Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Turchia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Turchia. Mostra tutti i post

Dichiarazione sulla crisi afghano-pakistana


 In un comunicato stampa congiunto della Campagna per la Difesa dei Sindacati del Pakistan (PTUDC), dal Fronte Studentesco Rivoluzionario (RSF), dalla Federazione Nazionale degli Studenti del Jammu Kashmir (JKNSF) e dal Fronte Popolare Rivoluzionario (PRF), è stato affermato che l’escalation della disputa pakistano-afghana verso una guerra aperta sulla questione del terrorismo transfrontaliero costituisce a tutti gli effetti una tragedia. Ancora una volta saranno le masse povere su entrambi i lati della Linea Durand (1) – in particolare le popolazioni pashtun – a sopportare il peso di questo conflitto. Questa situazione non è maturata dall’oggi al domani: essa è piuttosto il risultato di politiche decennali perseguite dall’imperialismo statunitense, dalle monarchie del Golfo e dagli Stati regionali, incluso il Pakistan, politiche che hanno portato a questo punto critico.

Dall’inizio della “Jihad del dollaro” (2) per schiacciare la Rivoluzione di Saur in Afghanistan (3) perseguendo la cosiddetta politica di “profondità strategica” (da parte dello stato pakistano), questi gruppi fondamentalisti armati (operanti in varie forme e sotto nomi diversi, incluse diverse fazioni dei talebani e dell’ISIS) sono stati patrocinati e utilizzati per procura da parte degli imperialisti. A tal proposito, è stata istituita una vasta rete di migliaia di madrasse (seminari religiosi) per il reclutamento e il finanziamento. Sono stati facilitati i cosiddetti gruppi fondamentalisti, politici o missionari “pacifici”, e con la collaborazione della CIA fu avviata l’impresa criminale di produzione e contrabbando di droga. Disoccupazione diffusa, povertà, alienazione di milioni di giovani, insieme all’offensiva di retoriche e di ideologie reazionarie, attraverso l’uso di istituzioni educative e media, crearono un ambiente favorevole a questo progetto imperialista. Questi sono i fatti storici amari che sono stati costantemente nascosti. Oggi, tuttavia, rappresentanti chiave degli USA e del Pakistan — inclusi coloro che hanno celebrato la ripresa del potere dei talebani a Kabul nell’agosto 2021 — sono ora costretti a riconoscerli.

Col tempo, tuttavia, tutto questo processo ha acquisito una logica relativamente autonoma. Questi gruppi jihadisti sono cresciuti non solo in numero ma anche in capacità militare e forza finanziaria, sfuggendo gradualmente al controllo dei loro ex patrocinatori. Con il coinvolgimento di nuove potenze imperialiste e subimperialiste, come Cina, India, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, questa nuova era del “Grande gioco” è diventata ancora più complessa. Dopo due decenni di spargimenti di sangue in Afghanistan, l’imperialismo statunitense e i suoi alleati sono fuggiti da un giorno all’altro, lasciando dietro di sé grandi quantità di sistemi d’arma tra i più avanzati. Questo ha incoraggiato non solo i talebani ma anche altri gruppi fondamentalisti, concedendo loro maggiore autonomia e un ambiente operativo più favorevole. Dopo aver conquistato Kabul, i talebani hanno scatenato una brutale repressione contro il popolo afghano – in particolare le donne – e sono determinati a riportare l’Afghanistan all’età della pietra. Nel frattempo, gli attacchi terroristici in Pakistan da parte di gruppi affiliati come il TTP (i talebani pakistani, per lo più operanti dall’Afghanistan) si sono moltiplicati. In questi attacchi, non solo poliziotti e personale di sicurezza (la maggior parte dei quali proviene da famiglie operaie povere) ma anche civili comuni vengono uccisi in gran numero.

Non solo l’esperienza dell’ultimo decennio e mezzo, ma anche una comprensione appena sommaria della mentalità, dei metodi e delle fondamenta economiche di questi gruppi terroristici, rende chiaro che qualsiasi negoziazione o riconciliazione con loro è impossibile. L’insistenza sulle “negoziazioni” – fino a tempi recenti – da parte di alcune fazioni all’interno dello Stato e di forze filofondamentaliste, come Jamaat-e-Islami e Imran Khan, equivaleva a facilitare e incoraggiare questi gruppi. La confusione è stata diffusa deliberatamente nel nome dei colloqui e, insieme alla politica della distinzione tra talebani “buoni” e “cattivi’, ha giocato un ruolo nel portare la situazione a questo punto. Come esito di queste esitazioni, ambiguità, e dell’approccio di limare parzialmente piuttosto che eliminare alla radice il problema, le operazioni militari non hanno prodotto risultati significativi, nonostante le pesanti perdite umane e materiali tra le popolazioni tribali e le forze di sicurezza. Anzi, la situazione è peggiorata. Tuttavia, contrariamente al pensiero ufficiale e alle illusioni liberali, vogliamo chiarire che questa questione non può essere risolta con mezzi puramente militari. Finché non si intraprenderà una massiccia lotta politica, sociale, economica e culturale – sostenuta dalle ampie masse della regione – non solo contro tali fanatici religiosi armati ma contro ogni forma di fondamentalismo, non sarà possibile una pace e una stabilità durature.

A questo proposito, chiediamo:

– L’abbandono della dottrina della “profondità strategica” e delle relative politiche di distinzione tra talebani “buoni” e “cattivi”, dei gruppi agenti per procura o i cosiddetti “asset”.

– Fine del sostegno e di indirette agevolazioni a tali gruppi “jihadisti” non solo lungo il confine occidentale ma anche in Kashmir e in altre parti del paese e dei territori amministrati. Le loro reti di finanziamento – le cosiddette donazioni e associazioni benefiche, attività commerciali legali e illegali, rapimenti a scopo di estorsione, traffico di droga, omicidi su commissione – devono essere smantellate.

– Nelle aree colpite dal terrorismo, amministrazione locale, polizia e difesa devono essere organizzate tramite panchayat/jirga (sostanzialmente forme locali di consigli popolari) elette su base territoriale. Comitati armati di difesa sotto il controllo e la partecipazione di studenti, lavoratori e delle più ampie fasce popolari sono l’unico mezzo per affrontare e sconfiggere elementi perturbatori, fascisti e terroristici.

– La trasparenza nelle indagini sugli attentati transfrontalieri e sulle operazioni antiterrorismo interne deve essere garantita attraverso il coinvolgimento di rappresentanti popolari di base (e, quando necessario, di altre persone non colluse e affidabili). Le azioni extragiudiziarie e le sparizioni forzate devono cessare, e coloro che sono coinvolti nel terrorismo devono essere perseguiti attraverso i tribunali regolari. Rimuovere ritardi e ostacoli procedurali è responsabilità dello Stato.

– Siamo convinti che i talebani non abbiano nulla a che fare con la sicurezza e la sovranità dell’Afghanistan. Sono una forza fanatica, fascisteggiante e occupante, imposta al popolo afghano dall’imperialismo, e rappresentano la più grande minaccia all’integrità dell’Afghanistan. È quindi dovere di lavoratori, studenti e attivisti politici progressisti in tutto il Pakistan, incluso il Punjab, offrire solidarietà e sostegno politico alla lotta del popolo afghano contro questo mostro.

– Decine di migliaia di madrasse in tutto il paese sono diventate delle fabbriche di fondamentalismo, dove bambini indigenti provenienti da contesti poveri sono sottoposti alle peggiori forme di abuso e usati come materia prima per il terrorismo. Questa è una gigantesca tragedia umana che nasce sia dalle agevolazioni di Stato sia dall’abdicazione di responsabilità. Fintanto che queste istituzioni non sono nazionalizzate e integrate in un sistema educativo moderno, il fondamentalismo e la violenza ad esso associata non possono essere sradicati.

– Le condizioni sociali oggettive che sostengono il fanatismo religioso e il terrorismo – povertà, disoccupazione, disperazione e alienazione – devono essere affrontate. Ogni forma di capitalismo in Pakistan, incluso il modello neoliberista, ha fallito, portando a inflazione, difficoltà economiche e un accesso sempre più ristretto a un impiego dignitoso, all’istruzione e alla sanità. Queste condizioni spingono molti giovani verso droghe, criminalità, o tendenze fondamentaliste al fine di un sostegno sociale ed economico. Chiediamo l’abbandono delle politiche imperialiste neoliberiste basate su privatizzazioni, austerità, trappole del debito pubblico e leggi antioperaie. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di istruzione, sanità, abitazione e occupazione, come diritti umani fondamentali attraverso una pianificazione economica concreta.

– Tutte le organizzazioni politiche e non politiche, istituzioni e congregazioni, che promuovono direttamente o indirettamente l’estremismo religioso, il fanatismo e la violenza – e che spesso fungono da nido per gruppi terroristici armati – devono perdere il sostegno pubblico. I loro beni devono essere confiscati dallo Stato e i loro canali televisivi e i giornali correlati devono essere interdetti.

– Il materiale reazionario, dogmatico e non scientifico, va rimosso dai programmi educativi e dal sistema educativo, che deve essere allineato ai requisiti contemporanei.

– Invece di spendere enormi risorse in guerre e in operazioni militari, deve essere avviato un piano di sviluppo d’emergenza da cinque a dieci anni per le aree tribali (precedentemente FATA) (4) sotto la supervisione e il controllo di rappresentanti eletti localmente. Queste aree devono essere dotate di adeguati sistemi di approvvigionamento idrico e di drenaggio, ospedali e istituzioni educative moderne (incluse università), industrie e istituti di servizi adatti alle risorse e alle esigenze locali (dando priorità all’occupazione locale), trasporti pubblici accessibili e dignitosi e unità abitative. Coloro che si occupano della coltivazione e del commercio di droga devono essere forniti di mezzi di sussistenza alternativi. I piccoli agricoltori e le piccole imprese devono ricevere prestiti facilitati e senza interessi.

– L’interdizione dei sindacati studenteschi imposta durante la oscura dittatura di Zia-ul-Haq non solo ha facilitato le tendenze fondamentaliste, ma ha permesso anche la fioritura di tendenze fasciste e del culto della personalità, come quelle associate al PTI (5). La repressione dell’attività politica e della sindacalizzazione nelle istituzioni educative hanno gravemente danneggiato la coscienza degli studenti e portato a crisi ideologiche e culturali. Pertanto, il divieto dei sindacati studenteschi deve essere revocato nella pratica – e non solo retoricamente – per promuovere processi politici sani, valori democratici e dibattiti intellettuali.

– L’attuale clima di guerra e di operazioni militari ha alimentato pregiudizi linguistici reciproci e odio nazionale. Questo è profondamente preoccupante e deplorevole. L’ostilità reciproca tra gli oppressi avvantaggia sempre le classi sfruttatrici e dominanti, sia lo Stato pakistano che i talebani afghani. Nelle condizioni attuali, alcuni circoli nazionalisti e liberali pashtun, insieme a elementi reazionari come il PTI, sostengono i talebani solo per ostilità verso lo Stato pakistano o sulla base di uno sciovinismo nazionale. Questa è una posizione antipopolare, reazionaria e opportunistica. D’altra parte, non mancano i sciovinisti punjabi/pakistani che spargono veleno contro afghani o pashtun, una posizione altrettanto tossica e condannabile. Queste tendenze apparentemente opposte sono, in realtà, due facce della stessa medaglia, che si rafforzano e si completano a vicenda. Ogni individuo cosciente deve opporsi a queste tendenze e combattere non gli oppressi di un’altra nazione ma il vero nemico in casa propria.

– Rifiutiamo tutte le forme di pregiudizio etnico, odio e ostilità nazionalista o statale tra i popoli di Afghanistan e Pakistan. Vogliamo anche chiarire che, nel caso in cui il regime talebano dovesse ipoteticamente cadere a seguito di un attacco esterno del Pakistan o di qualsiasi altra potenza, esso non sarebbe automaticamente sostituito da un governo sano, democratico e favorevole alle masse popolari. Come abbiamo già visto sotto la forma di un governo fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti, tali risultati non portano a un cambiamento reale. La crisi è diventata così grave che non può essere curata senza un intervento chirurgico rivoluzionario. Solo attraverso la solidarietà di classe tra gli oppressi e gli sfruttati di tutte le nazioni, e la lotta contro il sistema capitalista imperialista che genera guerre, terrorismo, povertà e fame, si può garantire una pace duratura, uno sviluppo e una prosperità di vasta portata.

Asian Marxist Review (The Struggle, LIS Pakistan)

Note del traduttore

(1) Linea Durand. Tipica creatura imperialistica, la “Linea” è nata da un accordo del 1893 tra l’emiro afghano Abdur Rahman e il diplomatico inglese Mortimer Durand (dopo i vani sforzi militari della Gran Bretagna di occupare il paese). È il confine che separa l’Afghanistan dal Pakistan. Oggetto di contesa annosa tra i due Stati a partire dagli anni ’30 del XX secolo. Subì varie ratifiche con i trattati del 1905, 1919 e 1921. Il Pakistan sostiene di aver acquisito la piena sovranità sulle aree e sul popolo a est della Linea Durand in quanto Stato successore dell’India britannica. La locale presenza militare USA svolge un ruolo di mediazione tra i governi di Islamabad e quello talebano sulle spalle dell’autodeterminazione del Pashtunistan.

(2) “Jihad del dollaro”, ovvero i massicci finanziamenti provenienti dagli USA e dall’Arabia Saudita, e transitati operativamente tramite i servizi di intelligence pakistani, per sostenere l’azione armata dei mujaheddin afghani contro l’Unione Sovietica e l’allora governo di Kabul del PDPA tra il 1979 e il 1992. I fondi hanno sostenuto la crescita delle madrasse nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, che sono diventate centri chiave di reclutamento e anche oggi svolgono un ruolo nell’attività terroristica islamista.

(3) La Rivoluzione di Saur (Rivoluzione d’aprile) è il colpo di stato avvenuto in Afghanistan il 27-28 aprile 1978 che ha portato al potere il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA).

(4) FATA, Federally Administered Tribal Areas. Aree tribali di amministrazione federale. Comprese tra il confine afghano e la Provincia della Frontiera Nord-Occidentale, riguardavano essenzialmente il territorio della popolazione pashtun. Le FATA sono state soppresse con l’emendamento alla Costituzione pakistana del 31 maggio 2018.

(5) PTI, Pakistan Tehreek-e-Insaf, Movimento per la Giustizia del Pakistan. Partito fondato nel 1996 dal miliardario filantropo Imran Kahn, già primo ministro tra l’agosto 2018 e l’aprile 2022 e arrestato in una vicenda legata a fondi ricevuti dagli Emirati Arabi Uniti. Il partito è radicato particolarmente nel Punjab, di cui Kahn fu anche governatore, ed è tra i principali attori politici del paese. Formazione borghese di orientamento islamista e populista, alle ultime elezioni per l’Assemblea Nazionale del febbraio 2024 si è confermato il primo partito.

Giù le mani dal Rojava! Autodeterminazione per il popolo curdo!

 


Volantino distribuito nelle manifestazioni per il Rojava

Negli ultimi giorni, l'esercito siriano ha ripetutamente attaccato quartieri e città in Siria dove vivono curdi o che sono sotto autogestione curda.
L'esercito siriano è stato supportato nei suoi attacchi dalla Turchia, le cui milizie “proxy” sono coinvolte in modo significativo. È chiaro che la Turchia ha un interesse significativo a strappare l'autogoverno democratico ai curdi, nel nord e nell'est della Siria (Rojava), ed è sempre stata determinata a impedire qualsiasi forma di autogoverno curdo.

Il 18 gennaio, il presidente del governo di transizione siriano, Ahmed al-Scharaa, ha proposto quindi un cessate il fuoco che di fatto priva di potere le SDF (Forze Democratiche Siriane) guidate dai curdi in Siria. In base a questo accordo, le SDF devono essere pienamente integrate nell'esercito siriano. Solo un'unità di polizia locale nelle aree curde, integrata nell'apparato di polizia siriano, potrà continuare ad esistere. In definitiva, tutti gli accordi mirano a disarmare le SDF e anche le unità curde di autodifesa YPG e YPJ.

Inoltre, aree di autogoverno curdo, in particolare Raqqa e Deir ez-Zor, saranno poste sotto il dominio dello stato siriano e l'autonomia curda cesserà. Il controllo sulle prigioni che ospitano sostenitori dell'ISIS e i loro familiari, così come l'accesso a infrastrutture e risorse importanti, sarà trasferito. Sebbene la regione sia stata gravemente danneggiata dalla guerra contro l'ISIS, possiede ancora risorse considerevoli come giacimenti petroliferi e di gas e terreni agricoli particolarmente fertili

Per placare i curdi, al-Scharaa ha riconosciuto ufficialmente il curdo come lingua in un decreto emesso il 16 gennaio. Secondo questo decreto, il curdo può ora essere insegnato come materia secondaria nelle scuole delle aree dove la maggioranza della popolazione è curda. Newroz è stata anche dichiarata festa nazionale, queste sono briciole che non potrebbero essere più piccole.

L'escalation della situazione e gli attacchi all'autogestione democratica della Siria settentrionale e orientale hanno diverse ragioni tattiche. Secondo alcuni resoconti dei media, al-Sharaa sta attualmente negoziando un accordo a Parigi che consentirebbe e legittimerebbe l'occupazione del sud della Siria da parte dell'esercito israeliano. L'attacco alla regione autonoma fungerebbe anche da perfida distrazione per nascondere questo tradimento.
Ma alla fine, questo è solo un aspetto secondario. Gli sforzi di al-Sharaa derivano dallo stesso nazionalismo siriano, che sostiene anche il governo islamista e rifiuta il diritto all'autodeterminazione delle nazioni oppresse. Nel migliore dei casi, il nuovo regime si sente costretto a fare concessioni tattiche e solo temporanee ai curdi.

In secondo luogo, l’escalation è anche strettamente legata al cambiamento nei rapporti di potere imperialisti. Gli Stati Uniti, che un tempo sostenevano militarmente le SDF guidate dai curdi nella lotta contro l'ISIS, stanno voltando loro le spalle. Poiché l'ISIS è stato sconfitto, almeno militarmente, e l'autogoverno curdo non interessa più agli Stati Uniti – al contrario, anzi – il loro atteggiamento è cambiato di conseguenza. I risultati democratici del Rojava non hanno alcuna importanza per gli Stati Uniti, né uno stato decentralizzato che non sia nel loro interesse strategico. Al contrario, gli USA vogliono un governo vassallo filo-occidentale in Siria attraverso il quale possano controllare indirettamente il paese. Non sono solo gli Stati Uniti; anche la comunità internazionale sta diventando sempre più solidale verso il governo siriano. Con questo sostegno, è più facile attaccare i presunti oppositori di uno stato siriano "stabile". L'obiettivo è aprire la Siria al capitale straniero.

Ciò significa anche che al-Sharaa vuole rappresentare uno stato centralizzato in cui il potere è concentrato nelle sue mani. La crisi sociale ed economica in corso e le contraddizioni interne tra le diverse fazioni del governo su cui si basa al-Sharaa rendono praticamente necessaria la necessità di un regime bonapartista che, inoltre, dipende per il bene o per il male dagli Stati Uniti, da altri imperialismi occidentali e da potenze regionali come Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Qualsiasi forma di autogoverno o struttura federalista, come richiesto dalle SDF e dal PYD, si oppone a questo. L'argomento secondo cui tali strutture metterebbero in discussione il nuovo stato emergente e scoraggerebbero gli investitori stranieri viene ripetutamente utilizzato dal regime come giustificazione per sopprimere i risultati.

Ci opponiamo fermamente agli attacchi dell'esercito siriano contro la popolazione e le regioni curde che sono state principalmente sotto autogestione curda da quasi un decennio. Come ogni popolo oppresso, hanno diritto all'autodeterminazione nazionale. È inaccettabile che le strutture relativamente "progressiste" (non pienamente socialiste) e il diritto all'autodifesa vengano minati in questo modo! Questi attacchi non sono solo terribili, ma sono anche di fatto un tradimento: nel marzo 2025, l'accordo tra le SDF e al-Sharaa prometteva di costruire uno stato "democratico, pluralista, decentralizzato". Anche questo fu una sconfitta per il popolo curdo, poiché già prevedeva l'integrazione delle istituzioni o delle strutture amministrative civili curde, e quindi i risultati raggiunti dalle SDF nel corso degli anni, nel governo di transizione.

Nessuna potenza imperialista può essere affidabile per difendere i diritti delle nazioni oppresse – né in Kurdistan né in Ucraina, figuriamoci in Palestina. Solo la classe lavoratrice autorganizzata può sostenere i propri diritti fino alla fine. È nell'interesse di tutti i lavoratori siriani alzarsi ora per i diritti uguali per tutti e, soprattutto, difendere i diritti e i risultati democratici della popolazione curda.

I lavoratori siriani hanno già dimostrato coraggio e tenacia nell'istituire sindacati indipendenti e comitati dei lavoratori, oltre che nel resistere ai tagli di posti di lavoro e alla chiusura delle fabbriche. Ora devono mostrare la stessa fermezza nella lotta per i diritti democratici.
Solo difendendo chiaramente i diritti di tutte le persone oppresse, come le minoranze nazionali e religiose e le donne, potranno costruire una vera alternativa al nazionalismo, all'islamismo e all'imperialismo.

Solo un governo operaio basato su consigli e proprie milizie armate, che includerebbero molti combattenti del movimento curdo, ma anche le restanti forze democratiche in Siria, può offrire una soluzione.

• Giù dal le mani dal Rojava!
• Solidarietà con il popolo curdo e vittoria ai combattenti!
• Sostegno concreto, compreso armamento, al SDF
• Per il diritto all'autodeterminazione nazionale, incluso il diritto all'armamento della popolazione!
• Ritiro immediato dell’esercito siriano dalle aree curde!
• Ritiro di tutte le truppe straniere dalla Siria!
• Per un Kurdistan unito e socialista in una Federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori

No al piano coloniale Trump-Netanyahu

 


Per la continuità della mobilitazione unitaria contro il sionismo e l'imperialismo

15 Ottobre 2025

L'universo politico mediatico a 360 gradi sta celebrando il piano Trump per la Palestina con la retorica più grottesca. Anche i commentatori più sobri si sperticano in lodi commosse per la ritrovata “pace” in Medio Oriente, attribuendo a Donald Trump il ruolo storico di pacificatore.

Ma di quale pace stiamo parlando?

Cessazione dei bombardamenti, scambio dei prigionieri, ingresso degli aiuti alimentari: se l'accordo si limitasse a questo sarebbe ovviamente del tutto legittimo e positivo. Ma non è questo il contenuto di fondo dell'accordo. Al contrario. Questo è solo il bordo inzuccherato di un bicchiere velenoso. Velenoso per il popolo palestinese, per la sua resistenza, per la sua liberazione. Chi non vede questo ignora semplicemente la realtà. E danneggia pesantemente la stessa mobilitazione antisionista.

Guardiamo in faccia la realtà dell'accordo. Di ciò che dice e di ciò che tace.


LA REALTÀ DELL'ACCORDO DI “PACE”

La Cisgiordania, di cui il piano non parla, è abbandonata di fatto alla furia dei coloni e delle forze di occupazione. Il fatto che a Ramallah persino i festeggiamenti per i prigionieri liberati siano stati proibiti dalle autorità israeliane, e che le case dei loro familiari siano state saccheggiate preventivamente dai militari occupanti a fini di intimidazione, ci parla dell'immutata quotidianità del terrore sionista. Non meno della prostrazione fisica dei prigionieri palestinesi liberati dopo anni o decenni di torture e angherie.

Per Gaza è prevista un'occupazione militare multinazionale a guida americana sotto la supervisione diretta del Presidente USA. Mentre le forze di occupazione sioniste che ancora controllano oltre il 50% della Striscia manterranno in ogni caso una propria presenza militare. Si tratta di un protettorato mandatario di classica tradizione coloniale. Un'occupazione per procura. Due milioni di gazawi, dopo due anni di genocidio, non avranno neppure il diritto formale a eleggere una propria rappresentanza, ridotti a oggetto passivo di un piano concordato tra imperialismo USA, Stato sionista e borghesie arabe.

Lo Stato sionista, che ha distrutto Gaza, non verserà un solo euro per la sua ricostruzione. Il punto 10 del piano Trump affida la ricostruzione al libero mercato di capitali privati, con l'obiettivo dichiarato di edificare “città medio-orientali”: investimenti immobiliari di lusso garantiti dalle monarchie del Golfo in concerto con le grandi compagnie americane ed occidentali.

I palestinesi poveri di Gaza, con le proprie case distrutte dai bombardamenti, non potranno certo comprare i nuovi immobili di lusso. Saranno destinati alla vita di paria in accampamenti di fortuna, in uno stato permanente di umiliazione e ricatto.
In compenso, è già partito lo sgomitamento tra le grandi aziende e i rispettivi governi per la spartizione del bottino. Il cosiddetto Consiglio di pace sarà solo il comitato d'affari di questo business. Ignoti tecnocrati palestinesi, scelti dalle potenze straniere, daranno copertura all'operazione. L'Italia manderà i carabinieri a supporto delle proprie ragioni contrattuali.

Per le organizzazioni della resistenza palestinese non c'è futuro in questo piano imperialista se non quello della propria subordinazione e/o della propria resa.

La cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese, che già svolge da tempo un ruolo di polizia sussidiaria delle forze di occupazione in Cisgiordania, ha prontamente offerto la propria collaborazione al piano Trump alla ricerca di uno strapuntino a Gaza. Ma dovrà guadagnarsi il lasciapassare dello Stato sionista, per il momento non disponibile.

Per Hamas e le forze della resistenza, che in questi due anni hanno combattuto valorosamente, il piano Trump-Netanyahu prevede il disarmo e l'esilio. Al più, nell'attesa della subentrante “forza multinazionale di stabilizzazione” (e dunque nel suo proprio interesse), Trump consente ad Hamas un ruolo provvisorio di polizia locale per mantenere l'ordine. Non più di questo. Lo Stato sionista lo accetta in cambio dell'impegno di Hamas al disarmo.

In sostanza: Trump ha garantito a Israele l'impegno al disarmo di Hamas, ed ha garantito ad Hamas che Israele non riprenderà la guerra dopo la liberazione degli ostaggi. Di certo il negoziato diretto fra gli uomini di Trump e la direzione di Hamas è stato determinante mercoledì scorso per sbloccare l'accordo “di pace”. Ma presentare questo accordo come una vittoria della resistenza sarebbe davvero un macabro scherzo. L'intero piano di “pacificazione” imperialista del Medio Oriente richiede la distruzione della resistenza palestinese.


UN ACCORDO “FIGLIO DELLA MOBILITAZIONE”?

Chi presenta l'accordo “di pace” come un sottoprodotto positivo della grande mobilitazione in Occidente contro il genocidio sionista confonde la propria fantasia con la realtà.

L'accordo non è figlio della mobilitazione antisionista ma dello sfondamento militare di Israele in Medio Oriente.
È vero: mai l'odio contro Israele è stato tanto grande nel mondo, e questo è sicuramente causa ed effetto della grande mobilitazione internazionale contro il genocidio. Ma al contempo mai la forza militare di Israele è stata tanto grande nella regione mediorientale.

In due anni, grazie al sostegno militare delle grandi potenze imperialiste, in primo luogo dell'imperialismo USA, la guerra di Israele ha progressivamente piegato a proprio vantaggio i rapporti di forza nella regione. Ha ridimensionato l'Iran, ha annientato la direzione di Hezbollah, ha capitalizzato il crollo del regime siriano. Tutto ciò ha incentivato alla lunga il rilancio degli Accordi di Abramo, cioè la gravitazione dei regimi arabi attorno all'attuale vincitore militare della partita. Trump è stato l'attivo mediatore di questa ricomposizione. Ha portato in dote ad Israele l'apertura, una dopo l'altra, delle borghesie arabe. Ed ha offerto in cambio ai regimi arabi (Qatar in primis) le proprie garanzie da possibili attacchi israeliani

L'accordo, naturalmente, non è privo di contraddizioni ed incognite. I regimi arabi vorrebbero qualche promessa, fosse pure retorica, sulla questione palestinese a beneficio delle proprie opinioni pubbliche. La Turchia neoottomana di Erdogan si candida a contrappeso regionale dello Stato sionista. Gli imperialismi europei cercano spazi affaristici e diplomatici in queste contraddizioni in funzione della loro più generale relazione negoziale con gli USA. Ma, al di là di contraddizioni e incognite, resta il dato di fatto: l'accordo “di pace” è un indubbio successo dell'imperialismo USA e dell'amministrazione Trump. Che ha bisogno di una normalizzazione del Medio Oriente per potersi concentrare sulla sfida del Pacifico verso la Cina.

Peraltro, la normalizzazione dei rapporti tra paesi arabi ed Israele, ed il coinvolgimento in questa dell'India, libera un canale di transito commerciale alternativo (India, penisola arabica, Tel Aviv) alla Via della Seta cinese. Anche questo è parte del piano Trump.

Un altro fattore nella dinamica degli avvenimenti è stato il relativo isolamento della resistenza palestinese in Medio Oriente. Grande è la sproporzione tra la grande mobilitazione pro Palestina in Occidente e il livello di mobilitazione delle masse arabe.
Subito dopo il 7 ottobre, diversi paesi arabi (Giordania, Iraq, Tunisia...) videro imponenti mobilitazioni di solidarietà coi palestinesi, in aperta polemica coi propri governi. Ma in seguito il movimento arabo ha conosciuto un progressivo riflusso. L'eccezione del Marocco, dove il movimento pro Palestina resta importante, non cambia il quadro d'insieme. Di certo questo riflusso ha favorito lo spazio di manovra dei governi arabi verso Israele e l'imperialismo USA, consentendo loro di massimizzare le pressioni sulla direzione di Hamas per indurla ad accettare il piano Trump.

Tutto ciò ripropone un nodo strategico centrale per la resistenza palestinese. Solo l'incontro fra resistenza palestinese e rivoluzione araba può spezzare la dominazione sionista e imperialista sulla regione, e liberare la via per la stessa liberazione della Palestina. In altri termini, una Palestina unita dal fiume al mare, libera laica e socialista, è indissolubile da un movimento rivoluzionario di liberazione dell'intera nazione araba e della regione mediorientale. Ciò che richiede a un tempo un cambio di direzione e prospettiva della stessa resistenza palestinese e lo sviluppo del marxismo rivoluzionario tra le masse arabe, a partire dalla loro avanguardia.


