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Crisi di governo in Germania: la SPD stacca la spina

 


Articolo originariamente pubblicato da ArbeiterInnenmacht.



Mercoledì, ore 21:25: Scholz si presenta nella Cancelleria davanti alle telecamere. Con il suo consueto tono asciutto, spiega la notizia che pochi minuti prima era apparsa sui media: in qualità di cancelliere ha sollevato dall'incarico il ministro delle finanze Christian Lindner. Questo passo – dice – è necessario per evitare danni alla Germania e per non lasciarla sprofondare nel caos. La riluttanza di Lindner al compromesso non serve al Paese, ma a salvare il proprio partito. Parole pesanti, che arrivano inaspettatamente dalla SPD. Significano infatti la fine del governo semaforo [SPD-verdi-liberali]. Ma cosa è successo, e quali avvenimenti si nascondono dietro la crisi di governo?


COSA È SUCCESSO?

Si possono ricordare malignamente le parole di Lindner: «È meglio non governare che governare male». Perché da mesi c'era la crisi, e ci sono state molte sportellate da parte dell'opposizione, come ad esempio da parte di Markus Söder [leader dei cristiano-sociali bavaresi della CSU]. Anche Merz [leader della CDU] ha fatto del suo meglio per spingere avanti il governo. La cronologia delle controversie è lunga: legge sul riscaldamento, fondi di investimento, assistenza infantile di base, sussidi sociali e infine la questione del bilancio. I partiti di governo si sono ripetutamente bloccati a vicenda e hanno cercato di far valere le loro posizioni attraverso dichiarazioni pubbliche. Da settembre le crepe sono diventate ancora più evidenti. Lindner, bypassando i suoi colleghi, ha pubblicato un documento di 18 pagine per una politica economica completamente diversa da quella prevista nell'accordo di coalizione.

Eppure la fine è arrivata piuttosto all’improvviso. Mentre Habeck [vicecancelliere, Verdi] e Scholz hanno cercato di fingere unità dopo l'elezione di Trump e hanno dichiarato che ora la Germania deve dimostrare la sua capacità di agire, la sera stessa di quel giorno non è rimasto molto di quelle dichiarazioni. Se si crede alle parole di Lindner, anche lui è sembrato del tutto sorpreso dal fatto che dopo mesi di insistenze da parte dei liberali e di umiliazione pubblica da parte degli ex "partner", il governo di coalizione non sia finito con l'annuncio congiunto e "composto" di nuove elezioni, ma con il suo licenziamento da ministro. Che questo sia una messinscena o meno, non ha importanza. È chiaro che questo esito ha qualcosa di positivo, almeno per SPD e FDP: ora hanno la possibilità di incolparsi a vicenda per la fine del governo. Per una volta Scholz ha ricevuto una standing ovation nel gruppo parlamentare SPD per la rottura con la FDP. A sua volta, la FPD ha dato manforte al suo leader, almeno esternamente. I Verdi invece sembrano i meno preparati, perché sono loro stessi alla ricerca di nuovi leader. Per loro la prevedibile e prematura rottura della coalizione arriva in un momento inopportuno, e si è visto.


IL NOCCIOLO DELLO SCONTRO

Non sorprende quindi che Scholz abbia utilizzato il suo discorso come lancio della campagna elettorale per la SPD. Ha delineato il suo piano salva-paese in quattro punti: 1) limitare gli oneri di rete per le “nostre” aziende; 2) garantire posti di lavoro nell'industria automobilistica e nell'indotto; 3) bonus per investimenti e opzioni di defiscalizzazione per le aziende; 4) sostenere l’Ucraina indipendentemente dagli Stati Uniti.

Se si confrontano gli interventi di ieri sera di SPD, Verdi e FDP, si capisce subito dove risiedono le differenze: qual è la loro posizione sul freno all’indebitamento? Deve essere messo da parte per poter garantire i mezzi per un maggiore sviluppo economico, ulteriori forniture e spese per armamenti e allo stesso tempo per finanziare ammortizzatori sociali e massiccie ristrutturazioni aziendali.

La fine prematura della coalizione semaforo evidenzia la crisi nel panorama dei partiti borghesi in considerazione della difficile situazione economica in Germania. La questione centrale è chi dovrebbe pagare i costi (e perché il debito dovrebbe essere contratto). Per quanto riguarda il percorso di riarmo e di militarizzazione, la FDP in realtà non ha alcuna differenza con la SPD, anzi è ancora più guerrafondaia, ma sostiene che il riarmo non dovrebbe essere pagato con nuovo debito, bensì attraverso rigorosi tagli sociali che riguardano redditi, fondi per i rifugiati, età pensionabile e rapporti di lavoro “troppo regolamentati”.

La FDP ha le idee chiare a riguardo, che Lindner presenta anche nel suo documento “trapelato”. Attacchi programmati al diritto di sciopero, attuazione gelida del freno all’indebitamento, ulteriori tagli nel settore sociale. La classe operaia e gli oppressi dovrebbero pagare – e con la massima intensità, non in modo misurato, come hanno in mente la SPD e i Verdi. In nessun caso dovrebbero esserci aumenti delle tasse per le aziende. La SPD e i Verdi, invece, sostengono un percorso in classico stile keynesiano: meglio contrarre più debito e, come ha detto Scholz, non contrapporre la “sicurezza interna ed esterna”. Perseguire quindi gli interessi dell’imperialismo tedesco usando la gommapiuma.

Dato che la FDP è scesa a meno del 5% durante il periodo di permanenza al governo, e ha avuto uno spettacolare tracollo in tutte le elezioni statali (länder), questo dibattito è per loro anche una questione di sopravvivenza. Il partito non solo ha subito negli ultimi mesi uno spostamento a destra, in cui anche la leadership di Lindner è stata messa in discussione, ad esempio attraverso iniziative come “Weckruf Freiheit” [Sveglia Libertà], ma non si arrenderà a nessuna concessione sul tema del freno all'indebitamento, arrivando fino alla possibilità di sciogliere la coalizione, se necessario. In ciò i liberali mostrano un attaccamento nei confronti del proprio elettorato, cosa che alla SPD e alla Linke manca da anni.

Allo stesso modo, ci sono sempre state differenze nell’orientamento tra socialdemocratici e liberali. Il fatto che ciò porti questa volta a una crisi di governo ha cause più profonde della perdita di voti del FDP.


LA CRISI DELLA REDISTRIBUZIONE COME OSTACOLO AGLI INVESTIMENTI

Quando si formò la coalizione “progressista”, non c’era nessuna guerra in Ucraina o a Gaza. Vista in questo senso, la coalizione al governo è vittima anche della svolta annunciata allora dallo stesso Scholz. Perché nel mezzo della guerra, dell’inflazione e della recessione, non è facile essere condiscendenti. Perlomeno non se ci si limita alla realpolitik parlamentare e se si tengono ben presenti gli interessi della classe dirigente, che vengono glorificati come “la nostra economia”.
La crisi della redistribuzione ha come sfondo lo sviluppo economico successivo alla crollo finanziario del 2007/2008. Anche se questa crisi potesse essere rallentata attraverso misure anticicliche e l’espansione del credito e del debito, ciò avverrebbe solo al prezzo di perpetuarne le cause: calo dei tassi di profitto e sovraccumulazione di capitale. Con la recessione globale simultanea dovuta alla pandemia del coronavirus e alla guerra in Ucraina, la situazione per l’imperialismo tedesco, che fino ad allora era riuscito a resistere abbastanza bene, è peggiorata. L’aumento dei prezzi dell’energia ha causato enormi problemi a una nazione esportatrice. A ciò si aggiunge la pressione della competizione e la necessità di innovare in uno dei settori chiave dell’industria tedesca, l’industria automobilistica. Abbiamo esaminato più in dettaglio la situazione attuale nell'articolo “Düstere Wolken“ (1).

Il risultato, tuttavia, è che l’attuale recessione, combinata con lo sviluppo economico degli ultimi anni, ha ridotto enormemente il margine di manovra del Sozialpartnerschaft [modello di "collaborazione sociale" formale fra governo, sindacati e imprese] così com'è finora esistito in Germania, mettendo così in discussione anche i rapporti politici ed economici tra le classi.


DIVISIONI DELLA BORGHESIA TEDESCA

Un altro effetto di questo scenario è lo spostamento internazionale verso destra. Nel corso della crisi è aumentata la concorrenza tra le diverse frazioni del capitale, e la situazione della piccola borghesia e delle classi medie salariate è diventata più insicura e instabile, cosa che si è espressa, ad esempio, in Germania con la fondazione dell’AfD. Allo stesso tempo, durante l’era Merkel, l’imperialismo tedesco ha cercato di manovrare nella politica internazionale tra gli Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altro, cosa che a sua volta rifletteva le differenze all’interno della classe dominante sulla direzione strategica della Gemania e dell'UE. Con l’aumento degli scontri interimperialisti e la formazione di blocchi di potenze, ciò è diventato più difficile. La guerra in Ucraina rappresenta qui un punto di svolta, perché un’alleanza strategica con la Russia, come avevano cercato di fare Kohl e Schröder, ma anche in parte i governi Merkel, è ormai molto lontana. Ma le cose non sono rimaste ferme a questo punto, perché la vittoria di Trump alle elezioni americane ha messo naturalmente in discussione anche l'orientamento transatlantico della Repubblica Federale Tedesca e dell'UE. Il problema è chiaramente evidente nella politica ucraina. Da un lato, il sostegno all’Ucraina è garantito come un mantra, e la CDU/CSU ne chiede l’aumento. Dall'altra parte, la Germania stessa non può ovviamente sostituire gli Stati Uniti, e una guerra permanente in Europa rappresenta in realtà più un peso che un vantaggio strategico (come pensano apertamente AfD e BSW [il partito di Sahra Wagenknecht] e, velatamente, settori della SPD e della CDU).

Anche se gli attuali partiti della coalizione e la CDU evitassero di ridefinire una politica nazionale prima di nuove elezioni, è difficile immaginare che l’UE possa attuare una politica alternativa alla pacificazione con Putin sotto la guida di Trump. Le dichiarazioni di sostegno all’Ucraina hanno quindi un carattere contraddittorio. I partiti cercano di farsi un nome come potenza protettrice “umanitaria” e allo stesso tempo, negli ultimi anni, hanno annunciato di prendersi in carico l'economia del paese e la ricostruzione dell'Ucraina occidentale con capitale tedesco e statunitense. In ogni caso, vogliono anche il riarmo ucraino in prima linea con la Russia (che poi attraverserebbe effettivamente il loro attuale territorio). D’altro canto, non è possibile permettersi una guerra permanente dal punto di vista economico, politico e militare senza il sostegno degli Stati Uniti.

Indipendentemente dalla situazione in Ucraina, ciò porterà a una imponente accelerazione del riarmamo europeo (compreso un possibile dibattito sull’“indipendenza nucleare della Repubblica Federale Tedesca”), a un nuovo tentativo di rendere l’industria degli armamenti dell’UE più competitiva e quindi, a lungo termine, un rafforzamento dell’Europa, cioè il dominio tedesco nell’UE. Tuttavia, il problema della borghesia tedesca è che non ha una reale idea strategica comune su come questa politica possa essere attuata. Questa divisione, alla fine, ha permeato anche il governo SPD-verdi-liberali, anch'esso caduto a causa di queste contraddizioni.


QUAL È IL PROSSIMO PASSO?

Il capogruppo parlamentare del Partito Liberale Christian Dürr ha annunciato mercoledì sera che tutti i ministri del suo partito avrebbero presentato le loro dimissioni al Presidente della Repubblica. Così accade. Tranne il ministro dei Trasporti Wissing (ora indipendente), si dimettono tutti. Per alcuni, come il ministro dell’Istruzione Stark-Watzinger, questo potrebbe anche essere utile ad evitare ulteriori scandali. Scholz vuole fissare il voto di fiducia la prima settimana della sessione del Bundestag del nuovo anno, cioè il 15 gennaio 2025. Ciò dovrebbe poi consentire nuove elezioni alla fine di marzo. La SPD vuole presentare i progetti di legge più importanti entro Natale. Da parte loro, si vorrebbe un governo di minoranza rosso-verde (SPD-Verdi), anche per poter utilizzare il Bundestag come arena della campagna elettorale.

Se ciò sia fattibile o meno dipende molto dalla benevolenza della CDU. Merz preferirebbe nuove elezioni subito, poiché è una delle forze che ne trarrebbero maggior beneficio, e non vedrebbe l’ora di corteggiare Trump da futuro membro del governo (preferibilmente come Cancelliere), e facendo questo, proteggere in qualche modo anche gli interessi tedeschi, ad esempio attreverso la sua proposta di pace in Ucraina. Resta da vedere se il piano Scholz funzionerà.


CHANCES DI VITTORIA PER GLI ALTRI

In passato Merz è stato molto capace di promuovere se stesso e a condizionare il governo. Secondo il quotidiano Bild, già da due settimane la CDU/CSU si sta preparando alle elezioni anticipate. E le principali associazioni imprenditoriali, come l'associazione del commercio estero (BGA) e l'associazione dell'industria chimica, si sono subito dette d'accordo con l'appello di Merz per nuove elezioni in tempi brevi.

Naturalmente, anche Sahra Wagenknecht sarà in campo: dopo tutto, già ora in Brandeburgo e in Sassonia per loro si pone la questione del governo, e i negoziati per una coalizione possono essere condotti molto meglio se la forza è rappresentata più fortemente nel Bundestag. E prima i negoziati avranno luogo, prima Sahra Wagenknecht potrà smettere di pensare al tipo di coerenza che le sarà necessaria per racimolare più voti possibili.

Alternative für Deutschland trarrà il massimo di beneficio dalle elezioni. Non solo perché continuerà a insistere sull'idea che vede le coalizioni semaforo come una porcheria, ma anche sulla questione della pace. Perché mentre la SPD e i Verdi, ma anche la CDU/CSU e la FDP continueranno a suonare il corno di guerra, AfD e BSW agiranno come partiti pacifisti per quanto riguarda l'Ucraina, e allo stesso tempo continueranno ad assicurare a Israele la sua solidarietà.

