Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Troika. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Troika. Mostra tutti i post

Il destino di Syriza

 


Il significato di un ex armatore che conquista la testa di Syriza

Un ex trader bancario presso Goldman Sachs, e poi armatore, di nome Stefanos Kasselakis, ha scalato il partito di Syriza vincendo le primarie col 56% dei voti contro l'ex ministra del lavoro, Efi Achtsioglu, fermatasi al 43%. È il nuovo segretario del partito. Il suo programma è fare “un nuovo partito democratico”, che si candida al governo della Grecia. Il premier conservatore Mitsotakis si è immediatamente congratulato col vincitore. L'attuale ministro del lavoro Georgiadis, proveniente dall'estrema destra greca, recita soddisfatto il de profundis della sinistra greca. Una parte della base di Syriza, quella più militante, è tormentata o sconvolta.

La scalata di Kasselakis alla segreteria di Syriza non è in realtà un fulmine a ciel sereno, se non agli occhi di coloro che non hanno voluto vedere la realtà. L'esperienza del governo Tsipras dal 2015, il suo sostegno al memorandum della troika, il suo tradimento clamoroso dei lavoratori greci e delle loro domande di svolta, ha avviato com'era prevedibile la crisi traumatica di quel partito. Tsipras aveva risposto alla crisi con un'ostentata svolta moderata alla ricerca del vecchio spazio del PASOK. Ma l'operazione è fallita. La precipitazione elettorale di Syriza alle ultime elezioni politiche, con la seconda vittoria consecutiva della destra ellenica, e le successive dimissioni di Tsipras, hanno segnato questo fallimento. Ora Kasselakis raccoglie i frutti di questa dinamica rovinosa, rivelando l'estrema fragilità di una formazione politica allo sbando, pronta ad essere scalata da un avventuriero spregiudicato.

La deriva di Syriza non riguarda solo la Grecia. Syriza e Tsipras hanno rappresentato negli anni il fiore all'occhiello della cosiddetta sinistra europea, il campo formatosi a sinistra delle socialdemocrazie liberali del continente. Nel nome di Tsipras si sono spese tutte le sue sezioni continentali con tanto di sventolio di bandiere e di promesse. Rifondazione Comunista in Italia si è intestata la sua rappresentanza. E ora? Si metterà nuovamente la polvere sotto il tappeto, come già ai tempi del governo Tsipras?

La verità è che si impone un bilancio di fondo. Una sinistra riformista che si candida a governare il capitalismo incorpora prima o poi la propria rovina. A tutto danno del movimento operaio. A tutto vantaggio delle destre peggiori. Accadde con la Rifondazione di Prodi, è riaccaduto con la Syriza di Tsipras. E anche Podemos, coi suoi ministri, è entrato nel vortice di una crisi profonda.
Una sinistra capace di futuro o è rivoluzionaria o non è.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il bilancio di Tsipras

In Grecia le elezioni politiche, come già le precedenti europee, confermano la legge fisica della lotta di classe. Come disse l'avvocato Agnelli: occorrono a volte governi di sinistra per fare le politiche di destra. Salvo aggiungere che per questa stessa ragione è la destra che poi ritorna in sella.

Il partito Nuova Democrazia, la tradizionale destra greca, era un partito con le ossa rotte prima dell'esperienza Tsipras, travolto assieme al PASOK dal crollo di credibilità dei vecchi partiti di governo. Il crollo dell'economia greca, il lungo calvario dei memorandum, l'esperienza della crudele austerità dettata dalla troika, avevano sospinto dopo il 2008 una potente radicalizzazione del movimento operaio e popolare nel segno del rigetto delle politiche dominanti. L'ascesa elettorale di Syriza dal 4% del 2009 al 36% del 2015 fu semplicemente la registrazione distorta di questa ribellione di massa. Il trionfo dell'oxi contro la troika, con il ripudio del suo ricatto, ne rappresentò il naturale prolungamento. Se la destra oggi è tornata al governo della Grecia è perché quella enorme domanda di svolta è stata clamorosamente tradita. Un tradimento che ha trascinato con sé il riflusso della mobilitazione e della coscienza, a tutto vantaggio della reazione.

I sostenitori italiani di Tsipras, più o meno critici, per ultimo Salvatore Prinzi (Potere al Popolo), dicono che sì, forse Tsipras “ha sbagliato”, ma dopotutto non aveva alternative. Se avesse rotto con la UE «avrebbe fatto la fine di un Allende o peggio di un Masaniello», del resto il popolo non era così radicale come sembrava, ecc. ecc. Non potendo riverire Tsipras nel momento della sua disfatta (come fecero invece nel momento della sua ascesa, seminando illusioni a piene mani), gli intellettuali riformisti assolvono retrospettivamente la sua politica come obbligata, scaricando sulle masse la responsabilità dell'accaduto. In altri termini, il popolo ha in definitiva il governo che si merita; dedichiamoci quindi al piccolo cabotaggio del mutualismo («C'è da togliere illusioni, proponendo allo stesso tempo cose concrete, fattibili»), senza troppi grilli per la testa.

La verità è ben diversa. Dopo sei anni di straordinaria mobilitazione di massa, che aveva distrutto il vecchio sistema politico greco e portato Syriza al governo, l'alternativa c'era. Ma poteva porsi solo sul terreno di una rottura anticapitalista; solo sul terreno di misure che rompessero le compatibilità di sistema (cancellazione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio degli armatori); solo sul terreno della costruzione di strutture di autorganizzazione di massa che supportassero queste misure e concentrassero nelle proprie mani il potere. Le classi dominanti greche ed europee avrebbero reagito? Naturalmente. O qualcuno pensa che “il potere del popolo” possa realizzarsi senza resistenze dei capitalisti? Ma la linea di scontro sarebbe stata chiara non solo in Grecia ma su scala continentale. La rottura della Grecia col capitale finanziario che l'affamava avrebbe potuto diventare un fattore di mobilitazione internazionale del movimento operaio, di sviluppo della sua coscienza e di possibile contagio, anche a beneficio dei rapporti di forza nella Grecia stessa. Vittoria assicurata? Solo gli imbecilli possono pensarlo. Ma certo quella era l'unica via possibile per vincere.

Tsipras ha perseguito la via esattamente opposta: la via sicura per condannare alla sconfitta la domanda di svolta che aveva raccolto. La leggenda per cui Tsipras avrebbe voluto il cambiamento ma i rapporti di forza l'hanno impedito è una falsificazione dei fatti. Syriza rappresentava nella sua nascita ed evoluzione un classico soggetto riformista. Ben prima del 2015 Tsipras s'era attivato su scala internazionale alla ricerca di una legittimazione presso gli ambienti dominanti, negli USA e in Europa. Il governo di Syriza con ANEL (un partito reazionario di destra) fu sin dall'inizio, nella sua stessa composizione, un segnale di collaborazione con gli imperialismi europei e con le classi dominanti greche, a partire dagli armatori. Da subito Tsipras ha accettato il piano inclinato del negoziato coi creditori della troika, gli affamatori dei lavoratori greci cui questi si erano ribellati. La capitolazione clamorosa del luglio 2015 fu dunque il destino annunciato di una intera politica. I quattro anni successivi hanno solamente misurato l'enormità del suo prezzo, in termini economici e politici.

Per quattro anni il governo Tsipras ha pagato le cambiali al capitale finanziario mettendole sul conto della popolazione povera di Grecia, proprio come i governi precedenti. “Abbiamo restituito una Grecia coi conti in ordine”, “abbiamo riportato la Grecia in Borsa”, dichiara oggi Tsipras in occasione del passaggio di consegne. Ha ragione. Pensioni tagliate, salari falcidiati, aumento delle imposte indirette, privatizzazioni su larga scala (porti, areoporti, servizi idrici inclusi): i conti sono stati risanati nell'unico modo che il capitalismo conosce. I titoli pubblici greci sono tornati appetibili per i creditori grazie all'umiliazione del debitore. Insomma, un vero banchetto per i capitalisti a spese dei lavoratori e dei disoccupati. E non si tratta di misure una tantum. Tsipras ha assicurato al capitale finanziario la continuità di avanzi primari del 3,5% per gli anni a venire come pegno della propria credibilità, ciò che significa la continuità strutturale dei tagli alla spesa sociale per rassicurare le banche. Del resto le pubbliche lodi dei governi europei al ritrovato “realismo” di Tsipras si sono sprecati in questi anni. E non solo per ragioni economiche. Il governo Tsipras è stato per molti aspetti la soluzione politica migliore per gli imperialismi dell'Unione Europea. Infatti solo un governo come quello di Syriza poteva imporre alla classe lavoratrice la continuità dei memorandum in modo relativamente pacifico, contenendo e disperdendo le resistenze sociali. Laddove aveva fallito la vecchia socialdemocrazia del PASOK è invece riuscita la nuova socialdemocrazia di Syriza. Questo è il vero e unico successo di Tsipras.

Torneremo sulla vicenda greca per approfondirla. Ma certo l'esperienza del governo Tsipras è la documentazione viva del fallimento del riformismo come strumento di emancipazione, sullo sfondo della grande crisi del capitalismo. Razionalizzare questo fallimento è la prima necessaria condizione per costruire una prospettiva alternativa: classista, anticapitalista, rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il boomerang impietoso di Maurizio Acerbo colpisce Je so' pazzo

Tre buoni motivi per stare dalla parte di una sinistra rivoluzionaria

10 Dicembre 2017
Su Il Manifesto di mercoledì 6 dicembre il segretario nazionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo ha spiegato le ragioni del coinvolgimento di Rifondazione nel percorso elettorale di Je so' pazzo (1). Purtroppo tutti gli argomenti avanzati rappresentano un boomerang crudele per chi l'ha avanzati, e un colpo alla credibilità dell'operazione.


LE “MILLE SCHIFEZZE” 

Il primo argomento afferma: «D'Alema e Bersani rappresentano una minestra riscaldata, la riproposizione della vecchia classe dirigente che ha votato la legge Fornero e mille altre schifezze e ora pretende di rappresentare la sinistra». (Acerbo, Il Manifesto)

Bene. È un argomento inoppugnabile. Come può «rappresentare la sinistra» chi ha votato «mille schifezze» contro i lavoratori e gli sfruttati? Tuttavia Acerbo dimentica uno spiacevole dettaglio. Rifondazione Comunista ha governato per cinque anni complessivamente negli ultimi venti, tra il sostegno al primo governo Prodi (1996-'98) e la partecipazione organica al secondo (2006-2008). E per cinque anni ha votato «schifezze» non meno gravi, proprio a braccetto dei D'Alema e Bersani: l'introduzione del lavoro interinale (Pacchetto Treu), il record delle privatizzazioni in Europa, la riduzione delle aliquote fiscali a vantaggio dei ricchi, lo straordinario abbattimento della tassa sui profitti di imprese e banche (Ires dal 34% al 27,5%!), l'aumento delle spese militari e il finanziamento delle missioni, i campi di detenzione per i migranti (legge Turco-Napolitano). Tutte misure votate e difese da Maurizio Acerbo e Paolo Ferrero, da sempre ininterrottamente parte organica dei gruppi dirigenti e parlamentari di Rifondazione (il secondo addirittura ministro) contro le stesse opposizioni interne al partito. Su nessuna di quelle schifezze abbiamo mai letto peraltro concrete autocritiche. Possono «pretendere di rappresentare la sinistra» coloro che le hanno votate, oppure coloro che le contestarono sempre?


LA VOLPE E L'UVA 

Il secondo argomento afferma: «Abbiamo lavorato nel percorso del Brancaccio per costruire un vasto schieramento[...]. Putroppo MDP-SI-Possibile hanno preferito un accordo di vertice bloccando ogni ipotesi di costruzione democratica dal basso di una sinistra «nuova e radicale». Avremmo potuto contrattare qualche seggio ma mai come oggi in Italia c'è bisogno di un'alternativa credibile».

