Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta autonomia differenziata. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta autonomia differenziata. Mostra tutti i post

Nessuno sconto a questa finanziaria di lacrime e sangue

 


Testo del volantino distribuito in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre

La Finanziaria 2026 è la fotografia più chiara della direzione presa da chi governa: un Paese dove chi lavora deve pagare tutto, mentre chi comanda continua a vivere al riparo da ogni sacrificio: l’ennesimo assalto ai diritti, ai salari e alla dignità della classe lavoratrice.

Aumentano le imposte indirette, diminuiscono le detrazioni, si riduce ciò che resta in busta paga. Ancora una volta, l’inflazione la pagano gli operai, i turnisti, i precari, chi vive davvero del proprio sudore. Chi sta al governo, invece, continua a recitare la farsa dei “redditi da tutelare”, mentre svuota le tasche proprio di quelli che lavorano per tenere in piedi ospedali, scuole, fabbriche, trasporti.

Un altro colpo arriva sul fronte del welfare. Invece di rafforzare le tutele in un paese dove milioni di persone sono intrappolate nella precarietà, la manovra taglia ancora. Meno fondi per la formazione, meno risorse per chi perde il lavoro, meno strumenti per affrontare transizioni industriali sempre più brutali.

E poi c’è la questione delle pensioni. Con la Finanziaria 2026 diventa ancora più difficile andare in pensione in tempi umani. Nuovi requisiti, nuove restrizioni, nuovi ostacoli. Come se chi ha passato una vita nei reparti, nelle officine, sui turni di notte o nei lavori usuranti potesse continuare eternamente.

Il tratto più rivelatore di questa manovra, però, è la totale assenza di un piano per alzare i salari, per creare occupazione stabile, per ridurre gli orari, per investire nei settori strategici. Zero. Solo tagli a difesa di un sistema che continua a imporre sacrifici a chi lavora mentre garantisce margini e rendite a chi vive di profitti.

La Finanziaria 2026 non è un incidente né un errore tecnico: è un documento politico che racconta chiaramente da che parte sta il potere. E non è certo dalla parte dei lavoratori. È dalla parte di chi considera la forza-lavoro un costo da ridurre. Dalla parte di chi preferisce alleggerire i conti dei privilegiati anziché riconoscere il valore della fatica quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori. Nel 2026, a quanto pare, chi lavora deve ancora pagare per tutti. È questa la linea: colpire chi crea la ricchezza per continuare a favorire
chi la accumula.

Nonostante le potenzialità che tutti abbiamo visto il 3-4 ottobre, la CGIL ed i sindacati di base non hanno trovato una data unitaria per dare vita ad una vertenza generale unificante in grado di contrapporsi a questa aggressione che il governo Meloni porta ai diritti della classe lavoratrice.

È ora di una piattaforma di rivendicazioni vere:

aumenti molto più consistenti per tutti che recuperino la reale inflazione, grosso modo il doppio di
quella segnata dall’indice IPCA, quindi 400- 500 euro;

ripristino della scala mobile e riduzione dell’orario a 30-32 ore settimanali a parità di salario;

abolizione di tutte le leggi sul precariato dal Jobs Act fino al pacchetto Treu; abolizione della Legge Fornero e di tutti i suoi predecessori: in pensione con 35 anni di contributi, 60 di età e con minima almeno a 1500 euro, quindi abolizione di tutti i fondi pensione e salute che smantellano i diritti pubblici;

abolizione dell’autonomia differenziata, che riduce salari e diritti, in maniera indifferenziata, dal nord al sud;

abolizione di tutte le leggi antisciopero e del Decreto legge sicurezza che criminalizza le lotte;

nemmeno un euro per il riarmo! In Italia si passerà da 45 miliardi nel 2025 a oltre 146 miliardi annui nel 2035 (più dell’importo della spesa per la sanità pubblica), arrivando in un decennio a circa 964 miliardi per il riarmo.

Queste rivendicazioni possono essere portate avanti da un'assemblea di delegati e delegate eletti nei luoghi di lavoro, che guidi la lotta da Stellantis alla GKN, dalla ex Ilva a tutte le altre mille vertenze sparse per il paese, e che istituisca casse di resistenza adeguate allo scopo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Mezzogiorno di fuoco

 


Il significato della Zona Economica Speciale per il Sud

Il progetto dell'autonomia differenziata, com'è noto, rappresenta uno dei pilastri dell'azione di governo Meloni, e dello stesso patto di maggioranza tra Lega e FdI. Prevede non solo un nuovo travaso di risorse pubbliche dal Mezzogiorno ai potentati leghisti del Nord, ma anche un ulteriore stagione di privatizzazioni, di saccheggi ambientali, di divisione del lavoro salariato.

Il progetto non è semplice. Sconta difficoltà nella maggioranza e persino in settori di Confindustria, preoccupata della propria unità interna.
Le dimissioni illustri (Amato, Bassanini) all'interno del comitato dei saggi preposto al varo del progetto è un sintomo indicativo delle contraddizioni. Contraddizioni che peraltro attraversano direttamente il governo. La Lega vuole incassare il bottino, se possibile prima delle elezioni europee del 2024. Fratelli d'Italia, più radicato al Sud, aziona il freno.
L'opposizione borghese liberale, che con Bonaccini e il PD avallò il progetto, dichiara di opporsi.
Vedremo gli sviluppi. Di certo l'opposizione all'autonomia differenziata, in ogni sua declinazione, è un terreno necessario dell'azione di massa.

Ma il progetto di autonomia differenziata non è l'unica “attenzione” che il governo Meloni riserva al Sud. Lo dimostra l'idea di fare dell'intero Mezzogiorno una Zona Economica Speciale. Non si tratta di una idea nuova. I governi di centrosinistra degli anni '90 esordirono con i patti territoriali e i contratti d'area nel Mezzogiorno. Più recentemente i governi Gentiloni e Draghi, con largo sostegno parlamentare, pensarono di suddividere il Sud in otto aree a regime speciale, con tanto di rispettivi commissari. Al pari dei vecchi contratti d'area, questi regimi speciali consistono in una liberalizzazione delle pratiche amministrative per gli investimenti (ad esempio meno controlli ambientali), nella riduzione delle tasse per gli investitori, in agevolazioni creditizie e decontribuzioni. Ora il ministro Fitto ha concordato con la commissione UE l'unificazione di questi regimi e la loro estensione all'intero Meridione.

La retorica che accompagna l'operazione è come sempre l'interesse del Mezzogiorno, la creazione di lavoro... È una retorica truffaldina. L'unico effetto concreto di tale impostazione è la maggiorazione dei profitti per i capitalisti del Sud o che investono al Sud, pronti a usufruire delle condizioni di favore per operazioni mordi e fuggi, come dimostra la cronaca infinita di centinaia di vertenze che hanno attraversato il mezzogiorno negli ultimi trent'anni contro le speculazioni di padroni faccendieri che aprono e chiudono aziende buttando sulla strada migliaia di lavoratori.

Questa truffa ha un'altra ricaduta sociale. La riduzione delle tasse sui capitalisti in funzione dell'attrazione di mercato degli investimenti ha accompagnato ovunque la riduzione delle prestazioni sociali. È ciò che è avvenuto in larga parte dell'est europeo, anche all'interno della UE, con un colpo a tutta la classe operaia. Il governo Meloni vuole applicare la stessa ricetta nel mezzogiorno d'Italia, con la volontà di fare del Meridione un'area concorrenziale con l'Est Europa in fatto di condizioni di favore per i capitalisti.

Non solo. In perfetta connessione col progetto di autonomia differenziata, la Zona Economica Speciale nell'intero Sud apre la via a regimi salariali e contrattuali differenziati per i lavoratori e le lavoratrici meridionali. Non a caso la stessa ripulsa da parte del governo di ogni forma di salario minimo viene sostenuta con la necessità di differenziare i regimi salariali. Mentre alcuni apologeti dell'operazione ZES come Nicola Rossi (di estrazione PD) giungono a richiedere una differenziazione di regimi salariali all'interno della stessa Zona Economica Speciale nel nome della libera concorrenza e delle sue virtù. Lo spettro delle gabbie salariali pre-1968 torna dunque a delinearsi all'orizzonte. Per di più in una versione estremizzata.

Unire in una comune piattaforma generale la classe lavoratrice del Nord e del Sud è l'unica via per contrastare questi disegni reazionari. Le ragioni di una svolta di lotta generale sono confermate, giorno dopo giorno, dai progetti dell'avversario di classe.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il crollo della sanità pubblica in Italia

 


L'emergenza sanitaria, l'urgenza di una svolta

20 Giugno 2023

Il disastro del sistema sanitario italiano non è una notizia. Lo è la precipitazione che l'investe, a partire dalla condizione di chi ci lavora. Il taglio di trentamila posti letto negli ultimi dieci anni ha falcidiato i posti di lavoro nel momento stesso in cui il ciclone della pandemia ha accumulato un gigantesco ritardo e abbattimento delle prestazioni ordinarie. Mediamente sono trecento le ore di lavoro extra non retribuite accumulate dal personale medico. Il personale infermieristico non è da meno. Gli stipendi sono in picchiata. Il contratto 2019/2021 è già scaduto e non viene rinnovato. Il governo offre un aumento del 4% che è esattamente la metà di quanto è stato già mangiato dall'inflazione. Un insulto.

Lo stanziamento previsto per la sanità dal famigerato PNRR è di una modestissima manciata di miliardi, per di più a debito. Le cosiddette Case di comunità che dovrebbero fare da maxiambulatori sono disegnate sulla carta ma non sono finanziate. Del resto il PNRR è un'operazione una tantum, non può farsi carico di un investimento strutturale in nuove assunzioni. La risultante è la fuga del personale sanitario in direzione delle cliniche private, quelle invece lautamente retribuite con risorse pubbliche. Il tutto sullo sfondo di una divaricazione sempre più ampia tra regione e regione, che l'autonomia differenziata minaccia di accrescere drammaticamente.

È necessaria una svolta. Non si può rispondere all'emergenza sanitaria con misure ordinarie. Occorre un sistema di misure straordinarie in fatto di massicce assunzioni e di aumento delle retribuzioni. La riapertura delle duecento strutture sanitarie tagliate nell'ultimo decennio. La nazionalizzazione dell'intero sistema sanitario. Una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco, che da sola libererebbe 400 miliardi per opere sociali. La cancellazione del debito pubblico verso le banche (80 miliardi annui di soli interessi) e la devoluzione delle risorse così risparmiate in sanità pubblica, risanamento ambientale, istruzione.

È necessaria una grande mobilitazione del movimento operaio attorno a una piattaforma di svolta. L'emergenza sanitaria deve rappresentare un riferimento essenziale di questa piattaforma. Una piattaforma di lotta che non abbia paura di sfidare le compatibilità di questo sistema capitalista, che è capace di aumentare le spese militari, di detassare i profitti dei capitalisti, di saccheggiare l'ambiente naturale, ma non di curare chi ha bisogno e di dare dignità a chi lavora.

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà segnare una svolta complessiva.

Partito Comunista dei Lavoratori

Riforme istituzionali e compiti dei rivoluzionari


 “Voglio stabilità!” tuona Giorgia Meloni aprendo l’iter delle controriforme istituzionali che spazia in un largo ventaglio di misure: presidenzialismo, premierato, autonomia differenziata; tanto per cominciare.

Perentorio poi il tono dell’invito al “dialogo” alle opposizioni, mentre Renzi e Calenda garantiscono la loro disponibilità sul premierato.

Per il PCL la linea delle riforme non è solo frutto di una base genetica di una destra brutta e cattiva; costitutivamente antidemocratica. Non c’è solo questo.
In realtà Giorgia Meloni è consapevole delle contraddizioni profonde che caratterizzano gli attuali assetti politici: il primato della destra in effetti si regge su un quadro economico di grandi difficoltà che cadono non solo sulle masse proletarie ma anche su quegli stessi settori di media e, soprattutto, piccola borghesia che oggi sono la base di massa dello stesso governo postfascista ma che, domani, potrebbero cambiare orientamento.
In più un astensionismo straripante, soprattutto nel Sud, che si configura come una profonda incognita per il futuro.

A ciò si aggiungono le dinamiche internazionali, che vedono non solo un orizzonte mondiale per gli scontri tra imperialismi nuovi (Russia e Cina) e vecchi (USA, UE, Giappone) ma la stessa Unione Europea lacerata da conflitti non irrilevanti, con lo scontro tra Italia e Francia su Africa e migranti.

Meloni cerca di ricomporre attorno a sé un blocco sicuro conciliando le istanze decisioniste della grande borghesia, con il presidenzialismo, e la pancia dalle voglie materiali di piccola e media borghesia con autonomia differenziata, cuneo fiscale, flat tax e quant’altro.

La "sinistra", che già ha aperto la strada delle controriforme (si veda il ruolo di PD e 5 Stelle sulla riforma dell’articolo 5 della Costituzione, sulle leggi elettorali e altro), declina l’invito al dialogo ma non ha una credibile proposta alternativa.

In realtà le involuzioni antidemocratiche in atto testimoniano una crisi profonda dell’ordine borghese. Solo la scesa in campo del proletariato su una linea di mobilitazione propria di un programma transitorio verso il socialismo e il governo dei lavoratori può fermare la marcia verso il baratro. Il PCL ribadisce l’invito lanciato il 25 aprile a tutta la sinistra reale a un momento di riflessione comune su questi temi.

Pino Siclari

DEF Meloni, briciole e macigni

 


Via libera al Documento di Economia e Finanza 2023 del governo Meloni.


La demagogia governativa parla di grandi agevolazioni per i lavoratori, a cominciare dalla manovra sul cuneo fiscale.
In realtà, i tagli per i redditi medio-bassi sono la classica foglia di fico. I redditi più alti avranno molto di più. Il disegno strutturale sulla flat tax sarà una vera e propria regalia per i ricchi.
Inoltre l'estinzione dell'IRAP liquiderà ancor più la già disastrata sanità pubblica. In più il combinato con l'autonomia differenziata porterà nuovi squilibri e miseria per i più
poveri, soprattutto del Sud.

Insomma, briciole e macigni. A fronte di qualche piccolo beneficio per il salario nominale, si apre una vera e propria voragine per il salario reale, con tagli e privatizzazioni.

Landini, invece di curare i rapporti di buon vicinato con la Meloni, dovrebbe lavorare per una mobilitazione di massa e per un vero sciopero generale contro il nuovo governo dei ricchi.

Partito Comunista dei Lavoratori

PER UNO SCIOPERO DELLA SCUOLA PROLUNGATO E DI MASSA!

 


Testo del volantino sullo sciopero della scuola del 30 maggio 2022

DL 36/2022: ennesimo attacco alla scuola, alle lavoratrici e ai lavoratori. NO AI TAGLI! Per la scuola di "Alta formazione" taglieranno più di 9600 cattedre all'organico di diritto, aumentando il sovraffollamento delle classi. Taglieranno la spesa

UN ILLUSORIO AUMENTO DEI SALARI. Gli aumenti del salario dei docenti, dai 50 ai 70 euro, servono per distrarre e dare un misero contentino rispetto al taglio della spesa pubblica e delle quasi 10000 cattedre.



LO SCIOPERO DEL 30 MAGGIO: PUNTO DI ARRIVO O DI PARTENZA? Anche se tardivo, è positivo lo sciopero proclamato dalle organizzazioni maggioritarie tra i lavoratori e le lavoratrici della scuola (FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, Gilda, Anief e SNALS). Contro ogni logica corporativistica, deve favorire l’unità delle vertenze dei lavoratori, per impedire le logiche di frammentazione che i governi portano avanti da decenni, in un'ottica di progressiva privatizzazione. Tuttavia, non condividiamo e denunciamo la scelta di una manifestazione unica a Roma, che impedisce la partecipazione diretta sui territori.



LA DIVISIONE DELLA CATEGORIA DOCENTI, CONCORSI SU CONCORSI. In piena pandemia il concorso straordinario per i docenti con tre anni di servizio, su basi nozionistiche che tutto premiano fuorché l'esperienza, ha promosso soltanto il 40% dei partecipanti, così come l'ultimo concorso ordinario e l'ultimo STEM, con una bassissima percentuale di promossi, dimostrano che proprio il mantenimento di un largo bacino di precariato è l’arma perfetta per dividere le lavoratrici e i lavoratori della scuola. L'unica soluzione per uscire dal precariato è l'unità delle vertenze e una reale battaglia per la stabilizzazione basata sul servizio.



COME PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI PROPONIAMO:



· Un reale aumento salariale di 350€ netti.

· La stabilizzazione di tutti gli insegnanti precari.

· Un grande piano di lavori pubblici per la scuola, per risanare i 2400 siti scolastici in cui è stata riscontrata presenza di amianto e tutte le strutture non in regola con i criteri antisismici

· No al blocco per i neoassunti.

· Internalizzare tutti gli educatori, il personale scolastico e dei servizi.

· No ad ogni proposta di autonomia differenziata.



Con queste rivendicazioni il Partito Comunista dei Lavoratori interviene nella mobilitazione della scuola, per uno sciopero generale vero, unitario, prolungato e di massa.



Consapevoli che solo una mobilitazione generale di tutti i settori del lavoro - pubblico e privato - e degli studenti, possa mandare a casa questo governo, perché solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà soddisfare gli interessi della classe lavoratrice e delle masse popolari!

Partito Comunista dei Lavoratori

VOLENTIERI PUBBLICHIAMO: 4 DICEMBRE NO DRAGHI DAY - CORTEO A BOLOGNA

 


Sabato 4 dicembre

giornata nazionale di mobilitazione del sindacalismo di base e conflittuale, contro le politiche del Governo Draghi

Bologna CORTEO Concentramento ore 10.00 P.zza dell'unità – Bologna

 






Il riuscito sciopero generale dell’11 ottobre, promosso da tutto il sindacalismo conflittuale e di base, con la sua piattaforma di lotta, ha individuato con precisione i temi sui quali proseguire la mobilitazione che escono rafforzati dai nuovi provvedimenti presentati da Draghi, che ne confermano l’indirizzo fortemente antipopolare.   

ü PPer investimenti pubblici nei settori chiave della vita sociale, come sanità, scuola e trasporto pubblico locale, fondamentali oltre ai necessari vaccini per contrastare la diffusione della pandemia

ü CContro le misure economiche del governo Draghi che confermano la linea politica dell’aumento delle disuguaglianze anziché ridistribuire la ricchezza, garantire un reddito dignitoso a tutti, adeguare i contratti e le pensioni al reale costo della vita.

ü CContro licenziamenti, precarietà, Legge Fornero, privatizzazioni e delocalizzazioni.

ü CContro l’autonomia differenziata destinata ad aumentare le differenze territoriali e sociali.

Per la giustizia climatica e sociale



ADL COBAS, COBAS CONFEDERAZIONE, SGB, SI COBAS, USB, USI-CIT


 

Scuola: senza sicurezza nessuna riapertura!

 


Pubblichiamo il testo del volantino che stiamo distribuendo in occasione dello sciopero della scuola indetto dai Cobas di cui non condividiamo la piattaforma per la ragioni esposte nel volantino stesso

Cattedre senza docenti e docenti senza cattedre - La situazione della scuola pubblica in quest'anno scolastico sta raggiungendo picchi di drammaticità raramente visti sinora, basti pensare alle più di 21.0000 cattedre vuote. Il concorso straordinario, a dir poco umiliante, a cui hanno partecipato decine di migliaia di insegnanti da anni precari non è stato altro che un aumentare l’angoscia di decine di migliaia di insegnanti, che da anni lavorano a migliaia di chilometri da casa, percependo un salario inadeguato, senza alcuno scatto d’anzianità ed il minimo beneficio. Per non parlare del mancato accesso alla carta del docente. Un eterno dividere che ha trovato un’ennesima, ulteriore conferma nel divieto di partecipazione al concorso per le migliaia di insegnanti senza servizio sulla materia o per tutti quelli che nei giorni del concorso si trovavano in quarantena. Un concorso con numeri davvero irrisori tanto da considerarsi quasi inutile viste le 210000 cattedre vuote a settembre e gli oltre 30000 pensionamenti in arrivo.

Scuola: luogo sicuro o luogo di contagio? - Sin dalla ripresa dell’anno scolastico i contagi tra gli insegnanti e gli studenti sono stati numerosissimi. Vanno quindi rivendicati tracciamento capillare, tamponi a tappeto e, soprattutto, che si attivino realmente gli oramai tanto nominati presidi sanitari nelle scuole. Un reale piano vaccinale che coinvolga tutti i soggetti presenti nel mondo della scuola va approntato il prima possibile.

No al Recovery, sì alla patrimoniale - Una scuola con classi sovraffollate (media nazionale 22 alunni per classe) non può essere affatto definita un luogo sicuro. È fondamentale trasformare l’organico di fatto in organico di diritto. Dall’altro lato, ricorrere al Recovery Plan per stabilizzare i precari e mettere in sicurezza le scuole costituisce nei fatti la legittimazione di un ulteriore indebitamento delle casse pubbliche a spese dei lavoratori.
Anni e anni di tagli alla spesa pubblica, che hanno danneggiato soprattutto la scuola, la sanità ed i trasporti, vanno colmati presentando il conto alle classi dominanti.
Solo una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco dei patrimoni, unita ad un sistema di tassazione fortemente progressivo, può colmare realmente le decine di miliardi di euro tagliati, e consentire una reale messa in sicurezza della scuola, dei suoi studenti e dei suoi lavoratori, ed un cambio di rotta in questa società colpita dalla crisi del sistema di produzione capitalistico e da questa pandemia, uno dei suoi sintomi.


LE RIVENDICAZIONI DEL PCL PER LA SCUOLA

Per risolvere il problema del precariato e contrastare l'ormai palese progetto di privatizzazione della scuola il Partito Comunista dei Lavoratori è presente nelle lotte della scuola con queste rivendicazioni:

- Stabilizzazione di tutti gli insegnanti della scuola.
- Un grande piano di lavori pubblici per la scuola.
- No al blocco quinquennale per i neoassunti.
- Internalizzare tutti gli educatori.
- No ad ogni proposta di autonomia differenziata.

Solo con la lotta questo ennesimo governo nemico dei lavoratori e dei precari potrà essere cacciato, contro ogni compromesso con i partiti nemici delle lavoratrici e dei lavoratori, per la sconfitta delle burocrazie sindacali complici di governo e padronato.

Contro ogni logica corporativistica e di intermediazione politica tramite deputati e senatori di maggioranza o di opposizione.

Solo l'unità delle lotte può realmente portare ad un governo dei lavoratori, l'unico che possa realmente difendere gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, della scuola e non solo.

Partito Comunista dei Lavoratori


18 e 19 dicembre ancora in piazza!

 


Per difendere la salute e la vita delle proletarie e dei proletari! Per far pagare ai padroni i costi della crisi!

Per milioni di lavoratori, precari e disoccupati la seconda ondata pandemica è stata peggiore della prima: l'Italia è al primo posto in Europa e tra i primissimi nel mondo sia per numero di morti che per rapporto tra contagiati e deceduti. Mentre il governo Conte, l’opposizione e gli enti locali fingono di litigare tra loro sul MES ma già inciuciano su come spartirsi – destra, centro e “sinistra” – i proventi del Recovery Plan, due sole cose sono certe: 1) la sanità è posta all'ultimissimo posto rispetto alla fiumana di miliardi per le imprese 4.0 e 'ecologiche'; 2) si fa di tutto per occultare la catastrofe prodotta dal collasso del sistema sanitario frutto di decenni di tagli e di aziendalizzazioni, e il fallimento completo delle misure di prevenzione, orientate più a salvare i profitti che a fronteggiare gli effetti del CoViD-19.
Altro che “andrà tutto bene”!

Il programma “anticrisi” dei padroni va delineandosi in maniera sempre più chiara: dopo il “regalone” della CIG elargita ai 4 venti e senza alcuna verifica sull'effettivo stato di crisi aziendale e il “regalino” dei ristori alla piccola e media borghesia, milioni di lavoratori si sono trovati con salari dimezzati, e circa 800 mila precari sono finiti per strada.

Intanto, nelle fabbriche e nei magazzini si continua a lavorare a ritmi infernali, a contagiarsi e a morire, il più delle volte senza il benché minimo strumento di tutela della salute e della sicurezza, per non parlare del personale sanitario stremato da mesi di turni massacranti in cambio di salari da fame
.

Le parole del capo della Confindustria maceratese Guzzini “anche se qualcuno morirà, pazienza”, riassumono con freddo cinismo la linea di condotta dell'intero fronte padronale: i loro profitti valgono più delle vite di milioni di proletari e proletarie.

A fronte della catastrofe attuale e della valanga ancor più rovinosa che si preannuncia in primavera, con la fine della moratoria sui licenziamenti coincidente con una terza ondata oramai quasi scontata, occorre qui ed ora rilanciare l'autorganizzazione e la lotta degli sfruttati.

La difesa economica e sanitaria dalla pandemia e dalle altre patologie pandemiche (tumori, morti sul lavoro e patologie cardiocircolatorie oscurate dal Covid) non verrà mai dalle aule istituzionali né tanto meno dai teatrini elettorali, ma passa necessariamente dalla ripresa del protagonismo di classe e da un programma di rivendicazioni centrato sugli interessi autonomi dei proletari e che passi per la costruzione di un vero sciopero generale e di una grande mobilitazione nazionale nelle giornate del 29-30 gennaio:


- Contro la mercificazione della salute da parte dei lavoratori, per sé e per tutta la popolazione, con l'obbligatorietà dello screening e dei tamponi gratuiti a tutti i lavoratori e i disoccupati e il varo di misure stringenti per la prevenzione dei contagi sui luoghi di lavoro e nei territori;

- Lavoro stabile e sicuro o salario garantito per disoccupati, precari e cassintegrati;

- Patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione i cui proventi vanno destinati ai salari e alla spesa sociale;

- Riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, lavorare tutti; per il lavoro socialmente necessario;

- Diritto al lavoro per tutte le donne, contro la precarizzazione e il lavoro a distanza; per il potenziamento dei servizi di welfare, contro la conciliazione tra lavoro domestico ed extra-domestico; per il diritto di aborto assistito e l’autodeterminazione delle donne; contro il sessismo e la violenza sociale e domestica, cresciuti in questa crisi;

- Libertà di sciopero e abrogazione dei decreti-sicurezza: contro ogni criminalizzazione delle lotte sociali e sindacali;

- Permesso di soggiorno europeo a tempo indeterminato per tutti gli immigrati e le immigrate; completa equiparazione salariale, di accesso ai servizi sociali e di diritti; abolizione delle attuali leggi italiane ed europee sull'immigrazione e chiusura immediata dei CPR; immediata applicazione della sentenza della Corte di giustizia europea che impone all'INPS di pagare gli assegni familiari anche per i congiunti residenti all'estero.

- Drastico taglio alle spese militari (un F35 costa quanto 7113 ventilatori polmonari) e alle grandi opere inutili e dannose (quali TAV, TAP, MUOS);

- Contro le politiche di devastazione ambientale e il saccheggio indiscriminato della natura e dell'ecosistema in nome dei profitti e della speculazione;

- Piano straordinario di edilizia scolastica e di assunzione di personale docente e non docente per garantire la salute nelle scuole e, appena possibile, la didattica in presenza. Abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, programmi di formazione pagati a salario pieno. Critica della cultura, dell'arte e della scienza al servizio del profitto;

- Blocco immediato degli affitti, dei mutui sulla prima casa e di tutte le utenze (luce, acqua, gas, internet) per i disoccupati e i cassintegrati; blocco a tempo indeterminato degli sgomberi per tutte le occupazioni a scopo abitativo.

- Revoca di qualsiasi progetto di “Autonomia differenziata”, che penalizza i proletari e i lavoratori del Sud;

- Amnistia e misure alternative per garantire la salute di tutti i proletari e le proletarie detenuti.

Patto d'azione anticapitalista - per il fronte unico di classe

APPUNTAMENTO: presidio contro l'Autonomia regionale differenziata venerdì 18 dicembre

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione di Bologna, partecipa al presidio organizzato dal Comitato dell'Emilia Romagna contro l'Autonomia differenziata che si terrà venerdì 18 dicembre a partire dalle ore 16 davanti alla sede della Regione Emilia Romagna



Partito Comunista dei Lavoratori - Sez. di Bologna

La pandemia è il capitalismo: rafforzare il Patto d'azione per rilanciare l'opposizione di classe

 


Mozione conclusiva dell'assemblea nazionale del "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe", tenutasi in remoto domenica 22 novembre

25 Novembre 2020

Pubblichiamo il documento varato dall'assemblea nazionale del "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe", tenutasi il 22 Novembre. Una discussione che ha confermato la volontà di proseguire e rilanciare il Patto d'azione e il suo intervento di classe. Il confronto ha investito sia i contenuti della piattaforma, sia le forme organizzative del Patto. Su entrambi gli aspetti il PCL, soggetto organico del Patto, ha dato il proprio contributo. Proponendo uno sviluppo della caratterizzazione anticapitalista della piattaforma (ad esempio sulla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano); sottolineando l'esigenza di allargare il fronte unitario d'azione dell'avanguardia, a partire da un investimento coerente nel percorso unitario aperto dall'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi di Bologna del 27 settembre; proponendo una forma organizzativa ad un tempo funzionale e corrispondente alla natura del Patto come fronte unitario d'azione tra soggetti distinti. Su questi aspetti la discussione continuerà dentro la cornice generale condivisa del documento varato

Siamo giunti a questa assemblea nazionale nel pieno della seconda ondata pandemica di Covid-19.

La fine del clima diffuso di “unità nazionale“ che aveva contrassegnato la prima fase pandemica sta portando sempre più in superficie le contraddizioni e gli antagonismi di classe sinora sapientemente occultati dietro l'ipocrisia del comune richiamo al tricolore e l'inconciliabilità tra gli interessi dei padroni e quelli dei lavoratori e delle masse proletarie, resa quanto mai evidente dal tracollo dei sistemi sanitari nella quasi totalità dei paesi occidentali.

Tutto ciò in un quadro di una crisi internazionale (al tempo stesso sanitaria, economica, sociale e politica), le cui dimensioni sono testimoniate dalle grandi lotte che attraversano il sistema capitalista ai quattro angoli del globo: dall'America latina ai grandi scioperi dell'India, alle lotte nel Maghreb e nel Medio Oriente, alle ribellioni in Europa del proletariato immigrato. Questi sommovimenti sono giunti negli ultimi mesi fin nel cuore dell'imperialismo USA, materializzandosi nelle rivolte e nelle mobilitazioni del movimento Black Lives Matters in risposta alle violenze razziste della polizia e alle politiche reazionarie dell'amministrazione Trump: un processo che si è poi riverberato anche sul piano istituzionale in concomitanza con le elezioni presidenziali, caratterizzate da un clima di polarizzazione e da una tensione sociale senza precedenti nella storia recente della democrazia borghese a stelle e strisce, al punto da portare non pochi lacchè nostrani a proclamare (a ragion veduta) la fine di un'intera epoca storica del capitalismo. Tali dinamiche si intersecano con lo sviluppo recente di grandi ampi movimenti su scala internazionale contro le devastazioni ambientali e con le lotte del movimento delle donne, che in queste settimane sta vedendo la Polonia come il principale epicentro delle mobilitazioni.
I dati e i fatti di questi mesi confermano inequivocabilmente le tesi da noi sostenute nelle assemblee di marzo e aprile, ossia:

1) Questa pandemia (così come le altre a cui abbiamo assistito in questi decenni) è il prodotto degli sconquassi determinati dal sistema capitalista sull'ambiente e sull'ecosistema, e la zoonosi (salto di specie del virus) è intimamente connessa col sistema predatorio di deforestazione e di sfruttamento intensivo delle risorse naturali che sono alla base dei disastri e delle catastrofi connesse al cambiamento climatico, ed è il prodotto di una crisi sistema da cui il capitale e le sue istituzioni sono incapaci di venire a capo.

2) Le politiche di tagli massicci e indiscriminati alla sanità, all'istruzione, al trasporto pubblico e alla spesa sociale perseguite negli ultimi decenni dai governi nazionali e sovranazionali in tutto l'occidente imperialista e senza soluzione di continuità, hanno smantellato e distrutto ogni possibile linea di difesa e di contenimento della pandemia, determinando in tempi record il collasso dei sistemi sanitari nazionali e la moltiplicazione esponenziale dei contagi.

3) I governi nazionali, e in Italia il governo Conte, gli apparati statali e le amministrazioni regionali hanno perseguito, scientemente e sistematicamente, una politica di riduzione del danno improvvisata e raffazzonata, orientata quasi esclusivamente alla difesa senza se e senza ma dei profitti del grande capitale, e sacrificando sul suo altare la tutela dei salari, della salute e della vita stessa di milioni di proletari.

