuova direzione politica e sindacale del movimento operaio britannico resta il tema centrale della politica rivoluzionaria in Inghilterra.
Partito Comunista dei Lavoratori

Grande successo dell'assemblea unitaria delle sinistre di opposizione

L'assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione, tenutasi a Roma il 7 dicembre al Teatro de' Servi, è stata un vero successo.
Lo è stata innanzitutto in termini di partecipazione. Un teatro stracolmo, un centinaio di compagni e compagne che non sono riusciti fisicamente ad entrare in teatro per le disposizioni di sicurezza dei gestori del teatro stesso. Complessivamente oltre quattrocento compagni e compagne, quasi il doppio delle previsioni migliori.

La composizione dei presenti ha visto, oltre ai militanti delle tre organizzazioni promotrici, un settore significativo di compagni e compagne senza partito, attivisti sindacali e di movimento, compagni della diaspora della sinistra politica e segnatamente di provenienza Rifondazione. Una discreta presenza di giovani, una (purtroppo) limitata presenza femminile (ma non negli interventi).

La presidenza dell'assemblea è stata composta dalle tre organizzazioni promotrici (Marco Ferrando per il PCL, Mauro Alboresi per il PCI, Franco Turigliatto per SA) e dalla compagna Imma Barbarossa (in rappresentanza della minoranza del PRC che si è impegnata per la promozione dell'assemblea). Dopo la relazione introduttiva unitaria tenuta dal nostro portavoce nazionale Marco Ferrando, tredici sono stati gli interventi delle organizzazioni politiche nazionali promotrici (PCL, PCI, SA) e aderenti (Democrazia Atea con Carla Corsetti, Potere al Popolo con Giorgio Cremaschi, il PRC con Maurizio Acerbo, poi Fronte Popolare, Città Futura, Partito del Risorgimento Socialista, CARC, PMLI, Partito del Sud, Resistenze Internazionali). È intervenuta autonomamente in rappresentanza della minoranza di sinistra del PRC Eleonora Forenza. Erano presenti e sono intervenute organizzazioni interlocutrici sul fronte sindacale (l'area di opposizione CGIL "Riconquistiamo tutto" con Eliana Como e il SiCobas). Non ha potuto intervenire il segretario nazionale di SGB, Massimo Betti, perché purtroppo non è riuscito a entrare in teatro. È intervenuta una compagna del movimento di lotta contro l'autonomia differenziata. Sono intervenuti un operaio delegato della Whirlpool, una lavoratrice di Unicredit e il nostro compagno del PCL, operaio della FCA di Cassino, Luigi Sorge. Nel complesso ventuno interventi intensi e partecipati dal pubblico, in un clima di generale entusiasmo. Un clima condiviso innanzitutto dalle organizzazioni promotrici.

Non solo. L'assemblea ha registrato un crescendo di adesioni locali di organizzazioni, collettivi, strutture politiche, associative, di movimento che misura la domanda di unità d'azione che l'iniziativa ha polarizzato e tradotto. Per i limiti orari imposti dal teatro ospitante, non hanno potuto intervenire direttamente i collettivi locali che avevano fatto richiesta, che avranno però la possibilità di pubblicare sugli spazi social del fronte unitario i loro contributi, osservazioni, proposte. Tutte le energie ad ogni livello dovranno essere raccolte ed investite nell'azione comune.


IL PERCORSO CHE HA PORTATO AL 7 DICEMBRE

L'assemblea del 7 dicembre è lo sbocco di un percorso tenacemente perseguito.
Il Partito Comunista dei Lavoratori si è speso dai primi di settembre per costruire un fronte d'azione unitario di opposizione al nuovo governo e alla destra.
Nel momento stesso in cui Sinistra Italiana si coinvolgeva nel governo in cambio di un sottosegretariato, la burocrazia CGIL si comprometteva direttamente col nuovo esecutivo nel nome della ritrovata concertazione, il PRC si attestava inizialmente su una posizione di “né aderire né sabotare”, il nostro partito ha proposto pubblicamente la linea dell'opposizione di classe al nuovo governo come linea discriminante di raggruppamento a sinistra sul terreno dell'unità d'azione. (vedi l'appello "Per un'iniziativa unitaria di mobilitazione contro il governo Conte di tutte le sinistre di opposizione").

L'appello nostro era rivolto sia alle organizzazioni politiche della sinistra di opposizione sia alle organizzazioni o tendenze sindacali classiste. Sul versante sindacale alcune organizzazioni classiste si sono rese subito disponibili alla interlocuzione (come l'area di opposizione CGIL, il SGB, il SiCobas) e infatti sono intervenute il 7 dicembre. Sul versante politico, hanno opposto il proprio no il PC di Rizzo, con motivazioni autocentrate e settarie, e Sinistra Classe Rivoluzione. Si sono invece aperte al confronto Sinistra Anticapitalista, che già aveva ipotizzato un'assemblea comune autunnale, il Partito Comunista Italiano (PCI), Potere al Popolo, Democrazia Atea, la minoranza di sinistra del PRC. Con queste organizzazioni si è sviluppato un quadro di riflessione, prima con incontri bilaterali e poi con una discussione comune, per la definizione delle basi politiche e delle forme organizzative dell'azione unitaria. Numerosi i problemi incontrati: (legittime) discussioni e divergenze interne ad alcuni partiti coinvolti, differenze di opinioni sulle forme di convocazione dell'iniziativa unitaria (il ruolo maggiore o minore dei partiti nella sua promozione), le finalità del fronte comune (proiezione elettorale o unità di lotta), e soprattutto il nodo del rapporto con Rifondazione Comunista (tra rifiuti pregiudiziali di un suo coinvolgimento e un'assoluzione politica preventiva delle sue contraddizioni verso il governo).


L'IMPOSTAZIONE DEL PCL

In tutte queste discussioni preparatorie il PCL ha sostenuto una posizione netta: definizione del terreno di iniziativa unitaria come terreno di unità d'azione nella lotta di classe e nei movimenti sociali, fuori da ogni logica elettorale o di proposizione di nuovi soggetti politici; rifiuto di ogni pregiudiziale verso il PRC sul terreno dell'unità d'azione ma anche contro una frettolosa rimozione della sua prolungata ambiguità politica verso il governo Conte due e verso Sinistra Italiana (tema oltretutto oggetto per una fase di un'importante battaglia politica interna al PRC da parte della sua minoranza di sinistra); una chiara assunzione di responsabilità delle organizzazioni politiche di opposizione nella promozione della iniziativa comune, fuori da ogni finzione scenica “sociale e movimentista”.

L'assemblea nazionale del 7 dicembre, la sua promozione, la sua discussione, i suoi sbocchi, ci paiono in piena sintonia con questa impostazione. La relazione di apertura di Marco Ferrando e le conclusioni di Mauro Alboresi, così come l'intervento di Franco Turigliatto di Sinistra Anticapitalista, hanno definito quattro campagne unitarie nazionali a favore di rivendicazioni caratterizzanti: riduzione progressiva dell'orario a parità di paga, la vera nazionalizzazione delle aziende che licenziano e inquinano, la cancellazione dei decreti sicurezza, il ritiro delle truppe da tutte le missioni militari. A questo fine è stata promossa la costituzione di un coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione come strumento di gestione dell'unità d'azione. Un coordinamento aperto a tutte le organizzazioni disponibili a una battaglia comune di opposizione dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici, con una proiezione attiva sui territori. Da qui un percorso di assemblee aperte su scala locale sino a una giornata di mobilitazione nazionale comune a fine gennaio.


AUTONOMIA POLITICA E UNITÀ D'AZIONE

Torneremo più ampiamente sulle prospettive del 7 dicembre. Ma alcune prime considerazioni si impongono.

Il successo di partecipazione e di entusiasmo registrati dall'assemblea nazionale danno slancio alla iniziativa unitaria e mettono alla prova le organizzazioni promotrici e coinvolte.
Il PCL sarà impegnato da ora a costruire il fronte unitario d'azione a partire dai territori, fuori da ogni logica di primogenitura, di preclusioni, di veti, e con l'unica preoccupazione di costruire il fronte più ampio possibile sul terreno dell'opposizione sociale di classe. Una unità d'azione tra organizzazioni diverse dell'avanguardia in funzione del rilancio di un fronte di massa: l'unica via per alzare un argine contro la destra, ribaltare i rapporti di forza, aprire il varco di un'alternativa anticapitalista.

Nessuno si nasconde le difficoltà. Difficoltà legate all'arretramento profondo del movimento operaio, al crollo della sinistra politica, alla sproporzione tra i mezzi disponibili e gli scopi ambiziosi che ci poniamo. Ma tanto più per queste ragioni, l'assemblea del 7 dicembre ha un significato importante: rappresenta un elemento di controtendenza rispetto alla dinamiche di frammentazione dell'iniziativa di lotta, e a volte di incomunicabilità tra organizzazioni all'interno stesso dell'avanguardia; consente a organizzazioni diverse ma anche a tanti compagni e compagne senza partito di trovare una comune trincea di lotta e di iniziativa.

Il rispetto dell'autonomia politica di ogni soggetto e al tempo stesso la ricerca della battaglia comune contro un avversario comune non debbono essere messi in contrapposizione tra loro, ma semmai in relazione feconda. “Marciare separati, colpire insieme” ha detto il compagno Marco Ferrando nel riassumere in termini leninisti il significato che ha per noi questa esperienza di fronte unico. È il criterio cui ci atterremo.
Partito Comunista dei Lavoratori