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Nessun coinvolgimento nella guerra sionista americana!

 


Ipocrisia europea e complicità italiana

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Mentre lo Stato sionista e l’imperialismo USA proseguono l’aggressione all’Iran, le basi militari in Italia sono già di fatto operative. Non c’è bisogno di una formale richiesta americana, che tanto potrebbe arrivare come no. L’uso delle base di Sigonella è pienamente attivo: 24 voli militari USA dallo scalo prima del 28 febbraio, diretti alla base di Souda Bay (Creta) in preparazione dell’attacco. Un uso logistico, indiretto, a fini di rifornimento e trasporto truppe. Ma in ogni caso un uso a fini militari nel quadro di un’aggressione di guerra.

Non è certo la prima volta. La stessa Giorgia Meloni ha ricordato gli accordi bilaterali tra Italia ed USA sull’uso delle basi, siglati nel 1951 e nel 1954, poi rinnovati nel 1995, e naturalmente ben custoditi dai governi italiani di ogni colore politico. Accordi in larga parte (scandalosamente) secretati, che consentono l’uso logistico e “tecnico” delle basi militari senza alcuna esigenza di particolari permessi politici. Vincoli analoghi coinvolgono peraltro in varie forme tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica.

L’ipocrisia dei governi imperialisti europei è clamorosa. Formalmente nessuno dei governi imperialisti di Europa è direttamente coinvolto nella guerra israeliano-americana all’Iran. Anche perché la linea Trump emargina i vecchi alleati (Gran Bretagna inclusa) da ogni decisione di politica estera, mettendoli di fronte al fatto compiuto, senza neppure informarli. Ma nessuno tra i grandi d’Europa ha la volontà e l’interesse ad opporsi. In fondo l‘America fa il lavoro sporco che noi non siamo in grado di fare”è stato fatto filtrare ufficiosamente ai margini dei lavori della UE.

Una confessione in piena regola, già rilasciata un anno fa dal governo tedesco a sostegno del genocidio sionista, e oggi ribadita per la guerra all’Iran. Una sintesi di invidia, impotenza, complicità.

Parlano i fatti. La stessa Germania di Merz che a Monaco qualche settimana fa aveva lamentato la rottura americana del Patto transatlantico è corsa precipitosamente alla Casa Bianca nel quarto giorno di guerra per ostentare le relazioni con Trump. Al punto che persino la compiacente stampa tedesca parla di una figura umiliante per Merz. La Francia di Macron ha parlato dell’attacco americano all’Iran come di un atto estraneo al cosiddetto diritto internazionale, ma ha concluso che l’Iran non deve difendersi, per evitare escalation. Mentre la portaerei Charles De Gaulle prende il largo per tutelare gli interessi della Francia. Solo il governo di Spagna – che pure ha anch’esso accresciuto le proprie spese militari – dichiara il proprio no alla guerra sull’onda di sondaggi che rivelano l’opposizione alla guerra dell’80% della popolazione spagnola. Ma la dissociazione non si traduce in rottura, e si combina con la richiesta di rispetto per la Spagna quale membro leale della NATO. Nel mentre navi militari francesi, olandesi, italiane, spagnole, si dirigono verso Cipro.

Il governo italiano partecipa all’ipocrisia europea da una angolazione particolare, e con crescente difficoltà. Nel corso dell’ultimo anno Giorgia Meloni ha coperto la figura e la linea di Trump in tutte le forme possibili, presentandosi come pontiere tra America ed Europa nel nome dell’Occidente. Ma il corso politico banditesco di Donald Trump sia in politica interna (Minneapolis) che in politica estera, e la conseguente reazione al trumpismo nell’ultima fase in settori crescenti dell’opinione pubblica, complicano il sostegno di Meloni al Presidente americano. Ed anzi lo espongono ad un rischio di rigetto, tanto più preoccupante alla vigilia di un referendum decisivo per il governo.

Da qui il silenzio imbarazzato della Presidente del Consiglio sulla guerra all’Iran, le sue contorsioni, il suo arrampicamento sugli specchi. Da un lato “non siamo in guerra e non ci vogliamo entrare”. Dall’altro aiuti militari alle monarchie del Golfo e difesa degli accordi bilaterali tra Italia e USA circa l’uso delle basi. Con una logica di scambio: non è un caso se poche settimane fa la NATO ha riconosciuto all’Italia il ruolo di guida della sua base di Napoli, il più grande presidio militare occidentale del Sud Europa.

Solo sudditanza verso gli USA? Solo complicità ideologica col trumpismo? No, non c’è solo questo. C’è anche l’interesse specifico dell’imperialismo italiano nella politica estera del governo Meloni. La proiezione dell’Italia in Medio Oriente ha fatto un salto col piano Mattei. Gli affari con le monarchie del Golfo coinvolgono tutte le grandi aziende energetiche e tutta l’industria bellica tricolore. I viaggi del ministro Crosetto negli Emirati Arabi non sono turistici, seguono la rotta degli appalti nelle infrastrutture, nella logistica, nella cantieristica, nella produzione militare. La flotta navale del Qatar, ad esempio, è in larga parte di produzione italiana. Tutto ciò non significa solo profitti, ma anche allargamento di proprie aree di influenza, maggiori entrature e peso diplomatico, a scapito di altri imperialismi concorrenti, come quello francese. Un bottino da difendere tanto più in un contesto di guerra.

La ragione per cui l’Italia partecipa al Board of Peace di Trump, a differenza di altri imperialismi europei, non nasce solo dal fatto che è l’imperialismo USA a distribuire le carte in Medio Oriente dopo la macelleria in Palestina. Nasce anche dal fatto che l’imperialismo italiano ha oggi nuove carte da preservare in regione e nuove ambizioni. E proprio l’attuale scenario di guerra e di possibili sconvolgimenti regionali rende la partecipazione italiana ancor più importante per gli interessi (imperialistici) nazionali. Il vero scandalo politico a sinistra è che a settembre il piano coloniale di Trump-Blair-Netanyahu da cui sarebbe nato il Board of Peace non ha registrato nel Parlamento italiano un solo voto contrario. Non uno.

La partecipazione italiana alla missione navale Aspides in Golfo Persico, per di più con un ruolo di guida, risponde alla stessa logica. Non è solo militanza militare al fianco di Israele contro gli houthi e contro i palestinesi. È anche tutela di un proprio ruolo negoziale su diversi tavoli del Medio Oriente. Ed oggi rappresenta oltretutto un coinvolgimento nello scenario di guerra, col serio rischio di arruolamento diretto.

Domanda: è un caso se nella primavera del 2024, in pieno genocidio, quella missione militare fu votata in Parlamento da un fronte di unità nazionale che andava da Giorgia Meloni al M5S passando per il PD? Altro che opposizione! Il “pacifismo” si è inchinato al tricolore, persino di fronte a un governo a guida postfascista. E ad oggi, non a caso, nessuna “opposizione” parlamentare chiede il ritiro da quella missione.

Il rifiuto della guerra sionista-americana all’Iran deve allora saldarsi con la rivendicazione della rottura con l’imperialismo italiano, i suoi interessi, le sue compromissioni. La lotta contro la guerra o è anche lotta contro il proprio imperialismo o non è.

Via l’Italia dal Board of Peace, dalla missione in Golfo Persico, da ogni teatro di guerra!

Via l’Italia dalla NATO, via la NATO dall’Italia!

Partito Comunista dei Lavoratori

Per l'esproprio dell'industria bellica, sotto controllo operaio

 


Per una risposta antimilitarista che vada al di là del pacifismo

3 Settembre 2025

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«La guerra è una gigantesca impresa commerciale, soprattutto per l'impresa bellica. Per questo le "200 famiglie" sono le prime fautrici del patriottismo e le prime provocatrici di guerra. Il controllo operaio sull'industria bellica è il primo passo contro i fabbricanti di guerra.
Alla parola d'ordine dei riformisti "imposta sui profitti di guerra" contrapponiamo la parola d'ordine "confisca dei redditi di guerra e espropriazione delle aziende che lavorano per la guerra". Dove l'industria bellica è già nazionalizzata, come in Francia, la parola d'ordine del controllo operaio conserva tutto il suo valore: il proletariato non ha nello Stato della borghesia più fiducia di quanto ne abbia nel singolo. Non un uomo, non un soldo per il governo borghese!
Non un programma di armamenti, ma un programma di lavori di pubblica utilità!
»

(Trotsky, 1938, dal Programma di transizione)


La corsa agli armamenti attraversa tutti i paesi imperialisti. La guerra in Ucraina è stata sicuramente un fattore di accelerazione di questa corsa. Ma la corsa ha una portata planetaria enormemente più ampia dell'Ucraina.
L'imperialismo russo si appoggia ormai su un'economia di guerra in piena regola, investendo nell'apparato militare il 6% del proprio PIL. L'imperialismo cinese sta sviluppando le proprie capacità militari a livelli inediti su terra, cielo e mare, il suo bilancio per la difesa supera ormai i 500 miliardi annui, la sua flotta ha ormai superato la concorrente flotta americana.

L'imperialismo USA sotto la seconda amministrazione Trump (che alcuni vorrebbero “pacifista”) promuove un nuovo massiccio investimento in armamenti: assieme alla riduzione delle tasse per i capitalisti, l'aumento della spesa militare è infatti il principale ambito di investimento dei soldi risparmiati coi tagli sociali nell'attuale legge di bilancio trumpiana. Se il Pentagono, a differenza del Dipartimento di Stato, ha più volte frenato sugli aiuti all'Ucraina è perché i generali americani vogliono rimpinguare i propri arsenali e non sguarnirli (anche quando gli arsenali USA già dispongono, per dare l'idea, di 13700 Patriot).

Gli imperialismi europei hanno appena concordato in sede NATO un raddoppio o triplicazione dei propri investimenti in armi (sino al 5% del PIL), già agevolati dalle clausole di salvaguardia previste dal nuovo Patto di stabilità (possibilità di accrescere dell'1,5% il proprio bilancio di spesa per la difesa).