Anche in questo caso le cose non si mettono meglio per il nostro Acerbo.
Se Bersani e D'Alema erano una sinistra non credibile in quanto «vecchia classe dirigente che ha votato schifezze», perché allora partecipare al percorso del Brancaccio che nasceva proprio dall'idea di una lista unica a sinistra inclusiva di D'Alema e Bersani? Perché a giugno firmare assieme a D'Alema l'appello per la lista unica a sinistra, e a novembre siglare con D'Alema l'accordo elettorale in Sicilia?
La verità è che Rifondazione Comunista non pose mai una pregiudiziale verso MDP (suggerendo al più una non candidatura di D'Alema e Bersani, che è cosa molto diversa). La rottura si è prodotta di fronte a un accordo tra MDP, SI, Possibile sulla spartizione delle quote dei parlamentari eleggibili, che di fatto escludeva il PRC. Insomma: lo sdegno verso... «chi ha votato la legge Fornero e mille schifezze» nasce improvvisamente quando il partito di D'Alema e Bersani taglia fuori il PRC dall'accordo sui seggi. Presentare tutto ciò come rivendicazione di coerenza... nel nome del rifiuto della “contrattazione dei seggi”, ricorda troppo la fiaba della volpe e dell'uva. Sarebbe questa la sinistra credibile?


TSIPRAS COME ESEMPIO? 

Il terzo argomento è il peggiore.
«In tutta Europa i nostri compagni- Unidos Podemos, Melenchon, Syriza e tanti altri - hanno dimostrato che nuove aggregazioni, che uniscono sinistra radicale e esperienze di movimento, possono dare voce a chi oggi non è rappresentato da forze che rendono i nostri paesi più ingiusti e poveri.»

Nessun argomento poteva essere più sfacciato. Il governo Syriza-Anel ha appena privatizzato l'acqua pubblica, dopo due anni di rigorosa applicazione di tutte le ricette della Troika (taglio di salari, pensioni, diritti, privatizzazione dei servizi pubblici, svendita ai creditori di porti, ferrovie, aeroporti...). Melenchon ha assunto la bandiera tricolore come proprio riferimento in aperta contrapposizione alla bandiera rossa perché per lui il confine non è più tra destra e sinistra, ma tra oligarchia e popolo. Podemos ha appena voltato le spalle ai diritti di autodeterminazione della Catalogna in funzione della prospettiva di un governo col PSOE. Tutte queste esperienze dimostrano allora l'esatto opposto di quanto Acerbo pretende. Dimostrano che quando “esperienze di movimento” si subordinano a sinistre riformiste, nel momento stesso della crisi storica del riformismo, finiscono per tradire le proprie ragioni e subordinarsi di fatto al capitale.

Maurizio Acerbo ha dunque fornito involontariamente a tanti compagni e compagne un'ottima occasione di riflessione. A noi ha fornito una ragione in più “per una sinistra rivoluzionaria”.




(1) http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=31977
Partito Comunista dei Lavoratori

Il successo di Alexis Tsipras: la fame dei lavoratori greci

Il governo Syriza festeggia il ritorno della Grecia sui mercati

26 Luglio 2017
«Un successo assoluto»: così Alexis Tsipras ha salutato il ritorno della Grecia sul mercato dei capitali.

Di cosa si tratta? Si tratta del fatto che il governo greco è tornato a emettere bond sul mercato finanziario. Esattamente bond a cinque anni, che gli hanno fruttato tre miliardi di euro. Più di metà della somma raccolta è giunta dai vecchi creditori della Grecia, cioè dagli Stati e banche imperialiste che hanno affamato quel paese. A vendere i bond (in gergo si chiama “gestire il collocamento”) hanno pensato guarda caso sei grandi banche internazionali appositamente incaricate dal governo ellenico (BNP Paribas, Citigroup Global Markets, Goldman Sachs, Merril Lynch, Deutsche Bank, HSBC), le quali in parte hanno comprato direttamente i titoli greci, in parte li hanno piazzati ad altri acquirenti. Il tutto naturalmente in cambio di un rendimento (interesse sul debito) notevolmente elevato: 4,26 %. Per fare un raffronto i titoli italiani, grazie agli investimenti della BCE, sono oggi scambiati con un rendimento dello 0,80%.

Prima domanda: perché i creditori imperialisti sono tornati a comprare i titoli greci? Perché Tsipras si è sufficientemente prostrato in questi due anni a tutte le richieste degli strozzini della troika per guadagnarsi una medaglia di affidabilità. Seconda domanda: perché rendimenti tanto elevati sulle nuove emissioni? Perché il capitale finanziario conosce bene il collasso dell'economia greca (crollo del 25% del pil, debito al 180%) - prodotto della sua stessa rapina - e dunque si cautela (da perfetto strozzino) con alti interessi... a loro volta volàno di nuovo debito, in una spirale senza fine. L'unica cosa chiara è che a pagare il conto sono chiamati come sempre i lavoratori, i disoccupati, la popolazione povera di Grecia. Gli stessi che hanno retto sulle proprie spalle la bancarotta del capitalismo greco e gli effetti della crisi mondiale.

Mentre la sinistra riformista continua a benedire Tsipras, il Sole 24 Ore ha commentato con cinica soddisfazione: «...Un ex giovane comunista come Tsipras si è convertito dalla politica suicida di collisione con la UE alla stagione di austerità e riforme strutturali» (26 luglio). È un bilancio di verità: l'unico assoluto successo di Tsipras è il successo dei creditori imperialisti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Banche venete. La realtà del capitalismo e del suo Stato

 Il caso delle banche venete è la perfetta radiografia della natura del capitalismo e dello Stato borghese, contro tutte le false apologie della cosiddetta democrazia e della Costituzione. I fatti sono noti, e sicuramente brutali nella loro semplicità. Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono fallite. Trascinate al fallimento dalla crisi capitalistica del 2008, dall'espansione abnorme di crediti inesigibili, dal collasso dei valori azionari. Soluzione: il governo decreta la liquidazione coatta delle due banche, dividendo il loro patrimonio in due parti. Da un lato gli attivi superstiti, i crediti esigibili, depositi e obbligazioni di valore, i beni immobili; dall'altro tutta la spazzatura dei titoli tossici, crediti senza futuro, attività fallite. La parte sana viene acquistata al prezzo di 1 (uno) euro da Banca Intesa, assieme a Unicredit la principale banca italiana. La spazzatura tossica l'acquista invece il Tesoro, a carico dei contribuenti. Questi i fatti, di dominio pubblico e di per sé eloquenti: la collettività, già rapinata dalle banche, si accolla i costi del loro fallimento, a vantaggio di una banca che intasca gratis il bottino. 

Ma questa è solo la cornice del quadro. I dettagli sono ancor più illuminanti.
Ricordate gli appelli retorici delle istituzioni sulla “necessaria solidarietà nazionale” per “salvare le banche”, che sono “un patrimonio di tutti”? Bene. Le banche italiane hanno rifiutato di pagare la ricapitalizzazione delle banche venete, attraverso una cassa comune, caricando l'onere sullo Stato.
Ricordate l'infinita litania sul debito pubblico della "nazione", sulla mancanza di risorse per servizi sanità e pensioni, sulla necessità obiettiva dei sacrifici per ridurre la spesa sociale? Bene. La crisi del debito pubblico scompare quando si tratta di salvare le banche. Per comprare la spazzatura dei titoli tossici delle banche venete il governo spende per l'immediato oltre cinque miliardi. Che si aggiungono a 12 miliardi di garanzie pubbliche sui titoli regalati a Banca Intesa, che ha preteso e ottenuto copertura totale per i "futuri rischi”. Che si aggiungono a 10 miliardi già messi a garanzia dei bond emessi dalle banche venete negli ultimi mesi, nel tentativo (vano) di rimetterle in pista. Il tutto finanziato dal decreto varato a Natale che caricava sul debito pubblico 20 miliardi per il salvataggio delle banche.
Dunque: le stesse banche italiane che hanno in pancia 400 miliardi di titoli pubblici, che ogni anno intascano 70-80 miliardi di soli interessi sul debito, beneficiano di altre decine di miliardi pubblici per galleggiare sul mercato capitalistico. Grazie a questa operazione di socializzazione delle perdite, la principale banca italiana rilancia alla grande i propri profitti e dividendi, per di più gratis. Banca Intesa ottiene infatti in regalo: 26 miliardi di crediti in ottimo stato, 25 miliardi di raccolta dai depositi, 12 miliardi di obbligazioni, 23 miliardi di raccolta indiretta, oltre alla eliminazione delle due banche concorrenti fagocitate e alla conseguente conquista di un proprio monopolio nel Nord-Est.
Grazie a questo gigantesco regalo ottenuto dallo Stato, le quotazioni azionarie di Banca Intesa sono schizzate in cielo, con immenso gaudio dei grandi azionisti. Altro giro altro regalo, verrebbe da dire: lo Stato è solamente, come diceva Marx, il comitato d'affari del capitale, tanto più in tempo di crisi.

All'altro capo c'è naturalmente chi paga la festa. Non solo la massa dei lavoratori e della popolazione povera cui si chiederà di pagare il conto del debito pubblico accresciuto, a partire dai milioni di lavoratori statali cui si nega il contratto perché ”mancano i soldi”. Ma anche 4000 lavoratori bancari in esubero per la chiusura di due terzi delle 900 filiali delle banche venete (il terzo rimanente va gratis ad Intesa). Ma anche decine di migliaia di piccoli risparmiatori, cui le banche avevano rifilato obbligazioni subordinate truffa in cambio di laute promesse, e persino qualche migliaio di piccoli azionisti.
Il capitalismo ha le sue leggi, che non hanno riguardo per nessuno. Neppure per quella piccola borghesia che spesso si nutre dei suoi miti.

La sola alternativa a questa rapina senza fine è la nazionalizzazione delle banche, - senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori - ,con la loro concentrazione in un'unica banca pubblica. È l'unica soluzione che può abolire il parassitismo del capitale finanziario e liberare immense risorse per i servizi pubblici e le protezioni sociali. È l'unica soluzione che può trasformare la banca da strumento di rapina in mezzo di sostegno alle necessità dei lavoratori. È l'unica soluzione che può proteggere lo stesso piccolo risparmio.
Ma la nazionalizzazione delle banche non sarà mai realizzata da un governo borghese, fosse pure “di sinistra”, come mostra l'asservimento di Tsipras alla troika e ai suoi banchieri. Può essere realizzata solamente da un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, in una prospettiva anticapitalista e socialista. Come dimostrò un secolo fa la Rivoluzione d'Ottobre, l'unica che ha realizzato con mezzi rivoluzionari la nazionalizzazione delle banche.
Costruire nella classe lavoratrice, e innanzitutto nella sua avanguardia, la coscienza di questa necessità è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori

Tsipras e il governo Syriza secondo Paolo Ferrero

La solidarietà di Ferrero a Tsipras è la dimostrazione della comune natura traditrice dei riformisti

18 Febbraio 2017
«Tsipras non ha mai tradito», ha dichiarato testualmente Paolo Ferrero in una recente intervista al Manifesto. È la confermata fedeltà del gruppo dirigente del Partito della Rifondazione Comunista a quella Sinistra Europea che ha assunto Tsipras come propria bandiera.

Eppure la drammatica esperienza del governo Tsipras mostra una realtà capovolta. A due anni dalla sua formazione, a un anno e mezzo dalla sua capitolazione alla troika, il governo Syriza-Anel sta macinando giorno dopo giorno le peggiori politiche di rapina del capitale finanziario sulla pelle dei lavoratori greci. Come era facile prevedere, il memorandum del luglio 2015 si è rivelato un cappio al collo sempre più stretto per la popolazione povera. L'impegno ad onorare il pagamento del debito pubblico, in perfetta continuità con i governi precedenti, fa del governo Tsipras l'agenzia dei creditori della Grecia. Questi creditori hanno nome e cognome: sono in misura preponderante gli Stati imperialisti europei. La Germania detiene 60 miliardi del debito greco, la Francia 46 miliardi, l'Italia 40 miliardi. I 326 miliardi versati complessivamente dalla troika alla Grecia servono a riempire casse e portafogli di questi famelici creditori attraverso il pagamento di debito e interessi. Nel frattempo il debito pubblico greco è ormai salito a 180% del prodotto lordo (e secondo il FMI è destinato a crescere sino al 275% entro il 2060!).

