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Subappalti e licenziamenti, la stretta si avvicina

 


Unire le forze, prepararsi allo scontro

Liberalizzazione del subappalto al massimo ribasso significa moltiplicazione dello sfruttamento e degli omicidi bianchi. Sblocco dei licenziamenti a fine giugno significa centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici buttati su una strada. Prolungamento sino a fine anno dello smart working con decisione unilaterale dell'azienda significa stralciare l'organizzazione del lavoro dalla contrattazione. Ritorno a pieno regime della Legge Fornero con la fine dell'elemosina di quota 100 significa aumento dell'età pensionabile per milioni di lavoratori e lavoratrici.

Il governo Draghi è, come si vede, un cantiere aperto. Dietro la cortina fumogena del Recovery Plan e delle sue meraviglie, celebrate con magna pompa dalla grande stampa, emerge sempre di più il suo contenuto di classe.

Da un lato un gigantesco travaso di miliardi nelle tasche di imprese e banche attraverso un'operazione a debito presso il capitale finanziario che sarà scaricata sui lavoratori senza che i padroni paghino un solo euro. Persino l'idea miserabile di Enrico Letta di un obolo simbolico sopra i cinque milioni di patrimonio è stato considerato irricevibile da Draghi, perché «è il momento di dare e non di togliere», cioè di continuare a dare ai padroni togliendo soldi e diritti agli operai.
Dall'altro lato un semaforo verde alla ristrutturazione delle aziende attraverso la mano libera su operai e impiegati: l'eterno rilancio del processo di accumulazione sulla pelle degli sfruttati.
Tutto questo, si badi bene, nel momento stesso in cui imprese e banche annunciano la forte ripresa dei dividendi da distribuire agli azionisti: dopo la manna dei 21 miliardi del 2019, e la discesa a “soli” 13 miliardi nell'anno della pandemia, si torna ora alla previsione di 18 miliardi di dividendi con l'annunciata ripresa. Piazza Affari fa festa.

E il sindacato? Maurizio Landini ha dichiarato che la liberalizzazione del subappalto e del massimo ribasso è «indecente» e che «se dovesse restare», lui sarebbe pronto «persino» allo sciopero generale. Tutte ipotetiche di terzo tipo che servono solo a chiedere al governo una qualche foglia di fico dietro cui ripararsi. Come dire: “Sto accettando di tutto. Sto accettando lo sblocco dei licenziamenti in cambio di qualche ammortizzatore. Sto firmando contratti capestro. Ho assicurato la pace sociale nelle aziende sul fronte della pandemia, con protocolli farsa. Ho celebrato le virtù del nuovo governo offrendo collaborazione su tutti i tavoli, dalla Whirlpool, all'Alitalia, all'Ilva, alla logistica, pur sapendo che si avvicina un bagno di sangue. Almeno preoccupatevi di salvarmi la faccia agli occhi degli operai evitando di prendermi pubblicamente a schiaffi, come sul subappalto, senza neanche avvisarmi. Non costringetemi a proclamare controvoglia uno sciopero che potrebbe danneggiare l'unità nazionale cui per primo mi sono iscritto, e a cui tanto tengo”.
Non costringetemi, insomma, a fingere di fare sindacato.

Così ragiona Maurizio Landini, tutto chiacchiere e distintivo. Uno, nessuno, centomila, avrebbe detto Pirandello. Si offre ai padroni come controllore degli operai, e agli operai come mezzo di tutela dai padroni. Per piacere agli operai minaccia lo sciopero, per piacere ai padroni assicura che lo vuole evitare. Ma questo gioco dura fino a quando esiste uno spazio materiale di manovra. Quando la crisi capitalista morde, quando le leggi della competizione mondiale impongono scelte cruciali, la commedia della burocrazia perde il suo palco e il suo pubblico. Deve dire sì o no al programma dei padroni e del loro governo. E regolarmente pronuncia il suo sì, infarcendolo di preoccupazioni e di lacrime ipocrite. Come è accaduto lungo l'intero arco della grande crisi, dal 2008 ad oggi.

Di certo la nuova stretta che si annuncia, assieme ai balbettii della burocrazia CGIL, pongono a tutte le sinistre di classe, politiche e sindacali, una responsabilità precisa: quella di unire nell'azione le proprie forze in funzione di un fronte unitario di classe e di massa. Unità di classe contro unità nazionale. Piattaforma di classe contro piattaforma del governo e dei padroni. Forza contro forza.
I prossimi mesi saranno per tutti un banco di prova. O di qua o di là, in mezzo al guado non si può stare. Il Partito Comunista dei Lavoratori si batterà come sempre, in ogni sede, per la più larga unità di lotta e per la massima radicalità d'azione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per uno sciopero generale prolungato e di massa!

