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La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il capitalismo distrugge l'ambiente, la salute, il lavoro

 


Solo una rivoluzione socialista può salvare il pianeta

Il testo del volantino distribuito a Roma alla manifestazione contro il G20

La realtà del mondo mostra ogni giorno di più la criminalità del profitto. La distruzione degli ecosistemi moltiplica le pandemie. Le multinazionali del farmaco privano la maggioranza dell’umanità del diritto di vaccinazione. La demolizione dei sistemi sanitari pubblici, per pagare il debito alle banche, massimizza le conseguenze mortali del Covid. La crisi sociale riversa i suoi effetti sui salariati con licenziamenti e miseria crescenti. Gli imperialismi vecchi (USA e UE) e nuovi (Cina e Russia) si contendono le spoglie del mondo che saccheggiano, con una nuova corsa agli armamenti e la minaccia di nuove guerre (Taiwan).

I governi capitalisti di ogni colore cercano di mascherare le proprie responsabilità dietro promesse ridicole, sbugiardate dai fatti. Il primo incontro internazionale per “la salvezza del pianeta” si tenne esattamente mezzo secolo fa, con la Conferenza ONU a Stoccolma dal titolo “Una sola Terra” (1972). Ma la Terra ha continuato a rotolare verso il baratro, sotto il peso di una produzione fondata sui fossili e di un capitale finanziario intrecciato con questi, se solo si pensa che il 95% dei fondi attivi delle banche è legato a energia fossile. Altro che “finanza verde ed ecologica”! Anche il caro prezzi che falcidia i salari si spiega così. Da un lato una ripresa capitalistica che continua a consumare carbone, petrolio e gas. Dall’altro la pura speculazione di capitalisti che comprano sul mercato finanziario i diritti di inquinamento, per questo sempre più cari, e scaricano i costi in bolletta. Inquinamento e parassitismo borghese sono due facce della stessa medaglia. È la ragione per cui le banche frenano sulla cosiddetta “transizione verde”. Senza una nazionalizzazione (senza indennizzo) delle banche e dei colossi energetici non vi sarà alcuna svolta ecologica nell’economia. Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori può realizzare una simile misura. Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, a livello nazionale, europeo, mondiale, può realizzare gli investimenti necessari su larga scala nelle energie rinnovabili secondo un piano di riconversione ambientale, facendone pagare il costo ai capitalisti.

Lo stesso nodo si ripresenta nel fronteggiare la pandemia. Siccome la ricerca scientifica sui vaccini è stata affidata dagli Stati capitalisti alle grandi case farmaceutiche, queste ultime nel 2003 hanno interrotto la ricerca sul coronavirus perché l’epidemia della Sars si era estinta troppo in fretta e non avevano più un interesse di mercato. Decenni di ritardo provocato dal profitto sono stati moltiplicatori di sofferenza e morte. Come non bastasse, gli Stati capitalisti hanno ora garantito agli azionisti del vaccino la segretezza dei contratti, per consentire loro di vendere ai migliori offerenti in giro per il mondo. E questo dopo averli ricoperti d’oro con risorse pubbliche pagate dai lavoratori. Il risultato è che continenti interi, privati del vaccino, diventano a loro volta moltiplicatori della pandemia. L’Unione Europea e tutti i suoi governi, a partire da Draghi, sono stati in prima fila in questa pubblica frode ai danni dell’umanità. Non basta. Gli stessi governi si coprono dietro la vaccinazione di massa – in sé progressiva e indispensabile, contro tutte le idiozie No Vax – per risparmiare sulle misure sanitarie di protezione nei luoghi di lavoro, nella scuola, nei trasporti e continuare a ingrassare la sanità privata.
E basti pensare che in piena pandemia il governo italiano ha destinato alla sanità l’ultima voce di spesa del PNRR, per di più in direzione della sanità privata. Senza contare che i soldi investiti sono presi a debito e andranno ripagati con gli interessi alle banche.

Solo la cancellazione dei brevetti, l’abolizione del segreto commerciale, la nazionalizzazione senza indennizzo dell’industria farmaceutica può consentire la produzione di massa del vaccino e la sua distribuzione su scala mondiale. Solo il raddoppio della spesa sanitaria, finanziato dalla cancellazione del debito verso le banche e da una patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco, può avviare una svolta vera. Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori può realizzare queste misure.

La crisi economica e sociale porta alla stessa conclusione. I capitalisti scaricano sui salariati la crisi del proprio sistema. La Confindustria italiana è in questo senso esemplare. Nell’epicentro della pandemia ha costretto i lavoratori e le lavoratrici ad andare al lavoro senza le minime condizioni di sicurezza, nel mentre buttava in mezzo a una strada un milione di precari. Ora nel nome della ripresa chiede e ottiene lo sblocco dei licenziamenti, il ritorno alla “normalità” della legge Fornero, il peggioramento del già miserabile reddito di cittadinanza perché non ostacoli il super sfruttamento del lavoro. Non solo: chiede la cancellazione dell’IRAP, che finanzia la sanità pubblica, e la detassazione delle rendite finanziarie, il tutto ovviamente a spese degli operai. I licenziamenti a GKN, Whirlpool, Elica, Giannetti, e in decine di altre imprese, sono l’antipasto di ciò che seguirà allo sblocco dei licenziamenti nell’industria tessile. Lo scandalo sta nel fatto che la burocrazia sindacale, invece di contrapporsi al governo e unificare le lotte di resistenza, ha seguito una politica opposta. Sino a regalare ai padroni il diritto di licenziare in cambio di una “raccomandazione”. Una truffa senza ritegno.

Ma a tutto questo ci si può opporre. Come dimostra la lotta esemplare dei lavoratori di GKN, che intreccia le ragioni del lavoro, della riconversione ecologica della produzione, dell’alternativa alla gestione capitalistica della pandemia.

Il ritorno a pieno regime della Legge Fornero non deve passare. È l’ora di uno sciopero generale vero, unitario, di massa, contro il governo Draghi! È necessario unire le lotte di resistenza della classe operaia generalizzando l’esperienza della GKN: costruendo una cassa nazionale di resistenza, occupando le aziende che licenziano, ponendo l’obiettivo della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio; rivendicando con forza la riduzione dell’orario di lavoro a 30/32 ore a parità di paga.

La classe operaia è l’unica classe che può guidare la maggioranza dell’umanità nel rovesciamento del capitalismo per una soluzione socialista. Per questo è l’unica che può dare un futuro a tutte le domande di vera svolta, nel campo dell’ambiente, della salute, del lavoro. Sviluppare la coscienza di questa necessità è il compito di un partito rivoluzionario. Costruisci con noi questo partito!

Partito Comunista dei Lavoratori

Per uno sciopero generale prolungato e di massa!

 


Testo del volantino per lo sciopero  della logistica proclamato da SICobas a da ADL Cobas, e dello sciopero del trasporto pubblico proclamato da CGIL CISL e UIL, ADL Cobas e Cobas lavoro privato, e dello sciopero dei rider. Il volantino sarà distribuito anche lunedì 29 marzo, quando nella logistica a scioperare saranno CGIL CISL e UIL


In questi giorni si stanno susseguendo diversi momenti importanti di lotta. Lunedì 22 marzo hanno scioperato i lavoratori e le lavoratrici di Amazon. Venerdì 26 marzo è stato indetto da parte del Si Cobas e ADL Cobas lo sciopero della logistica; nella stessa giornata si ferma il trasporto pubblico e incrociano le braccia i riders, mentre nella scuola è proclamato lo sciopero dai Cobas; i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo hanno in programma due giorni di mobilitazione tra venerdì e sabato; sempre nel settore della logistica i sindacati di categoria di CGIL, CISL e UIL hanno proclamato lo sciopero per lunedì 29.

Nel paese centinaia sono le vertenze e le situazioni di lotta. Nel settore della logistica si stanno tenendo da tempo scioperi e picchetti prolungati e continuativi fortemente repressi, come è successo alla FED EX TNT di Piacenza, dove sono stati ignobilmente messi recentemente agli arresti due coordinatori del Si Cobas. Molte sono le situazioni di fabbriche in cassa integrazione, in crisi, che stanno chiudendo o che hanno già chiuso: Whirlpool, acciaierie di Piombino e Arcelor Mittal sono solo gli esempi più eclatanti. Tutte queste situazioni sono accomunate da un tragico filo conduttore: l’isolamento e la separatezza tra loro.

In un quadro politico nazionale in cui lo sblocco dei licenziamenti concesso da Draghi al padronato consentirà le ristrutturazioni aziendali, il cui costo si scaricherà su centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, anche nei settori che hanno fatto profitti durante la pandemia. Tutto questo nell’immobilismo della CGIL, più preoccupata di sedere al tavolo con il governo che delle condizioni della classe lavoratrice. D'altronde Landini ha pubblicamente esaltato fin da subito il governo Draghi senza riserve, in perfetta sintonia con la posizione padronale.

