Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Patto d'azione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Patto d'azione. Mostra tutti i post

Il governo Draghi e il nuovo scenario politico

 


Analisi e incognite della situazione italiana

Il nuovo governo Draghi è la risultante di diversi fattori combinati. Se guardiamo la superficie della vicenda politica, è facile individuare in Matteo Renzi il fattore di innesco determinante. La finalità della sua operazione di messa in crisi del governo Conte non è stata affatto dettata dalla fame di poltrone, come voleva una lettura molto approssimativa della crisi, ma dalla volontà di spezzare l'asse tra M5S e PD, e costringere quest'ultimo nella camicia di forza di un'unità nazionale che ne accentuasse le contraddizioni interne a beneficio di Italia Viva. In questo senso il governo Draghi è indubbiamente una risulta dell'operazione di Renzi, al di là dei vantaggi politici che Italia Viva ne può trarre.
Tuttavia abbiamo visto all'opera fattori ben più profondi.


I FATTORI DI FONDO DELLA SOLUZIONE DRAGHI

In primo luogo la pressione del grande capitale e delle organizzazioni padronali, a partire da Confindustria e dalle sue associazioni del Nord.

La borghesia italiana ha conosciuto nell'ultimo decennio una disarticolazione dei suoi assetti interni e riferimenti politici. Ma la precipitazione della più grande crisi del dopoguerra ha fatto emergere la comune volontà di massimizzare in fretta la svolta (obbligata) delle politiche di bilancio della UE. Agli occhi della borghesia il Recovery Fund è l'occasione insperata e irripetibile di provare a rilanciare il capitalismo italiano su scala europea e internazionale, liberandolo dal fardello delle sue zavorre: scarsa concentrazione dei capitali, arretratezza tecnologica, carattere pletorico dell'amministrazione pubblica, lentezze della giustizia civile, peso esorbitante della spesa pensionistica, e persino, incredibile a dirsi, “eccesso di rigidità contrattuali”. È il quotidiano cahier de doléance di tutta la stampa padronale.
Da qui la critica confindustriale al governo Conte e alla sua maggioranza risicata, impegnata in una interminabile negoziazione interna di ogni passaggio decisionale. Da qui, soprattutto, la domanda di un governo dalle spalle larghe, più autorevole su scala mondiale, più permeabile alle pressioni dirette del padronato, e al tempo stesso più capace di imporre alla società italiana il programma di modernizzazione capitalista. Questa domanda di svolta, incluso il nome di Draghi, circolava almeno da un anno, sia pure sottotraccia, in tutti i circoli dominanti. La crisi politica determinata da Renzi le ha aperto il varco.

In secondo luogo, e in connessione col primo fattore, ha operato una pressione delle cancellerie europee. Una precipitazione elettorale della crisi avrebbe messo a rischio l'intelaiatura del Recovery Fund, imperniato sul salvataggio del capitalismo italiano, esponendo l'intera UE ad un pericoloso effetto di rimbalzo. Tanto più nella sgradita previsione di una possibile, se non probabile, affermazione del fronte sovranista, con il conseguente controllo della destra sulla maggioranza assoluta del Parlamento e sulla stessa elezione del nuovo Presidente della Repubblica nel 2022.
La soluzione di unità nazionale era, nelle condizioni date, l'unica via per evitare questo approdo. La presenza del PD ai massimi vertici della UE, nella Commissione Europea (Gentiloni) e nel Parlamento Europeo (Sassoli), ha di certo favorito questa soluzione. Ma essa corrisponde pienamente all'interesse del capitale finanziario continentale. Merkel e Macron hanno tifato, nel proprio interesse, per la soluzione Draghi.

In terzo luogo, la pressione congiunta di padronato del Nord e cancellerie europee ha prodotto un effetto politico decisivo sulla Lega.
Come avevamo segnalato all'inizio della crisi di governo, l'immagine di una Lega salviniana irreversibilmente antieuropea e sovranista non rispecchiava la realtà di quel partito, ben più composita. Una parte decisiva della costituzione materiale della Lega affonda le proprie radici nelle amministrazioni di tutte le principali regioni del Nord, e in una piccola e media borghesia industriale legata alla filiera del mercato europeo, in particolare tedesco. Questa Lega ha incassato i vantaggi dello sfondamento populista del salvinismo, ma non si è mai identificata con questo. Il precipitare della crisi capitalista, combinata con le nuove disponibilità finanziarie della UE, ha spinto in avanti questo settore. Zaia e Giorgetti se ne sono fatti portavoce. La loro domanda governista non è solamente quella di controllare l'uso dei nuovi fondi, ma anche di legittimare la Lega come partito europeista in un quadro internazionale nuovo, segnato dal crollo del trumpismo, dalla svolta della UE, dall'impatto della pandemia sull'immaginario di ampi settori sociali. La svolta del “Capitano” si è posta in sintonia con questo nuovo scenario, per non rischiare di venirne travolto.


IL RUOLO CHIAVE DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA

Il Quirinale è stato il dominus del governo Draghi.

Come in altri passaggi della vicenda italiana, la presidenza della Repubblica supplisce alla crisi dei partiti borghesi: è stato così con le presidenze Scalfaro e Ciampi nel passaggio tormentato degli anni '90 tra prima e seconda Repubblica, è stato così con la presidenza Napolitano nella crisi del 2011-2013. Oggi in forme diverse si è ripetuto lo stesso copione. Di fronte allo sfaldamento degli equilibri di alternanza, alla cronica instabilità della legislatura, ai rischi di disfacimento della principale forza parlamentare (M5S), solo l'iniziativa del Quirinale poteva predisporre una via d'uscita.

Sergio Mattarella ha deciso direttamente l'investitura di Draghi, ne ha definito il mandato, ha posto sotto la propria regia la stessa composizione ministeriale. Ciò che tradizionalmente passava attraverso un negoziato interpartitico è stato avocato a sé dalla presidenza della Repubblica. Alcuni costituzionalisti liberali hanno visto in questo l'applicazione salutare e rigorosa della Costituzione. In realtà la crisi politica ha fatto emergere i tratti presidenzialisti, solitamente in ombra, della Costituzione italiana. Era accaduto con Napolitano, si è ripetuto con Matterella.

La presidenza Draghi nasce per volontà della presidenza della Repubblica e col pieno appoggio del capitale finanziario. È davvero il governo dei due Presidenti. La sua forza non sta nella vastissima base parlamentare che lo sorregge; semmai questa, con le sue contraddizioni interne, rappresenta paradossalmente il lato debole dell'esecutivo. Sta invece nell'azione centripeta del grande capitale e della UE, il vero magnete peraltro dell'unità nazionale. Il Presidente Draghi personifica questo nuovo equilibrio, si eleva al di sopra delle contraddizioni politiche della sua maggioranza con l'intento di dominarle. La sua investitura è di fatto presidenziale, e solo di riflesso parlamentare. È, in nuce, una simulazione di bonapartismo.


DRAGHI E MONTI. ANALOGIA E DIFFERENZE

Le analogie con il governo Monti del 2011-2013 sono diverse: oggi come allora, abbiamo un governo di salute pubblica, di nomina presidenziale, espressione del capitale finanziario, con ampia base parlamentare. E tuttavia molte sono le differenze.

Innanzitutto, a differenza che nel governo Monti, i partiti borghesi sono direttamente coinvolti nell'esecutivo, per volontà di Draghi e Mattarella, convinti in tal modo di fortificarlo. Il gruppo dei ministri cosiddetti tecnici, provenienti dall'alta burocrazia di Stato (Daniele Franco) e/o dalla grande impresa (Colao), presidia il core business del nuovo esecutivo, a partire dal controllo dei fondi europei. I partiti borghesi, attentamente calibrati, amministrano invece l'ordinario. Una soluzione più simile a quella di Ciampi del 1993 che a quella di Monti, seppur in un quadro di unità nazionale di cui Ciampi non disponeva.

Inoltre il governo gode di un margine di manovra dal punto di vista finanziario molto più ampio che nel 2011-2012, grazie alla sospensione dei vecchi vincoli di bilancio imposta dalla profondità della crisi, e accettata dallo stesso governo tedesco. Ciò accresce a dismisura il debito pubblico, che sarà scaricato sui proletari, ma nell'immediato aiuta il nuovo esecutivo: gli offre un margine di grasso con cui oliare le relazioni sociali, o almeno provarci.

Infine il governo, anche in ragione di questo margine di manovra, sembra voler perseguire a differenza di Monti una politica di concertazione con le burocrazie sindacali e le organizzazioni padronali. Il ripiegamento del nuovo gruppo dirigente di Confindustria su una politica di “buone relazioni” con la CGIL, dopo le smargiassate iniziali (vedi il nuovo contratto dei metalmeccanici), sembra per ora offrire una sponda a questo corso governativo. Preoccupato di garantire la pace sociale, il governo Draghi farà il possibile per schivare le mine.

Ma chi prevede per il nuovo governo un cammino in discesa, o anche solo in pianura, ha una visione molto semplificata della situazione. Confonde il pallottoliere parlamentare con la vita reale, il profumo d'incenso della retorica con la cruda materialità dei problemi.


PANDEMIA, LICENZIAMENTI, PENSIONI: LE MINE VAGANTI SUL CAMMINO DI DRAGHI

Un primo terreno impervio riguarda la crisi sanitaria e la crisi sociale tra loro intrecciate.

L'evoluzione imprevedibile della pandemia, sotto la minaccia delle mutazioni del virus, si combina con le difficoltà strutturali (continentali ma tanto più nazionali) della vaccinazione di massa, la gestione delle chiusure, i contenziosi con le amministrazioni regionali, il nodo dei DPCM... Un Presidente gesuitico di poche parole dovrà sperimentarsi nella comunicazione pubblica, scendendo dall'eremo della sua santità. Non sarà facile.