È oramai noto che l'Italia fosse del tutto priva di un piano pandemico e come quest'ultimo non fosse più aggiornato dal 2006, ed è altrettanto noto che negli ultimi mesi del 2019, malgrado il Sars-Cov 2 fosse già ben presente in Cina, il governo Conte, il ministro Speranza e i vertici sanitari abbiano sistematicamente ignorato (fino al punto di secretarle) le segnalazioni e i dossier dei più autorevoli rappresentanti della comunità medico-scientifica internazionale, i quali sollecitavano una “terapia d'urto“ immediata per scongiurare decine di migliaia di morti.
Oggi che quelle previsioni si sono rivelate un autentico e macabro presagio, nel mentre assistiamo allo spettacolo indecoroso dei rimpalli di responsabilità tra governo, regioni e comuni e nel mentre le attività di screening e di tracciamento sono completamente saltate sin dagli inizi di ottobre, la “seconda ondata“ ha svelato in maniera chiara che gli unici a trarre vantaggio dal tracollo della sanità pubblica sono stati i laboratori di analisi privati, a cui sono stati nei fatti appaltati quasi per intero i tamponi dei casi sospetti e dei contatti stretti, con costi lievitati alle stelle e un business che si è vergognosamente alimentato di pari passo con l'aumento dei contagiati e con la saturazione dei posti-letto negli ospedali: lo scandalo dei costi delle ambulanze private che a Napoli sono lievitati fino a 1000 euro per paziente rappresenta solo la punta dell'iceberg di una cosciente e sistematica opera di distruzione del sistema sanitario compiuta che i governi di ogni colore hanno operato negli ultimi decenni. Senza quest'opera di distruzione sistematica, con chiusure di ospedali, tagli di personale e alla spesa per le infrastrutture, sarebbe impossibile spiegarsi il vero e proprio sciacallaggio che è attualmente in corso da parte di padroni, politicanti e speculatori senza scrupoli.

In questo contesto di crisi rovinosa si inserisce la nuova “luna di miele“ tra i padroni e Cgil-Cisl-Uil, suggellata dai tappetini rossi che Landini ha riservato a Bonomi nel corso dell'evento “Futura“: al di la di qualche apparente puntura di spillo a uso e consumo mediatico, è evidente che il meeting cigiellino è servito a suggellare, nei fatti prima ancora che sulla carta, quel “Patto per l'Italia“ di cui Confindustria ha bisogno per mettere al guinzaglio la classe lavoratrice per tutto il periodo pandemico e spegnere ogni residuo conflitto sul rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, tanto più all'indomani di uno sciopero nazionale che si è rivelato essere davvero tale solo in un numero limitatissimo di fabbriche, grosso modo coincidenti con le principali roccaforti storiche della Fiom.
Tutto lascia presagire che entro la prossima primavera i padroni “concederanno“ ai confederali la vittoria di Pirro di un rinnovo che in cambio di qualche spicciolo in più di salario, porterà in dote a Confindustria un triplice risultato: l'aumento esponenziale dei ritmi e dei carichi di lavoro (sapientemente spacciato per “produttività“), il via libera ai contratti precari senza limiti di durata e soprattutto lo stop alla moratoria sui licenziamenti a partire dalla primavera.
D'altronde, lo schema di Confindustria rappresenta già da anni, se non da decenni, una prassi e un “modello“ consolidato in svariate categorie (agricoltura, lavoro domestico, edilizia, ristorazione, ecc., per non parlare di tutto l'universo che ruota attorno alle finte cooperative), e il tentativo di ufficializzare e codificare il principio “lavorare di più, peggio, più precari e ricattati e con meno diritti“ è coerente con i decenni di controriforme del mercato del lavoro e con lo stesso Patto per la fabbrica siglato poco più di due anni fa tra governo, padroni e sindacati confederali: va da se che una volta smontato il CCNL metalmeccanici, ne deriverà un effetto a cascata in tutte le altre categorie interessate dai rinnovi.
Nel frattempo, il fronte padronale continua a dormire comodamente sugli allori, grazie al nuovo via libera alla Cig senza limiti, il cui libero accesso garantitogli dal governo viene finanche sgravato dall'onere di dover giustificare un calo di fatturato riconducibile alla pandemia.
Quella Cig che nella gran parte dei casi si traduce nella miseria di 700-800 euro al mese in busta paga, viene ipocritamente presentata dal governo e dai confederali come una misura di tutela per i lavoratori, ma in realtà non è altro che uno strumento per consentire ai padroni di privatizzare gli utili e socializzare le perdite: il silenzio di Cgil-Cisl-Uil di fronte ai dati della guardia di Finanza che attestano come più del 25% delle aziende si sia accaparrata la Cig pur non avendo alcun calo di fatturato nel mentre milioni di lavoratori sono di fatto ridottti alla fame, è di gran lunga più eloquente degli slogan e delle dichiarazioni d'intenti su “lavoro, sviluppo e contratti“ che i vertici confederali continuano a ripetere come un disco rotto.
Come contraltare alle pagliacciate dei vertici confederali, al momento continua a distinguersi per il livello di combattività diffusa solo il settore del Trasporto merci e logistica, nel quale lo scorso 23 ottobre SI Cobas e ADL Cobas hanno organizzato uno sciopero nazionale capace di fermare la gran parte del flusso di merci di tutti i principali operatori, portando a casa, come primi importanti risultati, da un lato la disponibilità a trattare di una parte delle principali associazioni datoriali, dall'altro l'apertura di un tavolo di confronto col governo sul tema della sicurezza sul lavoro e della prevenzione dei contagi da coronavirus.
Pur in un quadro che vede lo sviluppo a macchia di leopardo di lotte vertenziali e la ripresa di iniziativa in alcuni settori (su tutte la sanità e la scuola, ma anche in alcune fabbriche, nel settore dello spettacolo e nel comparto multiservizi), queste mobilitazioni registrano tuttora una estrema difficoltà a trainare settori di massa e a ramificarsi sul territorio nazionale.


LE "TRE PIAZZE" DI OTTOBRE

Se da un lato il patto tripartito tra governo, Confindustria e sindacati collaborazionisti (Cgil-Cisl-Uil-Ugl) ha permesso a questi ultimi di preservare il clima di pace sociale sui luoghi di lavoro attraverso lo scambio tra l'aumento della produttività e della precarietà (quindi dei profitti) e un nuovo rinvio della moratoria sui licenziamenti, dall'altro in queste settimane hanno iniziato a manifestarsi dei primi, inequivocabili segnali di malessere sociale per gli effetti della crisi e delle nuove restrizioni imposte dal Covid. Com'era prevedibile in un paese come il nostro, caratterizzato da un'estrema polverizzazione delle filiere produttive e da un peso significativo del commercio e e dei servizi, a rompere il ghiaccio sono state in larga parte mobilitazioni dal segno e dalla composizione confusa, di carattere apparentemente populista e interclassista, ma alla cui testa è emerso fin da subito l'interesse specifico della piccola e media borghesia, dei commercianti e di quel pulviscolo di “mezze classi“ fatte di padroni e padroncini colpiti dalle misure restrittive.
Non a caso, le parole d'ordine e le rivendicazioni spesso maggioritarie in queste piazze (“no alla dittatura sanitaria“, “no alle chiusure“, ecc.) si siano mostrate molto più permeabili dalla retorica reazionaria dei fascisti e al delirio negazionista dei “no mask“ che non alle istanze dalle lotte sociali proletarie (vedasi su tutte le piazze di Milano, Venezia, Bologna e quella del quartiere Vomero a Napoli): ciò a riconferma che gli interessi del “ceto medio produttivo“ sono oggettivamente antagonisti e inconciliabili con le lotte operaie per la difesa della salute e per il diritto a restare a casa a salario pieno e a non morire di Covid in nome dei profitti, piccoli o grandi che siano.

Dal ventre di queste manifestazioni, a partire dall'ormai celebre notte del 23 ottobre a Napoli, si è materializzata la “seconda piazza“, composta in larga parte da settori semiproletari, di proletariato marginale e/o studenti (come nel caso di Firenze), la quale in maniera confusa, genuina ma spesso completamente disorganizzata, ha riversato nelle strade una rabbia e un malessere che poco o nulla aveva a che vedere con le istanze dei commercianti (i quali non a caso si sono subito affrettati a prendere le distanza dai “violenti“) e che si è espressa attraverso cortei non autorizzati e scontri di piazza, cui è seguita, puntuale come sempre, la dura repressione delle forze dell'ordine e un'ondata di criminalizzazione ad opera dei media, intenti a bollare questi episodi come opera di “camorristi“, fascisti o negazionisti.
In realtà queste brevi ed estemporanee fiammate, più che la mafia o i fascisti (da sempre molto più a loro agio nelle aule parlamentari e nelle stanze del potere nazionale e locale che non nelle proteste di piazza), rimandano a forme di ribellione spontanea e in larga parte apolitica e/o a-classista, il cui unico comun denominatore è l'odio verso lo stato e le forze di polizia.

L'esito di questo primo round di proteste è oramai sotto gli occhi di tutti: il settore della media distribuzione, dagli esercizi commerciali e quello turistico-ricettivo hanno in poche ore portato a casa i “decreti-ristori“, con i quali lo stato si impegna ad accollarsi la gran parte delle perdite di fatturato, mentre l'esercito dei precari, dei lavoratori del settore, dei garzoni in nero e dei disoccupati hanno nella migliore delle ipotesi difeso a malapena la miseria delle poche centinaia di euro di CIG o di reddito di cittadinanza “concesse“ a suo tempo dal governo; il fatto che all'indomani del suddetto Dpcm sia le prime che le seconde piazze si siano svuotate quasi ovunque è da un lato la riprova che la piccola e media borghesia ha rappresentato la componente sociale maggioritaria in quelle mobilitazioni era di, dall'altro che in assenza di un forte movimento di classe ogni tentativo, per quanto generoso, di “attraversamento proletario“ di una rabbia tanto diffusa quanto confusa è inevitabilmente votato al fallimento, sia in termini politici sia sul piano rivendicativo parziale.

Fare un bilancio obbiettivo e lucido degli eventi di fine ottobre, non significa certo negare apriori e per principio la possibilità (e in determinati frangenti anche la necessità) di saldare e allargare le lotte operaie e proletarie con le istanze provenienti da strati del ceto medio impoverito dalla crisi e/o in via di proletarizzazione, ne tantomeno volersi trastullare in sterili quanto infantili richiami a una presunta “purezza“ del movimento proletario. A nessuno sfugge che nelle piazze italiane di ottobre, le istanze del grande ristoratore che paga 30 euro al giorno (e magari al nero) i suoi dipendenti e dell'albergatore che evade milioni di euro fossero “mescolate“ con quelle del garzone o del piccolo esercente a gestione familiare. Si tratta tuttavia di non confondere la realtà con i propri desideri, e di comprendere che fin quando i salariati e gli sfruttati non saranno capaci di dotarsi di un autonomo percorso di lotta per i propri interessi di classe immediati e futuri, nessun'alleanza e nessuna scorciatoia movimentistica sarà capace di togliergli le castagne dal fuoco e permettergli la difesa di quegli interessi, men che meno lo saranno ipotetici “fronti popolari“ con gli strati inferiori della classe dominante.

Da questo punto di vista, le mobilitazioni messe in campo dal Patto d'azione nella giornata del 24, hanno rappresentato a tutti gli effetti una sorta di “terza piazza“, distinta dalla seconda e alternativa alla prima, in quanto espressione dell'autonomia di classe e degli interessi immediati e futuri dei lavoratori e delle masse proletarie nel loro complesso.
abbiamo animato più di una decina di piazze convocate in tutte le principali città dall'assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi a seguito della riuscita iniziativa del 27 settembre a Bologna.
Il bilancio di questa giornata di mobilitazione nazionale è complessivamente positivo: in molte città (Napoli, Bologna, Torino e Roma su tutte) si è registrata la partecipazione di centinaia di lavoratori, studenti e realtà politiche e di movimento; in altre (come a Milano), la partecipazione è stata decisamente inferiore a quella registrata lo scorso 6 giugno.
La riuscita buona ma non straordinaria delle iniziative è in parte ascrivibile con le difficoltà dovute al contesto pandemico, ma in parte anche alla mancata strutturazione e organizzazione del percorso comune, sia sul piano locale che a livello locale.


LA PIATTAFORMA, I PERCORSI DI LOTTA E LE PROSSIME SCADENZE

Il contesto attuale ci chiama a portare di nuovo in primo piano la auto-difesa della salute da parte dei lavoratori nei luoghi di lavoro e nella società, con il rilancio della critica generale non solo al taglio delle spese per la sanità pubblica, ma a tutto il processo di aziendalizzazione di essa, di accorpamento degli ospedali e di introduzione sempre più in profondità della finalità del profitto. A questo processo, che è responsabile n. 1 dell'attuale crisi sanitaria, va contrapposta la rivendicazione di una sanità centrata sulla prevenzione degli infortuni e delle morti sul lavoro, la prevenzione delle malattie e delle epidemie, la strutturazione di una medicina del territorio che non è mai stata integralmente costituita, l'opposizione frontale al vergognoso business dei tamponi e delle ambulanze, ecc.
Ciò partendo dalla consapevolezza che la tutela della salute dei lavoratori passa innanzitutto dalla sicurezza e dalla prevenzione sui luoghi di lavoro.

Occorre dunque prepararsi a una dura e lunga battaglia per il diritto alla salute e alla vita dei lavoratori, mettendo in piedi campagne per il varo di protocolli anti-Covid precisi e vincolanti per tutti i padroni, sostenendo le iniziative già in corso su questo tema (su tutte quella portata avanti in queste settimane dal SI Cobas), ma soprattutto lottando per il diritto a stare a casa con l'integrazione salariale al 100% in tutte le aziende in cui non si applicano o in cui non è oggettivamente possibile applicare le misure di prevenzione.

In secondo luogo, in barba alla moratoria sui licenziamenti, ad oggi abbiamo già oltre 800.000 nuovi disoccupati, sia a causa del mancato rinnovo dei contratti a termine, sia in conseguenza delle chiusure di attività (vedi Whirlpool), sia attraverso l'espediente dei finti licenziamenti disciplinari, nonché maree di cassintegrati che hanno visto i loro salari ridotti all'osso e un'altra epidemia di disoccupazione in arrivo. In un tale contesto, foriero di precipitazioni improvvise, va messo in primo piano il salario medio operaio garantito a tutti i disoccupati - anche a quelli che siano, evidentemente, diventati tali per fallimento dei propri piccoli esercizi (cosa ben diversa dai ristori!). Questa rivendicazione va legata alla riduzione drastica e generalizzata della giornata lavorativa, per il lavoro socialmente necessario, proprio per portare a fondo la critica al modo di produzione capitalistico che in questa crisi produrrà montagne di disoccupati.

In terzo luogo, va smascherato con forza, senza se e senza ma, il disegno complessivo del capitalismo nazionale (in una con la UE e col governo Conte) teso a progettare un uso dei 209 miliardi del Recovery fund secondo la linea "come prima, peggio di prima", con il finto sviluppo "green", la micidiale Industria 4.0, la desocializzazione programmata con lavoro a distanza (a domicilio) e scuola a distanza, l'ulteriore incremento delle spese belliche (Mattarella&Co. hanno chiesto 10.000 soldati in più e nuovi armamenti), la tanto agognata fine del "sussidistan" (mai esistito, peraltro), nuove carceri e centri di detenzione per immigrati: il tutto finanziato, attraverso l'ingigantimento del debito di stato e il nuovo debito europeo, dalla classe lavoratrice e in particolar modo dalle future generazioni.
Negli ultimi mesi stiamo assistendo anche in ambiti governativi e istituzionali, all'evocazione di patrimoniale sulle grandi ricchezze che muove da propositi diametralmente opposti a quelli che ci portano ad usare questa parola d'ordine come leva per far pagare la crisi ai padroni, finalizzati al contrario a tamponare e nascondere gli effetti della crisi. Per questo specifichiamo ancora una volta che la rivendicazione non di una patrimoniale generica, ma della patrimoniale del 10% sul 10%, è finalizzata a soddisfare una serie di interessi delle masse operaie, dei disoccupati, degli sfruttati: per il salario garantito, la riduzione generalizzata e drastica degli orari di lavoro e la ricostruzione di un sistema sanitario fondato sulla prevenzione, sul rilancio dei trasporti pubblici anti-inquinamento su rotaia, la messa in sicurezza dei territori, il risanamento ambientale, etc.


Alla luce di tutto ciò, l'assemblea stabilisce quanto segue:

1) A partire dai prossimi giorni sviluppare su tutti i territori iniziative di lotta e campagne di denuncia dello sfascio della sanità pubblica, dei trasporti e dell'istruzione e di agitazione rivolta alle condizioni di miseria che attanagliano la forza lavoro precaria e disoccupata: una campagna che viaggi in parallelo con la battaglia per la difesa della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro, per il varo di protocolli vincolanti per la prevenzione del contagio, per la difesa dei salari e il rinnovo dei contratti in tutti i settori della produzione e distribuzione.

2) Indire una nuova iniziativa nazionale su questi temi nel week-end 11-12 dicembre, articolata nelle varie città.

3) Si assume come denominazione unica e definitiva la seguente: "Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe".

4) Intraprendere un lavoro di condivisione e socializzazione dei contatti e dei collegamenti internazionali in corso con realtà politiche, sindacali e sociali di altri paesi, propedeutico allo sviluppo di forme di coordinamento e di iniziativa comune.

5) Avviare un confronto tra le compagne e le lavoratrici teso alla costruzione di iniziative di lotta sul tema della doppia oppressione delle donne sfruttate dal capitalismo e dai modelli patriarcali veicolati e alimentati dalla classe dominante.

6) Avviare un gruppo di lavoro specifico sul tema della repressione e del razzismo di stato, che possa portare agli inizi del prossimo anno a un'assemblea nazionale sui problemi specifici delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati.

7) Impegnare tutte le realtà che afferiscono al Patto d'azione a favorire la massima partecipazione all'assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si terrà il prossimo 29 novembre in modalità telematica e ad evidenziare in ogni ambito d'intervento la necessità di convocare a breve a uno sciopero generale nazionale.

8) Dar vita a un gruppo di lavoro che presenti alla prossima assemblea una proposta condivisa sul piano organizzativo, sia riguardo la necessità impellente di dar vita a un coordinamento nazionale del Patto d'azione, sia di dotare quest'ultimo di strumenti unitari di comunicazione e di agitazione politica.


L'assemblea del Patto d'azione riunitasi in modalità telematica il 22 novembre 2020, infine, aggiorna i punti della piattaforma di lotta nazionale come segue:

1) Autodifesa della salute da parte dei lavoratori, per sé e per tutta la popolazione; revisione dei Protocolli del 24 aprile, con l'introduzione dell'obbligatorietà dello screening e dei tamponi a tutti i lavoratori e il varo norme e misure stringenti e vincolanti per la prevenzione dei contagi sui luoghi di lavoro, in cui sia espressamente prevista la possibilità di chiudere le aziende laddove non sia possibile garantire il diritto alla salute e alla vita degli operatori; creazione in tutte le aziende di comitati dei lavoratori che vigilino sul rispetto dei protocolli; piano nazionale straordinario di assunzione di infermieri e medici, con l'immediato esaurimento delle graduatorie degli idonei e la stabilizzazione di tutti/e i/le precari/e, senza nessuna discriminazione nei confronti del personale sanitario d'immigrazione; integrale riorganizzazione del servizio sanitario pubblico unico, universale, gratuito, dotato di una diffusa rete territoriale, con al centro l'obiettivo della prevenzione delle malattie e la tutela della salute sui luoghi di lavoro; requisizione senza indennizzo di tutte le cliniche private, anche oltre l’emergenza; abolizione dei sistemi di "welfare" sanitario aziendale e di ogni altra forma di finanziamento indiretto alla sanità privata.

2) Salario medio garantito per disoccupati, sottoccupati, precari e cassintegrati.

3) Riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, lavorare tutti; per il lavoro socialmente necessario.

4) I costi della pandemia e della crisi siano pagati dai padroni, a partire da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione i cui proventi vanno destinati alla copertura al 100% di tutti i salari e al salario medio garantito per disoccupati e precari. Rifiuto del debito di stato come strumento per soffocare le rivendicazioni proletarie e sociali.

5) Libertà di sciopero e agibilità sindacale, contro i divieti delle questure, dei prefetti e della Commissione di garanzia sugli scioperi: se si lavora, si ha anche il diritto di svolgere attività sindacale e di scioperare.

6) Diritto al lavoro per tutte le donne, contro la precarizzazione e il lavoro a distanza; per il potenziamento dei servizi di welfare, contro la conciliazione tra lavoro domestico ed extra-domestico; contro il sessismo e la violenza sociale e domestica; per il diritto di aborto assistito e l’auto-determinazione delle donne.

7) Abrogazione dei decreti-sicurezza: no alla militarizzazione dei territori e dei luoghi di lavoro, contro ogni criminalizzazione delle lotte sociali e sindacali.

8) Contro la regolarizzazione-beffa Conte-Bellanova, permesso di soggiorno europeo a tempo indeterminato per tutti gli immigrati e le immigrate presenti sul territorio nazionale; completa equiparazione salariale, di diritti e di accesso ai servizi sociali; abolizione delle attuali leggi italiane ed europee sull'immigrazione e chiusura immediata dei CPR.

9) Drastico taglio alle spese militari (un F35 costa quanto 7113 ventilatori polmonari) e alle grandi opere inutili e dannose (quali Tav, Tap, Muos).

10) Contro le politiche di devastazione ambientale e il saccheggio indiscriminato della natura e dell'ecosistema in nome dei profitti e della speculazione.

11) Piano straordinario di edilizia scolastica e di assunzione di personale docente e non docente per garantire la salute nelle scuole e, appena possibile, la didattica in presenza. Abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, programmi di formazione pagati a salario pieno. Critica della cultura, dell'arte e della scienza al servizio del profitto.

12) Blocco immediato degli affitti, dei mutui sulla prima casa e di tutte le utenze (luce, acqua, gas, internet) per i disoccupati e i cassintegrati; blocco a tempo indeterminato degli sgomberi per tutte le occupazioni a scopo abitativo.

13) Revoca di qualsiasi progetto di “Autonomia differenziata”, che penalizza i proletari e i lavoratori del Sud.

14) Amnistia e misure alternative per garantire la salute di tutti i proletari e le proletarie detenuti.

Patto d'azione anticapitalista – per il fronte unico di classe

Sabato 24 Ottobre, giornata di mobilitazione nazionale

 


Pubblichiamo il testo dell'appello a cura dell' "Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi". Il Partito Comunista dei Lavoratori è in prima linea per la riuscita della mobilitazione.

20 Ottobre 2020

Mentre in tutta Europa dilaga la seconda ondata pandemica, nel nostro paese il governo e le amministrazioni locali si trovano a fronteggiare la nuova emergenza con un sistema sanitario disastrato come in primavera:
pochissime nuove risorse, strutture fatiscenti, gravi carenze d'organico e un personale medico-infermieristico che a dispetto delle fatiche sfiancanti del lockdown continua ad essere umiliato dal mancato rinnovo del CCNL di categoria e da livelli salariali da fame.

I padroni, con la complicità di governo ed istituzioni locali, la scorsa primavera hanno contribuito a trasformare la pandemia in mattanza negli ospedali e nelle RSA, in primis in Lombardia, tenendo aperte migliaia di fabbriche senza alcun riguardo per la sicurezza e la salute di lavoratori e lavoratrici. Ora, sempre in nome del profitto, minacciano barricate per impedire stringenti misure di sicurezza, nonostante il rischio di un collasso degli ospedali su scala nazionale: uno scenario reso ancor più drammatico al sud, che stavolta è pienamente coinvolto dalla pandemia.

Mentre Conte, il PD e i M5Stelle hanno mantenuto l'impianto razzista, repressivo e antioperaio dei decreti sicurezza di Salvini (limitandosi a qualche modifica irrisoria e di facciata), l'esecutivo è sempre più ostaggio dell'arroganza di Bonomi e di Confindustria, delle sue richieste e delle sue pretese, a partire dal mancato rinnovo della moratoria sui licenziamenti a fine anno, nonostante il proseguo dell’emergenza.

I padroni si sentono talmente forti da far saltare i tavoli di trattativa sui rinnovi contrattuali, come dimostra il caso eclatante del CCNL metalmeccanici, con lo scopo dichiarato di ottenere dei contratti-farsa, senza alcun aumento salariale e con l'imposizione di forme sempre più brutali di precarietà e di sfruttamento.

Intanto, al di là delle chiacchiere e della propaganda, si pensa di destinare la gran parte dei fondi del
Recovery Plan alle ristrutturazioni produttive necessarie al capitale per contrastare la crisi in corso dal 2008, a infrastrutture e grandi opere al servizio delle imprese o direttamente nelle tasche dei padroni sotto forma di sgravi e incentivi. Risorse che stravolgeranno sempre più i servizi universali (sanità, scuola, trasporti, assistenza), disarticolati da autonomie più o meno differenziate, e che andranno anche a incrementare le spese militari e i piani bellici (30 miliardi destinati alla difesa). Risorse che, con le condizionalità imposte dalla UE, saranno ripagate con nuove lacrime e nuovo sangue da lavoratori, lavoratrici e classi oppresse.

Senza una ripresa generale delle lotte e del protagonismo di lavoratori e lavoratrici, entro l'inverno assisteremo a un'ondata di licenziamenti, a un taglio dei salari e a un massacro sociale senza precedenti.

Per questo motivo lo scorso 27 settembre centinaia di lavoratori e delegati combattivi di diversa appartenenza categoriale e sindacale si sono incontrati a Bologna, con l'obbiettivo di tracciare una piattaforma di lotta e di mobilitazione capace di contrapporsi in maniera adeguata ai piani di macelleria sociale di padroni e governo, e di lanciare dal basso un percorso di mobilitazione che porti in tempi brevi a un vero sciopero generale.