Ora di fronte alla nuova barbarie che si sta ponendo sulle teste di milioni di salariati, di sfruttati e di masse povere è evidente che bisogna abbandonare il vecchio schema che hanno sempre utilizzato le burocrazie sindacali maggioritarie: le lotte azienda per azienda contratto per contratto e gli scioperi una tantum. Al contempo va anche denunciato l’atteggiamento di buona parte del sindacalismo di base e di classe di perseguire la strada degli scioperi scadenzati, separati e autocentrati.


Si impone dunque la necessità del più ampio fronte delle lavoratrici e dei lavoratori, costruito su basi di classe al di là di qualsiasi steccato di appartenenza sindacale, che sia in grado di organizzare i lavoratori contro gli sfruttatori - che siano nazionali o internazionali - e contro i governi a loro asserviti, che elabori una piattaforma di fase adeguata, che metta insieme tutte le realtà di lotta per la costruzione di uno sciopero generale di tutte le categorie, che sia il trampolino di lancio per una vera dinamica di massa.

L’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi, che con la sua piattaforma rivendicativa ha dato vita allo sciopero del 29 gennaio, è incanalata in questa giusta direzione.

• Unificare tutte le vertenze e le lotte frammentate!
• Sciopero generale ad oltranza, con la costituzione di casse di resistenza per sostenerlo!
• Pieno rispetto dei diritti sindacali. Via le leggi di precarizzazione del lavoro, a pari lavoro pari diritti!
• Blocco dei licenziamenti! Occupazione delle aziende che licenziano, e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori!
• Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga: 30 ore pagate 40!
• Salario medio garantito a tutte le categorie di lavoratori!
• Massima tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori!

Contro i capitalisti nazionali e internazionali e contro i loro governi va contrapposta l’unità di lotta della classe lavoratrice. Al fronte unico del capitale va contrapposto il fronte unico del lavoro!

Partito Comunista dei Lavoratori

Diretta Facebook. Riconquistiamo il diritto alla salute!

 


Venerdì 19 marzo alle ore 18:00

Prosegue la mobilitazione e il confronto sulla campagna di raccolta firme per la petizione "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita".

Appuntamento sulla pagina Facebook "Riconquistiamo il diritto alla salute" venerdì 19 marzo.

Clicca qui per firmare la petizione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per difendere la salute e la vita

 


18 e 19 dicembre: iniziative territoriali in tutta Italia del patto d'azione anticapitalista

Il 18 e 19 dicembre il patto d'azione anticapitalista terrà iniziative in tutta Italia, prevalentemente davanti alle strutture ospedaliere, attraverso presidi, manifestazioni, volantinaggi, per difendere la salute e la vita delle proletarie e dei proletari, per far pagare ai padroni i costi della crisi.

Il PCL, che è parte del patto d'azione, partecipa e invita a partecipare alle iniziative previste.

La seconda ondata della pandemia ha messo a nudo la crudeltà classista della società borghese e dei governi che l'amministrano. Dopo le promesse solenni nella primavera scorsa del “nulla sarà come prima”, tutto è rimasto come prima. È saltato il sistema di tracciamento, mancano ovunque medici e infermieri, la medicina territoriale è scomparsa, gli ospedali restano sottoposti a una pressione travolgente, a partire dai pronto soccorso. Il risultato è il numero di morti per Covid più alto d'Europa, cui vanno aggiunti i morti per Covid non registrati come tali, e i morti per altre patologie (cardiache o tumorali) che non hanno potuto essere curate per via del crollo delle strutture sanitarie.
Perché tutto questo? Perché per decenni i governi borghesi di tutti i colori hanno tagliato 37 miliardi alla sanità pubblica per ingrassare la sanità privata, che vola in Borsa, e per pagare il debito pubblico alle banche, italiane in primis. Le stesse banche che proprio oggi riprendono a distribuire lauti dividendi ai propri azionisti.

Parallelamente, se i capitalisti attendono la manna europea e annunciano una valanga di licenziamenti, milioni di lavoratori e lavoratrici continuano a lavorare e produrre in condizioni di supersfruttamento, senza rinnovo di contratto, senza condizioni minime di sicurezza. Mentre i portavoce più cinici dei capitalisti, come nel caso di Confindustria Marche, arrivano a dichiarare pubblicamente che la produzione di profitto viene prima del diritto alla vita. Che non è affatto una frase dal sen fuggita, ma esattamente ciò che pensano i padroni. Sono gli stessi che nel marzo scorso si opposero alla zona rossa in Val Seriana, con la conseguenza del più alto tasso di contagio e di morti a livello mondiale.

Difendere la salute significa liberare l'umanità dalla dittatura di questa classe.


- Assumere 100.000 medici e infermieri nel servizio sanitario pubblico

- Riaprire i duecento ospedali soppressi e ricostruire la medicina territoriale

- Raddoppiare l'investimento nella sanità pubblica, finanziandolo con una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco

- Nazionalizzare la sanità privata e l'industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici

- Screening e tamponi gratuiti per i salariati nelle fabbriche e nelle aziende

- Per il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulle condizioni di sicurezza in ogni luogo di lavoro



Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il solo che possa realizzare l’insieme di queste misure di svolta.

Partito Comunista dei Lavoratori

18 e 19 dicembre ancora in piazza!

 


Per difendere la salute e la vita delle proletarie e dei proletari! Per far pagare ai padroni i costi della crisi!

Per milioni di lavoratori, precari e disoccupati la seconda ondata pandemica è stata peggiore della prima: l'Italia è al primo posto in Europa e tra i primissimi nel mondo sia per numero di morti che per rapporto tra contagiati e deceduti. Mentre il governo Conte, l’opposizione e gli enti locali fingono di litigare tra loro sul MES ma già inciuciano su come spartirsi – destra, centro e “sinistra” – i proventi del Recovery Plan, due sole cose sono certe: 1) la sanità è posta all'ultimissimo posto rispetto alla fiumana di miliardi per le imprese 4.0 e 'ecologiche'; 2) si fa di tutto per occultare la catastrofe prodotta dal collasso del sistema sanitario frutto di decenni di tagli e di aziendalizzazioni, e il fallimento completo delle misure di prevenzione, orientate più a salvare i profitti che a fronteggiare gli effetti del CoViD-19.
Altro che “andrà tutto bene”!

Il programma “anticrisi” dei padroni va delineandosi in maniera sempre più chiara: dopo il “regalone” della CIG elargita ai 4 venti e senza alcuna verifica sull'effettivo stato di crisi aziendale e il “regalino” dei ristori alla piccola e media borghesia, milioni di lavoratori si sono trovati con salari dimezzati, e circa 800 mila precari sono finiti per strada.

Intanto, nelle fabbriche e nei magazzini si continua a lavorare a ritmi infernali, a contagiarsi e a morire, il più delle volte senza il benché minimo strumento di tutela della salute e della sicurezza, per non parlare del personale sanitario stremato da mesi di turni massacranti in cambio di salari da fame
.

Le parole del capo della Confindustria maceratese Guzzini “anche se qualcuno morirà, pazienza”, riassumono con freddo cinismo la linea di condotta dell'intero fronte padronale: i loro profitti valgono più delle vite di milioni di proletari e proletarie.

A fronte della catastrofe attuale e della valanga ancor più rovinosa che si preannuncia in primavera, con la fine della moratoria sui licenziamenti coincidente con una terza ondata oramai quasi scontata, occorre qui ed ora rilanciare l'autorganizzazione e la lotta degli sfruttati.

La difesa economica e sanitaria dalla pandemia e dalle altre patologie pandemiche (tumori, morti sul lavoro e patologie cardiocircolatorie oscurate dal Covid) non verrà mai dalle aule istituzionali né tanto meno dai teatrini elettorali, ma passa necessariamente dalla ripresa del protagonismo di classe e da un programma di rivendicazioni centrato sugli interessi autonomi dei proletari e che passi per la costruzione di un vero sciopero generale e di una grande mobilitazione nazionale nelle giornate del 29-30 gennaio:


- Contro la mercificazione della salute da parte dei lavoratori, per sé e per tutta la popolazione, con l'obbligatorietà dello screening e dei tamponi gratuiti a tutti i lavoratori e i disoccupati e il varo di misure stringenti per la prevenzione dei contagi sui luoghi di lavoro e nei territori;

- Lavoro stabile e sicuro o salario garantito per disoccupati, precari e cassintegrati;

- Patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione i cui proventi vanno destinati ai salari e alla spesa sociale;

- Riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, lavorare tutti; per il lavoro socialmente necessario;

- Diritto al lavoro per tutte le donne, contro la precarizzazione e il lavoro a distanza; per il potenziamento dei servizi di welfare, contro la conciliazione tra lavoro domestico ed extra-domestico; per il diritto di aborto assistito e l’autodeterminazione delle donne; contro il sessismo e la violenza sociale e domestica, cresciuti in questa crisi;

- Libertà di sciopero e abrogazione dei decreti-sicurezza: contro ogni criminalizzazione delle lotte sociali e sindacali;

- Permesso di soggiorno europeo a tempo indeterminato per tutti gli immigrati e le immigrate; completa equiparazione salariale, di accesso ai servizi sociali e di diritti; abolizione delle attuali leggi italiane ed europee sull'immigrazione e chiusura immediata dei CPR; immediata applicazione della sentenza della Corte di giustizia europea che impone all'INPS di pagare gli assegni familiari anche per i congiunti residenti all'estero.