Le pressioni di Trump, ma soprattutto la minaccia di un disimpegno USA dal fronte europeo, hanno spinto tutti i governi imperialisti del Vecchio Continente oltre i vecchi confini di spesa. Tutti. Il governo “di sinistra” dell'imperialismo spagnolo, che i partiti della sinistra europea esaltano come esempio, ha evitato di porre il veto in ambito NATO, ha firmato l'accordo sull'aumento del 5% delle spese militari al pari degli altri, ha già disposto l'aumento di spesa militare nel proprio bilancio, al di là delle pose “pacifiste” da telecamera.

La verità è che tutti gli imperialismi europei, nessuno escluso, seguono la rotta militarista. In un quadro capitalista internazionale in cui la potenza militare è da sempre uno dei metri di misura delle ambizioni imperialiste, i governi europei non possono fare altrimenti. Solo ricostruendo una propria potenza militare possono sperare in un posto a tavola nella futura spartizione del mondo, senza essere schiacciati, come oggi sono, nella morsa tra USA, Cina, Russia.

Al tempo stesso, l'unione degli imperialismi europei è attraversata più che mai da forti rivalità nazionali anche sul terreno militare.

La Germania ha predisposto un piano di riarmo senza precedenti nel dopoguerra, e senza possibili punti di paragone in Europa, grazie a un margine di manovra finanziaria di cui nessun altro paese europeo può disporre. La rivendicazione di un primato militare tedesco in Europa è già sul piatto della bilancia degli equilibri continentali. La proiezione della Germania verso il Nord Europa, quale suo possibile scudo protettivo – a fronte della minaccia di un disimpegno trumpiano – si appoggia su questa base.

La Francia reagisce alla concorrenza tedesca raddoppiando il proprio bilancio militare nel decennio 2017-2027 e realizzando un patto con la Gran Bretagna fondato sulla comune dotazione dell'arma nucleare e sulla comune presenza nel Consiglio di sicurezza dell'ONU: l'offerta franco-britannica di un proprio ombrello nucleare protettivo sull'Europa, controllato da Londra e Parigi, è una replica alle ambizioni di Berlino. La Gran Bretagna entra per questa via nelle contraddizioni interne alla UE portando in dote la propria consumata esperienza bellica.

L'imperialismo italiano è pienamente partecipe del grande gioco. Ha dato sponda all'imperialismo USA e alla sua politica in Medio Oriente e in Africa per capitalizzare a proprio vantaggio lo sfaldamento dell'area coloniale francese nel Sahel, e ha chiesto in cambio il riconoscimento USA del primato italiano nel Mediterraneo. L'avvento di Donald Trump ha complicato l'operazione, ma non l'ha annullata. Il forte potenziamento della spesa militare in Italia, già a partire dall'annunciato incremento di 4 miliardi nella prossima legge di bilancio, è un suo tassello ineliminabile. Così come lo è il gioco di intesa con l'imperialismo tedesco in funzione scopertamente antifrancese.

L'industria bellica tricolore è la prima beneficiaria di questo contesto generale. Leonardo, Fincantieri, OTO Melara, Iveco, i grandi capitalisti in armi vedono le proprie azioni salire in Borsa e i propri affari estendere il proprio raggio: nella costruzione del caccia militare più potente al mondo in consorzio con Gran Bretagna e Giappone, nella fabbricazione di nuovi carri armati in sinergia con la Germania, nella costruzione della flotta militare dei Paesi del Golfo, nella cantieristica militare globale. USA inclusi: il Ministro degli esteri italiano ha da poco esibito al Segretario di Stato USA Marco Rubio il fior fiore degli stabilimenti di Fincantieri in Wisconsin e Florida, e le fabbriche di Leonardo in Virginia, Ohio, North Carolina, California, New York, Alabama, Arizona, quale riprova e misura del contributo italiano all'apparato militare americano, e perciò stesso ragione (auspicata) di attenzioni e riguardi verso l'Italia, magari sui dazi.

Ma non è tutto. Avanzano in Italia i progetti di possibile riconversione bellica di pezzi dell'industria automobilistica e della componentistica, in perfetto parallelismo con analoghi progetti tedeschi e francesi. Il salto dell'investimento militare, obbligato dal nuovo quadro mondiale, viene usato come antidoto alla stagnazione economica e alle spinte recessive. Un nuovo tonico del capitalismo italiano. Naturalmente, come in ogni parte del mondo, a carico dei propri salariati.

In questo quadro generale, emerge con sempre maggiore evidenza la totale impotenza delle illusioni pacifiste. Anche quando sono sincere. Anche quando non sono la copertura retorica di qualche nuova potenza imperialista e delle sue “soluzioni di pace”.

La rotta della politica mondiale, in una prospettiva storica, marcia verso la guerra. Le guerre imperialiste, dall'invasione russa dell'Ucraina ai bombardamenti USA sull'Iran, segnano come un sismografo le scosse telluriche che attraversano il pianeta. La politica criminale e guerrafondaia dello Stato sionista, al di là delle sue specificità, si pone in perfetta sintonia con la politica di potenza che percorre il mondo, e non a caso si avvale del sostegno o della complicità di tutte le potenze imperialiste, vecchie e nuove, nessuna esclusa.

L'idea che qualsivoglia diritto di autodeterminazione nazionale dei popoli oppressi possa essere affidato a fantomatiche “conferenze di pace” istruite dall'ONU e benedette dal Papa misura solamente l'eredità delle vecchie illusioni truffaldine sulla diplomazia imperialista, proprio nel momento in cui quelle illusioni sono strapazzate e umiliate ogni giorno dal nuovo quadro delle relazioni mondiali. L'idea che la raccomandazione pacifista al proprio governo imperialista possa fermare la rotta militarista non è meno peregrina. Solo il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo e dell'imperialismo può liberare un futuro di pace vera e giusta per l'umanità e per ogni popolo oppresso.

Proprio per questo, nei paesi imperialisti, a partire dall'imperialismo di casa nostra, è importante dotarsi di parole d'ordine e rivendicazioni che traccino un ponte tra la sincera domanda di pace antimilitarista, il rifiuto di pagare le spese di guerra con tagli sociali, e la necessaria prospettiva anticapitalista.

La rivendicazione dell'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio dell'industria bellica può e deve entrare in ogni mobilitazione contro la guerra e contro l'economia di guerra, accanto alla difesa del diritto di resistenza di ogni popolo oppresso.

La rivendicazione dell'esproprio dell'industria bellica appartiene alla tradizione migliore del movimento operaio rivoluzionario, ed è oggi di straordinaria attualità. Essa si concentra, sul versante interno, contro il cuore delle attuali politiche dominanti. Contro la conversione dell'industria in produzione bellica va pianificata la conversione di parte dell'industria bellica in produzione civile. E nessuna conversione dell'industria bellica può avvenire nel rispetto dei diritti dei lavoratori senza espropriare i suoi azionisti – i “fabbricanti di guerra” – e senza controllo operaio. Per tutte queste ragioni la rivendicazione dell'esproprio dell'industria bellica chiama in causa l'ordine borghese della società. Per questo pone l'esigenza di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici quale unica possibile alternativa.

A chi difende la “nostra” industria bellica, e soprattutto la sua proprietà, nel nome della difesa della patria (sia essa nazionale o della UE) – magari proprio evocando i venti di guerra che soffiano nel mondo – rispondiamo con le parole di Trotsky:

«"Difesa della patria"? Ma dietro questa astrazione la borghesia nasconde la difesa dei suoi profitti e dei suoi saccheggi. Noi siamo pronti a difendere la patria contro i capitalisti stranieri, se mettiamo le catene ai nostri capitalisti e impediamo loro di attaccare la patria altrui, se gli operai e i contadini diventano i veri padroni del paese, se le ricchezze nazionali passano dalle mani di un'infima minoranza nelle mani del popolo, se l'esercito cessa di essere strumento degli sfruttatori e diventa strumento degli sfruttati.
Bisogna saper tradurre queste idee fondamentali in idee più particolari e più concrete secondo il corso degli avvenimenti e l'evolvere dello stato d'animo delle masse. Bisogna, inoltre, distinguere rigorosamente tra il pacifismo del diplomatico, del professore, del giornalista e il pacifismo del carpentiere, del bracciante o della lavandaia. Nel primo caso il pacifismo è una copertura dell'imperialismo. Nel secondo è l'espressione confusa di una diffidenza verso l'imperialismo.
Quando il piccolo contadino o l'operaio parlano di difesa della patria, intendono difesa della loro casa, della loro famiglia e della famiglia altrui dall'invasione nemica, dalle bombe, dai gas asfissianti. Il capitalista e il suo giornalista per difesa della patria intendono la conquista di colonie e di mercati, l'estensione tramite il saccheggio della partecipazione "nazionale" al reddito mondiale. Il pacifismo e il patriottismo borghese sono del tutto menzogneri. Nel pacifismo e persino nel patriottismo degli oppressi ci sono elementi che riflettono da una parte l'odio contro la guerra distruttrice e dall'altra l'attaccamento a quello che considerano il loro bene e che bisogna saper cogliere per trarne le conclusioni rivoluzionarie necessarie. Bisogna saper contrapporre antagonisticamente queste due forme di pacifismo e di patriottismo.
»

(Trotsky, 1938, Programma di transizione)

Proprio così. Larga parte della sinistra fa spesso, paradossalmente, l'opposto: si adatta al pacifismo borghese (del proprio imperialismo o dell'imperialismo altrui) e rifiuta di tradurre in termini rivoluzionari il pacifismo operaio e popolare.
Rivendicare l'esproprio dell'industria bellica è un modo di tradurre e attualizzare la lezione del vecchio capo dell'Armata Rossa, nel quadro più generale della politica rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

È il tempo di redimersi: i carnefici hanno gli occhi lucidi

 


Una lettura dell’intervista di Repubblica allo scrittore David Grossman: un tentativo di creare dei sionisti buoni davanti all’evidenza della strage

3 Agosto 2025

La Repubblica del 1° agosto ha dedicato due pagine di intervista a David Grossman, scrittore sionista di fama internazionale. Grossman ha dichiarato che, nonostante gli si «spezzi il cuore» deve constatare che quello in corso a Gaza «è un genocidio». Si chiede come uscire «da questa associazione fra Israele e il genocidio» e riduce l’intera attività storica di Israele agli atti di «gente come Smotrich e Ben Gvir (due ministri israeliani di estrema destra)» a cui governare uno stato potente come Israele sembra avere dato alla testa. Dal 7 ottobre tante persone conosciute da Grossman «hanno abbandonato i nostri comuni valori di sinistra».