 


Testo del volantino per lo sciopero  della logistica proclamato da SICobas a da ADL Cobas, e dello sciopero del trasporto pubblico proclamato da CGIL CISL e UIL, ADL Cobas e Cobas lavoro privato, e dello sciopero dei rider. Il volantino sarà distribuito anche lunedì 29 marzo, quando nella logistica a scioperare saranno CGIL CISL e UIL


In questi giorni si stanno susseguendo diversi momenti importanti di lotta. Lunedì 22 marzo hanno scioperato i lavoratori e le lavoratrici di Amazon. Venerdì 26 marzo è stato indetto da parte del Si Cobas e ADL Cobas lo sciopero della logistica; nella stessa giornata si ferma il trasporto pubblico e incrociano le braccia i riders, mentre nella scuola è proclamato lo sciopero dai Cobas; i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo hanno in programma due giorni di mobilitazione tra venerdì e sabato; sempre nel settore della logistica i sindacati di categoria di CGIL, CISL e UIL hanno proclamato lo sciopero per lunedì 29.

Nel paese centinaia sono le vertenze e le situazioni di lotta. Nel settore della logistica si stanno tenendo da tempo scioperi e picchetti prolungati e continuativi fortemente repressi, come è successo alla FED EX TNT di Piacenza, dove sono stati ignobilmente messi recentemente agli arresti due coordinatori del Si Cobas. Molte sono le situazioni di fabbriche in cassa integrazione, in crisi, che stanno chiudendo o che hanno già chiuso: Whirlpool, acciaierie di Piombino e Arcelor Mittal sono solo gli esempi più eclatanti. Tutte queste situazioni sono accomunate da un tragico filo conduttore: l’isolamento e la separatezza tra loro.

In un quadro politico nazionale in cui lo sblocco dei licenziamenti concesso da Draghi al padronato consentirà le ristrutturazioni aziendali, il cui costo si scaricherà su centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, anche nei settori che hanno fatto profitti durante la pandemia. Tutto questo nell’immobilismo della CGIL, più preoccupata di sedere al tavolo con il governo che delle condizioni della classe lavoratrice. D'altronde Landini ha pubblicamente esaltato fin da subito il governo Draghi senza riserve, in perfetta sintonia con la posizione padronale.

Ora di fronte alla nuova barbarie che si sta ponendo sulle teste di milioni di salariati, di sfruttati e di masse povere è evidente che bisogna abbandonare il vecchio schema che hanno sempre utilizzato le burocrazie sindacali maggioritarie: le lotte azienda per azienda contratto per contratto e gli scioperi una tantum. Al contempo va anche denunciato l’atteggiamento di buona parte del sindacalismo di base e di classe di perseguire la strada degli scioperi scadenzati, separati e autocentrati.


Si impone dunque la necessità del più ampio fronte delle lavoratrici e dei lavoratori, costruito su basi di classe al di là di qualsiasi steccato di appartenenza sindacale, che sia in grado di organizzare i lavoratori contro gli sfruttatori - che siano nazionali o internazionali - e contro i governi a loro asserviti, che elabori una piattaforma di fase adeguata, che metta insieme tutte le realtà di lotta per la costruzione di uno sciopero generale di tutte le categorie, che sia il trampolino di lancio per una vera dinamica di massa.

L’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi, che con la sua piattaforma rivendicativa ha dato vita allo sciopero del 29 gennaio, è incanalata in questa giusta direzione.

• Unificare tutte le vertenze e le lotte frammentate!
• Sciopero generale ad oltranza, con la costituzione di casse di resistenza per sostenerlo!
• Pieno rispetto dei diritti sindacali. Via le leggi di precarizzazione del lavoro, a pari lavoro pari diritti!
• Blocco dei licenziamenti! Occupazione delle aziende che licenziano, e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori!
• Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga: 30 ore pagate 40!
• Salario medio garantito a tutte le categorie di lavoratori!
• Massima tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori!

Contro i capitalisti nazionali e internazionali e contro i loro governi va contrapposta l’unità di lotta della classe lavoratrice. Al fronte unico del capitale va contrapposto il fronte unico del lavoro!

Partito Comunista dei Lavoratori

Unire le lotte a partire dalle vertenze in corso. Quale alternativa per il lavoro?

 


Sabato 28 novembre, ore 17, in diretta streaming sulla pagina Facebook del Partito Comunista dei Lavoratori

24 Novembre 2020

È in atto una grande offensiva capitalistica contro il lavoro, che coglie la classe operaia in una situazione di profonda difficoltà e di frammentazione, per responsabilità innanzitutto delle burocrazie sindacali.
L'atomizzazione delle vertenze nell'industria ne è una chiara espressione.

Occorre lavorare controcorrente per ricomporre un fronte unico di classe e di massa capace di unire le lotte di resistenza, ribaltare i rapporti di forza, riaprire una prospettiva anticapitalista.
Unire nell'azione l'avanguardia di classe, ovunque collocata, è in funzione di questa prospettiva.

Ne parliamo coi compagni del camping di Piombino. Interverranno:

- Marco Ferrando, portavoce nazionale PCL;
- Lorenzo Mortara, operaio YKK Vercelli;
- Francesco Doro, Commissione Lavoro PCL;
- Alessandro Babboni e Ugo Preziosi, Coordinamento Articolo 1 Camping CIG Piombino;
- Luigi Sorge, operaio FCA Cassino;
- Luca Scacchi, area sindacale "Riconquistiamo Tutto" - opposizione CGIL


L'evento sì può seguire sulla nostra pagina Facebook.