- Drastico taglio alle spese militari (un F35 costa quanto 7113 ventilatori polmonari) e alle grandi opere inutili e dannose (quali TAV, TAP, MUOS);

- Contro le politiche di devastazione ambientale e il saccheggio indiscriminato della natura e dell'ecosistema in nome dei profitti e della speculazione;

- Piano straordinario di edilizia scolastica e di assunzione di personale docente e non docente per garantire la salute nelle scuole e, appena possibile, la didattica in presenza. Abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, programmi di formazione pagati a salario pieno. Critica della cultura, dell'arte e della scienza al servizio del profitto;

- Blocco immediato degli affitti, dei mutui sulla prima casa e di tutte le utenze (luce, acqua, gas, internet) per i disoccupati e i cassintegrati; blocco a tempo indeterminato degli sgomberi per tutte le occupazioni a scopo abitativo.

- Revoca di qualsiasi progetto di “Autonomia differenziata”, che penalizza i proletari e i lavoratori del Sud;

- Amnistia e misure alternative per garantire la salute di tutti i proletari e le proletarie detenuti.

Patto d'azione anticapitalista - per il fronte unico di classe

La pandemia è il capitalismo: rafforzare il Patto d'azione per rilanciare l'opposizione di classe

 


Mozione conclusiva dell'assemblea nazionale del "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe", tenutasi in remoto domenica 22 novembre

25 Novembre 2020

Pubblichiamo il documento varato dall'assemblea nazionale del "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe", tenutasi il 22 Novembre. Una discussione che ha confermato la volontà di proseguire e rilanciare il Patto d'azione e il suo intervento di classe. Il confronto ha investito sia i contenuti della piattaforma, sia le forme organizzative del Patto. Su entrambi gli aspetti il PCL, soggetto organico del Patto, ha dato il proprio contributo. Proponendo uno sviluppo della caratterizzazione anticapitalista della piattaforma (ad esempio sulla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano); sottolineando l'esigenza di allargare il fronte unitario d'azione dell'avanguardia, a partire da un investimento coerente nel percorso unitario aperto dall'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi di Bologna del 27 settembre; proponendo una forma organizzativa ad un tempo funzionale e corrispondente alla natura del Patto come fronte unitario d'azione tra soggetti distinti. Su questi aspetti la discussione continuerà dentro la cornice generale condivisa del documento varato

Siamo giunti a questa assemblea nazionale nel pieno della seconda ondata pandemica di Covid-19.

La fine del clima diffuso di “unità nazionale“ che aveva contrassegnato la prima fase pandemica sta portando sempre più in superficie le contraddizioni e gli antagonismi di classe sinora sapientemente occultati dietro l'ipocrisia del comune richiamo al tricolore e l'inconciliabilità tra gli interessi dei padroni e quelli dei lavoratori e delle masse proletarie, resa quanto mai evidente dal tracollo dei sistemi sanitari nella quasi totalità dei paesi occidentali.

Tutto ciò in un quadro di una crisi internazionale (al tempo stesso sanitaria, economica, sociale e politica), le cui dimensioni sono testimoniate dalle grandi lotte che attraversano il sistema capitalista ai quattro angoli del globo: dall'America latina ai grandi scioperi dell'India, alle lotte nel Maghreb e nel Medio Oriente, alle ribellioni in Europa del proletariato immigrato. Questi sommovimenti sono giunti negli ultimi mesi fin nel cuore dell'imperialismo USA, materializzandosi nelle rivolte e nelle mobilitazioni del movimento Black Lives Matters in risposta alle violenze razziste della polizia e alle politiche reazionarie dell'amministrazione Trump: un processo che si è poi riverberato anche sul piano istituzionale in concomitanza con le elezioni presidenziali, caratterizzate da un clima di polarizzazione e da una tensione sociale senza precedenti nella storia recente della democrazia borghese a stelle e strisce, al punto da portare non pochi lacchè nostrani a proclamare (a ragion veduta) la fine di un'intera epoca storica del capitalismo. Tali dinamiche si intersecano con lo sviluppo recente di grandi ampi movimenti su scala internazionale contro le devastazioni ambientali e con le lotte del movimento delle donne, che in queste settimane sta vedendo la Polonia come il principale epicentro delle mobilitazioni.
I dati e i fatti di questi mesi confermano inequivocabilmente le tesi da noi sostenute nelle assemblee di marzo e aprile, ossia:

1) Questa pandemia (così come le altre a cui abbiamo assistito in questi decenni) è il prodotto degli sconquassi determinati dal sistema capitalista sull'ambiente e sull'ecosistema, e la zoonosi (salto di specie del virus) è intimamente connessa col sistema predatorio di deforestazione e di sfruttamento intensivo delle risorse naturali che sono alla base dei disastri e delle catastrofi connesse al cambiamento climatico, ed è il prodotto di una crisi sistema da cui il capitale e le sue istituzioni sono incapaci di venire a capo.

2) Le politiche di tagli massicci e indiscriminati alla sanità, all'istruzione, al trasporto pubblico e alla spesa sociale perseguite negli ultimi decenni dai governi nazionali e sovranazionali in tutto l'occidente imperialista e senza soluzione di continuità, hanno smantellato e distrutto ogni possibile linea di difesa e di contenimento della pandemia, determinando in tempi record il collasso dei sistemi sanitari nazionali e la moltiplicazione esponenziale dei contagi.

3) I governi nazionali, e in Italia il governo Conte, gli apparati statali e le amministrazioni regionali hanno perseguito, scientemente e sistematicamente, una politica di riduzione del danno improvvisata e raffazzonata, orientata quasi esclusivamente alla difesa senza se e senza ma dei profitti del grande capitale, e sacrificando sul suo altare la tutela dei salari, della salute e della vita stessa di milioni di proletari.

È oramai noto che l'Italia fosse del tutto priva di un piano pandemico e come quest'ultimo non fosse più aggiornato dal 2006, ed è altrettanto noto che negli ultimi mesi del 2019, malgrado il Sars-Cov 2 fosse già ben presente in Cina, il governo Conte, il ministro Speranza e i vertici sanitari abbiano sistematicamente ignorato (fino al punto di secretarle) le segnalazioni e i dossier dei più autorevoli rappresentanti della comunità medico-scientifica internazionale, i quali sollecitavano una “terapia d'urto“ immediata per scongiurare decine di migliaia di morti.
Oggi che quelle previsioni si sono rivelate un autentico e macabro presagio, nel mentre assistiamo allo spettacolo indecoroso dei rimpalli di responsabilità tra governo, regioni e comuni e nel mentre le attività di screening e di tracciamento sono completamente saltate sin dagli inizi di ottobre, la “seconda ondata“ ha svelato in maniera chiara che gli unici a trarre vantaggio dal tracollo della sanità pubblica sono stati i laboratori di analisi privati, a cui sono stati nei fatti appaltati quasi per intero i tamponi dei casi sospetti e dei contatti stretti, con costi lievitati alle stelle e un business che si è vergognosamente alimentato di pari passo con l'aumento dei contagiati e con la saturazione dei posti-letto negli ospedali: lo scandalo dei costi delle ambulanze private che a Napoli sono lievitati fino a 1000 euro per paziente rappresenta solo la punta dell'iceberg di una cosciente e sistematica opera di distruzione del sistema sanitario compiuta che i governi di ogni colore hanno operato negli ultimi decenni. Senza quest'opera di distruzione sistematica, con chiusure di ospedali, tagli di personale e alla spesa per le infrastrutture, sarebbe impossibile spiegarsi il vero e proprio sciacallaggio che è attualmente in corso da parte di padroni, politicanti e speculatori senza scrupoli.