Sulla Grecia si scaricano anche le contraddizioni interne al campo dei creditori. Il FMI dichiara da tempo che il debito greco è ormai «insostenibile», e propone a UE e BCE una sua ristrutturazione (cancellazione dei crediti inesigibili in cambio di una stretta ulteriore del rigore). Ma gli Stati europei creditori (Germania, Francia, Italia) non hanno alcuna intenzione di tagliare le proprie quote di credito, a detrimento delle proprie casse e delle proprie banche, tanto più alla vigilia di elezioni politiche interne delicatissime. Al tempo stesso sono terrorizzati dall'idea che il FMI possa lasciarli soli sul fronte greco. Ecco allora la “soluzione”. Per mostrare al FMI che il debito pubblico greco è nonostante tutto rimborsabile, chiedono a Tsipras un supplemento di rapina: gli chiedono di portare l'avanzo primario (il rapporto tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito) al 3,7% del prodotto lordo, a fronte di una economia che nel 2016 è “cresciuta” dello 0,3%. Come? Attraverso altri quattro miliardi di tagli sociali (ancora sulle pensioni) e di tasse sui consumi (a scapito dei salari). Nei fatti chiedono un nuovo colpo alle masse popolari, già stremate da sacrifici senza fine.

E Tsipras? Tsipras obbedisce, negoziando come sempre il piano degli strozzini. Certo, lamenta che «si sta giocando col fuoco». Ma solo per ricordare ai creditori che è nel loro interesse che il debitore non tiri le cuoia. È un punto sensibile. Tsipras governa ormai con una maggioranza parlamentare di soli tre voti di scarto. I sondaggi danno Syriza al 17%, un consenso più che dimezzato dopo un anno e mezzo di gestione dell'austerità. La destra di Nuova Democrazia, attorno al suo nuovo leader Kyriakos Mitsotakis, è data al 34%, misura di una ripresa rapidissima grazie alla capitalizzazione reazionaria del malcontento sociale, mentre Alba Dorata spera di incassare l'onda del lepenismo francese. All'interno di Syriza e dei suoi gruppi parlamentari lo spettro di una disfatta annunciata apre manovre e conflitti.
Tsipras cerca disperatamente di sfuggire al disastro della propria esperienza politica. Supplica i creditori di rinnovargli fiducia dopo la dimostrazione eroica di fedeltà alla troika. Usa la svolta Trump per rammentare al governo tedesco che è suo interesse salvaguardare l'unità della UE contro le spinte nazionaliste e protezioniste. Si offre come cortigiano delle socialdemocrazie europee, per cercare di incassarne benemerenze e favori. Chiede insomma al capitale finanziario e ai suoi governi di lasciargli uno spazio residuo di sopravvivenza.
Di certo, conferma anche per questa via di aver rotto da tempo con quella base di massa, giovanile e proletaria, che due anni fa ne aveva sospinto l'ascesa e che il governo ha svenduto alla troika.

Il fatto che Paolo Ferrero - ex ministro di un imperialismo creditore - continui inossidabile a garantire per Tsipras, conferma solamente la solidarietà dei riformismi al di là delle frontiere, attorno al proprio unico motto comune: dalla parte borghesia, ieri, oggi, domani.
Partito Comunista dei Lavoratori

La lezione storica di un fallimento riformista - articolo di Marco Ferrando

9 Agosto 2015

La vicenda greca rappresenta uno spartiacque nella sinistra europea. L'intera impostazione di Syriza si era basata su un presupposto falso e fallimentare in partenza: quello della logica del negoziato e del compromesso fra debitore e creditore. Ma il capitalismo reale si è vendicato brutalmente di ogni illusione. Ancora una volta, si riconferma la necessità vitale di un programma e di una direzione rivoluzionari per la classe operaia greca ed internazionale.

La vicenda greca rappresenta uno spartiacque nella sinistra europea. L'accordo tra Tsipras e creditori contro la classe operaia e la popolazione povera della Grecia ha spiazzato le correnti riformiste e centriste della sinistra. Le prime (Sinistra Europea) avevano assunto Tsipras a propria bandiera di rilancio attorno al mito sempreverde di un possibile compromesso progressivo keynesiano tra capitale e lavoro. Le seconde (la maggioranza del NPA francese) avevano definito Syriza come “un riformismo di tipo nuovo” capace di guidare una “alternativa democratica all'austerità” senza rottura col capitalismo. Dopo il trauma imprevisto, le une e le altre cercano una spiegazione consolatoria. I dirigenti riformisti che avevano cercato in Syriza la propria salvezza, spiegano la capitolazione di Syriza come il prodotto della “insufficienza” della mobilitazione solidale in Europa: è il modo di assolvere Syriza e cercare di salvare il proprio investimento politico, sperando che passi in fretta la nottata. In campo centrista e in alcune aree movimentiste proliferano le razionalizzazioni più disparate. Ultime, quelle (1) che rimuovono di fatto la capitolazione di Syriza nel nome dell'immaturità delle masse per la rivoluzione e della necessaria pazienza della storia. Proprio come alcuni ambienti centristi giustificarono negli anni '30 la tragedia spagnola, assolvendo il ruolo delle direzioni.



In realtà scaricare sull'immaturità delle masse il tradimento delle loro direzioni è il peggiore servizio che si possa rendere alle masse stesse, e proprio sul terreno essenziale della maturazione della loro coscienza politica. Forse può essere utile a chi cerca scusanti per continuare a rimuovere dal proprio campo di lavoro la costruzione del partito rivoluzionario, nel proprio paese e su scala internazionale. Ma per chi cerca seriamente la via della rivoluzione il nodo della direzione politica è strategicamente il nodo decisivo.



Per questo è utile ricostruire alcuni tratti della parabola di Syriza, alla luce della sua natura riformista, ripercorrendo l'esperienza del governo Tsipras. Fuori da ogni suo abbellimento, e contro ogni falsa mitologia “giustificativa”.






LA RICERCA DI UNA LEGITTIMAZIONE PREVENTIVA



Syriza (quale “coalizione della sinistra radicale”) nacque formalmente nel 2004 attorno ad un programma classicamente riformista, ereditato dalla tradizione del Partito Comunista “dell'interno” e di Synaspismos. Un programma che contestava le politiche di austerità e rivendicava una riforma sociale della Grecia dentro il quadro di una riforma democratica dell'Unione Europea.



È significativo che l'ascesa di Syriza verso il governo, sospinta dalle lotte di massa, abbia coinciso con lo stemperamento progressivo di questo stesso programma in direzione di una sua riformulazione sempre più moderata.



Il congresso fondativo di Syriza come partito nel 2013 abbandonava la parola d'ordine “nessun sacrificio per l'euro, prima la società” - che aveva rappresentato il cuore della campagna elettorale del 2012 - a favore di un “piano di ricostruzione nazionale” greca rivolto “a tutte le classi vitali della società”. Un ostentato ecumenismo interclassista che tuttavia preservava ancora formalmente “la sospensione del pagamento del debito sino a quando il PIL del paese non sarà ritornato a crescere” e la rivendicazione della “nazionalizzazione delle banche”.



Tra il congresso del 2013 e la vittoria elettorale del gennaio del 2015, la maggioranza dirigente del partito si dedicò ad una ulteriore ripulitura del programma. La rivendicazione della nazionalizzazione delle banche veniva abrogata. La “sospensione del pagamento del debito” si trasformava nella richiesta della “negoziazione del debito”. Più in generale Tsipras apriva una autentica campagna di propria legittimazione preventiva agli occhi delle classi dominanti, in Grecia e in Europa.



In Grecia Tsipras si rivolse direttamente agli ambienti della borghesia, sviluppando in forma concentrata la propria apertura interclassista. La Confindustria greca (SEV) fu invitata a rompere i rapporti tradizionali coi vecchi partiti dominanti e a scegliere la prospettiva di un governo Syriza per meglio tutelare i propri interessi e potenzialità. La proposta rivolta agli industriali era quella di liberarsi dei costi della corruzione e di scegliere la via della modernizzazione capitalista, a partire dal rilancio delle esportazioni, in particolare nel settore agroalimentare: «Magari pagherete qualche imposta in più ma avrete la certezza di una amministrazione pubblica efficiente ed affidabile. Non ci sarà bisogno di ricorrere al sostegno dei politici per conquistare i mercati. Li conquisterete anche all'esterno, grazie alla vostra credibilità e al vostro valore». Questa pubblica lode alle potenzialità di successo del capitalismo greco sul mercato mondiale, dentro la grande stagnazione, era ed è, per usare un eufemismo, alquanto dubbia. Tanto più a fronte della catastrofica depressione dell'economia greca negli anni della grande crisi (-25% del PIL) e dell'ulteriore arretramento strutturale in essa del settore industriale, già debolissimo. Ma proprio per questo l'esaltazione propagandistica da parte di Tsipras delle future sorti del capitalismo greco acquisiva un significato tutto politico: il gruppo dirigente di Syriza si candidava a governare a braccetto con la borghesia greca, non contro di essa.



Non meno significativa, in questo contesto, l'apertura ostentata di Tsipras alla Chiesa ortodossa, componente tradizionale del blocco dominante in Grecia. Nell'agosto 2014 il segretario di Syriza si recava in visita al Monte Athos, repubblica monastica in Macedonia, di antichissima tradizione (già omaggiata peraltro nel 1995 dai dirigenti del KKE stalinista). «Quando ti trovi di fronte a questi monasteri non importa se sei credente o no. Entri comunque in comunicazione con la divinità», dichiarava solennemente Tsipras alle telecamere. Non si trattava solamente di una dichiarazione pubblica di (improbabile) conversione religiosa a fini elettorali. Si trattava anche e soprattutto di un messaggio politico a ben precisi interessi: significava dire che il governo Syriza avrebbe rispettato lo storico privilegio delle esenzioni fiscali per le attività produttive dentro il Monte Athos. Infatti, quando il famigerato governo Samaras presentò, poche settimane dopo, la legge di conferma delle esenzioni del clero, sia i deputati di Syriza che del KKE scelsero l'astensione. Cioè la silenziosa condivisione. Tsipras si candidava dunque a governare a braccetto della Chiesa ortodossa, non contro i suoi privilegi.



Parallelamente, sul piano politico, la stessa rivendicazione di un “governo di sinistra”, assunta al congresso del 2013, sfumava progressivamente in direzione di una prospettiva di «ampia alleanza democratica, radicale e progressista, di forze politiche e sociali». In particolare Tsipras apriva al centro dello schieramento politico: «Non dobbiamo lasciare al centro, che nel nostro caso è l'area di centrosinistra, alcuno spazio per la sua ricostruzione. La maniera migliore per cadere nella trappola del centrosinistra è assumere un atteggiamento di chiusura: non volere nessuno, non dialogare con nessuno, chiudere le proprie porte... Al contrario dobbiamo instaurare alleanze in ogni direzione» (Tsipras al CC di Syriza del giugno 2014). Allearsi in ogni direzione significò innanzitutto incorporare direttamente all'interno di Syriza settori provenienti dal centro politico greco. L'”apertura delle porte” fu praticata in particolare in direzione del personale dirigente centrale e periferico del PASOK in disarmo, desideroso di ricollocazione. Era un ulteriore segnale di accomodamento verso quegli interessi dominanti che con tali ambienti avevano intrattenuto lunghe relazioni di familiarità. E non a caso incontrò forti resistenze all'interno di Syriza.