Lo sforzo di Grossman è quello di stabilire un ‘noi’ e un ‘loro’ all’interno del sionismo. Il ‘noi’ nel nuovo paradigma per lavarsi la coscienza senza rinunciare alle proprie idee razziste comprende i presunti buoni, i sionisti liberali fantasiosamente «di sinistra». Ebbene, tali sionisti di sinistra hanno avvertito il pericolo che il mondo si prepara a presentargli il conto per la loro posizione storica di complicità con Israele. Ci si deve domandare, però, se non sia già un ossimoro pensare che possa esistere un suprematismo di sinistra.

Dal canto suo La Repubblica ne approfitta per riabilitarsi agli occhi di tutta la sua platea vagamente progressista davanti alla quale ha perso credibilità, grazie alla sua efferata propaganda sionista. Quale occasione migliore per salvare capra e cavoli, sionisti israeliani e stampa italiana, di un israeliano che pronuncia la parola proibita: «genocidio». Ovviamente ribadendo una falsità storica e giustificazionista: che senza il 7 ottobre il genocidio non sarebbe esistito. Fa tenerezza però constatare che a questi pianificatori dell’assenso, almeno, gli si «spezzi il cuore».

Grossman prosegue il suo sforzo muscolare-nervoso: «il grande errore dei palestinesi sta nel fatto che avrebbero potuto trasformarla (Gaza, nda) in un luogo fiorente: invece hanno ceduto al fanatismo e l’hanno usata come rampa di lancio per i missili contro Israele». Si arriva all’assurdo: i palestinesi sarebbero colpevoli delle azioni dei sionisti. Israele avrebbe agito come una furia divina, fatale e inarrestabile, per conseguenza della poca lungimiranza dei palestinesi.

È un’operazione retorica macabra quella di Grossman, che rassomiglia a un carnefice che dice alla vittima di non battere i pugni sulle sue braccia, mentre la strangola. Va detto che l’estremismo islamico di Hamas, come i pugni sulle braccia, è un sottoprodotto dell’efferatezza sionista e imperialista occidentale. Ma Hamas ha garantito alla resistenza palestinese - che non è Hamas - la capacità militare utile a continuare ad esistere. Anche qui le parole di Grossman sembrano essere le parole della linea editoriale de La Repubblica. Insieme compiono il tentativo estremo di passare dalla parte dei presunti buoni, senza rinunciare alle proprie posizioni.

L’operazione è quella di costruire mediaticamente un nuovo paradigma della vittima: inventare la figura del sionista dissidente, del sionista che vorrebbe ma non può far nulla per evitare che il suo stato suprematista smetta di compiere crimini inenarrabili.

Coerentemente con la subdola visione suprematista della borghesia italiana benpensante, i palestinesi diventano una macchietta che ha il diritto di salvarsi solo se Israele ne ha la volontà. Questa volontà, come quella di un dio sadico, dipende dalla volontà dei palestinesi di arrendersi al proprio sterminio.

Riferirsi all’occupazione israeliana del 1967 dei territori palestinesi nei termini di una «maledizione» che ha colpito Israele (così dice Grossman), è un’operazione utile a sollevare dalla responsabilità storica il sionismo e i sionisti, ancora nell’ottica di una lettura della storia totalmente metaforica, astratta e retorica.
Se i palestinesi non avessero commesso l’errore storico di voler continuare a vivere senza che gli si dicesse a quali condizioni farlo, continua Grossman, «magari questo avrebbe spinto Israele a cedere anche la Cisgiordania e a mettere fine all’Occupazione anni fa».

Così Grossman ribadisce l’idea di riconoscere uno stato palestinese, ma a «condizioni ben precise: niente armi». Sarebbe una bella prospettiva, se si ammettesse il disarmo globale. Ma ciò non è possibile, perché Israele in primis esiste come laboratorio di tecnologia militare degli imperialismi occidentali, che ben fanno profitto sulla morte.

In questi stessi giorni la Francia e la Gran Bretagna hanno dichiarato di voler riconoscere uno stato palestinese. Il riallineamento della stampa nazionale e internazionale risponde anche all’esigenza del Governo Meloni di non isolarsi davanti a questa nuova spaccatura europea. Ma l’atto simbolico di riconoscere uno stato di Palestina da parte di Macron e Starmer è vile perché arriva nel momento in cui l’80% della Striscia di Gaza è occupata dall’esercito israeliano, in cui l’apartheid e il controllo anche in Cisgiordania si inasprisce tremendamente e a favore dei nuovi insediamenti dei coloni. Ma soprattutto arriva nel momento in cui, con il loro benestare, l’economia agricola palestinese è stata annientata con le ruspe, rendendo sterili i campi coltivati, in cui i centri abitati sono stati ridotti in macerie, e in cui nessuna forza politica palestinese sarebbe capace in questo momento di rimediare senza indebitarsi fino al collo con i capitali a prestito dei suoi stessi carnefici.

Gli imperialismi europei continuano nei fatti a sostenere Israele come ben illustrato dal report ONU elaborato da Francesca Albanese, non a caso ostracizzata e isolata con forza da queste stesse forze sioniste. Tentano di rimediare al dissenso interno con azioni di solidarietà vuote e di facciata. La stampa borghese si affanna per riposizionarsi coerentemente senza perdere la faccia dopo aver costruito narrazioni fasulle e tendenziose per decenni, e specialmente nell’ultimo anno. Non lo fa dando parola ai palestinesi, ma dando parola ai sionisti redenti, agli oppressori che hanno deciso di considerare come degna di attenzione la realtà vissuta dagli oppressi, conducendone la narrativa.

Ma su una cosa ha ragione Grossman: «più cedi alla paura, più sei isolato e odiato al di fuori di Israele […], l’isolamento cresce e tu ti ritrovi in una trappola sempre più profonda, da cui uscire è complicato». Questa presa di consapevolezza non arriva dal cielo, non è una maledizione. È invece frutto del movimento globale che ha dimostrato la capacità di costruire l’isolamento di Israele. È frutto della resistenza armata palestinese, senza cui la questione oggi non si porrebbe perché lo sterminio sarebbe stato attuato.

Consci di questa grande occasione storica, è necessario ora fare un salto di qualità approfondendo le lotte antisioniste e legando la questione palestinese a quella imperialista.

Perciò il compito dei comunisti rivoluzionari risulta oggi fondamentale: per liquidare una volta per tutte lo stato suprematista, razzista e antidemocratico di Israele, per la creazione di un’unico stato palestinese che garantisca a ogni essere umano i propri diritti individuali e sociali, è necessario innanzitutto volgere le armi verso l’imperialismo di casa propria. E noi verso il governo Meloni e la borghesia italiana, diretti colpevoli e sostenitori consapevoli di questo genocidio.

Per una Palestina libera, laica e socialista.

Emerigo C.

Il negoziato fra imperialismi si riversa sui salariati

 

Significato e ricadute dell'accordo sui dazi fra USA e UE. Per un'alleanza internazionale dei salariati contro tutti gli imperialismi. Solo una rivoluzione socialista può dare all'Europa una prospettiva storica nuova

31 Luglio 2025

L'imperialismo USA scarica il proprio declino sugli imperialismi concorrenti, a partire dagli imperialismi “alleati”. L'accordo sui dazi fra Trump e von der Leyen rientra in questo quadro generale.

Il rilancio del protezionismo su larga scala da parte della nuova amministrazione americana mira a obiettivi combinati: incassare nuove risorse con cui detassare i capitalisti USA; e soprattutto riportare negli USA l'industria manifatturiera che aveva battuto altri lidi negli anni d'oro della globalizzazione.
Si tratta di un piano di rilancio delle basi materiali dell'imperialismo americano a fronte dell'ascesa della concorrenza imperialistica della Cina. “Fare di nuovo grande l'America” trova nel protezionismo il proprio credo.

La politica protezionista USA si muove a raggiera sull'intero globo, secondo una logica negoziale spregiudicata. Spazia non solo in America attraverso Canada e Messico – nel nome dell'antico motto ”l'America agli americani” – ma persino in Asia, dove non risparmia neppure gli alleati tradizionali degli USA, come il Giappone e la Corea del Sud, nonostante l'interesse strategico USA al contenimento della Cina (ciò che pone qualche interrogativo, tuttora irrisolto, sul codice di priorità delle scelte trumpiane).

È certo tuttavia che sul tavolo da gioco planetario l'Unione degli imperialismi europei ha subito, se così si può dire, un trattamento particolare da parte di Trump. Simile a quello riservato all'imperialismo giapponese. Più oneroso di quello offerto al vecchio imperialismo britannico.

L'accordo è ancora oggetto di interpretazioni fluttuanti, ma la sua natura appare evidente a occhio nudo: un accordo clamorosamente squilibrato a vantaggio dei capitalisti USA e del governo americano. Il dazio di riferimento del 15% riguarderà il 70% delle merci europee esportate negli USA (che ammontano complessivamente a 531 miliardi di euro); e si somma al “dazio informale” della svalutazione del dollaro del 15%.
Parallelamente la UE si impegna nei tre anni rimanenti dell'amministrazione Trump a comprare prodotti energetici USA per 750 miliardi di dollari (essenzialmente gas e petrolio), ad investire negli USA 600 miliardi di dollari delle imprese europee, ad accrescere i rifornimenti militari presso l'industria bellica americana, i cui titoli azionari non a caso sono esplosi in Borsa.
L'unica contropartita per la UE è la (temporanea) rinuncia degli USA ad elevare i dazi al 30%.

Larga parte del commentario borghese europeo è sconsolato: “per evitare la guerra abbiamo accettato la resa”. In particolare la postura remissiva esibita durante il negoziato dalla Presidente della Commissione Europea è spesso oggetto di critica o di scherno. Comprensibile. Ma al di là della superficie scenica, occorre andare alla sostanza di quanto è avvenuto.


LA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

La debolezza contrattuale dell'Unione Europea è il riflesso della sua base materiale. Esiste un imperialismo americano, un imperialismo cinese, un imperialismo russo. Non esiste un imperialismo europeo. Esiste un'unione di stati imperialisti nazionali, di diversa taglia, da tempo penalizzati nella competizione globale, separati da interessi tra loro divergenti e conflittuali. Imperialismi nazionali che si contendono gli investimenti esteri attraverso la corsa al ribasso della tassazione sui profitti; che dispongono di sistemi energetici differenziati; che si disputano il mercato dell'acciaio, dell'industria farmaceutica, dell'industria bellica continentale; che si spartiscono in una lotta al coltello i fondi europei all'agricoltura e all'industria; che si contendono le aree di influenza in Europa, nei Balcani, in Nord Africa, in Medio Oriente, così come le proiezioni di mercato in Cina, India e America Latina.

Il crollo del muro di Berlino, poi la grande crisi del 2008, infine la concorrenza combinata e agguerrita delle altre potenze imperialiste (USA e Cina in primis) hanno indotto gli imperialismi nazionali europei prima a creare e poi a preservare la propria unione. Ma mai come oggi i diversi interessi degli Stati nazionali appaiono conflittuali.
Il contenzioso tra Germania e Francia sul primato in Europa, il conflitto latente tra Francia e Italia in Nord Africa, la concorrenza fra Italia e Germania nei Balcani, le infinite controversie sulle politiche di bilancio (sia nazionale che comunitario) ne sono un riflesso. La cosiddetta “costruzione federale” della UE non ha superato la soglia della moneta comune (2000), ed è di fatto bloccata da più di vent'anni. Il ricorso eccezionale all'indebitamento comune in risposta alla pandemia (2020) non ha avuto seguito. Lo stesso piano di riarmo recentemente varato risponde prevalentemente, non a caso, alle capacità di bilancio dei diversi Stati nazionali, e per questo approfondisce la loro divaricazione (a partire da quella franco-tedesca).


NEGOZIATO EUROPEO, INTERESSI NAZIONALI

Il negoziato commerciale tra UE e USA, e il suo esito, non potevano essere estranei a questo quadro d'insieme. Da un punto di vista formale, era ed è l'Unione Europea, attraverso la sua Commissione, la titolare del negoziato commerciale. Ma dietro il paravento di un negoziato continentale si agitano le diverse pressioni nazionali.
Berlino ha cercato principalmente di salvaguardare la propria industria automobilistica. Roma ha provato a tutelare la propria industria agroalimentare e farmaceutica. Parigi si sente minacciata da un accordo che la penalizza nei comparti chiave della propria industria bellica ed energetica, e protesta (“l'ora buia della sottomissione”).
Von der Leyen ha trattato per tutti e per nessuno. Così ora tutte le diverse filiere nazionali e/o di settore lamentano lo scarto tra i risultati e le attese. Tra il risultato e il proprio “mandato”, per lo più nazionale.

Peraltro, un negoziato commerciale non è mai solo commerciale, tanto più nel contesto attuale. Pesano i rapporti di forza complessivi sul piano della potenza imperialista. L'imperialismo USA in questi mesi ha messo sul piatto della bilancia il proprio primato indiscusso sul piano militare (NATO), la forza del proprio comparto energetico, il peso dei grandi monopoli tech. Gli impegni europei ad acquistare armi, gas, petrolio USA, e ad investire massicciamente negli Stati Uniti, sono il sottoprodotto della pressione materiale dell'imperialismo americano, e oggi soprattutto della svolta nazionalista della sua nuova direzione politica.

Certo colpisce un “impegno” europeo a spendere 750 miliardi in gas e petrolio USA quando l'intero export USA in petrolio e gas ammonta a 141 miliardi, come stupisce l'impegno a investire negli USA 600 miliardi delle imprese europee quando si tratta di investimenti privati, difficilmente prevedibili e quantificabili.
È possibile che la cifra comprenda in realtà l'impegno a comprare i titoli di Stato americani, oggi in evidente difficoltà anche perché minacciati da un parziale disinvestimento cinese. Ma al di là di incognite e contraddizioni, resta il dato di fondo: l'unione degli imperialismi europei si è piegata alle pressioni dell'imperialismo USA.


PER L'INDIPENDENZA DI CLASSE DEI SALARIATI EUROPEI

Ora tutte le borghesie del continente battono cassa chiedendo “compensazioni”. In altri termini, una nuova montagna di miliardi da girare ai capitalisti europei per indennizzarli dai dazi americani. Gli stessi capitalisti che magari, in risposta ai dazi, stanno valutando se trasferire negli USA le loro produzioni.
Da un lato le organizzazioni padronali chiedono soldi ai propri governi, presentando il conto del danno subito (22,6 miliardi, secondo la sola Confindustria italiana), e invocando deroghe alla normativa europea in fatto di aiuti di stato. Dall'altro, battono cassa direttamente presso l'Unione Europea, chiedendo la sospensiva del Patto di stabilità e persino un nuovo ricorso al debito continentale (cui la Germania continua a opporsi).

In ogni caso si sventola la bandiera dell'interesse comune fra padroni e lavoratori. Sia esso il ritrovato interesse nazionale contro l'Europa matrigna, secondo lo spartito sovranista, sia esso l'interesse europeo contro la protervia americana di Trump. secondo la narrativa liberal-europeista.

Questa operazione truffaldina va respinta. Non debbono essere i salariati a pagare il conto della concorrenza tra i capitalisti, i loro Stati, le loro unioni.
Contro le delocalizzazioni annunciate va rivendicata la nazionalizzazione senza indennizzo, e sotto il controllo dei lavoratori, delle aziende interessate. Contro nuove operazioni a debito va rivendicata la tassazione straordinaria e progressiva dei grandi profitti e patrimoni, assieme alla cancellazione del debito pubblico verso le banche. Contro nuovi tagli alle spese sociali (magari per finanziare le spese in armamenti, siano essi europei o americani) va rivendicato un vasto piano di investimenti pubblici nella sanità, nell'istruzione, nei servizi sociali, nel risanamento ambientale e riconversione energetica – oggi rinnegata persino formalmente con l'impegno assunto verso gas e petrolio USA – a spese dei capitalisti. Contro ogni pretesa di interesse comune tra le classi, va rivendicata e perseguita l'alleanza internazionale tra i salariati europei, e tra questi ultimi e i proletari americani, che sono e saranno colpiti dal mix micidiale di inflazione e tagli sociali.


PER UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA EUROPEA

Al tempo stesso, quanto avvenuto richiama una riflessione più generale sulla prospettiva strategica dell'Europa e sul suo ruolo nel mondo.

Negli anni Trenta Trotsky scrisse che l'ascesa storica dell'imperialismo USA avrebbe messo all'angolo gli imperialismi europei, e che l'unico futuro storico progressivo per il vecchio continente avrebbe potuto delinearsi solo su basi socialiste. Oggi uno scenario per molti aspetti opposto produce lo stesso esito: è il declino storico degli Stati Uniti che viene messo a carico dell'Europa, sempre più vaso di coccio nella morsa delle grandi potenze planetarie.

I circoli borghesi liberali che invocano l'urgenza di una unità europea su basi federali, nel nome di una replica dell'antica federazione americana, ignorano le contraddizioni nazionali insuperabili tra i diversi stati imperialisti del vecchio continente: la loro unione non solo è stata edificata contro i lavoratori europei, ma rappresenta un progetto arenato e fallito.

Gli ambienti sovranisti che invocano la dissoluzione dell'Unione Europea e/o l'alleanza dei paesi europei con l'imperialismo russo e cinese, chiedono di fatto una nuova subordinazione dell'Europa, diversamente declinata, verso nuove potenze imperialiste emergenti. Nulla che corrisponda agli interessi dei salariati europei.

Solo una rivoluzione socialista può unificare l'Europa su basi progressive. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, in ogni paese, e su scala continentale, può dare all'Europa una prospettiva storica nuova.
Per una federazione socialista europea! Per gli Stati uniti socialisti d'Europa! È questa la parola d'ordine della Lega Internazionale Socialista, di cui il PCL è sezione italiana.

Partito Comunista dei Lavoratori

La corsa alle armi dell'Unione Europea

 


Gli inganni dell'europeismo imperialista nel nuovo quadro mondiale. Per una Europa socialista, quale unica vera alternativa

La svolta in corso delle relazioni mondiali pone gli imperialismi europei di fronte a una nuova sfida. Se l'imperialismo USA apre all'imperialismo russo, rompendo l'asse tradizionale transatlantico, gli imperialismi europei devono provvedere in forme nuove alle proprie necessità militari. È il senso dell'appello al “riarmo” dell'Europa pronunciato con tono solenne dalla Presidente della Commissione UE.

L'espressione “riarmo”, in sé, è ridicola. Gli imperialismi europei sono tutt'altro che “disarmati”.
I tempi del disinvestimento nella spesa militare, successivi al crollo del Muro di Berlino, sono ormai lontani. I bilanci militari degli stati europei sono in espansione da almeno un decennio. La soglia del 2% del PIL per le spese della difesa è stato indicato da tempo dall'imperialismo USA come traguardo minimo per tutti i paesi della NATO. E tutti i paesi della NATO, sotto qualsivoglia governo, si sono mossi in questa direzione. La guerra russa in Ucraina a partire dal 2022 ha naturalmente costituito un fattore di accelerazione.


LA SVOLTA DI TRUMP, UN NUOVO BANCO DI PROVA PER GLI IMPERIALISMI EUROPEI

Tuttavia la svolta di Trump pone oggi l'esigenza di un salto qualitativo. Non si tratta più di rimpinguare gli arsenali militari per compensare gli “aiuti” forniti a Zelensky. Si tratta di rispondere all'annuncio di un disimpegno americano dal fronte europeo. È un annuncio ancora indeterminato nella sua portata quantitativa, nel suo riflesso strategico sulle relazioni interne alla NATO, nelle sue conseguenze di prospettiva sulla stessa tenuta dell'Alleanza Atlantica. E tuttavia è chiarissima la nuova direzione di marcia. Donald Trump ha dichiarato che l'imperialismo USA vuole ridimensionare la propria presenza in Europa per concentrarsi sul confronto strategico con la Cina. Per questo apre all'imperialismo russo. Per questo cerca di separare la Russia dalla Cina, offrendogli in cambio non solo l'Ucraina ma un ruolo globale nella spartizione del mondo. Esattamente il ruolo cui Putin aspira.

Gli imperialismi europei avevano messo nel conto il fatto che una nuova amministrazione Trump avrebbe creato problemi sul terreno delle relazioni con l'Europa. Ma non si attendevano una svolta tanto radicale e tanto rapida.
Da tempo il capitalismo europeo viveva una propria emarginazione di ruolo nella concorrenza politica e di mercato tra la vecchia potenza americana e la nuova potenza cinese. Ma la copertura militare americana appariva scontata. Per assicurarsi la continuità di tale copertura, gli imperialismi europei hanno osservato la disciplina della NATO e la sua direzione americana in tutte le scelte di fondo, a volte anche al di là dei propri specifici interessi, o obtorto collo: nelle guerre d'invasione cosiddette umanitarie (Afghanistan, Iraq), nell'indirizzo dei bilanci militari, nel posizionamento politico di fondo sui diversi scacchieri dello scenario mondiale. Incassando come contropartita il proprio coinvolgimento, fosse pure di seconda linea, nella politica imperialistica dell'Occidente. E soprattutto una rendita di posizione geostrategica nel rapporto di forza con le nuove potenze imperialiste (Cina, Russia).


LA REAZIONE PANICA DELLE CANCELLERIE EUROPEE

Ora tutto sembra precipitare, con una drammatica accelerazione. Da qui la reazione panica delle cancellerie europee e la loro affannosa corsa al “riarmo”. Non si tratta della scelta della terza guerra mondiale da parte dell'Unione Europea, come dicono gli sciocchi di diversa osservanza, di fatto alla coda di Putin e/o di Trump e delle rispettive propagande. Si tratta della ricostruzione di una deterrenza militare dell'imperialismo europeo nella nuova stagione del militarismo mondiale.

Le relazioni imperialiste si basano sui rapporti di forza. E i rapporti di forza non sono solo economici e finanziari, ma anche militari.
La forza militare degli imperialismi europei, su scala globale, è stata sinora garantita dalla NATO. Solamente dalla NATO? No. Ogni stato nazionale imperialista dispone di un proprio specifico peso, in rapporto alle proprie dotazioni militari, alla loro esperienza e tradizione, alla loro sperimentazione sul campo. La dotazione nucleare di Francia e Gran Bretagna, ad esempio, concorre a misurare il loro status nella politica internazionale, anche all'interno del vecchio continente. E non a caso tutti gli imperialismi europei, Italia in testa, si contendono le rispettive aree di influenza (Balcani, Nord Africa, Africa subsahariana e Medio Oriente) anche e innanzitutto irrobustendo le proprie tecnologie militari.
E tuttavia è stata l'appartenenza alla NATO, e con essa la protezione americana, la garanzia di ultima istanza degli imperialismi europei. E ora? Se gli USA vanno via, che ne sarà dei baltici? La spartizione annunciata dell'Ucraina tra USA e Russia innescherà l'effetto domino di una più ampia spartizione nell'Est Europeo? Queste, ed altre, sono le preoccupazioni dei piani alti della borghesia europea e dei loro stati maggiori.


“CARNIVORI E VEGETARIANI”. AMBIZIONI E LIMITI DELL'EUROPEISMO IMPERIALISTA

In un mondo di carnivori non possiamo fare i vegetariani” ha ripetutamente affermato Mario Draghi. Dal punto di vista imperialista è una considerazione fondata. Se le grandi potenze si candidano alla spartizione del mondo in ragione innanzitutto della propria forza militare, non vi è futuro per gli imperialismi europei senza la ricostruzione di una propria potenza in armi. E una potenza in armi si accompagna, a sua volta, alla suggestione di una unificazione dell'Europa.

L'unica vera risposta alla svolta di Trump passa per lo sviluppo dell'Unione Europea in direzione di uno stato federale, affermano in coro in queste ore le mille voci dell'europeismo borghese. C'è però uno spiacevole dettaglio: la soluzione federale è incompatibile con la natura nazionale dei diversi imperialismi europei, nelle loro diverse radici, tradizioni, aree di influenza, competizione di interessi. I loro stessi apparati militari si contendono furiosamente commesse e spazi di mercato, gli uni contro gli altri armati. La Francia è europeista solo se si tratta di una Europa a trazione francese (e nucleare). La Germania non vuole subordinarsi alla Francia, e punta sempre più apertamente a un grande rilancio militare in proprio. L'Italia lustra i gioielli della propria industria bellica (Leonardo, Fincantieri) spesso in cordata con la Gran Bretagna, compete con la Germania per l'egemonia sui Balcani, e vuole capitalizzare lo sfaldamento dell'influenza della Francia in Africa (piano Mattei). Come possono questi diversi interessi comporsi sotto un unico tetto?


800 MILIARDI IN ARMAMENTI. CHI PAGA E CHI INCASSA. LA CONTRADDIZIONE TRA I DIVERSI INTERESSI NAZIONALI

Il progetto di riarmo di Von Der Leyen riflette nel suo stesso impianto la divaricazione dei diversi interessi nazionali. La Germania si è opposta a un ulteriore ricorso all'indebitamento europeo per finanziare le nuove spese militari. Gli (scandalosi) 800 miliardi in armamenti che sono stati evocati sono in larga misura affidati ai diversi bilanci nazionali (per la cifra di 650 miliardi in quattro anni). È vero che le spese nazionali in armi vengono svincolate dal Patto di stabilità (a differenza delle spese in sanità o in istruzione!), e possono accrescersi dell' 1,5% del PIL. Ma... «c'è il rischio di accentuare le differenze tra i Paesi membri che hanno spazio di manovra e quelli che sono già molto indebitati» osserva il quotidiano della nostra Confindustria (5 marzo). Preoccupato che l'Italia resti indietro rispetto agli altri concorrenti europei, anche in fatto di armamenti. In compenso, Von Der Leyen garantisce ai governi della UE la possibilità di convertire in spese militari... i “fondi europei di coesione sociale” destinati alle aree svantaggiate e depresse del continente. Come dire che il Mezzogiorno italiano pagherà le nuove spese in armi del governo Meloni-Crosetto.

La verità è che dentro il quadro capitalista l'unificazione europea sarà o impossibile o reazionaria. Così scriveva Lenin nel 1915, durante la Grande Guerra. E aveva ragione. L'attuale scenario europeo è emblematico. Da un lato, i diversi imperialismi della UE non possono creare uno stato federale paneuropeo, avviluppati come sono nelle loro insuperabili contraddizioni nazionali, tanto più a fronte dell'ascesa al loro interno delle (peggiori) forze sovraniste. Dall'altro lato, tutti i progetti europeisti, sulla attuali basi capitaliste, comportano lo sviluppo del militarismo imperialista, a spese dei lavoratori, delle lavoratrici, di tutti gli sfruttati.


L'INGANNO DELL'EUROPEISMO LIBERALE. LA SUBALTERNITÀ DELLE SINISTRE RIFORMISTE

L'idea di una Europa “autonoma dagli USA”, e per questo “potenza di pace”, ricorre frequentemente nella retorica progressista delle sinistre riformiste. Ma si tratta di un capovolgimento ideologico della realtà. Una Europa capitalista autonoma dagli USA può essere solo una potenza in armi. Non meno armata, ma più armata. Una potenza “carnivora” tra potenze “carnivore”. Una potenza che lotta contro altre potenze per la spartizione del pianeta.

Il mondo multipolare quale garanzia di pace è una ingenua illusione o una consapevole mistificazione. È proprio la moltiplicazione dei poli imperialisti, in lotta tra loro per la spartizione del mondo, ad accrescere la spinta verso la guerra. Il riarmo dell'Europa, quale replica al disimpegno di Trump, è solo un ulteriore rafforzamento di questa linea di tendenza internazionale. La prenotazione di un altro posto a tavola nella suddivisione del pianeta.

I “progetti segreti” di riconversione militare dell'industria automobilistica italiana, rivelati dal Corriere della Sera (1 marzo), sono al riguardo eloquenti circa l'attuale tendenza europea. «La Germania sta riconvertendo in armamenti, preparandosi a spendere duecento miliardi, l'Italia deve adeguarsi per non perdere la filiera» dichiara testualmente il quotidiano di Banca Intesa (citando Giorgia Meloni). Produrre carri armati al posto di auto sicuramente risponde al trionfo in Borsa di tutte le azioni del comparto bellico. Ma non è esattamente una riconversione di “pace”. È la partecipazione alla corsa verso una prospettiva storica di guerra.

Tuttavia, fortunatamente, questi progetti di riarmo hanno un problema: l'aperta diffidenza o ostilità di larga parte delle opinioni pubbliche europee. In particolare tra quelle masse lavoratrici prima colpite da compressione dei salari e tagli sociali nel nome del “progresso”, ed oggi chiamate a pagare di tasca propria la corsa agli armamenti nel nome della difesa della Patria, sia essa nazionale o europea. Ieri come oggi, nell'esclusivo interesse dei capitalisti e dei loro profitti.


PER UNA EUROPA SOCIALISTA, QUALE UNICA ALTERNATIVA DI PACE

Per questo ci battiamo contro ogni riarmo imperialista, nazionale, europeo, mondiale. Contro ogni NATO, vecchia o nuova. Contro ogni economia di guerra. Contro ogni aumento delle spese militari, e anzi per il loro abbattimento, a vantaggio innanzitutto di sanità ed istruzione. Per la nazionalizzazione senza indennizzo di tutta l'industria bellica sotto il controllo dei lavoratori.

La lotta per la pace o è lotta contro ogni l'imperialismo, a partire dal proprio, o non è.
Il problema non è armare l'Europa, ma disarmare la borghesia europea. Ciò che solo una rivoluzione sociale potrà fare.

L'unica possibile Europa di pace è quella governata dai lavoratori e dalle lavoratrici. Una Europa socialista. L'unica che possa unificarsi su basi progressive. L'unica che possa schierarsi al fianco di tutti i popoli oppressi e del loro diritto di resistenza, senza scopi di rapina. L'unica che possa incoraggiare la ribellione delle masse lavoratrici dell' America, della Russia, della Cina, contro i propri imperialismi, le loro guerre, le loro politiche coloniali.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dove va la Siria?

 


Il crollo di un regime dispotico, la natura del nuovo potere islamista, il futuro di una rivoluzione siriana

29 Dicembre 2024

La caduta del regime di Bashar al-Assad è stata una risultante indiretta dello scenario mondiale. Ma non di un misterioso complotto. I campisti cercano ancora una volta regie occulte, quando tutto è avvenuto alla luce del sole. Semplicemente la guerra d'invasione dell'Ucraina da parte di Putin ha privato il regime siriano dell'appoggio decisivo dell'imperialismo russo. Mentre la guerra dello stato sionista in territorio libanese ha impedito il soccorso ad Assad da parte delle forze di Hezbollah. La defezione obbligata dei suoi alleati tradizionali ha condannato a morte un regime tenuto in piedi esclusivamente dal loro sostegno.

La base materiale del regime era infatti estremamente ristretta. Il clan allargato della famiglia Assad concentrava nelle proprie mani, in forma diretta o indiretta, tutte le leve dell'economia e dell'apparato statale. La stessa apertura al capitale straniero e alle relazioni diplomatiche con gli imperialismi – avviate già a partire dagli anni '80, e poi dispiegate negli anni '90 e 2000 – si combinavano col controllo familiare delle grandi proprietà immobiliari, delle telecomunicazioni, del sistema bancario. Che a sua volta integrava nelle proprie strutture la fascia sociale superiore della comunità alauita (sciita), minoranza privilegiata della borghesia siriana. Parallelamente, l'enorme apparato repressivo del regime, nella sua articolazione capillare, faceva egualmente capo alla rete parentale di Assad e al suo esercizio di un terrore spietato.

La ribellione di massa del 2011, sulla scia delle rivoluzioni arabe in Tunisia ed Egitto, scosse fortemente il regime. Il successivo sviluppo della reazione panislamista, inizialmente favorita dallo stesso Assad in funzione controrivoluzionaria, da un lato ebbe ragione della rivoluzione siriana ma dall'altro impegnò il regime in una guerra civile logorante che ne indebolì ulteriormente la capacità di tenuta. Il peso specifico del sostegno russo e iraniano ad Assad crebbe nell'ultimo decennio in misura proporzionale all'indebolimento del regime. Il suo venir meno è stato pertanto fatale.


LA DINAMICA DEL CROLLO, LA NATURA DEI VINCITORI

La dinamica del crollo è stata rapidissima. Oltre ogni possibile previsione degli stessi protagonisti. In dieci giorni si è sfaldato come neve al sole un regime che durava da più di mezzo secolo.
A dissolversi innanzitutto è stato l'apparato militare. Dopo la caduta di Aleppo, e poi di Homs, è crollata ogni residua linea di difesa. La fuga di Assad in Russia si è combinata con la resa sul campo dei suoi uomini. Assad stesso, negli ultimi giorni, ha dato alle sue strutture di riferimento l'indicazione della desistenza. L'abbandono a terra delle divise da parte di migliaia di soldati e ufficiali ha immortalato l'evento. Le truppe islamiste di Al Jolani sono entrate a Damasco senza colpo ferire, dopo aver probabilmente negoziato dietro le quinte la rinuncia a ogni resistenza da parte delle residue forze assadiste, in cambio di una promessa magnanimità.

La natura politica dei vincitori è inequivoca e al tempo stesso composita.
La forza dominante, HTS, guidata da Al Jolani, è frutto dell'accorpamento di tredici frazioni della galassia islamista, dopo la sconfitta dell'ISIS, e la conversione “nazionalista” del principale troncone siriano di Al Qaeda. La sua matrice è indiscutibilmente reazionaria. Il suo governo della città di Idlib, dove HTS si era da tempo arroccata, ha seguito non a caso precetti islamisti più o meno rigorosi.
La seconda forza nel campo dei vincitori è rappresentata dall'Esercito Nazionale Siriano (nel quale dieci anni fa erano confluiti i resti dell'Esercito Libero Siriano, inizialmente composto da soldati e ufficiali che dopo il 2011 avevano rotto con Assad sposando la sollevazione popolare). Questa organizzazione può essere oggi considerata la più diretta agenzia della Turchia in Siria, pienamente subordinata ai suoi interessi e alla sua politica. Più in generale, la Turchia emerge come forza dominante della nuova Siria, rimpiazzando il vecchio asse russo-iraniano.

Chiarita la matrice reazionaria, quale sarà l'evoluzione dello scenario siriano? È difficile avanzare una previsione attendibile. Ma è importante decifrare le mosse dei protagonisti, e il loro significato. La linea generale di Al Jolani è oggi quella di chi lavora al proprio accreditamento politico e diplomatico a 360 gradi, in Siria e sul piano internazionale.


L'ECUMENISMO RECITATO DI AL JOLANI

Sicuramente sorpreso dalla rapidità della propria vittoria, timoroso di perdere il controllo della situazione, spaventato dalle dimensioni enormi della crisi siriana (amministrativa, economica, militare), Al Jolani cerca una base d'appoggio per il nuovo potere. In Siria il suo sforzo principale consiste nella ricostruzione dello Stato borghese, anche attraverso l'assimilazione di ampi settori del vecchio apparato. Da qui la promessa di una larga amnistia; della dissoluzione delle milizie islamiste in un nuovo esercito regolare; della rinuncia a “vendette” contro i vinti; di una apertura a tutte le confessioni religiose e gruppi etnici del paese; del rispetto dei diritti delle donne; di una nuova Costituzione (non meglio precisata) e di successive elezioni.

Sul piano dell'amministrazione corrente, Al Jolani sta cercando un punto di equilibrio tra le ambizioni della propria cerchia di provenienza Idlib e la conservazione della vecchia burocrazia statale, nazionale e locale. La composizione mista del governo provvisorio “di salvezza nazionale”, e il mandato trimestrale a questi assegnato, risponde esattamente a tale equilibrio.
Sul piano economico, la direzione di marcia di Al Jolani è quella della liberalizzazione del mercato interno, a partire dalla messa all'asta dei monopoli parastatali e delle immense proprietà del clan Assad: cercando di soddisfare gli appetiti di una borghesia siriana, in parte interna e in parte emigrata, interessata a capitalizzare la svolta inattesa nel proprio interesse di classe.

L'ecumenismo di Al Jolani non è meno ampio in politica estera. Tutt'altro. All'imperialismo russo, pesantemente sconfitto, cerca di risparmiare l'umiliazione, offrendo il rispetto delle sue basi militari sul Mediterraneo e in ogni caso la garanzia di una ritirata ordinata. Allo stato sionista concede la futura rinuncia della Siria a ogni politica antiisraeliana nel nome di una “equidistanza” tra interessi regionali contrapposti: un de profundis per palestinesi ed Hezbollah. Agli imperialismi d'Occidente si offre una totale normalizzazione delle relazioni in cambio dell'auspicato ritiro delle sanzioni.


IL PELLEGRINAGGIO A DAMASCO DELLE CANCELLERIE IMPERIALISTE.
LA NUOVA SPARTIZIONE DEL MEDIO ORIENTE


Il pellegrinaggio affannoso di tutte le cancellerie imperialiste a Damasco è sintomatico. Ogni paese imperialista mira a incassare un utile per i propri interessi, a dispetto dei propri rivali. La Francia fa leva sul proprio ruolo in Libano, anche in qualità di garante della tregua in atto, per irradiarsi nella vicina Siria. L'Italia, che aveva giocato d'anticipo sulla concorrenza aprendo in estate la propria ambasciata a Damasco (a sostegno di Assad), accampa i diritti di partner privilegiato della nuova Siria scavalcando la Francia. Gran Bretagna e Germania offrono a loro volta disponibilità creditizie al nuovo potere puntando a ipotecare a proprio vantaggio la ricostruzione della Siria. Tutti esibiscono garanzie future in cambio di concessioni immediate. Tutti non vedono l'ora di liberarsi dei profughi siriani rispedendoli nel loro paese, e intanto bloccando ogni nuova immigrazione dalla Siria.

La verità è che il crollo del regime di Assad riapre il grande gioco della spartizione del Medio Oriente e delle sue aree d'influenza. Un secolo fa furono gli accordi di Sykes Picot a spartire la regione tra imperialismo francese e britannico. Quali saranno oggi gli architetti dei nuovi equilibri? A differenza di un secolo fa, quando ancora l'imperialismo britannico poteva vantare la propria egemonia internazionale, l'imperialismo mondiale è oggi privo di un proprio baricentro. La contesa tra vecchie e nuove potenze imperialiste infuria su tutti gli scacchieri, ed è già entrata nella stessa partita siriana.

L'imperialismo russo ha subito un colpo molto pesante con la caduta del regime siriano. Dieci anni fa la vittoria militare della Russia in Siria a garanzia di Assad accrebbe a dismisura il suo prestigio in Medio Oriente, e non solo: la stessa penetrazione della Russia in Africa nel ruolo di protettore militare di nuovi regimi (Mali, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Niger, Ciad), ai danni prevalentemente dell'imperialismo francese, fu l'incasso della vittoria riportata in Siria. Per la stessa ragione, la caduta di Assad è oggi una disfatta russa ben al di là della Siria. E con essa, una nuova sconfitta del regime iraniano alleato, dopo lo smacco subito in Libano.

Tuttavia non è chiaro chi rimpiazzerà lo spazio vacante. Lo stato sionista mira a capitalizzare a proprio vantaggio la sconfitta dell'asse iraniano, a partire dall'occupazione sfrontata di territorio siriano nel Golan, nel silenzio della diplomazia mondiale: il disegno della Grande Israele non conosce confini. Ma il regime reazionario di Erdogan coltiva specularmente le stesse mire, disponendo oggi in Siria di leve invidiabili ad altri precluse: una diretta presenza militare nello schieramento vittorioso, e dunque il controllo politico indiretto sul nuovo governo siriano.
La contrapposizione diplomatica della Turchia a Israele sulla vicenda palestinese ha guadagnato a Erdogan nuove entrature nell'opinione pubblica delle masse arabe, e dunque uno spazio di manovra più ampio. La collocazione turca sulla linea di confine della NATO, e insieme le sue relazioni privilegiate con la Russia, consentono ad Erdogan di giocare su ogni tavolo in funzione del proprio disegno: un disegno neo-ottomano, che si irradia dal Nord Africa (Libia) alla penisola arabica sino al Sudan. Se un secolo fa la Siria nacque dalle spoglie dell'Impero ottomano, oggi l'ambizione neo-ottomana passa per il controllo turco della Siria. Una sorta di protettorato turco su Damasco.


LA MINACCIA MORTALE CHE GRAVA SUI CURDI

Questo disegno strategico richiede l'annientamento del popolo curdo. Tutte le pedine delle scenario internazionale sembrano disporsi nuovamente contro l'amministrazione curda del Rojava.
L'imperialismo USA nel suo proprio interesse sostenne dal 2016 le milizie curde siriane nella guerra contro ISIS, anche per frenare l'influenza russo-iraniana in Siria. La splendida vittoria militare curda a Kobane dimostrò agli occhi del mondo il coraggio e le capacità delle milizie curde di YPG contro la barbarie panislamista. L'espansione territoriale dell'amministrazione curda nel Rojava fu un effetto di quella vittoria. Ma nel 2019 Trump tradì i curdi con un primo ritiro dei marines e l'offerta di un semaforo verde all'offensiva militare turca contro il Rojava (chiamata beffardamente “Ramo d'ulivo”). La direzione curda strinse allora un patto inedito con Assad, accettando l'ingresso di forze militari russe e siriane come forze di interposizione. Ora la caduta di Assad rimescola nuovamente tutte le carte.
Erdogan chiede perentoriamente al nuovo governo siriano di disarmare il Rojava. Al Jolani ha pubblicamente dichiarato che la nuova Siria non potrà consentire una autonoma amministrazione curda nel nord-est della Siria. Gli USA hanno sinora mediato fra le truppe dell'Esercito Nazionale Siriano (filoturco) e le milizie di YPG. Ma l'annunciata amministrazione Trump ha già dichiarato che gli USA non si faranno coinvolgere. In altri termini, lasceranno fare alla Turchia. La direzione curda scrive a Trump chiedendo rassicurazioni, ma è molto difficile che possa ottenerle.
Una volta di più si conferma una verità di fondo: i curdi, al pari dei palestinesi, hanno diritto alla propria autodeterminazione nazionale, ma nessuna autodeterminazione dei popoli oppressi del Medio Oriente è compatibile con la dominazione imperialista e sionista della regione.


LE PROSPETTIVE DI UNA RIVOLUZIONE SIRIANA

Come evolverà la crisi siriana sul versante della mobilitazione sociale? Lo scenario è aperto a ogni sbocco. A differenza di Ben Alì o Mubarak, Assad non è caduto per via di una sollevazione popolare, ma per effetto del disfacimento del regime. Chi parla dell'ingresso delle milizie islamiste a Damasco come vittoria della “rivoluzione siriana” confonde la sollevazione del 2011 con la realtà, ben diversa, dell'ultimo decennio. Ma al polo opposto, l'area campista parastalinista e/o rossobruna che ha sempre descritto il regime dispotico di Assad come progressivo, democratico, socialmente avanzato, antimperialista – e per questo protetto dal popolo – non può capire l'entusiasmo popolare per la sua caduta. Un entusiasmo liberatorio che ha invaso strade e piazze delle città siriane, un entusiasmo persino incredulo, e anche per questo gioioso. Potrà trasformarsi questo entusiasmo in un processo di radicalizzazione di massa? Al momento questo salto non si registra. Ma nulla può essere escluso per il futuro.

La Siria è un paese distrutto. Più del 90% della popolazione è sotto la soglia della povertà. L'88% delle infrastrutture è crollato. Metà della popolazione è sfollata o in esilio. La lira siriana è carta straccia, l'inflazione è fuori controllo. Tutte le esigenze sociali più elementari cozzano con i programmi liberisti del nuovo governo e con gli appetiti imperialisti. Tutte le domande democratiche di libertà e giustizia cozzano con la salvaguardia del vecchio apparato statale. E anche con la pretesa di una nuova Costituzione scritta dagli islamisti senza una democratica assemblea costituente.

Il nuovo governo sta cercando di pilotare una transizione dall'alto prima che possa esplodere una sollevazione dal basso. Ma il calendario politico siriano dei prossimi mesi offrirà molte occasioni all'irrompere dell'iniziativa di massa. Solo un'autorganizzazione democratica delle masse oppresse – dei lavoratori e lavoratrici, dei contadini, della maggioranza della popolazione povera – e un governo operaio e contadino su di questa basato, potrà realizzare una vera svolta. Come ha scritto Samar Yazbek, poetessa siriana in esilio, «Bashar Assad è caduto, ma la vera rivoluzione dei siriani deve ancora cominciare» (Le Monde, 24 dicembre).

Al tempo stesso, come ha dimostrato una volta di più, seppur a negativo, l'esperienza delle rivoluzioni arabe del 2010/2011, solo una direzione marxista rivoluzionaria potrà dare un futuro alla rivoluzione. In Siria e non solo. La costruzione di questa direzione è il compito del giorno dei rivoluzionari.

Marco Ferrando

La paralisi apoplettica del sistema politico francese e i compiti dei marxisti rivoluzionari

 


6 Dicembre 2024

Il 4 dicembre il governo Barnier è caduto sfiduciato da 331 deputati dell’Assemblea Nazionale.
Ciò è stato possibile per la convergenza dei deputati del Rassemblement National di Marine Le Pen e del Nouveau Front Populaire con a capo Jean-Luc Mélenchon sulla mozione di censura, dopo che Barnier, in un clima di impopolarità crescente, aveva cercato di imporre il bilancio detto di sicurezza sociale.

Nonostante le profferte e le aperture importanti del governo Barnier nei confronti di RN, ad esempio con una violenta stretta sull’immigrazione, Marine Le Pen ha deciso di appoggiare la mozione di censura. Ciò è stato dovuto probabilmente al crollo di popolarità del governo voluto dal presidente Macron, e di Macron stesso, oltre che probabilmente dalla volontà della stessa Le Pen di anticipare le elezioni presidenziali, dal momento che sulla sua testa pende la minaccia di una causa di ineleggibilità per aver orchestrato l’appropriazione indebita di fondi dei suoi rappresentanti eletti al Parlamento Europeo per finanziare il suo partito.

Ma al di là dei fatti contingenti, la motivazione principale della caduta del governo dopo solo tre mesi dal suo insediamento deve essere ricercata nella configurazione politica che si è venuta a determinare dopo le elezioni del 7 luglio.
Macron aveva sciolto l’Assemblea Nazionale e indetto nuove elezioni dopo le elezioni europee di giugno, allorché il trionfo del Rassemblement National di Le Pen aveva terremotato lo scenario politico. Le elezioni del 7 luglio hanno visto a sorpresa la vittoria relativa delle liste di sinistra raccolte nel Nouveau Front Populaire, ma di fatto hanno prodotto una configurazione parlamentare tripartita senza possibilità di una maggioranza da parte di ciascun raggruppamento.
Su questa scorta, Macron ha imposto il governo Barnier con un programma di austerità e di tagli allo stato sociale dovuti al gravissimo deficit di bilancio dello stato e alle difficolta dell’economia francese. Un programma capitalista, di aggressione alle condizioni di vita dei lavoratori, in un quadro che vede aperte innumerevoli vertenze sindacali come Auchan, Michelin, Vencorex, MA France, Valeo, Arcelor, Arkema, Stellantis con la seria prospettiva della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Mentre il centro macroniano subisce una sconfitta elettorale, perdendo la maggioranza relativa, la destra lepeniana, pur non riuscendo a bissare l’exploit elle elezioni europee accresce i propri consensi.
La destra infatti riesce a capitalizzare i sentimenti xenofobi purtroppo molto diffusi a livello popolare, anche contro le seconde e terze generazioni di immigrati delle banlieue, nonché la paura per un attacco alle proprie condizioni di vita, paura a cui dare risposta con il ripiegamento nazionalista che il becero sovranismo di Le Pen vuole solleticare.
Insomma, la crescita elettorale del Rassemblement National rappresenta lo spettro di una deriva a destra dell’impasse politico francese.

Le elezioni di luglio vedono però anche e soprattutto l’affermazione delle sinistre dell’NFP, con un risultato sorprendente dopo quelli deludenti conseguiti dalle liste di sinistra alle lezioni europee.
Il NFP è costituito dalle principali forze della sinistra francese: La France Insumise (LFI), il Partito Socialista (PS), Il Partito Comunista Francese (PCF) e gli ecologisti. Come si vede, un accordo tra la sinistra riformista (LFI e PCF) e la sinistra borghese (PS ed ecologisti).
Il suo successo elettorale ha diverse spiegazioni. Nella contingenza dell’appuntamento elettorale è molto probabile che l’unitarietà della lista abbia incontrato il favore dell’elettorato di sinistra, che ha visto nel NFP un argine possibile all’apparente crescita irresistibile di RN. Da questo punto di vista è stato forte il richiamo a una mobilitazione antifascista e antiautoritaria. Insieme a questo, però, l’elettorato di sinistra ha cercato di dare un segnale di svolta anche sul piano sociale ed economico.
In definitiva, anche se in maniera distorta, NFP raccoglie il vento delle manifestazioni di massa del 2023 contro la legge per l’allungamento dell’età pensionabile imposta da Macron. Un movimento di massa, quello per la difesa delle pensioni, che pur sconfitto, nello scontro diretto con la presidenza della repubblica, aveva squarciato il velo della dittatura borghese nascosta dietro le paludate istituzioni democratico-borghesi e seppur confusamente era alla ricerca di un’alternativa.

È del tutto improbabile che NFP possa dare soddisfazione a queste aspirazioni. In queste ore, in cui il Presidente della repubblica cerca di formare un nuovo governo, parte delle forze che lo compongono, come il PS, è tentato per senso repubblicano, e in un farsesco regime di “reciproche concessioni”, di addivenire a un accordo con Macron, sacrificando anche l’opposizione alla legge sulle pensioni.

Il governo borghese che sortirà da queste trattative da basso impero non potrà che umiliare le aspirazioni del popolo della sinistra francese e tornare a imporre un programma di austerità lacrime e sangue per la classe operaia e le classi popolari.
Ciò favorirà la destra lepeniana, che opporrà al governo dei tagli la retorica della difesa dei veri francesi e capitalizzerà la divisione di NFP e la capitolazione della sinistra borghese.

Tuttavia, questo non è un esito scontato. Se lo scontro si risolve completamente nella bolla elettorale del sistema politico borghese, la sua soluzione non potrà che essere un governo sempre più spietatamente borghese ed autoritario. Ma se questa bolla venisse rotta potrebbe aprirsi uno scenario completamente diverso.
Se il popolo della sinistra francese fosse chiamato alla mobilitazione contro i tagli alla spesa sociale, i la controriforma delle pensioni, i licenziamenti, contro l’autoritarismo ed il razzismo, perché a pagare sia il grande padronato e non la classe operaia e le classi popolari, si potrebbe aprire un varco verso un’alternativa di società.

La sinistra trotskista, NPA-R, Lutte Ouvrière e Revolution Permanente, chiama allo sciopero, alla mobilitazione di classe per piegare governo e padronato e ottenere le dimissioni di Macron. È giusto. Lo sciopero dimostrerebbe la forza di milioni di salariati, e sarebbe capace di costringere le direzioni dei sindacati all’unità e a una coerente lotta contro governo e padronato senza capitolazioni, come invece è purtroppo avvenuto nel 2023, con il risultato del drammatico riflusso di quel grande movimento popolare.
Di più, potrebbe produrre quelle forme di autorganizzazione della classe lavoratrice che sarebbero altrettanti strumenti di autogoverno, di formazione della classe al compito di dirigere tutta la società.
Purtroppo, però, anche da parte della sinistra trotskista è proprio la prospettiva della presa del potere da parte delle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori che non viene avanzata, venendo meno, così, al compito fondamentale che si impone oggi al movimento operaio in una Francia il cui sistema politico è incorso in una paralisi apoplettica che non sembra avere possibilità reali di soluzione a lungo termine.

Questo compito, il compito dei marxisti rivoluzionari, è l’indicazione di una prospettiva di rivolgimento politico. Basta con il governo dei padroni mascherato da governo democratico di “interesse generale”. Il movimento operaio deve rivendicare non un governo di sinistra, che finisca per fare le stesse cose di qualsiasi governo borghese, ma un governo di tipo nuovo: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori basato sulle proprie organizzazioni di massa!

Partito Comunista dei Lavoratori

La crisi della Quinta Repubblica

 



La lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici

10 Luglio 2024

Il voto del secondo turno delle elezioni francesi ha rappresentato una sconfitta politica del fronte arcireazionario lepenista. Un fatto importante e un sollievo. Il radicato sentimento antifascista della maggioranza della società francese ha trovato nella stessa partecipazione al voto un suo riflesso. Le manifestazioni festose del popolo della sinistra per la sconfitta di Le Pen-Bardella sono dunque più che comprensibili, e le facciamo nostre.

Al tempo stesso, il voto espresso nel ballottaggio ha risvolti problematici per i lavoratori e le lavoratrici.
In primo luogo, il polo lepenista, pur vedendosi al momento sbarrato l'accesso diretto al governo, registra con dieci milioni di voti il più grande risultato della sua storia, consolidando il proprio blocco sociale reazionario. La sua minaccia resta dunque incombente sulla prospettiva.
In secondo luogo, la desistenza del Nouveau Front Populaire (NFP) a favore di 127 candidati macroniani ha favorito la tenuta di un centro borghese antioperaio nel Parlamento francese, non autosufficiente, certo più debole che nel 2022, ma consistente. L'elezione di Élisabeth Borne, già guida di governo nell'assalto contro le pensioni, e del famigerato ministro uscente degli Interni Gérald Darmanin, promotore delle peggiori leggi contro gli immigrati e di infami misure poliziesche, sono di per sé emblematici. Macron cercherà di far leva sulla presenza di questo blocco (seppur internamente variegato) per favorire soluzioni antioperaie della crisi politica e istituzionale, in continuità con gli indirizzi e interessi del grande capitale.

Grandi manovre sono peraltro cominciate per consentire la governabilità borghese della Francia. È la ricerca affannosa di una maggioranza parlamentare che possa reggere un futuro esecutivo a fronte di quattro blocchi distinti, privo ognuno di una maggioranza assoluta di seggi (NFP 182 seggi, Ensemble 168 seggi, RN 143 seggi, i Repubblicani 45 seggi).
Una situazione inedita sotto la Quinta Repubblica. Si affaccia in questo senso una girandola virtuale di ipotesi diverse: una maggioranza del cosiddetto “fronte repubblicano” che si fondi sulla coalizione tra macroniani, l'intero NFP e la destra gollista (che però oggi registra le opposte indisponibilità di Mélenchon e di un significativo settore macroniano); una maggioranza che punti sulla figura di Glucksmann (PS) per emarginare Mélenchon e LFI e liberare un'alleanza tra macroniani, socialisti, ecologisti e PCF, con l'aggiunta di un settore gollista (che però non avrebbe la maggioranza assoluta); una soluzione di governo tecnico basato sulla raccolta di tecnocrati del grande capitale e maggioranze parlamentari variabili (che però, essendo priva di una maggioranza definita, sarebbe esposta a tutte le incognite del caso).
L'unico fatto certo è che qualsiasi ipotesi di governabilità borghese si contrappone agli interessi dei lavoratori: il suo unico fine è garantire la continuità delle politiche di tagli sociali, di spese militari, di attacco ai diritti, dentro il quadro delle compatibilità dell'imperialismo francese e dell'Unione Europea. Non a caso la preoccupazione attorno alla prossima legge di bilancio è al centro del commentario politico dei circoli dominanti del paese.

L'opposizione ad ogni soluzione di governabilità borghese è dunque il primo compito dell'avanguardia classista del movimento operaio francese. È innanzitutto il terreno della mobilitazione attorno alle rivendicazioni centrali dei movimenti di questi anni, sul terreno del più ampio fronte unico di classe e di massa. Ma è anche il terreno di lotta per una prospettiva politica alternativa alla borghesia francese e ai suoi partiti.

I partiti del Nuovo Fronte Popolare si sono assunti negli anni pesanti responsabilità. Hanno governato ciclicamente contro il lavoro. Hanno coperto la burocrazia sindacale e la sua rinuncia a uno sciopero generale. Hanno contribuito non solo alle sconfitte della propria base sociale a tutto vantaggio dei capitalisti, ma hanno perciò stesso aratro il campo dell'espansione dell'estrema destra tra i salariati e in ampi settori di popolazione povera. La costruzione di un'alternativa di direzione del movimento operaio e dei movimenti di lotta resta più che mai una necessità centrale.

Ma la costruzione di un'egemonia alternativa non può prescindere dalla relazione viva con i sentimenti e le domande delle masse che lottano e che hanno lottato. Il Nuovo Fronte Popolare è oggi di fatto il riferimento largamente maggioritario di queste masse. I nove milioni di voti raccolti il 30 giugno non sono solamente voti antifascisti. Sono anche la misura di quella domanda di cambiamento e di svolta che in questi anni si è espressa nelle mobilitazioni contro la legge lavoro, contro l'aumento dell'età pensionabile, contro le leggi razziste, contro le misure e pratiche poliziesche, contro il sostegno allo stato sionista in solidarietà con la Palestina...

Si tratta allora di chiedere pubblicamente ai partiti del Nuovo Fronte Popolare non solo il rifiuto di ogni compromissione con i macroniani e con ogni forza borghese, ma l'intrapresa di una lotta vera per l'unica alternativa politica possibile: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione. Un governo che realizzi tutte le domande di svolta, ben oltre le rivendicazioni minime del NFP. Un governo che rompa con la borghesia francese, i suoi partiti, le sue istituzioni. Che trasferisca nelle mani dei lavoratori le redini della società. Che imponga il controllo operaio, cancelli il debito pubblico verso le banche, nazionalizzi senza indennizzo le banche e le grandi aziende, sciolga i corpi repressivi dello Stato usati contro i lavoratori, dia l'immediata indipendenza alle colonie d'Oltremare.

La crisi profonda della governabilità borghese, e della Quinta Repubblica francese, pone del resto oggettivamente l'attualità della lotta per una prospettiva politica alternativa. Una alternativa di governo che può essere imposta solo dalla forza della mobilitazione, al di là del puro ambito parlamentare e istituzionale.

Saldare l'impegno immediato di mobilitazione a questo appello di lotta per la prospettiva di un governo dei lavoratori significa mettere alla prova i partiti del NFP agli occhi della loro base di massa, ampliare l'ascolto per un programma anticapitalista, allargare l'influenza politica dell'avanguardia di classe, lavorare alla costruzione del partito rivoluzionario.
Oggi come ieri la questione decisiva.

Partito Comunista dei Lavoratori