In questo contesto di crisi rovinosa si inserisce la nuova “luna di miele“ tra i padroni e Cgil-Cisl-Uil, suggellata dai tappetini rossi che Landini ha riservato a Bonomi nel corso dell'evento “Futura“: al di la di qualche apparente puntura di spillo a uso e consumo mediatico, è evidente che il meeting cigiellino è servito a suggellare, nei fatti prima ancora che sulla carta, quel “Patto per l'Italia“ di cui Confindustria ha bisogno per mettere al guinzaglio la classe lavoratrice per tutto il periodo pandemico e spegnere ogni residuo conflitto sul rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, tanto più all'indomani di uno sciopero nazionale che si è rivelato essere davvero tale solo in un numero limitatissimo di fabbriche, grosso modo coincidenti con le principali roccaforti storiche della Fiom.
Tutto lascia presagire che entro la prossima primavera i padroni “concederanno“ ai confederali la vittoria di Pirro di un rinnovo che in cambio di qualche spicciolo in più di salario, porterà in dote a Confindustria un triplice risultato: l'aumento esponenziale dei ritmi e dei carichi di lavoro (sapientemente spacciato per “produttività“), il via libera ai contratti precari senza limiti di durata e soprattutto lo stop alla moratoria sui licenziamenti a partire dalla primavera.
D'altronde, lo schema di Confindustria rappresenta già da anni, se non da decenni, una prassi e un “modello“ consolidato in svariate categorie (agricoltura, lavoro domestico, edilizia, ristorazione, ecc., per non parlare di tutto l'universo che ruota attorno alle finte cooperative), e il tentativo di ufficializzare e codificare il principio “lavorare di più, peggio, più precari e ricattati e con meno diritti“ è coerente con i decenni di controriforme del mercato del lavoro e con lo stesso Patto per la fabbrica siglato poco più di due anni fa tra governo, padroni e sindacati confederali: va da se che una volta smontato il CCNL metalmeccanici, ne deriverà un effetto a cascata in tutte le altre categorie interessate dai rinnovi.
Nel frattempo, il fronte padronale continua a dormire comodamente sugli allori, grazie al nuovo via libera alla Cig senza limiti, il cui libero accesso garantitogli dal governo viene finanche sgravato dall'onere di dover giustificare un calo di fatturato riconducibile alla pandemia.
Quella Cig che nella gran parte dei casi si traduce nella miseria di 700-800 euro al mese in busta paga, viene ipocritamente presentata dal governo e dai confederali come una misura di tutela per i lavoratori, ma in realtà non è altro che uno strumento per consentire ai padroni di privatizzare gli utili e socializzare le perdite: il silenzio di Cgil-Cisl-Uil di fronte ai dati della guardia di Finanza che attestano come più del 25% delle aziende si sia accaparrata la Cig pur non avendo alcun calo di fatturato nel mentre milioni di lavoratori sono di fatto ridottti alla fame, è di gran lunga più eloquente degli slogan e delle dichiarazioni d'intenti su “lavoro, sviluppo e contratti“ che i vertici confederali continuano a ripetere come un disco rotto.
Come contraltare alle pagliacciate dei vertici confederali, al momento continua a distinguersi per il livello di combattività diffusa solo il settore del Trasporto merci e logistica, nel quale lo scorso 23 ottobre SI Cobas e ADL Cobas hanno organizzato uno sciopero nazionale capace di fermare la gran parte del flusso di merci di tutti i principali operatori, portando a casa, come primi importanti risultati, da un lato la disponibilità a trattare di una parte delle principali associazioni datoriali, dall'altro l'apertura di un tavolo di confronto col governo sul tema della sicurezza sul lavoro e della prevenzione dei contagi da coronavirus.
Pur in un quadro che vede lo sviluppo a macchia di leopardo di lotte vertenziali e la ripresa di iniziativa in alcuni settori (su tutte la sanità e la scuola, ma anche in alcune fabbriche, nel settore dello spettacolo e nel comparto multiservizi), queste mobilitazioni registrano tuttora una estrema difficoltà a trainare settori di massa e a ramificarsi sul territorio nazionale.


LE "TRE PIAZZE" DI OTTOBRE

Se da un lato il patto tripartito tra governo, Confindustria e sindacati collaborazionisti (Cgil-Cisl-Uil-Ugl) ha permesso a questi ultimi di preservare il clima di pace sociale sui luoghi di lavoro attraverso lo scambio tra l'aumento della produttività e della precarietà (quindi dei profitti) e un nuovo rinvio della moratoria sui licenziamenti, dall'altro in queste settimane hanno iniziato a manifestarsi dei primi, inequivocabili segnali di malessere sociale per gli effetti della crisi e delle nuove restrizioni imposte dal Covid. Com'era prevedibile in un paese come il nostro, caratterizzato da un'estrema polverizzazione delle filiere produttive e da un peso significativo del commercio e e dei servizi, a rompere il ghiaccio sono state in larga parte mobilitazioni dal segno e dalla composizione confusa, di carattere apparentemente populista e interclassista, ma alla cui testa è emerso fin da subito l'interesse specifico della piccola e media borghesia, dei commercianti e di quel pulviscolo di “mezze classi“ fatte di padroni e padroncini colpiti dalle misure restrittive.
Non a caso, le parole d'ordine e le rivendicazioni spesso maggioritarie in queste piazze (“no alla dittatura sanitaria“, “no alle chiusure“, ecc.) si siano mostrate molto più permeabili dalla retorica reazionaria dei fascisti e al delirio negazionista dei “no mask“ che non alle istanze dalle lotte sociali proletarie (vedasi su tutte le piazze di Milano, Venezia, Bologna e quella del quartiere Vomero a Napoli): ciò a riconferma che gli interessi del “ceto medio produttivo“ sono oggettivamente antagonisti e inconciliabili con le lotte operaie per la difesa della salute e per il diritto a restare a casa a salario pieno e a non morire di Covid in nome dei profitti, piccoli o grandi che siano.

Dal ventre di queste manifestazioni, a partire dall'ormai celebre notte del 23 ottobre a Napoli, si è materializzata la “seconda piazza“, composta in larga parte da settori semiproletari, di proletariato marginale e/o studenti (come nel caso di Firenze), la quale in maniera confusa, genuina ma spesso completamente disorganizzata, ha riversato nelle strade una rabbia e un malessere che poco o nulla aveva a che vedere con le istanze dei commercianti (i quali non a caso si sono subito affrettati a prendere le distanza dai “violenti“) e che si è espressa attraverso cortei non autorizzati e scontri di piazza, cui è seguita, puntuale come sempre, la dura repressione delle forze dell'ordine e un'ondata di criminalizzazione ad opera dei media, intenti a bollare questi episodi come opera di “camorristi“, fascisti o negazionisti.
In realtà queste brevi ed estemporanee fiammate, più che la mafia o i fascisti (da sempre molto più a loro agio nelle aule parlamentari e nelle stanze del potere nazionale e locale che non nelle proteste di piazza), rimandano a forme di ribellione spontanea e in larga parte apolitica e/o a-classista, il cui unico comun denominatore è l'odio verso lo stato e le forze di polizia.

L'esito di questo primo round di proteste è oramai sotto gli occhi di tutti: il settore della media distribuzione, dagli esercizi commerciali e quello turistico-ricettivo hanno in poche ore portato a casa i “decreti-ristori“, con i quali lo stato si impegna ad accollarsi la gran parte delle perdite di fatturato, mentre l'esercito dei precari, dei lavoratori del settore, dei garzoni in nero e dei disoccupati hanno nella migliore delle ipotesi difeso a malapena la miseria delle poche centinaia di euro di CIG o di reddito di cittadinanza “concesse“ a suo tempo dal governo; il fatto che all'indomani del suddetto Dpcm sia le prime che le seconde piazze si siano svuotate quasi ovunque è da un lato la riprova che la piccola e media borghesia ha rappresentato la componente sociale maggioritaria in quelle mobilitazioni era di, dall'altro che in assenza di un forte movimento di classe ogni tentativo, per quanto generoso, di “attraversamento proletario“ di una rabbia tanto diffusa quanto confusa è inevitabilmente votato al fallimento, sia in termini politici sia sul piano rivendicativo parziale.

Fare un bilancio obbiettivo e lucido degli eventi di fine ottobre, non significa certo negare apriori e per principio la possibilità (e in determinati frangenti anche la necessità) di saldare e allargare le lotte operaie e proletarie con le istanze provenienti da strati del ceto medio impoverito dalla crisi e/o in via di proletarizzazione, ne tantomeno volersi trastullare in sterili quanto infantili richiami a una presunta “purezza“ del movimento proletario. A nessuno sfugge che nelle piazze italiane di ottobre, le istanze del grande ristoratore che paga 30 euro al giorno (e magari al nero) i suoi dipendenti e dell'albergatore che evade milioni di euro fossero “mescolate“ con quelle del garzone o del piccolo esercente a gestione familiare. Si tratta tuttavia di non confondere la realtà con i propri desideri, e di comprendere che fin quando i salariati e gli sfruttati non saranno capaci di dotarsi di un autonomo percorso di lotta per i propri interessi di classe immediati e futuri, nessun'alleanza e nessuna scorciatoia movimentistica sarà capace di togliergli le castagne dal fuoco e permettergli la difesa di quegli interessi, men che meno lo saranno ipotetici “fronti popolari“ con gli strati inferiori della classe dominante.