Ma la ricerca di legittimazione preventiva si estese al campo internazionale.



Nell'anno che ha preceduto il proprio accesso al governo, Tsipras ha realizzato su questo terreno una strategia di relazioni a tutto campo. Molto spregiudicata.



L'imperialismo USA ha rappresentato un primo interlocutore d'eccezione. Non appena la parabola elettorale ascendente candidò Syriza ad una prospettiva di governo, la diplomazia USA pensò bene di tastare il polso al nuovo partito. Non a caso l'incaricato d'affari statunitense presenziò in prima fila al congresso di Syriza del 2013. Tsipras ripagò l'attenzione. Nel gennaio del 2013 alla Columbia University, nel novembre del 2013 all'Università di Austin in Texas, il segretario di Syriza scelse la linea del pubblico elogio dell'amministrazione americana assumendola a modello di riferimento: «Nel suo discorso di insediamento il Presidente Obama ha posto al centro della sua politica il sostegno della classe media e dei più svantaggiati. C'è un orientamento tutto sommato progressista, proprio mentre dall'altra parte dell'Atlantico dominano posizioni conservatrici... Passeggiando per strada qui non si riscontra quel senso di depressione che purtroppo vive attualmente il mio paese». Salutare il salvataggio statale dei banchieri e dei capitalisti americani come “progressista” non significava solo scavalcare a destra gli ambienti più insoddisfatti del progressismo democratico americano, ma anche cercare di cavalcare l'interesse USA ad una politica più espansiva nella UE (in funzione delle esportazioni americane) nella prospettiva del proprio negoziato con la UE. Di certo significava fugare ogni dubbio sullo “spirito di responsabilità” di un eventuale governo Syriza: «C'è qualcuno qui che teme la sinistra greca?... Gli allarmisti vi diranno che quando il nostro partito assumerà responsabilità di governo straccerà l'accordo di credito con l'Unione Europea e il FMI, farà uscire il paese dall'Eurozona, danneggerà i legami con l'Occidente civile... Questo è allarmismo della peggior specie. Il mio partito non vuole nulla di tutto ciò...». Come tutti gli aspiranti di governo della sinistra europea nell'intero arco del dopoguerra, anche Tsipras versava l'obolo rassicurante della propria fedeltà all'imperialismo USA e alle sue alleanze internazionali. Non a caso l'obiettivo dell'uscita della Grecia dalla Nato, ancora formalmente presente nel programma di Syriza al congresso del 2013, fu prontamente cancellato. L'”Occidente civile” poteva dormire sonni tranquilli.



Ma è soprattutto nella UE che la strategia della legittimazione preventiva si dispiegò con grande intensità. Lungo tutto il 2014 il segretario di Syriza ha sviluppato una fitta rete di relazioni politiche e diplomatiche con gli ambienti dominanti della UE e con gli stessi ambienti confindustriali e finanziari, finalizzate a rassicurare i suoi interlocutori circa le intenzioni e i programmi del proprio futuro possibile governo. Tsipras si è presentato al convegno di Cernobbio dei capitalisti e banchieri italiani. Si è presentato alla Borsa di Londra, cuore della City. Ha chiesto udienza presso il gruppo parlamentare liberaldemocratico europeo. Ha interloquito con l'intero stato maggiore della socialdemocrazia continentale. Ha incontrato tutti i capi di governo degli Stati creditori della Grecia, nessuno escluso. A tutti ha offerto rassicurazioni. A tutti ha presentato la propria proposta centrale di compromesso col capitalismo europeo: la proposta di ulteriore ristrutturazione del debito pubblico greco combinata con la garanzia del pagamento del debito ai creditori. La motivazione fu esplicitamente formulata proprio in Italia durante un'apposita conferenza stampa a Roma: «solo riducendo il debito, i creditori saranno sicuri che sul debito restante saranno ripagati». L'argomento non poteva essere più chiaro. Syriza presentava la propria proposta come soluzione vantaggiosa per il capitale finanziario: se il capitale finanziario europeo vuole evitare di essere travolto dalla crisi greca allenti un po' la stretta del cappio. Solo un debitore sopravvissuto sarà in grado di continuare a pagare i propri strozzini. Parallelamente Tsipras lanciava la propria proposta di una Conferenza europea sul debito pubblico per una soluzione continentale della questione del debito. L'idea era quella di incunearsi nelle contraddizioni interne al capitalismo europeo e internazionale per favorire un accordo vantaggioso sul debito greco. Lo sguardo era rivolto in particolare ai governi francese e italiano in funzione di un comune controbilanciamento dell'egemonia tedesca. Non a caso Tsipras lodò pubblicamente il governo Hollande quando esso decise di non rispettare nel 2014 il limite del 3% nel rapporto deficit/PIL, così come lodò pubblicamente il governo Renzi, giudicando “interessanti” i suoi interrogativi sul futuro della UE. I governi (antioperai) di due paesi imperialisti (e creditori della Grecia) furono presentati ai lavoratori greci come possibili alleati per una soluzione “onesta” sul debito. Del resto «se fu condonato il 60% del debito tedesco nella Conferenza storica di Londra del 1953, perché non si dovrebbe arrivare nel comune interesse ad una ristrutturazione concordata del debito greco nel 2015?». Tsipras presentò questa idea non solo come soluzione equa della crisi greca ma come leva di un cambiamento di fondo della Unione Europea. In altri termini il segretario di Syriza pensava che il “compromesso onorevole” sul debito greco sarebbe stato obbligato per i creditori, quale condizione della stessa sopravvivenza dell'eurozona; e che a sua volta quel compromesso sul debito avrebbe aperto la via alla ridefinizione dei Trattati della UE. La via greca alla riforma sociale e democratica della UE fu salutata da tutta la sinistra europea come la via maestra finalmente scoperta del riformismo continentale. La candidatura di Tsipras a Presidente del Parlamento europeo da parte di Sinistra Europea nelle elezioni del 2014 coronò la nuova suggestione.






DAL PROGRAMMA DI SALONICCO ALLA PROVA DEL GOVERNO



Intanto, sul versante greco, la preparazione della scadenza decisiva delle elezioni politiche del gennaio 2015 fu accompagnata dalla presentazione del nuovo programma elettorale di Syriza. La sua definizione non si presentava facile. Da un lato esso doveva onorare o non contraddire le rassicurazioni preventive di Tsipras alla borghesia greca ed internazionale circa l'accettazione senza riserve del quadro capitalista e della UE. Dall'altro lato doveva motivare il voto a sinistra come voto di svolta agli occhi di una popolazione povera annientata dalle politiche criminali di austerità dei famigerati memorandum imposti dai governi precedenti. La soluzione escogitata per quadrare il cerchio fu quella di un programma minimo di riforme sociali e interventi umanitari. Si trattava del cosiddetto programma di Salonicco, presentato presso la Fiera Internazionale della città il 13 settembre 2014. Dare corrente elettrica a 300.000 famiglie sotto la soglia della povertà e fornire loro buoni pasto; dare una casa a 25.000 famiglie attraverso l'utilizzo di immobili vuoti e abbandonati; ripristinare l'assistenza sanitaria gratuita per tutti; abolire l'odiata tassa sugli immobili; ristrutturare i debiti interni dovuti al fisco; elevare il livello minimo dell'esenzione fiscale; aumentare il salario minimo da 430 euro a 750 euro; ripristinare la contrattazione collettiva nel pubblico impiego. Si trattava di un programma sufficientemente minimo da non interferire formalmente con la questione strategica dei rapporti di proprietà, del rispetto del debito pubblico, della collocazione internazionale della Grecia. Ma anche di un programma destinato ad apparire agli occhi dei lavoratori e della grande massa impoverita come promessa di svolta della propria condizione. Tsipras presentò quel programma come «l'insieme delle misure che siamo certi di poter realizzare», «l'impegno solenne che prendiamo di fronte al nostro popolo», la «linea rossa invalicabile» del nuovo governo. Nella sua visione si trattava di un programma realmente compatibile col compromesso onorevole col capitale . Nella visione del popolo si trattava della speranza finalmente offerta dopo una stagione di drammatiche privazioni.



La realtà spazzò via rapidamente l'illusione di entrambi.



Le elezioni politiche del 25 gennaio 2015 portarono Tsipras al governo. L'enorme polarizzazione a sinistra, combinata col crollo dei vecchi partiti borghesi, misurava la domanda di svolta. Il comizio notturno di Tsipras in una piazza Syntagma strapiena e festante, salutava il trionfo con parole impegnative: «Oggi è un giorno storico per il popolo greco. La tirannia dei memorandum è finita. La Troika è fuori dalla Grecia. Da oggi il popolo greco è libero di decidere del proprio destino. È una svolta per la Grecia e per l'Europa». L'intera sinistra europea applaudì incantata la solennità dell'annuncio, leggendovi l'occasione di un proprio riscatto continentale.



Ma la retorica della vittoria lasciò subito il posto a scelte politiche imbarazzanti.



Il 26 gennaio Tsipras annunciava un governo di coalizione col partito di destra xenofobo e omofobo Greci Indipendenti (ANEL). Poche settimane dopo proponeva e designava come nuovo Presidente della Repubblica un dirigente Prokopis Paulopoulos, della destra di Nuova Democrazia e già ministro degli interni. Si trattava dello stesso ministro degli interni della repressione di piazza della gioventù greca (2008), la stessa gioventù che aveva accompagnato Syriza al governo. Queste scelte non erano affatto imposte dai numeri parlamentari. Neppure l'alleanza di governo con la destra xenofoba. Sull'onda dello straordinario successo Syriza avrebbe potuto mettere alle strette il KKE, sfidandolo pubblicamente a un governo comune su un programma di rottura anticapitalista. Avrebbe persino potuto formare un governo di minoranza in Parlamento, mettendo il Parlamento e ogni deputato di fronte alle proprie responsabilità agli occhi dei lavoratori e del popolo. Soprattutto, e in ogni caso, avrebbe potuto organizzare nella società e nei luoghi di lavoro la grande forza popolare che l'aveva condotto al potere, facendone la propria potente base d'appoggio contro la resistenza della borghesia greca e l'apparato dello Stato. Ma nulla era più lontano dalla logica di Syriza che un governo dei lavoratori greci al servizio di una rivoluzione sociale.



Proprio le prime scelte compiute fotografavano infatti la prospettiva opposta. L'alleanza con ANEL (già negoziata dietro le quinte prima del voto e per questo immediatamente proclamata dopo il voto) non era semplicemente un atto di contraddizione plateale con un programma semplicemente democratico. Né solo l'annullamento di ogni confine o sembianza classista del governo, a favore di “un governo della nazione” (ciò che consentiva ai peggiori populismi reazionari di Europa di inquinare con la propria propaganda sovranista la vittoria di sinistra del 25 gennaio). Quell'alleanza era anche e soprattutto un atto di collaborazione con la borghesia greca. Fare ministro Kammenos, già ministro della marina mercantile, significava non-belligeranza verso gli armatori, la spina dorsale del capitalismo greco. Fare Kammenos ministro della difesa significava promettere collaborazione alle gerarchie militari, di cui ANEL è tradizionalmente protettore. Perciò stesso significava onorare l'impegno di fedeltà alla Nato. Questa alleanza avrà un costo sociale nei mesi successivi: 50 milioni spesi per acquistare aerei Lockheed, 500 milioni spesi per l'ammodernamento dell'Esercito, in piena crisi sociale e umanitaria.






IL PRIMO ACCORDO CON I CREDITORI. LA CADUTA DELLE ILLUSIONI



Ma è sul terreno centrale della politica economica e sociale che le promesse della vittoria evaporarono ben presto, una dopo l'altra.