CONTINUARE LA MOBILITAZIONE ANTISIONISTA. PER LA ROTTURA DI OGNI RELAZIONE CON ISRAELE

Il colpo subito dal popolo palestinese e dalla sua resistenza non deve significare in alcun modo un arretramento della mobilitazione antisionista in casa nostra. Al contrario. La mobilitazione internazionale a sostegno della Palestina è, se possibile, più importante di prima.

Le diplomazie imperialiste sono ovunque al lavoro per ripulire l'immagine di Israele e cancellare la memoria del genocidio. Gli stessi governi che hanno finanziato e armato per due anni la barbarie sionista contro il popolo di Gaza e Cisgiordania cercano non solo di abbellire il cosiddetto accordo “di pace” ma di intestarsene il merito. Governo Meloni in primis. Questa operazione va denunciata e contrastata ovunque: nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Nessuno deve sfuggire alle proprie responsabilità. Nessun crimine, nessuna complicità, devono essere rimossi o perdonati.

La battaglia per la rottura di ogni relazione con lo Stato sionista deve continuare, a partite dal blocco a oltranza di ogni traffico con Israele nei porti e negli aeroporti. Il fronte unico di lotta che si è realizzato, dopo la spinta del 22 settembre, nelle grandi giornate dello sciopero generale del 3 ottobre, e nella gigantesca manifestazione del 4 ottobre, dev'essere salvaguardato e rilanciato contro ogni logica di defilamento o di ripiegamento autocentrato. Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà impegnato ovunque in questa direzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dove va la Siria?

 


Il crollo di un regime dispotico, la natura del nuovo potere islamista, il futuro di una rivoluzione siriana

29 Dicembre 2024

La caduta del regime di Bashar al-Assad è stata una risultante indiretta dello scenario mondiale. Ma non di un misterioso complotto. I campisti cercano ancora una volta regie occulte, quando tutto è avvenuto alla luce del sole. Semplicemente la guerra d'invasione dell'Ucraina da parte di Putin ha privato il regime siriano dell'appoggio decisivo dell'imperialismo russo. Mentre la guerra dello stato sionista in territorio libanese ha impedito il soccorso ad Assad da parte delle forze di Hezbollah. La defezione obbligata dei suoi alleati tradizionali ha condannato a morte un regime tenuto in piedi esclusivamente dal loro sostegno.

La base materiale del regime era infatti estremamente ristretta. Il clan allargato della famiglia Assad concentrava nelle proprie mani, in forma diretta o indiretta, tutte le leve dell'economia e dell'apparato statale. La stessa apertura al capitale straniero e alle relazioni diplomatiche con gli imperialismi – avviate già a partire dagli anni '80, e poi dispiegate negli anni '90 e 2000 – si combinavano col controllo familiare delle grandi proprietà immobiliari, delle telecomunicazioni, del sistema bancario. Che a sua volta integrava nelle proprie strutture la fascia sociale superiore della comunità alauita (sciita), minoranza privilegiata della borghesia siriana. Parallelamente, l'enorme apparato repressivo del regime, nella sua articolazione capillare, faceva egualmente capo alla rete parentale di Assad e al suo esercizio di un terrore spietato.

La ribellione di massa del 2011, sulla scia delle rivoluzioni arabe in Tunisia ed Egitto, scosse fortemente il regime. Il successivo sviluppo della reazione panislamista, inizialmente favorita dallo stesso Assad in funzione controrivoluzionaria, da un lato ebbe ragione della rivoluzione siriana ma dall'altro impegnò il regime in una guerra civile logorante che ne indebolì ulteriormente la capacità di tenuta. Il peso specifico del sostegno russo e iraniano ad Assad crebbe nell'ultimo decennio in misura proporzionale all'indebolimento del regime. Il suo venir meno è stato pertanto fatale.


LA DINAMICA DEL CROLLO, LA NATURA DEI VINCITORI

La dinamica del crollo è stata rapidissima. Oltre ogni possibile previsione degli stessi protagonisti. In dieci giorni si è sfaldato come neve al sole un regime che durava da più di mezzo secolo.
A dissolversi innanzitutto è stato l'apparato militare. Dopo la caduta di Aleppo, e poi di Homs, è crollata ogni residua linea di difesa. La fuga di Assad in Russia si è combinata con la resa sul campo dei suoi uomini. Assad stesso, negli ultimi giorni, ha dato alle sue strutture di riferimento l'indicazione della desistenza. L'abbandono a terra delle divise da parte di migliaia di soldati e ufficiali ha immortalato l'evento. Le truppe islamiste di Al Jolani sono entrate a Damasco senza colpo ferire, dopo aver probabilmente negoziato dietro le quinte la rinuncia a ogni resistenza da parte delle residue forze assadiste, in cambio di una promessa magnanimità.

La natura politica dei vincitori è inequivoca e al tempo stesso composita.
La forza dominante, HTS, guidata da Al Jolani, è frutto dell'accorpamento di tredici frazioni della galassia islamista, dopo la sconfitta dell'ISIS, e la conversione “nazionalista” del principale troncone siriano di Al Qaeda. La sua matrice è indiscutibilmente reazionaria. Il suo governo della città di Idlib, dove HTS si era da tempo arroccata, ha seguito non a caso precetti islamisti più o meno rigorosi.
La seconda forza nel campo dei vincitori è rappresentata dall'Esercito Nazionale Siriano (nel quale dieci anni fa erano confluiti i resti dell'Esercito Libero Siriano, inizialmente composto da soldati e ufficiali che dopo il 2011 avevano rotto con Assad sposando la sollevazione popolare). Questa organizzazione può essere oggi considerata la più diretta agenzia della Turchia in Siria, pienamente subordinata ai suoi interessi e alla sua politica. Più in generale, la Turchia emerge come forza dominante della nuova Siria, rimpiazzando il vecchio asse russo-iraniano.

Chiarita la matrice reazionaria, quale sarà l'evoluzione dello scenario siriano? È difficile avanzare una previsione attendibile. Ma è importante decifrare le mosse dei protagonisti, e il loro significato. La linea generale di Al Jolani è oggi quella di chi lavora al proprio accreditamento politico e diplomatico a 360 gradi, in Siria e sul piano internazionale.


L'ECUMENISMO RECITATO DI AL JOLANI

Sicuramente sorpreso dalla rapidità della propria vittoria, timoroso di perdere il controllo della situazione, spaventato dalle dimensioni enormi della crisi siriana (amministrativa, economica, militare), Al Jolani cerca una base d'appoggio per il nuovo potere. In Siria il suo sforzo principale consiste nella ricostruzione dello Stato borghese, anche attraverso l'assimilazione di ampi settori del vecchio apparato. Da qui la promessa di una larga amnistia; della dissoluzione delle milizie islamiste in un nuovo esercito regolare; della rinuncia a “vendette” contro i vinti; di una apertura a tutte le confessioni religiose e gruppi etnici del paese; del rispetto dei diritti delle donne; di una nuova Costituzione (non meglio precisata) e di successive elezioni.

Sul piano dell'amministrazione corrente, Al Jolani sta cercando un punto di equilibrio tra le ambizioni della propria cerchia di provenienza Idlib e la conservazione della vecchia burocrazia statale, nazionale e locale. La composizione mista del governo provvisorio “di salvezza nazionale”, e il mandato trimestrale a questi assegnato, risponde esattamente a tale equilibrio.
Sul piano economico, la direzione di marcia di Al Jolani è quella della liberalizzazione del mercato interno, a partire dalla messa all'asta dei monopoli parastatali e delle immense proprietà del clan Assad: cercando di soddisfare gli appetiti di una borghesia siriana, in parte interna e in parte emigrata, interessata a capitalizzare la svolta inattesa nel proprio interesse di classe.

L'ecumenismo di Al Jolani non è meno ampio in politica estera. Tutt'altro. All'imperialismo russo, pesantemente sconfitto, cerca di risparmiare l'umiliazione, offrendo il rispetto delle sue basi militari sul Mediterraneo e in ogni caso la garanzia di una ritirata ordinata. Allo stato sionista concede la futura rinuncia della Siria a ogni politica antiisraeliana nel nome di una “equidistanza” tra interessi regionali contrapposti: un de profundis per palestinesi ed Hezbollah. Agli imperialismi d'Occidente si offre una totale normalizzazione delle relazioni in cambio dell'auspicato ritiro delle sanzioni.


IL PELLEGRINAGGIO A DAMASCO DELLE CANCELLERIE IMPERIALISTE.
LA NUOVA SPARTIZIONE DEL MEDIO ORIENTE


Il pellegrinaggio affannoso di tutte le cancellerie imperialiste a Damasco è sintomatico. Ogni paese imperialista mira a incassare un utile per i propri interessi, a dispetto dei propri rivali. La Francia fa leva sul proprio ruolo in Libano, anche in qualità di garante della tregua in atto, per irradiarsi nella vicina Siria. L'Italia, che aveva giocato d'anticipo sulla concorrenza aprendo in estate la propria ambasciata a Damasco (a sostegno di Assad), accampa i diritti di partner privilegiato della nuova Siria scavalcando la Francia. Gran Bretagna e Germania offrono a loro volta disponibilità creditizie al nuovo potere puntando a ipotecare a proprio vantaggio la ricostruzione della Siria. Tutti esibiscono garanzie future in cambio di concessioni immediate. Tutti non vedono l'ora di liberarsi dei profughi siriani rispedendoli nel loro paese, e intanto bloccando ogni nuova immigrazione dalla Siria.

La verità è che il crollo del regime di Assad riapre il grande gioco della spartizione del Medio Oriente e delle sue aree d'influenza. Un secolo fa furono gli accordi di Sykes Picot a spartire la regione tra imperialismo francese e britannico. Quali saranno oggi gli architetti dei nuovi equilibri? A differenza di un secolo fa, quando ancora l'imperialismo britannico poteva vantare la propria egemonia internazionale, l'imperialismo mondiale è oggi privo di un proprio baricentro. La contesa tra vecchie e nuove potenze imperialiste infuria su tutti gli scacchieri, ed è già entrata nella stessa partita siriana.

L'imperialismo russo ha subito un colpo molto pesante con la caduta del regime siriano. Dieci anni fa la vittoria militare della Russia in Siria a garanzia di Assad accrebbe a dismisura il suo prestigio in Medio Oriente, e non solo: la stessa penetrazione della Russia in Africa nel ruolo di protettore militare di nuovi regimi (Mali, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Niger, Ciad), ai danni prevalentemente dell'imperialismo francese, fu l'incasso della vittoria riportata in Siria. Per la stessa ragione, la caduta di Assad è oggi una disfatta russa ben al di là della Siria. E con essa, una nuova sconfitta del regime iraniano alleato, dopo lo smacco subito in Libano.

Tuttavia non è chiaro chi rimpiazzerà lo spazio vacante. Lo stato sionista mira a capitalizzare a proprio vantaggio la sconfitta dell'asse iraniano, a partire dall'occupazione sfrontata di territorio siriano nel Golan, nel silenzio della diplomazia mondiale: il disegno della Grande Israele non conosce confini. Ma il regime reazionario di Erdogan coltiva specularmente le stesse mire, disponendo oggi in Siria di leve invidiabili ad altri precluse: una diretta presenza militare nello schieramento vittorioso, e dunque il controllo politico indiretto sul nuovo governo siriano.
La contrapposizione diplomatica della Turchia a Israele sulla vicenda palestinese ha guadagnato a Erdogan nuove entrature nell'opinione pubblica delle masse arabe, e dunque uno spazio di manovra più ampio. La collocazione turca sulla linea di confine della NATO, e insieme le sue relazioni privilegiate con la Russia, consentono ad Erdogan di giocare su ogni tavolo in funzione del proprio disegno: un disegno neo-ottomano, che si irradia dal Nord Africa (Libia) alla penisola arabica sino al Sudan. Se un secolo fa la Siria nacque dalle spoglie dell'Impero ottomano, oggi l'ambizione neo-ottomana passa per il controllo turco della Siria. Una sorta di protettorato turco su Damasco.


LA MINACCIA MORTALE CHE GRAVA SUI CURDI

Questo disegno strategico richiede l'annientamento del popolo curdo. Tutte le pedine delle scenario internazionale sembrano disporsi nuovamente contro l'amministrazione curda del Rojava.
L'imperialismo USA nel suo proprio interesse sostenne dal 2016 le milizie curde siriane nella guerra contro ISIS, anche per frenare l'influenza russo-iraniana in Siria. La splendida vittoria militare curda a Kobane dimostrò agli occhi del mondo il coraggio e le capacità delle milizie curde di YPG contro la barbarie panislamista. L'espansione territoriale dell'amministrazione curda nel Rojava fu un effetto di quella vittoria. Ma nel 2019 Trump tradì i curdi con un primo ritiro dei marines e l'offerta di un semaforo verde all'offensiva militare turca contro il Rojava (chiamata beffardamente “Ramo d'ulivo”). La direzione curda strinse allora un patto inedito con Assad, accettando l'ingresso di forze militari russe e siriane come forze di interposizione. Ora la caduta di Assad rimescola nuovamente tutte le carte.
Erdogan chiede perentoriamente al nuovo governo siriano di disarmare il Rojava. Al Jolani ha pubblicamente dichiarato che la nuova Siria non potrà consentire una autonoma amministrazione curda nel nord-est della Siria. Gli USA hanno sinora mediato fra le truppe dell'Esercito Nazionale Siriano (filoturco) e le milizie di YPG. Ma l'annunciata amministrazione Trump ha già dichiarato che gli USA non si faranno coinvolgere. In altri termini, lasceranno fare alla Turchia. La direzione curda scrive a Trump chiedendo rassicurazioni, ma è molto difficile che possa ottenerle.
Una volta di più si conferma una verità di fondo: i curdi, al pari dei palestinesi, hanno diritto alla propria autodeterminazione nazionale, ma nessuna autodeterminazione dei popoli oppressi del Medio Oriente è compatibile con la dominazione imperialista e sionista della regione.


LE PROSPETTIVE DI UNA RIVOLUZIONE SIRIANA

Come evolverà la crisi siriana sul versante della mobilitazione sociale? Lo scenario è aperto a ogni sbocco. A differenza di Ben Alì o Mubarak, Assad non è caduto per via di una sollevazione popolare, ma per effetto del disfacimento del regime. Chi parla dell'ingresso delle milizie islamiste a Damasco come vittoria della “rivoluzione siriana” confonde la sollevazione del 2011 con la realtà, ben diversa, dell'ultimo decennio. Ma al polo opposto, l'area campista parastalinista e/o rossobruna che ha sempre descritto il regime dispotico di Assad come progressivo, democratico, socialmente avanzato, antimperialista – e per questo protetto dal popolo – non può capire l'entusiasmo popolare per la sua caduta. Un entusiasmo liberatorio che ha invaso strade e piazze delle città siriane, un entusiasmo persino incredulo, e anche per questo gioioso. Potrà trasformarsi questo entusiasmo in un processo di radicalizzazione di massa? Al momento questo salto non si registra. Ma nulla può essere escluso per il futuro.

La Siria è un paese distrutto. Più del 90% della popolazione è sotto la soglia della povertà. L'88% delle infrastrutture è crollato. Metà della popolazione è sfollata o in esilio. La lira siriana è carta straccia, l'inflazione è fuori controllo. Tutte le esigenze sociali più elementari cozzano con i programmi liberisti del nuovo governo e con gli appetiti imperialisti. Tutte le domande democratiche di libertà e giustizia cozzano con la salvaguardia del vecchio apparato statale. E anche con la pretesa di una nuova Costituzione scritta dagli islamisti senza una democratica assemblea costituente.

Il nuovo governo sta cercando di pilotare una transizione dall'alto prima che possa esplodere una sollevazione dal basso. Ma il calendario politico siriano dei prossimi mesi offrirà molte occasioni all'irrompere dell'iniziativa di massa. Solo un'autorganizzazione democratica delle masse oppresse – dei lavoratori e lavoratrici, dei contadini, della maggioranza della popolazione povera – e un governo operaio e contadino su di questa basato, potrà realizzare una vera svolta. Come ha scritto Samar Yazbek, poetessa siriana in esilio, «Bashar Assad è caduto, ma la vera rivoluzione dei siriani deve ancora cominciare» (Le Monde, 24 dicembre).

Al tempo stesso, come ha dimostrato una volta di più, seppur a negativo, l'esperienza delle rivoluzioni arabe del 2010/2011, solo una direzione marxista rivoluzionaria potrà dare un futuro alla rivoluzione. In Siria e non solo. La costruzione di questa direzione è il compito del giorno dei rivoluzionari.

Marco Ferrando

Dalla parte dei palestinesi, contro lo stato di Israele

 


In piena autonomia dalla destra religiosa di Hamas, ma sempre dalla parte di un popolo oppresso contro le forze d'occupazione

8 Ottobre 2023

English translation

L'attacco militare di Hamas solleva in queste ore l'onda della solidarietà con Israele da parte di tutta la diplomazia imperialista, ad ogni angolo del pianeta. Tonnellate di ipocrisia rivoltante. Che ignora l'oppressione della Palestina. Che confonde oppressori ed oppressi. Che rimuove le responsabilità decisive dell'imperialismo nel sostegno al terrore sionista.

Da marxisti rivoluzionari abbiamo sempre denunciato la natura politica di Hamas, la Fratellanza Musulmana cui appartiene, il regime con cui governa Gaza, le sue pratiche d'azione contro civili, il sostegno che fornisce alla dittatura dei mullah in Iran o al regime di Erdogan in Turchia. Ma un conto è la battaglia politica contro la destra religiosa dentro il campo della resistenza palestinese al sionismo. Un altro è il sostegno allo Stato sionista contro il popolo palestinese e il suo diritto alla resistenza.

Non abbiamo incertezze su quale campo scegliere. Come ovunque, scegliamo la difesa incondizionata di un popolo oppresso, il suo diritto alla libera autodeterminazione, il suo diritto alla resistenza contro le forze d'occupazione, indipendentemente dalla natura politica delle sue direzioni.

Lo stato d'Israele è nato dall'espulsione del popolo palestinese dalla propria terra attraverso i metodi del terrore. Tutta la storia dell'occupazione sionista della Palestina si regge sulla pratica del terrore. Terrore praticato dalle forze militari di occupazione e dai coloni. Terrore in Cisgiordania, dove si sono insediati ormai ben 700000 coloni. Terrore nei confronti della popolazione di Gaza, contro cui Israele negli ultimi diciotto anni ha già condotto sei guerre, con diverse migliaia di palestinesi assassinati.
Proprio l'attuale governo di estrema destra di Netanyahu ha esteso e moltiplicato i metodi terroristici contro i palestinesi e i loro diritti. Basti pensare alle barbare operazioni condotte recentemente dalle truppe sioniste nei campi profughi di Jenin.

Parlare, tanto più oggi, del “diritto di Israele alla propria difesa” è semplicemente la spudorata difesa del terrorismo quotidiano del sionismo.

A chi invoca la “pace in Medio Oriente” diciamo che non vi sarà mai alcuna pace possibile tra uno stato che opprime e un popolo oppresso. Che tutti i cosiddetti accordi di pace con Israele, come i famosi accordi di Oslo del 1993 (benedetti dalle sinistre riformiste di tutto il mondo), si sono rivelati un inganno per i palestinesi. Che solo la distruzione rivoluzionaria dello Stato d'Israele, dei suoi fondamenti giuridici, confessionali, militari, potrà liberare la Palestina, consentendo ai palestinesi il diritto al ritorno nella propria terra. Che solo la piena e libera autodeterminazione del popolo palestinese potrà permettere una pacifica convivenza con la minoranza ebraica. Che solo riconducendo la resistenza palestinese ad una prospettiva socialista, in Palestina e in tutto il Medio oriente, sarà possibile realizzare questa soluzione storica, l'unica soluzione reale della questione palestinese.

Partito Comunista dei Lavoratori

 


Il silenzio e le complicità delle potenze imperialiste

Il popolo che ha subito il primo genocidio del Novecento sta lasciando in massa il territorio che ha abitato ininterrottamente per duemila anni. Si tratta della popolazione armena del Nagorno-Karabakh, vittima della guerra di conquista promossa dal regime di Azerbaigian e della sua rapida vittoria. Una guerra attivamente sostenuta dalla Turchia di Erdogan nel nome del progetto panturco e neo-ottomano che lo ispira.

Tutte le potenze imperialiste vecchie e nuove sono silenti o complici del massacro. La Turchia è a un tempo membro della NATO e interlocutore privilegiato dell'imperialismo russo. Ciò spiega molto della dinamica in atto. L'imperialismo russo, che formalmente doveva custodire “la pace” in Nagorno, ha lasciato fare al regime azero. La guerra d'invasione dell'Ucraina ha ben altra priorità per Mosca, e la Turchia in ogni caso pesa assai più degli armeni. Gli imperialismi occidentali, dal canto loro, non volevano ulteriori problemi con Erdogan, e del resto hanno sviluppato importanti relazioni d'affari col regime azero, soprattutto in fatto di forniture petrolifere e di gas. Paradossalmente, proprio le sanzioni antirusse hanno rafforzato la rendita di posizione strategica dell'Azerbaigian in campo energetico.

L'imperialismo italiano è in prima fila nelle relazioni d'affari con Baku. L'Italia è in Europa la principale destinataria delle esportazioni azere (ben il 30% delle esportazioni di Baku in Europa è verso Roma), in particolare in fatto di idrocarburi. In cambio l'Italia vende armi all'Azerbaigian: elicotteri militari venduti dal gruppo Leonardo sin dal 2012, e più recentemente aerei dal trasporto militare C-27. Gli aerei intervenuti per bombardare gli armeni erano anche di provenienza tricolore.

Questo spiega il totale silenzio del governo Meloni e più in generale dei partiti borghesi italiani di fronte alla persecuzione contro gli armeni in Nagorno-Karabakh. Decine di migliaia di armeni sono costretti ad abbandonare le proprie case e i propri beni per sfuggire alla furia delle truppe occupanti, che distruggono case e musei, sequestrano averi, imprigionano nelle proprie galere migliaia di armeni, con tanto di vessazioni e torture. Ma gli imperialismi “democratici” tacciono. Il principio di autodeterminazione dei popoli oppressi è come sempre, per loro, una variabile dipendenti dei propri interessi, dunque carta straccia.

Solo il movimento operaio internazionale può battersi per la difesa degli armeni e dei loro diritti.

Partito Comunista dei Lavoratori

No all’accordo criminale di allargamento della NATO!

 


Dichiarazione congiunta tra Collettivo Rivoluzione Permanente (CoReP), Comitato provvisorio di ricostituzione dell’Opposizione Trotskista Internazionale (OTI) e PCL

Il nostro partito ha preso una chiara posizione di difesa della Ucraina contro l’aggressione dell’imperialismo putiniano. Allo stesso tempo abbiamo ribadito la nostra totale contrapposizione agli imperialismi occidentali, incluso quello italiano, dichiarando che se l'attuale guerra di aggressione russa in Ucraina si fosse trasformata in una vera guerra tra Russia e NATO (o una parte di essa) noi avremmo modificato la nostra posizione, passando a un disfattismo bilaterale contro entrambi gli imperialismi in lotta. Per questo abbiamo in particolare condannato a fine giugno (si veda il nostro sito in data 29/06/2022) l’allargamento della NATO a Svezia e Finlandia, definendolo giustamente “criminale”. A luglio abbiamo realizzato, proprio a partire dal nostro testo, una dichiarazione comune con i compagni del Collettivo Rivoluzione Permanente (CoReP), un'organizzazione trotskista con gruppi in Austria, Francia, Spagna, Turchia. Con questo raggruppamento avevamo già firmato una dichiarazione comune riferita all’aggressione russa all’Ucraina, pubblicata sul nostro sito il 18 luglio scorso. Proprio la vicinanza temporale dei due testi (scontati i tempi di discussione, emendamento e traduzione in varie lingue) avrebbe dato il senso della posizione generale comune con i compagni del CoReP. Purtroppo, prima una incomprensione sull’accettazione o meno di due emendamenti finali al testo, poi gli impegni estivi legati alla presentazione elettorale (anche se limitata in Liguria in forma piena, ma anche in altre regioni senza presentazione effettive), ci ha portato a un ritardo nella pubblicazione in italiano, di cui chiediamo scusa ai nostri lettori e alle nostre lettrici e ai compagni del CoReP. In ogni modo, le posizioni qui espresse restano del tutto valide ad oggi, così come il riferimento alla situazione curda, che ha alcune somiglianze con quella ucraina, in particolare sulla questione dell’armamento del popolo oppresso da parte dell’imperialismo USA, e che inoltre è un punto gravissimo dell’accordo sull’adesione alla NATO di Svezia e Finlandia, perché prevede, su richiesta turca, la fine di ogni aiuto ai rifugiati curdi.



Nel 2014 i combattenti curdi erano esaltati in Occidente come gli eroi della guerra contro l’organizzazione terroristica islamica ISIS. Largamente armati dalla NATO e in primo luogo dall’imperialismo USA (senza che, giustamente, gli attuali sedicenti pacifisti o i semiputitiani ci trovassero niente a che ridire), erano la forza di prima fila di quella guerra.
Pochi obiettarono persino alla scelta – questa secondo noi gravemente errata – del YPG/YPJ di combattere successivamente non solo con l’appoggio, ma materialmente, insieme alle truppe USA.

Nel 2015, per conservare la Turchia nella NATO, Trump ha autorizzato l’invasione militare decisa da Erdogan nel Nord della Siria, destinata a cacciare il PKK-YPG. Erdogan aveva dal 2012 al 2015 finanziato e ospitato le bande islamiste della Siria (in particolare Al-Nusra legata a Al-Qaeda).

Oggi tutto questo è dimenticato in nome del confronto con l’imperialismo russo. In maggio, il governo riformista di Svezia (SAV, partito socialdemocratico) e il governo di fronte popolare di Finlandia (SDP-Kesk-Vihr-Vas-SFP) hanno deciso di aderire alla NATO. Lo Stato turco ha messo delle condizioni. Il 29 giugno il summit di Madrid della NATO ha accettato la loro richiesta. Erdogan avrà tutte le armi che vuole, Svezia e Finlandia rinunceranno a ogni residuo di difesa dei rifugiati politici (già si stanno preparando le liste di espulsione).

La nostra condanna di questo criminale accordo non potrebbe essere più forte. Lo sviluppo e il rafforzamento della NATO rientrano nel nuovo devastante quadro mondiale di scontro, e domani forse guerra aperta, tra le vecchie potenze imperialiste capeggiate dagli USA e il nuovo blocco imperialista Cina-Russia nato dal crollo o trasformazione capitalistica dei vecchi regimi stalinisti.

Di fronte a questa situazione, in cui lo scontro reale è quello tra le borghesie capitalistiche dei due fronti, noi, da leninisti conseguenti, ci dichiariamo per il disfattismo bilaterale e la trasformazione dello scontro imperialistico in guerra civile e rivoluzione socialista. Però, sempre da leninisti, noi sappiamo distinguere tra le potenze imperialiste e gli Stati e le nazioni che non lo sono. Per questo siamo incondizionatamente dalla parte del popolo curdo contro tutti i suoi nemici, si chiamino Erdogan, Assad, Fatah al-Cham (ex Al-Nusra) o ISIS-Daesh, e siamo perché esso si armi per la sua difesa in qualunque modo possibile, così come continuiamo a sostenere l’Ucraina nella sua lotta per difendere l’indipendenza nazionale dal tentativo dell’oligarchia russa di distruggerla.

Ciò senza alcun sostegno politico alle direzioni di tali Stati o nazioni, e sempre nella prospettiva della rivoluzione socialista.

Naturalmente riconosciamo la differenza tra il governo Zelensky e una organizzazione piccolo-borghese radicale come il PKK. Ma non sosteniamo le misure sociali prese dal PKK-PDY-YPG nazionalista, il suo culto del capo (Abdullah Ocalan), le sue misure antiarabe nel mini stato del Rojava e i suoi compromessi con l’imperialismo americano.

Ma ciò non toglie che la difesa di una nazione aggredita o oppressa sia un dovere in ogni caso, anche quello dell’Ucraina, come fece la Russia rivoluzionaria nel 1920 rispetto alla Turchia dominata dal borghese Kemal contro la Grecia appoggiata dall’imperialismo inglese.

• No all’accordo criminale di allargamento della NATO
• No alle armi al regime reazionario di Erdogan
• Giù le mani dai rifugiati curdi in Svezia e Finlandia
• Terrorista non è il PKK, ma la NATO e l’OTSC (alleanza militare tra Russia e paesi satelliti)
• Per lo scioglimento incondizionato dei due blocchi militari
• Ritiro delle truppe turche e siriane dai territori curdi
• Per il diritto incondizionato del popolo curdo alla sua autodeterminazione
• Per un Kurdistan indipendente, unito e socialista, nell’ambito di una Federazione socialista del Medio Oriente

Collettivo Rivoluzione Permanente (Austria, Francia, Spagna, Turchia)

Comitato provvisorio internazionale di ricostituzione dell’Opposizione Trotskista Internazionale (OTI)

Partito Comunista dei Lavoratori (Italia)

No all'accordo criminale di allargamento della NATO!

 


Pochi anni fa i combattenti curdi erano esaltati in Occidente come gli eroi della guerra contro l’organizzazione terroristica islamica ISIS. Largamente armati dalla NATO e in primo luogo dall’imperialismo USA (senza che, giustamente, gli attuali pacifinti e pacitonti semiputitiani ci trovassero niente a che ridire), erano la forza di prima fila di quella guerra.

Pochi obiettarono persino alla scelta – questa secondo noi gravemente errata – del YPG/YPJ di combattere successivamente non solo con l’appoggio, ma materialmente insieme alle truppe USA.
E quando Trump, nell’ambito della sua politica di conciliazione con Putin, come ricompensa per l’appoggio avuto per la vittoria elettorale del 2016, ha ritirato le truppe americane dal Rojava, gli alti comandi militari del Pentagono hanno gridato al tradimento.

Oggi tutto questo è dimenticato in nome del confronto con l’imperialismo russo. Erdogan avrà tutte le armi che vuole, Svezia e Finlandia rinunceranno a ogni residuo di difesa dei rifugiati politici (già si stanno preparando le liste di espulsione).

La nostra condanna di questo criminale accordo non potrebbe essere più forte.
Lo sviluppo e il rafforzamento della NATO rientrano nel nuovo devastante quadro mondiale di scontro, e domani forse guerra aperta, tra le vecchie potenze imperialiste capeggiate dagli USA e il nuovo blocco imperialista Cina-Russia nato dal crollo o trasformazione capitalistica dei vecchi regimi stalinisti.

Di fronte a questa situazione, in cui lo scontro reale è quello tra le borghesie capitalistiche dei due fronti, noi, da leninisti conseguenti, ci dichiariamo per il disfattismo bilaterale e la trasformazione dello scontro imperialistico in guerra civile e rivoluzione socialista. Però, sempre da leninisti, noi sappiamo distinguere tra le potenze imperialiste e gli stati e le nazioni che non lo sono. Per questo siamo incondizionatamente dalla parte del popolo curdo contro tutti i suoi nemici, si chiamino Erdogan, Assad, al-Nusra o ISIS, e siamo perché esso si armi per la sua difesa in qualunque modo e da qualunque fonte possibile, così come continuiamo a sostenere l’Ucraina nella sua lotta per difendere l’indipendenza nazionale dal tentativo dell’oligarchia putiniana di distruggerla.
Tutto ciò senza alcun sostegno politico alle direzioni di tali stati o nazioni, e sempre nella prospettiva della rivoluzione socialista.

Naturalmente riconosciamo la differenza tra il governo borghese di Zelensky e il PKK, organizzazione nazionalista rivoluzionaria piccolo-borghese radicale, soprattutto oggi che ha abbandonato il vecchio stalinismo per aderire alle teorie libertarie confederaliste democratiche dell’americano Murray Bookchin (già quadro sindacale del partito trotskista nordamericano in gioventù). Ma ciò non toglie che la difesa di una nazione aggredita o oppressa sia un dovere in ogni caso, anche quello dell’Ucraina, come fece la Russia rivoluzionaria nel 1920 rispetto alla disastrata Turchia del borghese Kemal Ataturk contro la Grecia appoggiata dall’imperialismo inglese.


No all'accordo criminale di allargamento della NATO

No alle armi al regime reazionario di Erdogan

Giù le mani dai rifugiati curdi in Svezia e Finlandia

Terrorista non è il PKK ma la NATO e l'OCTS (alleanza militare tra Russia e paesi satelliti)

Per lo scioglimento incondizionato dei due blocchi militari

Ritiro delle truppe turche e siriane dai territori curdi

Per un Kurdistan indipendente, unito e socialista, nell'ambito di una federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione internazionale

Una Libia per l'ENI

 


Di Maio scorta Descalzi a Tripoli. L'imperialismo italiano alla riscossa

24 Marzo 2021

L'amministrazione delegato dell'ENI, appena assolto per un reato di tangenti, si è precipitato in Libia. Il Corriere della Sera, di proprietà Intesa Sanpaolo, titola festoso: «Il premier libico riceve Descalzi: «Riparte l'amicizia»».
In realtà l'amicizia tra ENI e Libia non era mai finita. Con buona pace dei sovranisti terzomondisti di casa nostra, ENI aveva ottime relazioni con Gheddafi, e Gheddafi con ENI. Il trattato di amicizia tra il governo Berlusconi e Gheddafi nel 2008, con tanto di amazzoni al seguito, era stato sponsorizzato innanzitutto da ENI. L'attuale premier libico di unità nazionale, Dadaiba, sostenuto dalle potenze imperialiste d'Occidente, è un vecchio imprenditore arricchitosi in epoca Gheddafi. È emerso dalla polvere della guerra civile proprio per le radici e le relazioni accumulate nella sua lunga esperienza nel mondo degli affari all'ombra di Mu'ammar. Di affari ha parlato oggi con ENI.

L'ENI non è solo la più grande azienda straniera in tutto il continente africano, ma anche la prima azienda in Libia. L'azienda che occupa il maggior numero di lavoratori libici. In altri termini, il primo padrone in Libia è italiano. Un padrone “a casa loro”.
L'azienda ha avuto, come tutte, le sue difficoltà in Libia dopo il 2010. Fosse stato per ENI, avrebbe continuato a far affari con Gheddafi, perché ordine e disciplina erano garantiti dal Colonnello, con la relativa regolarità dei profitti. Ma quando la rivoluzione araba si è rivolta contro Gheddafi, l'imperialismo francese per interessi propri trascinò l'intervento militare europeo, inclusa una Italia recalcitrante perché sentiva che non era il suo gioco. Si aprì una lunga stagione di instabilità interna e di disgregazione delle strutture statali della Libia. La Francia alla fine si è trovata a bocca asciutta, perché è salita sul cavallo sbagliato (Haftar). Russia e Turchia hanno trovato invece uno spazio insperato. L'Italia sembrava in ogni caso la grande sconfitta della vicenda libica.

Ma ora è il momento atteso della riscossa tricolore. Il nuovo premier libico sa di non avere chance negoziali con Russia e Turchia, in larga parte padrone della scena. Ha un'unica possibile sponda per restare in sella ed evitare la sorte toccata ad al-Serraj: la sponda italiana, cioè la sponda ENI.
L'ENI non ha mai cessato di operare in Libia, neppure nei momenti più difficili. Fornisce il gas, raffina il petrolio libico. La ripresa della produzione petrolifera – da mezzo milione a 1,3 milioni di barili quotidiani – è in buona parte di marchio ENI. L'azienda punta ora a «rilanciare i suoi programmi di ricerca di nuovi giacimenti di gas e petrolio nel deserto e offshore, oltre al rafforzamento di quelli esistenti a El Feel, 800 chilometri a sud di Tripoli, a Abu-Attifel, in Cirenaica, e a Mellita, presso il confine tunisino.» (Corriere della Sera, 22 marzo).

Ma l'ENI non si presenta certo a mani vuote. Porta con sé il ministro degli Esteri Di Maio, che – ci informa il Corriere – «si è fatto interprete politico di queste opportunità». Le opportunità dell'ENI, si intende. Ma non solo. Salini Impregilo è interessata alla costruzione dell'autostrada costiera e alla ricostruzione dell'aeroporto internazionale di Tripoli, su cui battono cassa le imprese turche. Lo scontro fra ambizioni ottomane e rivincita italiana passa anche da qui, dalla spartizione del business della ricostruzione, su cui si affacciano peraltro anche interessi francesi e tedeschi. Non a caso Di Maio tornerà a Tripoli giovedì insieme ai ministri degli esteri di Francia e Germania. L'Italia si candida a capotavola degli interessi occidentali in Libia per recuperarla alla propria area di influenza.

Il Corriere festeggia il tutto perché per anni ha perorato la causa dell'interesse italiano in Libia. Ha una sola preoccupazione: «Ma ci sarà la stabilità necessaria? Banditi, mercenari e milizie garantiranno il ritorno dei tecnici italiani?».
Di certo “banditi, mercenari, milizie” libiche continuano ad essere finanziati dallo Stato italiano per segregare i migranti, tra stupri, torture, sequestri, senza che il Corriere batta ciglio. Evidentemente l'unica “stabilità” che interessa a Banca Sanpaolo è la stessa che interessa a ENI. Quella che, in fondo, assicurava Gheddafi. Vecchia nostalgia canaglia.

Partito Comunista dei Lavoratori

La politica estera dell'imperialismo italiano

 


La nomina di Marco Minniti a capo della fondazione del gruppo Leonardo

L'ex ministro Marco Minniti si dimette da deputato per presiedere una nuova fondazione della Leonardo (ex Finmeccanica), azienda leader nella produzione militare tricolore. Il suo nome, Med-Or, già ne prefigura il raggio d'azione: «il Mediterraneo allargato fin sotto il Sahara, il Medio e l'Estremo Oriente» (La Repubblica, 27 febbraio). Non è una notizia ordinaria. Si inquadra nella linea di politica estera che Mario Draghi ha indicato nel momento stesso della formazione del governo, quando ha definito proprio in quell'area la zona di interesse primario dell'Italia.


GLI IMPERIALISMI EUROPEI, TRA AUTONOMIA STRATEGICA E NATO

La polarizzazione dello scontro interimperialista fra USA e Cina su scala mondiale produce numerosi effetti. Gli USA cambiano il proprio baricentro strategico. Per concentrare risorse economiche, militari, diplomatiche lungo la rotta del Pacifico, sono costretti a ridurre la propria presenza attiva e diretta sul Mediterraneo e in Medio Oriente. Perciò stesso scatenano nuovi appetiti per la spartizione di quest'area del mondo tra vecchie e nuove potenze: la Turchia si allarga in Siria e in Libia nel nome del revanscismo ottomano; la Russia negozia con la Turchia i nuovi equilibri ed aree di influenza in Libia, in Siria, in Armenia e sul Caucaso.

Ma anche gli imperialismi europei vogliono dire la loro in materia, sgomitando gli uni con gli altri.
La NATO resta un riferimento comune degli imperialismi europei, nel solco dell'alleanza strategica con gli USA, oggi rilanciata dalla vittoria di Biden. Ma l'equilibrio interno dell'alleanza atlantica è oggetto di contenzioso. La Francia sottolinea l'esigenza di un'autonomia strategica dell'Unione Europea in rapporto alla NATO; significa che l'Unione Europea dovrebbe dotarsi della forza militare necessaria e sufficiente per gestire operazioni in proprio nel quadrante mediterraneo e mediorientale. Nei fatti Parigi punta a un'egemonia in Europa mettendo a valore la propria superiorità militare, ancor più evidente dopo l'uscita della Gran Bretagna dalla UE. Gli Stati est-europei si oppongono al disegno francese perché temono un disimpegno USA e NATO dalla frontiera antirussa. La Germania sta in mezzo a queste spinte opposte negoziando con gli uni e con gli altri, incerta se prendere in mano la leadership continentale anche in fatto di politica estera, o se valorizzare un asse con gli USA in funzione del contenimento antifrancese.


IL TRICOLORE SVENTOLA SUL PENNONE DEL GRUPPO LEONARDO

E l'Italia? L'imperialismo italiano è parte attiva del sommovimento in atto. Il suo obiettivo è evitare di restare schiacciata e guadagnare un posto a tavola nella spartizione delle zone di influenza.
La perdita di controllo sulla Libia è stato un colpo per l'Italia, ora cerca di riequilibrarlo col rilancio di relazioni privilegiate con l'Egitto in chiave antiturca, anche per evitare di consegnarlo alla concorrenza francese. Mentre cerca di presentarsi alla nuova amministrazione USA come alleato fiduciario, che si candida a occupare gli spazi liberati dal disimpegno USA per evitare che cadano sotto influenze ostili o competitive. La candidatura italiana alla guida della missione militare in Iraq, come la continuità della presenza italiana in Afghanistan, si pongono in questo quadro.

In questo spazio d'azione l'Italia coltiva gli interessi specifici delle proprie grandi aziende. Il gruppo Leonardo, assieme a Fincantieri e ad ENI, è un gioiello dell'imperialismo italiano. In ogni paese imperialista i grandi gruppi capitalisti hanno un ruolo da protagonisti nella definizione della politica estera. La nuova fondazione aziendale di Leonardo sarà «una seconda gamba della politica estera del sistema Italia», annuncia il quotidiano di FCA. Non sbaglia. La sua missione è quella di «favorire il dialogo costruttivo tra Paesi, culture e sistemi economici ed enfatizzare il ruolo dell'Italia a livello globale», a partire dallo «sviluppo di programmi strutturali nei settori dell'aerospazio, della difesa, della sicurezza». A questo fine si prevede che la fondazione abbia «capacità giuridica, economica e di contenuti culturali che non siano di facciata».
Se si prescinde dal riferimento ridicolo alla “cultura”, che serve solo a nobilitare l'immagine, il contenuto è esplicito: Leonardo cerca commesse per la propria produzione militare attivando un proprio strumento diplomatico, dotato di consistente budget finanziario, da affiancare al ministero degli Esteri e a quello della Difesa.

Marco Minniti è il capo naturale di una struttura di questo tipo. Nel ruolo di ex consigliere principe del presidente del Consiglio D'Alema tra il 1998 e il 2000, di viceministro degli Interni sotto il secondo governo Prodi tra il 2006 e il 2008, di ex ministro degli Interni sotto Renzi, Minniti è un quadro dirigente della borghesia italiana di indubbio livello. Ha dimostrato di avere tutto il cinismo necessario per gestire relazioni criminali coi peggiori regimi, e al tempo stesso la necessaria ipocrisia per coprirle col manto di parole auliche e accenti umanitari. Perché lasciare in disparte una professionalità così pregiata? Il gruppo Leonardo ha trovato un ottimo curatore dei propri affari, l'Italia un degno interprete della propria sovranità nazionale. Quando diciamo che “il nemico è in casa nostra” parliamo anche di questo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo sciovinismo patriottico di Mélenchon

 


Il candidato Presidente in divisa militare intervistato da L'Opinion

Jean-Luc Mélenchon, capo di La France Insoumise, ha impresso da tempo alla propria creatura un corso politico sovranista. Via la bandiera rossa dai cortei, via i vecchi riferimenti classisti, fosse pure di stampo riformista, e spazio invece al tricolore francese “del popolo”. Le posizioni ambigue sull'immigrazione e sulle residue colonie francesi d'oltremare ne sono un riflesso, al pari di una insistita campagna antitedesca che gode in Francia per ragioni storiche di una rendita di posizione assicurata.

Ora tuttavia siamo di fronte a un passo ulteriore. Mélenchon si è candidato a Presidente della Repubblica francese in vista delle elezioni del 2022. E l'ebbrezza della candidatura presidenziale lo porta a sconfinare nell'aperto militarismo.
Una nostra esagerazione polemica? La ricerca artificiosa di differenziazioni immaginarie? La risposta la offre Mélenchon con l'intervista rilasciata al giornale L'Opinion il 29 novembre.

«Immaginiamo che ler sia il Presidente della Repubblica nel 2022. Cosa farebbe a proposito della dissuasione nucleare?» chiede il giornalista.
Risponde Mélenchon: «La dissuasione nucleare è per la Francia un mezzo insostituibile, almeno fino a che non vi saranno delle alternative militari. Per ora io sono favorevole al Trattato di proibizione delle armi nucleari approvato dalla Assemblea delle Nazioni Unite. Ma non si può chiedere alla Francia di disarmare per prima. Bisogna che a cominciare siano quelli che possiedono il maggior numero di armi nucleari. Cioè gli Stati Uniti e la Russia.»

Un qualsiasi portabandiera del (proprio) imperialismo direbbe forse qualcosa di diverso? Anche i peggiori militaristi si dichiarano per il disarmo, basta sia quello... degli imperialismi concorrenti. Nel frattempo ognuno resta armato sino ai denti, a partire dalle armi nucleari.

«Ha evocato delle alternative militari alla dissuasione nucleare. A cosa pensa?» incalza il giornalista incuriosito.
«Bisogna sapere quali armi possono essere usate in caso di conflitto» risponde pensoso Mélenchon, «[...] La questione della militarizzazione dello spazio è essenziale. Le armi nucleari o convenzionali potrebbero essere usate se una potenza spaziale si oppone? È necessario procedere a una valutazione serena della situazione. Noi francesi siamo capaci di mettere in orbita i satelliti che vogliamo e di dotarli di un sistema di protezione del territorio nazionale. In questo caso la dissuasione nucleare non sarebbe più indispensabile. Ma io mantengo un punto interrogativo».

In ogni caso, aggiunge Mélenchon, «quando si tratta della protezione nazionale ai miei occhi non c'è limite. La sovranità francese è totale, piena, intera, non negoziabile. Se noi non avessimo tale capacità non saremmo più indipendenti, e il popolo non sarebbe più sovrano. Questa è la dottrina repubblicana».

In effetti è stata la dottrina che ha guidato per un secolo e mezzo l'imperialismo francese. Ogni guerra che ha combattuto è stata “per la difesa e la sovranità della Repubblica”. Persino l'occupazione della Ruhr, a ridosso della prima guerra mondiale. Oggi si può forse difendere la Republique con armi spaziali, nel dubbio teniamoci il nucleare, dichiara Jean-Luc. E non ha l'aria di scherzare.

Che non abbia voglia di scherzare si capisce del resto dal prosieguo dell'intervista. Il giornalista, forse sorpreso, incalza Mélenchon per ottenere, morettianamente, qualche risposta “di sinistra”. Prima chiede se la Francia deve restare nella NATO. E Mélenchon offre qui la risposta attesa: niente affatto. Ma la rassicurazione dura solo lo spazio di qualche secondo. Perché la principale ragione addotta per uscire dalla NATO è il fatto che alla NATO appartiene la Turchia. «La Turchia ha commesso due atti estremamente aggressivi contro l'esercito francese. Il primo in Siria bombardando una base dove noi tenevamo le nostre forze speciali. E il secondo contro una nave francese al largo della Libia».

L'intervistatore, nuovamente spiazzato, la butta allora in battuta: «Ecco almeno un punto su cui è d'accordo con Macron: una ostilità comune verso la Turchia». Ma Mélenchon non gli lascia scampo: «Io contesto assolutamente il fatto che Macron abbia una qualche attitudine energica nei confronti della Turchia! Si è fatto provocare due volte senza mai replicare».
«Vuole fare la guerra alla Turchia?» chiede incredulo il giornalista.
«Che domanda!» risponde stizzito Mélenchon «come se non vi fosse alternativa tra il fare la guerra e non fare niente. Io non sono per atti puramente simbolici, come si è fatto inviando semplicemente due fregate in Grecia e facendo dichiarazioni, col risultato di aver ottenuto in risposta dichiarazioni e atteggiamenti ancora più violenti. Che interesse abbiamo a gesti puramente formali privi di conseguenze?».

«Non bisognerebbe piuttosto cercare di far abbassare le tensioni?» obietta l'intervistatore col tono del buon liberale borghese. Ma niente da fare, con Mélenchon: «Io penso che non bisogna mai farsi provocare. Mai! [...] i mezzi di una rappresaglia contro i turchi sono più numerosi di quelli che sembrano, anche sul piano delle dimostrazioni militari».

A questo punto il giornalista capisce finalmente l'antifona, e l'asseconda: «bisogna perseguire l'aumento delle spese per la Difesa?»
«Deve corrispondere a quello che è ragionevolmente necessario» risponde Mélenchon, il quale spiega tuttavia che non bisogna farlo per la NATO americana. Altra cosa sarebbe per una Francia (imperialista) indipendente. Infatti Mélencon loda i vecchi gioielli dell'industria militare nazionale (inclusa la produzione di turbine per i sottomarini nucleari, sulle quali bisogna tornare ad avere il controllo) che governi irresponsabili hanno negli anni smantellato, consentendo «ai tedeschi di riarmarsi». Di certo De Gaulle sarebbe orgoglioso di Mélenchon.

«Intende ristabilire una forma di servizio militare obbligatorio?» chiede in conclusione il giornalista. «Sì, anche se non sono sicuro che tutta la LFI [La France Insoumise] sia d'accordo con me.» risponde Mélenchon con qualche comprensibile dubbio. Segue un elenco di funzioni civili «al servizio della patria» (sic) che il servizio militare obbligatorio potrebbe assolvere, sul fronte della protezione ambientale ad esempio. Tuttavia, essendosi forse accorto che per pulire il letto dei fiumi non è necessario l'esercito in armi, Mélenchon conclude l'argomentazione in termini maggiormente consoni al taglio complessivo dell'intervista: «Si può ugualmente immaginare che nella funzione di polizia, cioè nella protezione della pace civile, i coscritti potrebbero svolgere un ruolo molto positivo. Questo cambierebbe l'opinione della popolazione sulla polizia, e cambierebbe le pratiche interne ad essa. Il razzismo e la violenza arretrerebbero. Tutto cambia quando vi sono i figli del popolo».

Dunque negli stessi giorni in cui si moltiplicano le manifestazioni di piazza in tutta la Francia contro la polizia, e cresce l'odio sociale contro la sua funzione repressiva, Mélenchon si pone il problema di come cambiare... l'opinione della popolazione sulla polizia. Semplice, affiancandole un esercito borghese di giovani arruolati. Nel nome della pace civile tra le classi, e della gloria della Nazione.

Non c'è che dire. Il candidato alla Presidenza della Repubblica della borghesia francese ha superato brillantemente la prova. Ma il referente internazionale di tutta la sinistra radicale italiana che fine ha fatto?

Partito Comunista dei Lavoratori