Da questo punto di vista, le mobilitazioni messe in campo dal Patto d'azione nella giornata del 24, hanno rappresentato a tutti gli effetti una sorta di “terza piazza“, distinta dalla seconda e alternativa alla prima, in quanto espressione dell'autonomia di classe e degli interessi immediati e futuri dei lavoratori e delle masse proletarie nel loro complesso.
abbiamo animato più di una decina di piazze convocate in tutte le principali città dall'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi a seguito della riuscita iniziativa del 27 settembre a Bologna.
Il bilancio di questa giornata di mobilitazione nazionale è complessivamente positivo: in molte città (Napoli, Bologna, Torino e Roma su tutte) si è registrata la partecipazione di centinaia di lavoratori, studenti e realtà politiche e di movimento; in altre (come a Milano), la partecipazione è stata decisamente inferiore a quella registrata lo scorso 6 giugno.
La riuscita buona ma non straordinaria delle iniziative è in parte ascrivibile con le difficoltà dovute al contesto pandemico, ma in parte anche alla mancata strutturazione e organizzazione del percorso comune, sia sul piano locale che a livello locale.


LA PIATTAFORMA, I PERCORSI DI LOTTA E LE PROSSIME SCADENZE

Il contesto attuale ci chiama a portare di nuovo in primo piano la auto-difesa della salute da parte dei lavoratori nei luoghi di lavoro e nella società, con il rilancio della critica generale non solo al taglio delle spese per la sanità pubblica, ma a tutto il processo di aziendalizzazione di essa, di accorpamento degli ospedali e di introduzione sempre più in profondità della finalità del profitto. A questo processo, che è responsabile n. 1 dell'attuale crisi sanitaria, va contrapposta la rivendicazione di una sanità centrata sulla prevenzione degli infortuni e delle morti sul lavoro, la prevenzione delle malattie e delle epidemie, la strutturazione di una medicina del territorio che non è mai stata integralmente costituita, l'opposizione frontale al vergognoso business dei tamponi e delle ambulanze, ecc.
Ciò partendo dalla consapevolezza che la tutela della salute dei lavoratori passa innanzitutto dalla sicurezza e dalla prevenzione sui luoghi di lavoro.

Occorre dunque prepararsi a una dura e lunga battaglia per il diritto alla salute e alla vita dei lavoratori, mettendo in piedi campagne per il varo di protocolli anti-Covid precisi e vincolanti per tutti i padroni, sostenendo le iniziative già in corso su questo tema (su tutte quella portata avanti in queste settimane dal SI Cobas), ma soprattutto lottando per il diritto a stare a casa con l'integrazione salariale al 100% in tutte le aziende in cui non si applicano o in cui non è oggettivamente possibile applicare le misure di prevenzione.

In secondo luogo, in barba alla moratoria sui licenziamenti, ad oggi abbiamo già oltre 800.000 nuovi disoccupati, sia a causa del mancato rinnovo dei contratti a termine, sia in conseguenza delle chiusure di attività (vedi Whirlpool), sia attraverso l'espediente dei finti licenziamenti disciplinari, nonché maree di cassintegrati che hanno visto i loro salari ridotti all'osso e un'altra epidemia di disoccupazione in arrivo. In un tale contesto, foriero di precipitazioni improvvise, va messo in primo piano il salario medio operaio garantito a tutti i disoccupati - anche a quelli che siano, evidentemente, diventati tali per fallimento dei propri piccoli esercizi (cosa ben diversa dai ristori!). Questa rivendicazione va legata alla riduzione drastica e generalizzata della giornata lavorativa, per il lavoro socialmente necessario, proprio per portare a fondo la critica al modo di produzione capitalistico che in questa crisi produrrà montagne di disoccupati.

In terzo luogo, va smascherato con forza, senza se e senza ma, il disegno complessivo del capitalismo nazionale (in una con la UE e col governo Conte) teso a progettare un uso dei 209 miliardi del Recovery fund secondo la linea "come prima, peggio di prima", con il finto sviluppo "green", la micidiale Industria 4.0, la desocializzazione programmata con lavoro a distanza (a domicilio) e scuola a distanza, l'ulteriore incremento delle spese belliche (Mattarella&Co. hanno chiesto 10.000 soldati in più e nuovi armamenti), la tanto agognata fine del "sussidistan" (mai esistito, peraltro), nuove carceri e centri di detenzione per immigrati: il tutto finanziato, attraverso l'ingigantimento del debito di stato e il nuovo debito europeo, dalla classe lavoratrice e in particolar modo dalle future generazioni.
Negli ultimi mesi stiamo assistendo anche in ambiti governativi e istituzionali, all'evocazione di patrimoniale sulle grandi ricchezze che muove da propositi diametralmente opposti a quelli che ci portano ad usare questa parola d'ordine come leva per far pagare la crisi ai padroni, finalizzati al contrario a tamponare e nascondere gli effetti della crisi. Per questo specifichiamo ancora una volta che la rivendicazione non di una patrimoniale generica, ma della patrimoniale del 10% sul 10%, è finalizzata a soddisfare una serie di interessi delle masse operaie, dei disoccupati, degli sfruttati: per il salario garantito, la riduzione generalizzata e drastica degli orari di lavoro e la ricostruzione di un sistema sanitario fondato sulla prevenzione, sul rilancio dei trasporti pubblici anti-inquinamento su rotaia, la messa in sicurezza dei territori, il risanamento ambientale, etc.


Alla luce di tutto ciò, l'assemblea stabilisce quanto segue:

1) A partire dai prossimi giorni sviluppare su tutti i territori iniziative di lotta e campagne di denuncia dello sfascio della sanità pubblica, dei trasporti e dell'istruzione e di agitazione rivolta alle condizioni di miseria che attanagliano la forza lavoro precaria e disoccupata: una campagna che viaggi in parallelo con la battaglia per la difesa della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro, per il varo di protocolli vincolanti per la prevenzione del contagio, per la difesa dei salari e il rinnovo dei contratti in tutti i settori della produzione e distribuzione.

2) Indire una nuova iniziativa nazionale su questi temi nel week-end 11-12 dicembre, articolata nelle varie città.

3) Si assume come denominazione unica e definitiva la seguente: "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe".

4) Intraprendere un lavoro di condivisione e socializzazione dei contatti e dei collegamenti internazionali in corso con realtà politiche, sindacali e sociali di altri paesi, propedeutico allo sviluppo di forme di coordinamento e di iniziativa comune.

5) Avviare un confronto tra le compagne e le lavoratrici teso alla costruzione di iniziative di lotta sul tema della doppia oppressione delle donne sfruttate dal capitalismo e dai modelli patriarcali veicolati e alimentati dalla classe dominante.

6) Avviare un gruppo di lavoro specifico sul tema della repressione e del razzismo di stato, che possa portare agli inizi del prossimo anno a un'assemblea nazionale sui problemi specifici delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati.

7) Impegnare tutte le realtà che afferiscono al Patto d'azione a favorire la massima partecipazione all'assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si terrà il prossimo 29 novembre in modalità telematica e ad evidenziare in ogni ambito d'intervento la necessità di convocare a breve a uno sciopero generale nazionale.

8) Dar vita a un gruppo di lavoro che presenti alla prossima assemblea una proposta condivisa sul piano organizzativo, sia riguardo la necessità impellente di dar vita a un coordinamento nazionale del Patto d'azione, sia di dotare quest'ultimo di strumenti unitari di comunicazione e di agitazione politica.


L'assemblea del Patto d'azione riunitasi in modalità telematica il 22 novembre 2020, infine, aggiorna i punti della piattaforma di lotta nazionale come segue:

1) Autodifesa della salute da parte dei lavoratori, per sé e per tutta la popolazione; revisione dei Protocolli del 24 aprile, con l'introduzione dell'obbligatorietà dello screening e dei tamponi a tutti i lavoratori e il varo norme e misure stringenti e vincolanti per la prevenzione dei contagi sui luoghi di lavoro, in cui sia espressamente prevista la possibilità di chiudere le aziende laddove non sia possibile garantire il diritto alla salute e alla vita degli operatori; creazione in tutte le aziende di comitati dei lavoratori che vigilino sul rispetto dei protocolli; piano nazionale straordinario di assunzione di infermieri e medici, con l'immediato esaurimento delle graduatorie degli idonei e la stabilizzazione di tutti/e i/le precari/e, senza nessuna discriminazione nei confronti del personale sanitario d'immigrazione; integrale riorganizzazione del servizio sanitario pubblico unico, universale, gratuito, dotato di una diffusa rete territoriale, con al centro l'obiettivo della prevenzione delle malattie e la tutela della salute sui luoghi di lavoro; requisizione senza indennizzo di tutte le cliniche private, anche oltre l’emergenza; abolizione dei sistemi di "welfare" sanitario aziendale e di ogni altra forma di finanziamento indiretto alla sanità privata.

2) Salario medio garantito per disoccupati, sottoccupati, precari e cassintegrati.

3) Riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, lavorare tutti; per il lavoro socialmente necessario.

4) I costi della pandemia e della crisi siano pagati dai padroni, a partire da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione i cui proventi vanno destinati alla copertura al 100% di tutti i salari e al salario medio garantito per disoccupati e precari. Rifiuto del debito di stato come strumento per soffocare le rivendicazioni proletarie e sociali.

