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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Sanchez esternalizza i migranti in Mauritania

 


Il modello Meloni fa scuola in Spagna

Il governo Sanchez gode di buona fama in Italia. Elly Schlein indica nel governo spagnolo un riferimento esemplare. Il Partito della Rifondazione Comunista e Potere al Popolo (Rifondazione soprattutto) presentano il governo Sanchez come prova del fatto che il coinvolgimento nel governo della sinistra cosiddetta radicale può produrre effetti benefici. La presenza in Italia di un governo Meloni offre spazio a questa rappresentazione per un naturale effetto di rimbalzo.

Se non che poi ci sono i fatti. Che hanno la testa dura.

Il governo spagnolo ha assunto la linea Meloni in fatto di politiche sull'immigrazione. In realtà non da oggi. Ma oggi in forma clamorosa. L'apertura di due centri di detenzione dei migranti in Mauritania riproduce esattamente il modello Meloni in Albania. La Spagna e la UE hanno pagato al governo del generale Mohamed Ould El Ghazouani i costi dell'operazione. Un'agenzia di cooperazione che fa capo al ministero degli Esteri madrileno ha gestito in prima persona l'intera faccenda. Si tratta della classica operazione di “trattenimento” dei migranti, di esternalizzazione delle frontiere.

Per tutto il 2025, con l'attiva partecipazione di 80 agenti spagnoli, la polizia della Mauritania ha moltiplicato le retate contro i migranti. Le associazioni dei diritti umani raccontano della loro detenzione inumana, del sequestro di tutti i loro beni, e persino in qualche caso del loro abbandono in una zona desertica ai confini del Mali. L'inchiesta della Fundación porCausa, pubblicata dal quotidiano El Salto, non lascia spazio a dubbi. I dati riportati non sono stati smentiti, e sono impietosi.

In realtà la Spagna già disponeva di centri di detenzione di migranti opportunamente delocalizzati, come quelli realizzati alle Canarie. Ma i due centri aperti ora in Mauritania sono peggio: possono ospitare anche minori, persino neonati. Ciò che formalmente è vietato dalla legge spagnola.

In Spagna la vicenda ha fatto scandalo. La sinistra spagnola cosiddetta radicale, coinvolta in varie forme nel governo Sanchez, ha denunciato “l'attuazione del modello Meloni” con tanto di interrogazione parlamentare e richiesta di chiusura dei due centri. Ma non risulta abbia tratto conseguenze politiche dall'accaduto. E nessuna interrogazione cancella in quanto tale un'oggettiva corresponsabilità politica di governo.

Attendiamo di conoscere il punto di vista della sinistra cosiddetta radicale in Italia. È vero che nei governi Prodi Rifondazione accettò di peggio, anche in fatto di immigrazione (dai centri di detenzione Turco-Napolitano all'affondamento nel 1997 di una nave di migranti albanesi nel Mare di Otranto, con cento morti in fondo al mare). Ma non è una buona ragione per tacere. Tanto più se si intende tornare nell'ovile del centrosinistra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Un Papa sicario contro i diritti delle donne

 


La lotta contro la reazione è inseparabile dalla lotta contro il papato

30 Settembre 2024

«Un aborto è un omicidio... Si uccide un essere umano. E i medici che si prestano a questo sono dei sicari».
Le parole di Bergoglio non aggiungono nulla di nuovo alle posizioni reazionarie della Chiesa in fatto di interruzione della gravidanza. Ma, nel momento in cui il governo italiano a guida postfascista promuove l'ingresso delle organizzazioni pro life nei consultori, e in cui sale la marea dell'estrema destra in Europa all'insegna della più volgare misoginia, quelle parole acquistano una valenza politica particolare: il papato cosiddetto “progressista” benedice pubblicamente, nella forma più perentoria, l'attacco peggiore ai diritti delle donne e alle loro conquiste.

In Italia in ben undici regioni esistono ospedali con il cento per cento di medici obiettori di coscienza (Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana). Lo stesso accesso alla pillola abortiva viene negato di fatto in numerosi consultori ed ospedali, sotto la pressione intimidatoria di ambienti cattolici antiabortisti. La Regione Piemonte ha aperto le porte degli ospedali pubblici all'associazione antiabortista Movimento per la Vita, con tanto di finanziamento con risorse pubbliche (2,34 milioni di euro): una associazione che organizza picchetti durante le giornate in cui si effettuano le interruzioni volontarei di gravidanza al grido di “assassine, assassine!”. La Lombardia ha da tempo aperto gli spazi ospedalieri pubblici all'ingresso ufficiale di tale associazione. In Liguria il gruppo regionale di Fratelli d'Italia ha proposto l'istituzione obbligata dell'"ascolto del battito del feto" per le donne intenzionate ad abortire. Ovunque in particolare le donne migranti sono escluse di fatto dall'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza per via di mille ostacoli e barriere procedurali...

Le parole del Papa sono dunque al servizio di questa valanga reazionaria. Tanto più oggi, la lotta contro la reazione è inseparabile dalla lotta contro il papato.
Sino a quando la sinistra cosiddetta radicale continuerà ad accreditare Papa Francesco, facendone regolarmente una propria icona?

Partito Comunista dei Lavoratori

Dialogo sulle elezioni con un compagno/a (dubbioso/a) della sinistra radicale

 


Vedo che vi presentate come PCL in quasi tutte le grandi città: Roma, Milano, Torino, Bologna. Che senso ha questa vostra presentazione? Ci si doveva unire, invece di contribuire alla divisione e alla confusione.


Caro/a compagno/a, capiamo il tuo punto di vista, ma sei tu a far confusione tra piani diversi. Sul terreno delle lotte siamo i primi a batterci per l’unità più ampia del movimento operaio e di tutte le sue organizzazioni attorno a obiettivi comuni contro il padronato e contro il governo. Non a caso il PCL è stato ed è con un ruolo propulsivo in tutti i circuiti unitari dell’avanguardia (Patto d’azione anticapitalista, Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi, Coordinamento delle sinistre di opposizione). Ma sul terreno elettorale i rivoluzionari presentano da sempre il proprio programma generale, e il nostro programma generale è non solo contrapposto ai partiti borghesi (liberali, reazionari o populisti che siano), ma anche distinto dai programmi di altri partiti della sinistra.


Ma dov’è la distinzione? Non siamo forse tutti per la difesa dei lavoratori, contro il capitalismo e l’imperialismo, ecc.?

A parole sicuramente, anche perché le parole non costano nulla. Nella pratica le cose sono più complicate. Il Partito della Rifondazione Comunista è stato complessivamente per cinque anni al governo, o nell’area di governo (col primo governo Prodi tra il 1996 e il ‘98 e col secondo governo Prodi tra il 2006 e il 2008), votando di tutto: lavoro interinale, privatizzazioni, tagli alla sanità e alla scuola, addirittura una gigantesca detassazione dei profitti (IRES dal 34% al 27,5%) a vantaggio degli industriali e dei banchieri. Per non palare del voto alle missioni militari, Afghanistan incluso. Solo Marco Rizzo ha fatto di peggio, perché oltre alle schifezze dei governi Prodi ha votato anche quelle del governo D’Alema tra il 1998 e il 2000 e del secondo governo Amato (2000-2001): dai bombardamenti su Belgrado alla parificazione tra scuola pubblica e scuola privata.


Ma sono cose vecchie, occupiamoci dell’oggi!

A noi hanno insegnato che è il passato che spiega il presente. È una verità che vale sempre e su tutti i piani. Quando denunciamo Fratelli d’Italia non ricordiamo anche che Meloni ha votato la legge Fornero? Quando denunciamo la Lega non spieghiamo anche che ha massacrato le pensioni votando il sistema contributivo? Quando denunciamo il PD non ricordiamo anche che ha difeso e gestito tutte le politiche passate di austerità, senza sconti di sorta? E giustamente. Per quale ragione dovremmo dire che il passato non conta solo quando si tratta della sinistra cosiddetta radicale?


D’accordo, avranno fatto errori, ma hanno anche fatto autocritica.

In primo luogo, non si tratta di errori, ma di crimini. Se si vota la detassazione dei profitti, o le missioni di guerra, o il taglio della spesa sanitaria per pagare il debito alle banche, non è che si sbaglia la via del socialismo. È che si vota il programma dell’avversario di classe, in cambio di ruoli ministeriali e istituzionali. Il movimento comunista è nato rompendo con queste politiche. Non le ha considerate “errori”.
In secondo luogo, con tutto il rispetto, dov’è l’autocritica? Rifondazione ha recentemente sostenuto con entusiasmo il governo Tsipras che ha tagliato salari, pensioni, diritti. E oggi sostiene il governo “di sinistra” in Spagna (PSOE-Podemos) che butta a mare i migranti e negozia l’aumento dell’età pensionabile. Non è un caso che Rifondazione indichi il governo Sanchez come modello di riferimento: il suo sogno, sottotraccia, resta quello di una ricomposizione di governo col PD. Oggi impossibile certo, ma...


Vabbè, d’accordo, non avranno fatto autocritica e saranno pure un po’ ambigui, ma qui e ora abbiamo a che fare con un'offensiva padronale terribile che ci sta distruggendo, e voi siete lì che spaccate il capello.

Caro/a compagno/a, stai mischiando le pere con le mele. L’offensiva padronale ci sta distruggendo non perché il PCL si presenta al voto, o perché ci sono troppe liste a sinistra, ma perché quell’offensiva non incontra una risposta proporzionale all’attacco. Questa è l’esperienza degli ultimi quindici anni.
Noi diciamo che occorre alzare un argine sul terreno della lotta. Che occorre unire tutte le vertenze attorno ad un’azione comune: cassa nazionale di resistenza, occupazione delle aziende che licenziano – come hanno fatto in GKN – e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Abbiamo attivato un appello nazionale che sta raccogliendo attorno a questa rivendicazione le adesioni di numerosi operai d’avanguardia impegnati in diverse vertenze. Sia chiaro: qui le elezioni non c’entrano, qui c’entra l’azione di massa. Perché le diverse sinistre politiche e sindacali non uniscono i loro sforzi ai nostri per favorire insieme un'esplosione sociale? Si presentino pure diverse liste, se corrispondono a programmi diversi. Ma si uniscano le forze nell’azione! Lenin diceva “marciare separati, colpire uniti”.


In effetti, farebbero bene a farlo.

Certo, ma attento: quelle rivendicazioni e quel terreno d’azione implicano una prospettiva anticapitalista, la lotta per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unico che realisticamente possa realizzare queste misure di rottura. Se non ci si batte per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, se si persegue la ricomposizione di un “nuovo” centrosinistra, se ci si muove in ogni caso in una logica solo istituzionale ed elettorale, alla fine non ci si batte neppure per l’occupazione delle aziende che licenziano. E infatti siamo purtroppo solo noi ad oggi a batterci per questa parola d’ordine. Guarda caso siamo l’unico partito che ha nel proprio programma la lotta per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e autorganizzazione.


Mmm, ci penserò. Però questo vostro discorso spazia su tutto tranne sui problemi locali. Queste sono elezioni amministrative, non elezioni politiche.

Sì, sono elezioni amministrative, ma i problemi sono politici ad ogni livello, anche a livello locale. Tutte le giunte locali, di centrodestra come di centrosinistra come pentastellate, hanno tagliato le spese sociali, esternalizzato i servizi, precarizzato il lavoro, in ragione delle politiche nazionali di austerità. Oppure si sono indebitate con le banche sino al collo per compensare i tagli subiti. Noi diciamo che se vuoi regolarizzare il lavoro dei precari, investire in trasporti, sanità, istruzione, devi ribellarti alle politiche d’austerità e cancellare il debito dei comuni con le banche. Oltre a cessare i finanziamenti pubblici alle scuole private. Così se vuoi riconoscere il diritto alla casa, devi requisire le migliaia di appartamenti sfitti oggi controllati dalle grandi società immobiliari, o dalle banche, o dal clero. Possiamo ricordarti che le altre sinistre purtroppo hanno governato per decenni col PD nelle amministrazioni locali gestendo sui territori le politiche nazionali dei sacrifici e della speculazione immobiliare? Come vedi, politica e amministrazione locale sono indissolubilmente legate.


Insomma, mi state dicendo che voi del PCL siete gli unici coerenti... Ma io penso che sarebbe importante unire tutti in uno stesso partito comunista invece che farci la guerra tra piccoli partiti da zero virgola.

Caro/a compagno/a, bisogna intenderci. Rifondazione quando nacque univa “tutti i comunisti”, salvo il fatto di avere un programma riformista. Il risultato è che le sue contraddizioni sono esplose quando entrò nel governo, con l’inevitabile collasso. Dovremmo ora riavvolgere il nastro all’indietro per ripetere in condizioni peggiori un'operazione fallita, come se nulla fosse accaduto? Oggi vi sono migliaia di militanti comunisti in partiti, o attorno a partiti, che comunisti non sono, indipendentemente dal nome che portano. Noi vorremmo unirli in un vero partito comunista. Ma per questo è necessario che tanti compagni e compagne come te acquistino consapevolezza della realtà, fuori dal mito dell'unità. La sinistra era tutta unita quando votava l’austerità e le guerre nei governi Prodi. È proprio l’unità nella compromissione che l’ha distrutta. C’è allora bisogno di costruire una sinistra vera, coerentemente classista, anticapitalista, internazionalista.
Quando abbiamo costituito il PCL abbiamo indicato alcuni principi discriminanti attorno ai quali raggruppare le forze: stare all’opposizione dei governi borghesi, nazionali e locali, di centrodestra, centrosinistra e sinistra riformista; battersi per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori; legare gli obiettivi immediati e concreti di ogni lotta a una prospettiva anticapitalista; costruire sugli stessi principi un partito internazionale del lavoro. Su questa linea discriminante siamo per unire incondizionatamente tutti coloro che la condividono, indipendentemente dalla diversità dei percorsi.


“Indipendentemente dalla diversità dei percorsi”? Mi stupite. Pensavo che foste trotskisti tutti d’un pezzo.

Lo siamo, e ne siamo orgogliosi. Proprio perché lo siamo, il nostro obiettivo non è difendere un recinto ma costruire un partito rivoluzionario. La costruzione di un partito rivoluzionario passa per una selezione di militanti e di quadri dalla più diversa esperienza e provenienza. L’essenziale è la chiarezza dei principi generali su cui si costruisce, principi che certo non sono neutri, perché sono selezionati dalla storia del movimento operaio. Se non c’è chiarezza sui principi, se non c’è un bilancio della storia, si costruisce su basi d’argilla e prima o poi tutto crolla. La crisi del partito di Rizzo ci parla anche di questo.


Però Rizzo dice più o meno quello che dite voi, a parte il passato, naturalmente.

No. Rizzo contrappone i diritti sociali ai diritti civili, sino ad essere per questo omaggiato da ambienti apertamente reazionari. Noi pensiamo, con Lenin, che i comunisti devono costruire un'egemonia classista e anticapitalista su tutte le domande di liberazione. Negare le ragioni degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, delle soggettività LGBTQIA+ nel nome delle ragioni degli operai è pura demagogia reazionaria degna di un Salvini o di Meloni. Non certo dei comunisti. Se a questo aggiungiamo l’esaltazione rizziana del Partito Comunista Cinese, che conta nelle proprie file fior fiore di miliardari capitalisti tutti provenienti dalla nomenclatura stalinista, il quadro è completo. L’esempio di Rizzo semmai dimostra quanto il passato influisce sul presente. Come fai a riconoscere i diritti degli omosessuali se rivendichi un regime staliniano che nel 1933 introdusse in URSS il reato di omosessualità? Noi siamo comunisti, non rossobruni.


In alcune città si presenta il PCI, un partito comunista con la falce e martello. Cosa mi dite di loro?

Abbiamo un buon rapporto con il PCI sul terreno dell’azione, ad esempio nel Coordinamento delle sinistre di opposizione. Rispetto al vecchio Partito dei Comunisti Italiani di Cossutta, Diliberto e Rizzo hanno compiuto un passo a sinistra. Ma purtroppo è un partito che resta prigioniero della vecchia tradizione togliattiana. Assumono la Costituzione borghese di De Gasperi e Togliatti come una specie di Bibbia, proprio nel momento in cui l’ipocrisia della democrazia borghese è sempre più evidente. Rispolverano l’utopia di un nuovo modello di sviluppo in ambito capitalistico proprio nel momento storico in cui è fondamentale dimostrare il contrario, e cioè che tutte le rivendicazioni progressive – sociali, politiche, ambientali... – sono incompatibili con il capitale e richiedono il suo rovesciamento. Da comunisti dobbiamo sviluppare una coscienza politica rivoluzionaria tra i lavoratori e i giovani, non creare nuove (vecchie) illusioni riformiste. In fondo la differenza tra PCL e PCI è quella tra marxisti rivoluzionari e riformisti onesti. Il sostegno del PCI alla Cina, presentata addirittura come paese socialista, misura una distanza profonda anche sul piano internazionale. Il nostro internazionalismo è quello che unisce tutti gli sfruttati, inclusi i proletari cinesi, contro tutti gli imperialismi, incluso quello di Pechino.


Noto che non avete citato Potere al Popolo, almeno con loro avreste potuto unirvi, magari appaiando i simboli.

Potere al Popolo non si è compromesso in soluzioni di governo con i partiti borghesi, è giusto riconoscerlo. Ma le ambiguità non mancano. Intanto, a quale Potere al Popolo dobbiamo riferirci? La loro componente che fa riferimento a Je so' pazzo esalta il mutualismo come soluzione sociale. Nulla da eccepire sulle pratiche di solidarietà, anche noi vi abbiamo preso parte. Ma se il mutualismo diventa il programma, è come svuotare l’oceano con il cucchiaino da caffè: un ritorno alle antiche utopie premarxiste. Viceversa, la componente della Rete dei Comunisti, che controlla l'USB, combina una politica spesso settaria sul piano sindacale con una visione positiva della Cina, un gigante imperialista in ascesa che sta colonizzando l’Africa. In Europa gli uni e gli altri hanno come riferimento Jean-Luc Mélenchon, colui che sostituisce il tricolore francese alla bandiera rossa e fa discorsi equivoci su immigrati e vaccini. Insomma, molta confusione dentro PaP. Un'alleanza con loro avrebbe accresciuto, non ridotto, questa confusione.


Insomma, mi state dicendo che dovrei votare per voi.

No. Ti stiamo dicendo che dovresti votare per noi se sei comunista. Se pensi che il capitalismo non sia riformabile e che occorra una democrazia vera dove siano i lavoratori e le lavoratrici a governare. Ma soprattutto, se sei comunista, dovresti aiutarci a sviluppare il PCL, al di là della scelta di voto, nelle battaglie di classe di ogni giorno. Il voto per il PCL è un aiuto al suo sviluppo. Ci farebbe piacere se diventasse anche un tuo investimento. A presto, in ogni caso, nelle lotte.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo sciovinismo patriottico di Mélenchon

 


Il candidato Presidente in divisa militare intervistato da L'Opinion

Jean-Luc Mélenchon, capo di La France Insoumise, ha impresso da tempo alla propria creatura un corso politico sovranista. Via la bandiera rossa dai cortei, via i vecchi riferimenti classisti, fosse pure di stampo riformista, e spazio invece al tricolore francese “del popolo”. Le posizioni ambigue sull'immigrazione e sulle residue colonie francesi d'oltremare ne sono un riflesso, al pari di una insistita campagna antitedesca che gode in Francia per ragioni storiche di una rendita di posizione assicurata.

Ora tuttavia siamo di fronte a un passo ulteriore. Mélenchon si è candidato a Presidente della Repubblica francese in vista delle elezioni del 2022. E l'ebbrezza della candidatura presidenziale lo porta a sconfinare nell'aperto militarismo.
Una nostra esagerazione polemica? La ricerca artificiosa di differenziazioni immaginarie? La risposta la offre Mélenchon con l'intervista rilasciata al giornale L'Opinion il 29 novembre.

«Immaginiamo che ler sia il Presidente della Repubblica nel 2022. Cosa farebbe a proposito della dissuasione nucleare?» chiede il giornalista.
Risponde Mélenchon: «La dissuasione nucleare è per la Francia un mezzo insostituibile, almeno fino a che non vi saranno delle alternative militari. Per ora io sono favorevole al Trattato di proibizione delle armi nucleari approvato dalla Assemblea delle Nazioni Unite. Ma non si può chiedere alla Francia di disarmare per prima. Bisogna che a cominciare siano quelli che possiedono il maggior numero di armi nucleari. Cioè gli Stati Uniti e la Russia.»

Un qualsiasi portabandiera del (proprio) imperialismo direbbe forse qualcosa di diverso? Anche i peggiori militaristi si dichiarano per il disarmo, basta sia quello... degli imperialismi concorrenti. Nel frattempo ognuno resta armato sino ai denti, a partire dalle armi nucleari.

«Ha evocato delle alternative militari alla dissuasione nucleare. A cosa pensa?» incalza il giornalista incuriosito.
«Bisogna sapere quali armi possono essere usate in caso di conflitto» risponde pensoso Mélenchon, «[...] La questione della militarizzazione dello spazio è essenziale. Le armi nucleari o convenzionali potrebbero essere usate se una potenza spaziale si oppone? È necessario procedere a una valutazione serena della situazione. Noi francesi siamo capaci di mettere in orbita i satelliti che vogliamo e di dotarli di un sistema di protezione del territorio nazionale. In questo caso la dissuasione nucleare non sarebbe più indispensabile. Ma io mantengo un punto interrogativo».

In ogni caso, aggiunge Mélenchon, «quando si tratta della protezione nazionale ai miei occhi non c'è limite. La sovranità francese è totale, piena, intera, non negoziabile. Se noi non avessimo tale capacità non saremmo più indipendenti, e il popolo non sarebbe più sovrano. Questa è la dottrina repubblicana».

In effetti è stata la dottrina che ha guidato per un secolo e mezzo l'imperialismo francese. Ogni guerra che ha combattuto è stata “per la difesa e la sovranità della Repubblica”. Persino l'occupazione della Ruhr, a ridosso della prima guerra mondiale. Oggi si può forse difendere la Republique con armi spaziali, nel dubbio teniamoci il nucleare, dichiara Jean-Luc. E non ha l'aria di scherzare.

Che non abbia voglia di scherzare si capisce del resto dal prosieguo dell'intervista. Il giornalista, forse sorpreso, incalza Mélenchon per ottenere, morettianamente, qualche risposta “di sinistra”. Prima chiede se la Francia deve restare nella NATO. E Mélenchon offre qui la risposta attesa: niente affatto. Ma la rassicurazione dura solo lo spazio di qualche secondo. Perché la principale ragione addotta per uscire dalla NATO è il fatto che alla NATO appartiene la Turchia. «La Turchia ha commesso due atti estremamente aggressivi contro l'esercito francese. Il primo in Siria bombardando una base dove noi tenevamo le nostre forze speciali. E il secondo contro una nave francese al largo della Libia».

L'intervistatore, nuovamente spiazzato, la butta allora in battuta: «Ecco almeno un punto su cui è d'accordo con Macron: una ostilità comune verso la Turchia». Ma Mélenchon non gli lascia scampo: «Io contesto assolutamente il fatto che Macron abbia una qualche attitudine energica nei confronti della Turchia! Si è fatto provocare due volte senza mai replicare».
«Vuole fare la guerra alla Turchia?» chiede incredulo il giornalista.
«Che domanda!» risponde stizzito Mélenchon «come se non vi fosse alternativa tra il fare la guerra e non fare niente. Io non sono per atti puramente simbolici, come si è fatto inviando semplicemente due fregate in Grecia e facendo dichiarazioni, col risultato di aver ottenuto in risposta dichiarazioni e atteggiamenti ancora più violenti. Che interesse abbiamo a gesti puramente formali privi di conseguenze?».

«Non bisognerebbe piuttosto cercare di far abbassare le tensioni?» obietta l'intervistatore col tono del buon liberale borghese. Ma niente da fare, con Mélenchon: «Io penso che non bisogna mai farsi provocare. Mai! [...] i mezzi di una rappresaglia contro i turchi sono più numerosi di quelli che sembrano, anche sul piano delle dimostrazioni militari».

A questo punto il giornalista capisce finalmente l'antifona, e l'asseconda: «bisogna perseguire l'aumento delle spese per la Difesa?»
«Deve corrispondere a quello che è ragionevolmente necessario» risponde Mélenchon, il quale spiega tuttavia che non bisogna farlo per la NATO americana. Altra cosa sarebbe per una Francia (imperialista) indipendente. Infatti Mélencon loda i vecchi gioielli dell'industria militare nazionale (inclusa la produzione di turbine per i sottomarini nucleari, sulle quali bisogna tornare ad avere il controllo) che governi irresponsabili hanno negli anni smantellato, consentendo «ai tedeschi di riarmarsi». Di certo De Gaulle sarebbe orgoglioso di Mélenchon.

«Intende ristabilire una forma di servizio militare obbligatorio?» chiede in conclusione il giornalista. «Sì, anche se non sono sicuro che tutta la LFI [La France Insoumise] sia d'accordo con me.» risponde Mélenchon con qualche comprensibile dubbio. Segue un elenco di funzioni civili «al servizio della patria» (sic) che il servizio militare obbligatorio potrebbe assolvere, sul fronte della protezione ambientale ad esempio. Tuttavia, essendosi forse accorto che per pulire il letto dei fiumi non è necessario l'esercito in armi, Mélenchon conclude l'argomentazione in termini maggiormente consoni al taglio complessivo dell'intervista: «Si può ugualmente immaginare che nella funzione di polizia, cioè nella protezione della pace civile, i coscritti potrebbero svolgere un ruolo molto positivo. Questo cambierebbe l'opinione della popolazione sulla polizia, e cambierebbe le pratiche interne ad essa. Il razzismo e la violenza arretrerebbero. Tutto cambia quando vi sono i figli del popolo».

Dunque negli stessi giorni in cui si moltiplicano le manifestazioni di piazza in tutta la Francia contro la polizia, e cresce l'odio sociale contro la sua funzione repressiva, Mélenchon si pone il problema di come cambiare... l'opinione della popolazione sulla polizia. Semplice, affiancandole un esercito borghese di giovani arruolati. Nel nome della pace civile tra le classi, e della gloria della Nazione.

Non c'è che dire. Il candidato alla Presidenza della Repubblica della borghesia francese ha superato brillantemente la prova. Ma il referente internazionale di tutta la sinistra radicale italiana che fine ha fatto?

Partito Comunista dei Lavoratori

De Magistris, un “Masaniello” al servizio della Napoli bene

27 Settembre 2016
A distanza di qualche mese dalla competizione elettorale, le promesse fatte da De Magistris trovano già una battuta d’arresto e s’infrangono sullo scoglio insormontabile delle regole del gioco capitalistico e del "rispetto della legge". Regole a cui sottostanno tutti i partiti del teatrino della politica istituzionale: centrosinistra, centrodestra, M5S e sinistra radicale.

A distanza di qualche mese dalla competizione elettorale, le promesse fatte da De Magistris trovano già una battuta d’arresto e s’infrangono sullo scoglio insormontabile delle regole del gioco capitalistico e del rispetto della legge. Regole a cui stanno tutti i partiti del teatrino della politica istituzionale: centrosinistra, centrodestra, M5S e sinistra radicale.
La giunta arancione al governo della città gode del sostegno della quasi totalità della sinistra di lotta napoletana, che la presenta come “un’anomalia” nel quadro politico nazionale. Pertanto il suo operato merita un’analisi attenta ed accurata, al fine di smascherarne la natura di classe.


LA PRIVATIZZAZIONE DELLE AZIENDE PUBBLICHE 

Il Comune di Napoli, prima delle elezioni di giugno 2016, aveva verso le banche un debito pubblico di 810 milioni di euro ed un deficit di circa 671 milioni. La situazione oggi è notevolmente cambiata in seguito alle direttive della Corte dei Conti, su mandato delle banche e di Confindustria, a cui l’amministrazione De Magistris ubbidisce senza batter ciglio: dall’ultimo accertamento finanziario di settembre 2016, il disavanzo è schizzato da 671.000.000 a 1.433.566.607,86 di euro. Questo significa che i lavoratori, i disoccupati, i pensionati, gli studenti, le classi oppresse saranno costretti, per via del cosiddetto Patto di Stabilità, a pagare un debito fino al 2044 a banche private. Soldi che saranno ricavati sottraendo risorse ai servizi sociali ed ai trasporti; tutte le partecipate del Comune sono di fatti in perdita ed indebitate ciascuna mediamente per oltre 1 milione di euro: Napoli Sociale S.p.A. è fallita ed è stata incorporata con tutti i suoi debiti, pari a 1.385.640,00 di euro, in Napoli Servizi S.p.A., la quale a sua volta appalta esternamente lavori per i servizi di sanificazione, pulizia e manutenzione degli uffici comunali. Spende, cioè, 3,3 milioni di euro per servizi che da statuto dovrebbe garantire essa stessa, sprecando, così, milioni di euro per mantenere per accontentare i privati a cui sono state fatte promesse elettorali in cambio di voti.

Con delibera 148 del 14 marzo 2014, adeguandosi ai tagli imposti dal Governo centrale (“patto di stabilità”, legge 27 dicembre 2013, n. 147), la giunta, a firma Mossetti, Virtuoso e De Magistris, dispone tagli al bilancio delle aziende del Comune, per gli anni successivi per almeno l’8%, e per l’anno 2016 di almeno il 6%, che si aggiunge a quello precedente; decreta un taglio del 30% relativo a nuovi accordi aziendali, sui contratti integrativi dei lavoratori per l’anno precedente (2013). Inoltre, l’articolo 243 bis, richiamato dalla legge Patto di Stabilità, stabilisce tagli per almeno il 10% delle spese complessive e per prestazioni di servizio. In più la delibera comunale stabilisce che la mancata attuazione da parte dei dirigenti delle aziende partecipate dell’indicazioni del Comune fa venir meno il “patto di fiducia” con l’ente controllante.
Per quanto riguarda la contrattazione aziendale, durante il primo governo De Magistris, con deibera n. 748/2011, la giunta ha stabilito il blocco delle progressioni di carriera, assegnazioni di premi, d’indennità e una tantum per i lavoratori, e di limitare compensi “accessori” a soli casi di emergenza.
Una lettera dell’Amministratore Unico di ANM Ramaglia, del 19 luglio 2016, informava il Comune di Napoli che questi non aveva garantito gli impegni nei confronti dell’azienda per il pagamento degli stipendi dei lavoratori per ottobre e successivi. De Magistris annunciava l’arrivo di addirittura 48 nuovi autobus. Ad oggi, invece, gli autobus nuovi non solo non sono arrivati, ma sono state anche tagliate numerose linee, procurando ulteriori gravi disagi per un trasporto pubblico sempre più al collasso.

Il quadro economico finanziario del Comune ci fa capire che i soldi per ANM, per le partecipate e per i lavoratori, per il momento non ci sono, al netto di tutte le dichiarazioni rilasciate dal sindaco durante i sempre più folkloristici comizi, e che la situazione dei servizi sociali in città per pendolari, lavoratori e studenti potrà soltanto peggiorare, soprattutto a scapito di coloro che vivono nelle periferie.

Anche il fiore all’occhiello elettorale di Gigino, l’ABC, per anni presentato come esempio di gestione pubblica dell’acqua, è appassito ed è diventato il suo tallone di Achille, dopo il suo più recente terremoto politico. Persino le direzioni riformiste dei comitati per l’acqua hanno pubblicamente rotto con De Magistris, che in delibera ha aperto alla partecipazione a gare d’appalto per ABC. Esattamente ciò che fa De Luca sul piano regionale e su mandato d’importanti multinazionali che speculano sui servizi idrici.
ABC, seppur una conquista in termini di scontro sulla questione privatizzazioni, non ha mai conosciuto realmente una gestione pubblica e democratica, perché anch’essa sottomessa alle leggi padronali e ai metodi clientelari della giunta. Nonostante Montalto sia sempre stato un uomo dell’apparato, gli arancioni non hanno esitato a sostituirlo non appena questi ha dovuto aprire il CdA ad alcuni comitati. Per non avere contestatori sui processi di privatizzazione, lo stesso Montalto è stato rimosso con metodi burocratici dalla giunta. Un dirigente a cui si erogava un compenso di ben 400.000 euro e con cui i proletari delle occupazioni si sono spesso scontrati. Senza contare le diverse mobilitazioni dei lavoratori che ne denunciavano la gestione scellerata e incapace. Stesso discorso vale per le prospettive occupazionali dei cento lavoratori del Consorzio San Giovanni, presi in giro dal sindaco che ha promesso loro l’assorbimento in ABC, senza chiarire come sarebbero state garantire le coperture economiche, visto che l’azienda non possiede neppure i soldi per rinnovare l’impianto nel quale sono impiegati questi lavoratori.

Una sfilza di tagli, dunque, sia alle aziende comunali sia agli stipendi dei lavoratori. Oltre ai casi eclatanti di ANM e ABC, ricordiamo la privatizzazione delle Terme di Agnano; il regalo di 1.000.000 € dati ai privati per la gestione degli Asili Nido; tagli di milioni di euro per fondi destinati a disabili, asili nido e lotta al disagio sociale. Più di tre milioni di euro sono stati regalati ai privati per la gestione dei cimiteri; vendita della quota di GESAC, società con bilancio in positivo che gestisce l’aeroporto di Capodichino, che garantisce introiti per milioni di euro per il Comune di Napoli e che fa gola ai privati.
Si dispongono sgomberi “per il mancato possesso da parte degli occupanti dei requisiti essenziali”, si impediscono per “improcedibilità amministrativa” assegnazioni di case a chi ne ha bisogno ed ha una famiglia con figli e persone anziane da curare. Altri ancora vengono sfrattati perché i locali occupati servono per adibirli ad uffici comunali, ma al tempo stesso il Comune paga, sempre per avere locali ad uffici pubblici, centinaia di migliaia di euro di affitto al mese a soggetti privati, alle società immobiliari, alle banche ed alla Chiesa.
Alla faccia della difesa dell’economia pubblica tanto sbandierata dal sindaco. Se le stesse politiche le avesse fatte Valente (PD) o Lettieri (centrodestra), oggi la sinistra "radicale" napoletana sarebbe a contestare la giunta. Tacciono, invece, sull’operato degli arancioni perché legati a doppio filo con essi.


NAPOLI "CITTÀ RIBELLE": DIFFERENZA TRA REALTÀ E AUTORAPPRESENTAZIONE 

La disoccupazione giovanile è al 70%. Ha prodotto suicidi, depressione sociale ed emigrazione, e tutto ciò che l’amministrazione riesce a fare, in perfetta sintonia con le "riforme" del governo Renzi, è incentivare il lavoro occasionale e precario sottopagandolo attraverso l’erogazione di voucher (ticket), organizzando eventi commerciali e ludici per allietare le serate della Napoli bene (America’s Cup, Dolce & Gabbana, Capodanno sul lungomare).
La raccolta differenziata che doveva creare nuovi posti di lavoro è rimasta esattamente dov’era, cioè al 23%, smascherando l’ipocrisia della demagogia populista del sindaco.
I quartieri proletari della città sono sempre più somiglianti ai barrios dei paesi sudamericani, controllati dalla piccola borghesia imprenditoriale-commerciale e dai cartelli mafiosi del narcotraffico.
Sempre meno sono i collegamenti tra la periferia e il centro della città; aumenta l’abbandono scolastico; aumentano i poveri in coda per un pasto; aumenta lo sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero e il mercato della droga continua a distruggere la vita di migliaia di giovani.
Questa è la rivoluzione arancione dello “zapatismo partenopeo” di De Magistris sostenuta dei centri sociali.


"ANOMALIA NAPOLETANA" E INTERESSI PRIVATI 


I collettivi antagonisti, in cambio dell’assegnazione di locali di proprietà pubblica – trasformati in veri e propri spazi privati - hanno sostenuto elettoralmente e politicamente il sindaco. Emblematico è il caso della produzione della delibera del 1 giugno (n°446), che riguarda tale questione ed adottata il giorno antecedente alle elezioni col fine di tenere al guinzaglio i centri sociali. In cambio, questi hanno rinunciato alle proprie rivendicazioni “classiste”, seppur vaghe e senza basi programmatiche, per cedere il passo a quelle interclassiste della “città” e del “popolo”, divenendo, de facto, una cinghia di trasmissione del centrosinistra in quel che rimane dei movimenti giovanili e nelle lotte territoriali (vd. bonifica di Bagnoli).

Mentre da un lato il sindaco cavalca la protesta dei centri sociali, dall’altro, contestando la nomina del commissario straordinario, propone la collaborazione a De Luca e a Renzi nell’obiettivo di dare a privati la sulla bonifica. De Magistris cerca, così, di rafforzare le relazioni tra la sua giunta e la borghesia napoletana nella prospettiva di avere il suo sostegno nel rappresentare una eventuale leadership in una potenziale riorganizzazione nazionale di un centrosinistra senza il PD. Prova, cioè, ad unire, in una commistione d’interessi, pubblico e privato a vantaggio del proprio apparato politico e degli imprenditori. Un progetto che fu molto caro al vecchio PCI.
Per spostare i rapporti di forza nei confronti di Renzi, utilizza come manovalanza i militanti dei centri sociali e delle burocrazie sindacali.


DEMOCRAZIA PARTECIPATA O DEMOCRAZIA OPERAIA? 

Gli slogan sulla “partecipazione democratica” alla gestione de Comune di Napoli risultano, alla prova dei fatti, pura demagogia e propaganda. Il modello politico delle “città ribelli”, stile Barcellona in Spagna, che fa riferimento ad organizzazioni come Podemos e Syriza - le quali hanno capitolato al FMI, alla BCE e alle politiche di austerità - e ripresa dai Disobbedienti in Italia, riprende concezioni teorizzate da Toni Negri, che rifiutando la prospettiva della rivoluzione come unico e solo strumento per il cambiamento della società, e propongono un’alleanza 'di fronte popolare' tra i settori del mondo del lavoro e l’imprenditoria “illuminata” per costruire “contropotere” di soggettività senza caratteri di classe definiti. Progetto fallito, tra l’altro, ovunque si sia tentato di realizzare. La polemica su queste concezioni di collaborazione di classe, dove “il popolo comanda e il governo obbedisce”, vide un acceso scontro nel periodo 2000-2001 in Rifondazione Comunista tra i bertinottiani e le opposizioni interne. La storia recente ha dimostrato che pensare di spostare a sinistra i governi degli imprenditori è una pia illusione. Si è verificato, invece, l’esatto contrario. Sono stati i governi degli imprenditori a spostare a destra i movimenti politici ai quali chiedevano collaborazione.
La storia recente, a quanto pare, non ha insegnato a nulla a movimentisti e all’opportunismo nelle sue varie forme.

L’unica forma di governo capace di dare delle risposte ai bisogni dei lavoratori e della popolazione povera è quella dei comitati di lavoratori, operai, disoccupati, casalinghe, immigrati, studenti, e di tutti i settori che oggi sono oppressi dai capitalisti e dalle classi possidenti. Un potere che ha la sua collocazione non più nei luoghi delle istituzioni borghesi, bensì nei luoghi di lavoro e sui territori, dove l’autogoverno dei lavoratori è espresso su base democratica e con cariche revocabili in qualsiasi momento.
Solo questa può essere la “città ribelle”, perché basata sulla partecipazione di massa dei lavoratori alla vita politica e contrapposta a ogni interesse privato.
Partito Comunista dei Lavoratori - Sezione di Napoli