Tsipras e Varoufakis si sedettero al tavolo dei creditori col bagaglio delle promesse elettorali e del “mandato popolare”. L'idea era quella di un negoziato con i governi creditori per un accordo politico: ristrutturazione del debito contro garanzia del suo pagamento. La prima ristrutturazione del debito (2012) aveva avuto come interlocutori le banche tedesche e francesi, grandi creditrici della Grecia. I famosi “aiuti” alla Grecia erano finiti nei loro portafogli, in cambio di sacrifici umilianti. Ma ora i principali creditori della Grecia erano gli Stati (Germania, Francia, Italia) cui le rispettive banche avevano per tempo ceduto i propri titoli greci (facendoci un ulteriore affare). Quindi i primi interlocutori del governo Syriza/ANEL erano i governi dei principali paesi capitalisti del continente. Se il negoziato è politico con interlocutori politici, lo spazio di accordo non è forse più ampio? Che interesse politico avrebbero i governi creditori a rompere con la Grecia e favorire un Grexit, col relativo rischio di una disgregazione dell'eurozona? Gli USA e la stessa Cina non premono forse a favore di un accordo? Del resto, i paesi debitori del Sud Europa, non avrebbero forse un proprio interesse a controbilanciare al tavolo negoziale le rigidità della Germania e del blocco nordico, a favore delle ragioni della Grecia? Così ragionava e sperava il gruppo dirigente di Syriza, e tutta Sinistra Europea a suo rimorchio. I misurati segnali diplomatici verso la Russia di Putin da parte di Tsipras portavano indirettamente sul tavolo negoziale un argomento geopolitico a favore dell'intesa europea. Nel frattempo il ministro delle finanze Varoufakis condivideva l'auspicato negoziato politico con la spiegazione tecnica di una possibile rifondazione dell'eurozona. La sua “Modesta proposta per superare la crisi dell'euro” - elaborata assieme a Stuart Holland e James Galbraith - propone che i debiti sovrani vengano garantiti sino al 60% del PIL di ciascun paese attraverso una “riserva federale” europea, impiegando i fondi così ottenuti per finanziare un programma di investimenti. Parallelamente, il debito greco di 330 miliardi dovrebbe essere ridotto di 100 miliardi circa (dal 175% al 120% del PIL), diluendolo con titoli a lunghissima scadenza o rimborsabili solo con una quota della “crescita”. Con l'innocenza cattedratica di puntiglioso economista, Varoufakis presentò questa proposta ai vertici negoziali, intrattenendo a lungo i suoi colleghi europei con eruditi (e snervanti) argomenti...



Ma il capitalismo reale si è vendicato brutalmente del capitalismo immaginario coltivato dai riformisti. I calcoli politici e i ragionamenti intellettuali non hanno trovato alcuno spazio al tavolo dei creditori . Al contrario, la realtà ne ha rovesciato gli stessi presupposti. Da ogni versante.



In primo luogo, la natura politica del negoziato chiamava in causa interessi contraddittori e compositi. Interessi economici: perché gli Stati creditori non avevano alcun interesse ad una ristrutturazione del debito greco a detrimento delle proprie casse, tanto più a fronte di opinioni pubbliche interclassiste aizzate dalla demagogia reazionaria populista contro “i greci nullafacenti e spendaccioni”. Interessi politici: perché gli Stati creditori non avevano alcun interesse a favorire un successo di immagine di Syriza che potesse trascinare la volata di Podemos in Spagna (segnata da un volume di debito pubblico enormemente più elevato) e processi di polarizzazione politica a sinistra in altri paesi. Certo esistevano ed esistono contraddizioni indubbie, politiche ed economiche, tra i capitalismi creditori della Grecia. Ma l'ingenua illusione che la composizione di quelle contraddizioni potesse tradursi in un favore alla Grecia era priva di fondamento. La Germania, dominus europeo e principale creditore, ha tenuto la barra dell'intransigenza negoziale, sino a legittimare alla fine la possibilità di una Grexit. Ciò che per la prima volta ha spalancato la porta di una possibile disgregazione della UE. La Francia, cofondatrice della UE, si è spesa in senso opposto, appoggiata dall'Italia, sia a difesa dell'Unione, sia a difesa del proprio spazio negoziale nell'Unione sul terreno delle proprie politiche di bilancio. Ma il compromesso finale tra Germania, Francia, Italia - i tre grandi paesi creditori - ha presentato il conto proprio alla Grecia. L'Unione Europea degli Stati imperialisti strozzini è stata (al momento) “salvata” grazie ad un cappio più stretto al collo del paese debitore. Già saccheggiato e affamato. La Merkel ha portato al Bundestag il trofeo politico dello strangolamento del governo greco, col plauso della SPD, a tutela del “rigore”. Hollande e Renzi hanno vantato a proprio merito la permanenza della Grecia nella UE grazie alla continuità garantita della stretta usuraia contro la Grecia. Il ballo dell'ipocrisia dei vincitori ha chiarito una volta di più la vera natura dell'Unione Europea. Incompatibile con ogni riforma sociale.



Più in generale, l'intera impostazione di Syriza si era basata su un presupposto falso: quello di un “equo negoziato” tra debitore e creditore. La logica del negoziato con i creditori espone per definizione il paese debitore al prezzo delle inevitabili contropartite. Tanto più in presenza di rapporti di forza obiettivamente impari. Ogni ristrutturazione del debito (la sua riduzione, o l'allungamento dei tempi di pagamento, o l'abbassamento degli interessi) va “pagata” con garanzie ai creditori. E i creditori chiedono come pegno ulteriori sacrifici del debitore. Maggiori sono le richieste di ristrutturazione, maggiori sono i sacrifici richiesti al debitore. Questa è la logica usuraia del capitalismo reale. Non ne esiste un'altra . Questa verità è stata rivelata nel caso greco una volta di più dal ruolo svolto dal FMI al tavolo negoziale. Il FMI ha ripetutamente insistito per una ristrutturazione del debito greco, anche in contrasto col ministro Schäuble, in ragione della sua obiettiva “insostenibilità”. Molte voci progressiste in Europa, e in Grecia lo stesso Tsipras, hanno più volte lodato questa disponibilità del FMI contrapponendo la sua “lungimiranza” alla rigidità “ottusa” dei creditori europei. Con ciò trascuravano uno spiacevole dettaglio: lo stesso FMI che proponeva la ristrutturazione del debito greco insisteva per combinarla con contropartite più rigorose da imporre alla Grecia. Lo scopo del FMI non era la beneficenza alla Grecia ma la certezza del pagamento del suo debito ai propri azionisti finanziari. Lo scopo più prosaico della Lagarde era quello di essere riconfermata alla presidenza del FMI dai suoi azionisti appositamente tutelati. Non a caso fu proprio il FMI, a fine giugno 2015, a far saltare un primo accordo ufficiosamente siglato tra Grecia e creditori europei, attraverso il rilancio di ulteriori condizioni ultimative al governo ellenico. Aprendo la via ad una conclusione negoziale ancor più vessatoria per il popolo greco. E senza neppure... ristrutturazione del debito.



La verità è che l'intero negoziato tra il primo governo Tsipras e i creditori si è svolto sul terreno imposto dai creditori, non certo sul programma di Syriza. È un aspetto cruciale. Coloro che anche a sinistra hanno storto il naso di fronte all'esito del negoziato, magari imputando a Tsipras un eccesso finale di arrendevolezza, non colgono che il piano stesso del negoziato era inclinato verso quell'esito. Il famoso programma di Salonicco, quello “realistico”, quello delle misure “certe e urgenti” a favore del popolo, quello delle “linea rossa invalicabile” promessa a piazza Syntagma, è stata infatti la prima vittima sacrificale del negoziato con i creditori. Non l'esito finale, ma la premessa iniziale del negoziato. Il 20 febbraio, a meno di un mese dalla grande vittoria del 25 gennaio, il primo accordo tra governo greco e creditori spazzava via in un solo colpo l'intero programma delle riforme sociali promesse. L'accordo, che estendeva di sei mesi l'assistenza finanziaria della Grecia da parte dei creditori, sanciva nero su bianco la prima capitolazione di Tsipras. Il ministro Varoufakis così formalizzava per parte greca i termini dell'accordo in una lettera a Dijsselbloem: «Lo scopo della richiesta di proroga di sei mesi della durata dell'accordo ha come obiettivo: a) accettare i termini finanziari e amministrativi la cui attuazione, in collaborazione con le istituzioni, stabilizzerà la posizione fiscale delle Grecia, permetterà di raggiungere adeguati avanzi di bilancio primario, la stabilità del debito... b) garantire, in collaborazione con i nostri partner europei e internazionali, che le nuove misure siano integralmente coperte, mentre ci asterremo da azioni unilaterali che potrebbero pregiudicare gli obiettivi di bilancio... c) consentire alla BCE di reintrodurre l'esenzione in conformità ai suoi regolamenti... e) iniziare a lavorare con i team tecnici circa un nuovo contratto per la ripresa e la crescita tra Grecia, Europa, FMI... f) concordare circa la vigilanza di UE, BCE e - con lo stesso spirito - del FMI per la durata dell'estensione dell'accordo... g) discutere il modo di attuare la decisione dell'Eurogruppo del novembre del 2012...». Il dato è inequivocabile: il 20 febbraio lo stesso governo greco che aveva giurato “mai più la Troika” firmava la propria subordinazione alla Troika . La rinuncia preventiva ad “azioni unilaterali” non concordate annullava ogni spazio di manovra indipendente. L'obiettivo degli “adeguati avanzi di bilancio primario” rispettava la continuità della logica recessiva. Il richiamo alle “decisioni dell'Eurogruppo del 2012” riprendeva persino formalmente la continuità del vecchio memorandum. Quello contro cui Tsipras aveva vinto le elezioni. Non a caso il quotidiano di Confindustria in Italia titolava “Per Syriza brusco risveglio dal sogno: il confronto tra le promesse elettorali e l'accordo approvato è impietoso” (25 febbraio). Era la verità. Scompariva l'aumento del salario minimo, lo stop alle privatizzazioni, il ripristino della tredicesima sulle pensioni, l'aumento della soglia di esenzione fiscale... Scompariva a maggior ragione ogni vagheggiamento di Conferenze europee sul debito. Ricompariva invece in tutta la sua portata la logica intatta dell'austerità. L'esatto contrario di quanto gli esimi economisti Varoufakis e Galbraith avevano teorizzato. Dato questo piede di partenza, era possibile pensare dopo sei mesi un altro sbocco?