5) Libertà di sciopero e agibilità sindacale, contro i divieti delle questure, dei prefetti e della Commissione di garanzia sugli scioperi: se si lavora, si ha anche il diritto di svolgere attività sindacale e di scioperare.

6) Diritto al lavoro per tutte le donne, contro la precarizzazione e il lavoro a distanza; per il potenziamento dei servizi di welfare, contro la conciliazione tra lavoro domestico ed extra-domestico; contro il sessismo e la violenza sociale e domestica; per il diritto di aborto assistito e l’auto-determinazione delle donne.

7) Abrogazione dei decreti-sicurezza: no alla militarizzazione dei territori e dei luoghi di lavoro, contro ogni criminalizzazione delle lotte sociali e sindacali.

8) Contro la regolarizzazione-beffa Conte-Bellanova, permesso di soggiorno europeo a tempo indeterminato per tutti gli immigrati e le immigrate presenti sul territorio nazionale; completa equiparazione salariale, di diritti e di accesso ai servizi sociali; abolizione delle attuali leggi italiane ed europee sull'immigrazione e chiusura immediata dei CPR.

9) Drastico taglio alle spese militari (un F35 costa quanto 7113 ventilatori polmonari) e alle grandi opere inutili e dannose (quali Tav, Tap, Muos).

10) Contro le politiche di devastazione ambientale e il saccheggio indiscriminato della natura e dell'ecosistema in nome dei profitti e della speculazione.

11) Piano straordinario di edilizia scolastica e di assunzione di personale docente e non docente per garantire la salute nelle scuole e, appena possibile, la didattica in presenza. Abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, programmi di formazione pagati a salario pieno. Critica della cultura, dell'arte e della scienza al servizio del profitto.

12) Blocco immediato degli affitti, dei mutui sulla prima casa e di tutte le utenze (luce, acqua, gas, internet) per i disoccupati e i cassintegrati; blocco a tempo indeterminato degli sgomberi per tutte le occupazioni a scopo abitativo.

13) Revoca di qualsiasi progetto di “Autonomia differenziata”, che penalizza i proletari e i lavoratori del Sud.

14) Amnistia e misure alternative per garantire la salute di tutti i proletari e le proletarie detenuti.

Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe

Unificare e generalizzare le lotte fino allo sciopero generale

 


Testo del volantino distribuito durante lo sciopero dei metalmeccanici

Con la rottura sulla trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si evidenzia ancora di più il lavoro di sfondamento da parte del padronato nella categoria per far passare la linea della Confindustria di Bonomi dei “rinnovi a zero euro”. Già nell’ultimo rinnovo Federmeccanica aveva incassato il risultato dei soli 40 euro lordi in tre anni. La richiesta attuale di un aumento dell’8%, seppur ancora debole per “sanare” le perdite salariali di un contratto nazionale sempre più eroso negli anni da politiche sui salari e trattative contrattuali a perdere, va comunque difesa, senza nessun cedimento da parte delle burocrazie sindacali, magari su una ipotetica defiscalizzazione dell’aumento salariale, perché se così fosse l’aumento sarebbe scaricato sulle tasche della massa lavoratrice e non estorto al padronato.

Ma a un attacco così pesante, in un quadro di crisi economico-sanitaria così grave, la classe lavoratrice deve organizzarsi e rispondere in modo adeguato e dirompente. Le 4 ore di sciopero lanciate da FIM, FIOM e UILM sono insufficienti e tardive. Alla rottura delle trattative andava organizzata la lotta immediata, bisognava mettere in campo la forza dei lavoratori contro la forza del padronato. L’unico modo per riconquistare un contratto dignitoso è la messa in campo dello sciopero generale!

Ma a che condizione si possono ora riconquistare i contratti? Il primo punto da mettere in discussione è il modello imposto dal padronato e accettato dai sindacati confederali. Dopo anni di concertazione a danno dei salariati ora l’accordo del “patto per la fabbrica” aggiunge ulteriormente potere contrattuale alla parte avversa. Bisogna ribaltare i tavoli!

Serve però unificare tutte le categorie dei lavoratori: bisogna lanciare una mobilitazione che unifichi tutte le vertenze in corso per il rinnovo dei contratti nazionali e al contempo unificarle con le tante lotte che ci sono nelle aziende in crisi che stanno delocalizzando, licenziando o chiudendo come la Whirlpool.

• Blocco permanente dei licenziamenti, salario garantito al 100%!
• Controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulla salute e sulle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro. Basta far pagare il rischio sanitario sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici: chiusura immediata di tutte le attività a rischio e non indispensabili!
• Esproprio senza indennizzo per i capitalisti e nazionalizzazione sotto il controllo di chi lavora delle aziende che delocalizzano, licenziano, che violano i diritti dei lavoratori e/o le norme sulla sicurezza e che chiudono, a partire dalla Whirlpool!
• Patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione.
• Cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarietà, ritorno dell’articolo 18 e sua estensione a tutti i lavoratori e le lavoratrici.
• Redistribuzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore per tutti, pagate 40, con l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro.
• Parità di diritti tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati.
• Sciopero generale e prolungato, unificazione di tutte le lotte sui contratti, per un contratto nazionale che recuperi un salario adeguato e che cancelli tutte le flessibilità e la precarietà concessa negli anni. Costituzione di una cassa di resistenza nazionale per sostenere la lotta.

Su tali parole d’ordine bisogna organizzare il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici. Dieci milioni di salariati sono in attesa del rinnovo del loro contratto scaduto da anni. Nel paese diverse sono le lotte aziendali o di categoria che rimangono frammentate e isolate. La vertenza dei metalmeccanici può fungere da traino, mettendo in campo la forza organizzata di un settore storicamente strategico per la lotta di classe, e collegandosi a tutte le lotte in corso per la ripresa di una mobilitazione contro governo e padronato a livello nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Riconquistiamo il diritto alla salute! - Marco Ferrando - 03/09/2020


RICONQUISTIAMO IL DIRITTO ALLA SALUTE! Il 3 settembre si è tenuto in Piazza Montecitorio, a Roma, un presidio a sostegno della campagna "Riconquistiamo il diritto alla salute!" La campagna unitaria ha preso il via lo scorso 1° luglio e si articola attraverso una raccolta di firme (sia online che direttamente nelle piazze d’Italia) a sostegno di una petizione popolare. Ecco l'intervento del compagno Marco Ferrando per il Partito Comunista dei Lavoratori. Se ancora non l'hai fatto, firma qui la petizione! https://bit.ly/3lT9TyS


31 luglio: "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita"

Venerdì, 31 Luglio 2020 alle ore 15 - 20 - Angolo via Augusto Righi 2/a via dell'Indipendenza 45/A Bologna

Petizione: "Riconquistiamo il diritto alla salute! Per una sanità pubblica, universale, laica, gratuita"

Banchetto di raccolta firme sulla petizione
I promotori della popolazione invitano le cittadine e i cittadini a firmare la petizione per sostenere il diritto alla salute e garantire le risorse per il Servizio Sanitario Nazionale
Promuovono: Democrazia Atea,Fronte Popolare,La Città Futura,Partito Comunista dei Lavoratori,Partito Comunista Italiano,Partito della Rifondazione Comunista,Partito Marxista-Leninista Italiano,Potere al Popolo,Risorgimento Italiano,Sinistra Anticapitalista

La necessità di un ordine nuovo

La bancarotta delle classi dirigenti di fronte all'emergenza sanitaria

6 Aprile 2020
Ci siamo sentiti magnificare per trent’anni le virtù del capitalismo. Oggi osserviamo il suo clamoroso fallimento di fronte all'epidemia che sta investendo il mondo. Un fallimento talmente conclamato da entrare nella vita quotidiana di ciascuno, a ogni angolo della Terra. Lo stesso immaginario di miliardi di esseri umani è scosso, come non avveniva dai tempi di guerra, ma su scala geografica per molti aspetti ancora più estesa. Senza separazione tra le retrovie e il fronte, senza continenti immuni. È emblematico il tema della “sicurezza”. È stata sbandierata per anni e anni in tutto il mondo e da tutte le canaglie come corpo contundente contro gli immigrati, per avvelenare le coscienze, dividere gli sfruttati, invocare ordine pubblico e disciplina. Ma dove sono ora ordine e disciplina, dov'è la sicurezza, chi la minaccia davvero?


“ORDINE E SICUREZZA”, DOVE?

Nessuno risponderebbe oggi a queste domande con lo stesso vocabolario di ieri. Perché l'esperienza quotidiana di ognuno detta oggi bel altre risposte. Ospedali senza ventilatori, territori senza ospedali, mancanza di personale sanitario, medici e infermieri mandati in trincea senza strumenti protettivi, costretti a lavorare 12 ore al giorno e perfino a selezionare i malati da salvare, malati accatastati in pronto soccorso ingolfati, assenza di mascherine idonee per la maggioranza della popolazione, test tampone col contagocce, penuria dei test sierologici, migliaia di anziani abbandonati in case di cura che diventano case di morte, migliaia di malati che crepano in casa in una spaventosa solitudine senza essere neppure censiti come malati di Covid, o se censiti senza essere curati, milioni di salariati al lavoro in assenza di garanzie sanitarie, padroni che impongono la continuità produttiva in situazioni di massimo contagio moltiplicando morti e lutti..

Non è un film di fantascienza. È lo scenario quotidiano che oggi investe l'America e l'Europa. Non è il prodotto inevitabile della pandemia. È il fascio di luce che la pandemia ha proiettato sul volto della società borghese togliendole il trucco e i merletti. Ora tutti possono guardarla bene in faccia. Una società costruita sullo sfruttamento del lavoro, sul saccheggio dell'ambiente, sull'anarchia del mercato, è incapace di affrontare una pandemia naturale che oltretutto ha contribuito a innescare. Questa è la verità che nessuno può più negare o nascondere con qualche scrollata di spalle. Perché è sotto gli occhi di tutti. E tutti sono costretti a guardarla.


LA BABILONIA DELLA SOCIETÀ BORGHESE

Impressiona il contrasto tra le potenzialità dell’economia, della tecnologia, della scienza e la miseria delle risposte che il capitalismo sa offrire. Da un lato l'intelligenza artificiale, la robotica, le nuove frontiere della comunicazione. Dall'altro l'incapacità di produrre semplici mascherine e ventilatori in misura proporzionale al bisogno, e di distribuirli secondo un piano razionale.

Le filiere produttive sono mondiali. Ma ovunque si alzano barriere nazionali o continentali a tutela dei “propri” dispositivi sanitari, nel momento stesso in cui ciascun paese si rivela incapace di produrli secondo le proprie necessità. Per di più all'interno di ogni paese si scatena una guerra silenziosa per accaparrarsi i pochi strumenti disponibili e i relativi spazi di mercato. Tra governi nazionali e regionali, ma anche tra aziende e aziende. Aziende che fanno ordinazioni in proprio di materiali sanitari sul mercato nero per ottenere licenza di produrre a scapito della concorrenza. Aziende disponibili a produrre ventilatori, per interesse di mercato, che si scontrano col monopolio del brevetto che solo una di esse detiene. Aziende automobilistiche con le gomme a terra che si improvvisano produttrici di ventilatori e mascherine, naturalmente prive dei requisiti necessari, pur di ottenere licenza produttiva. Aziende farmaceutiche e biotech che ingrassano in Borsa come mai in passato, nonostante il fallimento del sistema sanitario che hanno contribuito a spolpare negli anni (magari a vantaggio delle cliniche private che loro stesse controllano). Aziende dell'industria bellica e aerospaziale che continuano come nulla fosse quali “attività economiche essenziali”, con la benedizione dei governi e degli alti comandi militari. Bande di faccendieri, cosche di speculatori, organizzazioni criminali, che fanno di questa miseria generale il proprio mercato...

È la legge della giungla. Il segno che la specie umana, sotto il capitale, vive ancora nella sua preistoria – come scriveva Marx – dominata dai codici del regno animale.


RIMETTERE IL MONDO IN PIEDI

Ovunque manca infatti la cosa più elementare: il censimento dei bisogni, l'organizzazione razionale della produzione e distribuzione dei prodotti sanitari o parasanitari per soddisfare i bisogni censiti, l'investimento concentrato di risorse in un piano economico a questo mirato. I mezzi tecnologici lo consentirebbero come in nessun'altra epoca e su scala internazionale. Un'economia pianificata sotto il controllo dei lavoratori avrebbe oggi davvero capacità immense. Ma il capitalismo è incapace di questo, perché non si regge sulla soddisfazione del bisogno, ma sull'accumulazione del profitto. Dunque, sull'anarchia della guerra di tutti contro tutti tra le stesse fila dei capitalisti, e sulla guerra comune dei capitalisti contro il lavoro salariato. In un certo senso l'economia di guerra, come è stata chiamata, non nasce oggi, è un elemento costitutivo del capitalismo e del suo spirito animale. Semplicemente la pandemia lo rivela e lo esaspera oltre misura. Come farà parallelamente la nuova grande recessione mondiale che si profila.

Marx scriveva che nella società borghese il mondo si appoggia sulla testa, e che è necessario rimetterlo in piedi. Questo è il compito di una rivoluzione. Il nuovo scenario internazionale che oggi si è aperto ripropone le ragioni della rivoluzione socialista in tutta la loro attualità. La specie umana sta oggi vivendo un'esperienza straordinaria e drammatica nella lotta contro la pandemia del Covid. Ma la storia dimostra che le esperienze drammatiche possono risvegliare intelligenze, passioni, volontà di riscatto, magari assopite in periodi ordinari. Così è accaduto nel ‘900, così può accadere di nuovo. Nuove generazioni si affacciano sulla scena del mondo, con una coscienza politica arretrata ma senza la zavorra delle sconfitte e delle delusioni. Dare una coscienza anticapitalista a chi cerca la via di un ordine nuovo è il ruolo di un'organizzazione rivoluzionaria. Un'organizzazione che fa la differenza.
Partito Comunista dei Lavoratori

La condizione degli eroi

I lavoratori e le lavoratrici della sanità e il cinismo ipocrita dei capitalisti

27 Marzo 2020
Medici, infermieri, barellieri, personale di cucina e delle pulizie, un popolo. Il popolo della sanità, oggi al fronte. C'è un naturale sentimento di ammirazione e ringraziamento da parte di tutti per il lavoro del personale sanitario sul fronte di guerra del coronavirus. C'è in quel lavoro una componente di generosità e di coraggio, la consapevolezza di un ruolo sociale e solidale verso altri esseri umani, che è merce rara dopo tanti anni di reazione politica e culturale. Una merce che invece è assente ai piani alti della società borghese. Ciò che più indigna infatti è il trattamento cinico che le classi dirigenti riservano proprio ai lavoratori e alla lavoratrici della sanità.

Tutti conoscono ormai gli orari di lavoro massacranti cui questi lavoratori sono oggi costretti, dalle dodici alle quindici ore giornaliere: un carico “obbligato” non solo dal numero dei ricoveri e degli assistiti, ma anche e soprattutto dal taglio di decine di migliaia di posti di lavoro negli ospedali italiani nel corso degli ultimi 30 anni, sotto i governi di ogni colore, per pagare il debito pubblico alle banche ed elargire miliardi alle imprese. Incluse ovviamente le imprese della sanità privata.

Così tutti sanno della mancanza di dispositivi di sicurezza adeguati per il personale, con operatori costretti a indossare per diversi giorni la stessa mascherina o gli stessi guanti persino nei reparti della terapia intensiva, proprio dove l'esposizione al contagio è più diretta. Ciò che spiega l'altissima percentuale di morti tra medici e infermieri, non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Francia.

Invece non tutti conoscono altri aspetti della loro condizione. Un numero esorbitante di contratti a termine, stipendi miserabili, mancato rinnovo contrattuale (nella sanità privata da ben 13 anni!), pochissime ore di formazione professionale per tagliare i costi aziendali, divieto di congedo parentale, impossibilità di denunciare pubblicamente la propria condizione di servizio senza incorrere nel reato di procurato danno all'azienda, ciò che significa licenziamento certo. Insomma, una situazione di ricatto e di impotenza, resa oggi ancor più pesante non solo dal numero delle ore di lavoro, ma dallo stress emotivo della relazione quotidiana con persone in pericolo di vita, disperatamente sole, per le quali il medico e l'infermiere non è solamente tale ma diventa spesso l'unica presenza affettiva disponibile. Solo se si guarda complessivamente a questa situazione di lavoro si comprendono le conseguenze gravi che a volte ne discendono: la scelta delle dimissioni, in qualche caso estremo persino il suicidio.

Ora, di fronte a tutto questo, fa veramente ribrezzo che la grande stampa borghese, quella che ha predicato per decenni i tagli alla sanità, riservi a questi lavoratori la patente di “eroi”. Tanto più se viene affibbiata, come ieri è accaduto, dal presidente di Confindustria lombarda (Bonometti), primo responsabile della strage quotidiana di Bergamo e di Brescia, escluse per sua volontà dalle misure di Codogno per non turbare produzione e profitti delle imprese metalmeccaniche. Quanto al governo, il prezzo attribuito ai lavoratori della sanità, come ad altri, è un premio di 100 euro in più in busta paga. Un eroismo davvero a basso costo, non c'è che dire. Nulla a confronto dei grassi dividendi di oltre 5 miliardi che le grandi banche tricolore (Intesa Sanpaolo, Banco BPM, UBI, BPER, Unicredit) riservano proprio nella giornata di oggi ai rispettivi grandi azionisti. Respingendo oltretutto l’invito della Federazione bancaria europea (EBF) a rinviare la spartizione degli utili a un momento più “consono”.