Partito Comunista dei Lavoratori

La pandemia è il capitalismo: rafforzare il Patto d'azione per rilanciare l'opposizione di classe

 


Mozione conclusiva dell'assemblea nazionale del "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe", tenutasi in remoto domenica 22 novembre

25 Novembre 2020

Pubblichiamo il documento varato dall'assemblea nazionale del "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe", tenutasi il 22 Novembre. Una discussione che ha confermato la volontà di proseguire e rilanciare il Patto d'azione e il suo intervento di classe. Il confronto ha investito sia i contenuti della piattaforma, sia le forme organizzative del Patto. Su entrambi gli aspetti il PCL, soggetto organico del Patto, ha dato il proprio contributo. Proponendo uno sviluppo della caratterizzazione anticapitalista della piattaforma (ad esempio sulla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano); sottolineando l'esigenza di allargare il fronte unitario d'azione dell'avanguardia, a partire da un investimento coerente nel percorso unitario aperto dall'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi di Bologna del 27 settembre; proponendo una forma organizzativa ad un tempo funzionale e corrispondente alla natura del Patto come fronte unitario d'azione tra soggetti distinti. Su questi aspetti la discussione continuerà dentro la cornice generale condivisa del documento varato

Siamo giunti a questa assemblea nazionale nel pieno della seconda ondata pandemica di Covid-19.

La fine del clima diffuso di “unità nazionale“ che aveva contrassegnato la prima fase pandemica sta portando sempre più in superficie le contraddizioni e gli antagonismi di classe sinora sapientemente occultati dietro l'ipocrisia del comune richiamo al tricolore e l'inconciliabilità tra gli interessi dei padroni e quelli dei lavoratori e delle masse proletarie, resa quanto mai evidente dal tracollo dei sistemi sanitari nella quasi totalità dei paesi occidentali.

Tutto ciò in un quadro di una crisi internazionale (al tempo stesso sanitaria, economica, sociale e politica), le cui dimensioni sono testimoniate dalle grandi lotte che attraversano il sistema capitalista ai quattro angoli del globo: dall'America latina ai grandi scioperi dell'India, alle lotte nel Maghreb e nel Medio Oriente, alle ribellioni in Europa del proletariato immigrato. Questi sommovimenti sono giunti negli ultimi mesi fin nel cuore dell'imperialismo USA, materializzandosi nelle rivolte e nelle mobilitazioni del movimento Black Lives Matters in risposta alle violenze razziste della polizia e alle politiche reazionarie dell'amministrazione Trump: un processo che si è poi riverberato anche sul piano istituzionale in concomitanza con le elezioni presidenziali, caratterizzate da un clima di polarizzazione e da una tensione sociale senza precedenti nella storia recente della democrazia borghese a stelle e strisce, al punto da portare non pochi lacchè nostrani a proclamare (a ragion veduta) la fine di un'intera epoca storica del capitalismo. Tali dinamiche si intersecano con lo sviluppo recente di grandi ampi movimenti su scala internazionale contro le devastazioni ambientali e con le lotte del movimento delle donne, che in queste settimane sta vedendo la Polonia come il principale epicentro delle mobilitazioni.
I dati e i fatti di questi mesi confermano inequivocabilmente le tesi da noi sostenute nelle assemblee di marzo e aprile, ossia:

1) Questa pandemia (così come le altre a cui abbiamo assistito in questi decenni) è il prodotto degli sconquassi determinati dal sistema capitalista sull'ambiente e sull'ecosistema, e la zoonosi (salto di specie del virus) è intimamente connessa col sistema predatorio di deforestazione e di sfruttamento intensivo delle risorse naturali che sono alla base dei disastri e delle catastrofi connesse al cambiamento climatico, ed è il prodotto di una crisi sistema da cui il capitale e le sue istituzioni sono incapaci di venire a capo.

2) Le politiche di tagli massicci e indiscriminati alla sanità, all'istruzione, al trasporto pubblico e alla spesa sociale perseguite negli ultimi decenni dai governi nazionali e sovranazionali in tutto l'occidente imperialista e senza soluzione di continuità, hanno smantellato e distrutto ogni possibile linea di difesa e di contenimento della pandemia, determinando in tempi record il collasso dei sistemi sanitari nazionali e la moltiplicazione esponenziale dei contagi.

3) I governi nazionali, e in Italia il governo Conte, gli apparati statali e le amministrazioni regionali hanno perseguito, scientemente e sistematicamente, una politica di riduzione del danno improvvisata e raffazzonata, orientata quasi esclusivamente alla difesa senza se e senza ma dei profitti del grande capitale, e sacrificando sul suo altare la tutela dei salari, della salute e della vita stessa di milioni di proletari.