La Linke avrà vita più dura. Non solo la visita di Jan van Aken [nuovo co-leader della Linke] in Ucraina ha creato più interrogativi che chiarezza su come si intende effettivamente raggiungere la pace. Ma è soprattutto il partito il cui stato organizzativo è attualmente nelle condizioni peggiori. La Linke si sarebbe potuta rialzarse se le elezioni federali si fossero tenute a settembre, ma le elezioni anticipate rendono più probabile una sua fine prematura.


CHE FARE?

Le prossime elezioni e la formazione del governo decideranno il prossimo corso della Germania. Una cosa è chiara: ci saranno attacchi sociali, con o senza una politica di ammortizzazione da parte della SPD e dei Verdi. Per questo motivo è necessario non aspettare passivamente che si svolgano le elezioni e si consolidi un nuovo governo. Ora dobbiamo piuttosto dire chiaramente: non pagheremo le vostre guerre e le vostre crisi! Stop alla collaborazione sociale, ai licenziamenti di massa e al freno all’indebitamento!

Le autorità statali e locali stanno già operando tagli imponenti, soprattutto nelle spese sociali. La riforma sanitaria porterà anche tagli ai posti di lavoro e licenziamenti, che avverranno non solo nel settore automobilistico. Per respingere con successo questi attacchi è necessaria una rottura con la politica di collaborazione di classe, specialmente quella dei sindacati, e una conferenza d’azione contro la crisi, nella quale la sinistra tedesca discuta su quali rivendicazioni utilizzare per indicare una via d’uscita dall’attuale miseria: attraverso vertenze di contrattazione collettiva e azioni indipendenti. Abbiamo bisogno di una discussione su quale tipo di partito, quale programma, quale politica sono necessari per combattere la crisi. Il crollo della coalizione semaforo, il declino dell'SPD e della Linke rendono chiaro che non dobbiamo semplicemente costruire una resistenza di massa organizzata, ma allo stesso tempo, dobbiamo lottare per un'alternativa rivoluzionaria al riformismo, per la costruzione di un partito rivoluzionario dei lavoratori.


(1) https://arbeiterinnenmacht.de/2024/10/29/brd-wirtschaft-duestere-wolken/

Jaqueline Katherina Singh

Elezioni regionali in Turingia e Sassonia: lo spostamento a destra continua

 


Pubblichiamo l'analisi dei compagni di ArbeiterInnenmacht delle elezioni in Turingia e Sassonia, che per la prima volta nella Germania del dopoguerra hanno visto vincitrice una formazione di estrema destra.



I risultati delle elezioni in Sassonia e Turingia, due stati della Germania dell'Est, non sono sorprendenti. Ma costituiscono un altro serio avvertimento alla classe lavoratrice e alla sinistra tedesca. In Turingia il risultato è il seguente: AfD: 32,8% (+9,4), CDU 23,6% (+1,9), BSW [Bewegung Sahra Wagenknecht, Movimento Sahra Wagenknecht] 15,8% (+15,8), la Linke 13,1% (-17,9), SPD 6,1% (-2,1), Verdi 3,2% (-2), FDP 1,1% (-3,9). Per la Sassonia i risultati sono i seguenti: CDU: 31,9% (-0,2%), AfD: 30,6% (+3,1%), BSW 11,8% (+11,8), SPD 7,3% (-0,4), Verdi 5,1% (-3,5), Linke 4,5% (-5,9), FPD 0,9% (-3,6).


TRE VINCITORI

Ci sono tre vincitori elettorali in entrambi i länder. In primo luogo, ovviamente, l’AfD, che è diventato il partito più forte in Turingia ed è al secondo posto in Sassonia. In entrambi gli stati AfD è riuscito soprattutto a mobilitare gli astenuti alle precedenti elezioni. Il razzismo e il populismo di destra non scoraggiano nessuno, ovviamente, anzi: sono accettabili da tempo in entrambi gli stati federali.

La maggior parte degli elettori dell'AfD non sono più solo voti di protesta: il partito di estrema destra ha effettivamente creato una base sociale significativa. Questo è ancora più allarmante perché in Turingia e in Sassonia gli elementi più a destra e semifascisti come Björn Höcke dominano il partito e aumenteranno ulteriormente la loro influenza nazionale. Inoltre, la base elettorale dell'AfD non comprende solo la piccola borghesia e le piccole imprese orientate al mercato interno, ma è diventata il partito più forte tra operai e i giovani!

In secondo luogo la CDU, che è riuscita a tenere sia in Turingia che in Sassonia, guadagnando addirittura un leggero aumento in Turingia. È probabile che in futuro riuscirà a guidare il governo statale in entrambi i casi e che continuerà a guadagnare slancio in vista delle elezioni federali. L'unico aspetto negativo è che non riuscirà ad evitare in nessuno dei due stati la partecipazione al governo del BSW [partito di Sahra Wagenknecht, scissione del partito Linke, ndt].

In Turingia, persino un governo formato da CDU, BSW e SPD potrà contare solo su 44 seggi su 88, e potrà essere bloccato dall'opposizione su qualsiasi legge. D'altra parte, potrebbe essere possibile per un governo di questo tipo fare accordi con la LINKE o addirittura con l'AfD. Per lo meno CDU e BSW potrebbero essere pronti a farlo su alcune questioni.

In terzo luogo, il BSW, che ha buone possibilità di entrare nel governo come partner di coalizione per i conservatori in entrambi i paesi. La volontà politica di Wagenknecht e soci non manca, come dimostrano le prime interviste effettuate la sera stessa delle elezioni.
Anche se sarà difficile negoziare una posizione comune sulla guerra in Ucraina, dove Wagenknecht ha di fatto una posizione campista filorussa, c'è molto accordo con i conservatori e la SPD sulla richiesta di leggi ancora più severe sull'immigrazione e sul rafforzamento della politica “legge e ordine”.


GLI SCONFITTI

Gli sconfitti sono altrettanto chiari. Come nel 2019, in entrambi gli stati la SPD è rimasta al di sotto della soglia del 10%. I Verdi sono riusciti a malapena a entrare nel parlamento della Sassonia, ma in Turingia non avranno più una rappresentanza. L’unico risultato positivo di queste elezioni dal punto di vista della sinistra è stata la prestazione devastante del FDP [Partito Liberale Democratico], che ha raggiunto poco più dell’1%. La Linke ha subìto il disastro previsto. In entrambi gli stati, in termini assoluti, ha perso più della metà dei suoi elettori e circa due terzi della sua quota di elettorato.


COSA SIGNIFICA IL RISULTATO?

Al di là del significato per i due länder federali, il risultato ha anche un grande significato politico nazionale.

1. Spostamento a destra e plebiscito razzista
I risultati non solo consolidano lo spostamento a destra a livello nazionale negli ultimi anni. Dopo gli omicidi di Solingen, una vera e propria isteria e agitazione razzista si è diffusa nel paese, che si è manifestata in ulteriori restrizioni al diritto di asilo, controlli più severi alle frontiere e espulsioni più facili. Solamente due giorni prima delle elezioni, il governo federale ha approvato nuove restrizioni sull'asilo e nuove leggi di sicurezza.