Sì, siamo in guerra. Una grande guerra. Coi generali che mandano la truppa a crepare in trincea mentre loro si spartiscono il bottino. Ma i dopoguerra riservano a volte spiacevoli sorprese agli stati maggiori. Così è stato nel secolo scorso, così potrebbe succedere domani.
Partito Comunista dei Lavoratori

Profitti privati sulla salute di tutti

Le bugie di Carlo Cottarelli al servizio del capitalismo sanitario

26 Marzo 2020
“Perché avete un pregiudizio ideologico verso la sanità privata?”. È un interrogativo retorico in cui tante volte ci siamo imbattuti. Un interrogativo che vola sulle labbra dei liberal borghesi benpensanti, dei reazionari cattolici, ma anche di tanti dirigenti della sinistra riformista in Italia, sia essa politica che sindacale. La risposta è nei fatti. Nulla come la tragedia del coronavirus illustra la verità delle cose con la dovuta semplicità.

La sanità privata in Italia ha raggiunto un volume di affari pari a 35,2 miliardi annui (dato aggiornato al 2015). Il suo baricentro è l'attività ospedaliera. La spesa pro capite annua per le cure private è passato da 484 euro del 2012 ai 580 attuali, grosso modo 2000 euro a famiglia. Complessivamente si tratta del 40% della spesa sanitaria su scala nazionale. Bene: quante sono le postazioni di terapia intensiva nelle strutture private? L'1% (uno). La famosa grande collaborazione della sanità privata nella cura dell'epidemia in corso ammonta all'1% del totale. Poi, certo, la drammatica emergenza ha costretto i governi locali e nazionale a premere sulle strutture private perché concedessero qualche spazio (con indennizzo al 100%). Ma il dato strutturale di partenza è questo: l'1% delle prestazioni.

Questo dato non è uno dei tanti. È la chiave di lettura della sanità privata. I privati si sono accaparrati gli affari più lucrosi: diagnostica, visite specialistiche, riabilitazioni, analisi di laboratorio, interventi di alta specializzazione. Al pubblico hanno lasciato le cure meno remunerative. La terapia intensiva è tra queste.


L'ASSISTENZA PUBBLICA AL CAPITALISMO SANITARIO

“Però la sanità privata offre indiscutibili eccellenze”, si obietta frequentemente. Certo, coi soldi pubblici, e a scapito della sanità pubblica, quindi della salute di tutti.

In primo luogo, il privato si espande dove il pubblico si ritira, e il pubblico si ritira per dare spazio al privato. I tagli alla sanità pubblica nel corso degli ultimi trent'anni, ma con un particolare accanimento dopo il 2008, si sono combinati ovunque con l'aumento dei costi per i pazienti e il peggioramento del servizio. Il risultato è che il servizio sanitario pubblico ha di fatto espulso dalle cure circa 12 milioni di persone, il 20% della popolazione italiana. È avvenuto anche in altri paesi (in Francia il 6,3%, in Germania il 5,4%), ma in Italia con particolare crudeltà. Dodici milioni di persone devono rinunciare a curarsi presso le strutture pubbliche o perché non possono affrontare i costi (l’intramoenia ha spesso costi superiori a privato), o per le liste infinite di attesa prodotta dal taglio del personale sanitario, o perché il presidio sanitario territoriale limitrofo è stato soppresso, o perché un certo tipo di cura non è più fornita. Il 43% dei migranti della sanità, che si spostano dal Sud al Nord, sono malati oncologici che non hanno sul proprio territorio un servizio pubblico di riferimento. Gli imprenditori privati della salute pubblica si sono allargati in questo spazio.

E si sono allargati in questo spazio grazie alle enormi sovvenzioni pubbliche pagate da tutti, e principalmente, attraverso il fisco, dai lavoratori salariati. Questo è il secondo aspetto, tutt'altro che secondario. Il grosso della sanità privata è convenzionato con lo Stato. I privati incassano non solo i soldi dell'assistito, ma la copertura finanziaria dello Stato, che paga una parte rilevante delle prestazioni fornite. Spesso peraltro gonfiate a dismisura con sovra fatturazioni e truffe. Ma anche tralasciando questo ultimo aspetto, di cui si occupa (spesso) la cronaca giudiziaria, la questione di fondo è quella di un capitalismo sanitario assistito con risorse pubbliche sottratte al servizio pubblico. In altri termini, non abbiamo privati che investono soldi propri ma uomini d'affari che investono i soldi di tutti, sottratti alla sanità di tutti. È il segreto dell'altissimo tasso di profitto nel campo della sanità privata, e delle sue fortune in Borsa.


COTTARELLI E IL GIOCO DELLE TRE CARTE

Il famoso Carlo Cottarelli, già funzionario del Fondo Monetario, massimo fiduciario del governo Monti e massimo teorico della spending review, ha cercato in questi giorni di raccontare a suon di dati che non è vero che la sanità pubblica è stata tagliata, perché anzi sarebbe cresciuta. Purtroppo, i dati sono falsi.

In primo luogo, perché la spesa sanitaria è sempre in rapporto ai bisogni. E i bisogni di assistenza crescono con la crisi demografica e l'invecchiamento della popolazione. Se la spesa assoluta rimane la stessa o anche si accresce ma in misura inferiore alle necessità di assistenza questo è a tutti gli effetti un taglio della spesa sanitaria. È il vecchio trucco con cui Renzi vantava l'incremento del fondo sanitario nazionale mentre in realtà lo tagliava.

Ma soprattutto il calcolo di Cottarelli nasconde ciò che è essenziale: dentro una spesa sanitaria complessiva in relativa decrescita abbiamo una crescita delle risorse sanitarie regalate ai privati. Il peso percentuale della spesa pubblica per i privati si è accresciuto persino negli anni dei massimi tagli alla sanità. E calcolare come spesa pubblica il soccorso al profitto privato è un giochetto da prestigiatore del circo di periferia, obiettivamente indecoroso. Tanto più in tempo di coronavirus.

Al fondo di tutto emerge tutta l'irrazionalità inumana del capitalismo. Mai come oggi la scienza medica consentirebbe di estendere la cura delle patologie della specie umana e di supportare un sistema sanitario universale. Mai come oggi si tagliano le cure del servizio pubblico per offrire un mercato al profitto privato. Nella società borghese anche la salute è merce. Sempre più cara e sempre più rara. Ricordiamoci anche di questo quando “tutto sarà finito”. Quando dovremo presentare il conto.
Partito Comunista dei Lavoratori

Coronavirus: messaggio alle lavoratrici e ai lavoratori - Marco Ferrando


Messaggio di Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori, a tutti i lavoratori e le lavoratrici.
Il protocollo d'intesa non tutela gli operai ma i capitalisti.
La vostra lotta è la nostra lotta! Sciopero generale!
Gli #scioperi operai tra martedì e venerdì hanno espresso una carica combattiva importante, nella sorpresa generale. Lo stesso incontro nella notte di venerdì tra sindacati, padroni e governo, e il relativo protocollo, ha lo scopo di sedare il conflitto o di imbrigliarlo in una cornice concordata. Ma non sarà facile né tanto meno scontato.
Il #controllo operaio sulle condizioni del lavoro è diventato un terreno centrale dello scontro di classe. Non è un terreno nuovo. Cinquant’anni fa l'autunno caldo operaio, dopo una lunga stagione di sconfitte, rivendicò il controllo della salute in fabbrica. Fu, all'epoca, una delle principali rivendicazioni dei consigli dei lavoratori. Cinquant’anni dopo, il dramma del contagio del coronavirus ripropone con forza, in un quadro diverso, lo stesso tema.
La #salute in fabbrica non può essere affidata né ai padroni né al governo. Sono i lavoratori e le lavoratrici che debbono verificare autonomamente le condizioni sanitarie del proprio lavoro in fabbrica. Queste condizioni oggi non ci sono, come attesta l'esperienza generale quotidiana, né possono essere garantite da un protocollo di cartapesta.
Per questo è necessaria la #lotta. Per questo è necessario lo sciopero. Per questo è necessario unificare il movimento di sciopero che si è sviluppato nelle fabbriche, spesso spontaneamente, in un vero sciopero generale. Non uno sciopero simbolico e rituale, ma uno sciopero capace di durare sino a che nelle fabbriche e nelle aziende vi siano accertate condizioni di sicurezza per i lavoratori. E l'accertamento dev'essere affidato ai #lavoratori stessi, attraverso i loro organismi sindacali fiduciari, a partire da RSU e RLS.
Unificante dev'essere anche la piattaforma di lotta dello sciopero: blocco dei licenziamenti, no alle ferie obbligate, garanzia del 100% del salario per i lavoratori, controllo operaio sulla condizione sanitaria in fabbrica (dispositivi, sanificazione delle postazioni, igienizzazione di mense e spogliatoi, riorganizzazione dei turni, della produzione e del trasporto).
A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI