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I salariati in massa contro Macron

 


Mentre i sindacati italiani dormono un sonno profondo, un grande scontro sociale è iniziato in Francia contro l’aumento dell’età pensionabile

24 Gennaio 2023

Una cartina di tornasole, nel cuore della lotta di massa, del confronto fra riformisti e rivoluzionari

Lo scontro sociale si allarga in Francia. Il 19 gennaio otto organizzazioni sindacali hanno promosso una giornata di sciopero generale con manifestazioni in tutta la Francia. Il 31 gennaio è convocata un’altra giornata di sciopero. L’oggetto delle scontro è il progetto di riforma delle pensioni del governo Macron in discussione oggi in Parlamento, che eleva l’età pensionabile da 62 a 64 anni.

Lo scontro sulle pensioni (e non solo) ha una lunga tradizione in Francia. Nel 1995 il governo Juppé fu costretto a revocare la “riforma” pensionistica e a dimettersi dopo tre settimane di sciopero prolungato e di battaglie di piazza. I lavoratori imposero con la propria forza il diritto ad andare in pensione a 60 anni. Nel 2010 il duro conflitto tra movimento operaio e il presidente Sarkozy si risolse al contrario in un relativo successo del governo che elevò l’età pensionabile a 62 anni. Macron ha presentato nella precedente legislatura un progetto di ulteriore innalzamento dell’età pensionabile attraverso un sistema “a punti”. Ma l’irruzione del Covid lo ha costretto a sospendere l’attacco. Ora ritiene giunto il momento di rilanciarlo.

Non si tratta di semplice puntiglio, ma delle ragioni di competitività del capitalismo francese su scala globale e nella stessa Europa. In una fase in cui tutti i governi capitalisti fronteggiano l’aumento massiccio dei costi energetici e aumentano i propri bilanci militari in misura esponenziale, la Francia borghese non può permettersi di mantenere l’età pensionabile a 62 anni. Il suo innalzamento a 64 anni garantirebbe al governo un “risparmio” di quasi 20 miliardi da qui al 2030, che potrebbero essere girati in varie forme ai capitalisti e alle spese di guerra. Da qui la determinazione del governo. La stessa che ha recentemente mostrato nel tagliare del 40% l’indennità di disoccupazione.

La prova di forza si annuncia impegnativa. Lo sciopero del 19 gennaio ha avuto successo. I dati di partecipazione non sono omogenei tra i diversi settori, con un livello più alto nel settore pubblico, nei trasporti, nei servizi, e più differenziato nell’industria. Ma complessivamente un livello di partecipazione superiore a quello registrato nel 2019, all’apertura dello scontro prima del Covid. Lo stesso livello di adesione allo sciopero nell’industria automobilistica è indicativo. Significativo soprattutto il successo delle manifestazioni, a partire da quella oceanica di Parigi. Se il Ministero degli Interni, al di sopra di ogni sospetto, parla di un milione e centomila manifestanti a livello nazionale (due milioni secondo i sindacati) vuol dire che la mobilitazione è stata davvero molto ampia. Circa sei volte tanto le manifestazioni più partecipate dei famosi gilet gialli del 2018.

Sicuramente ha avuto un ruolo il fronte unico delle otto principali centrali sindacali, da Solidaires alla CFDT, passando per la CGT. Un fronte più esteso che nel 2019, e negli scioperi del 2016 contro la Legge El Khomri (il Jobs Act francese), dove la CFDT aveva fatto da sponda al governo. Ma soprattutto incide il sentimento di massa ostile alla riforma nella larga maggioranza dei salariati e nella maggioranza della società francese, come testimoniano tutti i sondaggi. Il successo delle manifestazioni del 19 gennaio è anche questo: non solo hanno coinvolto, secondo diverse testimonianze, settori nuovi di salariati, precedentemente restii a manifestare, ma hanno catalizzato la simpatia di una più ampia massa popolare, colpita dal carovita, dai tagli sociali alla sanità e all’istruzione, ed anche per questo ostile al governo. Il quale peraltro nella nuova legislatura non ha più una maggioranza parlamentare organica su cui basarsi, stretto tra l’estrema destra di Le Pen e la sinistra a guida Mélenchon, e dunque è costretto sulle pensioni a negoziare i voti dei gollisti.

Molto dipende ora dalla direzione della lotta. A differenza delle immobili burocrazie sindacali di casa nostra, le direzioni sindacali in Francia si caratterizzano per una postura relativamente “combattiva”. Ma è bene non farsi illusioni. Come già in occasione degli scioperi contro la legge El Khomri del 2016, le direzioni sindacali temono l’esplosione sociale di un movimento di lotta fuori controllo. Per questo hanno rinunciato a promuovere “scioperi riconducibili”, cioè prolungabili dalle assemblee dei lavoratori interessati. La CGT fa sapere alla propria base che li avrebbe voluti ma che la mediazione unitaria con la CFDT lo ha impedito. La verità è che la stessa burocrazia CGT teme una dinamica di scavalco in cui di fatto la direzione del movimento passa sotto il controllo degli scioperanti. Per questo si è scelta la modalità di giornate nazionali di sciopero distanziate nel tempo, come nel 2016. Una modalità che non massimizza la forza d’urto dello sciopero ma in compenso garantisce il controllo della burocrazia.

La preoccupazione di una dinamica di scavalco ha un fondamento. Gli scioperi e le manifestazioni del 19 gennaio sono state preceduti da un autunno inquieto. A ottobre una ondata di scioperi nelle raffinerie ha paralizzato larga parte della Francia. A novembre si sono moltiplicate lotte aziendali per forti aumenti salariali. A dicembre si è sviluppato uno sciopero a oltranza fuori controllo del personale viaggiante delle ferrovie (i controllori), promosso da strutture di base autorganizzate. Oggi la grande stampa francese teme che lo scontro sulle pensioni possa trascinare con sé una ribellione di massa che sfugga di mano alle burocrazie. È il richiamo del grande sciopero del ’95, ma anche del 2005, quando la mobilitazione di massa prolungata e radicale di lavoratori e di giovani costrinse il governo Villepin a ritirare una legge di precarizzazione del lavoro già presentata in parlamento (Cpe). Inutile dire che le preoccupazioni della borghesia sono le speranze della parte più avanzata della classe operaia francese.