A questo si sovrappone il passaggio cruciale dello sblocco dei licenziamenti. Confindustria chiede lo sblocco per le aziende non coperte da cassa Covid che hanno bisogno di ristrutturazioni. Le burocrazie sindacali, in particolare la CGIL, propongono un nuovo rinvio. Ma il padronato, che già teneva sotto pressione il governo Conte, vuole incassare il dividendo del nuovo governo Draghi, e non mollerà facilmente la presa. Bankitalia calcola ad oggi oltre mezzo milione di licenziamenti sospesi pronti a scattare, una valanga sociale di grande ampiezza. E non parliamo solo di piccole imprese, parliamo virtualmente anche del gruppo Stellantis, di AcelorMittal, di Alitalia, di una miriade di aziende di medie dimensioni interessate a riorganizzare produzione e servizi. Draghi cerca di allontanare da sé il calice amaro di questa stretta sociale. Ma sarà arduo evitarla.

La questione delle pensioni non è meno rilevante, seppure su tempi maggiormente diluiti. Quota 100 va a scadenza; non può essere rinnovata a fronte del gigantesco indebitamento pubblico e delle pressioni della UE che condiziona lo stesso Recovey Fund al controllo dei conti pubblici. Non a caso il governo spagnolo (PSOE-Podemos) è già impegnato sull'innalzamento dell'età pensionabile. L'esecutivo Draghi dovrà dunque mettere le mani sul sistema pensionistico nella prossima legge di stabilità, che inizia il suo corso in tarda primavera.

L'incrocio tra sblocco dei licenziamenti e riforma pensionistica può esporre il governo a un rischio di conflitto. La concertazione mira a disinnescarlo, ma al tempo stesso confessa la paura.


PROPORZIONALE O MAGGIORITARIO? LE INCOGNITE DEL SISTEMA POLITICO

Un secondo ordine di problemi è di natura più strettamente politica. La nuova unità nazionale è per definizione una situazione d'eccezione che prelude ad una riorganizzazione del sistema politico. I governi tecnici (Monti) o politico-tecnici (Draghi) sono normalmente incubatori di nuovi soggetti e/o di nuovi equilibri. Oggi è molto difficile prevedere lo sbocco politico dell'esperienza Draghi. L'unità nazionale prelude ad un ritorno a un sistema proporzionale, con la classica composizione di un'area di centro borghese quale punto di gravitazione, o prepara invece un ritorno al bipolarismo con schieramenti ristrutturati ma alternativi? Difficile rispondere ad oggi. Certo nel Parlamento attuale sembra difficile trovare una maggioranza di voto per la legge elettorale proporzionale, perché Forza Italia, PD e M5S non hanno la maggioranza dei seggi al Senato. Se resterà l'impianto maggioritario, comunque articolato, le crepe interne alla maggioranza di governo non tarderanno a manifestarsi, da un lato nel polo PD-M5S, dall'altro nel polo di centrodestra.
I tempi, del resto, non sono neutri. Sul finire della primavera vi sarà un'ampia competizione sul terreno amministrativo a carattere maggioritario che coinvolge le principali città italiane. L'effetto di polarizzazione sarà inevitabile e può riverberarsi a livello politico parlamentare. Inoltre incombe il passaggio tra meno di un anno delle elezioni del Presidente della Repubblica. Draghi appare ad oggi come il candidato naturale alla successione di Mattarella, con un sostegno amplissimo. Ma questo significherebbe elezioni politiche anticipate, una scadenza che se prendesse forma trascinerebbe inevitabilmente lungo l'arco dell'intero anno la competizione interna alla maggioranza Draghi.

Il rapporto del governo con l'opinione pubblica è un'ulteriore variabile dipendente del quadro generale. Al piede di partenza Mario Draghi sembra godere di un affidamento vasto e fiducioso. Un credito iniziale, secondo i sondaggi, di oltre il 70% dei consensi ha pochi precedenti in tempi recenti. È il riflesso naturale della sofferenza per la pandemia, della crisi sociale, dell'enorme disorientamento politico, del ripiegamento dei livelli mobilitazione e di coscienza di ampi strati proletari, ciò che alimenta la ricerca del salvatore della patria, in questo caso tecnocrate competente. Tuttavia proprio l'altezza delle aspettative può favorire rapidi disincanti e cambi di clima. Accadde con Monti, può accadere con Draghi. Proprio la memoria dell'esperienza Monti convive sottotraccia con la speranza in Draghi, e alimenta una diffidenza inquieta. È un equilibrio contraddittorio e instabile, esposto a possibili svolte.

La svolta dell'unità nazionale produce sofferenza in blocchi sociali ed elettorali diversi. Le grandi narrazioni populiste che hanno coinvolto negli ultimi dieci anni ampi settori di piccola borghesia e la maggioranza dei salariati hanno subito un tracollo della propria credibilità. Le campagne sovraniste sono scosse alle fondamenta non solo dal cambio delle politiche di bilancio in Europa ma soprattutto dall'ingresso entusiasta della Lega nel governo Draghi. Parallelamente, la lunga narrazione anticasta del M5S, già svuotata nel corso della legislatura dalle diverse alleanze di governo, è oggi annientata dall'ingresso del M5S nel governo Draghi a fianco di Berlusconi e di Renzi. È un fatto politico enorme nella parabola di questo movimento politico, che ne istituzionalizza definitivamente l'approdo, ma che perciò stesso innesca frantumazioni parlamentari, scissioni tra i suoi attivisti, dispersione nella sua base sociale.

Complessivamente, l'immaginario di ampi settori di massa subisce una scossa traumatica. Non è possibile prevedere la ricaduta prevalente di questo processo sul versante sociale. Ma se il populismo reazionario, grillino o leghista, si è saldato per quasi un decennio con la dinamica di riflusso del movimento operaio, dirottando su uno sfogatoio passivo una gran mole di tensioni sociali, il venir meno di questo sfogatoio potrà avere effetti sulle prospettive della lotta di classe.


LA POLITICA DEI RIVOLUZIONARI NEL NUOVO SCENARIO

Il nuovo scenario politico richiede un rilancio della politica di fronte unico. Se la borghesia ha radunato attorno a sé i suoi partiti, il movimento operaio deve stringere le proprie file contro la borghesia e il suo governo. Contrapporre all'unità nazionale il fronte unico di classe è il primo tassello della nostra proposta e linea di intervento.

È tanto più importante oggi ragionare in una prospettiva di massa. Davanti ad uno schieramento politico così vasto, a un governo che gode di nuova forza per il sostegno unanime del padronato, è necessario lavorare a costruire una forza di massa uguale e contraria, l'unica capace di alzare un argine e strappare risultati.

Nello stesso bacino dell'avanguardia occorre prendere le misure del nuovo scenario. Tanto più oggi logiche di autocentratura ed autosufficienza sono prive di fondamento. Le esperienze controcorrente che si sono prodotte nell'ultimo anno (Coordinamento delle sinistre di opposizione e Patto d'azione anticapitalista - per un fronte unico di classe) assumono un valore ancora maggiore e al tempo stesso misurano il proprio limite. Occorre lavorare alla ricomposizione di queste esperienze in un unico fronte dell'avanguardia di classe, politica e sindacale, per agire insieme in una logica di massa. La proposta di stati generali delle sinistre di opposizione e di classe emersa dal Coordinamento delle sinistre di opposizione intende muoversi in questa direzione, così come le proposte unitarie che emergono nel dibattito del Patto d'azione e dell'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi.

La preparazione comune di una manifestazione nazionale contro il governo Draghi di tutte le sinistre di classe, ovunque collocate, darebbe impulso a questo processo, a partire dal presidio unitario contro il governo giovedì prossimo a Montecitorio, in occasione dell'insediamento del governo alle Camere, un presidio unitario senza steccati che il PCL, con altri, ha fortemente voluto.

Parallelamente, dentro il percorso di fronte unico dell'avanguardia occorre porre l'esigenza di una proposta d'azione che sia all'altezza del livello di scontro che si prepara. Se lo sblocco dei licenziamenti sarà il primo banco di prova del conflitto sociale, occorre preparare il movimento operaio sul terreno delle indicazioni di lotta, delle forme di organizzazione, delle stesse rivendicazioni. Se nuove centinaia di casi Whirlpool si moltiplicheranno in tutta Italia, va data l'indicazione dell'occupazione delle aziende che licenziano, di un coordinamento nazionale delle occupazioni, dello sviluppo delle casse di resistenza. La rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle aziende che licenziano può unificare il fronte di lotta evitando quella drammatica via crucis delle sconfitte in ordine sparso che la classe operaia ha vissuto nell'ultimo decennio per responsabilità delle sue direzioni.

Certo, sono oggi proposte controcorrente a livello di massa. Ma proprio per questo è importante che le avanguardie le assumano unitariamente, e unitariamente ne facciano strumento di azione per preparare il terreno. Con la propaganda e ovunque possibile con l'agitazione. Sono proposte che il Coordinamento delle sinistre di opposizione ha già assunto e che il PCL ha portato e porta nella discussione interna al Patto d'azione, combinando unità e radicalità.