• Per il rinnovo immediato di tutti i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro scaduti, con forti aumenti salariali e forti disincentivi ai contratti precari e a termine

• No ai licenziamenti di massa; riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, salario medio garantito a disoccupati e precari e integrazione della Cig al 100%

• I costi della crisi sanitaria siano pagati da chi non ha mai pagato: patrimoniale sulle grandi ricchezze per rilanciare la sanità, la scuola pubblica, i trasporti e i servizi sociali

• Documenti, diritto d’asilo, regolarizzazione contrattuale e pieni diritti di cittadinanza per tutti i lavoratori immigrati, con l’abolizione dei decreti sicurezza (che reprimono anche dissenso e conflitto sociale)

• Contro ogni autonomia differenziata, oggi rilanciata dal governo

• Annullamento delle spese militari e riconversione di tutta la filiera dell’industria bellica e militare, a spese dello Stato e piena garanzia del lavoro

• Tutela piena della sicurezza sui luoghi di lavoro con nuovi e stringenti protocolli per la prevenzione del contagio da Covid 19, gestiti da comitati e rappresentanti eletti da lavoratori e lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Graduatorie provinciali per le supplenze: una tragedia annunciata

 


14 Settembre 2020

Oggi, almeno sulla carta, dovrebbe cominciare l'anno scolastico 2020/2021. Mai come in questo caso, però, il condizionale è d'obbligo, vista la situazione delle scuole italiane, soprattutto in termini di personale.


SOLO "QUALCHE PICCOLO ERRORE"?

Con queste parole la Ministra Azzolina definiva nella giornata di mercoledì 9 settembre i problemi sorti nel varo delle nuove Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS), che si sono rivelate all'insegna del caos totale e con gli Uffici Scolastici Provinciali totalmente privi di direttive. È il caso, ad esempio, di quello di Milano, dove il direttore, l'ex titolare dell'allora MIUR Bussetti, ha ben pensato di ovviare al fatto che le GPS milanesi sono totalmente intasate e piene di errori (calcolo punteggio di servizio, titoli, ecc.) da provare a far partire le convocazioni per le migliaia di cattedre vacanti dalle vecchie graduatorie d'istituto. Una manovra che rischia di aggiungere ancora più caos al fatto che solo su Milano sono state presentate ben 112000 domande di iscrizione alle nuove GPS. Domande di iscrizione che a livello nazionale superano le 800000, con una esclusione, in molti casi dettata da errori di calcolo o di riconoscimento, di oltre 40000 aspiranti docenti.


LA MANCANZA DI DOCENTI CHE PENALIZZA MILIONI DI STUDENTI

Quest'anno scolastico è, forse, quello con maggiori cattedre vacanti nella storia della pubblica istruzione italiana. Si parla infatti di oltre 210000 posti, e di oltre 50000 posti ATA anch'essi vacanti.
Non è un caso che tra le cattedre con maggior numero di posti vacanti ci siano quelle di sostegno, un incarico che nella maggioranza dei casi è assegnato a docenti precari. Si parla di oltre 20000 cattedre vuote. Una mancanza che non può che costituire un pesante attacco alla classe lavoratrice già penalizzata dai licenziamenti previsti in autunno, previsti tra i 600000 ed i 2 milioni.


IL GOVERNO CONTE, UN ENNESIMO NEMICO DEI LAVORATORI. DELLA SCUOLA E NON

Ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola è in atto una vera e propria macelleria sociale. Un'offensiva a tutti gli effetti contro i docenti e tutto il personale scolastico, che hanno garantito supporto e vicinanza ai milioni di studenti e studentesse anche nei giorni più neri della pandemia. Un attacco che nega la pensione a tutti quei lavoratori affetti da patologie croniche, che a scuola sarebbero estremamente a rischio di contagio, e che nega la stabilizzazione a decine di migliaia di insegnanti precari, che stanno vedendo pendere sopra le proprie teste la spada di Damocle di un concorso straordinariamente umiliante, alla luce anche del servizio prestato per anni senza alcuna speranza di stabilizzazione. Un concorso iniquo, parziale e divisivo, perché porterebbe alla stabilizzazione di soltanto 32000 docenti.


LE RIVENDICAZIONI DEL PCL PER LA SCUOLA

Per risolvere il problema del precariato e contrastare l'oramai palese progetto di privatizzazione della scuola, portato avanti indistintamente dai governi di centrodestra e centrosinistra a favore di multinazionali e Chiesa (in una modalità estremamente simile a ciò che è stato fatto nel settore sanitario, con le conseguenze che l'epidemia di Covid-19 ci sta mostrando in tutta la sua drammaticità), e di attacco costante ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, il Partito Comunista dei Lavoratori è presente nelle lotte della scuola con queste rivendicazioni:

- stabilizzazione di tutti gli insegnanti della scuola.
Siamo per un piano di assunzioni che parta dalla trasformazione dell'organico di fatto in organico di diritto, e l'ingresso di tutti gli insegnanti con tre anni di servizio in un processo di formazione e stabilizzazione che non sia diviso, a differenza di come hanno sinora fatto i governi, con il risultato che migliaia di insegnanti abilitati sono ancora senza ruolo (basti pensare ai 2000 vincitori del concorso 2016 ed ai 5000 vincitori del concorso 2018, abilitati con le SSIS ed i PAS).

- un grande piano di lavori pubblici per la scuola.
È urgente provvedere al risanamento degli oltre 2400 siti scolastici nei quali è stata accertata la presenza di amianto, e alla messa in sicurezza di tutte le scuole i cui plessi non sono a norma di criteri antisismici. Si trovano in questa condizione ben 44.486 scuole pubbliche, su un totale di 50.804 censite.

- no al blocco per i neoassunti, sia esso quinquennale che triennale.
Ogni lavoratore deve avere il diritto di poter lavorare vicino alla propria famiglia. Con ciò condanniamo fermamente il progetto avanzato dal ministro Azzolina di deportare letteralmente, in cambio del ruolo, migliaia di docenti dalle regioni meridionali costringendoli per cinque anni a vivere in altre regioni o province.

- internalizzare tutti gli educatori.
Il settore delle cooperative sociali è una vera giungla dove migliaia di educatori, soprattutto giovani e donne, sono sfruttati con salari minimi. In queste settimane moltissimi sono gli educatori che, non potendo lavorare essendo chiuse le scuole ed i centri diurni, hanno assistito ad una forte riduzione del salario. Chiediamo l'assunzione di tutti gli educatori con lo stesso profilo negli enti locali.

- no ad ogni proposta di autonomia differenziata.
L'esempio dei docenti del Trentino-Alto Adige è a portata di mano. Alle 18 ore settimanali si sono aggiunte due ore in più da prestare eventualmente per supplenze. Inoltre, tutti i docenti altoatesini devono prestare ben 220 ore annue come attività funzionali all'insegnamento, a differenza del resto del paese, in cui si svolgono 40+40 ore. In queste 220 ore ricadono consigli di classe, consigli di plesso, collegi docenti, programmazioni settimanali di dipartimento, le ore annuali dei corsi di aggiornamento obbligatorie, le udienze dei genitori. Il tutto in cambio di un aumento lordo di poche centinaia di euro.

Con queste rivendicazioni il Partito Comunista dei Lavoratori ha sostenuto lo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola del 14 febbraio, e resta a fianco dei docenti e degli ATA precari per bloccare ogni scellerato progetto di privatizzazione e divisione della scuola e degli insegnanti.

Mandiamo a casa la ministra Azzolina, esponente di punta di un governo nemico dei lavoratori e servo di Confindustria, come i casi di Alzano Lombardo e Nembro ci hanno dimostrato, e che come PCL abbiamo denunciato anche giudiziariamente.

Solo con la lotta questo governo nemico dei lavoratori e dei precari potrà essere cacciato, contro ogni compromesso con i partiti nemici delle lavoratrici e dei lavoratori, per la sconfitta delle burocrazie sindacali complici di governo e padronato che, burocrazia CGIL e Landini in primis, hanno firmato protocolli su protocolli bloccando sul nascere le decine di scioperi che ci sono stati soprattutto a marzo nelle fabbriche e sui luoghi di lavoro. Ma anche e soprattutto contro ogni logica corporativistica e di intermediazione politica tramite deputati e senatori di maggioranza o di opposizione.
Solo l'unità delle lotte può realmente portare ad un governo dei lavoratori, l'unico che possa realmente difendere gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, della scuola e non solo.



Di questo e altro parleremo in un'assemblea online sulla pagina Facebook del PCL il 16 settembre. Ti aspettiamo!

Vincenzo Cimmino