LE LEGGI DEL CAPITALE



In realtà, durante l'intero arco dei sei mesi successivi, il piano inclinato già imboccato fu ulteriormente piegato dalla logica ferrea delle leggi materiali del capitale. L'estenuante braccio di ferro tra Grecia e creditori circa l'applicazione dell'accordo del 20 febbraio non è solo quello formale che si è svolto nelle stanze di Bruxelles o di Strasburgo, tra creditori strozzini che massimizzavano le proprie richieste e un governo greco che cercava di minimizzare le implicazioni pratiche di ciò che aveva firmato per salvaguardare la propria base di consenso (e l'unità di Syriza). È avvenuto ben altro. I creditori e la borghesia greca hanno usato a proprio vantaggio tutte le leve di pressione del capitalismo reale, che il governo Syriza aveva lasciato intatte nelle loro mani. I capitalisti greci, a partire dagli armatori e dai grandi costruttori, hanno praticato la fuga dalle banche al ritmo di 300 milioni al giorno. Si trattava degli stessi armatori cui l'articolo 96 della Costituzione greca garantisce l'esenzione fiscale sui profitti realizzati all'estero. Nel solo mese successivo alla vittoria elettorale di Syriza i depositi delle banche sono scesi di oltre il 10%, da 164 a 147 miliardi. Mentre nello stesso periodo le prime quattro banche greche (National Bank of Greece, Piraeus, Alpha e Eurobank) hanno lasciato sul terreno il 40% della loro capitalizzazione (11 miliardi). Non era che l'inizio. La crisi bancaria portava alle stelle il tasso d'interesse sui titoli di stato della Grecia aggravando il dissesto finanziario del paese. La nuova caduta recessiva dell'economia operava nella stessa direzione. Le banche greche finivano sempre più sotto dipendenza della BCE e della sua assistenza straordinaria (ELA). Ma la concessione dell'assistenza era a sua volta vincolata alla tenuta patrimoniale delle banche assistite, chiamate a mostrare la propria solvibilità, nel momento stesso in cui le loro azioni crollavano in borsa per effetto della crisi. Il governo operava il sequestro delle disponibilità finanziarie degli enti locali per tamponare il dissesto. Ma senza esito. Mentre la continuità rispettosa del pagamento del debito ai creditori strozzini, ad ogni scadenza comandata, contribuiva a svuotare le casse dello Stato. C'era un solo modo di rompere l'assedio: adottare misure anticapitaliste. Tanto drastiche quanto drastica era la situazione: nazionalizzare le banche per bloccare la fuga dei capitalisti e garantire i risparmi popolari; espropriare gli armatori e le loro fortune; cancellare il debito pubblico verso la Troika; riversare sugli strozzini e sulla borghesia greca i costi della crisi. Una politica rivoluzionaria avrebbe potuto organizzare e mobilitare le grandi energie del popolo greco e favorire la mobilitazione in Europa. “Fare come la Grecia” avrebbe potuto diventare la bandiera di riferimento di milioni di sfruttati contro i propri capitalisti e i propri banchieri in tutto il vecchio continente, rompendo immaginari populisti e nazionalisti, e ricostruendo una frontiera internazionale classista. Ma l'impostazione generale di Syriza si fondava sulla esclusione pregiudiziale di questa politica anticapitalista. La bussola restava, contro ogni evidenza, il “compromesso onorevole” col capitalismo greco e col capitalismo europeo. Nel momento stesso in cui il capitalismo aggrediva il popolo greco e destabilizzava lo stesso governo della Grecia.






LA CAPITOLAZIONE DI TSIPRAS



Nei mesi di giugno e luglio 2015 la morsa dei creditori si è stretta al collo di un paese assediato. Ma non arreso. Il referendum del 6 luglio resta una pagina importante di resistenza popolare al ricatto capitalista. Per Tsipras il ricorso referendario fu un atto contrattuale di replica al siluramento all'ultimo secondo di un accordo già virtualmente concluso a fine giugno con i creditori. E serviva a coprirsi a sinistra per liberare la via al recupero sostanziale e conclusivo dell'accordo raggiunto. Ma per i lavoratori, per i giovani, per la popolazione povera di Grecia, l'”Oxi” ai creditori era innanzitutto la riconferma di una volontà di svolta, di rifiuto della rapina e del ricatto. Il valore del 62% di No ai creditori, plebiscitario nelle città e tra i giovani, era tanto più rilevante a fronte di quanto accaduto nella settimana del referendum: il rifiuto della BCE di estendere l'assistenza alle banche greche; la chiusura delle banche; le restrizioni indotte alla riscossione di prelievi e pensioni; una campagna ossessiva di tutta la stampa borghese in Grecia e in Europa a sostegno del Sì e di demonizzazione del No tesa a produrre il panico e la resa. Il No era dunque un atto di ribellione di massa a tutto questo. Era di fatto una nuova e ultima prova di appello a Syriza e a Tsipras. La piazza Syntagma del 13 luglio, la piazza più affollata della storia greca del dopoguerra, misurava la reale possibilità di trasformare l'entusiasmo orgoglioso di un popolo in forza organizzata e leva di rottura anticapitalista. La scelta di Tsipras fu opposta: la capitolazione ai creditori. Il licenziamento di Varoufakis, la convocazione di una nuova maggioranza parlamentare di emergenza con i vecchi screditati partiti del memorandum, la lacerazione verticale dello stesso partito di Syriza, il varo di un nuovo governo amputato dei ministri più scomodi, offerto come garanzia ai creditori.



Di certo i creditori non hanno premiato tanta disponibilità. Al contrario. Tsipras aveva promesso “un accordo migliore” di quello respinto dal referendum. Invece al tavolo cui ha scelto di sedere ha dovuto pagare un prezzo assai più salato. E soprattutto l'ha pagato la popolazione povera di Grecia. Oggetto non solo di una nuova aggressione sociale, ma di una punizione politica: la punizione della ribellione del No, quale ammonimento preventivo ai lavoratori e ai popoli degli altri paesi.



Se l'accordo del 20 febbraio 2015 aveva sancito il ripristino della subordinazione alla Troika, l'accordo di sei mesi dopo (13 luglio) recava il prezzo sociale di quella subordinazione. Un prezzo terribile e umiliante. Innalzamento dell'età pensionabile; taglio dell'85% dei sussidi alle pensioni minime; aumento dell'IVA su beni alimentari e di prima necessità; allargamento delle privatizzazioni; nuova demolizione della contrattazione collettiva; nuovo incremento dell'avanzo primario nelle politiche di bilancio; infine il pignoramento dei beni pubblici della Grecia quale garanzia di ultima istanza alla Troika, e sotto la vigilanza della Troika. Il tutto in cambio della promessa di 85 miliardi di “aiuti” che serviranno unicamente a due scopi: consentire alla Grecia di continuare a pagare agli strozzini un debito pubblico ulteriormente accresciuto, dentro una rincorsa senza fine; ricapitalizzare le banche greche, ossia riempire i buchi provocati nei loro patrimoni e bilanci dalla fuga dei capitalisti greci (naturalmente coi soldi presi dalle tasche dei lavoratori europei). Un accordo, dunque, contro i lavoratori greci e contro i lavoratori europei.



Ma anche un accordo politicamente disastroso su scala continentale.



Le borghesie di tutta Europa presentano la capitolazione di Tsipras come la prova provata dell'impossibilità di ogni resistenza alle leggi superiori del mercato: “se persino Tsipras si è arreso”, la resa non ha alternative. Parallelamente, l'accordo tra Tsipras e creditori è cibo prezioso per la demagogia reazionaria del populismo nazionalista: l'immagine della “Germania che umilia la Grecia”, e della “sinistra greca che regala la Grecia alla Germania” indebolisce ogni demarcazione classista a vantaggio della demarcazione sovranista. A beneficio di Alba Dorata, di Le Pen, della Lega e del M5S, tutti saliti in groppa, in forme diverse, alla capitolazione del governo greco: l'“alternativa vera siamo noi. L'unica alternativa è la Nazione e la Sua Moneta”.






IL BILANCIO STORICO DI UN FALLIMENTO RIFORMISTA



La vicenda greca è tutt'altro che chiusa. La natura stessa di un accordo economicamente insostenibile, assieme alle accresciute contraddizioni nella UE che l'intera vicenda ha trascinato con sé, aprono prospettive di instabilità. Nella stessa Grecia lo scenario politico è in movimento, a partire dalla vicenda interna di Syriza, con la possibilità di nuove crisi politiche e cambi di scenario. L'immagine pubblica di Tsipras sembra reggere, nonostante il trauma dell'accordo, in assenza di alternative credibili. Ma alla sua sinistra possono svilupparsi nuove ricomposizioni. E le stesse masse oggi provate da una estenuante prova di forza e dagli effetti della delusione, potranno prendere nuovamente parola, riaprendo dal basso nuove prospettive.



E tuttavia un ciclo si è chiuso. I primi sei mesi del governo Syriza configurano un'esperienza compiuta, di inestimabile valore politico. Nell'Europa capitalista non è disponibile uno spazio storico riformista. L'alternativa reale è tra rivoluzione sociale o regressione storica. Il rifiuto di una prospettiva rivoluzionaria trascina la capitolazione alle controriforme: questa è la lezione di fondo dell'esperienza del primo governo Tsipras. La parabola di Syriza dal 2012 al 2015 (moderazione progressiva del programma riformista originario e ricerca di legittimazione interna e internazionale presso le classi dominanti; accesso al governo sulla base di un programma riformista minimo; primo accordo coi creditori e conseguente accantonamento del programma riformista; secondo accordo coi creditori sulla base di un programma di drastiche controriforme sociali) è la metafora concentrata nel tempo di questa verità.



Colpisce, a bilancio, l'insostenibile leggerezza del programma riformista di Syriza e dei suoi riferimenti culturali e storici. Il libro “La sfida di Atene” di Dimitri Deliolanes riporta le lodi di Tsipras all'esperienza del primo governo della sinistra greca a guida PASOK, nel 1981, attorno alla figura di Andreas Papandreu. Tsipras sembra assumere quell'esperienza come riferimento esemplare per Syriza, in contrapposizione al successivo tradimento del PASOK riformista da parte del liberista Simitis. Ricorda la redistribuzione della ricchezza, l'estensione della previdenza pubblica, l'ampliamento del sistema sanitario, l'allargamento delle libertà democratiche. Avrebbe potuto ricordare anche alcune nazionalizzazioni emblematiche come quella della Piraiki Patraiki, la più grande industria tessile del Balcani. Ma il piccolo particolare è che quell'esperienza di riformismo borghese maturò in un contesto storico assai diverso dall'attuale. Era un contesto ancora segnato dalla presenza internazionale dell'Unione Sovietica. E la prima preoccupazione dell'imperialismo americano e della borghesia greca era evitare che la caduta del regime fascista dei colonnelli greci (1967/1973), e poi del governo parlamentare della destra di Karamanlis, potesse aprire la via di una dinamica rivoluzionaria anticapitalista. Il ruolo del PASOK fu esattamente quello di incanalare in un alveo istituzionale controllato la pressione di massa della classe operaia greca. Le riforme sociali erano figlie di questa operazione. Inoltre, il contesto economico capitalistico era molto diverso. Nonostante l'arresto del boom postbellico alla metà degli anni '70, l'economia europea ancora beneficiava dell'effetto inerziale della stagione precedente con relativi margini di grasso. Quelli che avevano alimentato la crescita della Spagna capitalista del postfranchismo sotto la direzione di Gonzales. Quelli che ancora beneficiavano la Grecia - entrata nel 1980 nella Comunità Europea - con fondi cospicui riservati al welfare e all'agricoltura. È possibile fondare su questo richiamo storico l'attualità di un programma riformista oggi?



Ma l'argomento che meglio esemplifica l'illusione riformista di Syriza sta nell'assunzione della Conferenza europea di Londra del 1953, col relativo taglio del debito tedesco, quale paradigma di riferimento per una analoga conferenza europea sul debito greco e continentale.



È vero: la Germania ha conosciuto nel secolo scorso ripetute ristrutturazioni del proprio debito. Ma solo in virtù dell'esistenza dell'Unione Sovietica.



La prima ristrutturazione del debito fu dopo la prima guerra mondiale. I Trattati di Versailles del 1919 umiliarono la Germania imponendole gravosi pagamenti delle riparazioni di guerra. Ma la paura del contagio della rivoluzione bolscevica - innanzitutto in Germania - indusse le potenze vincitrici e creditrici a ripetuti condoni. Prima col piano Dawes del 1924, poi con il piano Young del 1929, si provvide a ristrutturare il debito delle riparazioni, che si convenne sarebbero state pagate in 59 rate annuali, di cui l'ultima con scadenza nel 1988. Il pagamento delle riparazioni fu ancora sospeso nel 1931, a ridosso della grande crisi capitalistica mondiale che si abbatté sulla stessa Germania, in attesa di un nuovo accordo. L'avvento di Hitler cambiò naturalmente il quadro.



Un nuovo accordo di ristrutturazione del debito tedesco subentrò successivamente alla seconda guerra. La Germania era stata divisa dalle truppe di occupazione, tra la parte occidentale e la parte orientale sotto controllo russo. La Conferenza di Londra, con la riduzione del debito tedesco del 60%, intervenne in questo contesto. Salvare la Germania capitalista non era solo una scelta economica, ma anche e soprattutto una scelta politica: si trattava di investire nella cortina di ferro antisovietica in funzione delle esigenze della guerra fredda. Il gigantesco piano Marshall in Europa, l'investimento nel piano da parte degli USA del 4% del PIL americano, era figlio di questa operazione strategica. La potente espansione produttiva dell'Occidente capitalista del dopoguerra forniva una sicura base materiale alla riduzione del debito tedesco. Ma ancora una volta era la presenza dell'URSS, quale eredità seppur trasfigurata della rivoluzione d'Ottobre, a determinare un intervento d'eccezione a favore della Germania. Come è possibile trasferire questo esempio storico dentro un quadro politico mondiale drasticamente mutato, e per di più sullo sfondo della più grande crisi del capitalismo europeo?



Nulla chiarisce meglio l'abbaglio del riformismo di Tsipras quanto gli esempi storici di cui si nutre. La nostalgia dei trent'anni gloriosi che non torneranno più.



La sconfitta di Tsipras è la sconfitta della sinistra europea. Essa si era affidata alla locomotiva greca assumendola a proprio faro e guida. Ne aveva assunto la cultura e i miti (la Conferenza europea sul debito), amplificandoli su scala continentale. Attorno ad essa aveva provato a rilanciare le proprie fortune politiche nel nome di un nuovo possibile compromesso riformatore tra capitale e lavoro in Europa. Quell'investimento si è trasformato in un boomerang. Il fatto che larga parte dei gruppi dirigenti delle sinistre riformiste nei diversi paesi abbiano approvato o giustificato l'accordo tra Tsipras e creditori, affermando che “al suo posto” avrebbero fatto altrettanto (da Iglesias di Podemos a Laurent del PCF, da Garzon di Izquierda Unida a Vendola e Ferrero in Italia), misura sicuramente la fedeltà al marchio del proprio investimento. Ma rappresenta anche una confessione in piena regola della sottomissione del riformismo alla società borghese. Quando il conflitto sociale precipita, quando lo scontro tra capitale e lavoro annulla ogni margine di mediazione, rinvio, evasione letteraria, quando insomma s'impone una drammatica scelta di campo, i gruppi dirigenti riformisti scelgono il capitale contro il lavoro, in cambio, ove possibile, di incarichi ministeriali. Anche al prezzo di sottoscrivere le misure di austerità, antioperaie e antipopolari, che i loro programmi formalmente negano e combattono. Da questo punto di vista la collocazione internazionale della sinistra europea sulla vicenda greca è la riproduzione allargata delle proprie esperienze di governo in patria. A partire, più che in ogni altro caso, dalla sinistra riformista italiana.






L'AUTOEPITAFFIO DI VAROUFAKIS



Yanis Varoufakis, quando era ancora ministro, scrisse un pamphlet di involontario umorismo, raccontando le contraddizioni esistenziali della propria esperienza ministeriale: «... Indirizzandoci a platee eterogenee che vanno dagli attivisti radicali ai gestori dei fondi speculativi, l'idea è quella di creare alleanze strategiche persino con persone di destra con le quali condividiamo un semplice interesse:... porre fine al circolo vizioso tra austerità e crisi... Probabilmente non farò a tempo a vedere adottato un programma più radicale... Io so di correre il rischio di alleviare la tristezza dell'abbandonare ogni speranza di sostituire il capitalismo nel corso della mia esistenza, indulgendo nel sentimento di essere diventato gradevole agli occhi degli appartenenti ai circoli della buona società... Costruendo alleanze con forze reazionarie, così come penso dovremmo fare per stabilizzare l'Europa odierna, si corre il rischio di venire cooptati... Se dobbiamo stringere patti col diavolo (col Fondo Monetario Internazionale)... dobbiamo evitare di diventare come i socialisti che non riuscirono a cambiare il mondo ma riuscirono a migliorare la propria situazione personale... Il trucco è evitare il massimalismo rivoluzionario che alla fine aiuta i neoliberisti ad aggirare ogni opposizione... ma allo stesso tempo mantenere la nostra visione del capitalismo come intrinsecamente malvagio, mentre cerchiamo di salvarlo, per motivi strategici, da se stesso...».



Nessuna confessione poteva riassumere in termini più efficaci la disperazione di un ministro riformista: la sua rassegnazione al capitalismo “malvagio”, da “salvare” e “stabilizzare”, in cambio della pretesa purezza della propria “visione” e coscienza individuale. Non sappiamo della coscienza di Varoufakis. Sappiamo invece che la rivendicata salvazione del capitalismo, contro la rivoluzione, condanna gli sfruttati a un futuro di miseria. Senza neppure assicurare al ministro esuberante... la cooptazione consolatoria nel potere. Varoufakis potrà vendicarsi del proprio fallimento con qualche libro e qualche fortuna editoriale. La classe operaia greca ed europea ha sicuramente bisogno di un altro programma e di un'altra direzione. Un programma e una direzione rivoluzionari.






(1) http://jesopazzo.org/index.php/blog/128-cosa-ci-insegna-la-grecia



Marco Ferrando

La barbarie del capitalismo europeo. Il fallimento del riformismo di Tsipras. La rivoluzione socialista: unica soluzione!

Testo del volantino nazionale distribuito dal PCL, luglio 2015.


I creditori strozzini dell'Unione Europea, della BCE, del FMI ( la famigerata Troika) hanno stretto il cappio al collo della Grecia.
Un paese già condannato alla catastrofe umanitaria viene nuovamente messo a saccheggio: ulteriore taglio alle pensioni, nuove tasse sui beni alimentari, nuova svendita dei beni nazionali ai creditori, ulteriore distruzione dei diritti sindacali. Il tutto sotto il commissariamento diretto degli strozzini. Il NO di massa del popolo greco ai creditori è stato svenduto da Tsipras in sette giorni ai nemici dei lavoratori greci.

Il capitalismo tedesco a guida Merkel è il capofila degli strozzini europei. Gli stessi capitalisti tedeschi che precarizzano il lavoro in Germania (mini job) puntano a garantire le proprie banche e la cassaforte del proprio Stato con il saccheggio della Grecia. Ma gli altri capitalismi europei non sono da meno. Il governo Renzi e i suoi amici capitalisti, gli stessi che tagliano i diritti sindacali ai lavoratori italiani, plaudono alla svendita dei lavoratori greci. Lo stesso vale per il governo Hollande, grande architetto dietro le quinte dell'intesa greca. Tutti i capitalismi creditori sono complici della rapina, quale che sia il colore del proprio governo. Se Renzi e Hollande “criticano” sottovoce la Merkel è solo perchè vorrebbero avere più ampi spazi nelle proprie manovre di bilancio per tagliare le tasse ai propri capitalisti e poter fare qualche altra concessione elettorale truffa. La campagna “per lo sviluppo e la crescita” riguarda solo crescita e sviluppo dei profitti.

I populismi reazionari di Grillo e Salvini non sono meno ipocriti. Le loro grida sul “colpo di Stato della Germania” in Grecia serve solo a dirottare contro il nemico esterno lo sguardo dei lavoratori italiani, distogliendolo dalla lotta contro i propri capitalisti e il proprio Stato. Come se un capitalismo nazionale, con propria moneta nazionale, non fosse ugualmente sfruttatore dei propri lavoratori, e creditore strozzino di altri popoli. La Gran Bretagna della sovrana sterlina non è quella che vara in casa i contratti a zero ore e le peggiori leggi anti sindacali, mentre conserva diritti para coloniali su altre nazioni?

La verità che emerge una volta di più dai fatti di Grecia è la crudeltà e il fallimento del capitalismo, in ogni paese e su scala continentale. Il sogno di riformarlo è una utopia. La pretesa di Tsipras di un “compromesso onorevole” con il capitalismo strozzino della Troika (e con gli armatori greci) si è risolta in una capitolazione vergognosa. Che tradisce la lotta e le speranze di un popolo.
I partiti della sinistra italiana (Sel, Prc) già suicidatisi in passato nei governi di centrosinistra- votando precarietà del lavoro , tagli sociali, missioni di guerra- si sono aggrappati all'immagine di Tsipras per cercare di risorgere. Ma hanno impugnato la bandiera di Tsipras proprio mentre Tsipras la ammainava. E oggi arrivano a dire che se fossero nel Parlamento greco... voterebbero l'accordo di capitolazione. Non dubitiamo. Chi tradisce una volta tradisce sempre: è la coerenza del suicidio politico.

I lavoratori italiani, come i lavoratori greci, come tutti i lavoratori europei hanno bisogno di un'altra sinistra. Non la sinistra del capitalismo, ma una sinistra rivoluzionaria. Che unisca i lavoratori al di là delle frontiere. Che avanzi un programma di ripudio del debito verso gli strozzini, di nazionalizzazione delle banche, di esproprio dei capitalisti, a favore di un governo dei lavoratori. L'unico governo che possa liberare il lavoro, nella prospettiva storica degli Stati uniti socialisti di Europa.

Il capitalismo o lo si rovescia o lo si subisce. Una volta di più, questo ci insegna la Grecia. Dare un partito a questa verità è l'impegno del Partito Comunista dei Lavoratori in Italia, e del Partito operaio rivoluzionario ( EEK) in Grecia.
Partito Comunista dei Lavoratori

LA CRISI GRECA DI FRONTE A UN PASSAGGIO CRUCIALE

LA CRISI GRECA DI FRONTE A UN PASSAGGIO CRUCIALE.

IL NO PLEBISCITARIO ALLA TROIKA APRE UNO SCENARIO NUOVO NESSUN “COMPROMESSO ONOREVOLE” CON GLI STROZZINI E' POSSIBILE IL POTERE DEI LAVORATORI E' L' UNICA SOLUZIONE PROGRESSIVA

7 Luglio 2015
La vittoria referendaria del NO alla Troika, straordinaria nella sua ampiezza, apre una nuova fase della crisi greca. Una fase cruciale per il futuro del movimento operaio, non solo in Grecia ma nell'intera Europa. 
E' utile dunque ricostruire una dinamica degli avvenimenti che ha spiazzato più volte tutti gli attori politici. 


COME E PERCHE' SI E' GIUNTI AL REFERENDUM 

A fine Giugno ( 25 Giugno) il governo Syriza/ Anel era a un passo dall'accordo con i creditori: un accordo ben poco “onorevole”, che prevedeva l'aumento dell'età pensionabile, la cancellazione delle pensioni di anzianità, l'aumento dell'Iva anche su una fascia di consumi alimentari, l'aumento pesante della contribuzione pensionistica e sanitaria per i lavoratori. Quando Tsipras si preparava a gestire un difficilissimo passaggio interno e parlamentare su questa ipotesi di accordo, già di fatto accettata, ecco il colpo di scena. I creditori buttano all'aria l'accordo. La svolta dei creditori è dovuta all'effetto combinato di pressioni convergenti: l'irrigidimento improvviso della Lagarde capo del FMI, che per puntare ad ottenere i voti degli azionisti BRICS per la propria riconferma alla presidenza del fondo, avanzava nuove richieste ultimative; la sponda immediatamente trovata nella Spagna a guida PP, timorosa dell'ascesa di Podemos e interessata alla umiliazione di Tsipras; la corsa del blocco nordico ad appoggiare l'intransigenza FMI; le difficoltà crescenti della Merkel- sino al giorno prima impegnata nella mediazione col governo greco- di fronte alla differenziazione interna al proprio gruppo parlamentare. La corda dell'accordo ufficioso già scritto veniva dunque spezzata . 