È oramai noto che l'Italia fosse del tutto priva di un piano pandemico e come quest'ultimo non fosse più aggiornato dal 2006, ed è altrettanto noto che negli ultimi mesi del 2019, malgrado il Sars-Cov 2 fosse già ben presente in Cina, il governo Conte, il ministro Speranza e i vertici sanitari abbiano sistematicamente ignorato (fino al punto di secretarle) le segnalazioni e i dossier dei più autorevoli rappresentanti della comunità medico-scientifica internazionale, i quali sollecitavano una “terapia d'urto“ immediata per scongiurare decine di migliaia di morti.
Oggi che quelle previsioni si sono rivelate un autentico e macabro presagio, nel mentre assistiamo allo spettacolo indecoroso dei rimpalli di responsabilità tra governo, regioni e comuni e nel mentre le attività di screening e di tracciamento sono completamente saltate sin dagli inizi di ottobre, la “seconda ondata“ ha svelato in maniera chiara che gli unici a trarre vantaggio dal tracollo della sanità pubblica sono stati i laboratori di analisi privati, a cui sono stati nei fatti appaltati quasi per intero i tamponi dei casi sospetti e dei contatti stretti, con costi lievitati alle stelle e un business che si è vergognosamente alimentato di pari passo con l'aumento dei contagiati e con la saturazione dei posti-letto negli ospedali: lo scandalo dei costi delle ambulanze private che a Napoli sono lievitati fino a 1000 euro per paziente rappresenta solo la punta dell'iceberg di una cosciente e sistematica opera di distruzione del sistema sanitario compiuta che i governi di ogni colore hanno operato negli ultimi decenni. Senza quest'opera di distruzione sistematica, con chiusure di ospedali, tagli di personale e alla spesa per le infrastrutture, sarebbe impossibile spiegarsi il vero e proprio sciacallaggio che è attualmente in corso da parte di padroni, politicanti e speculatori senza scrupoli.

In questo contesto di crisi rovinosa si inserisce la nuova “luna di miele“ tra i padroni e Cgil-Cisl-Uil, suggellata dai tappetini rossi che Landini ha riservato a Bonomi nel corso dell'evento “Futura“: al di la di qualche apparente puntura di spillo a uso e consumo mediatico, è evidente che il meeting cigiellino è servito a suggellare, nei fatti prima ancora che sulla carta, quel “Patto per l'Italia“ di cui Confindustria ha bisogno per mettere al guinzaglio la classe lavoratrice per tutto il periodo pandemico e spegnere ogni residuo conflitto sul rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, tanto più all'indomani di uno sciopero nazionale che si è rivelato essere davvero tale solo in un numero limitatissimo di fabbriche, grosso modo coincidenti con le principali roccaforti storiche della Fiom.
Tutto lascia presagire che entro la prossima primavera i padroni “concederanno“ ai confederali la vittoria di Pirro di un rinnovo che in cambio di qualche spicciolo in più di salario, porterà in dote a Confindustria un triplice risultato: l'aumento esponenziale dei ritmi e dei carichi di lavoro (sapientemente spacciato per “produttività“), il via libera ai contratti precari senza limiti di durata e soprattutto lo stop alla moratoria sui licenziamenti a partire dalla primavera.
D'altronde, lo schema di Confindustria rappresenta già da anni, se non da decenni, una prassi e un “modello“ consolidato in svariate categorie (agricoltura, lavoro domestico, edilizia, ristorazione, ecc., per non parlare di tutto l'universo che ruota attorno alle finte cooperative), e il tentativo di ufficializzare e codificare il principio “lavorare di più, peggio, più precari e ricattati e con meno diritti“ è coerente con i decenni di controriforme del mercato del lavoro e con lo stesso Patto per la fabbrica siglato poco più di due anni fa tra governo, padroni e sindacati confederali: va da se che una volta smontato il CCNL metalmeccanici, ne deriverà un effetto a cascata in tutte le altre categorie interessate dai rinnovi.
Nel frattempo, il fronte padronale continua a dormire comodamente sugli allori, grazie al nuovo via libera alla Cig senza limiti, il cui libero accesso garantitogli dal governo viene finanche sgravato dall'onere di dover giustificare un calo di fatturato riconducibile alla pandemia.
Quella Cig che nella gran parte dei casi si traduce nella miseria di 700-800 euro al mese in busta paga, viene ipocritamente presentata dal governo e dai confederali come una misura di tutela per i lavoratori, ma in realtà non è altro che uno strumento per consentire ai padroni di privatizzare gli utili e socializzare le perdite: il silenzio di Cgil-Cisl-Uil di fronte ai dati della guardia di Finanza che attestano come più del 25% delle aziende si sia accaparrata la Cig pur non avendo alcun calo di fatturato nel mentre milioni di lavoratori sono di fatto ridottti alla fame, è di gran lunga più eloquente degli slogan e delle dichiarazioni d'intenti su “lavoro, sviluppo e contratti“ che i vertici confederali continuano a ripetere come un disco rotto.
Come contraltare alle pagliacciate dei vertici confederali, al momento continua a distinguersi per il livello di combattività diffusa solo il settore del Trasporto merci e logistica, nel quale lo scorso 23 ottobre SI Cobas e ADL Cobas hanno organizzato uno sciopero nazionale capace di fermare la gran parte del flusso di merci di tutti i principali operatori, portando a casa, come primi importanti risultati, da un lato la disponibilità a trattare di una parte delle principali associazioni datoriali, dall'altro l'apertura di un tavolo di confronto col governo sul tema della sicurezza sul lavoro e della prevenzione dei contagi da coronavirus.
Pur in un quadro che vede lo sviluppo a macchia di leopardo di lotte vertenziali e la ripresa di iniziativa in alcuni settori (su tutte la sanità e la scuola, ma anche in alcune fabbriche, nel settore dello spettacolo e nel comparto multiservizi), queste mobilitazioni registrano tuttora una estrema difficoltà a trainare settori di massa e a ramificarsi sul territorio nazionale.