In occasione di grandi eventi pubblici, come competizioni sportive o festival, sarà imposto il divieto assoluto di portare con sé coltelli; la stessa misura potrebbe essere estesa ai cosiddetti “luoghi ad alto tasso di criminalità”, come le stazioni ferroviarie o i terminal degli autobus. In secondo luogo, sarà estesa la sorveglianza di (presunti) islamisti e “terroristi”. In terzo luogo, sono previsti tagli al sostegno finanziario e sociale per i migranti che sono entrati nell'UE attraverso un altro Stato. In futuro, si vorrebbe costringere i suddetti Stati a riprendersi questi migranti e a pagare per il loro alloggio e il loro reddito minimo. Infine, i rifugiati dovrebbero essere deportati in Paesi come l'Afghanistan e la Siria.

Mentre i conservatori della CDU/CSU, l'AfD e il BSW sostengono queste misure e non mancano di sottolineare che il governo ha accolto alcune delle loro richieste, essi non si accontentano e vogliono di più. L'AfD vuole un programma razzista a tutti gli effetti, per costringere milioni di persone a lasciare la Germania. La CDU/CSU, l'AfD e il BSW chiedono controlli permanenti sull'immigrazione e respingimenti alle frontiere: di fatto una sospensione e una rinegoziazione degli accordi di Schengen.

I risultati in Turingia e Sassonia rappresentano anche una sorta di plebiscito razzista, in cui hanno potuto vincere solo i partiti che hanno attaccato il governo da destra sui temi dell'immigrazione e dei rifugiati. Le perdite dei partiti al governo SPD, Verdi e FDP, che negli ultimi anni hanno ripetutamente accettato e fatto proprie le rivendicazioni razziste della destra, dimostrano chiaramente che questo adeguamento all’AfD e alla CDU (e recentemente anche al BSW) è inutile. Gli elettori razzisti preferiscono sempre scegliere l’originale di destra o conservatore piuttosto che la copia verde-liberale-socialdemocratica.

2. Punizione per il governo
Ma c'è un'altra ragione per la sconfitta dei partiti di governo: la politica stessa del governo. Durante la campagna elettorale, i contenuti della politica locale hanno lasciato il posto sempre più ai dibattiti sulle carenze del governo federale.

La coalizione cosiddetta “progressista” ha posizionato l'imperialismo tedesco come forte sostenitore e alleato degli Stati Uniti nella nuova guerra fredda contro Russia e Cina. Ha aumentato massicciamente le spese militari, compreso un pacchetto extra-bilancio di 100 miliardi di euro per l'esercito. Allo stesso tempo, l'inflazione ha ridotto i salari, i sussidi di disoccupazione e le pensioni. I servizi sanitari, l'istruzione e il welfare sono sottofinanziati e rischiano ulteriori tagli a causa delle restrizioni di bilancio. Il non molto radicale “Green new deal” per l'ambiente è stato sacrificato agli interessi del grande capitale tedesco. Infine, il governo - e l'imperialismo tedesco in quanto tale - è diviso sulla sua futura strategia generale e su come risolvere la crisi dell'UE.

In questa situazione, la CDU/CSU si sta preparando a tornare al governo alle prossime elezioni. L’AfD trae vantaggio dalla crisi in corso, dalle fonti di conflitto globali e dagli attacchi alla classe operaia, presentandosi come una pseudo-opposizione pseudo-radicale, nazionalista ed estremamente sciovinista. Il BSW sta cercando di costruirsi some un'opposizione populista, «conservatrice di sinistra» [secondo la definizione che questo partito dà di sé stesso, ndt], centrata sulla nazione, e più razionalmente socialsciovinista.

3. La situazione nei länder della Germania dell'est
Le perdite per i partiti al governo non sono certamente immeritate. Questi partiti hanno persino difeso il miserabile status quo nelle amministrazioni locali e sono rimasti inattivi quando intere regioni sono andate in declino. Governano come “gestori” dell’Est deindustrializzato, la cui popolazione continua a migrare. Ancora oggi qui gli orari di lavoro sono più lunghi e gli stipendi e le pensioni più bassi che negli stati della Germania occidentale. Le regioni rurali in particolare non solo soffrono a causa della migrazione, ma sono anche lasciate indietro nello sviluppo delle infrastrutture. Gli insediamenti industriali e della logistica rappresentano isole commerciali in una regione svantaggiata, e non “paesaggi fioriti”.

L’ulteriore “frammentazione” dell’attuale sistema partitico è particolarmente evidente nei parlamenti degli stati della Germania dell’est. L’SPD, ma anche la Linke, stanno perdendo la loro base di massa, o l’hanno già persa. Anche la CDU è toccata da questo processo, nonostante sia riuscita ad affermarsi alle elezioni come “partito popolare”.

Non è un caso che questo processo sia particolarmente pronunciato nell'Est, perché la classe capitalista locale è più debole, e i piccolo-borghesi e le classi medie rappresentano un ambiente meno stabile, che ha potuto sviluppare meno fiducia nel “loro” Stato e nei “loro” partiti che all'Ovest. Ciò che rende il populismo di destra dell’AfD ancora più efficace. Si alimenta anche della delusione e della frustrazione di quei settori di classe operaia politicamente arretrati riguardo alle politiche dell’SPD e della Linke, per i quali i Verdi sembrano essere un’alternativa in misura minore che nell'Ovest.

Nella situazione attuale, la base elettorale instabile dei partiti storici non va solo a vantaggio dell’AfD, ma anche dei «conservatori di sinistra» della BSW. L’AfD ha indubbiamente consolidato una base sociale stabile. I prossimi anni dimostreranno se i successi del BSW dureranno o si riveleranno un fuoco di paglia, data la sua probabile partecipazione al governo come partner della CDU.


LA DEBACLE DELLA LINKE

La Linke entra nel parlamento regionale della Turingia avendo perso moltissimi voti. In Sassonia resta ben al di sotto della soglia del 5%, anche se è entrata comunque in parlamento regionale attraverso l'elezione diretta di due rappresentanti nella città di Lipsia. Un mandato è stato ottenuto da Juliane Nagel, dell'ala destra del partito, con il 36,5%; l'altro da Nam Duy Nguyen, sostenitore di Marx21 [una delle correnti della sinistra del partito, ndt], con il 39,8%.

Questi risultati, tuttavia, non possono essere motivo di compiacimento. Lipsia è tradizionalmente una roccaforte della sinistra in Sassonia, e il fatto che il partito sia riuscito a entrare in parlamento non dovrebbe impedirci di riconoscere la debacle elettorale della Linke. Questo partito non trova una risposta convincente a molte domande, come il cambiamento climatico, il riarmo, i tagli sociali, la crisi sanitaria e il fallimento del sistema di istruzione.

Sulle guerre a Gaza e in Ucraina, si limita al massimo a risposte pacifiste. Sulla questione del razzismo, pur rifiutando le nuove leggi e difendendo il diritto di asilo, non mobilita i propri membri ed elettori – così come non li mobilita su molti altri temi – in opposizione a questi attacchi.

In breve, la Linke non rappresenta per le masse un'opposizione anticapitalista e nemmeno un’alternativa radicale, anche se tra i suoi elettori sia in Sassonia che in Turingia ci sono i settori più politicamente consapevoli della classe operaia e dei giovani che, soggettivamente, vogliono seriamente opporsi a questo spostamento a destra. Il disastro della Linke è reso ancora più drammatico dall'assenza di qualsiasi valida alternativa di massa a sinistra, sia in Turingia che in Sassonia.


LA LOTTA CONTRO LA DESTRA SIGNIFICA LOTTA DI CLASSE

Indipendentemente da come andrà a finire con la formazione dei governi in Turingia e Sassonia, nei prossimi anni saremo esposti a un ulteriore spostamento a destra in entrambi gli stati, il che significherà anche razzismo aperto nelle strade e attacchi ai migranti, ma anche ai militanti antirazzisti e antifascisti.

Se si vuole davvero fare la differenza, bisogna essere pronti a lottare per cambiamenti seri, contro il governo e il capitale. Chi parla di conventio ad excludendum nei confronti della destra e del razzismo non devono rimanere in silenzio sulle cause dello spostamento a destra, e devono assumere una chiara posizione di classe.

Per cambiare effettivamente gli attuali equilibri di potere, i membri attivi delle organizzazioni di classe e delle organizzazioni dei migranti, compresi sindacati, Linke e perfino SPD, devono essere chiamati a organizzare riunioni e mobilitazioni nei loro luoghi di lavoro, scuole e università, e a condurre attivamente la discussione sul razzismo e la crisi economica che lo alimenta. Le manifestazioni e i cortei – come la mobilitazione contro il congresso di AfD – possono essere utilizzati come punto di partenza. Tuttavia, l’obiettivo deve essere quello di creare comitati d’azione.

Per avere un chiaro profilo politico sono necessarie rivendicazioni chiare. Anche se è la crisi economica a dare slancio alla destra, non si deve pensare che sia sufficiente limitarsi a semplici miglioramenti economici. Alla base delle azioni comuni bisogna proporre:

- No alle leggi razziste! Stop alle espulsioni! Frontiere aperte e pieni diritti di cittadinanza per tutti coloro che vivono qui!
- Lotta congiunta contro le radici sociali del fascismo e del razzismo!
- Lotta congiunta contro l’inflazione, i bassi salari, la povertà e la carenza di alloggi!
- Salario minimo di 15 euro l'ora, pensione minima e indennità di disoccupazione di 1.600 euro al mese per tutti!
- Cento miliardi [la stessa cifra che Scholz ha dichiarato di voler devolvere al fondo permanente per le spese miliari, ndt] per l’istruzione, l’ambiente, le pensioni e la sanità, invece del riarmo, finanziati tassando i ricchi!

Inoltre, è compito dei rivoluzionari lottare per mettere in pratica la richiesta di autodifesa organizzata democraticamente contro gli attacchi razzisti. Gli attacchi contro le case per i rifugiati, i migranti, e ora anche contro i politici di sinistra durante le campagne elettorali dimostrano che questa non è una fantasia avventata, ma piuttosto un'amara necessità, se si vuole davvero portare nelle strade posizioni di sinistra, soprattutto negli ambienti rurali e nell'Est.


PROSPETTIVE

Queste richieste non solo devono essere avanzate, ma bisogna anche lottare attivamente per ottenerle. Al momento i sindacati sono più parte del problema che della soluzione. Le loro leadership sono strettamente intrecciate al SPD e alla Linke e, per mantenere il loro apparato burocratico, continuano a sostenere e a coprire la loro politica.
I rappresentanti del SPD nei sindacati continuano persino ora a sostenere il governo. Questa cosa deve finire! Se vogliamo vincere la lotta contro la destra, dobbiamo garantire che i sindacati non si corresponsabilizzino più nella gestione della crisi e nella partecipazione aziendale con i padroni! Devono invece lottare per miglioramenti reali, contro l’austerità e i tagli sociali, e combinare attivamente questa lotta con quella contro il razzismo.

Ciò significa anche difendere l’ingresso degli immigrati e dei rifugiati nei sindacati e pronunciarsi apertamente contro tutte le espulsioni e gli accordi che tengono in piedi la Fortezza Europa, e non esitare a rivendicare l’esproprio sotto il controllo dei dipendenti come prospettiva all’ordine del giorno se qualcuno risponde che purtroppo non ci sono soldi per la spesa sociale. Ma un movimento che metta al centro queste domande non cade semplicemente dal cielo, bisogna lottare per esso. Per questo, abbiamo bisogno di una forza politica cosciente, un partito rivoluzionario, che si batta per questa prospettiva e per un programma che non sia diretto solo contro l'estrema destra e gli attacchi dei governi borghesi, ma anche contro il sistema che alimenta il razzismo.

Valentin Lambert, Susanne Kühn

Engels, duecento anni dopo


 Il filisteo socialdemocratico recentemente si è sentito preso da un salutare terrore sentendo l'espressione: dittatura del proletariato. Ebbene, signori, volete sapere come è questa dittatura? Guardate la Comune di Parigi. Questa era la dittatura del proletariato.


(frase finale dell'introduzione di Engels all'edizione tedesca di La guerra civile in Francia di Marx, nel ventesimo anniversario della Comune di Parigi, 18 marzo 1891)


Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell'altro all'abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all'emancipazione del proletariato moderno al quale Egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento.

(orazione funebre per Karl Marx, 1883)


Esattamente duecento anni fa nasceva a Barmen, in Germania, nella parte occidentale (renana) del Regno di Prussia, Friedrich Engels.
Il grande rivoluzionario fu, durante tutta la sua vita, il compagno di elaborazione teorica e di lotta politica di Karl Marx. Con una grande modestia Engels si autodefinì “il secondo violino” dell'orchestra musicale della teoria del comunismo rivoluzionario. In realtà egli fu ben più di questo. Fu il comprimario dello sviluppo del marxismo rivoluzionario su tutti i livelli. Quello teorico, politico, filosofico, storico, economico e pratico. E soprattutto fu un rivoluzionario. Le parole che egli pronunciò al funerale di Karl Marx sono le stesse che si possono dedicare a lui.

Quanti – e sono stati molti, in particolare nel nostro paese dominato da tanti provincialismi di teorici d’accatto – hanno voluto cercare di separare Engels da Marx hanno compiuto, a partire da una sostanziale ignoranza “di alto livello” e conseguente limitazione intellettuale, una vera e propria assurdità ideologica. In definitiva, anche se per alcuni senza rendersene conto, in difesa della società borghese.
C'è stato chi, a proposito del testo fondamentale di Engels Anti-Dühring, ha parlato di tale “rottura”. Semplicemente ignorava che oltre ad essere verificati gli scritti di Marx da Engels e viceversa, alcuni capitoli dello stesso Anti-Dühring sono stati scritti non da Engels, ma da Marx stesso. Parlano di testo positivista, quando in realtà è proprio un testo antipositivista, naturalmente scritto nel linguaggio della sua epoca. Chi poi ha detto che questa opera e la successiva e mai completata Dialettica della Natura sono stati le basi teoriche del cosiddetto DiaMat (materialismo dialettico) staliniano ha detto una mostruosità totale.

Non c’è qui lo spazio per ricordare anche solo brevemente la biografia di Engels. Torneremo sulla sua vita e la sua opera nel prossimo numero della nostra rivista Marxismo Rivoluzionario. Per il momento ci limitiamo a pubblicare, oltre queste righe, la brillante introduzione del 1928 all'Anti-Dühring, del teorico bolscevico David Rjazanov (fatto fucilare da Stalin nel 1938).
Ci limitiamo qui a ricordare l’impegno di Engels sulla questione della oppressione femminile, anche in congiunzione e sotto la spinta della misconosciuta Eleanor “Tussy” Marx (la figlia più giovane di Marx), come nel testo L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato. Engels fu un elaboratore anche delle posizioni ecologiche del marxismo – anche queste misconosciute perché coperte dalle tradizioni puramente “produttivistiche” della socialdemocrazia e dello stalinismo.
Infine non possiamo dimenticare l’Engels esperto militare e – anche questo dimenticato – combattente rivoluzionario. Fatto il servizio militare volontario da giovane, egli restò tutta la vita un esperto sul terreno militare, ed è per questo che egli aveva, nell'ambito familiare dei Marx, il soprannome di “Generale”.

Ma egli fu anche concretamente un combattente. Partecipò infatti, nell’estate del 1849, agli ultimi scontri della rivoluzione sconfitta, in seno all'esercito rivoluzionario del Baden, alla fine sconfitto dalle truppe monarchiche e costretto a riparare in Svizzera. C’è da dire che anche nel testo Rivoluzione e controrivoluzione in Germania (1852) parlò con grande ironia di questa sua esperienza.
Uomo di una grande simpatia e umanità, a giudizio di tutti coloro che ne hanno scritto, odiava la retorica, capiva che la cosa principale per un dirigente marxista era non di imbracciare il fucile, ma di modificare la coscienza del proletariato e dotarlo di un partito rivoluzionario, alieno dalle successive retoriche novecentesche dell’eroico guerrigliero.
Infine egli fu sempre un nemico di ogni opportunismo, pacifismo, gradualismo. La frase che poniamo in testa a questa nota sul socialdemocratico "filisteo" (gretto, di mentalità borghese, nell'uso dei tempi di Engels) ne è un esempio, e non a caso è stato scritto nel 1891, quando le deviazioni nella socialdemocrazia tedesca cominciavano a crescere. E ancora pochi mesi prima di morire, scrisse un articolo per il quotidiano del SPD tedesco in cui affermava che per la socialdemocrazia (allora rivoluzionaria) non era il momento di buttarsi verso insurrezioni di strada, ma di rafforzarsi nella propaganda ed agitazione, fermo restando che il momento della rivoluzione di massa sarebbe poi venuto. I dirigenti del partito tedesco, peraltro ancora marxisti rivoluzionari “ortodossi", eliminarono le frasi col secondo concetto, argomentando che temevano di esporre il partito alla repressione statale. Engels se ne lamentò fortemente, perché fino all'ultimo rimase certo e convinto che solo una rivoluzione violenta poteva abbattere la società borghese e aprire la via al socialismo.

Dunque questo fu Engels. Naturalmente noi marxisti-engelsiani, come sarebbe giusto dire, i santi li lasciamo alla demagogia ipocrita di preti e burocrati stalinisti. Naturalmente Engels a volte si sbagliò nei suoi giudizi, e in tale o talaltra azione personale. Ma furono episodi minori e secondari di una grande e bella vita.
A duecento anni dalla sua nascita e a più di centoventi dalla sua morte, Friedrich Engels vive nell'avanguardia del proletariato e dell’umanità che vuole ancora e seriamente lottare per abbattere lo stato di cose presente e costruire una società finalmente libera da sfruttamento e oppressione.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Linke si offre alla SPD per governare la Germania

Il Partito della Sinistra Europea ammaliato dal governo

18 Maggio 2020
La questione del governo è superata nel confronto a sinistra? Argomento del passato? I casi di Syriza, Bloco de Esquerda, Podemos e ora anche la Linke dimostrano il contrario
La Linke tedesca, partito centrale del Partito della Sinistra Europea, si candida al governo della Germania. I due cosegretari della Linke, Katja Kipping e Bernd Riexinger, hanno ufficialmente proposto alla SPD e ai Verdi di proiettare sul piano nazionale le comuni (accidentate) esperienze di amministrazione locale di Berlino e Turingia.

«Il coronavirus ci ha posto di fronte a clamorosi sconvolgimenti economici e feroci lotte per la distribuzione delle risorse. Le richieste politiche dell’intero arco della sinistra ci impongono una presa di posizione coraggiosa e un approccio comune. [...] I governi statali in cui la sinistra è attualmente coinvolta dimostrano la sostanziale differenza sociale e democratica dei partiti progressisti quando governano insieme. Adesso è importante unire le forze e impegnarsi nel cambio di direzione.»

A dire il vero i governi statali in cui la sinistra è coinvolta mostrano l'esatto opposto. Prima il governo Prodi, poi il governo Tsipras, poi il governo portoghese di Costa, e oggi il governo Sanchez-Iglesias dimostrano il «sostanziale» fatto che il coinvolgimento della sinistra nelle responsabilità del governo del capitale, in alleanza coi partiti borghesi o con la socialdemocrazia liberale, si realizza nella continuità delle politiche capitaliste. Ed anzi ha proprio la funzione di coprire a sinistra quelle politiche. Con pessimi risultati per il movimento operaio ed effetti più o meno distruttivi per la stessa sinistra di governo. Rifondazione Comunista ne sa qualcosa. Per quale ragione dovrebbe avvenire diversamente nel cuore del capitalismo europeo, a braccetto di una socialdemocrazia tedesca oggi al governo con Angela Merkel e la CDU?

Ma tant'è. Il gruppo dirigente di Linke ha fretta di offrire a SPD la dote dell'8% che le assegnano i sondaggi. Tra un anno si vota in Germania, entrare al governo è l'occasione della vita per chi non ha altro orizzonte che amministrare la società borghese.
In realtà all'interno della Linke vi sono forti dissensi e resistenze nei confronti di questa prospettiva, ma l'appello all'unità del partito da parte dei suoi segretari serve esattamente a rimuoverle.

Dopo il Bloco e il PCP portoghesi, dopo Podemos, anche la Linke si candida ufficialmente al governo del capitalismo. In questo caso della Germania, il principale paese imperialista del vecchio continente. Un paese in cui la sinistra di governo ha prodotto nella storia immani disastri, a vantaggio delle destre peggiori, come un secolo fa. Certo, si può obiettare che una volta fu tragedia ed oggi farsa. Ma la farsa può farsi tragedia molto in fretta. Già la destra di AfD denuncia la capitolazione al sistema della Linke e i suoi appetiti ministeriali. E siamo solo all'inizio.

La salvaguardia e lo sviluppo di una opposizione di classe ai governi della borghesia, il rifiuto di una compromissione nelle politiche dominanti, non è solo una necessità elementare per la difesa dei lavoratori, ma anche uno strumento di lotta alla reazione e alla sua demagogia tra gli sfruttati.
In ogni caso, dopo la vicenda di Syriza, dopo l'approdo governativo di Podemos, dopo la candidatura di governo della Linke, nessuno potrà più dire che la questione del governo è uscita dall'agenda del confronto a sinistra. Ieri come oggi, è e resta un tema strategico che fa da spartiacque tra riformismo e marxismo rivoluzionario.
Partito Comunista dei Lavoratori


LA CRISI GRECA DI FRONTE A UN PASSAGGIO CRUCIALE

LA CRISI GRECA DI FRONTE A UN PASSAGGIO CRUCIALE.

IL NO PLEBISCITARIO ALLA TROIKA APRE UNO SCENARIO NUOVO NESSUN “COMPROMESSO ONOREVOLE” CON GLI STROZZINI E' POSSIBILE IL POTERE DEI LAVORATORI E' L' UNICA SOLUZIONE PROGRESSIVA

7 Luglio 2015
La vittoria referendaria del NO alla Troika, straordinaria nella sua ampiezza, apre una nuova fase della crisi greca. Una fase cruciale per il futuro del movimento operaio, non solo in Grecia ma nell'intera Europa. 
E' utile dunque ricostruire una dinamica degli avvenimenti che ha spiazzato più volte tutti gli attori politici. 


COME E PERCHE' SI E' GIUNTI AL REFERENDUM 

A fine Giugno ( 25 Giugno) il governo Syriza/ Anel era a un passo dall'accordo con i creditori: un accordo ben poco “onorevole”, che prevedeva l'aumento dell'età pensionabile, la cancellazione delle pensioni di anzianità, l'aumento dell'Iva anche su una fascia di consumi alimentari, l'aumento pesante della contribuzione pensionistica e sanitaria per i lavoratori. Quando Tsipras si preparava a gestire un difficilissimo passaggio interno e parlamentare su questa ipotesi di accordo, già di fatto accettata, ecco il colpo di scena. I creditori buttano all'aria l'accordo. La svolta dei creditori è dovuta all'effetto combinato di pressioni convergenti: l'irrigidimento improvviso della Lagarde capo del FMI, che per puntare ad ottenere i voti degli azionisti BRICS per la propria riconferma alla presidenza del fondo, avanzava nuove richieste ultimative; la sponda immediatamente trovata nella Spagna a guida PP, timorosa dell'ascesa di Podemos e interessata alla umiliazione di Tsipras; la corsa del blocco nordico ad appoggiare l'intransigenza FMI; le difficoltà crescenti della Merkel- sino al giorno prima impegnata nella mediazione col governo greco- di fronte alla differenziazione interna al proprio gruppo parlamentare. La corda dell'accordo ufficioso già scritto veniva dunque spezzata . 

Il ricorso di Tsipras al referendum del 5 Luglio è stata la risposta alla rottura dei creditori. Non l'effetto di una diretta pressione di massa sul governo, quanto un calcolo politico del suo premier. Tsipras, già in difficoltà, non aveva lo spazio politico per aprire una nuova negoziazione al ribasso sull'ultimatum della Troika . Avrebbe significato la rottura interna di Syriza , la disgregazione della base parlamentare del governo, la rottura dello stesso asse con Anel. La convocazione del referendum, esclusa pubblicamente pochi giorni prima, diventava nella nuova situazione l'unico modo di cercare di salvare Syriza e il proprio governo; l'unico modo per cercare di ottenere con la vittoria del No il rilancio del negoziato conclusivo con i creditori. La pubblica promessa di Tsipras di “un accordo in 48 ore” dopo la vittoria del No significava esattamente questo: l'accordo ufficioso pre referendum era già stato raggiunto, si trattava solo di recuperarlo e siglarlo. 


LA VITTORIA PLEBISCITARIA DEL NO SPIAZZA TUTTI GLI ATTORI 

Tuttavia lo scontro sul referendum ha complicato il gioco di tutti gli attori politici. 

La mancata estensione della copertura finanziaria della BCE alle banche greche ( ELA) determinava la chiusura delle banche e una drammatizzazione brutale dello scontro. 
Un vasto fronte imperialista, economico e politico, puntava apertamente alla vittoria del Si attraverso la pressione drammatizzata del ricatto. L'obiettivo diventava la crisi politica del governo Syriza/ Anel, pur nella difficoltà di individuare con chiarezza una soluzione parlamentare di ricambio. La Merkel si schierava apertamente per questa prospettiva. Sull'altro versante lo stesso Tsipras dopo la chiusura delle banche ha temuto il rischio di una sconfitta e ha cercato, con la sponda francese, una riapertura negoziale a pochi giorni dal voto. Un varco rapidamente chiuso dal veto tedesco. 

La vittoria del NO, per la sua ampiezza plebiscitaria, ha dunque sorpreso tutti i protagonisti del braccio di ferro. In Europa e nella stessa Grecia. 
La vittoria ha avuto un ampiezza straordinaria nelle città e nella gioventù, con percentuali superiori all' 80%. Ha sancito il rifiuto di massa della continuità della rapina da parte dei lavoratori, dei disoccupati, della popolazione povera di Grecia. L' enorme manifestazione di massa in piazza Syntagma a conclusione della campagna del No ( 4 Luglio) era il preannuncio della vittoria nelle urne. Una sua fotografia anticipata. In questo senso la grande vittoria del NO è stata il sottoprodotto di una ripresa di radicalizzazione politica dei sentimenti di massa e della mobilitazione popolare. Per cinque mesi la negoziazione estenuante del governo Tsipras con i creditori strozzini, col continuo preannuncio di nuovi possibili sacrifici, aveva agito come fattore di congelamento e demotivazione della mobilitazione . La rottura degli accordi da parte dei creditori, e il conseguente scontro referendario, ha costituito viceversa il principale catalizzatore della ribellione. Non è la prima volta nella storia che la reazione diventa l'involontaria levatrice di una possibile rivoluzione. 


TSIPRAS PROMUOVE L'UNITA' NAZIONALE COI PARTITI BORGHESI SCONFITTI 

Il quadro è ora assai complicato, anche per Tsipras. 

Tsipras ha mantenuto fede al copione. Un minuto dopo la vittoria referendaria contro i creditori , il governo ha subito riproposto... ai creditori strozzini l'accordo già ipotizzato, secondo il piano preventivamente deciso. Non solo. Tsipras ha invocato l'unità nazionale di tutti i partiti e di tutte le classi. Ha chiesto e ottenuto la benedizione del Presidente ( reazionario) della Repubblica già a suo tempo designato in funzione della politica di distensione a destra. Ha promosso l'incontro di caminetto con i capi dei partiti borghesi battuti e umiliati dal voto, chiedendo a tutti la “solidarietà nazionale” , promettendo a tutti “responsabilità istituzionale”, offrendo così ai creditori la certezza dei voti parlamentari ai sacrifici connessi all'accordo. Ha coinvolto le gerarchie militari nella funzione di affiancamento della polizia per la “gestione dell'ordine pubblico”, per lisciare il pelo dell'Esercito. Ha messo sul piatto del negoziato con i creditori persino la testa del fedele Varoufakis, per offrire agli strozzini un utile premio simbolico di consolazione e favorire politicamente l'accordo. 

La ragione di tutto questo è una sola: dopo l'atto clamoroso del referendum e la straordinaria vittoria, Tsipras pensa di essersi coperto a sinistra e di potersi sbilanciare a destra. Ritenendo di poter far accettare più facilmente all'intero corpo di Syriza e alla propria base di massa le contropartite di un accordo con gli strozzini. Meglio se combinato con una ristrutturazione del debito o un allungamento dei tempi di pagamento. 


MA LE CONTRADDIZIONI PRECIPITANO. 

Ma la promessa di un accordo “in 48 ore” si rivela temeraria . 
La vittoria referendaria del NO ,per la sua portata, ha infatti moltiplicato le contraddizioni interne al fronte imperialista. La partita non è solo economica, ma politica, oggi più di ieri. 

Dal punto di vista economico diversi fattori militano a favore dell'accordo fra la Troika e la Grecia. Gli Usa e la Cina vogliono l'accordo perchè temono come la peste un aggravamento della crisi capitalistica in Europa. (Oltrechè per ragioni geopolitiche, nel caso in particolare degli Usa). La Bundesbank tedesca chiede alla Merkel di non perdere i miliardi di crediti verso la Grecia. Francia e Italia, potenze creditrici, chiedono di “aiutare” la Grecia a rimborsare.. le casseforti di Francia e Italia. Un'ammirevole generosità. Persino il FMI fa filtrare alle spalle della Lagarde una ragionevole e possibile ristrutturazione dell'impagabile debito greco, per continuare a sorreggere il debitore con la propria corda usuraia. Le proporzioni economiche relativamente modeste della crisi greca, misurata su scala continentale, suggerirebbero dunque un 'equa soluzione di ordinario strozzinaggio , come rivendica candidamente, da osservatore, Romano Prodi. 

Ma dal punto di vista politico, il quadro è destabilizzato. 
Sale la pressione populista nazionalista in diversi paesi capitalistici “contro i soldi ai greci”,da parte di quelle stesse canaglie che hanno finto di applaudire la vittoria del No “contro la Merkel” ( Salvini e Le Pen). La Germania e i paesi nordici hanno ancora più difficoltà a far digerire alla propria “opinione pubblica” e ai propri compositi Parlamenti nuove “elargizioni alla Grecia” dopo che l'hanno dipinta nei giorni dello scontro referendario come “inaffidabile scroccona” e “sanguisuga parassitaria” . La Spagna del PP teme ancor più di ieri l'effetto di trascinamento della vittoria di Syriza sull'ascesa di Podemos , e dunque l'effetto politico di nuove concessioni a Tsipras che possano ulteriormente arrotondare la sua vittoria. Un pezzo centrale della Socialdemocrazia europea, a partire dal SPD ( Gabriel), è terrorizzata dagli effetti di ricomposizione a sinistra che un'ulteriore vittoria simbolica di Tsipras potrebbe determinare ai suoi danni ( ascesa della Linke in Germania ad esempio) e si schiera pertanto sul versante anti greco. 

E' dunque evidente, tanto più in questo quadro, che un eventuale accordo con gli strozzini prevederebbe contropartite punitive per i lavoratori greci di certo non minori che prima del referendum. Perchè solo misure punitive potrebbero controbilanciare agli occhi dei creditori gli inconvenienti politici dell'accordo. Ma questo diverrebbe un nuovo problema per Tsipras e per i suoi rapporti di massa. Dov'è finito più che mai oggi quel “programma riformista di Salonicco” su cui Syriza vinse le elezioni? 


IL CONFRONTO DELLE LINEE A SINISTRA NEL VIVO DELL'ESPERIENZA GRECA 

L'idea che Syriza riuscisse in qualche modo a stabilizzare il quadro politico greco è naufragata in cinque mesi. Questa è la prima lezione di fondo degli avvenimenti. Tutte le contraddizioni sono precipitate sul fronte economico, politico, sociale. In Grecia e in Europa. L'idea di un compromesso “onorevole” tra lavoratori greci e capitale finanziario internazionale è relegata sempre più nel mondo delle fiabe. Mentre la crisi greca mette alla prova l'intero equilibrio politico istituzionale della UE, tra spinte all'integrazione e spinte alla dissoluzione. 

In questo quadro,tutte le opzioni strategiche delle sinistre riformiste, socialdemocratiche o staliniste, sono polverizzate una dopo l'altra dai fatti di Grecia. 

La pretesa della “Riforma sociale e democratica” dell'Unione capitalistica continentale- avanzata dalla Sinistra Europea e da Tsipras- ne esce a pezzi, sotto ogni versante. L'Unione tra Stati imperialisti del vecchio continente, a partire dal nucleo fondante franco tedesco, si regge sulla spoliazione della classe operaia e della popolazione povera di ogni paese. Nessuna riforma può cancellare la sua costituzione materiale. Lo stesso NO agli strozzini del popolo greco segna di fatto un rifiuto del capitalismo europeo. 

L'idea di una possibile via d'uscita attraverso una ricollocazione geostrategica del capitalismo greco al fianco dei BRICS- sostenuta da correnti neostaliniste, anche all'interno di Syriza- è anch'essa ridicolizzata dalla vicenda greca. Non solo ignora la natura capitalistica o neo imperialistica dei paesi chiave dei BRICS, a partire da quella Cina che oggi acquista a prezzi di saldo settori chiave dell'economia greca ( Pireo). Ma ignora lo spiacevole dettaglio che ha visto proprio i BRICS tra i principali usurai del FMI ai danni del popolo greco, in prima fila nel rilanciare i peggiori ultimatum del Fondo all'ombra di Lagarde. Il NO greco agli strozzini europei non chiede di cambiare padrone. 

Infine esce distrutta nella propria credibilità la corrente stalinista del KKE greco e la sua filiera internazionale. Questo partito, impegnato in una metodica divisione del movimento operaio greco, è giunto a boicottare il referendum contrapponendosi al NO . Si è dunque opposto alla dinamica di ribellione di massa contro la Troika. Le frasi sull'”opposizione sia a Syriza sia alla Troika” sono penose. La verità è che lo stalinismo greco si è comportato nelle urne come nelle piazze. Con una logica autocentrata di apparato, unicamente preoccupato di conservare il proprio spazio, in aperta opposizione alla domanda popolare di massa. La vittoria plebiscitaria del No ai creditori è il crollo politico e morale dello stalinismo greco. 


LA RIVOLUZIONE, UNICA SOLUZIONE 

L'unica soluzione progressiva della crisi greca passa per la rottura anticapitalista. Per il ripudio del debito ai creditori strozzini: perchè ogni negoziazione del debito espone a vergognosi ricatti e contropartite. Per la nazionalizzazione delle banche greche e la loro concentrazione in una unica banca pubblica: perchè è l'unica via per bloccare la fuga dei capitalisti, proteggere i risparmi popolari, rifondare la società greca. Per l'esproprio degli armatori e dei poteri forti del paese: perchè è l'unico modo per fare piazza pulita dei parassiti sfruttatori, concentrando nelle mani dei lavoratori le leve della ricchezza. Solo un governo dei lavoratori, imposto dalla forza di massa, può attuare simili misure. Solo EEK ( Partito operaio rivoluzionario)- la sezione greca del CRQI- si batte coerentemente per questa prospettiva. 

La straordinaria vittoria del NO alla Troika merita un'alternativa anticapitalista. Il No alla Troika e ai capitalisti ha il diritto di governare la Grecia, liberandola da oppressione, sfruttamento, umiliazioni. Ogni pretesa di subordinare il NO a un nuovo accordo con gli usurai significherebbe vanificare la vittoria . EEK si batterà sino in fondo contro ogni possibile tradimento della vittoria popolare, per il potere dei lavoratori in Grecia, per la rivoluzione socialista in Europa. 

Ai nostri compagni greci va tutto il sostegno del PCL . La loro lotta è la nostra.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI