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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Ex Ilva, il gigante abbandonato che solo i lavoratori possono salvare


 Il 21 novembre Moody’s, società statunitense tra le principali nella valutazione della qualità e dell'indice di affidabilità dei titoli emessi da un’impresa o da uno Stato e, di conseguenza, della sua solidità finanziaria, ha deciso di alzare il rating del debito pubblico italiano, portandolo a Baa2 (da Baa3) con outlook stabile.


Il primo ministro Giorgia Meloni ha subito dichiarato: «Accogliamo con grande soddisfazione l'upgrade di Moody's sull'Italia, un risultato importante che non avveniva da 23 anni». E ha poi aggiunto: «Questo riconoscimento premia il lavoro serio e responsabile del nostro governo, frutto di scelte coerenti sui conti e di riforme strutturali, ma anche il lavoro e l'impegno delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Desidero ringraziare in particolare il ministro Giorgetti per lo sforzo costante e scrupoloso nella gestione dei conti. La promozione di Moody's è una conferma della fiducia dei mercati non solo nel governo, ma nell'Italia tutta».


IL GOVERNO MELONI E I SUOI FAVORI AL PADRONATO

Certo il governo ha ricevuto un riconoscimento, quello delle grandi società capitalistiche e finanziarie, di tutta la classe borghese e padronale nostrana ed internazionale, non certo quello della classe lavoratrice. Un riconoscimento da chi in questi anni di governo ha visto “gonfiare” le proprie tasche e fruttare i propri investimenti sulle pelle dei lavoratori, che viceversa hanno visto peggiorare la loro situazione con la perdita progressiva di potere di acquisto dei salari (ci sono contratti come quello dei metalmeccanici rinnovato dopo quasi due anni e 40 ore di sciopero), la contrazione dei diritti (vedi la recente legge sulla sicurezza), l’innalzamento nei fatti dei requisiti per accedere alla pensione e lo smantellamento dello stato sociale e dei servizi, primi fra tutti sanità ed istruzione.


LA FINANZIARIA 2026, L'ENNESIMO ATTACCO AI SALARIATI

Quella del governo è dunque solo una narrazione per gli sprovveduti, come conferma la recente manovra finanziaria, in fase di approvazione: una finanziaria che impoverisce ancora di più il lavoro, che si pavoneggia dicendo di aver tagliato le tasse, quando la maggior parte dei lavoratori non vedrà nessun aumento in busta paga, se non una vergognosa elemosina. Una finanziaria che vede crescere la spesa per gli armamenti, a scapito di sanità, scuola e servizi. Un governo che sceglie di costruire un costosissimo ponte sullo stretto di Messina e che a fronte del “tesoretto” accumulato con il fiscal drag (frutto dei rinnovi contrattuali già effettuati) non ridistribuisce nulla alle masse.
Una narrazione che vuole mettere a tacere le tante situazioni di crisi aziendali, specie nel settore automotive e metalmeccanico, fingendo di occuparsene e dichiarando che i lavoratori non saranno lasciati soli.


IL BANCO DI PROVA DELLE POLITICHE DEL GOVERNO VERSO IL LAVORO: IL CASO DEGLI STABILIMENTI EX ILVA DI GENOVA E TARANTO

Fra le situazioni di crisi più dimenticate c’è quella dell’ex Ilva che proprio nell’ultimo mese si è acutizzata, mettendo ancor di più una seria ipoteca sul futuro di migliaia di lavoratori. La storica impresa siderurgica fondata agli inizi del Novecento e divenuta nel pieno del boom economico il centro del polo siderurgico italiano con il nome di Italsider, entrò in crisi a metà anni ’80 e passò, come noto, nel 1995 nelle mani della famiglia Riva, che avrebbe attuato una spregiudicata opera di sfruttamento degli impianti, senza operare nessun intervento di ammodernamento e di bonifica ambientale.

Proprio agli ’90 risalgono le prime battaglie combattute dalle comunità che risiedono nelle vicinanze degli stabilimenti ex Ilva in difesa della salute. La conseguente iniziativa della magistratura per far luce sui vari reati ambientali e i danni alla salute, costrinse lo Stato ad intervenire per impedire la chiusura del polo siderurgico.

Dopo la fallimentare gestione della cordata ArcelorMittal e Marcegaglia, che di fatto non ha mai fatto alcun investimento per bonificare e rimodernizzare gli impianti, lo Stato italiano si vede costretto ad intervenire nuovamente con capitale pubblico nella gestione dell’ex Ilva, sostituendosi alla precedente amministrazione e creando una nuova società con il nome di Acciaierie d’Italia.

E dunque eccoci arrivati ai giorni nostri: dopo alcuni tentativi per individuare un nuovo acquirente, nessuno andato in porto, l’attuale governo l’11 ottobre convoca i sindacati per comunicare loro il nuovo piano, che nei fatti è l’ammissione di essere in un vicolo cieco, anticamera della chiusura definitiva degli stabilimenti. Dopo le promesse fatte a luglio di avviare un piano industriale vero che prevedesse la costruzione di tre forni elettrici per la produzione dell’acciaio in sostituzione degli obsoleti altoforni e quindi garantisse l’effettiva decarbonizzazione del processo produttivo e il risanamento ambientale, il governo sostanzialmente ha fatto un passo indietro.


LA CASSA INTEGRAZIONE E LA RISTRUTTURAZIONE, DUE STORICHE ARMI DEL PADRONATO

Il nuovo piano presentato prevede infatti dal 15 novembre l’incremento del ricorso alla cassa integrazione, che passerà da 4.550 a circa 5.700 unità con integrazione del reddito. Nel frattempo, saranno avviate opere di manutenzione agli altoforni e dal 1° gennaio, con la fermata delle batterie di cokefazione, si arriverà a 6 mila unità in cassa integrazione. Sarà dunque avviato un nuovo piano operativo a “ciclo corto”, che comporta una rimodulazione dell’assetto produttivo del complesso aziendale. Questo significa che sarà mantenuta solo la produzione necessaria per il pagamento delle spese correnti e che quanto prodotto verrà immediatamente venduto, anziché essere inviato agli altri stabilimenti del gruppo a Genova, Novi Ligure e Racconigi, portando nei fatti migliaia di lavoratori verso la cassa integrazione e in prospettiva futura alla perdita del posto di lavoro.

Di fronte a questa situazione, FIOM, FIM e UILM hanno proclamato 24 ore di sciopero, con forti proteste e presìdi da parte dei lavoratori, che hanno anche bloccato strade ed autostrade, specie nel capoluogo ligure; intenzionati a indurre il governo a fare marcia indietro. E così, almeno in parte, è avvenuto: il Consiglio dei ministri ha infatti approvato un decreto legge che sblocca nuovi fondi per assicurare per alcuni mesi la continuità della produzione negli stabilimenti dell’ex Ilva di Taranto e, a cascata, di tutti gli altri stabilimenti d’Italia. Nel decreto legge, non ancora pubblicato, il governo autorizza Acciaierie d’Italia a utilizzare 108 milioni di euro fino a febbraio 2026 per garantire le attività produttive. Inoltre, vengono stanziati altri 20 milioni di euro per integrare fino al 75 per cento il trattamento della cassa integrazione straordinaria, sostenuta finora da Acciaierie d’Italia.

I decreti cosiddetti “salva-Ilva” non sono una novità: i governi di varie maggioranze ne hanno emanati parecchi da quando l’azienda è stata sequestrata e poi messa in amministrazione straordinaria, per consentire all’impianto di continuare a lavorare. È questo il motivo per cui l’impianto, che il governo vorrebbe vendere tra molte difficoltà, esiste ancora. Infine, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha convocato per il 28 novembre un incontro sul futuro degli stabilimenti dell’ex Ilva nel Nord Italia (quelli di Genova, Novi Ligure e Racconigi), come richiesto dai sindacati.


SOLO I LAVORATORI POTRANNO SALVARE GLI STABILIMENTI EX ILVA

La pronta protesta dei lavoratori ha dunque scongiurato, almeno per il momento, la chiusura degli stabilimenti, ma fino a quando? Di fronte ad una situazione che definire drammatica è riduttivo, i lavoratori devono smettere di appellarsi unicamente all’intervento del governo. Le intenzioni di quest’ultimo sono chiare: vendere il prima possibile gli stabilimenti ex Ilva ad uno nuovo acquirente, che mai si sobbarcherà per intero la ristrutturazione e la bonifica degli impianti. E qualora venisse individuato, la prima delle richieste sarebbe quella di ridurre il personale per contenere i costi.

Altrove in Europa, come in Germania, Svezia e Finlandia, sono in atto processi di riconversione degli impianti produttivi per passare dalla tecnologia degli altoforni, ormai obsoleta ed inquinante, a quella dei forni elettrici, con riassorbimento dell’intera manodopera, impiegandola in quelle attività di preparazione della materia prima necessaria per i nuovi cicli produttivi o nella logistica. Il tutto avviene però in aziende a partecipazione statale e con l’impiego di grandi investimenti pubblici. In Italia questa strada è percorribile? A ben vedere le intenzioni del governo sembra di no. E poi in un’economia che sempre di più diventa economia di guerra con ingenti spese negli armamenti, le possibilità di un intervento dello Stato si riducono sempre di più.

E dunque che fare? I lavoratori hanno un’unica possibilità che è quella di mettersi in lotta permanente, con uno sciopero prolungato che sfoci nella nazionalizzazione sotto controllo operaio di tutti gli stabilimenti. Nazionalizzazione che deve garantire la piena riconversione e bonifica di tutti gli impianti e il riassorbimento completo di tutta la manodopera in forza all’azienda. La lotta deve però vedere i lavoratori di tutti gli stabilimenti uniti nello stesso intento.
Sbagliatissima la dichiarazione del delegato FIOM dell’ex Ilva di Genova, storico dirigente di Lotta Comunista, quando dice che «se Taranto affonda, noi non vogliamo affondare con loro». Un delegato sindacale non può pronunciare parole di questo tipo.

Un’organizzazione sindacale non deve limitarsi a “coltivare il proprio orticello”; deve invece sempre porsi in difesa di tutti i lavoratori, senza distinzioni geografiche o di altro tipo.
I lavoratori uniti devono quindi battersi per la costituzione di consigli di fabbrica che consentano loro di organizzarsi e individuare le forme di lotta più idonee; per uno sciopero generale e unificato a oltranza (chiedendo la solidarietà di tutti i lavoratori dell’industria e non solo) per il conseguimento della nazionalizzazione dell’impresa sotto il loro controllo; per una cassa di resistenza nazionale che consenta uno sciopero di massa che veda anche l’occupazione di tutti gli stabilimenti ex Ilva in Italia, evitando così di cadere nella linea che l’allora segretario della FIOM Landini adottò nella lotta contro la chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, ovvero della lotta stabilimento per stabilimento. Per la creazione di un coordinamento nazionale di tutte le fabbriche in lotta contro chiusure, delocalizzazioni e licenziamenti, diretto dai lavoratori e non dalle burocrazie sindacali.

Solo agendo in questo modo e prendendo in mano direttamente le redini della lotta i lavoratori hanno la possibilità di salvaguardare il loro posto di lavoro e il loro futuro.
Ma guardando più in profondità, la loro lotta, per quanto agguerrita, rischierebbe di rimanere un fatto isolato, se non venisse inserita in un percorso più generalizzato che metta in discussione l’attuale sistema capitalista, con tutto il suo apparato di sfruttamento ed impoverimento da parte della classe padronale ai danni dell’intero proletariato, per sostituirlo con una società governata finalmente dai lavoratori, il socialismo, senza più sfruttati e sfruttatori, dove diritti e vita dignitosa siano garantiti a tutto il proletariato mondiale.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

MARELLI: ALLA SEMISERRATA DEL PADRONE È NECESSARIA LA RISPOSTA OPERAIA

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime tutta propria solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori della Marelli in lotta, presso i cui stabilimenti spesso ha distribuito i propri volantini

La decisione aziendale di ridurre le ore di lavoro tramite la cassa integrazione settimanale senza integrazione economica significa il taglio dei loro già magri salari. La direzione aziendale, con questa specie di serrata, riversa sulle spalle delle operaie e degli operai la sua cattiva gestione e le esigenze di risanamento dei conti aziendali.

Si conferma la regola costante del capitalismo: quando gli affari vanno bene gli operai possono r vedersi riconosciuti in minima parte gli aumenti salariali solo con una strenua lotta oppure vederli inesorabilmente fermi come è successo negli ultimi decenni, mentre quando vanno male è su di loro che si scaricano le difficolta vere o presunte dei capitalisti.

La negoziazione di Fiom, Fim e Uilm sulla quantità e ripartizione delle giornate di cassaintegrazione si muove tutta sul piano inclinato a favore del padronato. Occorre rigettare radicalmente l’organizzazione del lavoro proposta dall’azienda, rivendicando la ripartizione egualitaria delle ore di lavoro e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

La politica padronale oggi si fa forte del clima politico e sociale instaurato del governo Meloni, il governo più reazionario del dopoguerra. La classe lavoratrice deve comprendere bene che con questo governo i salari continueranno a rimanere fermi, continueranno i tagli allo stato sociale e l’arroganza padronale sarà sempre più illimitata.

Altrettanto non si può accontentare dell’azione dei sindacati a partire dalla CGIL che ha evocato la rivolta sociale prima dello sciopero generale del 29 novembre ma non ha disposto nessun programma di mobilitazione generale per fermare l’incedere antisociale di governo e padronato. Purtroppo, la storia recente della CGIL non depone a suo favore. L’avvallo dato al l governo Draghi, quello dello sblocco dei licenziamenti per intendersi, con la garanzia offerta della pace sociale ha aperto la strada alla destra che oggi governa con i voti popolari.

Occorre costringere la CGIL e gli altri sindacati di rifermento a dispiegare una vera e propria agenda di mobilitazioni in grado di convogliare centinaia di miglia di lavoratrici e lavoratori sul terreno dello scontro frontale contro governo e padronato. Ciò tanto più dal momento che la mobilitazione generale avrebbe non solo una valenza sociale, con il recupero salariale e l’aumento della spesa sociale, ma anche una valenza democratica perché in grado di fronteggiare la stretta repressiva vel governo (DDL 1660) che colpisce in particolare le manifestazioni operaie.

Tanto meno è accettabile la solidarietà pelosa del PD, architrave di molti degli ultimi governi che hanno aumentato le spese militari, tagliato i servizi sociali, aumentato l’età pensionabile, incrementato la precarietà lavorativa senza per altro frenare di un centesimo la caduta dei salari.

Insomma, la Marelli come innumerevoli altri casi, è un esempio del feroce attacco sferrato dal padronato contro la classe lavoratrice in nome di quell’”interesse nazionale” dietro cui si cela la rapina capitalista e imperialista.

All’attacco così dispiegato occorre dare una risposta di pari grado. Per questo è necessario costruire il fronte unico di massa della classe lavoratrice con tutte le organizzazioni che vi fanno riferimento basato su una piattaforma di rivendicazioni unificante. Una forza in grado di dispiegare una mobilitazione generale caratterizzata da forme di lotta radicali necessarie a piegare la volontà padronale e delle forze repressive del governo.

In questo modo, strada facendo, la classe lavoratrice tornerà prendere coscienza della propria forza potenzialmente immensa. Allora si renderà conto che tutti i governi siano essi di destra o di “sinistra” sono suoi nemici perché irrimediabilmente governi borghesi, comitati d’affari dei capitalisti. Invece sulla base di questa forza dispiegata potrà poggiare l’unico governo amico delle operaie e degli operai, ii governo delle lavoratrici e dei lavoratori

Unificare e generalizzare le lotte fino allo sciopero generale

 


Testo del volantino distribuito durante lo sciopero dei metalmeccanici

Con la rottura sulla trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si evidenzia ancora di più il lavoro di sfondamento da parte del padronato nella categoria per far passare la linea della Confindustria di Bonomi dei “rinnovi a zero euro”. Già nell’ultimo rinnovo Federmeccanica aveva incassato il risultato dei soli 40 euro lordi in tre anni. La richiesta attuale di un aumento dell’8%, seppur ancora debole per “sanare” le perdite salariali di un contratto nazionale sempre più eroso negli anni da politiche sui salari e trattative contrattuali a perdere, va comunque difesa, senza nessun cedimento da parte delle burocrazie sindacali, magari su una ipotetica defiscalizzazione dell’aumento salariale, perché se così fosse l’aumento sarebbe scaricato sulle tasche della massa lavoratrice e non estorto al padronato.

Ma a un attacco così pesante, in un quadro di crisi economico-sanitaria così grave, la classe lavoratrice deve organizzarsi e rispondere in modo adeguato e dirompente. Le 4 ore di sciopero lanciate da FIM, FIOM e UILM sono insufficienti e tardive. Alla rottura delle trattative andava organizzata la lotta immediata, bisognava mettere in campo la forza dei lavoratori contro la forza del padronato. L’unico modo per riconquistare un contratto dignitoso è la messa in campo dello sciopero generale!

Ma a che condizione si possono ora riconquistare i contratti? Il primo punto da mettere in discussione è il modello imposto dal padronato e accettato dai sindacati confederali. Dopo anni di concertazione a danno dei salariati ora l’accordo del “patto per la fabbrica” aggiunge ulteriormente potere contrattuale alla parte avversa. Bisogna ribaltare i tavoli!

Serve però unificare tutte le categorie dei lavoratori: bisogna lanciare una mobilitazione che unifichi tutte le vertenze in corso per il rinnovo dei contratti nazionali e al contempo unificarle con le tante lotte che ci sono nelle aziende in crisi che stanno delocalizzando, licenziando o chiudendo come la Whirlpool.

• Blocco permanente dei licenziamenti, salario garantito al 100%!
• Controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulla salute e sulle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro. Basta far pagare il rischio sanitario sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici: chiusura immediata di tutte le attività a rischio e non indispensabili!
• Esproprio senza indennizzo per i capitalisti e nazionalizzazione sotto il controllo di chi lavora delle aziende che delocalizzano, licenziano, che violano i diritti dei lavoratori e/o le norme sulla sicurezza e che chiudono, a partire dalla Whirlpool!
• Patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione.
• Cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarietà, ritorno dell’articolo 18 e sua estensione a tutti i lavoratori e le lavoratrici.
• Redistribuzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore per tutti, pagate 40, con l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro.
• Parità di diritti tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati.
• Sciopero generale e prolungato, unificazione di tutte le lotte sui contratti, per un contratto nazionale che recuperi un salario adeguato e che cancelli tutte le flessibilità e la precarietà concessa negli anni. Costituzione di una cassa di resistenza nazionale per sostenere la lotta.

Su tali parole d’ordine bisogna organizzare il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici. Dieci milioni di salariati sono in attesa del rinnovo del loro contratto scaduto da anni. Nel paese diverse sono le lotte aziendali o di categoria che rimangono frammentate e isolate. La vertenza dei metalmeccanici può fungere da traino, mettendo in campo la forza organizzata di un settore storicamente strategico per la lotta di classe, e collegandosi a tutte le lotte in corso per la ripresa di una mobilitazione contro governo e padronato a livello nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Portare nelle lotte la prospettiva di rivoluzione!

 


Contro il fronte unico dei padroni un fronte unico di classe e di massa

22 Ottobre 2020

Testo del volantino (allegato in fondo alla pagina) per le iniziative della giornata di mobilitazione nazionale del 24 ottobre

Dare continuità all’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi! Estendere ed unificare le lotte attorno ad una piattaforma generale! Portare nelle lotte la prospettiva di rivoluzione!

La pandemia si sovrappone a un’offensiva frontale del padronato e a una nuova grande crisi del capitalismo mondiale. Confindustria fa muro sul rinnovo dei contratti, annuncia un milione di licenziamenti, reclama i pieni poteri nelle aziende. Il governo regala ai padroni lo sblocco dei licenziamenti, stoppa il rinnovo dei contratti pubblici, mantiene tutto il peggio dei decreti Salvini contro picchetti, blocchi stradali, occupazioni.

Le burocrazie sindacali, Landini in testa, non solo non organizzano la difesa del lavoro ma appoggiano il governo. Il loro scopo è mostrare al padronato la propria funzione sociale di controllo e disinnesco delle lotte, per timore di essere scaricate. È la funzione di “agenzia della borghesia nel movimento operaio”, come diceva Lenin. Una definizione oggi della burocrazia sindacale ancor più calzante di allora.

Costruire una direzione alternativa del movimento operaio che lo liberi dalla burocrazia è compito di tutte le avanguardie, ovunque collocate sindacalmente. Non si tratta di dare consigli critici agli apparati, né di limitarsi a conservare un piccolo spazio di sindacato alternativo. Si tratta di strappare agli apparati la direzione delle lotte, conquistare la maggioranza dei lavoratori, sviluppare l’egemonia di un progetto alternativo tra le masse.

Tutto questo è molto difficile, dopo un lungo ciclo di arretramenti, sconfitte, delusioni. Ma tanto più oggi è possibile perseguire l’obiettivo solo lavorando controcorrente alla più ampia unità di classe contro padroni e governo. Solo contrapponendo al fronte unico dei padroni il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici.

Non mancano lotte di resistenza e conflitti. Li abbiamo visti nello scorso marzo, nelle fabbriche, nella logistica, nella scuola, tra i braccianti. Ma sono lotte in ordine sparso, che non si parlano, che stanno recintate nel proprio perimetro aziendale o di settore. Unire queste lotte attorno ad una piattaforma generale è una necessità inaggirabile. A fronte di una offensiva generale del padronato, occorre una mobilitazione generale del lavoro capace di ribaltare i rapporti di forza complessivi.


PROSEGUIRE E ALLARGARE IL PERCORSO UNITARIO

L’Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si è tenuta il 27 settembre a Bologna è un primo passo in questa direzione. Le forze ad oggi raccolte sono ancora molto limitate. Ma il segnale di controtendenza è prezioso. Per la prima volta dopo tanto tempo organizzazioni e tendenze sindacali di diversa collocazione e provenienza (Si Cobas, SGB, settori della Opposizione CGIL, Slai Cobas per il sindacato di classe) hanno scelto di mettere insieme le proprie forze in una iniziativa nazionale comune. Non attraverso un cartello di sigle, ma attivando un percorso unitario fondato sui delegati, sulle delegate, sui lavoratori e lavoratrici combattivi/e, al di là di ogni divisione di sigla e appartenenza. Un percorso segnato da comuni rivendicazioni classiste e dalla prospettiva di costruzione di una vera azione di sciopero generale.

Questo percorso va ora proseguito e allargato. Non si tratta di recintare il perimetro dell’Assemblea di settembre, ma di lavorare ad estenderlo ad ogni livello. I militanti sindacali del Partito Comunista dei Lavoratori sono ovunque impegnati in questa direzione.
È la battaglia che conduciamo nell’Opposizione CGIL assieme ad altri lavoratori e lavoratrici della componente contro una linea di pura autoconservazione del proprio spazio. È la linea che conduciamo nei sindacati di base con riferimento classista contro ogni logica autocentrata e settaria. A tutti chiediamo di investire le proprie forze nel percorso unitario avviato, ponendo termine alla frammentazione dell’avanguardia.

Questa azione di coinvolgimento di forze nuove va soprattutto indirizzata verso i lavoratori, a partire dalla loro avanguardia più larga. Quella che nel marzo scorso ha trainato una breve ma intensa stagione di scioperi contro i padroni. Quella che nelle ultime settimane ha ridato segni di presenza negli scioperi metalmeccanici contro la serrata contrattuale di Federmeccanica.

Non confondiamo i burocrati con gli operai. Le burocrazie di Fiom, Fim, Uilm hanno indetto uno sciopero il 5 novembre per salvare la faccia di fronte agli operai e incanalare la loro lotta su un binario morto. Il loro obiettivo è ottenere la detassazione dell’aumento contrattuale per caricare il contratto sulla fiscalità generale (cioè sul portafoglio dei lavoratori) a vantaggio dei profitti. Ma gli operai che hanno scioperato e che possono scioperare il 5 novembre lo fanno per i propri interessi, con tutte le confusioni e contraddizioni del caso. Dobbiamo interloquire con questi operai, che sono la maggioranza sindacalizzata dell’industria, per sottrarli all’influenza dei burocrati e conquistarli alla nostra piattaforma generale. Lo possiamo fare solo dentro la lotta comune, non separandoci da questa, non levando il disturbo a tutto vantaggio dei burocrati. Dobbiamo portare la nostra piattaforma nella lotta comune, per radicalizzarla ed estenderla, non tenerci fuori dalla lotta nel nome della nostra piattaforma.


PER UNA PROSPETTIVA DI RIVOLUZIONE

La politica del fronte unico non può limitarsi al piano sindacale. Tutte le rivendicazioni della piattaforma definita il 27 settembre e rilanciata dalle manifestazioni di oggi richiamano una prospettiva politica. La drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, la forte patrimoniale sulle grandi ricchezze, la cancellazione dei decreti Salvini, la contestazione dell’indebitamento pubblico col capitale finanziario da scaricare sul portafoglio dei lavoratori, sulla sanità, sulla scuola, pongono la prospettiva di un’alternativa operaia alla crisi del capitale. O loro o noi. O il potere dei capitalisti o il potere degli operai. Nessuna conquista parziale su quel terreno è possibile senza che la borghesia tema davvero la minaccia dell’ordine pubblico e della sovversione. I padroni mollano qualcosa solo quando han paura di perdere tutto. Solo la minaccia di una rivoluzione può strappare riforme. Solo una rivoluzione, solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici basato sulla loro forza e sulla loro autorganizzazione, può realizzare una svolta vera.

Politica del fronte unico e programma di rivoluzione sono i due capisaldi della politica del PCL. Siamo per la più larga unità d’azione dell’avanguardia, che ricomponga in un unico fronte il Patto d’azione e il Coordinamento delle sinistre di opposizione nato il 7 dicembre. Perché non ha senso nel nome del fronte unico mantenere percorsi separati, tanto più a fronte delle stesse rivendicazioni generali. Ma portiamo nel fronte più largo dell’opposizione classista l’esigenza di una prospettiva di rivoluzione, in Italia e nel mondo. L’unica che può fondare su solide basi l’internazionalismo proletario, contro ogni forma di europeismo liberale o sovranismo reazionario.

L’unica che indica le basi possibili del partito comunista rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

La locomotiva di Bonomi, e quella della nostra classe

 


Contro le provocazioni di Confindustria costruire una mobilitazione generale

13 Ottobre 2020

«Non è il momento degli scioperi... Non fermate la locomotiva dell'industria italiana.» Così ha dichiarato ieri Carlo Bonomi, fresco presidente di Confindustria. È lo stesso che nel febbraio scorso nella veste di capo di Assolombarda impose di non recintare come zona rossa i comuni della bergamasca. Allora il motto era “Bergamo is running”. Il risultato fu il maggior tasso di mortalità Covid del mondo. Ma la locomotiva dei profitti camminava, perché fermarla?

Dopo questa esperienza sul campo, i capitalisti italiani hanno voluto premiare Bonomi eleggendolo a capo di Confindustria, un titolo indubbiamente meritato. E Bonomi oggi li ripaga con un nuovo atto di fedeltà al cinismo della propria classe. Gli operai, a partire dai metalmeccanici, rinuncino ad ogni aumento salariale contrattuale, accontentandosi di eventuali elemosine aziendali finanziate da maggiore sfruttamento. E soprattutto non si azzardino a scioperare. Gli operai possono crepare, non lottare. Questa la sostanza del messaggio.

Bonomi si sente forte, non senza ragione. Ha davanti a sé un governo che lo riverisce, una burocrazia sindacale che tutto vorrebbe tranne aprire un conflitto, una classe operaia segnata negli anni da tante sconfitte e delusioni. Perché dunque non andare all'incasso? Così ragionano i vertici di Confindustria nel mentre tirano la corda della provocazione. Bonomi si offre alla borghesia italiana come lo stato maggiore di una vittoria annunciata.

Ma l'arroganza può giocare brutti scherzi, e le corde si possono spezzare. Già a marzo centinaia di migliaia di operai hanno scioperato contro padroni che li costringevano al lavoro senza sicurezza e in pieno contagio. Padroni e dirigenti sindacali dovettero affrettarsi in piena notte a varare un protocollo antincendio. La protesta è rientrata. Ma se domani dovesse riprendere? C'è una seconda linea del padronato italiano che il problema se lo pone e non vuol correre rischi. I Ferrero, i Barilla, i grandi gruppi del capitalismo alimentare che hanno disobbedito a Bonomi lo hanno fatto per quello. Bonomi tira dritto centralizzando la linea di scontro, ma la sua armata non è compatta. Se vince, vince per tutti; se perde, perde da solo.

Parallelamente, la burocrazia sindacale di FIOM, FIM e UILM ha dovuto obtorto collo proclamare uno sciopero per difendere il proprio ruolo di burocrazia. L'obiettivo è ottenere dal governo una detassazione di eventuali aumenti contrattuali per metterli a carico della fiscalità generale (cioè dell'insieme dei lavoratori), a tutela dei profitti. “È un compromesso che a voi conviene” dicono i burocrati ai capitalisti, “lo sciopero l'abbiamo rinviato a novembre proprio per poterlo revocare. Il governo ci aiuti, e voi collaborate. Di noi avete bisogno per avere la pace sociale”.

Ecco, è possibile che dentro questa cornice capitalisti e burocrati finiscano con l'accordarsi. È ciò che normalmente accade. Ma se invece non avvenisse? Se Bonomi andasse avanti per la propria strada contando – a ragione – sulla remissività del sindacato, e gli operai si infilassero in quel varco dando allo sciopero un contenuto vero? Nulla a oggi ci dice che così andranno le cose, ma nulla può escluderlo. E in quel caso la lotta di classe potrebbe uscire dai binari del già visto, con buona pace della locomotiva di Bonomi.

La certezza è una sola: dieci milioni di operai in attesa di contratto sono privi di un proprio stato maggiore, quello di cui dispongono i padroni. Costruire controcorrente questo stato maggiore è il compito dell'avanguardia. Allargare e unificare tutte le lotte di resistenza in contrapposizione frontale al padronato e attorno ad una piattaforma generale indipendente è la linea su cui costruire la locomotiva della nostra classe.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contratto dei metalmeccanici: alla lotta!

 


Il tavolo di trattativa si è rotto ieri.. per scioperare dopodomani!

Come era ampiamente prevedibile, la trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici è saltata. Federmeccanica ha chiuso con ancora più forza i rubinetti che mai ha avuto intenzione di aprire. Del resto, con alle spalle praticamente sei anni di aumenti salariali sterilizzati, era impensabile che rinunciasse subito a un contratto praticamente gratuito.

Bisogna, infatti, risalire al gennaio 2015, cioè al contratto separato di Fim-Uilm, per trovare un aumento che possa essere definito tale: 50 euro.

Da allora, grazie a quella che Landini ha chiamato “riconquista del contratto”, i metalmeccanici hanno avuto: “zeru” euro nel 2016; 1,77 nel 2017, 16 nel 2018, 14,34 nel 2019, e 12,63 nel 2020, per un totale di meno di 45 euro lordi al V livello, cioè meno di 40 per la maggior parte di loro che ne stanno al di sotto. Meno ancora quelli di Fca, ormai esclusi pure da queste elemosine.

Ieri, dopo 5 anni di lockdown salariale, si è finalmente rotto il tavolo di trattativa. Non sono state Fim-Fiom-Uilm a farlo, ma Federmeccanica quando i confederali, all’indisponibilità ad aprire il suo portafogli, hanno osato proclamare lo sciopero degli straordinari e della flessibilità in fabbriche per lo più in cassa integrazione e incapaci di coprire perfino le 40 ore ordinarie.

La rottura di Federmeccanica per una prova di forza tanto modesta, dimostra quanto siano ridicole le tesi di riformisti, burocrati e “fiaccatori” di professione, intenti da mesi a spiegare alla loro codardia che a fare scioperi ora si fa solo un favore ai padroni.

È vero l’opposto, perciò è un bene che le trattative si siano rotte, anche se oltremodo in ritardo. Tuttavia, la mobilitazione comincia sotto i peggiori auspici. Infatti, rotto il tavolo ieri, Fim-Fiom-Uilm hanno rimandato lo sciopero tra un mese, il 5 Novembre: 4 ore più 2 di assemblee in questi giorni, in attesa che i metalmeccanici si sfianchino da soli con gli scioperi spontanei proclamati un po’ dappertutto.

I lavoratori non devono essere lasciati soli contro Federmeccanica, gli scioperi devono essere generalizzati subito, non depotenziati in partenza fabbrica per fabbrica e programmati tra un mese per dare tutto il tempo ai padroni di organizzarsi per vanificarli.

Fim-Fiom-Uilm stanno preparando il terreno per un nuovo contratto bidone. Ma la partita è appena cominciata e l’esito non è affatto scontato. I lavoratori hanno risorse infinite e più di una volta hanno ribaltato situazioni date dai più per scontate.

Il 5 Novembre lo sciopero avrà il freno a mano. Tocca a noi lavoratori toglierlo e sfruttarlo per proseguire fino alla riconquista di un contratto che pieghi finalmente Federmeccanica. Alla lotta!

Luigi Sorge, Lorenzo Mortara

Sconfiggere padronato e governo reazionario è una necessità della classe lavoratrice

14 giugno sciopero dei metalmeccanici Lo sciopero dei metalmeccanici del 14 giugno indetto da FIM, FIOM, e UILM è sicuramente un fatto importante. Lo è nel quadro segnato da un arretramento e frammentazione generale di tutta la classe lavoratrice, che in questi anni non è riuscita a resistere di fronte ad attacchi pesanti da parte di tutti i governi che si sono alternati, compreso l’attuale governo reazionario a trazione Lega-Movimento 5 Stelle, che si è presentato come governo del cambiamento ma ha continuato a fare gli interessi del capitale, riducendo le tasse alle imprese, e a ingannare i lavoratori attraverso la truffa del reddito di cittadinanza e della "quota 100", e da parte di un padronato sempre più agguerrito contro chi lavora. 

Ma l’arretramento e la sconfitta dei lavoratori hanno una responsabilità ben precisa, la responsabilità dei sindacati confederali – in primis della CGIL – di non avere voluto affrontare il toro per le corna, di non avere voluto seriamente organizzare il fronte di chi lavora contro il fronte di chi distrugge il lavoro, i diritti e le conquiste storiche del movimento operaio.

La stessa impostazione di questo sciopero e la piattaforma che lo sostiene sono segnati dalla linea di questi ultimi anni, e ripropongono l’impianto dell’ultimo contratto dei metalmeccanici, il peggiore contratto mai firmato, che ha determinato un forte arretramento nelle rivendicazioni salariali e che lascia per strada conquiste storiche del movimento operaio, per i metalmeccanici e di conseguenza per tutta la classe lavoratrice. Questo è stato il lascito di Landini, che poco prima di abbandonare la FIOM, in virtù della scalata a segretario generale della CGIL, ha concluso la tornata contrattuale in piena unità con FIM e UILM. In continuità, la piattaforma di oggi è centrata su una chiave di convergenza tra gli interessi dei lavoratori e del padronato: aumenti salariali tramite defiscalizzazione (a spese di tutti e non sottraendoli al padronato), difesa dell’occupazione e risposta alla crisi capitalistica attraverso investimenti pubblici (soldi dei lavoratori) e privati, nel quadro di una logica sciagurata di aiuto alle imprese. Tutto questo contro l’autonomia di classe dei lavoratori.

Bisogna ricordare che le sconfitte subite alla FIAT (ora in cassa integrazione) e alla Fincantieri sono causate dal fatto che i lavoratori sono stati lasciati soli, stabilimento per stabilimento, cantiere per cantiere, a subire l’aggressione padronale, a causa della mancata volontà di trasformare queste lotte in lotte di resistenza generale.

Pure l’accordo Ilva, firmato e magnificato da FIOM, FIM, UILM, USB compresa, segna un altro disastro: dopo aver di fatto espulso dalla fabbrica più di tremila lavoratori, dopo aver tagliato i salari anche attraverso la nuova assunzione di tutta la forza lavoro rimasta, dopo aver ottenuto i soliti tempi per adeguamenti ambientali e messa in sicurezza dello stabilimento (che infatti sostanzialmente non è ancora partita), oggi ancora 1.400 lavoratori finiscono in cassa integrazione a zero ore.

Anche la vicenda Whirlpool è una vera tragedia. L’azienda, dopo avere intascato 27 milioni di risorse pubbliche, straccia gli accordi pattuiti e mette sulla strada 400 famiglie. La vendita e riconversione dell'azienda è il massacro dei posti di lavoro, con totale assenza di una strategia efficace di lotta.

Di fronte a questo tragico scenario, il nuovo mantra di Landini è l’unità sindacale. Ma di quale unità hanno bisogno i lavoratori? Noi pensiamo che l’unità delle burocrazie senza la messa in campo di un programma di lotta reale sia una unità a danno della classe lavoratrice.

Contro una lunga crisi che non è ancora finita e di cui non si vedono gli sbocchi, necessita quindi ricostruire una opposizione di massa dal versante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, con la costruzione di una mobilitazione generale che unifichi tutte le lotte in corso a partire da Ilva, Whirlpool, Mercatone Uno, Unilever, Almaviva, e che porti ad uno sciopero generale a oltranza sostenuto su punti di programma:

– Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano, licenziano e che violano i diritti dei lavoratori e le norme sulla sicurezza

– Unificazione di tutte le lotte e costituzione di una cassa di resistenza nazionale per sostenerle

– Cancellazione del Jobs act e di tutte le leggi di precarietà, ritorno dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e sua estensione a tutti i lavoratori e lavoratrici

– Redistribuzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore per tutti, pagate 40, con l'introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro

– Parità di diritti tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati

– Un vero salario sociale ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione, pagato dalla cancellazione dei trasferimenti pubblici alle imprese private

– Abolizione della legge Fornero. In pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro, pagata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite



Su tali parole d'ordine bisogna organizzare il protagonismo dei lavoratori facendo loro comprendere che queste rivendicazioni fondamentali, nel loro complesso, non sono però realizzabili all'interno del quadro del sistema capitalista.

È pertanto necessario battersi per la prospettiva di un altro modello di società, fondato su un'economia pianificata democraticamente dai lavoratori, per la prospettiva di un governo dei lavoratori sul piano nazionale e internazionale, basato sulla forza dei lavoratori e che risponda alle esigenze ed ai bisogni della classe lavoratrice, ossia dell'immensa maggioranza della popolazione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Ilva: i nuovi padroni presentano il conto

FIOM, FIM, UILM, USB avevano appena magnificato l'accordo Ilva, che i nuovi padroni di Acelor Mittal hanno subito presentato il conto agli operai. A Taranto le liste delle migliaia di lavoratori che finiranno in cassa integrazione a zero sono state definite con un criterio apertamente antisindacale. Finiscono fuori dalla fabbrica tutti i lavoratori e le lavoratrici che negli anni si erano segnalati per posizioni conflittuali nei confronti dell'azienda. È stato buttato fuori dai cancelli chi aveva lottato per condizioni di sicurezza sul lavoro e sulla salute indipendentemente da ogni altro criterio (anzianità, figli a carico...). La gerarchia dei capetti aziendali si è ingraziata la nuova proprietà fornendole la lista degli operai da espellere, e i nuovi padroni hanno fatto subito capire che in fabbrica da ora tirerà un'altra aria: ordine e disciplina senza fiatare.
Salito in groppa all'accordo gentilmente concesso dai sindacati, ora Di Maio dovrà spiegare in Puglia non solo il voltafaccia sulla TAP ma anche le rivalse antioperaie dei padroni cui ha svenduto Ilva. Di certo la battaglia contro i nuovi padroni, per la nazionalizzazione della fabbrica, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, indica ancora una volta l'unica possibile soluzione di svolta della questione Ilva.

Partito Comunista dei Lavoratori

Unire la lotta dei lavoratori Ilva!

Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene pienamente la scelta dei lavoratori Ilva di occupare gli stabilimenti di Cornigliano a difesa dell'accordo di programma del 2005.

Come i fatti dimostrano, i nuovi acquirenti Arcelor Mittal e Marcegaglia non hanno alcuna intenzione di rispettare i precedenti accordi sindacali. E non si tratta solo dei lavoratori genovesi. L'intero negoziato nazionale si muove sul piano inclinato della manomissione dei diritti. Ai lavoratori di tutti gli stabilimenti Ilva si chiede non solo di scegliere tra il mantenimento dei livelli salariali e il taglio drastico dei posti di lavoro - un'alternativa già di per sé inaccettabile - ma di subire la riassunzione dei lavoratori rimasti con il cosiddetto contratto a tutele crescenti, cioè la licenziabilità senza giusta causa. Dopo aver recitato una finta intransigenza a fini d'immagine, Calenda e Gentiloni vogliono ora rassicurare la nuova proprietà sui vantaggi dell'affare. Per questo chiedono ai lavoratori di rientrare nei ranghi e subire in silenzio. “Altrimenti si mette a rischio il negoziato” dichiara il MISE, col pronto accodamento di FIM e UILM. Ma è proprio questo negoziato che è una partita a perdere per i lavoratori!

È necessario costruire una unità di lotta tra i lavoratori di tutti gli stabilimenti Ilva per bloccare ogni svendita dei diritti operai, e ogni tentativo di dividere i lavoratori di Genova dai lavoratori degli altri stabilimenti della fabbrica. L'esperienza dei fatti dimostra una volta di più che nell'attuale panorama della sovrapproduzione mondiale di acciaio non ci sono in circolazione possibili acquirenti generosi tra i capitalisti della siderurgia. Tutti i capitalisti del settore, quale che sia la loro nazionalità e provenienza, si contendono le fette di mercato abbattendo lavoro e diritti.

Solo una nazionalizzazione dell'Ilva e dell'intera siderurgia, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori, può tutelare salario lavoro diritti salute. È l'ora di unire i lavoratori dell'Ilva attorno a questa rivendicazione di svolta. È ora di assumere la consapevolezza che il capitalismo sa offrire solo sacrifici e miseria agli operai. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione, può realizzare una vera alternativa.
Partito Comunista dei Lavoratori

In memoria di Piergiorgio Tiboni

19 Marzo 2017
Ci ha lasciato Piergiorgio Tiboni, coordinatore nazionale della Confederazione Unitaria di Base.
Per oltre cinquant'anni Tiboni è stato impegnato nella lotta sindacale sempre al fianco e alla testa dei lavoratori, delle lavoratrici e della loro avanguardia. Prima nella sua Brescia, poi come dirigente (fino a segretario generale) della FIM-CISL di Milano. Una realtà anomala nel panorama del sindacato di origine democristiana, anche nei tempi in cui questo, sfruttando la moderazione della CGIL, si presentava, sotto la segreteria di Carniti, come "di sinistra". Una esperienza che non poteva che venire repressa con lo sviluppo in senso reazionario della situazione politica italiana, dalla fine degli anni ’70, coi governi di unità nazionale, in poi.
Alla fine degli anni ’80 infatti la CISL e la FIM nazionali decisero di porre fine all'anomalia milanese. Nel 1990 Tiboni fu quindi espulso dal sindacato cattolico; lungi dal darsi per vinto e con una parte importante dei delegati e dei dirigenti sindacali della FIM di Milano, diede vita alla CUB.
Quali che siano state e siano tuttora le differenze di politica sindacale con la CUB, come Partito Comunista dei Lavoratori riconosciamo in essa un'organizzazione classista, contrapposta alla politica di collaborazione delle confederazioni sindacali maggioritarie. Una organizzazione che non ha mai tradito i lavoratori e le lavoratrici, anche in situazioni in cui altri sindacati di base capitolavano. Questo è stato il caso della lotta all’Alitalia del 2008, dove il nostro partito ebbe un ruolo importante, in particolare attraverso l'intervento in quella lotta del suo portavoce nazionale Marco Ferrando. In quella situazione avemmo al nostro fianco solo la piccola sezione della CUB, mentre le altre organizzazioni sindacali, inclusa la futura USB, tradirono i lavoratori, boicottandone la lotta.

Tiboni è stato l’anima e la grande figura pubblica della CUB. L’avanguardia di classe non lo dimenticherà. Salutiamo la sua memoria e esprimiamo le nostre condoglianze alla CUB e ai suoi familiari.
Partito Comunista dei Lavoratori

Contratto dei metalmeccanici: la conclusione di una parabola della FIOM


Ripartire dal dissenso per organizzare la resistenza

 

 

 Con grande trionfalismo FIM, FIOM e UILM hanno dichiarato che l’ipotesi di accordo firmata il 26 novembre è stata approvata dai lavoratori e dalle lavoratrici del settore metalmeccanico con una percentuale dell’80%. Questo dato, che a una prima lettura sembra quasi un plebiscito nei confronti dell’accordo ed un successo dei sindacati firmatari, deve esser guardato con attenzione. L’approvazione dell’accordo, infatti, non è mai stata in discussione, come invece lo è stato in altre recenti consultazioni di questa stagione contrattuale (vedi, ad esempio, il rinnovo dell’igiene ambientale, bocciato secondo i dati ufficiali dal 43% delle aziende pubbliche del settore, nella realtà in quasi tutti i grandi stabilimenti – Genova, Roma, Milano, Bari, ecc. – ed in tantissimi di quelli piccoli, probabilmente dalla maggioranza di lavoratori e lavoratrici coinvolti.)

In primo luogo i metalmeccanici implicati dal contratto erano oltre un milione e mezzo. Non solo la classe operaia centrale, quella organizzata delle grandi e delle medie fabbriche, ma anche quella dispersa nel disperso tessuto produttivo italiano di piccole e piccolissime aziende. Non solo quella delle fabbriche più combattive, in cui sono influenti i delegati e le delegate della sinistra FIOM o (in qualche caso) dei sindacati di base, ma anche quella che segue le indicazioni della FIM, della UILM o che non è neppure sindacalizzata.
Certo, questo era un pessimo contratto. Non solo perché distribuisce pochi soldi in quattro anni (forse una cinquantina di euro, a fronte degli 80-100 degli altri contratti). Era molto di più. È un rinnovo che sfibra l’intero sistema contrattuale, indebolendo significativamente i rapporti di forza complessivi della classe lavoratrice: registra semplicemente l’inflazione reale (ex post), non prevedendo nessuna distribuzione della ricchezza o anche solo della produttività nel CCNL; indirizza pesantemente la contrattazione aziendale su parametri variabili (aumentando così la flessibilità salariale); introduce assicurazioni sociali e buoni carrello (tagliando il salario complessivo e contribuendo a smantellare il welfare universale); conferma le flessibilità organizzative previste nel CCNL 2012 (a partire dagli straordinari obbligatori).

Però questo contratto, per esser bocciato dalla maggioranza degli operai, avrebbe avuto bisogno di un clima diverso, nella classe e nel Paese. Sarebbe stato necessario costruire questa vertenza in un quadro di mobilitazione e partecipazione, coinvolgendo nella discussione e nella lotta in difesa del contratto nazionale l’insieme della classe. Sarebbe stata cioè necessaria una comprensione di massa della battaglia in corso, dell’attacco del padronato e delle prospettive di resistenza. Quasi nessuno ha invece lavorato nei mesi scorsi per creare questo clima. Non la FIOM, che sin dall’inizio dell’anno si apprestava a firmare un contratto purchessia, spinta dalla ricerca di un nuovo patto di gestione con Camusso e di un nuovo ruolo per Landini, nella segreteria confederale CGIL. Per questo non ha puntato su scioperi e mobilitazioni, per questo non ha quasi mai riunito l’assemblea dei cinquecento, per questo ha abbandonato la propria piattaforma senza colpo ferire. Non è solo responsabilità della FIOM, però. Anche l’insieme della sinistra politica e sociale del nostro paese non ha contribuito a sostenere la partecipazione su questo rinnovo. Partiti, comitati, associazioni, giornali, radio, siti e social: quasi nessuno ha seguito un contratto che rischia di segnare condizioni e prospettive di milioni e milioni di lavoratori e lavoratrici del nostro paese.
È nel contempo tragico e buffo: da anni tutti declamano che per ricostruire una sinistra di massa bisogna partire dal programma, dal lavoro, dalla realtà; però poi negli ultimi mesi si parla soprattutto di rapporto con il PD, di alchimie elettorali, di Brexit e di Trump. Di Monfalcone e della Lega, della FIOM e del CCNL metalmeccanico quasi mai.
I metalmeccanici sono quindi stati lasciati soli: per non disturbare Landini o per non sporcarsi le mani con il conflitto di classe. Non si sono viste dichiarazioni, interviste, post, dibattiti, assemblee, o volantinaggi sulla vicenda. I rapporti di forza alla partenza, allora, erano molto chiari: da una parte i gruppi dirigenti e gli apparati sindacali, nel silenzio della stampa, delle piazze e di larga parte della sinistra; dall’altra un No sostenuto soprattutto dal basso, da delegati e delegate, dall'opposizione CGIL, dai sindacati di base. Seppur, per questi ultimi, talvolta con le solite tentazioni autocentrate: ad esempio USB, nelle prime fasi della campagna, ha rivendicato il boicottaggio del referendum e la costruzione della propria organizzazione come unica possibile soluzione, senza preoccuparsi di costruire fronti di lotta o convergenze neppure con le altre organizzazioni di base (anche se molti delegati e delegate, e poi il profilo dell’assemblea nazionale di Bologna, hanno spinto per il No alla consultazione, seppur giustamente denunciandone tutti i limiti democratici).

Nessuno allora può stupirsi di questo risultato. E nessuno può stupirsene proprio per le modalità di svolgimento del referendum stesso. Le regole che si sono date FIM FIOM e UILM per questa consultazione non prevedevano nessuna possibilità per le ragioni del No di essere espresse nelle assemblee. Landini si è sempre presentato come un campione della democrazia e del pluralismo. Per sé, per la FIOM, ha sempre rivendicato la pari dignità in CGIL, chiedendo nel 2014 che sul Testo Unico fosse presente in ogni assemblea sia il punto di vista del Sì (quello della Camusso), sia quello del No (il suo, tra gli altri). Ma quello che chiede per sé, non lo ha mai concesso alle sue minoranze. Così nelle assemblee hanno potuto parlare solo i funzionari per il Sì. Chi sosteneva il No (delegati e dirigenti FIOM), si è dovuto limitare a intervenire nei propri posti di lavoro. Non solo. La FIOM ha poi cercato di ammonire tutte le strutture (come i direttivi di Trieste e Genova), i dirigenti e funzionari, fino ai delegati che si sono schierati contro questo pessimo accordo. Lo stesso referendum è stato svolto in un periodo caratterizzato da fabbriche mezze vuote per via della crisi (sia per la cassa integrazione e accordi di solidarietà, sia per ragioni di chiusure aziendali per ferie anticipate), con un controllo ferreo da parte della burocrazia sullo svolgimento delle assemblee. Sono state coinvolte solo 5.986 aziende, per un totale di 678.328 dipendenti. Di questi hanno votato in 350.749, quindi in definitiva poco meno di un quarto del milione e seicentomila metalmeccanici a cui viene applicato il CCNL.

Il dissenso comunque non è stato taciuto. Nonostante questa corsa falsata, nonostante le burocrazie compattamente schierate e nonostante una FIOM impegnata contro il dissenso, il No ha raggiunto il 20%: 68.695 mila lavoratori e lavoratrici hanno bocciato questo rinnovo. Prima di guardare ad alcuni profili di questo voto, una parentesi storica per apprezzarne il risultato complessivo. Nel 2008 ci fu l’ultimo rinnovo unitario FIM-FIOM-UILM, prima della lunga stagione dei contratti separati. Su quel contratto i sindacati di base, come anche l’allora sinistra della FIOM (Rete 28 aprile), si espressero contro, per la contrarietà su alcuni punti qualificanti dell’accordo (in particolare su flessibilità e straordinari obbligatori, inquadramento unico, aumenti salariali ridotti). Furono coinvolte nel voto quasi diecimila aziende, cinquecentotrentamila i lavoratori e lavoratrici votanti: il No fu al 25% (centoventinovemila lavoratori e lavoratrici). A sostenere quel voto, però, allora c’era un pezzo significativo della FIOM: un componente della segreteria nazionale, 3-4 funzionari del centro nazionale, segretari regionali e provinciali, molti funzionari nei territori: una presenza oggi infinitamente più ridotta, dopo otto anni di Landini e una sua costante e aggressiva pulizia di ogni dissenso interno. Non solo. Nel 2008 c’era una classe non ancora stremata dalla crisi, un tessuto di delegati e delegate attivo, reduce dalle battaglie di Melfi e sull’articolo 18, impegnato a difendere quel percorso e quella conflittualità. C’era una sinistra politica e sociale, che nonostante una sua incipiente deriva, accompagnò quel rinnovo con un’attenzione infinitamente maggiore a quella di oggi (basti guardare gli articoli, le interviste e le polemiche di allora su diversi giornali e siti).

I quasi sessantanovemila No di oggi sono quindi un numero consistente, in un quadro politico e sociale completamente diverso rispetto a quello di otto anni fa. La cosa più significativa di questo voto, inoltre, è la sua qualità. Il No si è espresso nella maggior parte nelle grosse industrie, nei settori più importati per la concentrazione della classe operaia organizzata e storicamente conflittuale. Dove la stessa FIOM ha ampio consenso o spesso un controllo totale o quasi totale. Ma non solo dove è presente, o influente, l’opposizione CGIL. L’accordo infatti è stato bocciato alla Dalmine di Bergamo, alla Fincantieri di Marghera e di Ancona, nei cantieri liguri, in tutti gli stabilimenti della Electrolux, alla Marcegaglia di Forlì, alla Same, alla Piaggio, alla GKN, all’Ilva di Genova, alla STM di Agrate e di Catania, all’Ansaldo, alle acciaierie AST di Terni e in molte altre fabbriche importanti. Dove le ragioni del No sono state presenti e dove i lavoratori hanno potuto farsi una opinione il dissenso ha raggiunto numeri importanti.

Con questo rinnovo si chiude comunque una fase politica sindacale, che ha visto bene o male la FIOM rappresentare una resistenza contro la gestione padronale della crisi, il tentativo di recuperare margini di profitto attraverso una compressione drastica del salario globale (diretto, indiretto e sociale) ed un aumento dello sfruttamento (durata e intensità del lavoro). Nei contratti separati, nella lotta contro Marchionne, nelle mobilitazioni nazionali del 2010 e del 2012, nello scontro con Camusso, la FIOM ha rappresentato non solo per i metalmeccanici, ma per tutto il mondo del lavoro, un punto di tenuta: il simbolo di un interesse generale, quello di classe. Sappiamo, ed abbiamo sempre denunciato, che da tempo la FIOM aveva abbandonato questa battaglia nella sua azione concreta: con la capitolazione a Grugliasco sul modello Marchionne, con la rinuncia a condurre le lotte in FCA, con la repressione interna delle minoranze, con l’abbandono di ogni mobilitazione di massa e la sua semplice rappresentazione mediatica (la "coalizione sociale"). La firma di questo contratto, però, segna la chiusura anche simbolica di una parabola: il gruppo dirigente storico della FIOM abdica per primo alla difesa del contratto nazionale, normalizza la propria azione nel quadro del Testo Unico del 10 gennaio (che due anni fa contestò) e si approssima ad entrare stabilmente nella maggioranza della CGIL.

Il risultato del referendum, come in altri settori le contestazioni a questa nuova stagione contrattuale, dicono però che alcuni settori sono disponibili ad una resistenza. Una resistenza che non è limitata ad avanguardie politiche marginali, ma che trova consenso in settori centrali della classe, in una disponibilità alla lotta in fabbriche e stabilimenti importanti.
Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà a fianco - come lo è stato in maniera attiva attraverso i propri militanti durante la campagna per il No - di questa classe operaia che non si è voluta piegare ai diktat di Confindustria e delle burocrazie sindacali, compresa quella che fa a capo Landini. Questi sessantanovemila No, per il peso che portano in dote, devono diventare un esempio da estendere negli altri settori industriali. Da questi settori operai conflittuali bisogna ripartire per costruire una opposizione a questo accordo di restituzione, alle politiche padronali e a quelle di governo.

Partito Comunista dei Lavoratori