LE "TRE PIAZZE" DI OTTOBRE

Se da un lato il patto tripartito tra governo, Confindustria e sindacati collaborazionisti (Cgil-Cisl-Uil-Ugl) ha permesso a questi ultimi di preservare il clima di pace sociale sui luoghi di lavoro attraverso lo scambio tra l'aumento della produttività e della precarietà (quindi dei profitti) e un nuovo rinvio della moratoria sui licenziamenti, dall'altro in queste settimane hanno iniziato a manifestarsi dei primi, inequivocabili segnali di malessere sociale per gli effetti della crisi e delle nuove restrizioni imposte dal Covid. Com'era prevedibile in un paese come il nostro, caratterizzato da un'estrema polverizzazione delle filiere produttive e da un peso significativo del commercio e e dei servizi, a rompere il ghiaccio sono state in larga parte mobilitazioni dal segno e dalla composizione confusa, di carattere apparentemente populista e interclassista, ma alla cui testa è emerso fin da subito l'interesse specifico della piccola e media borghesia, dei commercianti e di quel pulviscolo di “mezze classi“ fatte di padroni e padroncini colpiti dalle misure restrittive.
Non a caso, le parole d'ordine e le rivendicazioni spesso maggioritarie in queste piazze (“no alla dittatura sanitaria“, “no alle chiusure“, ecc.) si siano mostrate molto più permeabili dalla retorica reazionaria dei fascisti e al delirio negazionista dei “no mask“ che non alle istanze dalle lotte sociali proletarie (vedasi su tutte le piazze di Milano, Venezia, Bologna e quella del quartiere Vomero a Napoli): ciò a riconferma che gli interessi del “ceto medio produttivo“ sono oggettivamente antagonisti e inconciliabili con le lotte operaie per la difesa della salute e per il diritto a restare a casa a salario pieno e a non morire di Covid in nome dei profitti, piccoli o grandi che siano.

Dal ventre di queste manifestazioni, a partire dall'ormai celebre notte del 23 ottobre a Napoli, si è materializzata la “seconda piazza“, composta in larga parte da settori semiproletari, di proletariato marginale e/o studenti (come nel caso di Firenze), la quale in maniera confusa, genuina ma spesso completamente disorganizzata, ha riversato nelle strade una rabbia e un malessere che poco o nulla aveva a che vedere con le istanze dei commercianti (i quali non a caso si sono subito affrettati a prendere le distanza dai “violenti“) e che si è espressa attraverso cortei non autorizzati e scontri di piazza, cui è seguita, puntuale come sempre, la dura repressione delle forze dell'ordine e un'ondata di criminalizzazione ad opera dei media, intenti a bollare questi episodi come opera di “camorristi“, fascisti o negazionisti.
In realtà queste brevi ed estemporanee fiammate, più che la mafia o i fascisti (da sempre molto più a loro agio nelle aule parlamentari e nelle stanze del potere nazionale e locale che non nelle proteste di piazza), rimandano a forme di ribellione spontanea e in larga parte apolitica e/o a-classista, il cui unico comun denominatore è l'odio verso lo stato e le forze di polizia.

L'esito di questo primo round di proteste è oramai sotto gli occhi di tutti: il settore della media distribuzione, dagli esercizi commerciali e quello turistico-ricettivo hanno in poche ore portato a casa i “decreti-ristori“, con i quali lo stato si impegna ad accollarsi la gran parte delle perdite di fatturato, mentre l'esercito dei precari, dei lavoratori del settore, dei garzoni in nero e dei disoccupati hanno nella migliore delle ipotesi difeso a malapena la miseria delle poche centinaia di euro di CIG o di reddito di cittadinanza “concesse“ a suo tempo dal governo; il fatto che all'indomani del suddetto Dpcm sia le prime che le seconde piazze si siano svuotate quasi ovunque è da un lato la riprova che la piccola e media borghesia ha rappresentato la componente sociale maggioritaria in quelle mobilitazioni era di, dall'altro che in assenza di un forte movimento di classe ogni tentativo, per quanto generoso, di “attraversamento proletario“ di una rabbia tanto diffusa quanto confusa è inevitabilmente votato al fallimento, sia in termini politici sia sul piano rivendicativo parziale.

Fare un bilancio obbiettivo e lucido degli eventi di fine ottobre, non significa certo negare apriori e per principio la possibilità (e in determinati frangenti anche la necessità) di saldare e allargare le lotte operaie e proletarie con le istanze provenienti da strati del ceto medio impoverito dalla crisi e/o in via di proletarizzazione, ne tantomeno volersi trastullare in sterili quanto infantili richiami a una presunta “purezza“ del movimento proletario. A nessuno sfugge che nelle piazze italiane di ottobre, le istanze del grande ristoratore che paga 30 euro al giorno (e magari al nero) i suoi dipendenti e dell'albergatore che evade milioni di euro fossero “mescolate“ con quelle del garzone o del piccolo esercente a gestione familiare. Si tratta tuttavia di non confondere la realtà con i propri desideri, e di comprendere che fin quando i salariati e gli sfruttati non saranno capaci di dotarsi di un autonomo percorso di lotta per i propri interessi di classe immediati e futuri, nessun'alleanza e nessuna scorciatoia movimentistica sarà capace di togliergli le castagne dal fuoco e permettergli la difesa di quegli interessi, men che meno lo saranno ipotetici “fronti popolari“ con gli strati inferiori della classe dominante.

Da questo punto di vista, le mobilitazioni messe in campo dal Patto d'azione nella giornata del 24, hanno rappresentato a tutti gli effetti una sorta di “terza piazza“, distinta dalla seconda e alternativa alla prima, in quanto espressione dell'autonomia di classe e degli interessi immediati e futuri dei lavoratori e delle masse proletarie nel loro complesso.
abbiamo animato più di una decina di piazze convocate in tutte le principali città dall'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi a seguito della riuscita iniziativa del 27 settembre a Bologna.
Il bilancio di questa giornata di mobilitazione nazionale è complessivamente positivo: in molte città (Napoli, Bologna, Torino e Roma su tutte) si è registrata la partecipazione di centinaia di lavoratori, studenti e realtà politiche e di movimento; in altre (come a Milano), la partecipazione è stata decisamente inferiore a quella registrata lo scorso 6 giugno.
La riuscita buona ma non straordinaria delle iniziative è in parte ascrivibile con le difficoltà dovute al contesto pandemico, ma in parte anche alla mancata strutturazione e organizzazione del percorso comune, sia sul piano locale che a livello locale.


LA PIATTAFORMA, I PERCORSI DI LOTTA E LE PROSSIME SCADENZE

Il contesto attuale ci chiama a portare di nuovo in primo piano la auto-difesa della salute da parte dei lavoratori nei luoghi di lavoro e nella società, con il rilancio della critica generale non solo al taglio delle spese per la sanità pubblica, ma a tutto il processo di aziendalizzazione di essa, di accorpamento degli ospedali e di introduzione sempre più in profondità della finalità del profitto. A questo processo, che è responsabile n. 1 dell'attuale crisi sanitaria, va contrapposta la rivendicazione di una sanità centrata sulla prevenzione degli infortuni e delle morti sul lavoro, la prevenzione delle malattie e delle epidemie, la strutturazione di una medicina del territorio che non è mai stata integralmente costituita, l'opposizione frontale al vergognoso business dei tamponi e delle ambulanze, ecc.
Ciò partendo dalla consapevolezza che la tutela della salute dei lavoratori passa innanzitutto dalla sicurezza e dalla prevenzione sui luoghi di lavoro.

Occorre dunque prepararsi a una dura e lunga battaglia per il diritto alla salute e alla vita dei lavoratori, mettendo in piedi campagne per il varo di protocolli anti-Covid precisi e vincolanti per tutti i padroni, sostenendo le iniziative già in corso su questo tema (su tutte quella portata avanti in queste settimane dal SI Cobas), ma soprattutto lottando per il diritto a stare a casa con l'integrazione salariale al 100% in tutte le aziende in cui non si applicano o in cui non è oggettivamente possibile applicare le misure di prevenzione.

In secondo luogo, in barba alla moratoria sui licenziamenti, ad oggi abbiamo già oltre 800.000 nuovi disoccupati, sia a causa del mancato rinnovo dei contratti a termine, sia in conseguenza delle chiusure di attività (vedi Whirlpool), sia attraverso l'espediente dei finti licenziamenti disciplinari, nonché maree di cassintegrati che hanno visto i loro salari ridotti all'osso e un'altra epidemia di disoccupazione in arrivo. In un tale contesto, foriero di precipitazioni improvvise, va messo in primo piano il salario medio operaio garantito a tutti i disoccupati - anche a quelli che siano, evidentemente, diventati tali per fallimento dei propri piccoli esercizi (cosa ben diversa dai ristori!). Questa rivendicazione va legata alla riduzione drastica e generalizzata della giornata lavorativa, per il lavoro socialmente necessario, proprio per portare a fondo la critica al modo di produzione capitalistico che in questa crisi produrrà montagne di disoccupati.

In terzo luogo, va smascherato con forza, senza se e senza ma, il disegno complessivo del capitalismo nazionale (in una con la UE e col governo Conte) teso a progettare un uso dei 209 miliardi del Recovery fund secondo la linea "come prima, peggio di prima", con il finto sviluppo "green", la micidiale Industria 4.0, la desocializzazione programmata con lavoro a distanza (a domicilio) e scuola a distanza, l'ulteriore incremento delle spese belliche (Mattarella&Co. hanno chiesto 10.000 soldati in più e nuovi armamenti), la tanto agognata fine del "sussidistan" (mai esistito, peraltro), nuove carceri e centri di detenzione per immigrati: il tutto finanziato, attraverso l'ingigantimento del debito di stato e il nuovo debito europeo, dalla classe lavoratrice e in particolar modo dalle future generazioni.
Negli ultimi mesi stiamo assistendo anche in ambiti governativi e istituzionali, all'evocazione di patrimoniale sulle grandi ricchezze che muove da propositi diametralmente opposti a quelli che ci portano ad usare questa parola d'ordine come leva per far pagare la crisi ai padroni, finalizzati al contrario a tamponare e nascondere gli effetti della crisi. Per questo specifichiamo ancora una volta che la rivendicazione non di una patrimoniale generica, ma della patrimoniale del 10% sul 10%, è finalizzata a soddisfare una serie di interessi delle masse operaie, dei disoccupati, degli sfruttati: per il salario garantito, la riduzione generalizzata e drastica degli orari di lavoro e la ricostruzione di un sistema sanitario fondato sulla prevenzione, sul rilancio dei trasporti pubblici anti-inquinamento su rotaia, la messa in sicurezza dei territori, il risanamento ambientale, etc.


Alla luce di tutto ciò, l'assemblea stabilisce quanto segue:

1) A partire dai prossimi giorni sviluppare su tutti i territori iniziative di lotta e campagne di denuncia dello sfascio della sanità pubblica, dei trasporti e dell'istruzione e di agitazione rivolta alle condizioni di miseria che attanagliano la forza lavoro precaria e disoccupata: una campagna che viaggi in parallelo con la battaglia per la difesa della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro, per il varo di protocolli vincolanti per la prevenzione del contagio, per la difesa dei salari e il rinnovo dei contratti in tutti i settori della produzione e distribuzione.

2) Indire una nuova iniziativa nazionale su questi temi nel week-end 11-12 dicembre, articolata nelle varie città.

3) Si assume come denominazione unica e definitiva la seguente: "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe".

4) Intraprendere un lavoro di condivisione e socializzazione dei contatti e dei collegamenti internazionali in corso con realtà politiche, sindacali e sociali di altri paesi, propedeutico allo sviluppo di forme di coordinamento e di iniziativa comune.

5) Avviare un confronto tra le compagne e le lavoratrici teso alla costruzione di iniziative di lotta sul tema della doppia oppressione delle donne sfruttate dal capitalismo e dai modelli patriarcali veicolati e alimentati dalla classe dominante.

6) Avviare un gruppo di lavoro specifico sul tema della repressione e del razzismo di stato, che possa portare agli inizi del prossimo anno a un'assemblea nazionale sui problemi specifici delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati.

7) Impegnare tutte le realtà che afferiscono al Patto d'azione a favorire la massima partecipazione all'assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si terrà il prossimo 29 novembre in modalità telematica e ad evidenziare in ogni ambito d'intervento la necessità di convocare a breve a uno sciopero generale nazionale.

8) Dar vita a un gruppo di lavoro che presenti alla prossima assemblea una proposta condivisa sul piano organizzativo, sia riguardo la necessità impellente di dar vita a un coordinamento nazionale del Patto d'azione, sia di dotare quest'ultimo di strumenti unitari di comunicazione e di agitazione politica.


L'assemblea del Patto d'azione riunitasi in modalità telematica il 22 novembre 2020, infine, aggiorna i punti della piattaforma di lotta nazionale come segue:

1) Autodifesa della salute da parte dei lavoratori, per sé e per tutta la popolazione; revisione dei Protocolli del 24 aprile, con l'introduzione dell'obbligatorietà dello screening e dei tamponi a tutti i lavoratori e il varo norme e misure stringenti e vincolanti per la prevenzione dei contagi sui luoghi di lavoro, in cui sia espressamente prevista la possibilità di chiudere le aziende laddove non sia possibile garantire il diritto alla salute e alla vita degli operatori; creazione in tutte le aziende di comitati dei lavoratori che vigilino sul rispetto dei protocolli; piano nazionale straordinario di assunzione di infermieri e medici, con l'immediato esaurimento delle graduatorie degli idonei e la stabilizzazione di tutti/e i/le precari/e, senza nessuna discriminazione nei confronti del personale sanitario d'immigrazione; integrale riorganizzazione del servizio sanitario pubblico unico, universale, gratuito, dotato di una diffusa rete territoriale, con al centro l'obiettivo della prevenzione delle malattie e la tutela della salute sui luoghi di lavoro; requisizione senza indennizzo di tutte le cliniche private, anche oltre l’emergenza; abolizione dei sistemi di "welfare" sanitario aziendale e di ogni altra forma di finanziamento indiretto alla sanità privata.

2) Salario medio garantito per disoccupati, sottoccupati, precari e cassintegrati.

3) Riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, lavorare tutti; per il lavoro socialmente necessario.

4) I costi della pandemia e della crisi siano pagati dai padroni, a partire da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione i cui proventi vanno destinati alla copertura al 100% di tutti i salari e al salario medio garantito per disoccupati e precari. Rifiuto del debito di stato come strumento per soffocare le rivendicazioni proletarie e sociali.

5) Libertà di sciopero e agibilità sindacale, contro i divieti delle questure, dei prefetti e della Commissione di garanzia sugli scioperi: se si lavora, si ha anche il diritto di svolgere attività sindacale e di scioperare.

6) Diritto al lavoro per tutte le donne, contro la precarizzazione e il lavoro a distanza; per il potenziamento dei servizi di welfare, contro la conciliazione tra lavoro domestico ed extra-domestico; contro il sessismo e la violenza sociale e domestica; per il diritto di aborto assistito e l’auto-determinazione delle donne.

7) Abrogazione dei decreti-sicurezza: no alla militarizzazione dei territori e dei luoghi di lavoro, contro ogni criminalizzazione delle lotte sociali e sindacali.

8) Contro la regolarizzazione-beffa Conte-Bellanova, permesso di soggiorno europeo a tempo indeterminato per tutti gli immigrati e le immigrate presenti sul territorio nazionale; completa equiparazione salariale, di diritti e di accesso ai servizi sociali; abolizione delle attuali leggi italiane ed europee sull'immigrazione e chiusura immediata dei CPR.

9) Drastico taglio alle spese militari (un F35 costa quanto 7113 ventilatori polmonari) e alle grandi opere inutili e dannose (quali Tav, Tap, Muos).

10) Contro le politiche di devastazione ambientale e il saccheggio indiscriminato della natura e dell'ecosistema in nome dei profitti e della speculazione.

11) Piano straordinario di edilizia scolastica e di assunzione di personale docente e non docente per garantire la salute nelle scuole e, appena possibile, la didattica in presenza. Abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, programmi di formazione pagati a salario pieno. Critica della cultura, dell'arte e della scienza al servizio del profitto.

12) Blocco immediato degli affitti, dei mutui sulla prima casa e di tutte le utenze (luce, acqua, gas, internet) per i disoccupati e i cassintegrati; blocco a tempo indeterminato degli sgomberi per tutte le occupazioni a scopo abitativo.

13) Revoca di qualsiasi progetto di “Autonomia differenziata”, che penalizza i proletari e i lavoratori del Sud.

14) Amnistia e misure alternative per garantire la salute di tutti i proletari e le proletarie detenuti.

Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe

6 giugno 2020: il Patto d'azione alla sua prima prova di piazza

Torino, Genova, Milano, Venezia-Mestre, Bologna, Firenze, Pisa, Piacenza, Roma, Napoli, Palermo, Messina, Catania, Olbia. In queste piazze il “Patto d'azione per il fronte unico anticapitalista” ha fatto il suo esordio, presentando la proposta del fronte unico e la comune piattaforma. È stato un esordio positivo.

In particolare a Roma, con una manifestazione combattiva di più di 300 giovani, di cui larga parte i militanti del Fronte della Gioventù Comunista (un titolo della Repubblica che presentava il sit-in come “il sit-in del PCL” era privo di fondamento, e contraddiceva oltretutto il contenuto corretto dell'articolo stesso). Il PCL è stato presente in forma organizzata in tutte le piazze (con l'eccezione di Olbia e Piacenza), seconda organizzazione dopo il FGC su scala generale, con un ruolo promotore in diverse situazioni come a Milano, Venezia-Mestre, Genova, ma anche a Palermo dove si è costituita in questo mese una nuova sezione del partito.

Naturalmente abbiamo il senso delle proporzioni reali. La giornata nazionale del patto d'azione ha coinvolto, com'era prevedibile, un bacino limitato di avanguardia. È sempre bene avere la misura delle proprie forze reali, senza forzature propagandistiche o sovrarappresentazioni. Tuttavia, si tratta di una presenza preziosa per numerose ragioni. Come il coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione nato a dicembre, anche il patto d'azione si muove in controtendenza rispetto alla dinamica di frammentazione e dispersione dell'avanguardia di classe, che resta il tratto dominante di questa fase. Ha messo insieme attorno ad una piattaforma comune soggetti di provenienza diversa: il Fronte della Gioventù Comunista e il PCL sul piano politico, SI Cobas, SLAI Cobas e altre soggettività minori sul piano sindacale. Ha prodotto una piattaforma avanzata su un terreno apertamente classista e internazionalista, in contrapposizione a ogni pulsione sovranista. Ha raccolto forze giovani, arricchendosi in particolare dell'apporto importante del Fronte della Gioventù Comunista, e della sua combattività, come ieri mostrava la piazza di Roma.

Ora abbiamo tutti la responsabilità di investire il nostro esordio nello sviluppo e costruzione di una iniziativa più ampia, che abbia l'ambizione di allargare il patto d'azione coinvolgendo ogni soggetto disponibile fuori da ogni logica pregiudiziale, e che al tempo stesso lavori in una logica di massa attorno alla proposta di un fronte unico di classe, che è altra cosa dal patto d'azione di una piccola avanguardia.
In questo senso attribuiamo molta importanza alla costruzione di un'assemblea nazionale per delegati di tutto il sindacalismo di classe e combattivo, ovunque collocato, fuori da ogni logica di preclusioni o veti incrociati, capace di far emergere un punto di riferimento alternativo alla burocrazia sindacale nella battaglia di autunno, quando la crisi sociale può precipitare e può diventare decisivo per un'avanguardia sapersi assumere la responsabilità di direzione di massa, in funzione dell'unificazione delle lotte e della qualificazione classista delle loro rivendicazioni.

Il PCL è presente in tutti i crocevia delle relazioni unitarie dell’avanguardia in Italia e continuerà a lavorare in questa direzione del fronte unico di classe in modo leale e determinato, come sempre.
Partito Comunista dei Lavoratori