La sinistra politica partecipa naturalmente allo scontro sulle pensioni, secondo l’impostazione dei suoi diversi soggetti. Il blocco riformista della NUPES (la France Insoumise di Mélenchon, il PCF, il Partito Socialista, i Verdi) è impegnato sul piano parlamentare in opposizione al governo, ma con obiettivi differenziati. Il Partito Socialista, spaccato a metà circa il rapporto con NUPES, si oppone alla rivendicazione dell’età pensionabile a 60 anni avanzata dalla CGT, attestandosi sui 62 anni. Il PCF e i Verdi si accodano in questo al Partito Socialista. Sia il PS che il PCF si affidano in ogni caso alla direzione delle burocrazie sindacali cui si limitano ad offrire una sponda parlamentare.

Mélenchon ha una postura parzialmente diversa. Sostiene la rivendicazione sindacale dei “60 anni” ma sviluppa proprie manifestazioni di partito, con un proprio calendario parallelo e in parte concorrenziale con il calendario sindacale. La logica è quella della propria autopromozione elettorale. France Insoumise non avanza alcuna parola d’ordine alternativa all’interno del movimento di sciopero circa l’autorganizzazione della lotta. La sua competizione con la burocrazia CGT è esclusivamente di immagine e richiamo mediatico. La stessa rivendicazione di “un referendum” sulla riforma, in sé accettabile, è concepita come diversivo rispetto alla radicalizzazione della lotta, alla sua organizzazione, al suo sbocco.

Peraltro, il partito di Mélenchon attraversa un durissimo scontro interno al proprio gruppo dirigente e parlamentare tra i fedelissimi del Capo e chi gli contesta una gestione del partito plebiscitaria, estranea ad ogni confronto democratico. Oggi Mélenchon cerca di nascondere e riassorbire questa linea di faglia dietro al sostegno allo sciopero, ma non sarà semplice e non durerà per molto. Nei fatti proprio lo scontro sociale evidenzia una volta di più la natura elettoralistica e istituzionale di FI.

I marxisti rivoluzionari francesi sono in prima fila nella lotta con una propria proposta indipendente. Sul piano rivendicativo intrecciano la contrapposizione alla riforma delle pensioni (e la rivendicazione dei 60 anni di età pensionabile) con la rivendicazione generale di un forte aumento salariale di 400 euro e della scala mobile dei salari. Sul piano della lotta avanzano la proposta delle assemblee generali dei lavoratori quali sedi decisionali, del loro sviluppo intercategoriale e territoriale, del loro coordinamento nazionale. È la parola d’ordine dello sciopero generale sotto il controllo dei lavoratori stessi. Esattamente ciò che temono i padroni e il loro governo, ma anche le burocrazie del sindacato.

Mentre una parte del NPA (Nouveau Parti Anticapitaliste) ha scelto di scindere il proprio partito per accodarsi a Mélenchon e puntare a un blocco elettorale con i riformisti di NUPES, larga parte del NPA, il grosso dei suoi militanti sindacali, la quasi totalità dei suoi giovani, hanno scelto di preservare la propria indipendenza politica dal riformismo e di battersi per una alternativa rivoluzionaria. All’interno del movimento di massa, a sostegno della sua unità, ma con la propria proposta anticapitalista. Sono i compagni raccolti attorno all’appello “Per la necessità e l’urgenza della rivoluzione”.

Auguriamo a questi compagni di sviluppare una politica di raggruppamento rivoluzionario delle forze dell’avanguardia della classe operaia e della gioventù: per la costruzione di quel partito rivoluzionario di cui ha bisogno, oggi più che mai, il proletariato francese... E non solo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Unione Popolare tra il cielo e la terra

 


Il cartello di De Magistris: una lista Ingroia 2.0

Il primo capitolo di una storia nuova o l'ultimo capitolo della storia vecchia?

Parte in tutta Italia l'Unione Popolare”. Roma, 9 luglio. Sfrondata della retorica d'occasione, si tratta dell'ennesimo nuovo nome dell'ennesima lista civica per le elezioni politiche del 2023, anticipate al 2022. È il tentativo del Partito della Rifondazione Comunista e di Potere al Popolo di salire in groppa al successo elettorale di Mélenchon in Francia per sbarcare in Parlamento in Italia. Ma soprattutto il tentativo dell'ex sindaco di Napoli di usare lo sgabello di PRC e PaP per costruire un proprio partito autocentrato. Ci provò Ingroia, ci riprova ora De Magistris. Tutto legittimo, beninteso. Basta chiamare le cose con il loro nome, senza farsi incantare dalle fiabe.


RIENTRARE IN PARLAMENTO IN FUNZIONE DI QUALE CLASSE?

Provare a rientrare in Parlamento è comprensibile. Ma in funzione di quale classe e per quale prospettiva?
Il PRC in Parlamento c'è stato per ben sedici anni (1992-2008), con percentuali ben più ragguardevoli di quelle oggi attese da De Magistris. Ma è finito col votare i programmi del capitale nei cinque anni dei due governi Prodi: lavoro interinale, privatizzazioni, missioni militari, la più grande detassazione dei profitti del dopoguerra (IRES dal 34% al 27% nel 2007!), sino a distruggere la propria riconoscibilità.
Si dirà che “tutti possono sbagliare” e che una seconda occasione non si nega a nessuno. Ma qui non si tratta di “errori” sulla via impervia del socialismo, bensì del sostegno alle peggiori misure del capitalismo, contro la classe lavoratrice. Senza che nessuno, tra dirigenti e ministri di quella stagione, con l'eccezione obbligata di Bertinotti, abbia sentito il bisogno di farsi da parte per ragioni di decenza.
Se Grillo, Salvini, Meloni, hanno sfondato uno dopo l'altro in ampi settori di salariati, lo si deve in ultima analisi anche al suicidio di Rifondazione, pagato a sinistra da tutti, anche da chi lo contrastò con coerenza.

Peraltro le “seconde occasioni” non sono certo mancate. Nei quattordici anni successivi all'estromissione dal Parlamento, la sinistra cosiddetta radicale ha provato a rientrarci sotto mentite spoglie, attraverso il ricorso a sigle fantasiose, ogni volta diverse, dietro cui nascondersi: dopo Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L'Altra Europa con Tsipras, Potere al Popolo, la Sinistra... L'elemento comune è stato l'arretramento culturale e persino di vocabolario. I lavoratori sono stati rimpiazzati dai “cittadini”. La lotta al capitalismo, fosse pure declamata, ha ceduto il passo alla critica del liberismo. Invece della (farlocca) “via italiana al socialismo”, di togliattiana memoria, una sorta di via mimetica al Parlamento (per tornare un domani ai lidi di governo). Ma l'operazione è fallita. E non solo. Proprio negli anni della grande crisi sociale ha contribuito a rimuovere anche culturalmente un elementare argine di classe all'intossicazione populista, mentre l'esperienza traumatica del governo Tsipras, sostenuto da tutta la sinistra italiana, ne ha confermato gli equivoci irrisolti e tarpato le ambizione di rilancio.

L'Unione Popolare non è dunque il primo capitolo di una storia nuova, ma l'ultimo capitolo della storia vecchia. Si dirà che questa volta il successo elettorale di Mélenchon fornisce un ancoraggio all'esperimento, e che la crisi verticale del grillismo apre uno spazio elettorale nuovo. Possibile, anche se è bene dire che Mélenchon ha capitalizzato in parte una dinamica di lotte che oggi ancora latita in Italia. Tuttavia il punto non è elettorale, è politico.


ALLA RICERCA DEL GRILLISMO PERDUTO

L'appello pubblico che promuove l'Unione Popolare è un elenco di valori democratici e progressisti, assieme all'immancabile richiamo alla Costituzione di Togliatti e De Gasperi. Chi cercasse un qualsivoglia riferimento alla lotta di classe rimarrebbe deluso. A maggior ragione chi pretendesse l'evocazione, fosse pure formale, del socialismo.
Non dipende solo dal fatto che le formazioni della sinistra radicale hanno da tempo dismesso la centralità di questi riferimenti, come peraltro ha fatto il patriottico Mélenchon. È che il senso stesso di Unione Popolare consiste nel rimuovere l'immagine della “sinistra radicale”, in ogni possibile declinazione. Non a caso Rifondazione Comunista e Potere al Popolo non hanno figurato in quanto tali nell'assemblea nazionale promotrice di Unione Popolare a Roma. Neppure sono intervenuti. La loro presenza è muta. Gli stessi nomi riconoscibili dei loro dirigenti di partito sono relegati in coda al lungo elenco di personalità firmatarie dell'appello, che è e deve apparire l'appello della società civile progressista, non di PaP e PRC. I loro militanti, come sempre, saranno chiamati alla manovalanza in campagna elettorale. Ma la loro identità di partito sarà anonima. Così vuole e ottiene De Magistris, alfa e omega dell'intera operazione. «Sgombriamo il campo da un equivoco: Unione Popolare non è una semplice proposta di sinistra radicale che tenta di riunire ciò che resta della sinistra estrema. Non ha nulla a che vedere con tutto questo...» dichiara Salvatore Pace, ex vicesindaco di Napoli, primo collaboratore di De Magistris. Non vi è ragione di dubitarne.

La ricerca insistita dell'accordo con il M5S, patrocinata in particolare da PRC e De Magistris, sta in questo quadro. Non è una sgrammaticatura casuale, o un errore. È il riflesso di un'impostazione politica. «Io sono come i 5S dei meetup» dichiara De Magistris al Fatto Quotidiano (28 luglio). E così vuole apparire.
L'accordo con Conte viene presentato come una convergenza naturale di istanze comuni, sociali, democratiche, ecologiche. Il fatto che il M5S sia stato il partito più governativo della legislatura, che Conte sia stato due volte Presidente del Consiglio, che abbia inondato il padronato di miliardi, che abbia promosso leggi forcaiole contro i migranti e i diritti di sciopero (decreti Salvini), che abbia aumentato in entrambi i governi le spese militari, che abbia sostenuto tutte le politiche di Draghi (taglio dell'IRAP incluso), appare un trascurabile dettaglio. Ciò che conta per De Magistris è rientrare in partita.
Purtroppo per lui, Conte non sembra sinora disposto a imbarcare Unione Popolare, preferisce salvaguardare il profilo istituzionale di ex Presidente del Consiglio, cerca di rivendere l'ennesima truffa a cinque stelle “soli contro tutti, a difesa dei deboli”. UP purtroppo con le sue profferte unitarie copre di fatto quella truffa, mentre la concorrenza del M5S sui temi sociali – non sbugiardata ma avallata da UP – limita lo spazio di De Magistris anche sul terreno elettorale.
Come sempre, l'opportunismo finisce con l'essere il peggior nemico di sé stesso.


MELENCHONISMO SENZA MÉLENCHON

Unione Popolare è un'operazione complicata. De Magistris non è Mélenchon, né per cultura politica né in fatto di organizzazione.
Mélenchon ha costruito negli anni un proprio soggetto politico (La France Insoumise) sulle rovine parallele del Partito Comunista Francese e del Partito Socialista, coi quali ha siglato l'intesa per le elezioni legislative da una posizione di forza. Il suo sovranismo di sinistra dispone di una base d'appoggio organizzata, che oggi fa da baricentro di NUPES.
De Magistris è solo un ex magistrato e un ex sindaco, che dispone unicamente del proprio nome. Il suo progetto DemA, non casualmente affidato al fratello, è rimasto una sigla vuota. L'unico vero punto di forza di De Magistris è la prostrazione della sinistra politica che si è sdraiata ai suoi piedi. Il suo fine è usare la generosità di PRC e PaP per costruire sulle loro rovine il partito di De Magistris, la sua Italia Insoumise.

Quanto al programma politico, sarà l'ultimo dei problemi di De Magistris. La sua Persona travalica ogni confine. Si presenta come “uomo delle Istituzioni ma contro il Sistema”. Rivendica rottura del sistema e affidabilità di governo. Evoca «onestà, libertà, autonomia, competenza, coraggio, amore, passione, la corazza con cui ho retto a molti tsunami istituzionali, sempre tra la gente e con la gente». Esalta la «testimonianza esplosiva del Papa». Promette che con Lui «l'umanità andrà al potere e sarà un potere di servizio». Insomma, il programma di De Magistris è De Magistris, e tanto basta. Come l'Uno di Nicolò Cusano, raccoglie in sé la totalità degli opposti. Ogni pretesa di definirlo sminuirebbe la sua infinità. Quanto all'Umanità, dovrà avere pazienza.


UNIONE POPOLARE DALLA POESIA ALLA PROSA

Disgraziatamente, nel mondo reale la poesia scolora nella prosa, e si vendica di tanta enfasi. Prima il sodalizio con Di Pietro nella famosa Italia dei Valori, ai tempi in cui si opponeva alla commissione d'inchiesta sul G8 di Genova a difesa dell'onore della polizia, e all'introduzione del reato di tortura. Poi i dieci anni di sindacatura a Napoli dentro le ordinarie compatibilità di un'amministrazione borghese: pagamento del debito pubblico alle banche, privatizzazione delle Terme di Agnano, tagli agli asili nido con relativi milioni ai privati, blocco della contrattazione in Comune, vendita delle quote comunali dell'aeroporto di Capodichino, affidamento ai privati della gestione dei cimiteri, denuncia dei lavoratori in sciopero nel trasporto cittadino, nel nome del “popolo utente”... Il tutto compensato dalle concessioni di spazio ai centri sociali della città, con questo assunti e arruolati quale guardia del corpo del sindaco, tra comizi roboanti e toni messianici. Insomma, una sorta di Chavez de' noantri, o se si vuole di zapatismo partenopeo, presentato (letteralmente) come “laboratorio mondiale dell'incontro tra potere e popolo”. In realtà una forma di subordinazione del popolo al potere.


DA PODEMOS A MÉLENCHON, UNA SINISTRA DI GOVERNO DEL CAPITALISMO

Oggi parlano per De Magistris i suoi riferimenti internazionali, pur esibiti come punti di forza.
Podemos, con ben quattro ministri, partecipa del governo dell'imperialismo spagnolo, quello che aumenta le spese militari, approva l'estensione della NATO, massacra i migranti in accordo col Marocco, rifiuta l'autodeterminazione della Catalogna.
Mélenchon, ex ministro del governo Jospin e bombardatore di Belgrado, ha appena rimosso la richiesta di uscita dalla NATO per accordarsi col Partito Socialista, non chiede né l'indipendenza per le colonie di Oltremare né il ritiro delle truppe francesi dal Sahel (limitandosi all'”apertura di un dibattito”), nel nome degli “interessi strategici della Francia”.
Peraltro Manon Aubry, presente all'assemblea di Roma di Unione Popolare in rappresentanza della France Insoumise, ha pensato bene di benedire anche la lista di Sinistra Italiana e dei Verdi, tutta interna al campo largo di Letta. Meglio evitare di compromettersi, e tenersi aperta ogni strada. Con buona pace di De Magistris e dei suoi reggicoda.

Non sappiamo quale sarà la risultante elettorale di Unione Popolare e dei calcoli incrociati che la sottendono. Sappiamo che l'esigenza di un partito indipendente della classe lavoratrice e di un programma di rivoluzione sociale non ha nulla a che spartire con la vecchia riproposizione di equivoci populisti attorno a personaggi in cerca di autore.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo sciovinismo patriottico di Mélenchon

 


Il candidato Presidente in divisa militare intervistato da L'Opinion

Jean-Luc Mélenchon, capo di La France Insoumise, ha impresso da tempo alla propria creatura un corso politico sovranista. Via la bandiera rossa dai cortei, via i vecchi riferimenti classisti, fosse pure di stampo riformista, e spazio invece al tricolore francese “del popolo”. Le posizioni ambigue sull'immigrazione e sulle residue colonie francesi d'oltremare ne sono un riflesso, al pari di una insistita campagna antitedesca che gode in Francia per ragioni storiche di una rendita di posizione assicurata.

Ora tuttavia siamo di fronte a un passo ulteriore. Mélenchon si è candidato a Presidente della Repubblica francese in vista delle elezioni del 2022. E l'ebbrezza della candidatura presidenziale lo porta a sconfinare nell'aperto militarismo.
Una nostra esagerazione polemica? La ricerca artificiosa di differenziazioni immaginarie? La risposta la offre Mélenchon con l'intervista rilasciata al giornale L'Opinion il 29 novembre.

«Immaginiamo che ler sia il Presidente della Repubblica nel 2022. Cosa farebbe a proposito della dissuasione nucleare?» chiede il giornalista.
Risponde Mélenchon: «La dissuasione nucleare è per la Francia un mezzo insostituibile, almeno fino a che non vi saranno delle alternative militari. Per ora io sono favorevole al Trattato di proibizione delle armi nucleari approvato dalla Assemblea delle Nazioni Unite. Ma non si può chiedere alla Francia di disarmare per prima. Bisogna che a cominciare siano quelli che possiedono il maggior numero di armi nucleari. Cioè gli Stati Uniti e la Russia.»

Un qualsiasi portabandiera del (proprio) imperialismo direbbe forse qualcosa di diverso? Anche i peggiori militaristi si dichiarano per il disarmo, basta sia quello... degli imperialismi concorrenti. Nel frattempo ognuno resta armato sino ai denti, a partire dalle armi nucleari.

«Ha evocato delle alternative militari alla dissuasione nucleare. A cosa pensa?» incalza il giornalista incuriosito.
«Bisogna sapere quali armi possono essere usate in caso di conflitto» risponde pensoso Mélenchon, «[...] La questione della militarizzazione dello spazio è essenziale. Le armi nucleari o convenzionali potrebbero essere usate se una potenza spaziale si oppone? È necessario procedere a una valutazione serena della situazione. Noi francesi siamo capaci di mettere in orbita i satelliti che vogliamo e di dotarli di un sistema di protezione del territorio nazionale. In questo caso la dissuasione nucleare non sarebbe più indispensabile. Ma io mantengo un punto interrogativo».

In ogni caso, aggiunge Mélenchon, «quando si tratta della protezione nazionale ai miei occhi non c'è limite. La sovranità francese è totale, piena, intera, non negoziabile. Se noi non avessimo tale capacità non saremmo più indipendenti, e il popolo non sarebbe più sovrano. Questa è la dottrina repubblicana».

In effetti è stata la dottrina che ha guidato per un secolo e mezzo l'imperialismo francese. Ogni guerra che ha combattuto è stata “per la difesa e la sovranità della Repubblica”. Persino l'occupazione della Ruhr, a ridosso della prima guerra mondiale. Oggi si può forse difendere la Republique con armi spaziali, nel dubbio teniamoci il nucleare, dichiara Jean-Luc. E non ha l'aria di scherzare.

Che non abbia voglia di scherzare si capisce del resto dal prosieguo dell'intervista. Il giornalista, forse sorpreso, incalza Mélenchon per ottenere, morettianamente, qualche risposta “di sinistra”. Prima chiede se la Francia deve restare nella NATO. E Mélenchon offre qui la risposta attesa: niente affatto. Ma la rassicurazione dura solo lo spazio di qualche secondo. Perché la principale ragione addotta per uscire dalla NATO è il fatto che alla NATO appartiene la Turchia. «La Turchia ha commesso due atti estremamente aggressivi contro l'esercito francese. Il primo in Siria bombardando una base dove noi tenevamo le nostre forze speciali. E il secondo contro una nave francese al largo della Libia».

L'intervistatore, nuovamente spiazzato, la butta allora in battuta: «Ecco almeno un punto su cui è d'accordo con Macron: una ostilità comune verso la Turchia». Ma Mélenchon non gli lascia scampo: «Io contesto assolutamente il fatto che Macron abbia una qualche attitudine energica nei confronti della Turchia! Si è fatto provocare due volte senza mai replicare».
«Vuole fare la guerra alla Turchia?» chiede incredulo il giornalista.
«Che domanda!» risponde stizzito Mélenchon «come se non vi fosse alternativa tra il fare la guerra e non fare niente. Io non sono per atti puramente simbolici, come si è fatto inviando semplicemente due fregate in Grecia e facendo dichiarazioni, col risultato di aver ottenuto in risposta dichiarazioni e atteggiamenti ancora più violenti. Che interesse abbiamo a gesti puramente formali privi di conseguenze?».

«Non bisognerebbe piuttosto cercare di far abbassare le tensioni?» obietta l'intervistatore col tono del buon liberale borghese. Ma niente da fare, con Mélenchon: «Io penso che non bisogna mai farsi provocare. Mai! [...] i mezzi di una rappresaglia contro i turchi sono più numerosi di quelli che sembrano, anche sul piano delle dimostrazioni militari».

A questo punto il giornalista capisce finalmente l'antifona, e l'asseconda: «bisogna perseguire l'aumento delle spese per la Difesa?»
«Deve corrispondere a quello che è ragionevolmente necessario» risponde Mélenchon, il quale spiega tuttavia che non bisogna farlo per la NATO americana. Altra cosa sarebbe per una Francia (imperialista) indipendente. Infatti Mélencon loda i vecchi gioielli dell'industria militare nazionale (inclusa la produzione di turbine per i sottomarini nucleari, sulle quali bisogna tornare ad avere il controllo) che governi irresponsabili hanno negli anni smantellato, consentendo «ai tedeschi di riarmarsi». Di certo De Gaulle sarebbe orgoglioso di Mélenchon.

«Intende ristabilire una forma di servizio militare obbligatorio?» chiede in conclusione il giornalista. «Sì, anche se non sono sicuro che tutta la LFI [La France Insoumise] sia d'accordo con me.» risponde Mélenchon con qualche comprensibile dubbio. Segue un elenco di funzioni civili «al servizio della patria» (sic) che il servizio militare obbligatorio potrebbe assolvere, sul fronte della protezione ambientale ad esempio. Tuttavia, essendosi forse accorto che per pulire il letto dei fiumi non è necessario l'esercito in armi, Mélenchon conclude l'argomentazione in termini maggiormente consoni al taglio complessivo dell'intervista: «Si può ugualmente immaginare che nella funzione di polizia, cioè nella protezione della pace civile, i coscritti potrebbero svolgere un ruolo molto positivo. Questo cambierebbe l'opinione della popolazione sulla polizia, e cambierebbe le pratiche interne ad essa. Il razzismo e la violenza arretrerebbero. Tutto cambia quando vi sono i figli del popolo».

Dunque negli stessi giorni in cui si moltiplicano le manifestazioni di piazza in tutta la Francia contro la polizia, e cresce l'odio sociale contro la sua funzione repressiva, Mélenchon si pone il problema di come cambiare... l'opinione della popolazione sulla polizia. Semplice, affiancandole un esercito borghese di giovani arruolati. Nel nome della pace civile tra le classi, e della gloria della Nazione.

Non c'è che dire. Il candidato alla Presidenza della Repubblica della borghesia francese ha superato brillantemente la prova. Ma il referente internazionale di tutta la sinistra radicale italiana che fine ha fatto?

Partito Comunista dei Lavoratori

La Francia a un bivio

Il movimento dei gilet gialli scuote la Francia.
 
Il movimento ha coinvolto nelle manifestazioni territoriali, complessivamente intese, duecento/trecentomila persone, e incontra le simpatie o l'aperto sostegno della netta maggioranza della società francese (72% a favore secondo un sondaggio accreditato del 5 dicembre). Questo sostegno non è venuto meno neppure dopo gli scontri di piazza e dopo l'ampia campagna di criminalizzazione dei gilet gialli da parte del governo e del ministero dell'Interno. Al contrario. Dopo tre settimane, la combinazione di manifestazioni di strada e sostegno della popolazione ha costretto governo e Macron a revocare le misure più invise e contestate (prima sospensione, poi ritiro della imposta sulla benzina).
La svolta è stata repentina. Il 27 novembre Macron rifiutava sdegnato di rivedere la tassa sui carburanti. Sette giorni dopo l'ha abolita scavalcando Eduard Philippe, Presidente del Consiglio. Il 10 dicembre, nel discorso alla nazione, ha annunciato in aggiunta l'aumento del salario minimo intercategoriale di 100 euro (che poche ore prima il ministro del Lavoro Muriel Penicaud aveva escluso) e l'annullamento del prelievo forzoso sulle pensioni inferiori ai 2.000 euro. È la misura di un clamoroso ripiegamento. Naturalmente, le concessioni sono in buona parte truccate. Macron ha rassicurato le imprese che non dovranno sborsare un euro, sarà tutto a carico del governo, e il governo si rifarà attraverso tagli alla spesa sociale, o nuove tasse sul lavoro, o il ricorso al debito. Ma non è questo il punto. Il punto è politico. Macron “cede alla piazza”, titola Le Figaro, cogliendo la sostanza politica degli avvenimenti. A sua volta l'indietreggiamento del governo e della presidenza della Repubblica possono incoraggiare altre rivendicazioni sociali, nel mentre misurano l'indebolimento verticale del governo. Una crisi politico-istituzionale strisciante è oggi il sottoprodotto della mobilitazione sociale.


IL MOVIMENTO DEI GILET GIALLI E LA SUA NATURA SOCIALE COMPOSITA

Il movimento dei gilet gialli ha una natura composita. Il suo sfondo è l'impoverimento della società francese: 15% della popolazione sotto il livello di povertà; disoccupazione al 10%; metà della popolazione con meno di 1.700 euro, cinque milioni persone con meno di 850 euro.

Il nucleo centrale della sua base sociale è segnato da settori declassati di piccola borghesia, popolazione povera dei centri urbani piccoli e medi, ambienti popolari colpiti da processi concentrati di deindustrializzazione (in particolare nel Nord), popolazione povera delle zone rurali. Ma il movimento coinvolge anche un significativo settore di lavoratori salariati del settore pubblico e privato, di gioventù precaria, di disoccupati. La classe operaia in quanto classe non ha partecipato alla mobilitazione dei gilet, se non in forma atomizzata e dispersa, ma milioni di lavoratori e lavoratrici guardano con simpatia alle mobilitazioni in corso, come rivelano i sondaggi. La paura di una saldatura attiva tra movimento dei gilet gialli, classe operaia, mobilitazione studentesca è al centro delle preoccupazioni politiche della borghesia francese. L'indietreggiamento di Macron di fronte al movimento mira a disinnescare questo rischio.

Il movimento dei gilet gialli non ha una piattaforma definita, né una struttura organizzata capace di selezionarla o di imporla. Esso ha agito fondamentalmente come carta assorbente e cassa di risonanza dei sentimenti confusi che si agitano nel profondo della società francese, dopo dieci anni di grande crisi. Risentimento della provincia contro Parigi; rifiuto dell'impoverimento in atto da parte di settori di classe media, protesta contro i bassi salari, rigetto della precarietà di vita e di lavoro; e al tempo stesso rigetto di lussi e ricchezze della classe dominante, delle ruberie dei politici, della loro sordità alle ragioni "del popolo”: tutto confluisce nel calderone del movimento, componendo un grande cahier de doléances. Il tema sociale e di classe è obiettivamente centrale nella protesta, non nella coscienza e nell'immaginario di chi la esprime. La linea di frattura percepita e rappresentata è prevalentemente quella tra il popolo e il potere politico. Non a caso l'odio verso Macron (“Macron démission!”) è il sentimento dominante del movimento. “Il Presidente dei ricchi” è stato ed è, suo malgrado, il fattore unificante della ribellione; la formula che unisce in sé l'elemento sociale e politico che la anima.


UN MOVIMENTO REAZIONARIO?

La natura proteiforme e composita del movimento ha consentito l'inserimento in esso, o il fiancheggiamento scoperto, di settori reazionari. In qualche caso elementi fascisti e antisemiti, in altri casi semplici provocatori e avventurieri. La dimensione web del confronto pubblico - tra blog e gruppi facebook - ha offerto, per sua stessa natura, un libero spazio anche a queste voci. L'imbastardimento della coscienza politica di settori di massa offre loro alcune sponde indubbie.

Tuttavia non siamo in presenza di una mobilitazione egemonizzata e guidata dalla destra, come nel caso - in ben altri scenari - della ribellione di Piazza Maidan in Ucraina o delle manifestazioni della MUD in Venezuela. Né il movimento è assimilabile, per stare all'esperienza italiana, al movimento dei "forconi" del 2013, sospinto e diretto in Sicilia da corporazioni proprietarie del trasporto locale. Nessun soggetto politico reazionario guida oggi la protesta dei gilet gialli. Le posizioni reazionarie anti-immigrati sono presenti, ma relativamente marginali. Gesti e atti squadristi sono stati sconfessati e denunciati ripetutamente dai manifestanti stessi. Le rivendicazioni che si affacciano nel movimento sono certo di carattere multiforme, ma comprendono anche istanze sociali classiste, estranee alla cultura della destra: la patrimoniale sulle grandi fortune, l'aumento generale e consistente dei salari, la cancellazione delle tasse sul lavoro, la riduzione dell'età pensionabile. Anche l'eco indiretta delle mobilitazioni di classe contro la legge El Khomri trova un proprio riflesso nei gilet gialli. La bandiera tricolore, non quella rossa, primeggia nelle manifestazioni, ma al tempo stesso i simboli evocati sono simultaneamente il 1789 e il maggio '68. La misura di una grande confusione, ma non certo i simboli della reazione, tanto meno nella storia di Francia.

Lo stesso Front National di Marine Le Pen cerca ovviamente di subordinare il movimento al nazionalismo francese anti-UE, ma si tiene fuori dal movimento stesso, tanto più dopo la sua radicalizzazione e la dinamica di scontri con la Gendarmerie. Le Pen non gioca la carta dell'egemonia sul movimento di piazza, ma quella della sua capitalizzazione elettorale passiva. Come fa, sul suo proprio versante, la France Insoumise di Mélenchon.

Il movimento dei gilet gialli in queste tre settimane ha visto confrontarsi al proprio interno posizioni diverse. Non solo sulla piattaforma rivendicativa, ma anche e soprattutto sul posizionamento da tenere verso il governo e Macron. È la dinamica stessa di scontro frontale e di strada col potere che ha sospinto questa differenziazione. Da un lato, un'area moderata (i "gilet liberi”) spaventata dalla radicalizzazione in atto ha puntato ad una soluzione negoziata col governo che consentisse il riflusso delle manifestazioni di strada e il recupero di un movimento di opinione. Dall'altro, un settore più radicale ha mantenuto una linea di scontro frontale col governo attorno alla rivendicazione delle dimissioni di Macron. Il confronto tra queste due posizioni non misura una differenziazione sociale, ma riflette diverse posture politiche. Non a caso sul primo versante si sono raccolte personalità politiche di estrazione gaullista (Benjamin Cauchy, Laurent Wauquiez) che avevano sostenuto il movimento iniziale per poi rigettare la sua “svolta estremista”. L'arretramento unilaterale di Macron di fronte alla pressione di piazza è anche, per molti aspetti, una sconfitta di questa posizione conciliativa. Mentre gli ambienti della destra, inclusa Marine Le Pen, denunciano «la presenza sempre più significativa tra i gilet gialli di sindacalisti di professione e sinistrorsi di CGT e SUD [Solidaires Unitaires Démocratiques, sindacato francese]».


NEL VARCO APERTO ALTRI SOGGETTI SOCIALI

Tuttavia, allo stato attuale delle cose, il vero punto interrogativo non riguarda la dinamica interna al movimento dei gilet gialli, quanto la possibile irruzione di nuovi soggetti sociali dentro il varco che il movimento ha aperto.

Il movimento dei gilet, nel suo attuale formato e con le sue forme d'azione (blocchi stradali in periferia, manifestazioni settimanali a Parigi), è destinato con ogni probabilità a una parabola discendente (287.000 persone in strada il 17 novembre, 160.000 il 24 novembre, 136.000 il 1 dicembre, 125.000 l'8 dicembre, stando ai dati forniti dal ministero dell'Interno). Ma dentro il varco che è stato aperto si sono affacciati gli studenti, con la crescita e l'estensione delle occupazioni e picchettaggi dei licei (200 scuole in agitazione il 7 dicembre, 450 l'11 dicembre), attorno a proprie specifiche rivendicazioni; e hanno iniziato a muoversi quattro università (a partire da Nanterre, con più di 3.000 studenti coinvolti). L'immagine di 153 giovani studenti inginocchiati con le manette ai polsi e insultati dai poliziotti ha evocato un sentimento vasto di solidarietà e di sdegno, in particolare tra i giovani.

Si muovono anche alcuni settori sindacalizzati della classe. Alcune sezioni sindacali della CGT (impresa Lafarge) dichiarano di associarsi ai gilet gialli. CGT e Force Ouvrière dei trasporti hanno indetto uno sciopero a tempo indeterminato a partire dal 9 dicembre per chiedere la remunerazione degli straordinari. I sindacati dei braccianti e organizzazioni della piccola proprietà contadina hanno proclamato lo stato di agitazione. La CGT, dopo tre settimane di passività, ha dovuto convocare per il 14 dicembre una giornata d'azione nazionale attorno ad una piattaforma generica di rivendicazioni minimali (“per i salari, le pensioni, la protezione sociale”). La logica della burocrazia è ovviamente quella di usare i gilet gialli come leva di rilancio del proprio ruolo insostituibile di controllore sociale agli occhi di Macron e del MEDEF, la Confindustria francese. Il segretario Martinez ha dichiarato: «Se il governo vuole degli interlocutori sociali siamo ben contenti di ricoprire quel ruolo» (Le Monde, 8 dicembre). Ma il punto è se al di là dei calcoli della burocrazia, l'iniziativa sindacale possa trascinare di fatto una ripresa d'azione del movimento operaio, e un suo ingresso nella scena della crisi.

“E se i salariati si ribellano?” è il titolo di un libro edito in Francia da qualche mese, scritto da Patrick Artus. Dà la misura del vero spauracchio della borghesia francese.


MACRON E LA BUROCRAZIA SINDACALE

Le relazioni tra Macron e le burocrazie sindacali sono una cartina di tornasole dell'evoluzione politica francese.

Macron ha costruito la sua stagione politica attraverso la ricerca di una relazione diretta tra “il Presidente” e il popolo, rimuovendo ogni spazio di reale negoziazione coi sindacati. Prima lo scontro sul peggioramento ulteriore della Legge El Khomri, l'equivalente del Jobs Act italiano, poi il braccio di ferro prolungato coi ferrovieri, sono stati impostati con questa logica. Oggi l'aspirante Bonaparte è costretto a constatare che la relazione diretta col popolo per comporre attorno a sé un blocco d'ordine non solo è fallita ma si è risolta in uno scenario opposto: la ribellione di ampi strati popolari contro la stessa immagine del Presidente. “Voleva fare il re ed ha generato i sanculotti”, ha osservato con una battuta brillante il giornalista Raphael Glucksmann. A questo punto il mancato re ha dovuto chiedere ufficialmente ai sindacati di promuovere un appello pubblico alla calma per scongiurare il peggio, e le burocrazie sindacali si sono affrettate ad accogliere la supplica di Macron formulando un appello pietoso (“chiediamo a tutti di evitare la violenza”) per incassare la legittimazione offerta loro da un sovrano decaduto. Solo SUD ha rifiutato di firmare l'appello e di incontrare Philippe. È la prova che il regime della V Repubblica non si regge sull'autorità del governo, né tanto meno sulla sua autorevolezza, ma sulla passività delle direzioni del movimento operaio, che oggi, a fronte del collasso del PS e del PCF, sono essenzialmente le burocrazie sindacali. Le stesse burocrazie che rifiutarono di promuovere un vero sciopero generale contro Hollande sulla legge El Khomri offrono oggi a Macron una ciambella di salvataggio. Se la ciambella tiene o è bucata lo dirà il corso successivo degli avvenimenti.


L'IRRUZIONE DELLA CLASSE OPERAIA COME FATTORE DECISIVO

In ogni caso, solo l'irruzione sulla scena del movimento operaio francese può dare una prospettiva alla mobilitazione in corso, a partire da un baricentro sociale, una piattaforma generale, una forma di organizzazione. Solo un'egemonia di classe sulla protesta sociale può liberarla da retaggi e influenze piccolo-borghesi, come da ogni equivoco reazionario.

La rivendicazione dello sciopero generale attorno ad una piattaforma di rivendicazioni unificanti diventa centrale nell'attuale scenario. Si tratta di chiedere innanzitutto che i sindacati di massa si assumano questa responsabilità, portando questa rivendicazione nella giornata d'azione del 14 dicembre come in ogni lotta di settore; e al tempo stesso di unire nell'azione tutti i settori di avanguardia della classe disponibili a battersi per l'innesco concreto di una dinamica generale di sciopero.

Importante, tanto più in questa fase, l'incoraggiamento e sviluppo delle forme di autorganizzazione, nei luoghi di lavoro in lotta e nelle scuole occupate. Le forme di autorganizzazione dei lavoratori possono diventare un centro di raggruppamento più largo degli strati popolari, e un fattore di direzione della protesta sociale dei territori.

Da questo punto di vista l'iniziativa promossa dai compagni di Anticapitalisme & Révolution (componente marxista rivoluzionaria del NPA) attorno alla parola d'ordine dello sciopero generale, delle assemblee generali in tutti i luoghi di lavoro, dello sviluppo dell'autorganizzazione della lotta, rappresenta un'azione esemplare.

Di certo un'eventuale dinamica di sciopero generale e di autorganizzazione, nell'attuale contesto politico-istituzionale, potrebbe aprire in Francia una crisi rivoluzionaria: da una parte per lo sviluppo dell'egemonia di classe sulla protesta popolare; dall'altro per l'estensione del fronte sociale di massa a fronte dell'indebolimento sostanziale del consenso e delle istituzioni borghesi.


VIA MACRON! GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI!

Per questa stessa ragione è importante introdurre, nella mobilitazione di massa e di classe, la prospettiva di un'alternativa politica: un governo dei lavoratori, delle lavoratrici, della popolazione povera di Francia.

La stessa centralità della parola d'ordine unificante “dimissioni di Macron” pone l'esigenza di un'indicazione alternativa. Macron è incerto se rimuovere o meno Eduard Philippe e cambiare cavallo, mentre tutte le contraddizioni del suo campo si acuiscono. Le Pen e Mélenchon per ragioni complementari e simmetriche chiedono lo scioglimento dell'Assemblea nazionale ed elezioni anticipate: il caro vecchio ricorso della borghesia francese di fronte all'ingovernabilità del conflitto sociale (vedi l'accordo tra PCF e De Gaulle per stroncare nelle urne il maggio '68). Il PCF e il PS si affidano all'attesa delle elezioni europee tra sei mesi, senza peraltro sapere in che formato andarci. Nessuna forza politica della sinistra riformista francese avanza né una proposta di lotta sul terreno sociale né una prospettiva politica alternativa a Macron, incapaci di andare oltre il piccolo recinto autoconservativo della routine parlamentare e istituzionale.

La direzione del Nouveau Parti Anticapitaliste, formazione di matrice trotskista, propone positivamente la convergenza delle lotte, ma rimuove la prospettiva politica. È il riflesso di una posizione centrista che si affida alla dinamica del movimento senza segnare una rotta, magari col riflesso condizionato, sottotraccia, dell'attesa di qualche soluzione riformista (un governo “antiausterità” senza rottura col capitale), utopica e subalterna al tempo stesso. Non è questa la logica dei marxisti rivoluzionari.

Il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulle forme di autorganizzazione di classe e di massa, è l'unica alternativa politica progressiva alla crisi di Macron e della V Repubblica francese. Lo è oggettivamente, perché le stesse rivendicazioni sociali che si affacciano nella mobilitazione in corso non possono essere realmente soddisfatte nel loro insieme senza rompere con le compatibilità del capitale, a partire dalla cancellazione di un debito pubblico che ammonta a quasi il 100% del Pil, ciò che solo un governo dei lavoratori può fare. Ma lo è anche soggettivamente: perché la dinamica di rottura col potere politico è profonda, e ampi settori di massa cercano a modo loro una soluzione radicale della crisi. Questa soluzione radicale la deve avanzare il movimento operaio contro il capitalismo francese. Il protagonismo del movimento operaio può oggi segnare la dinamica degli eventi, e può farlo compiutamente solo se assume una propria prospettiva di alternativa sociale come bandiera contro il capitale. Se non saranno i lavoratori e le lavoratrici ad offrire una soluzione alla crisi francese, sarà la reazione, sia essa nella forma di una possibile stabilizzazione del governo Macron per mezzo della repressione e della ripresa delle politiche bonapartiste, sia essa nella forma dello sviluppo, come in altri paesi europei, di una deriva reazionaria che provi ad imporre una diversa gestione capitalistica della crisi, di carattere nazionalista e populista, in ogni caso sempre contro il lavoro.

Proprio per questo sosteniamo fino in fondo l’appello alla lotta della classe lavoratrice ed all’autorganizzazione lanciato da A&R che pubblichiamo su questo stesso sito.

Questo è il bivio di prospettiva che si è aperta in Francia, e che non riguarda solo la Francia.

12 dicembre 2018 
Marco Ferrando