Il rilancio di una prospettiva anticapitalista di governo dei lavoratori e delle lavoratrici è più che mai un asse centrale della propaganda rivoluzionaria. A un governo espressione del capitale finanziario, nella sua stessa composizione, va contrapposta la prospettiva di un governo del lavoro. La crisi verticale di tutte le mitologie populiste e interclassiste (no euro contro euro, sovranità nazionale contro UE, italiani contro migranti, popolo contro casta...), che purtroppo hanno attecchito in ampi di settori di salariati, può liberare spazio per l'unica alternativa vera: quella tra capitale e lavoro. La parola d'ordine del governo dei lavoratori ne è la naturale proiezione. È l'unica vera soluzione contro il mare di fandonie e di truffe che sono state seminate nella coscienza di massa. È la ragione stessa del PCL e della sua costruzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

La pandemia è il capitalismo: rafforzare il Patto d'azione per rilanciare l'opposizione di classe

 


Mozione conclusiva dell'assemblea nazionale del "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe", tenutasi in remoto domenica 22 novembre

25 Novembre 2020

Pubblichiamo il documento varato dall'assemblea nazionale del "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe", tenutasi il 22 Novembre. Una discussione che ha confermato la volontà di proseguire e rilanciare il Patto d'azione e il suo intervento di classe. Il confronto ha investito sia i contenuti della piattaforma, sia le forme organizzative del Patto. Su entrambi gli aspetti il PCL, soggetto organico del Patto, ha dato il proprio contributo. Proponendo uno sviluppo della caratterizzazione anticapitalista della piattaforma (ad esempio sulla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano); sottolineando l'esigenza di allargare il fronte unitario d'azione dell'avanguardia, a partire da un investimento coerente nel percorso unitario aperto dall'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi di Bologna del 27 settembre; proponendo una forma organizzativa ad un tempo funzionale e corrispondente alla natura del Patto come fronte unitario d'azione tra soggetti distinti. Su questi aspetti la discussione continuerà dentro la cornice generale condivisa del documento varato

Siamo giunti a questa assemblea nazionale nel pieno della seconda ondata pandemica di Covid-19.

La fine del clima diffuso di “unità nazionale“ che aveva contrassegnato la prima fase pandemica sta portando sempre più in superficie le contraddizioni e gli antagonismi di classe sinora sapientemente occultati dietro l'ipocrisia del comune richiamo al tricolore e l'inconciliabilità tra gli interessi dei padroni e quelli dei lavoratori e delle masse proletarie, resa quanto mai evidente dal tracollo dei sistemi sanitari nella quasi totalità dei paesi occidentali.

Tutto ciò in un quadro di una crisi internazionale (al tempo stesso sanitaria, economica, sociale e politica), le cui dimensioni sono testimoniate dalle grandi lotte che attraversano il sistema capitalista ai quattro angoli del globo: dall'America latina ai grandi scioperi dell'India, alle lotte nel Maghreb e nel Medio Oriente, alle ribellioni in Europa del proletariato immigrato. Questi sommovimenti sono giunti negli ultimi mesi fin nel cuore dell'imperialismo USA, materializzandosi nelle rivolte e nelle mobilitazioni del movimento Black Lives Matters in risposta alle violenze razziste della polizia e alle politiche reazionarie dell'amministrazione Trump: un processo che si è poi riverberato anche sul piano istituzionale in concomitanza con le elezioni presidenziali, caratterizzate da un clima di polarizzazione e da una tensione sociale senza precedenti nella storia recente della democrazia borghese a stelle e strisce, al punto da portare non pochi lacchè nostrani a proclamare (a ragion veduta) la fine di un'intera epoca storica del capitalismo. Tali dinamiche si intersecano con lo sviluppo recente di grandi ampi movimenti su scala internazionale contro le devastazioni ambientali e con le lotte del movimento delle donne, che in queste settimane sta vedendo la Polonia come il principale epicentro delle mobilitazioni.
I dati e i fatti di questi mesi confermano inequivocabilmente le tesi da noi sostenute nelle assemblee di marzo e aprile, ossia:

1) Questa pandemia (così come le altre a cui abbiamo assistito in questi decenni) è il prodotto degli sconquassi determinati dal sistema capitalista sull'ambiente e sull'ecosistema, e la zoonosi (salto di specie del virus) è intimamente connessa col sistema predatorio di deforestazione e di sfruttamento intensivo delle risorse naturali che sono alla base dei disastri e delle catastrofi connesse al cambiamento climatico, ed è il prodotto di una crisi sistema da cui il capitale e le sue istituzioni sono incapaci di venire a capo.

2) Le politiche di tagli massicci e indiscriminati alla sanità, all'istruzione, al trasporto pubblico e alla spesa sociale perseguite negli ultimi decenni dai governi nazionali e sovranazionali in tutto l'occidente imperialista e senza soluzione di continuità, hanno smantellato e distrutto ogni possibile linea di difesa e di contenimento della pandemia, determinando in tempi record il collasso dei sistemi sanitari nazionali e la moltiplicazione esponenziale dei contagi.

3) I governi nazionali, e in Italia il governo Conte, gli apparati statali e le amministrazioni regionali hanno perseguito, scientemente e sistematicamente, una politica di riduzione del danno improvvisata e raffazzonata, orientata quasi esclusivamente alla difesa senza se e senza ma dei profitti del grande capitale, e sacrificando sul suo altare la tutela dei salari, della salute e della vita stessa di milioni di proletari.

È oramai noto che l'Italia fosse del tutto priva di un piano pandemico e come quest'ultimo non fosse più aggiornato dal 2006, ed è altrettanto noto che negli ultimi mesi del 2019, malgrado il Sars-Cov 2 fosse già ben presente in Cina, il governo Conte, il ministro Speranza e i vertici sanitari abbiano sistematicamente ignorato (fino al punto di secretarle) le segnalazioni e i dossier dei più autorevoli rappresentanti della comunità medico-scientifica internazionale, i quali sollecitavano una “terapia d'urto“ immediata per scongiurare decine di migliaia di morti.
Oggi che quelle previsioni si sono rivelate un autentico e macabro presagio, nel mentre assistiamo allo spettacolo indecoroso dei rimpalli di responsabilità tra governo, regioni e comuni e nel mentre le attività di screening e di tracciamento sono completamente saltate sin dagli inizi di ottobre, la “seconda ondata“ ha svelato in maniera chiara che gli unici a trarre vantaggio dal tracollo della sanità pubblica sono stati i laboratori di analisi privati, a cui sono stati nei fatti appaltati quasi per intero i tamponi dei casi sospetti e dei contatti stretti, con costi lievitati alle stelle e un business che si è vergognosamente alimentato di pari passo con l'aumento dei contagiati e con la saturazione dei posti-letto negli ospedali: lo scandalo dei costi delle ambulanze private che a Napoli sono lievitati fino a 1000 euro per paziente rappresenta solo la punta dell'iceberg di una cosciente e sistematica opera di distruzione del sistema sanitario compiuta che i governi di ogni colore hanno operato negli ultimi decenni. Senza quest'opera di distruzione sistematica, con chiusure di ospedali, tagli di personale e alla spesa per le infrastrutture, sarebbe impossibile spiegarsi il vero e proprio sciacallaggio che è attualmente in corso da parte di padroni, politicanti e speculatori senza scrupoli.

In questo contesto di crisi rovinosa si inserisce la nuova “luna di miele“ tra i padroni e Cgil-Cisl-Uil, suggellata dai tappetini rossi che Landini ha riservato a Bonomi nel corso dell'evento “Futura“: al di la di qualche apparente puntura di spillo a uso e consumo mediatico, è evidente che il meeting cigiellino è servito a suggellare, nei fatti prima ancora che sulla carta, quel “Patto per l'Italia“ di cui Confindustria ha bisogno per mettere al guinzaglio la classe lavoratrice per tutto il periodo pandemico e spegnere ogni residuo conflitto sul rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, tanto più all'indomani di uno sciopero nazionale che si è rivelato essere davvero tale solo in un numero limitatissimo di fabbriche, grosso modo coincidenti con le principali roccaforti storiche della Fiom.
Tutto lascia presagire che entro la prossima primavera i padroni “concederanno“ ai confederali la vittoria di Pirro di un rinnovo che in cambio di qualche spicciolo in più di salario, porterà in dote a Confindustria un triplice risultato: l'aumento esponenziale dei ritmi e dei carichi di lavoro (sapientemente spacciato per “produttività“), il via libera ai contratti precari senza limiti di durata e soprattutto lo stop alla moratoria sui licenziamenti a partire dalla primavera.
D'altronde, lo schema di Confindustria rappresenta già da anni, se non da decenni, una prassi e un “modello“ consolidato in svariate categorie (agricoltura, lavoro domestico, edilizia, ristorazione, ecc., per non parlare di tutto l'universo che ruota attorno alle finte cooperative), e il tentativo di ufficializzare e codificare il principio “lavorare di più, peggio, più precari e ricattati e con meno diritti“ è coerente con i decenni di controriforme del mercato del lavoro e con lo stesso Patto per la fabbrica siglato poco più di due anni fa tra governo, padroni e sindacati confederali: va da se che una volta smontato il CCNL metalmeccanici, ne deriverà un effetto a cascata in tutte le altre categorie interessate dai rinnovi.
Nel frattempo, il fronte padronale continua a dormire comodamente sugli allori, grazie al nuovo via libera alla Cig senza limiti, il cui libero accesso garantitogli dal governo viene finanche sgravato dall'onere di dover giustificare un calo di fatturato riconducibile alla pandemia.
Quella Cig che nella gran parte dei casi si traduce nella miseria di 700-800 euro al mese in busta paga, viene ipocritamente presentata dal governo e dai confederali come una misura di tutela per i lavoratori, ma in realtà non è altro che uno strumento per consentire ai padroni di privatizzare gli utili e socializzare le perdite: il silenzio di Cgil-Cisl-Uil di fronte ai dati della guardia di Finanza che attestano come più del 25% delle aziende si sia accaparrata la Cig pur non avendo alcun calo di fatturato nel mentre milioni di lavoratori sono di fatto ridottti alla fame, è di gran lunga più eloquente degli slogan e delle dichiarazioni d'intenti su “lavoro, sviluppo e contratti“ che i vertici confederali continuano a ripetere come un disco rotto.
Come contraltare alle pagliacciate dei vertici confederali, al momento continua a distinguersi per il livello di combattività diffusa solo il settore del Trasporto merci e logistica, nel quale lo scorso 23 ottobre SI Cobas e ADL Cobas hanno organizzato uno sciopero nazionale capace di fermare la gran parte del flusso di merci di tutti i principali operatori, portando a casa, come primi importanti risultati, da un lato la disponibilità a trattare di una parte delle principali associazioni datoriali, dall'altro l'apertura di un tavolo di confronto col governo sul tema della sicurezza sul lavoro e della prevenzione dei contagi da coronavirus.
Pur in un quadro che vede lo sviluppo a macchia di leopardo di lotte vertenziali e la ripresa di iniziativa in alcuni settori (su tutte la sanità e la scuola, ma anche in alcune fabbriche, nel settore dello spettacolo e nel comparto multiservizi), queste mobilitazioni registrano tuttora una estrema difficoltà a trainare settori di massa e a ramificarsi sul territorio nazionale.


LE "TRE PIAZZE" DI OTTOBRE

Se da un lato il patto tripartito tra governo, Confindustria e sindacati collaborazionisti (Cgil-Cisl-Uil-Ugl) ha permesso a questi ultimi di preservare il clima di pace sociale sui luoghi di lavoro attraverso lo scambio tra l'aumento della produttività e della precarietà (quindi dei profitti) e un nuovo rinvio della moratoria sui licenziamenti, dall'altro in queste settimane hanno iniziato a manifestarsi dei primi, inequivocabili segnali di malessere sociale per gli effetti della crisi e delle nuove restrizioni imposte dal Covid. Com'era prevedibile in un paese come il nostro, caratterizzato da un'estrema polverizzazione delle filiere produttive e da un peso significativo del commercio e e dei servizi, a rompere il ghiaccio sono state in larga parte mobilitazioni dal segno e dalla composizione confusa, di carattere apparentemente populista e interclassista, ma alla cui testa è emerso fin da subito l'interesse specifico della piccola e media borghesia, dei commercianti e di quel pulviscolo di “mezze classi“ fatte di padroni e padroncini colpiti dalle misure restrittive.
Non a caso, le parole d'ordine e le rivendicazioni spesso maggioritarie in queste piazze (“no alla dittatura sanitaria“, “no alle chiusure“, ecc.) si siano mostrate molto più permeabili dalla retorica reazionaria dei fascisti e al delirio negazionista dei “no mask“ che non alle istanze dalle lotte sociali proletarie (vedasi su tutte le piazze di Milano, Venezia, Bologna e quella del quartiere Vomero a Napoli): ciò a riconferma che gli interessi del “ceto medio produttivo“ sono oggettivamente antagonisti e inconciliabili con le lotte operaie per la difesa della salute e per il diritto a restare a casa a salario pieno e a non morire di Covid in nome dei profitti, piccoli o grandi che siano.

Dal ventre di queste manifestazioni, a partire dall'ormai celebre notte del 23 ottobre a Napoli, si è materializzata la “seconda piazza“, composta in larga parte da settori semiproletari, di proletariato marginale e/o studenti (come nel caso di Firenze), la quale in maniera confusa, genuina ma spesso completamente disorganizzata, ha riversato nelle strade una rabbia e un malessere che poco o nulla aveva a che vedere con le istanze dei commercianti (i quali non a caso si sono subito affrettati a prendere le distanza dai “violenti“) e che si è espressa attraverso cortei non autorizzati e scontri di piazza, cui è seguita, puntuale come sempre, la dura repressione delle forze dell'ordine e un'ondata di criminalizzazione ad opera dei media, intenti a bollare questi episodi come opera di “camorristi“, fascisti o negazionisti.
In realtà queste brevi ed estemporanee fiammate, più che la mafia o i fascisti (da sempre molto più a loro agio nelle aule parlamentari e nelle stanze del potere nazionale e locale che non nelle proteste di piazza), rimandano a forme di ribellione spontanea e in larga parte apolitica e/o a-classista, il cui unico comun denominatore è l'odio verso lo stato e le forze di polizia.

L'esito di questo primo round di proteste è oramai sotto gli occhi di tutti: il settore della media distribuzione, dagli esercizi commerciali e quello turistico-ricettivo hanno in poche ore portato a casa i “decreti-ristori“, con i quali lo stato si impegna ad accollarsi la gran parte delle perdite di fatturato, mentre l'esercito dei precari, dei lavoratori del settore, dei garzoni in nero e dei disoccupati hanno nella migliore delle ipotesi difeso a malapena la miseria delle poche centinaia di euro di CIG o di reddito di cittadinanza “concesse“ a suo tempo dal governo; il fatto che all'indomani del suddetto Dpcm sia le prime che le seconde piazze si siano svuotate quasi ovunque è da un lato la riprova che la piccola e media borghesia ha rappresentato la componente sociale maggioritaria in quelle mobilitazioni era di, dall'altro che in assenza di un forte movimento di classe ogni tentativo, per quanto generoso, di “attraversamento proletario“ di una rabbia tanto diffusa quanto confusa è inevitabilmente votato al fallimento, sia in termini politici sia sul piano rivendicativo parziale.

Fare un bilancio obbiettivo e lucido degli eventi di fine ottobre, non significa certo negare apriori e per principio la possibilità (e in determinati frangenti anche la necessità) di saldare e allargare le lotte operaie e proletarie con le istanze provenienti da strati del ceto medio impoverito dalla crisi e/o in via di proletarizzazione, ne tantomeno volersi trastullare in sterili quanto infantili richiami a una presunta “purezza“ del movimento proletario. A nessuno sfugge che nelle piazze italiane di ottobre, le istanze del grande ristoratore che paga 30 euro al giorno (e magari al nero) i suoi dipendenti e dell'albergatore che evade milioni di euro fossero “mescolate“ con quelle del garzone o del piccolo esercente a gestione familiare. Si tratta tuttavia di non confondere la realtà con i propri desideri, e di comprendere che fin quando i salariati e gli sfruttati non saranno capaci di dotarsi di un autonomo percorso di lotta per i propri interessi di classe immediati e futuri, nessun'alleanza e nessuna scorciatoia movimentistica sarà capace di togliergli le castagne dal fuoco e permettergli la difesa di quegli interessi, men che meno lo saranno ipotetici “fronti popolari“ con gli strati inferiori della classe dominante.

Da questo punto di vista, le mobilitazioni messe in campo dal Patto d'azione nella giornata del 24, hanno rappresentato a tutti gli effetti una sorta di “terza piazza“, distinta dalla seconda e alternativa alla prima, in quanto espressione dell'autonomia di classe e degli interessi immediati e futuri dei lavoratori e delle masse proletarie nel loro complesso.
abbiamo animato più di una decina di piazze convocate in tutte le principali città dall'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi a seguito della riuscita iniziativa del 27 settembre a Bologna.
Il bilancio di questa giornata di mobilitazione nazionale è complessivamente positivo: in molte città (Napoli, Bologna, Torino e Roma su tutte) si è registrata la partecipazione di centinaia di lavoratori, studenti e realtà politiche e di movimento; in altre (come a Milano), la partecipazione è stata decisamente inferiore a quella registrata lo scorso 6 giugno.
La riuscita buona ma non straordinaria delle iniziative è in parte ascrivibile con le difficoltà dovute al contesto pandemico, ma in parte anche alla mancata strutturazione e organizzazione del percorso comune, sia sul piano locale che a livello locale.


LA PIATTAFORMA, I PERCORSI DI LOTTA E LE PROSSIME SCADENZE

Il contesto attuale ci chiama a portare di nuovo in primo piano la auto-difesa della salute da parte dei lavoratori nei luoghi di lavoro e nella società, con il rilancio della critica generale non solo al taglio delle spese per la sanità pubblica, ma a tutto il processo di aziendalizzazione di essa, di accorpamento degli ospedali e di introduzione sempre più in profondità della finalità del profitto. A questo processo, che è responsabile n. 1 dell'attuale crisi sanitaria, va contrapposta la rivendicazione di una sanità centrata sulla prevenzione degli infortuni e delle morti sul lavoro, la prevenzione delle malattie e delle epidemie, la strutturazione di una medicina del territorio che non è mai stata integralmente costituita, l'opposizione frontale al vergognoso business dei tamponi e delle ambulanze, ecc.
Ciò partendo dalla consapevolezza che la tutela della salute dei lavoratori passa innanzitutto dalla sicurezza e dalla prevenzione sui luoghi di lavoro.

Occorre dunque prepararsi a una dura e lunga battaglia per il diritto alla salute e alla vita dei lavoratori, mettendo in piedi campagne per il varo di protocolli anti-Covid precisi e vincolanti per tutti i padroni, sostenendo le iniziative già in corso su questo tema (su tutte quella portata avanti in queste settimane dal SI Cobas), ma soprattutto lottando per il diritto a stare a casa con l'integrazione salariale al 100% in tutte le aziende in cui non si applicano o in cui non è oggettivamente possibile applicare le misure di prevenzione.

In secondo luogo, in barba alla moratoria sui licenziamenti, ad oggi abbiamo già oltre 800.000 nuovi disoccupati, sia a causa del mancato rinnovo dei contratti a termine, sia in conseguenza delle chiusure di attività (vedi Whirlpool), sia attraverso l'espediente dei finti licenziamenti disciplinari, nonché maree di cassintegrati che hanno visto i loro salari ridotti all'osso e un'altra epidemia di disoccupazione in arrivo. In un tale contesto, foriero di precipitazioni improvvise, va messo in primo piano il salario medio operaio garantito a tutti i disoccupati - anche a quelli che siano, evidentemente, diventati tali per fallimento dei propri piccoli esercizi (cosa ben diversa dai ristori!). Questa rivendicazione va legata alla riduzione drastica e generalizzata della giornata lavorativa, per il lavoro socialmente necessario, proprio per portare a fondo la critica al modo di produzione capitalistico che in questa crisi produrrà montagne di disoccupati.

In terzo luogo, va smascherato con forza, senza se e senza ma, il disegno complessivo del capitalismo nazionale (in una con la UE e col governo Conte) teso a progettare un uso dei 209 miliardi del Recovery fund secondo la linea "come prima, peggio di prima", con il finto sviluppo "green", la micidiale Industria 4.0, la desocializzazione programmata con lavoro a distanza (a domicilio) e scuola a distanza, l'ulteriore incremento delle spese belliche (Mattarella&Co. hanno chiesto 10.000 soldati in più e nuovi armamenti), la tanto agognata fine del "sussidistan" (mai esistito, peraltro), nuove carceri e centri di detenzione per immigrati: il tutto finanziato, attraverso l'ingigantimento del debito di stato e il nuovo debito europeo, dalla classe lavoratrice e in particolar modo dalle future generazioni.
Negli ultimi mesi stiamo assistendo anche in ambiti governativi e istituzionali, all'evocazione di patrimoniale sulle grandi ricchezze che muove da propositi diametralmente opposti a quelli che ci portano ad usare questa parola d'ordine come leva per far pagare la crisi ai padroni, finalizzati al contrario a tamponare e nascondere gli effetti della crisi. Per questo specifichiamo ancora una volta che la rivendicazione non di una patrimoniale generica, ma della patrimoniale del 10% sul 10%, è finalizzata a soddisfare una serie di interessi delle masse operaie, dei disoccupati, degli sfruttati: per il salario garantito, la riduzione generalizzata e drastica degli orari di lavoro e la ricostruzione di un sistema sanitario fondato sulla prevenzione, sul rilancio dei trasporti pubblici anti-inquinamento su rotaia, la messa in sicurezza dei territori, il risanamento ambientale, etc.


Alla luce di tutto ciò, l'assemblea stabilisce quanto segue:

1) A partire dai prossimi giorni sviluppare su tutti i territori iniziative di lotta e campagne di denuncia dello sfascio della sanità pubblica, dei trasporti e dell'istruzione e di agitazione rivolta alle condizioni di miseria che attanagliano la forza lavoro precaria e disoccupata: una campagna che viaggi in parallelo con la battaglia per la difesa della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro, per il varo di protocolli vincolanti per la prevenzione del contagio, per la difesa dei salari e il rinnovo dei contratti in tutti i settori della produzione e distribuzione.

2) Indire una nuova iniziativa nazionale su questi temi nel week-end 11-12 dicembre, articolata nelle varie città.

3) Si assume come denominazione unica e definitiva la seguente: "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe".

4) Intraprendere un lavoro di condivisione e socializzazione dei contatti e dei collegamenti internazionali in corso con realtà politiche, sindacali e sociali di altri paesi, propedeutico allo sviluppo di forme di coordinamento e di iniziativa comune.

5) Avviare un confronto tra le compagne e le lavoratrici teso alla costruzione di iniziative di lotta sul tema della doppia oppressione delle donne sfruttate dal capitalismo e dai modelli patriarcali veicolati e alimentati dalla classe dominante.

6) Avviare un gruppo di lavoro specifico sul tema della repressione e del razzismo di stato, che possa portare agli inizi del prossimo anno a un'assemblea nazionale sui problemi specifici delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati.

7) Impegnare tutte le realtà che afferiscono al Patto d'azione a favorire la massima partecipazione all'assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si terrà il prossimo 29 novembre in modalità telematica e ad evidenziare in ogni ambito d'intervento la necessità di convocare a breve a uno sciopero generale nazionale.

8) Dar vita a un gruppo di lavoro che presenti alla prossima assemblea una proposta condivisa sul piano organizzativo, sia riguardo la necessità impellente di dar vita a un coordinamento nazionale del Patto d'azione, sia di dotare quest'ultimo di strumenti unitari di comunicazione e di agitazione politica.


L'assemblea del Patto d'azione riunitasi in modalità telematica il 22 novembre 2020, infine, aggiorna i punti della piattaforma di lotta nazionale come segue:

1) Autodifesa della salute da parte dei lavoratori, per sé e per tutta la popolazione; revisione dei Protocolli del 24 aprile, con l'introduzione dell'obbligatorietà dello screening e dei tamponi a tutti i lavoratori e il varo norme e misure stringenti e vincolanti per la prevenzione dei contagi sui luoghi di lavoro, in cui sia espressamente prevista la possibilità di chiudere le aziende laddove non sia possibile garantire il diritto alla salute e alla vita degli operatori; creazione in tutte le aziende di comitati dei lavoratori che vigilino sul rispetto dei protocolli; piano nazionale straordinario di assunzione di infermieri e medici, con l'immediato esaurimento delle graduatorie degli idonei e la stabilizzazione di tutti/e i/le precari/e, senza nessuna discriminazione nei confronti del personale sanitario d'immigrazione; integrale riorganizzazione del servizio sanitario pubblico unico, universale, gratuito, dotato di una diffusa rete territoriale, con al centro l'obiettivo della prevenzione delle malattie e la tutela della salute sui luoghi di lavoro; requisizione senza indennizzo di tutte le cliniche private, anche oltre l’emergenza; abolizione dei sistemi di "welfare" sanitario aziendale e di ogni altra forma di finanziamento indiretto alla sanità privata.

2) Salario medio garantito per disoccupati, sottoccupati, precari e cassintegrati.

3) Riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, lavorare tutti; per il lavoro socialmente necessario.

4) I costi della pandemia e della crisi siano pagati dai padroni, a partire da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione i cui proventi vanno destinati alla copertura al 100% di tutti i salari e al salario medio garantito per disoccupati e precari. Rifiuto del debito di stato come strumento per soffocare le rivendicazioni proletarie e sociali.

5) Libertà di sciopero e agibilità sindacale, contro i divieti delle questure, dei prefetti e della Commissione di garanzia sugli scioperi: se si lavora, si ha anche il diritto di svolgere attività sindacale e di scioperare.

6) Diritto al lavoro per tutte le donne, contro la precarizzazione e il lavoro a distanza; per il potenziamento dei servizi di welfare, contro la conciliazione tra lavoro domestico ed extra-domestico; contro il sessismo e la violenza sociale e domestica; per il diritto di aborto assistito e l’auto-determinazione delle donne.

7) Abrogazione dei decreti-sicurezza: no alla militarizzazione dei territori e dei luoghi di lavoro, contro ogni criminalizzazione delle lotte sociali e sindacali.

8) Contro la regolarizzazione-beffa Conte-Bellanova, permesso di soggiorno europeo a tempo indeterminato per tutti gli immigrati e le immigrate presenti sul territorio nazionale; completa equiparazione salariale, di diritti e di accesso ai servizi sociali; abolizione delle attuali leggi italiane ed europee sull'immigrazione e chiusura immediata dei CPR.

9) Drastico taglio alle spese militari (un F35 costa quanto 7113 ventilatori polmonari) e alle grandi opere inutili e dannose (quali Tav, Tap, Muos).

10) Contro le politiche di devastazione ambientale e il saccheggio indiscriminato della natura e dell'ecosistema in nome dei profitti e della speculazione.

11) Piano straordinario di edilizia scolastica e di assunzione di personale docente e non docente per garantire la salute nelle scuole e, appena possibile, la didattica in presenza. Abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, programmi di formazione pagati a salario pieno. Critica della cultura, dell'arte e della scienza al servizio del profitto.

12) Blocco immediato degli affitti, dei mutui sulla prima casa e di tutte le utenze (luce, acqua, gas, internet) per i disoccupati e i cassintegrati; blocco a tempo indeterminato degli sgomberi per tutte le occupazioni a scopo abitativo.

13) Revoca di qualsiasi progetto di “Autonomia differenziata”, che penalizza i proletari e i lavoratori del Sud.

14) Amnistia e misure alternative per garantire la salute di tutti i proletari e le proletarie detenuti.

Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe

Portare nelle lotte la prospettiva di rivoluzione!

 


Contro il fronte unico dei padroni un fronte unico di classe e di massa

22 Ottobre 2020

Testo del volantino (allegato in fondo alla pagina) per le iniziative della giornata di mobilitazione nazionale del 24 ottobre

Dare continuità all’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi! Estendere ed unificare le lotte attorno ad una piattaforma generale! Portare nelle lotte la prospettiva di rivoluzione!

La pandemia si sovrappone a un’offensiva frontale del padronato e a una nuova grande crisi del capitalismo mondiale. Confindustria fa muro sul rinnovo dei contratti, annuncia un milione di licenziamenti, reclama i pieni poteri nelle aziende. Il governo regala ai padroni lo sblocco dei licenziamenti, stoppa il rinnovo dei contratti pubblici, mantiene tutto il peggio dei decreti Salvini contro picchetti, blocchi stradali, occupazioni.

Le burocrazie sindacali, Landini in testa, non solo non organizzano la difesa del lavoro ma appoggiano il governo. Il loro scopo è mostrare al padronato la propria funzione sociale di controllo e disinnesco delle lotte, per timore di essere scaricate. È la funzione di “agenzia della borghesia nel movimento operaio”, come diceva Lenin. Una definizione oggi della burocrazia sindacale ancor più calzante di allora.

Costruire una direzione alternativa del movimento operaio che lo liberi dalla burocrazia è compito di tutte le avanguardie, ovunque collocate sindacalmente. Non si tratta di dare consigli critici agli apparati, né di limitarsi a conservare un piccolo spazio di sindacato alternativo. Si tratta di strappare agli apparati la direzione delle lotte, conquistare la maggioranza dei lavoratori, sviluppare l’egemonia di un progetto alternativo tra le masse.

Tutto questo è molto difficile, dopo un lungo ciclo di arretramenti, sconfitte, delusioni. Ma tanto più oggi è possibile perseguire l’obiettivo solo lavorando controcorrente alla più ampia unità di classe contro padroni e governo. Solo contrapponendo al fronte unico dei padroni il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici.

Non mancano lotte di resistenza e conflitti. Li abbiamo visti nello scorso marzo, nelle fabbriche, nella logistica, nella scuola, tra i braccianti. Ma sono lotte in ordine sparso, che non si parlano, che stanno recintate nel proprio perimetro aziendale o di settore. Unire queste lotte attorno ad una piattaforma generale è una necessità inaggirabile. A fronte di una offensiva generale del padronato, occorre una mobilitazione generale del lavoro capace di ribaltare i rapporti di forza complessivi.


PROSEGUIRE E ALLARGARE IL PERCORSO UNITARIO

L’Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si è tenuta il 27 settembre a Bologna è un primo passo in questa direzione. Le forze ad oggi raccolte sono ancora molto limitate. Ma il segnale di controtendenza è prezioso. Per la prima volta dopo tanto tempo organizzazioni e tendenze sindacali di diversa collocazione e provenienza (Si Cobas, SGB, settori della Opposizione CGIL, Slai Cobas per il sindacato di classe) hanno scelto di mettere insieme le proprie forze in una iniziativa nazionale comune. Non attraverso un cartello di sigle, ma attivando un percorso unitario fondato sui delegati, sulle delegate, sui lavoratori e lavoratrici combattivi/e, al di là di ogni divisione di sigla e appartenenza. Un percorso segnato da comuni rivendicazioni classiste e dalla prospettiva di costruzione di una vera azione di sciopero generale.

Questo percorso va ora proseguito e allargato. Non si tratta di recintare il perimetro dell’Assemblea di settembre, ma di lavorare ad estenderlo ad ogni livello. I militanti sindacali del Partito Comunista dei Lavoratori sono ovunque impegnati in questa direzione.
È la battaglia che conduciamo nell’Opposizione CGIL assieme ad altri lavoratori e lavoratrici della componente contro una linea di pura autoconservazione del proprio spazio. È la linea che conduciamo nei sindacati di base con riferimento classista contro ogni logica autocentrata e settaria. A tutti chiediamo di investire le proprie forze nel percorso unitario avviato, ponendo termine alla frammentazione dell’avanguardia.

Questa azione di coinvolgimento di forze nuove va soprattutto indirizzata verso i lavoratori, a partire dalla loro avanguardia più larga. Quella che nel marzo scorso ha trainato una breve ma intensa stagione di scioperi contro i padroni. Quella che nelle ultime settimane ha ridato segni di presenza negli scioperi metalmeccanici contro la serrata contrattuale di Federmeccanica.

Non confondiamo i burocrati con gli operai. Le burocrazie di Fiom, Fim, Uilm hanno indetto uno sciopero il 5 novembre per salvare la faccia di fronte agli operai e incanalare la loro lotta su un binario morto. Il loro obiettivo è ottenere la detassazione dell’aumento contrattuale per caricare il contratto sulla fiscalità generale (cioè sul portafoglio dei lavoratori) a vantaggio dei profitti. Ma gli operai che hanno scioperato e che possono scioperare il 5 novembre lo fanno per i propri interessi, con tutte le confusioni e contraddizioni del caso. Dobbiamo interloquire con questi operai, che sono la maggioranza sindacalizzata dell’industria, per sottrarli all’influenza dei burocrati e conquistarli alla nostra piattaforma generale. Lo possiamo fare solo dentro la lotta comune, non separandoci da questa, non levando il disturbo a tutto vantaggio dei burocrati. Dobbiamo portare la nostra piattaforma nella lotta comune, per radicalizzarla ed estenderla, non tenerci fuori dalla lotta nel nome della nostra piattaforma.


PER UNA PROSPETTIVA DI RIVOLUZIONE

La politica del fronte unico non può limitarsi al piano sindacale. Tutte le rivendicazioni della piattaforma definita il 27 settembre e rilanciata dalle manifestazioni di oggi richiamano una prospettiva politica. La drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, la forte patrimoniale sulle grandi ricchezze, la cancellazione dei decreti Salvini, la contestazione dell’indebitamento pubblico col capitale finanziario da scaricare sul portafoglio dei lavoratori, sulla sanità, sulla scuola, pongono la prospettiva di un’alternativa operaia alla crisi del capitale. O loro o noi. O il potere dei capitalisti o il potere degli operai. Nessuna conquista parziale su quel terreno è possibile senza che la borghesia tema davvero la minaccia dell’ordine pubblico e della sovversione. I padroni mollano qualcosa solo quando han paura di perdere tutto. Solo la minaccia di una rivoluzione può strappare riforme. Solo una rivoluzione, solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici basato sulla loro forza e sulla loro autorganizzazione, può realizzare una svolta vera.

Politica del fronte unico e programma di rivoluzione sono i due capisaldi della politica del PCL. Siamo per la più larga unità d’azione dell’avanguardia, che ricomponga in un unico fronte il Patto d’azione e il Coordinamento delle sinistre di opposizione nato il 7 dicembre. Perché non ha senso nel nome del fronte unico mantenere percorsi separati, tanto più a fronte delle stesse rivendicazioni generali. Ma portiamo nel fronte più largo dell’opposizione classista l’esigenza di una prospettiva di rivoluzione, in Italia e nel mondo. L’unica che può fondare su solide basi l’internazionalismo proletario, contro ogni forma di europeismo liberale o sovranismo reazionario.

L’unica che indica le basi possibili del partito comunista rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il coordinamento delle sinistre di opposizione aderisce alla mobilitazione del 24 ottobre

 


Il coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione, nato a Roma il 7 dicembre, sostiene la giornata nazionale promossa dall'Assemblea dei lavoratori e lavoratrici combattivi/e tenutasi a Bologna il 27 settembre. Ne condivide le rivendicazioni, a partire dalla riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga e dalla patrimoniale sulle grandi ricchezze. Ne condivide l'impianto unitario, cioè la ricerca della più ampia unità d'azione tra tutte le organizzazioni della sinistra di classe, politica e sindacale, fuori da ogni logica autocentrata e settaria. È la stessa impostazione su cui si è mosso il nostro coordinamento nell'ultimo anno.


La nuova grande crisi capitalistica, la seconda ondata della pandemia, l'offensiva frontale di Confindustria contro le condizioni del lavoro, a partire dal rifiuto di rinnovare i contratti, promuovono un nuovo livello di scontro tra capitale e lavoro, sul piano nazionale e internazionale. Ciò a fronte di una subalternità organica delle burocrazie sindacali al governo Conte e al padronato. Tutto ciò rende tanto più indispensabile unire l'azione di tutte le organizzazioni dell'avanguardia di classe attorno a una politica di fronte unico, di classe e di massa, in contrapposizione all'europeismo liberale borghese come al nazionalismo sciovinista e sovranista, di chiara marca reazionaria.

Ci pare che il patto d'azione per un fronte unico anticapitalista, cui alcune organizzazioni del nostro coordinamento partecipano organicamente, si muova nella giusta direzione dell'unità di classe attorno alle ragioni indipendenti del lavoro. Per questo aderiamo alla giornata nazionale del 24 ottobre e alle iniziative territoriali promosse, convinti che la politica del fronte unico, politico e sindacale, comporti innanzitutto la ricerca della massima unità d'azione tra le organizzazioni che la condividono e la praticano.

Coordinamento delle sinistre di opposizione

Patto d'azione anticapitalista: In Italia come negli USA: contro sfruttamento e razzismo di stato

Pubblichiamo il comunicato nazionale del Patto d’azione anticapitalista, cui il PCL partecipa, a sostegno della campagna di solidarietà con la ribellione di massa negli USA

Da Minneapolis a tutte le città USA, da settimane si sviluppa in tutte le forme un grande movimento di massa contro le uccisioni razziste della polizia che è divenuta una lotta contro Trump e l'intero sistema del capitale USA, fondato sullo sfruttamento e il razzismo interno e sul dominio e l'oppressione dei proletari e dei popoli oppressi dall'imperialismo.

Alla rivolta di massa che ha risposto colpo su colpo e in tutte le forme alla repressione di Stato con l'uso della guardia nazionale e dell'esercito, si è un unito un vasto movimento, Black Lives Matter, con la diffusa partecipazione di bianchi, e un ampio movimento giovanile a fianco della popolazione nera ha infranto le barriere razziali in nome della comune condizione di sfruttamento e di oppressione.
In molte piazze le masse manifestano insieme a gruppi sindacali classisti e combattivi a dimostrazione del fatto che il barbaro omicidio di George Floyd ha fatto da detonatore di un malcontento che covava già da tempo in seno al proletariato a seguito di una crisi capitalistica resa ancor più profonda con l'emergenza CoVid 19.
Dagli Stati Uniti  è partito un vento di protesta operaia e popolare che tocca diversi paesi del mondo, e, in Europa, la Francia e la Gran Bretagna in particolare.
Da esso ci viene quindi la spinta a rilanciare, sviluppare anche in Italia, la lotta contro lo sfruttamento capitalista/imperialista e il razzismo di Stato, che in questi ultimi anni è stato ulteriormente inasprito con i due Decreti Sicurezza di Salvini e confermato da una sanatoria-farsa che non riconosce ai lavoratori immigrati la possibilità di denunciare le condizioni di supersfruttamento, lasciando l’emersione al buon cuore (o convenienza) dei padroni e dei capitali, cioè gli unici veri beneficiari delle politiche razziste e xenofobe.
Anche e ancor più in Italia la violenza contro gli immigrati è insita e funzionale al sistema del capitale, è esercitata sistematicamente e direttamente come arma di ricatto dai caporali e dai padroni, nei campi come nei ristoranti, nelle fabbriche come nei magazzini.
Come hanno dimostrato e stanno dimostrando i lavoratori della logistica, solo la lotta unitaria dei lavoratori e delle lavoratrici, autoctoni e immigrati da ogni angolo della terra, può imporre una battuta d'arresto sia alle logiche schiavistiche dei padroni, sia al veleno del razzismo profuso a piene mani dalle destre e alimentato dalle politiche dell'UE e dei governi al servizio dei padroni di scaricamento della crisi sulle condizioni di lavoro, reddito, diritti, salute , sicurezza
Non a caso, quando i lavoratori con dure lotte riescono a conquistare dignità e diritti nei luoghi di lavoro, il capitale chiama lo Stato ad esercitare la violenza di classe, come dimostra chiaramente quanto è avvenuto e sta avvenendo alla Fedex/TNT di Peschiera Borromeo nei pressi di Milano.,

La rivolta statunitense, così come l'impatto drammatico che la crisi-Covid sta determinando sulle vite di miliardi di proletari a ogni angolo della terra, richiamano con forza la necessità storica del rovesciamento del capitalismo , dei suoi stati e dei suoi governi Serve l'organizzazione politica e sociale di classe e la costruzione di un ampio fronte  unito di classe organizzato, sia in Italia che su scala internazionale.
È quindi con questo spirito di unità internazionalista che il Patto d’Azione invita a partecipare alle iniziative in corso in questi giorni davanti ai consolati USA, in consonanza con le iniziative analoghe negli altri paesi europei, e come momento di un’iniziativa più generale contro il razzismo in Italia, strumento di divisione e oppressione del proletariato.
Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe

VIDEO: Costruire il fronte unico di classe e di massa! - Marco Ferrando - 06/06/2020

Unire l'azione d'avanguardia, costruire il fronte unico di classe e di massa, portare nelle lotte la prospettiva anticapitalista!
Pubblichiamo l'intervento di Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, nella piazza di Roma organizzata dal "Patto d'azione per un fronte unico anticapitalista". 
Qui un commento sulle piazze del 6 giugno --> https://bit.ly/3h1E18D


ISCRIVITI AL CANALE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

6 giugno 2020: il Patto d'azione alla sua prima prova di piazza

Torino, Genova, Milano, Venezia-Mestre, Bologna, Firenze, Pisa, Piacenza, Roma, Napoli, Palermo, Messina, Catania, Olbia. In queste piazze il “Patto d'azione per il fronte unico anticapitalista” ha fatto il suo esordio, presentando la proposta del fronte unico e la comune piattaforma. È stato un esordio positivo.

In particolare a Roma, con una manifestazione combattiva di più di 300 giovani, di cui larga parte i militanti del Fronte della Gioventù Comunista (un titolo della Repubblica che presentava il sit-in come “il sit-in del PCL” era privo di fondamento, e contraddiceva oltretutto il contenuto corretto dell'articolo stesso). Il PCL è stato presente in forma organizzata in tutte le piazze (con l'eccezione di Olbia e Piacenza), seconda organizzazione dopo il FGC su scala generale, con un ruolo promotore in diverse situazioni come a Milano, Venezia-Mestre, Genova, ma anche a Palermo dove si è costituita in questo mese una nuova sezione del partito.

Naturalmente abbiamo il senso delle proporzioni reali. La giornata nazionale del patto d'azione ha coinvolto, com'era prevedibile, un bacino limitato di avanguardia. È sempre bene avere la misura delle proprie forze reali, senza forzature propagandistiche o sovrarappresentazioni. Tuttavia, si tratta di una presenza preziosa per numerose ragioni. Come il coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione nato a dicembre, anche il patto d'azione si muove in controtendenza rispetto alla dinamica di frammentazione e dispersione dell'avanguardia di classe, che resta il tratto dominante di questa fase. Ha messo insieme attorno ad una piattaforma comune soggetti di provenienza diversa: il Fronte della Gioventù Comunista e il PCL sul piano politico, SI Cobas, SLAI Cobas e altre soggettività minori sul piano sindacale. Ha prodotto una piattaforma avanzata su un terreno apertamente classista e internazionalista, in contrapposizione a ogni pulsione sovranista. Ha raccolto forze giovani, arricchendosi in particolare dell'apporto importante del Fronte della Gioventù Comunista, e della sua combattività, come ieri mostrava la piazza di Roma.

Ora abbiamo tutti la responsabilità di investire il nostro esordio nello sviluppo e costruzione di una iniziativa più ampia, che abbia l'ambizione di allargare il patto d'azione coinvolgendo ogni soggetto disponibile fuori da ogni logica pregiudiziale, e che al tempo stesso lavori in una logica di massa attorno alla proposta di un fronte unico di classe, che è altra cosa dal patto d'azione di una piccola avanguardia.
In questo senso attribuiamo molta importanza alla costruzione di un'assemblea nazionale per delegati di tutto il sindacalismo di classe e combattivo, ovunque collocato, fuori da ogni logica di preclusioni o veti incrociati, capace di far emergere un punto di riferimento alternativo alla burocrazia sindacale nella battaglia di autunno, quando la crisi sociale può precipitare e può diventare decisivo per un'avanguardia sapersi assumere la responsabilità di direzione di massa, in funzione dell'unificazione delle lotte e della qualificazione classista delle loro rivendicazioni.

Il PCL è presente in tutti i crocevia delle relazioni unitarie dell’avanguardia in Italia e continuerà a lavorare in questa direzione del fronte unico di classe in modo leale e determinato, come sempre.
Partito Comunista dei Lavoratori

Facciamo pagare la crisi ai padroni e ai loro governi!

Il 6 giugno riscendiamo in piazza in tutte le città

Pubblichiamo il testo dell'appello prodotto dal patto unitario d'azione, cui il nostro partito aderisce, per la giornata nazionale di piazza del 6 giugno. Il PCL porterà nelle piazze la prospettiva del fronte unico di massa e la proposta della più ampia unità d'azione dell'avanguardia.


Noi lavoratori della logistica considerati carne da macello, con le nostre vite considerate un’inevitabile costo da pagare; noi addetti alla sanità, infermiere, infermieri e medici diventati “eroi” nel momento stesso in cui venivamo mandati al massacro; noi lavoratori immigrati delle campagne sfruttati e sottopagati; noi addetti alle pulizie; noi operai di fabbrica trattati al pari delle macchine con cui lavoriamo in catena di montaggio; noi lavoratori del turismo e dello spettacolo, senza lavoro e senza salario; noi insegnanti e supplenti precari; noi disoccupati, intermittenti, precari e a nero dai mille lavori e contratti, spremuti come limoni nei mille rivoli del decentramento della produzione capitalista e costretti a sopravvivere con paghe da fame; noi donne proletarie discriminate per il loro genere; noi rider che incontrate sulle nostre biciclette per portarvi a casa il cibo; noi studenti di scuole squalificate e senza futuro abbiamo deciso di prendere in mano le sorti delle nostre vite, con la consapevolezza che i nostri interessi immediati e futuri sono contrapposti e incompatibili agli interessi di chi ci sfrutta e di chi ci governa.

Abbiamo compreso insieme che è necessario ripartire con la lotta proprio dai nostri bisogni materiali indicando però anche l’immaginario di un nuovo tipo di società possibile, necessaria e indispensabile per il loro completo soddisfacimento: una società libera dal capitalismo e dalle sue logiche di miseria e di sfruttamento

Abbiamo deciso, dopo diversi momenti di confronto nazionale di convergere e di dar vita a un patto d’azione, un fronte unico anticapitalista che ricomponga, nel conflitto e nella prospettiva politica di una trasformazione radicale della società, le diverse lotte presenti sul piano nazionale e locale.

Abbiamo deciso di scendere in piazza SABATO 6 GIUGNO per una giornata di mobilitazione nazionale articolata in tutti territori dove ad ora siamo presenti, con una piattaforma di rivendicazioni unificanti.

Al degrado e alla miseria attuale i proletari devono contrapporre un’alternativa di classe tesa al superamento della schiavitù salariata, e perciò incompatibile con gli interessi di sopravvivenza del capitale.

Facciamo appello a tutte le realtà sociali, sindacali e politiche che condividono questa necessità, e ai singoli proletari stanchi di sfogare la propria rabbia solo sui social virtuali, a partecipare in massa alla giornata del 6 giugno e ai prossimi appuntamenti del Patto d'azione.

1 - Salario medio garantito per disoccupati, sottoccupati, precari e cassintegrati;

2 - Riduzione drastica e generalizzata dell'orario
di lavoro a parità di salario: lavorare meno, lavorare tutti;

3 - I costi della pandemia siano pagati dai padroni, a partire da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione;

4 - Libertà di sciopero e agibilità sindacale: contro i divieti delle questure, dei prefetti e della Commissione di garanzia sugli scioperi: se si lavora si ha anche il diritto di svolgere attività sindacale e di scioperare;

5 - Abrogazione dei Decreti-sicurezza: no alla militarizzazione ulteriore dei territori e dei luoghi di lavoro;

6 - Drastico taglio alle spese militari (un F35 equivale a 7113 respiratori) e alle grandi opere inutili e dannose (quali TAV, TAP, MUOS);

7 - Piano di assunzione di nuovo personale sanitario: scorrimento degli idonei e delle idonee nelle graduatorie pubbliche e stabilizzazione dei precari e delle precarie, per garantire anche l'abbattimento dei turni di lavoro e le ferie bloccate;

8 - Requisizione immediata di tutte le cliniche private, anche oltre l'emergenza, per ricostruire tutti i servizi sanitari territoriali distrutti; contro la mercificazione della salute, per un servizio sanitario unico, universale, efficiente e gratuito;

9 - Regolarizzazione e sanatoria per tutti gli immigrati, a partire dalle migliaia di “irregolari” del settore bracciantile; contro la regolarizzazione-beffa “Conte- Bellanova”: permessi di soggiorno, documenti anagrafici e riconoscimento pieno per tutti gli immigrati; garanzia di salario diretto e indiretto, diritto all'abitare e assistenza sanitaria; chiusura dei CPR e riapertura dei porti;

10 - Blocco immediato degli affitti, dei mutui sulla prima casa e di tutte le utenze (luce, acqua, gas, internet) per i disoccupati e i cassintegrati; blocco a tempo indeterminato degli sgomberi per tutte le occupazioni a scopo abitativo;

11 - Revoca di qualsiasi progetto di Autonomia differenziata che penalizza i proletari e i lavoratori del Sud;

12 - Amnistia e misure alternative per garantire la salute di tutti i detenuti e di tutte le detenute
Patto d'azione per un fronte anticapitalista

Per un fronte unico anticapitalista! Avanti con il patto d'azione!

Sintesi dell'assemblea telematica di sabato 9 maggio



Pubblichiamo il resoconto dell'assemblea nazionale del patto d’azione promosso in primo luogo dal SI Cobas. Il PCL vi ha partecipato, condividendo la piattaforma rivendicativa e portando il proprio contributo, in una logica non di autorecinzione di questo importante spazio di avanguardia ma della massima estensione del fronte unitario d’azione, del suo profilo classista, della sua proiezione di massa. È la logica con cui interveniamo in ogni ambito dell’avanguardia, coniugando unità e radicalità di proposta in funzione di una prospettiva rivoluzionaria.



La terza assemblea telematica ha visto una forte partecipazione ed un vivo dibattito: 5 ore di assemblea, oltre 200 partecipanti, 45 interventi, numerose organizzazioni politiche e sindacali, delegati di base, singoli attivisti, reti sociali.

È stata riconfermata l'adesione alla piattaforma unitaria di rivendicazioni immediate e politiche condivisa nella scorsa assemblea, così come rinnovato l'impegno e la volontà di costruire nei fatti il patto di unità d'azione contro padronato e governo.

Le giornate di lotta, sciopero e mobilitazione del 30 aprile e 1 maggio indette dal SI Cobas e dall'ADL Cobas, la settimana di attivazione sociale indetta dalla rete di realtà cittadine "Vogliamo Tutto" iniziata il 25 aprile, l'adesione e l'attivazione di diversi organismi e compagni partecipanti al Patto d'azione sono i primi risultati concreti e tangibili di questa proposta.

La famosa fase 2 per noi è qualcosa di completamente diverso rispetto quella che sta attuando il governo su pressione di Confindustria e padroni, ovvero riaprire tutto indipendentemente dai rischi per la salute e la vita dei lavoratori al fine di assecondare come prima e più di prima la pressione e le intimidazioni dei padroni.

Per noi la fase 2 significa anzitutto prendere atto della enorme profondità di questa doppia crisi, sanitaria ed economica. Significa prendere atto che ai piani alti della politica e dell'economia si sta progettando e organizzando un pesante peggioramento, un vero e proprio salto in giù delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i comparti della classe lavoratrice (sui luoghi di lavoro, con la crescita della disoccupazione, accollandoci un enorme aumento del debito di stato, e restringendo di molto le libertà sindacali e politiche). Basti pensare al vergognoso dibattito mediatico circa la "regolarizzazione" a tempo dei lavoratori delle campagne oppure il silenzio assordante rispetto allo sfruttamento triplo delle donne lavoratrici e disoccupate.

Abbiamo davanti a noi non la prosecuzione, leggermente aggravata, dei processi degli ultimi dieci anni, ma un'improvvisa e forte intensificazione delle contraddizioni e dei contrasti di classe. Ci aspettano mesi e anni di duri scontri di classe.

La vertenza in TNT-Fedex, che in queste settimane ha visto la mobilitazione e lo sciopero di migliaia di lavoratori in tutta la filiera e decine e decine di camionette sgomberare i presidi operai, è un segno chiaro di come i padroni (e i sindacati sempre più subordinati agli interessi del profitto e integrati allo stato) intendano affrontare questa fase 2.

Dobbiamo fare il possibile per non farci trovare impreparati, per serrare le nostre file, mettendo in primo piano ciò che ci unisce rispetto a ciò che ci divide: non un astratta “unità per l'unità”, bensì un programma di lotta unificante, composto da parole d'ordine e rivendicazioni semplici e chiare (riassumibili nella mozione finale dell'assemblea del 14 aprile) che è a disposizione di tutti coloro che ne condividono lo spirito, i contenuti e gli obbiettivi.

Nelle assemblee precedenti abbiamo tracciato una doppia linea di demarcazione: no a qualsiasi forma di “patto sociale” con la classe sfruttatrice in nome degli interessi della nazione, cioè del capitalismo nazionale, quale invece è proposto da CGIL-CISL-UIL e da tutte le forse dell'arco costituzionale; no a qualsiasi forma di “sovranismo” e di avvelenamento nazionalistico dei lavoratori, per l'affermazione di una prospettiva di unità internazionalista tra i lavoratori per fronteggiare l'internazionale del capitale.

L'assemblea ha ribadito chiaramente che oggi non dobbiamo "evocare l'unità" ma delimitare un campo che ci consenta di iniziare a costruire un'azione comune su fondamenta solide. L'assemblea ha confermato la necessità di compiere un passo in avanti:

1) Il sostegno pieno e l'impegno di tutti gli aderenti al Patto d'azione per la costruzione di un Assemblea Nazionale dei delegati e delle delegate aperto a tutti i lavoratori e le lavoratrici combattive, di tutti i settori ed indipendentemente dall'appartenenza di sigla, con l'obiettivo di affrontare e rispondere unitariamente alle necessità comuni di resistenza e di lotta che accomunano oggi i lavoratori della logistica, del settore metalmeccanico, della sanità, dell'alimentare, i proletari disoccupati, al di là di ogni particolarismo settoriale, territoriale o di categoria.

Quest'iniziativa procede in parallelo rispetto al Patto d'azione e di fronte unico anticapitalista, ma è essenziale per dare forza e significato al nostro percorso.

2) Rilanciare la mobilitazione operaia e sociale e dare vita nelle prossime settimane ad una giornata di lotta in piazza (con tutte le accortezze del caso) nella quale portare contemporaneamente nei territori, nelle città, nei paesi, nei quartieri i contenuti della nostra piattaforma, facendo il massimo sforzo per rivolgerci a quel vasto numero di lavoratori e lavoratrici, giovani precari e disoccupati, che stanno già pagando un prezzo pesantissimo per la crisi.

In queste settimane la crisi capitalistica, esplosa con la pandemia ma le cui radici sono ben più profonde e antecedenti al CoViD-19, si sta già manifestando in maniera drammatica: il ritardo nell'erogazione degli ammortizzatori sociali, le avvisaglie di ristrutturazioni e licenziamenti su larga scala, l'insufficienza e la parzialità delle misure a sostegno di disoccupati e dei precari rappresentano dei chiari segnali di una possibile ed imminente precipitazione delle tensioni sociali, di fronte alle quali si pone l'urgenza di una risposta decisa e immediata da parte del movimento di classe in risposta ai tentativi della destre sovraniste di cavalcare la crisi in chiave reazionaria e xenofoba.

3) Coordinarsi a livello nazionale per rispondere unitariamente a tutte le multe, denunce e forme di repressione che si stanno scagliando contro le reti sociali, i disoccupati e i lavoratori che hanno deciso di essere responsabili verso la propria salute ma non obbedienti verso l'utilizzo politico e repressivo dello stato di emergenza, riappropriandosi dell'agibilità sindacale, sociale e politica nelle piazze.

4) Sostenere un processo di convergenza e salto di qualità delle esperienze di mutualismo e solidarietà proletaria che si sono sviluppate su tutti i territori, città, quartieri e luoghi di lavoro.

Infine l'assemblea ha chiarito che bisogna allargare il più possibile il nostro raggio di azione, aspirare ad una dimensione di massa.

Per tale motivo verranno individuate forme organizzative e strumenti di comunicazione finalizzati a questo obiettivo politico.

La convergenza verso un patto d'azione ed un programma comune è un esigenza storica.

Rendiamola un orizzonte possibile!