Il ricorso di Tsipras al referendum del 5 Luglio è stata la risposta alla rottura dei creditori. Non l'effetto di una diretta pressione di massa sul governo, quanto un calcolo politico del suo premier. Tsipras, già in difficoltà, non aveva lo spazio politico per aprire una nuova negoziazione al ribasso sull'ultimatum della Troika . Avrebbe significato la rottura interna di Syriza , la disgregazione della base parlamentare del governo, la rottura dello stesso asse con Anel. La convocazione del referendum, esclusa pubblicamente pochi giorni prima, diventava nella nuova situazione l'unico modo di cercare di salvare Syriza e il proprio governo; l'unico modo per cercare di ottenere con la vittoria del No il rilancio del negoziato conclusivo con i creditori. La pubblica promessa di Tsipras di “un accordo in 48 ore” dopo la vittoria del No significava esattamente questo: l'accordo ufficioso pre referendum era già stato raggiunto, si trattava solo di recuperarlo e siglarlo. 


LA VITTORIA PLEBISCITARIA DEL NO SPIAZZA TUTTI GLI ATTORI 

Tuttavia lo scontro sul referendum ha complicato il gioco di tutti gli attori politici. 

La mancata estensione della copertura finanziaria della BCE alle banche greche ( ELA) determinava la chiusura delle banche e una drammatizzazione brutale dello scontro. 
Un vasto fronte imperialista, economico e politico, puntava apertamente alla vittoria del Si attraverso la pressione drammatizzata del ricatto. L'obiettivo diventava la crisi politica del governo Syriza/ Anel, pur nella difficoltà di individuare con chiarezza una soluzione parlamentare di ricambio. La Merkel si schierava apertamente per questa prospettiva. Sull'altro versante lo stesso Tsipras dopo la chiusura delle banche ha temuto il rischio di una sconfitta e ha cercato, con la sponda francese, una riapertura negoziale a pochi giorni dal voto. Un varco rapidamente chiuso dal veto tedesco. 

La vittoria del NO, per la sua ampiezza plebiscitaria, ha dunque sorpreso tutti i protagonisti del braccio di ferro. In Europa e nella stessa Grecia. 
La vittoria ha avuto un ampiezza straordinaria nelle città e nella gioventù, con percentuali superiori all' 80%. Ha sancito il rifiuto di massa della continuità della rapina da parte dei lavoratori, dei disoccupati, della popolazione povera di Grecia. L' enorme manifestazione di massa in piazza Syntagma a conclusione della campagna del No ( 4 Luglio) era il preannuncio della vittoria nelle urne. Una sua fotografia anticipata. In questo senso la grande vittoria del NO è stata il sottoprodotto di una ripresa di radicalizzazione politica dei sentimenti di massa e della mobilitazione popolare. Per cinque mesi la negoziazione estenuante del governo Tsipras con i creditori strozzini, col continuo preannuncio di nuovi possibili sacrifici, aveva agito come fattore di congelamento e demotivazione della mobilitazione . La rottura degli accordi da parte dei creditori, e il conseguente scontro referendario, ha costituito viceversa il principale catalizzatore della ribellione. Non è la prima volta nella storia che la reazione diventa l'involontaria levatrice di una possibile rivoluzione. 


TSIPRAS PROMUOVE L'UNITA' NAZIONALE COI PARTITI BORGHESI SCONFITTI 

Il quadro è ora assai complicato, anche per Tsipras. 

Tsipras ha mantenuto fede al copione. Un minuto dopo la vittoria referendaria contro i creditori , il governo ha subito riproposto... ai creditori strozzini l'accordo già ipotizzato, secondo il piano preventivamente deciso. Non solo. Tsipras ha invocato l'unità nazionale di tutti i partiti e di tutte le classi. Ha chiesto e ottenuto la benedizione del Presidente ( reazionario) della Repubblica già a suo tempo designato in funzione della politica di distensione a destra. Ha promosso l'incontro di caminetto con i capi dei partiti borghesi battuti e umiliati dal voto, chiedendo a tutti la “solidarietà nazionale” , promettendo a tutti “responsabilità istituzionale”, offrendo così ai creditori la certezza dei voti parlamentari ai sacrifici connessi all'accordo. Ha coinvolto le gerarchie militari nella funzione di affiancamento della polizia per la “gestione dell'ordine pubblico”, per lisciare il pelo dell'Esercito. Ha messo sul piatto del negoziato con i creditori persino la testa del fedele Varoufakis, per offrire agli strozzini un utile premio simbolico di consolazione e favorire politicamente l'accordo. 

La ragione di tutto questo è una sola: dopo l'atto clamoroso del referendum e la straordinaria vittoria, Tsipras pensa di essersi coperto a sinistra e di potersi sbilanciare a destra. Ritenendo di poter far accettare più facilmente all'intero corpo di Syriza e alla propria base di massa le contropartite di un accordo con gli strozzini. Meglio se combinato con una ristrutturazione del debito o un allungamento dei tempi di pagamento. 


MA LE CONTRADDIZIONI PRECIPITANO. 

Ma la promessa di un accordo “in 48 ore” si rivela temeraria . 
La vittoria referendaria del NO ,per la sua portata, ha infatti moltiplicato le contraddizioni interne al fronte imperialista. La partita non è solo economica, ma politica, oggi più di ieri. 

Dal punto di vista economico diversi fattori militano a favore dell'accordo fra la Troika e la Grecia. Gli Usa e la Cina vogliono l'accordo perchè temono come la peste un aggravamento della crisi capitalistica in Europa. (Oltrechè per ragioni geopolitiche, nel caso in particolare degli Usa). La Bundesbank tedesca chiede alla Merkel di non perdere i miliardi di crediti verso la Grecia. Francia e Italia, potenze creditrici, chiedono di “aiutare” la Grecia a rimborsare.. le casseforti di Francia e Italia. Un'ammirevole generosità. Persino il FMI fa filtrare alle spalle della Lagarde una ragionevole e possibile ristrutturazione dell'impagabile debito greco, per continuare a sorreggere il debitore con la propria corda usuraia. Le proporzioni economiche relativamente modeste della crisi greca, misurata su scala continentale, suggerirebbero dunque un 'equa soluzione di ordinario strozzinaggio , come rivendica candidamente, da osservatore, Romano Prodi. 

Ma dal punto di vista politico, il quadro è destabilizzato. 
Sale la pressione populista nazionalista in diversi paesi capitalistici “contro i soldi ai greci”,da parte di quelle stesse canaglie che hanno finto di applaudire la vittoria del No “contro la Merkel” ( Salvini e Le Pen). La Germania e i paesi nordici hanno ancora più difficoltà a far digerire alla propria “opinione pubblica” e ai propri compositi Parlamenti nuove “elargizioni alla Grecia” dopo che l'hanno dipinta nei giorni dello scontro referendario come “inaffidabile scroccona” e “sanguisuga parassitaria” . La Spagna del PP teme ancor più di ieri l'effetto di trascinamento della vittoria di Syriza sull'ascesa di Podemos , e dunque l'effetto politico di nuove concessioni a Tsipras che possano ulteriormente arrotondare la sua vittoria. Un pezzo centrale della Socialdemocrazia europea, a partire dal SPD ( Gabriel), è terrorizzata dagli effetti di ricomposizione a sinistra che un'ulteriore vittoria simbolica di Tsipras potrebbe determinare ai suoi danni ( ascesa della Linke in Germania ad esempio) e si schiera pertanto sul versante anti greco. 

E' dunque evidente, tanto più in questo quadro, che un eventuale accordo con gli strozzini prevederebbe contropartite punitive per i lavoratori greci di certo non minori che prima del referendum. Perchè solo misure punitive potrebbero controbilanciare agli occhi dei creditori gli inconvenienti politici dell'accordo. Ma questo diverrebbe un nuovo problema per Tsipras e per i suoi rapporti di massa. Dov'è finito più che mai oggi quel “programma riformista di Salonicco” su cui Syriza vinse le elezioni? 


IL CONFRONTO DELLE LINEE A SINISTRA NEL VIVO DELL'ESPERIENZA GRECA 

L'idea che Syriza riuscisse in qualche modo a stabilizzare il quadro politico greco è naufragata in cinque mesi. Questa è la prima lezione di fondo degli avvenimenti. Tutte le contraddizioni sono precipitate sul fronte economico, politico, sociale. In Grecia e in Europa. L'idea di un compromesso “onorevole” tra lavoratori greci e capitale finanziario internazionale è relegata sempre più nel mondo delle fiabe. Mentre la crisi greca mette alla prova l'intero equilibrio politico istituzionale della UE, tra spinte all'integrazione e spinte alla dissoluzione. 

In questo quadro,tutte le opzioni strategiche delle sinistre riformiste, socialdemocratiche o staliniste, sono polverizzate una dopo l'altra dai fatti di Grecia. 

La pretesa della “Riforma sociale e democratica” dell'Unione capitalistica continentale- avanzata dalla Sinistra Europea e da Tsipras- ne esce a pezzi, sotto ogni versante. L'Unione tra Stati imperialisti del vecchio continente, a partire dal nucleo fondante franco tedesco, si regge sulla spoliazione della classe operaia e della popolazione povera di ogni paese. Nessuna riforma può cancellare la sua costituzione materiale. Lo stesso NO agli strozzini del popolo greco segna di fatto un rifiuto del capitalismo europeo. 

L'idea di una possibile via d'uscita attraverso una ricollocazione geostrategica del capitalismo greco al fianco dei BRICS- sostenuta da correnti neostaliniste, anche all'interno di Syriza- è anch'essa ridicolizzata dalla vicenda greca. Non solo ignora la natura capitalistica o neo imperialistica dei paesi chiave dei BRICS, a partire da quella Cina che oggi acquista a prezzi di saldo settori chiave dell'economia greca ( Pireo). Ma ignora lo spiacevole dettaglio che ha visto proprio i BRICS tra i principali usurai del FMI ai danni del popolo greco, in prima fila nel rilanciare i peggiori ultimatum del Fondo all'ombra di Lagarde. Il NO greco agli strozzini europei non chiede di cambiare padrone. 

Infine esce distrutta nella propria credibilità la corrente stalinista del KKE greco e la sua filiera internazionale. Questo partito, impegnato in una metodica divisione del movimento operaio greco, è giunto a boicottare il referendum contrapponendosi al NO . Si è dunque opposto alla dinamica di ribellione di massa contro la Troika. Le frasi sull'”opposizione sia a Syriza sia alla Troika” sono penose. La verità è che lo stalinismo greco si è comportato nelle urne come nelle piazze. Con una logica autocentrata di apparato, unicamente preoccupato di conservare il proprio spazio, in aperta opposizione alla domanda popolare di massa. La vittoria plebiscitaria del No ai creditori è il crollo politico e morale dello stalinismo greco. 


LA RIVOLUZIONE, UNICA SOLUZIONE 

L'unica soluzione progressiva della crisi greca passa per la rottura anticapitalista. Per il ripudio del debito ai creditori strozzini: perchè ogni negoziazione del debito espone a vergognosi ricatti e contropartite. Per la nazionalizzazione delle banche greche e la loro concentrazione in una unica banca pubblica: perchè è l'unica via per bloccare la fuga dei capitalisti, proteggere i risparmi popolari, rifondare la società greca. Per l'esproprio degli armatori e dei poteri forti del paese: perchè è l'unico modo per fare piazza pulita dei parassiti sfruttatori, concentrando nelle mani dei lavoratori le leve della ricchezza. Solo un governo dei lavoratori, imposto dalla forza di massa, può attuare simili misure. Solo EEK ( Partito operaio rivoluzionario)- la sezione greca del CRQI- si batte coerentemente per questa prospettiva. 

La straordinaria vittoria del NO alla Troika merita un'alternativa anticapitalista. Il No alla Troika e ai capitalisti ha il diritto di governare la Grecia, liberandola da oppressione, sfruttamento, umiliazioni. Ogni pretesa di subordinare il NO a un nuovo accordo con gli usurai significherebbe vanificare la vittoria . EEK si batterà sino in fondo contro ogni possibile tradimento della vittoria popolare, per il potere dei lavoratori in Grecia, per la rivoluzione socialista in Europa. 

Ai nostri compagni greci va tutto il sostegno del PCL . La loro lotta è la nostra.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI