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Svolta a destra in Sassonia: non è il momento di lamentarsi, ma di cercare di capire


 Martin Suchanek, Jaqueline Katherina Singh

Dopo le elezioni, in molti ambienti della sinistra tedesca – non solo all’interno della Linke – regna lo sgomento. Tuttavia, dopo sconfitte del genere, lo sgomento non serve a nulla. «Non lamentarsi, non ridere, non odiare, ma capire», consigliava Spinoza. E capire è proprio ciò che occorre fare, se vogliamo trarre una lezione politica dalla vittoria dell’AfD.

Non possiamo continuare per gli anni a venire a fingere che la destra possa essere fermata con appelli al “muro di fuoco”, invocando l’«unità dei democratici», sostenendo i governi della CDU «contro il fascismo» o avviando procedimenti di messa al bando dinanzi alla Corte costituzionale. Questo metodo politico separa nettamente la lotta contro l’AfD da quella contro il governo e la crisi capitalistica. Ma c’è di più: in nome della lotta contro la destra, se necessario, si stringono patti proprio con quelle forze che promuovono lo smantellamento dello Stato sociale, il riarmo e l’isolamento, si mette in secondo piano la lotta di classe e si contribuisce a gestire questa miseria. Questa strategia non ha fermato l’AfD. Anzi, ha contribuito a rafforzare la destra.

Chi vuole trarne delle conclusioni politiche deve quindi innanzitutto capire cosa sia realmente accaduto in queste elezioni.

UNA SVOLTA A DESTRA ANNUNCIATA

Il 77,8%: questa è stata l’affluenza alle urne in Sassonia-Anhalt, superiore a quella registrata in qualsiasi altra elezione per il parlamento di questo Land. Un’alta affluenza alle urne è spesso considerata un buon segno per la democrazia. Queste elezioni sfatano però l’idea che ciò vada automaticamente a vantaggio delle forze progressiste. Infatti, con il 43,8% dei voti, la forza politica più forte è stata l’AfD. Una vittoria elettorale clamorosa, ma per nulla sorprendente: da settimane questo partito populista di destra e razzista superava il 40% nei sondaggi. Nel nuovo parlamento del Land, l’AfD dispone quindi di 39 seggi su 83: mancano solo tre seggi per la maggioranza assoluta. La CDU ottiene 15 seggi, SPD, Verdi e Die Linke ne ottengono 8 ciascuno, il BSW 5. I dati più importanti possono essere riassunti in quattro punti:

Primo: la CDU subisce una sconfitta storica. Il suo consenso crolla di 19,9 punti percentuali, attestandosi al 17,2%. Una débâcle che difficilmente potrà non avere conseguenze per il governo federale, già in difficoltà, e sulle tensioni interne al partito.

Secondo: anche la Linke è tra i grandi sconfitti. Con l’8,6%,6 perde altri 2,4 punti percentuali rispetto al 2021. E già allora aveva ottenuto un risultato estremamente deludente. Sta quindi pagando il prezzo di una campagna elettorale che non ha collegato la lotta contro la destra a una chiara opposizione alla CDU, al governo federale e al sistema capitalista. Anziché presentarsi come un’alternativa di principio, si è di fatto proposta come garante della maggioranza per un governo guidato dalla CDU – un motivo non particolarmente allettante per votarla.

Terzo: il BSW, con il 5,3%, supera di poco la soglia di ingresso e potrebbe proprio ora diventare l’ago della bilancia per l’AfD, prima di scivolare nell’irrilevanza a livello nazionale.

Quarto: il successo dell’AfD non si spiega semplicemente con lo spostamento verso destra degli ex elettori della CDU. Una parte decisiva della crescita è dovuta alla mobilitazione di chi finora non votava. Su un totale di 575.037 voti, secondo i sondaggi circa 170.000 erano di ex astenuti alle ultime elezioni regionali. L’affluenza record alle urne e il successo dell’AfD non sono quindi due fenomeni distinti: sono strettamente legati.

CHI HA VOTATO PER L’AFD E PERCHÉ?

Se consideriamo le categorie lavorative, l’AfD ha ottenuto un numero particolarmente elevato di voti tra gli operai e le operaie (59%). Anche tra gli impiegati ha registrato un risultato superiore alla media, con il 46%. Tra le persone in condizioni economiche precarie ha raggiunto il 65%! In altre parole, l’AfD ha conquistato la maggioranza assoluta nella classe lavoratrice. Sebbene non esistano ancora sondaggi specifici sul comportamento elettorale dei membri dei sindacati, possiamo presumere che anche in questo caso l’AfD sia diventato il partito più votato con un netto distacco. Questo fenomeno non è nuovo, ma in Sassonia-Anhalt ha raggiunto un nuovo, drammatico picco.

A differenza di tutti gli altri partiti, l’AfD è riuscita a mobilitare e incanalare a proprio vantaggio l’insoddisfazione, l’insicurezza e la rabbia della popolazione nei confronti del governo e delle conseguenze del continuo peggioramento della situazione sociale.

A differenza di tutti gli altri partiti – compresa la Linke – l’AfD si presenta come un’opposizione radicale al governo e al «sistema». Naturalmente la sua «opposizione» è in definitiva solo di facciata, come in ogni forma di populismo di destra. L’AfD sostiene – non diversamente da altre figure di destra come Milei – un programma economico ultraliberista e lo combina con un razzismo aggressivo. Il razzismo è il programma sociale dell’AfD, che accusa l’imperialismo tedesco di non preoccuparsi della Germania, ma del mondo, dell’Ucraina e dei rifugiati. Il fatto che lo stesso governo agisca in modo massiccio contro i rifugiati e i migranti, e che il sostegno all’Ucraina sia motivato esclusivamente dagli interessi economici e geostrategici della Germania, non cambia nulla. L’AfD, tuttavia – e questo è di fondamentale importanza per gli sviluppi futuri – non rappresenta solo uno sfogatoio di destra per l’insoddisfazione, ma si presenta anche come un’alternativa per la classe dominante in Germania. E proprio tra gli artigiani, gli strati piccolo-capitalisti e la cosiddetta «classe media» (capitali di medie dimensioni) sta trovando sempre più sostenitori.

COSA SIGNIFICA TUTTO CIÒ?

Con queste elezioni, è probabile che si formi un primo governo dell’AfD. Il BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht) ha già dichiarato che sarebbe opportuno aiutare un governatore dell’Land dell’AfD a ottenere la maggioranza. Tuttavia, non vuole una coalizione formale, bensì un governo di minoranza da sostenere a targhe alterne. L’AfD, comprensibilmente, rifiuta questa proposta, ma nei prossimi giorni e settimane spererà in defezioni dalla CDU o dal BSW oppure di riuscire comunque a convincere il BSW a formare una coalizione.

Resta da vedere se si arriverà a un governo dell’AfD o piuttosto a nuove elezioni (che probabilmente solleverebbero nuovamente la stessa questione e per le quali l’AfD sarebbe in posizione di vantaggio). In ogni caso, la borghesia tedesca (e anche la CDU) potrebbe considerare la Sassonia-Anhalt come un banco di prova per verificare se l’AfD si rivelerà un difensore affidabile del capitale e se il leader dell’AfD Siegmund si trasformerà in una sorta di «mini-Meloni».

RIPERCUSSIONI SULLA POLITICA FEDERALE

Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno diverse ripercussioni sulla politica federale. Innanzitutto, aggravano la crisi politica all’interno della CDU. Il cancelliere Merz non si dimetterà, ma esce dalle elezioni nettamente indebolito. Anche il governo, già in difficoltà, subirà ulteriori perdite.

Ciò non significa affatto che cambierà rotta. Continuerà l’attacco generale contro i lavoratori dipendenti, il massiccio riarmo e la militarizzazione. Cercherà di recuperare terreno rispetto all’AfD con ulteriori attacchi razzisti, leggi sulla sicurezza più severe e una politica di “law and order”. In realtà, così facendo spingerà verso destra quei sostenitori che preferiscono votare l’originale razzista e populista piuttosto che la sua imitazione.

La crisi, la militarizzazione e la paura del futuro continueranno ad attirare elettori verso l’AfD, tanto più che non sono solo l’SPD e i Verdi ad essere strettamente coinvolti nella politica del governo. Anche i sindacati, con la loro politica di costante cedimento nei confronti del padronato e di cogestione dei licenziamenti di massa – come nel caso della VW – sostengono il governo; anzi, sono uno dei suoi pilastri sociali più affidabili.

La loro politica di collaborazione di classe con il capitale paralizza la classe operaia, impedendole di emergere come forza di opposizione. Allo stesso tempo, aggrava le divisioni esistenti, rafforzando sciovinismo sociale, nazionalismo e razzismo tra i salariati.

Se si vogliono difendere le imprese tedesche sul mercato mondiale dalla concorrenza straniera, allora è logico anche esigere che i posti di lavoro vadano prima ai tedeschi. Il fatto che centinaia di migliaia di salariati votino l’AfD anche per il suo nazionalismo tedesco dichiarato e il suo razzismo, o che lo accettino senza problemi, e che una parte significativa della classe operaia abbia una mentalità razzista, è in ultima analisi anche il risultato di una «politica operaia» concertativa e riformista, secondo la quale il capitale «nazionale» , il gruppo aziendale «del proprio paese» è più “vicino” rispetto alla classe lavoratrice dei paesi e delle aziende «stranieri».

IL DISASTRO DELLA LINKE

Non solo la CDU ha subito una debacle politica in Sassonia-Anhalt. Anche la Linke ha perso il 2,4% e, con l’8,6% e appena 112.541 voti, ha ottenuto il peggior risultato di sempre nel Land. Naturalmente, a ciò hanno contribuito anche fattori congiunturali, come i voti tattici a favore dell’SPD e dei Verdi. Naturalmente, una parte degli ex elettori è passata al BSW. Ma l’intera campagna elettorale è stata praticamente un invito a non votare la Linke. Il partito si era instancabilmente ingraziato la CDU, quasi supplicandola di avviare trattative per una futura collaborazione dopo le elezioni.

Anche il ridicolo tentativo di contendere all’AfD il termine “Heimat” (patria, ndt)– da tempo associato alle correnti conservatrici e nazionaliste – si è rivelato controproducente. Mentre a livello nazionale il partito ama presentarsi come un “partito di classe organizzato”, in Sassonia-Anhalt ha rinunciato a questa strategia, agendo piuttosto come l’ennesima associazione patriottica.

Se la Linke vuole prendere qualcosa dall’AfD, che sia almeno il modo in cui quest’ultima si presenta come opposizione intransigente. Di fronte alla finta opposizione della destra, la Linke deve fare propria, a livello politico e programmatico, una vera opposizione radicale non solo contro la destra e contro l’AfD, ma anche contro il sistema che le genera.

Chi si presenta solo come il partito della cogestione “ragionevole”, del governo condiviso e della tolleranza dello status quo, è destinato a fallire. La classe operaia non ha bisogno di un altro partito che, in caso di necessità, sostenga la CDU. Ha bisogno di un vero partito di classe rivoluzionario – e la Linke ne è ben lontana. Non è nemmeno un partito particolarmente combattivo che si opponga al capitale tedesco, alla sua ragion di Stato, al governo e ai suoi attacchi. Per questo motivo, all’interno della Linke è necessaria un’opposizione di sinistra organizzata e i rivoluzionari devono lottare al suo interno per un programma rivoluzionario.

CHE COSA FARE?

Capire non è un’azione fine a sé stessa. La domanda è: quali conseguenze politiche ne traiamo?

A) Basta con gli appelli all’unità dei «democratici»

Si tratta comunque di una finzione politica. Eppure costringe la Linke a nascondere sotto il tappeto proprio quelle contraddizioni che questo sistema capitalistico produce. Chi difende lo status quo insieme alla CDU, alla SPD e ai Verdi, lascia in balia dell’AfD coloro che ne sono delusi e se ne allontanano disillusi.

Come socialist* – e come esponenti della sinistra all’interno della Linke – dobbiamo quindi chiederci: per chi vogliamo davvero lottare? Perché gli elettori delusi dei Verdi e dell’SPD dovrebbero rivolgersi alla Linke, se alla fine si vuole comunque governare insieme a loro – e per di più alle loro condizioni? E come si possono conquistare, a maggior ragione, i milioni di astenuti, lavoratori e giovani che da tempo non ripongono più alcuna speranza in questo sistema politico?

Ciò significa non fare un solo millimetro di passo indietro in materia di antirazzismo, diritti delle donne o diritti LGBTIAQ. Al contrario: significa collegare queste lotte a una prospettiva sociale. Il nostro obiettivo non può essere quello di sottrarre qua e là uno o due punti percentuali all’AfD. Dobbiamo difendere rivendicazioni e obiettivi per tutta la nostra classe e dobbiamo condurre le lotte in modo tale da realizzarli insieme – e in questo modo indicare la strada da percorrere per rompere con il sistema capitalistico stesso.

B) Organizzare la resistenza invece di limitarsi a proclamare l’opposizione

Né la minimizzazione né l’adeguamento riusciranno a fermare l’AfD. Il compito della Linke deve essere quello di organizzare la resistenza contro i suoi attacchi razzisti, sociali, autoritari e militari e di svolgere in questo un ruolo centrale.

Ma ciò potrà avere successo solo se la sua risposta andrà oltre le frasi di circostanza sulla tolleranza e la diversità. Contro i tagli, l’aumento dei prezzi, la crisi abitativa o il degrado delle infrastrutture pubbliche occorre una risposta socialista: non calpestare chi sta sotto e litigare per briciole sempre più piccole, ma attaccare chi trae profitto da questo sistema. Non mettere i migranti contro i lavoratori tedeschi, ma condurre insieme la lotta di classe contro il capitale e il governo.

A tal fine, la Linke dovrebbe, tra l’altro, avvalersi del proprio radicamento, dei propri membri e dei propri seggi per organizzare lotte concrete, unirle e portarle alla vittoria. Infatti, la risposta all’ascesa dell’AfD non può consistere nel difendere lo status quo contro la destra e fermarsi lì. Che ciò sia possibile lo dimostrano le controproteste organizzate a Sangerhausen contro la fabbrica di armi che si intende costruire in quella città.

Spetta a noi dimostrare che esiste un’alternativa a questa situazione – e che insieme abbiamo il potere di conquistarla. Ciò è possibile, tuttavia, solo se siamo disposti a combattere e ad affrontare lo scontro.

Sanchez esternalizza i migranti in Mauritania

 


Il modello Meloni fa scuola in Spagna

Il governo Sanchez gode di buona fama in Italia. Elly Schlein indica nel governo spagnolo un riferimento esemplare. Il Partito della Rifondazione Comunista e Potere al Popolo (Rifondazione soprattutto) presentano il governo Sanchez come prova del fatto che il coinvolgimento nel governo della sinistra cosiddetta radicale può produrre effetti benefici. La presenza in Italia di un governo Meloni offre spazio a questa rappresentazione per un naturale effetto di rimbalzo.

Se non che poi ci sono i fatti. Che hanno la testa dura.

Il governo spagnolo ha assunto la linea Meloni in fatto di politiche sull'immigrazione. In realtà non da oggi. Ma oggi in forma clamorosa. L'apertura di due centri di detenzione dei migranti in Mauritania riproduce esattamente il modello Meloni in Albania. La Spagna e la UE hanno pagato al governo del generale Mohamed Ould El Ghazouani i costi dell'operazione. Un'agenzia di cooperazione che fa capo al ministero degli Esteri madrileno ha gestito in prima persona l'intera faccenda. Si tratta della classica operazione di “trattenimento” dei migranti, di esternalizzazione delle frontiere.

Per tutto il 2025, con l'attiva partecipazione di 80 agenti spagnoli, la polizia della Mauritania ha moltiplicato le retate contro i migranti. Le associazioni dei diritti umani raccontano della loro detenzione inumana, del sequestro di tutti i loro beni, e persino in qualche caso del loro abbandono in una zona desertica ai confini del Mali. L'inchiesta della Fundación porCausa, pubblicata dal quotidiano El Salto, non lascia spazio a dubbi. I dati riportati non sono stati smentiti, e sono impietosi.

In realtà la Spagna già disponeva di centri di detenzione di migranti opportunamente delocalizzati, come quelli realizzati alle Canarie. Ma i due centri aperti ora in Mauritania sono peggio: possono ospitare anche minori, persino neonati. Ciò che formalmente è vietato dalla legge spagnola.

In Spagna la vicenda ha fatto scandalo. La sinistra spagnola cosiddetta radicale, coinvolta in varie forme nel governo Sanchez, ha denunciato “l'attuazione del modello Meloni” con tanto di interrogazione parlamentare e richiesta di chiusura dei due centri. Ma non risulta abbia tratto conseguenze politiche dall'accaduto. E nessuna interrogazione cancella in quanto tale un'oggettiva corresponsabilità politica di governo.

Attendiamo di conoscere il punto di vista della sinistra cosiddetta radicale in Italia. È vero che nei governi Prodi Rifondazione accettò di peggio, anche in fatto di immigrazione (dai centri di detenzione Turco-Napolitano all'affondamento nel 1997 di una nave di migranti albanesi nel Mare di Otranto, con cento morti in fondo al mare). Ma non è una buona ragione per tacere. Tanto più se si intende tornare nell'ovile del centrosinistra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Elezioni regionali in Turingia e Sassonia: lo spostamento a destra continua

 


Pubblichiamo l'analisi dei compagni di ArbeiterInnenmacht delle elezioni in Turingia e Sassonia, che per la prima volta nella Germania del dopoguerra hanno visto vincitrice una formazione di estrema destra.



I risultati delle elezioni in Sassonia e Turingia, due stati della Germania dell'Est, non sono sorprendenti. Ma costituiscono un altro serio avvertimento alla classe lavoratrice e alla sinistra tedesca. In Turingia il risultato è il seguente: AfD: 32,8% (+9,4), CDU 23,6% (+1,9), BSW [Bewegung Sahra Wagenknecht, Movimento Sahra Wagenknecht] 15,8% (+15,8), la Linke 13,1% (-17,9), SPD 6,1% (-2,1), Verdi 3,2% (-2), FDP 1,1% (-3,9). Per la Sassonia i risultati sono i seguenti: CDU: 31,9% (-0,2%), AfD: 30,6% (+3,1%), BSW 11,8% (+11,8), SPD 7,3% (-0,4), Verdi 5,1% (-3,5), Linke 4,5% (-5,9), FPD 0,9% (-3,6).


TRE VINCITORI

Ci sono tre vincitori elettorali in entrambi i länder. In primo luogo, ovviamente, l’AfD, che è diventato il partito più forte in Turingia ed è al secondo posto in Sassonia. In entrambi gli stati AfD è riuscito soprattutto a mobilitare gli astenuti alle precedenti elezioni. Il razzismo e il populismo di destra non scoraggiano nessuno, ovviamente, anzi: sono accettabili da tempo in entrambi gli stati federali.

La maggior parte degli elettori dell'AfD non sono più solo voti di protesta: il partito di estrema destra ha effettivamente creato una base sociale significativa. Questo è ancora più allarmante perché in Turingia e in Sassonia gli elementi più a destra e semifascisti come Björn Höcke dominano il partito e aumenteranno ulteriormente la loro influenza nazionale. Inoltre, la base elettorale dell'AfD non comprende solo la piccola borghesia e le piccole imprese orientate al mercato interno, ma è diventata il partito più forte tra operai e i giovani!

In secondo luogo la CDU, che è riuscita a tenere sia in Turingia che in Sassonia, guadagnando addirittura un leggero aumento in Turingia. È probabile che in futuro riuscirà a guidare il governo statale in entrambi i casi e che continuerà a guadagnare slancio in vista delle elezioni federali. L'unico aspetto negativo è che non riuscirà ad evitare in nessuno dei due stati la partecipazione al governo del BSW [partito di Sahra Wagenknecht, scissione del partito Linke, ndt].

In Turingia, persino un governo formato da CDU, BSW e SPD potrà contare solo su 44 seggi su 88, e potrà essere bloccato dall'opposizione su qualsiasi legge. D'altra parte, potrebbe essere possibile per un governo di questo tipo fare accordi con la LINKE o addirittura con l'AfD. Per lo meno CDU e BSW potrebbero essere pronti a farlo su alcune questioni.

In terzo luogo, il BSW, che ha buone possibilità di entrare nel governo come partner di coalizione per i conservatori in entrambi i paesi. La volontà politica di Wagenknecht e soci non manca, come dimostrano le prime interviste effettuate la sera stessa delle elezioni.
Anche se sarà difficile negoziare una posizione comune sulla guerra in Ucraina, dove Wagenknecht ha di fatto una posizione campista filorussa, c'è molto accordo con i conservatori e la SPD sulla richiesta di leggi ancora più severe sull'immigrazione e sul rafforzamento della politica “legge e ordine”.


GLI SCONFITTI

Gli sconfitti sono altrettanto chiari. Come nel 2019, in entrambi gli stati la SPD è rimasta al di sotto della soglia del 10%. I Verdi sono riusciti a malapena a entrare nel parlamento della Sassonia, ma in Turingia non avranno più una rappresentanza. L’unico risultato positivo di queste elezioni dal punto di vista della sinistra è stata la prestazione devastante del FDP [Partito Liberale Democratico], che ha raggiunto poco più dell’1%. La Linke ha subìto il disastro previsto. In entrambi gli stati, in termini assoluti, ha perso più della metà dei suoi elettori e circa due terzi della sua quota di elettorato.


COSA SIGNIFICA IL RISULTATO?

Al di là del significato per i due länder federali, il risultato ha anche un grande significato politico nazionale.

1. Spostamento a destra e plebiscito razzista
I risultati non solo consolidano lo spostamento a destra a livello nazionale negli ultimi anni. Dopo gli omicidi di Solingen, una vera e propria isteria e agitazione razzista si è diffusa nel paese, che si è manifestata in ulteriori restrizioni al diritto di asilo, controlli più severi alle frontiere e espulsioni più facili. Solamente due giorni prima delle elezioni, il governo federale ha approvato nuove restrizioni sull'asilo e nuove leggi di sicurezza.

In occasione di grandi eventi pubblici, come competizioni sportive o festival, sarà imposto il divieto assoluto di portare con sé coltelli; la stessa misura potrebbe essere estesa ai cosiddetti “luoghi ad alto tasso di criminalità”, come le stazioni ferroviarie o i terminal degli autobus. In secondo luogo, sarà estesa la sorveglianza di (presunti) islamisti e “terroristi”. In terzo luogo, sono previsti tagli al sostegno finanziario e sociale per i migranti che sono entrati nell'UE attraverso un altro Stato. In futuro, si vorrebbe costringere i suddetti Stati a riprendersi questi migranti e a pagare per il loro alloggio e il loro reddito minimo. Infine, i rifugiati dovrebbero essere deportati in Paesi come l'Afghanistan e la Siria.

Mentre i conservatori della CDU/CSU, l'AfD e il BSW sostengono queste misure e non mancano di sottolineare che il governo ha accolto alcune delle loro richieste, essi non si accontentano e vogliono di più. L'AfD vuole un programma razzista a tutti gli effetti, per costringere milioni di persone a lasciare la Germania. La CDU/CSU, l'AfD e il BSW chiedono controlli permanenti sull'immigrazione e respingimenti alle frontiere: di fatto una sospensione e una rinegoziazione degli accordi di Schengen.

I risultati in Turingia e Sassonia rappresentano anche una sorta di plebiscito razzista, in cui hanno potuto vincere solo i partiti che hanno attaccato il governo da destra sui temi dell'immigrazione e dei rifugiati. Le perdite dei partiti al governo SPD, Verdi e FDP, che negli ultimi anni hanno ripetutamente accettato e fatto proprie le rivendicazioni razziste della destra, dimostrano chiaramente che questo adeguamento all’AfD e alla CDU (e recentemente anche al BSW) è inutile. Gli elettori razzisti preferiscono sempre scegliere l’originale di destra o conservatore piuttosto che la copia verde-liberale-socialdemocratica.

2. Punizione per il governo
Ma c'è un'altra ragione per la sconfitta dei partiti di governo: la politica stessa del governo. Durante la campagna elettorale, i contenuti della politica locale hanno lasciato il posto sempre più ai dibattiti sulle carenze del governo federale.

La coalizione cosiddetta “progressista” ha posizionato l'imperialismo tedesco come forte sostenitore e alleato degli Stati Uniti nella nuova guerra fredda contro Russia e Cina. Ha aumentato massicciamente le spese militari, compreso un pacchetto extra-bilancio di 100 miliardi di euro per l'esercito. Allo stesso tempo, l'inflazione ha ridotto i salari, i sussidi di disoccupazione e le pensioni. I servizi sanitari, l'istruzione e il welfare sono sottofinanziati e rischiano ulteriori tagli a causa delle restrizioni di bilancio. Il non molto radicale “Green new deal” per l'ambiente è stato sacrificato agli interessi del grande capitale tedesco. Infine, il governo - e l'imperialismo tedesco in quanto tale - è diviso sulla sua futura strategia generale e su come risolvere la crisi dell'UE.

In questa situazione, la CDU/CSU si sta preparando a tornare al governo alle prossime elezioni. L’AfD trae vantaggio dalla crisi in corso, dalle fonti di conflitto globali e dagli attacchi alla classe operaia, presentandosi come una pseudo-opposizione pseudo-radicale, nazionalista ed estremamente sciovinista. Il BSW sta cercando di costruirsi some un'opposizione populista, «conservatrice di sinistra» [secondo la definizione che questo partito dà di sé stesso, ndt], centrata sulla nazione, e più razionalmente socialsciovinista.

3. La situazione nei länder della Germania dell'est
Le perdite per i partiti al governo non sono certamente immeritate. Questi partiti hanno persino difeso il miserabile status quo nelle amministrazioni locali e sono rimasti inattivi quando intere regioni sono andate in declino. Governano come “gestori” dell’Est deindustrializzato, la cui popolazione continua a migrare. Ancora oggi qui gli orari di lavoro sono più lunghi e gli stipendi e le pensioni più bassi che negli stati della Germania occidentale. Le regioni rurali in particolare non solo soffrono a causa della migrazione, ma sono anche lasciate indietro nello sviluppo delle infrastrutture. Gli insediamenti industriali e della logistica rappresentano isole commerciali in una regione svantaggiata, e non “paesaggi fioriti”.

L’ulteriore “frammentazione” dell’attuale sistema partitico è particolarmente evidente nei parlamenti degli stati della Germania dell’est. L’SPD, ma anche la Linke, stanno perdendo la loro base di massa, o l’hanno già persa. Anche la CDU è toccata da questo processo, nonostante sia riuscita ad affermarsi alle elezioni come “partito popolare”.

Non è un caso che questo processo sia particolarmente pronunciato nell'Est, perché la classe capitalista locale è più debole, e i piccolo-borghesi e le classi medie rappresentano un ambiente meno stabile, che ha potuto sviluppare meno fiducia nel “loro” Stato e nei “loro” partiti che all'Ovest. Ciò che rende il populismo di destra dell’AfD ancora più efficace. Si alimenta anche della delusione e della frustrazione di quei settori di classe operaia politicamente arretrati riguardo alle politiche dell’SPD e della Linke, per i quali i Verdi sembrano essere un’alternativa in misura minore che nell'Ovest.

Nella situazione attuale, la base elettorale instabile dei partiti storici non va solo a vantaggio dell’AfD, ma anche dei «conservatori di sinistra» della BSW. L’AfD ha indubbiamente consolidato una base sociale stabile. I prossimi anni dimostreranno se i successi del BSW dureranno o si riveleranno un fuoco di paglia, data la sua probabile partecipazione al governo come partner della CDU.


LA DEBACLE DELLA LINKE

La Linke entra nel parlamento regionale della Turingia avendo perso moltissimi voti. In Sassonia resta ben al di sotto della soglia del 5%, anche se è entrata comunque in parlamento regionale attraverso l'elezione diretta di due rappresentanti nella città di Lipsia. Un mandato è stato ottenuto da Juliane Nagel, dell'ala destra del partito, con il 36,5%; l'altro da Nam Duy Nguyen, sostenitore di Marx21 [una delle correnti della sinistra del partito, ndt], con il 39,8%.

Questi risultati, tuttavia, non possono essere motivo di compiacimento. Lipsia è tradizionalmente una roccaforte della sinistra in Sassonia, e il fatto che il partito sia riuscito a entrare in parlamento non dovrebbe impedirci di riconoscere la debacle elettorale della Linke. Questo partito non trova una risposta convincente a molte domande, come il cambiamento climatico, il riarmo, i tagli sociali, la crisi sanitaria e il fallimento del sistema di istruzione.

Sulle guerre a Gaza e in Ucraina, si limita al massimo a risposte pacifiste. Sulla questione del razzismo, pur rifiutando le nuove leggi e difendendo il diritto di asilo, non mobilita i propri membri ed elettori – così come non li mobilita su molti altri temi – in opposizione a questi attacchi.

In breve, la Linke non rappresenta per le masse un'opposizione anticapitalista e nemmeno un’alternativa radicale, anche se tra i suoi elettori sia in Sassonia che in Turingia ci sono i settori più politicamente consapevoli della classe operaia e dei giovani che, soggettivamente, vogliono seriamente opporsi a questo spostamento a destra. Il disastro della Linke è reso ancora più drammatico dall'assenza di qualsiasi valida alternativa di massa a sinistra, sia in Turingia che in Sassonia.


LA LOTTA CONTRO LA DESTRA SIGNIFICA LOTTA DI CLASSE

Indipendentemente da come andrà a finire con la formazione dei governi in Turingia e Sassonia, nei prossimi anni saremo esposti a un ulteriore spostamento a destra in entrambi gli stati, il che significherà anche razzismo aperto nelle strade e attacchi ai migranti, ma anche ai militanti antirazzisti e antifascisti.

Se si vuole davvero fare la differenza, bisogna essere pronti a lottare per cambiamenti seri, contro il governo e il capitale. Chi parla di conventio ad excludendum nei confronti della destra e del razzismo non devono rimanere in silenzio sulle cause dello spostamento a destra, e devono assumere una chiara posizione di classe.

Per cambiare effettivamente gli attuali equilibri di potere, i membri attivi delle organizzazioni di classe e delle organizzazioni dei migranti, compresi sindacati, Linke e perfino SPD, devono essere chiamati a organizzare riunioni e mobilitazioni nei loro luoghi di lavoro, scuole e università, e a condurre attivamente la discussione sul razzismo e la crisi economica che lo alimenta. Le manifestazioni e i cortei – come la mobilitazione contro il congresso di AfD – possono essere utilizzati come punto di partenza. Tuttavia, l’obiettivo deve essere quello di creare comitati d’azione.

Per avere un chiaro profilo politico sono necessarie rivendicazioni chiare. Anche se è la crisi economica a dare slancio alla destra, non si deve pensare che sia sufficiente limitarsi a semplici miglioramenti economici. Alla base delle azioni comuni bisogna proporre:

- No alle leggi razziste! Stop alle espulsioni! Frontiere aperte e pieni diritti di cittadinanza per tutti coloro che vivono qui!
- Lotta congiunta contro le radici sociali del fascismo e del razzismo!
- Lotta congiunta contro l’inflazione, i bassi salari, la povertà e la carenza di alloggi!
- Salario minimo di 15 euro l'ora, pensione minima e indennità di disoccupazione di 1.600 euro al mese per tutti!
- Cento miliardi [la stessa cifra che Scholz ha dichiarato di voler devolvere al fondo permanente per le spese miliari, ndt] per l’istruzione, l’ambiente, le pensioni e la sanità, invece del riarmo, finanziati tassando i ricchi!

Inoltre, è compito dei rivoluzionari lottare per mettere in pratica la richiesta di autodifesa organizzata democraticamente contro gli attacchi razzisti. Gli attacchi contro le case per i rifugiati, i migranti, e ora anche contro i politici di sinistra durante le campagne elettorali dimostrano che questa non è una fantasia avventata, ma piuttosto un'amara necessità, se si vuole davvero portare nelle strade posizioni di sinistra, soprattutto negli ambienti rurali e nell'Est.


PROSPETTIVE

Queste richieste non solo devono essere avanzate, ma bisogna anche lottare attivamente per ottenerle. Al momento i sindacati sono più parte del problema che della soluzione. Le loro leadership sono strettamente intrecciate al SPD e alla Linke e, per mantenere il loro apparato burocratico, continuano a sostenere e a coprire la loro politica.
I rappresentanti del SPD nei sindacati continuano persino ora a sostenere il governo. Questa cosa deve finire! Se vogliamo vincere la lotta contro la destra, dobbiamo garantire che i sindacati non si corresponsabilizzino più nella gestione della crisi e nella partecipazione aziendale con i padroni! Devono invece lottare per miglioramenti reali, contro l’austerità e i tagli sociali, e combinare attivamente questa lotta con quella contro il razzismo.

Ciò significa anche difendere l’ingresso degli immigrati e dei rifugiati nei sindacati e pronunciarsi apertamente contro tutte le espulsioni e gli accordi che tengono in piedi la Fortezza Europa, e non esitare a rivendicare l’esproprio sotto il controllo dei dipendenti come prospettiva all’ordine del giorno se qualcuno risponde che purtroppo non ci sono soldi per la spesa sociale. Ma un movimento che metta al centro queste domande non cade semplicemente dal cielo, bisogna lottare per esso. Per questo, abbiamo bisogno di una forza politica cosciente, un partito rivoluzionario, che si batta per questa prospettiva e per un programma che non sia diretto solo contro l'estrema destra e gli attacchi dei governi borghesi, ma anche contro il sistema che alimenta il razzismo.

Valentin Lambert, Susanne Kühn

Al fianco di Mimmo Lucano


 In una società a misura d'uomo i diritti umani non possono subire limitazioni in base alla nazionalità e ai confini. Ogni individuo in quanto tale dovrebbe godere degli stessi diritti.


Poco meno di un mese fa in Svizzera, nella città di Berna, è stato consegnato a Domenico Lucano “il 26esimo premio libertà", perché nei rapporti con i profughi del Mediterraneo, sbarcati sulle spiagge, osa percorrere delle strade completamente nuove.

Egli considera queste persone come una chance, le integra in modo costruttivo nel suo Comune, affrontando in questo modo la decennale emigrazione della popolazione calabrese. «Mimmo Riace» è un pioniere per l’atteggiamento umano dell’Europa nei confronti dei profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente”!

Viceversa in Italia il becero sciovinismo troglodita, trasforma Mimmo Lucano da “pioniere dell’integrazione” a uomo dedito all’associazione a delinquere, responsabile di crimini come: abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, insomma da filantropo a delinquente. Questo emerge dalla motivazioni depositate dal Tribunale di Locri.

Risulta chiaro che l’accusa a Mimmo Lucano è un’accusa politica. Solo uomini congelati dal giustizialismo borghese, capaci solo di “eseguire gli ordini” possono apprezzare tali accuse. La vicenda Lucano non è una vicenda che lucra il modello normo-costituito borghese, molto più semplicemente lo mette in discussione e per questo viene punito.

In tutta questa vicenda surreale Mimmo Lucano viene dipinto come un uomo prono alla criminalità. Certo, se fosse stato furbo, senza principi e avesse voluto arricchirsi con la politica, avrebbe dovuto scegliere un’altra organizzazione politica, un altro partito come ad esempio Fratelli d’Italia. Non a caso, è proprio la destra reazionaria di Fratelli d’Italia in combutta con la Lega, a far leva sulla sentenza del tribunale di Locri per difendere e rilanciare le proprie politiche criminali contro i migranti nel nome del ”prima gli italiani”. Magari per coprire i propri italianissimi esponenti coinvolti, quelli sì, negli affari della criminalità organizzata. Personaggi come Rosso, Pittelli esponenti di Fratelli d’Italia sono finiti al centro di indagini riguardanti la criminalità organizzata (‘Ndrangheta), oppure Enzo Misiano, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Ferno (Varese), dove la magistratura è piombata su di lui con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso inserita nell’ambito dell’inchiesta Krimisa sulle infiltrazioni della ‘Ndrangheta in Lombardia, ecc.

Colpisce, ma non più di tanto, che alla campagna reazionaria di criminalizzazione di Lucano si sia accodato Marco Travaglio e il suo circo editoriale nel nome della sacralità della magistratura e delle sue sentenze. A riprova che “la difesa della legalità” borghese non ha di per sé alcuna valenza democratica e progressiva, e che l’avallo fornito alla cultura "manettara" dei Di Pietro e degli Ingroia da parte della sinistra riformista in anni recenti ha solo innaffiato il giardino del populismo reazionario di marca “giustizialista” che nel giro di pochi anni ha visto calare la scure della magistratura, in modo massiccio, sui suoi propri rappresentanti.

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà a Mimmo Lucano, ricordando le sue stesse parole«è stato il modello della libertà e del rispetto dei diritti umani e non è stato qualcosa di scritto che abbiamo sperimentato dopo uno sbarco. C’è stata molta spontaneità in un luogo limite dove ci sono tantissime problematiche sociali e il messaggio che è venuto fuori è che è possibile, nonostante le difficoltà del territorio».

Non c’è soluzione della questione immigrazione all’interno della società capitalista. Ma da rivoluzionari difendiamo e difenderemo sempre chi contrasta le politiche reazionarie contro i migranti esponendosi per questo alle vendette della magistratura e dello Stato borghese. Per questo diciamo: “Giù le mani da Mimmo Lucano!”.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'addio di Pablo Iglesias

 


Quella di Podemos è l'ennesima parabola di una sinistra riformista che consuma le proprie fortune sui banchi ministeriali, e che così contribuisce alla vittoria della reazione

Le elezioni di Madrid hanno registrato un tracollo elettorale del PSOE, che perde il 10% dei voti, e la forte affermazione elettorale del PPE, combinata col consolidamento dell'estrema destra di Vox.
Il risultato non ha solo una valenza locale. Era la prima prova elettorale del nuovo governo Sanchez-Iglesias in Spagna. Un disastro. Le dimissioni di Pablo Iglesias col suo addio alla politica ne sono un portato.

Podemos non ha registrato una débâcle dal punto di vista elettorale. Il 7% riportato gli consente di avere una rappresentanza nel consiglio comunale di Madrid. Ma politicamente è il vero sconfitto. Pablo Iglesias si era dimesso da vicepresidente del governo Sanchez per candidarsi a Madrid. Lo scopo era sbarrare la strada alla destra. Tutta la sua campagna elettorale si è fondata sulla denuncia del pericolo franchista e sulla difesa della democrazia. La parola d'ordine era “no pasaran”, mutuata dall'esperienza del fronte repubblicano nella guerra civile del 1936-1939.
La candidatura di Iglesias si era presentata come la garanzia della vittoria. Il gesto delle dimissioni dalla vicepresidenza ministeriale per candidarsi a Madrid voleva essere inoltre un atto di rilancio dell'immagine pubblica di Iglesias e di Podemos come partito capace di sacrificare il potere all'interesse superiore della “democrazia” e della sua vittoria. Ma il gesto estetico finalizzato all'immagine è stato sepolto dal risultato.

Il governo Sanchez-Iglesias non ha realizzato alcuna politica di svolta. La sua gestione della pandemia è stata del tutto simile a quella di ogni altro governo borghese europeo. Come in Italia, è emerso lo sfascio della sanità pubblica, lo scandalo della sanità privata, l'assenza della medicina territoriale, la gestione criminale delle case di riposo degli anziani. Sanchez e Iglesias hanno amministrato lo sfascio, cui i precedenti governi di destra e di sinistra avevano pesantemente contribuito.

Ma soprattutto, il governo ha marcato la continuità col passato sul terreno delle politiche sociali. Tutta la politica di bilancio e del lavoro è stata affidata alla grande concertazione con il padronato e le burocrazie sindacali. Le promesse di superamento del precariato sono rimaste lettera morta, con la permanenza di tutta la legislazione precedente. La strombazzata patrimoniale, di entità esclusivamente simbolica, si è ridotta ad una possibile opzione facoltativa delle amministrazioni regionali. Le politiche sull'immigrazione sono rimaste inalterate, ed anzi si sono appesantite in fatto di respingimenti e negazione dell'approdo, a partire dalla Canarie e da Ceuta e Melilla. Infine, per incassare le risorse del Recovery Plan, il governo ha aperto un negoziato interno per l'aumento dell'età pensionabile.

Coi suoi quattro ministri, Podemos è parte integrante e inseparabile di questa politica del capitalismo spagnolo. Il partito sospinto nel 2011 dal movimento degli indignados è oggi un ingranaggio del potere, utile paravento al PSOE per coprire e legittimare a sinistra la continuità della politica del capitale.
Tutti gli spartiti retorici di Pablo Iglesias sono stati recitati: quello del “partito degli onesti”, “né di destra né di sinistra”, quello della “vera socialdemocrazia” spagnola candidata al sorpasso del PSOE, quello del pungolo decisivo sul PSOE per costringerlo al cambio di passo, quello della diga decisiva contro la destra... Ora che tutte le maschere sono cadute, il re è davvero rimato nudo: l'ennesima parabola di una sinistra riformista che consuma le proprie fortune sui banchi ministeriali, e che perciò stesso contribuisce alla vittoria della reazione.
A segretaria di Podemos ora si candida l'attuale ministra del lavoro Yolanda Diaz, che viene dalla storia dello stalinismo spagnolo (PCE), in perfetta continuità con la politica del predecessore, e semmai con un tratto ancor più moderato. Podemos resterà ancor più incardinato al governo di coalizione col PSOE, in una compromissione ancor più stringente. Come già il PRC, come già Syriza, come già il PCP e il Bloco de Esquerda in Portogallo, come si candida a fare in un prossimo futuro la Linke tedesca. La ruota del riformismo gira su se stessa, e non riserva sorprese.

La costruzione di una sinistra classista e rivoluzionaria è all'ordine del giorno in Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lingua batte dove il dente duole

 


Prodi e Acerbo in singolar tenzone

29 Aprile 2021

Breve storia vera del PRC di governo, contro le storie riscritte a proprio uso e consumo

Un passaggio polemico di questi giorni tra Romano Prodi e Maurizio Acerbo getta un fascio di luce su vicende passate, ma anche sul presente e sul futuro (1).

L'episodio è noto. Romano Prodi ha accusato Salvini di essersi «bertinottizzato», cioè di aver assunto un ruolo di lotta e di governo simile a quello usato dal Partito della Rifondazione Comunista tra il 1996 e il 1998 verso il suo esecutivo. Bertinotti risponde attraverso un'intervista al Fatto Quotidiano dicendo che quella di Prodi è un'ossessione compulsiva nei suoi confronti, e che in ogni caso la vicenda riguarda un'altra era geologica e non è il caso di tornarci. Maurizio Acerbo sente invece il bisogno di intervenire da segretario del PRC in difesa della «storia collettiva di un partito che democraticamente fece una scelta di coerenza andando controcorrente e pagando un prezzo enorme per aver detto la verità forse troppo in anticipo sui tempi». Il riferimento è alla scelta di ritirare il sostegno al governo Prodi nel 1998. Ma verità e coerenza, come vedremo, c'entrano davvero poco con la politica del PRC.

Acerbo (oggi) dichiara: «Se nel 1998 [...] Rifondazione Comunista decise di non continuare a regalare voti a un governo che privatizzava e precarizzava [...] [fu] perché quel governo portava avanti un impianto programmatico che andava contro gli interessi di lavoratrici e lavoratori, di precari e disoccupati, perché si operava una trasformazione liberista del centrosinistra seguendo i dettami dei trattati europei che Rifondazione ha il merito storico di aver criticato in anticipo. E se si vogliono proprio fare paragoni fu il suo governo ad attuare il blocco navale contro i profughi albanesi in maniera altrettanto più cruenta dei porti chiusi del leader leghista. Vogliamo ricordare l'unico caso di affondamento di un barcone di immigrati ad opera della marina militare?».

Nulla da eccepire sugli esempi. Potremmo aggiungerne altri. Ma disgraziatamente compromettono tutta l'impostazione del ragionamento di Acerbo. La prima domanda che essi richiamano non è “perché il PRC ruppe con Prodi?”, ma "perché il PRC sostenne per più di due anni un governo così antioperaio e persino criminale?".

Vediamo allora di ricostruire la vicenda raccontandola tutta e per bene. Anche e soprattutto a chi non l'ha vissuta in prima persona.

Nel 1996 Rifondazione Comunista realizzò un accordo politico di desistenza con il centrosinistra nelle elezioni politiche, con la prospettiva di appoggiare il suo governo. La sinistra rivoluzionaria all'interno del PRC si oppose frontalmente e da subito a questa scelta, denunciandone la natura e prevedendo il suo sbocco. La nostra opposizione a tale prospettiva era semplice. Il centrosinistra a guida Prodi era nato come punto di riferimento della grande borghesia italiana. Il suo programma era il programma del padronato, a partire dalla rivendicazione dei trattati di Maastricht. Un sostegno del PRC all'eventuale governo Prodi avrebbe significato appoggiare il governo del capitale contro le ragioni del lavoro, e ridurre a carta straccia lo stesso programma formale del partito.

Ma la maggioranza del gruppo dirigente tirò dritto. Fausto Bertinotti e Armando Cossutta, con l'attivo sostegno di Paolo Ferrero e Marco Rizzo, entrarono nella maggioranza di governo e ne condivisero le responsabilità per oltre due anni. Due anni pesantissimi. Furono gli anni di massimo scardinamento delle conquiste e diritti del movimento operaio: introduzione del lavoro interinale (pacchetto Treu); record delle privatizzazioni in Europa; drastici tagli alla spesa sociale con finanziarie di lacrime e sangue pagate da sanità, lavoro, istruzione; istituzione dei campi di detenzione dei migranti con la legge Turco-Napolitano; militarizzazione del contrasto all'immigrazione coi barconi affondati dalla marina militare nello stretto di Otranto, come (oggi) lo stesso Acerbo ricorda. Tutto ciò che negli anni e decenni successivi avrebbe dilagato fu introdotto in Italia dal primo governo Prodi tra il 1996 e il 1998, sulla scia dei governi Amato (1992) e Dini (1995).

La domanda cui Acerbo dovrebbe rispondere è semplice: perché il PRC per due anni ha sostenuto la politica dei padroni contro gli operai e le ragioni degli oppressi che (oggi) lo stesso Acerbo denuncia? Perché per due anni la maggioranza dirigente del partito ebbe il coraggio di presentare come “finanziarie di svolta” le politiche di austerità e dei sacrifici che (oggi) lo stesso Acerbo descrive?

Il segretario di Rifondazione non solo ignora questi interrogativi elementari, ma complica ulteriormente la sua situazione con gli argomenti successivi: «Per due anni [Rifondazione Comunista] diede appoggio esterno con fin troppa generosità unitaria votando persino provvedimenti come il pacchetto Treu che andavano contro i suoi principi. Prodi pretendeva che Rifondazione supinamente accettasse un programma che non era il proprio...».

Ma Rifondazione aveva accettato e votato per due anni un programma che era l'opposto del proprio, cioè il programma del capitalismo italiano. L'aveva difeso pubblicamente coprendo la burocrazia sindacale e la concertazione. L'aveva difeso all'interno del partito attaccando frontalmente l'opposizione interna, colpevole di non valorizzare successi e risultati del PRC.
Persino il pacchetto Treu che (oggi) Acerbo scopre come contrario ai principi del PRC fu presentato allora nella Direzione Nazionale del partito come successo del gruppo dirigente a difesa dei lavoratori. Furono solo sette i voti contrari in Direzione, in uno scontro durissimo in cui la maggioranza dirigente di Bertinotti, Cossutta, Ferrero e Rizzo richiamò il dovere della disciplina.

Ciò che Romano Prodi «pretendeva» era semplicemente che il PRC proseguisse il cammino compiuto in due anni. Invece Bertinotti decise la rottura. Ruppe forse per ragioni di principio, dopo averle calpestate per due anni? No. La finanziaria del 1998 su cui si realizzò la rottura era oltretutto acqua e sapone rispetto a quella di lacrime e sangue che l'aveva preceduta, e che il PRC aveva elogiato.
Perché allora la rottura? Perché Bertinotti si era convinto che l'appoggio a Prodi era ormai logorato e che la maggioranza di governo richiedeva un ricambio. Fu l'operazione “Dalemone”, come allora la stampa borghese la chiamò. Era l'illusione che, caduto Prodi, il PRC avrebbe potuto negoziare un accordo più avanzato con un governo D'Alema, e presentare anzi come un proprio successo la nascita di un governo guidato da un ex dirigente del PCI. Ciò che Bertinotti non aveva calcolato era la scissione interna da destra di Cossutta, Diliberto e Rizzo, che privò il PRC della maggioranza del suo gruppo parlamentare, fondò il Partito dei Comunisti Italiani e gestì in proprio l'appoggio a D'Alema (bombardamenti su Belgrado inclusi), rendendo irrilevanti i numeri parlamentari ormai residuali del PRC, costretto per questa via all'opposizione.

Perché allora scaricare su Prodi la responsabilità della rottura del 1998? Prodi faceva il suo mestiere di uomo del padronato, quale era sempre stato, e sarà in seguito. Di certo altri non avevano fatto per oltre due anni i difensori dei lavoratori, figuriamoci quello di comunisti.

Peraltro il passaggio all'opposizione del PRC, obbligato dal fallimento dell'operazione Dalemone, non significò in alcun modo un cambiamento di rotta strategica del partito, come pensavano Maitan e Turigliatto (che giunse a parlare addirittura di una svolta rivoluzionaria del PRC). Tanto è vero che il PRC tornò al governo pochi anni dopo con un ministro (Ferrero), diversi sottosegretari, e un Presidente della Camera (Bertinotti). E tanto è vero che per altri due anni riprese la politica di lacrime e sangue del capitale, inclusa la famigerata riduzione delle tasse sui profitti (IRES) passata in un solo anno dal 34% al 27% con la finanziaria del 2007. Chi era il Presidente del Consiglio? Romano Prodi, naturalmente. La sola differenza col primo governo Prodi fu che il PRC era ancor più coinvolto, ancor più remissivo verso il centrosinistra di dieci anni prima. Anche perché doveva farsi perdonare da Prodi la rottura del 1998.

Qualche compagno del PRC obietterà: "d'accordo, avrete pure ragione, ma il partito ha fatto autocritica, basta rinfacciarci vecchi errori”.
Ma l'obiezione non coglie il punto. In primo luogo non si tratta di errori, ma del sostegno a governi padronali e alle loro politiche. O qualcuno può pensare che il voto a favore del lavoro interinale o delle missioni militari sia un errore sulla via del socialismo?
In secondo luogo, non c'è alcuna autocritica nelle parole di Acerbo. Al contrario. Attribuire a Prodi la responsabilità della rottura è non solo rimuovere il bilancio politico di una propria scelta (peraltro ripetuta), ma confermare indirettamente il canovaccio strategico di prospettiva che la ispirò.

Lo prova in modo incontestabile la parte conclusiva del testo di Acerbo: «[Prodi] rifiutò di accettare proposte come la riduzione d'orario di lavoro a parità di salario che in altri paesi come la Francia governi progressisti stavano approvando. [...] Biden per avere il sostegno di Sanders e Cortez ha dovuto far proprie una parte delle loro proposte e [...] il Portogallo, primo paese europeo a presentare il proprio Recovery Plan in Europa, è governato da un centrosinistra con appoggio esterno dei nostri compagni del PCP e del Bloco de Esquerda. Il centrosinistra italiano ha teso col maggioritario invece a radere al suolo la sinistra radicale negandone persino la legittimità delle ragioni».

Qui davvero il cerchio si chiude. L'esempio evocato da Acerbo dimostra infatti qual è la prospettiva strategica vera del gruppo dirigente del PRC: un governo borghese di centrosinistra che negozi con la sinistra cosiddetta radicale, e che quest'ultima possa appoggiare. Può essere un governo Jospin, che bombardò la Serbia col sostegno dei ministri del Partito Comunista Francese. Può essere l'amministrazione Biden, che gestisce con politiche keynesiane il più grande imperialismo del pianeta, col consenso attivo di Wall Street e (purtroppo) di Sanders. Può essere il governo Costa, che in Portogallo ha tagliato drasticamente gli investimenti pubblici col sostegno del Partito Comunista Portoghese e del Bloco de Esquerda. Non vengono citati il governo Tsipras, che ha gestito le politiche della Troika, o l'attuale governo Sanchez di Spagna, che sta negoziando con Podemos l'aumento dell'età pensionabile, ma sarà sicuramente una dimenticanza.

La verità è che chi non fa il bilancio del passato è destinato a ripeterlo. È sempre accaduto in tutta la storia del movimento operaio. Se l'orizzonte strategico del PRC, nonostante e contro l'esperienza di più di vent'anni, resta quello di un governo borghese progressista in cui compromettersi, un interrogativo di fondo dovrà pur porsi circa la riformabilità di quel partito.




(1) Rifondazione: Gravi dichiarazioni di Prodi, incapace di riflettere sui danni che ha fatto al paese, http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=46646

Partito Comunista dei Lavoratori

Sosteniamo la lotta delle lavoratrici dell’Hotel Gallia e di tutte le donne oppresse!

 


Venerdì 15 gennaio 2021 si è tenuto un presidio davanti alla prefettura di Milano per quanto riguarda la vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici dell'Hotel Gallia.

Condividiamo e diffondiamo il comunicato del Comitato 23 settembre, che ha espresso la propria solidarietà a questa lotta contro l'attacco dell'arroganza padronale.
Vorremmo sottolineare che per le donne questa fase di crisi aggravata dalla pandemia si manifesta con la drammatica situazione dell'attacco al lavoro e al salario.
Come se non bastasse, tante donne sono alle prese con una difficile ricollocazione nel mondo del lavoro, sia per motivi legati al lavoro di cura, caricato sulle loro spalle all'interno delle mura domestiche, sia per la repressione in atto da parte dei padroni. A questa poi si aggiunge un particolare e diffuso clima repressivo nei confronti delle donne che si espongono e rischiano per difendere il proprio posto di lavoro: quello di una certa collettività silente o addirittura contraria a queste lotte, che pensa di tacciare come “problematici” gli atteggiamenti di chi sta compiendo delle scelte giuste e inopinabili, lasciandole ai margini come soggetti scomodi.

Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene qualsiasi lotta progressiva che miri alla difesa del salario, all'abbattimento del sistema degli appalti e delle esternalizzazioni, che rivendichi un salario di disoccupazione per chi il lavoro non ce l'ha. Appoggia ogni lotta per l'emancipazione delle lavoratrici e di tutte le donne oppresse, per la loro completa autodeterminazione e liberazione dalle catene del capitalismo e del patriarcato.


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione donne e altre oppressioni di genere




Solidarietà alla lotta delle lavoratrici dell’Hotel Gallia


Piovono pietre sulle lavoratrici dell’Hotel Gallia.
Gli alberghi di lusso, ecco un settore che negli anni ha avuto nella Milano capitale della moda una inarrestabile espansione, un settore in cui si lucrano ingenti profitti grazie alla clientela di super ricchi e soprattutto al supersfruttamento dei lavoratori che vi operano e, ultimo anello della catena, delle lavoratrici delle pulizie. Le condizioni di lavoro, quando il lavoro c’era, erano una sintesi del peggio: grazie al sistema degli appalti, paghe da fame e lavoro a cottimo! Con il cambiamento continuo delle ditte appaltatrici, malattie e maternità non pagate, mancati rimborsi del 730 e la perdita di ogni diritto al mantenimento del posto di lavoro.

Con l’emergenza Covid, le lavoratrici dell’Hotel Gallia sono in cassa integrazione con uno stipendio da fame: essendo tutte a part time, la cassa per alcune è di 300 euro al mese. Da mesi lottano per il riconoscimento dei loro diritti e prima di tutto per la conferma del posto di lavoro. Presidi, manifestazioni e interminabili trattative sindacali non hanno finora evitato la beffa dell’ennesimo cambiamento della ditta che avrebbe dovuto rilevare l’appalto e quindi riassumerle.

La ripresa della lotta a questo punto è una via obbligata, come è necessario attivare una campagna di solidarietà verso tutti i lavoratori e le lavoratrici del settore (più di 30.000 nel milanese) che dovranno affrontare lo stesso destino, nella prospettiva della costruzione di una mobilitazione generale prolungata, che preveda, tra i diversi punti rivendicativi, la cancellazione di tutte le esternalizzazioni e privatizzazioni.

Come ogni crisi, anche questa sarà usata dalle grandi imprese (fra cui quelle del turismo di lusso) per ricevere dallo stato più aiuti del solito e ristrutturare, allontanando ulteriormente quella che dovrebbe essere la naturale collocazione delle lavoratrici, e cioè la loro assunzione da parte della struttura in cui si svolge il loro lavoro e il riconoscimento di tutte le garanzie, tra cui la stabilità del posto di lavoro, la garanzia di un salario dignitoso e in particolare, nell’emergenza sanitaria, oltre alla copertura del 100% del salario, il rispetto delle norme di protezione dal contagio.

Il nostro comitato vuole contribuire a rompere il silenzio sulle lotte delle lavoratrici, e di tutte quelle donne, molte delle quali immigrate, che dopo anni di crisi saranno le prime a dover affrontare nei prossimi mesi il licenziamento e la mancanza di servizi programmata per affrontare l’emergenza.

Una situazione difficile che rischia di diventare insostenibile, che non può certo essere risolta a livello individuale.

Denunciando questa situazione, i veri responsabili dello sfruttamento del lavoro, e il carattere sessista e razzista di questo sistema sociale, vogliamo dare voce a tutte le realtà di lotta sui vari fronti dell’oppressione femminile e batterci per creare collegamenti e lotte sempre più estese e unitarie.

Con questo spirito partecipiamo al presidio che si terrà venerdì 15/1, davanti alla prefettura di Milano.



comitato23settembre@gmail.com

Comitato 23 settembr

Contro la repressione, unità di classe!

 

Tutte e tutti a Modena il 3 ottobre

1 Ottobre 2020


No alla repressione antioperaia! Facciamo fronte unico contro la dittatura padronale e dello Stato borghese!

Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene, partecipa e invita fortemente lavoratrici e lavoratori e le loro organizzazioni a partecipare alla manifestazione in difesa delle operaie e degli operai che nel territorio di Modena stanno subendo la persecuzione giudiziaria direttamente funzionale agli interessi padronali. La mostruosità del maxiprocesso intentato dalle autorità giudiziarie dello Stato borghese deve essere rigettata dalla classe lavoratrice. Quello Stato che proprio in questi mesi di pandemia ha dimostrato la propria responsabilità criminale perseguìta nel dissesto trentennale della sanità pubblica e nella messa a repentaglio della sicurezza per milioni di lavoratori con la conseguenza di decine di migliaia di morti.
Non si tratta solamente di esprimere la propria scontata solidarietà, ma di organizzare la propria autodifesa pregiudicata dalle istituzioni dello Stato piegato, come sempre, alle esigenze padronali. Il reato di cui si sarebbero macchiate queste lavoratrici e questi lavoratori è semplicemente quello di aver scioperato, organizzato picchetti e occupazioni, in difesa di diritti salario e sicurezza, ossia i normali e tradizionali strumenti della lotta di classe. Il mondo del lavoro non può e non deve subire questo attacco alle sue libertà fondamentali.

Le compagne e i compagni del PCL sono stati parte attiva della grande assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si è tenuta domenica 27 settembre a Bologna. Quell’assemblea ha indicato l’assoluta necessità della più ampia mobilitazione il 3 ottobre a Modena, perché le rivendicazioni essenziali del movimento operaio non subiscano il randello delle forze dell’ordine al servizio degli interessi padronali.
Perché sia possibile lottare per:

- la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario;
- la patrimoniale sulle grandi ricchezze per far pagare la crisi ai padroni;
- il salario medio garantito a tutti i proletari occupati e disoccupati, eliminando contratti precari e paghe da fame;
- l’eliminazione del razzismo istituzionale, a partire dall’abolizione delle attuali leggi sull’immigrazione e da una regolarizzazione di massa slegata dal ricatto del lavoro.

Insomma, un programma di rivendicazioni antitetico a quello padronale, per uno scontro classe contro classe, forza contro forza. Se il padronato stringe le file attorno alla propria piattaforma, la classe operaia deve rispondere con una politica uguale e contraria.
Unità, radicalità, autodifesa sono i mezzi per aprire uno spazio non solo di liberazione al soffocamento delle lotte, dei diritti sindacali e delle condizioni di vita della classe lavoratrice, ma anche alla prospettiva di un ordine sociale alternativo a quello capitalista.
Come Partito Comunista dei Lavoratori ci impegneremo in ogni lotta e in ogni fronte unitario di avanguardia per sostenere la proposta del fronte unico di classe e di massa nella prospettiva di una alternativa anticapitalista. L’unica alternativa vera.



Qui puoi scaricare il volantino

Partito Comunista dei Lavoratori

Regolarizzare i lavoratori domestici

Sosteniamo una petizione di USB Immigrati

Nel quadro drammatico della crisi determinata dal coronavirus e dalle responsabilità della gestione delle istituzioni borghesi di sanità, stato sociale ed epidemia, esiste una questione particolare: quella delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati, cosiddetti irregolari. Sostenitore da sempre della regolarizzazione di tutti gli immigrati, il PCL sottolinea la particolare urgenza di questa misura in questo momento drammatico, di fronte alla totale inerzia del governo. La petizione che segue si incentra nello specifico sulla situazione delle lavoratrici domestiche, in primis badanti di molte nazionalità, ma in particolare dell’Europa centro-orientale. Nel quadro della sua battaglia più generale, il PCL aderisce a questa petizione, invita tutti a farlo e sostiene pienamente la giusta lotta dei suoi promotori.



La presente O.S. e le associazioni firmatarie segnalano la condizione in cui versano centinaia di migliaia di lavoratrici domestiche, colpite come tutti noi dalle conseguenze del Covid-19.

Per queste lavoratrici, in larghissima parte non italiane e purtroppo spesso in condizione di irregolarità quanto al titolo di soggiorno, l’emergenza coronavirus è destinata a produrre effetti drammatici. La specifica condizione di operatrici dedite alla cura di persone anziane, proprio il settore di popolazione più fragile e maggiormente esposto alle conseguenze del virus, mette queste lavoratrici di fronte ad una condizione molto complicata. Per queste lavoratrici non ci sono le precauzioni previste per gli operatori del settore sanitario, che pure hanno subito un alto numero di decessi. Non ci sono dpi, non c’è sanificazione, non c’è assistenza medica. Queste lavoratrici sono a contatto fisico diretto con l’utenza e ne costituiscono in molti casi l’unica possibilità di assistenza. Queste lavoratrici sono esposte al contagio e non hanno alcun modo di proteggersi. Per loro non vale la precauzione della distanza di un metro o altro.

Quello che rende però intollerabile la loro condizione è che siano in larga parte costrette a nascondersi e a rendersi invisibili, il che le espone ulteriormente e le rende ancora più vulnerabili al rischio del contagio.

I decreti emanati negli ultimi anni in materia di immigrazione hanno ridotto in clandestinità centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, chiusi tra l’impossibilità di fare ritorno in patria e l’impossibilità di acquisire una condizione di regolarità a risiedere in Italia. Un danno alla convivenza sociale, un danno economico all’erario pubblico ed un fattore di illegalità diffuso e permanente.

La situazione di grave emergenza prodottasi con la diffusione del coronavirus può essere l’occasione per rimediare a questa situazione, consentendo a tanti e a tante di emergere dall’ invisibilità, acquistando lo status di cittadino regolare e lavoratore pienamente riconosciuto nei sui diritti e regolarmente contrattualizzato.

Vi chiediamo pertanto di considerare, tra i provvedimenti che prenderete nei prossimi tempi per affrontare questa condizione così complessa per il Paese, delle misure che consentano di uscire dalla irregolarità, mettendo tutti questi lavoratori e queste lavoratrici in grado di accedere ad un regolare rapporto di lavoro.



Unione Sindacale di Base

Costantino Saporito, responsabile Nazionale VVF/USB

Guido Lutrario, rappresentante del Sociale USB

Vincenzo de Vincenzo, responsabile Federazione USB Regione Campania

Dafne Anastasi, delegata USB

Daniela Mencarelli, delegata Pubblico Impiego USB

Maria Vittoria Molinari, ASIA USB Tor Bella Monaca

Consolato Onorario della Federazione Russa in Napoli

Consolato Onorario della Repubblica di Belarus in Napoli

Medicina Democratica

Rete Solidale Vicenza

Associazione "Insieme"

Associazione "Aipe"

Associazione "Se.Na.So"

Associazione “PARUS”

Associazione "BELLARUS"

Associazione "Unione delle Donne Ucraine in Italia'"

Associazione "Aurora"

Associazione "Russkie Motivi"

Associazione "Rus'"

Associazione ”SK HELP LINE”

Associazione ”Mande”

Associazione ”Malva”

Associazione “PRIMA”

Associazione “Roksolana”

Associazione Officina dell’idee

Associazione "VITAru Vitar"

Associazione "Goree onlus"

Associazione "I Girasoli dell'Est onlus"

Associazione "Arrevutammoce onlus"

Associazione "Stay Human@friends"

Associazione "Alfa"

Associazione Udar. Unione di Donne associate russofone

Associazione Antiviolenza

Associazione Bellarus Calabria

Società Cooperativa sociale Mondo solidale onlus

Società Cooperativa sociale Panta rei Onlus

Patronato Inac di Napoli

Comitato "Io sono"

Comitato "La nostra vita all'estero"

Comitato "Oberig"

Comitato "Aiutiamoci tra di noi"

Prof. Giuseppe Aragno

ex Ministro della Solidaietà Sociale Paolo Ferrero

Org. Centro sud elettronica




Testo della petizione:

https://www.change.org/p/ministero-appello-per-la-regolarizzazione-di-extracomunitari
Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà al sindaco di Riace

L'arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano per “favoreggiamento dell'immigrazione clandestina” non è un fatto ordinario; riflette la deriva reazionaria in atto sullo sfondo del governo giallo-verde e dell'attuale ministro dell'Interno.

Il reato che viene imputato al sindaco è di aver favorito le cooperative sociali affidate ai migranti e... un matrimonio di convenienza, a fronte del crollo di ogni altro capo d'accusa. A prescindere da ogni altra considerazione, la disposizione dell'arresto per questo presunto reato è un fatto abnorme. Evidentemente gli interessi territoriali offesi dalle cooperative sociali (gli appetiti di cooperative escluse, le pressioni speculative sulle case del borgo spopolate...) hanno trovato una voce nella magistratura. Ma soprattutto l'ha trovata il ministro dell'Interno Matteo Salvini, già sponsorizzato assieme a Di Maio dalla procura di Catania, e che ora sta facendo altri proseliti nell'ambiente giudiziario.

Il messaggio che il provvedimento trasmette è molto semplice: ogni politica di accoglienza dei migranti va sul banco degli imputati. Il motto salviniano “è finita la pacchia” ha trovato in questa misura un nuovo megafono. La Legge e Ordine del ministero degli Interni è ben riassunta dal cosiddetto Decreto sicurezza: bloccare di fatto il diritto d'asilo, ostacolare in ogni modo ogni possibile regolarizzazione. La misura disposta contro il sindaco di Riace è a tutela di questa politica. Ogni disobbedienza a questa Legge diventa reato passibile d'arresto.

Nello Stato borghese comandano i rapporti di forza. Oggi un ministro degli Interni che ha oltre il 30% dei consensi sulla politica di annullamento dei diritti dei migranti e dei respingimenti, tende a polarizzare attorno a sé l'orientamento dominante dei corpi dello Stato, magistratura inclusa. L'arresto di Riace è la misura di questa dinamica. Tanto più per questa ragione il PCL è partecipe della campagna di solidarietà contro questa misura inaccettabile, e contro la deriva reazionaria di cui è espressione.


Partito Comunista dei Lavoratori