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La paralisi apoplettica del sistema politico francese e i compiti dei marxisti rivoluzionari

 


6 Dicembre 2024

Il 4 dicembre il governo Barnier è caduto sfiduciato da 331 deputati dell’Assemblea Nazionale.
Ciò è stato possibile per la convergenza dei deputati del Rassemblement National di Marine Le Pen e del Nouveau Front Populaire con a capo Jean-Luc Mélenchon sulla mozione di censura, dopo che Barnier, in un clima di impopolarità crescente, aveva cercato di imporre il bilancio detto di sicurezza sociale.

Nonostante le profferte e le aperture importanti del governo Barnier nei confronti di RN, ad esempio con una violenta stretta sull’immigrazione, Marine Le Pen ha deciso di appoggiare la mozione di censura. Ciò è stato dovuto probabilmente al crollo di popolarità del governo voluto dal presidente Macron, e di Macron stesso, oltre che probabilmente dalla volontà della stessa Le Pen di anticipare le elezioni presidenziali, dal momento che sulla sua testa pende la minaccia di una causa di ineleggibilità per aver orchestrato l’appropriazione indebita di fondi dei suoi rappresentanti eletti al Parlamento Europeo per finanziare il suo partito.

Ma al di là dei fatti contingenti, la motivazione principale della caduta del governo dopo solo tre mesi dal suo insediamento deve essere ricercata nella configurazione politica che si è venuta a determinare dopo le elezioni del 7 luglio.
Macron aveva sciolto l’Assemblea Nazionale e indetto nuove elezioni dopo le elezioni europee di giugno, allorché il trionfo del Rassemblement National di Le Pen aveva terremotato lo scenario politico. Le elezioni del 7 luglio hanno visto a sorpresa la vittoria relativa delle liste di sinistra raccolte nel Nouveau Front Populaire, ma di fatto hanno prodotto una configurazione parlamentare tripartita senza possibilità di una maggioranza da parte di ciascun raggruppamento.
Su questa scorta, Macron ha imposto il governo Barnier con un programma di austerità e di tagli allo stato sociale dovuti al gravissimo deficit di bilancio dello stato e alle difficolta dell’economia francese. Un programma capitalista, di aggressione alle condizioni di vita dei lavoratori, in un quadro che vede aperte innumerevoli vertenze sindacali come Auchan, Michelin, Vencorex, MA France, Valeo, Arcelor, Arkema, Stellantis con la seria prospettiva della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Mentre il centro macroniano subisce una sconfitta elettorale, perdendo la maggioranza relativa, la destra lepeniana, pur non riuscendo a bissare l’exploit elle elezioni europee accresce i propri consensi.
La destra infatti riesce a capitalizzare i sentimenti xenofobi purtroppo molto diffusi a livello popolare, anche contro le seconde e terze generazioni di immigrati delle banlieue, nonché la paura per un attacco alle proprie condizioni di vita, paura a cui dare risposta con il ripiegamento nazionalista che il becero sovranismo di Le Pen vuole solleticare.
Insomma, la crescita elettorale del Rassemblement National rappresenta lo spettro di una deriva a destra dell’impasse politico francese.

Le elezioni di luglio vedono però anche e soprattutto l’affermazione delle sinistre dell’NFP, con un risultato sorprendente dopo quelli deludenti conseguiti dalle liste di sinistra alle lezioni europee.
Il NFP è costituito dalle principali forze della sinistra francese: La France Insumise (LFI), il Partito Socialista (PS), Il Partito Comunista Francese (PCF) e gli ecologisti. Come si vede, un accordo tra la sinistra riformista (LFI e PCF) e la sinistra borghese (PS ed ecologisti).
Il suo successo elettorale ha diverse spiegazioni. Nella contingenza dell’appuntamento elettorale è molto probabile che l’unitarietà della lista abbia incontrato il favore dell’elettorato di sinistra, che ha visto nel NFP un argine possibile all’apparente crescita irresistibile di RN. Da questo punto di vista è stato forte il richiamo a una mobilitazione antifascista e antiautoritaria. Insieme a questo, però, l’elettorato di sinistra ha cercato di dare un segnale di svolta anche sul piano sociale ed economico.
In definitiva, anche se in maniera distorta, NFP raccoglie il vento delle manifestazioni di massa del 2023 contro la legge per l’allungamento dell’età pensionabile imposta da Macron. Un movimento di massa, quello per la difesa delle pensioni, che pur sconfitto, nello scontro diretto con la presidenza della repubblica, aveva squarciato il velo della dittatura borghese nascosta dietro le paludate istituzioni democratico-borghesi e seppur confusamente era alla ricerca di un’alternativa.

È del tutto improbabile che NFP possa dare soddisfazione a queste aspirazioni. In queste ore, in cui il Presidente della repubblica cerca di formare un nuovo governo, parte delle forze che lo compongono, come il PS, è tentato per senso repubblicano, e in un farsesco regime di “reciproche concessioni”, di addivenire a un accordo con Macron, sacrificando anche l’opposizione alla legge sulle pensioni.

Il governo borghese che sortirà da queste trattative da basso impero non potrà che umiliare le aspirazioni del popolo della sinistra francese e tornare a imporre un programma di austerità lacrime e sangue per la classe operaia e le classi popolari.
Ciò favorirà la destra lepeniana, che opporrà al governo dei tagli la retorica della difesa dei veri francesi e capitalizzerà la divisione di NFP e la capitolazione della sinistra borghese.

Tuttavia, questo non è un esito scontato. Se lo scontro si risolve completamente nella bolla elettorale del sistema politico borghese, la sua soluzione non potrà che essere un governo sempre più spietatamente borghese ed autoritario. Ma se questa bolla venisse rotta potrebbe aprirsi uno scenario completamente diverso.
Se il popolo della sinistra francese fosse chiamato alla mobilitazione contro i tagli alla spesa sociale, i la controriforma delle pensioni, i licenziamenti, contro l’autoritarismo ed il razzismo, perché a pagare sia il grande padronato e non la classe operaia e le classi popolari, si potrebbe aprire un varco verso un’alternativa di società.

La sinistra trotskista, NPA-R, Lutte Ouvrière e Revolution Permanente, chiama allo sciopero, alla mobilitazione di classe per piegare governo e padronato e ottenere le dimissioni di Macron. È giusto. Lo sciopero dimostrerebbe la forza di milioni di salariati, e sarebbe capace di costringere le direzioni dei sindacati all’unità e a una coerente lotta contro governo e padronato senza capitolazioni, come invece è purtroppo avvenuto nel 2023, con il risultato del drammatico riflusso di quel grande movimento popolare.
Di più, potrebbe produrre quelle forme di autorganizzazione della classe lavoratrice che sarebbero altrettanti strumenti di autogoverno, di formazione della classe al compito di dirigere tutta la società.
Purtroppo, però, anche da parte della sinistra trotskista è proprio la prospettiva della presa del potere da parte delle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori che non viene avanzata, venendo meno, così, al compito fondamentale che si impone oggi al movimento operaio in una Francia il cui sistema politico è incorso in una paralisi apoplettica che non sembra avere possibilità reali di soluzione a lungo termine.

Questo compito, il compito dei marxisti rivoluzionari, è l’indicazione di una prospettiva di rivolgimento politico. Basta con il governo dei padroni mascherato da governo democratico di “interesse generale”. Il movimento operaio deve rivendicare non un governo di sinistra, che finisca per fare le stesse cose di qualsiasi governo borghese, ma un governo di tipo nuovo: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori basato sulle proprie organizzazioni di massa!

Partito Comunista dei Lavoratori

La Francia a un bivio

Il movimento dei gilet gialli scuote la Francia.
 
Il movimento ha coinvolto nelle manifestazioni territoriali, complessivamente intese, duecento/trecentomila persone, e incontra le simpatie o l'aperto sostegno della netta maggioranza della società francese (72% a favore secondo un sondaggio accreditato del 5 dicembre). Questo sostegno non è venuto meno neppure dopo gli scontri di piazza e dopo l'ampia campagna di criminalizzazione dei gilet gialli da parte del governo e del ministero dell'Interno. Al contrario. Dopo tre settimane, la combinazione di manifestazioni di strada e sostegno della popolazione ha costretto governo e Macron a revocare le misure più invise e contestate (prima sospensione, poi ritiro della imposta sulla benzina).
La svolta è stata repentina. Il 27 novembre Macron rifiutava sdegnato di rivedere la tassa sui carburanti. Sette giorni dopo l'ha abolita scavalcando Eduard Philippe, Presidente del Consiglio. Il 10 dicembre, nel discorso alla nazione, ha annunciato in aggiunta l'aumento del salario minimo intercategoriale di 100 euro (che poche ore prima il ministro del Lavoro Muriel Penicaud aveva escluso) e l'annullamento del prelievo forzoso sulle pensioni inferiori ai 2.000 euro. È la misura di un clamoroso ripiegamento. Naturalmente, le concessioni sono in buona parte truccate. Macron ha rassicurato le imprese che non dovranno sborsare un euro, sarà tutto a carico del governo, e il governo si rifarà attraverso tagli alla spesa sociale, o nuove tasse sul lavoro, o il ricorso al debito. Ma non è questo il punto. Il punto è politico. Macron “cede alla piazza”, titola Le Figaro, cogliendo la sostanza politica degli avvenimenti. A sua volta l'indietreggiamento del governo e della presidenza della Repubblica possono incoraggiare altre rivendicazioni sociali, nel mentre misurano l'indebolimento verticale del governo. Una crisi politico-istituzionale strisciante è oggi il sottoprodotto della mobilitazione sociale.


IL MOVIMENTO DEI GILET GIALLI E LA SUA NATURA SOCIALE COMPOSITA

Il movimento dei gilet gialli ha una natura composita. Il suo sfondo è l'impoverimento della società francese: 15% della popolazione sotto il livello di povertà; disoccupazione al 10%; metà della popolazione con meno di 1.700 euro, cinque milioni persone con meno di 850 euro.

Il nucleo centrale della sua base sociale è segnato da settori declassati di piccola borghesia, popolazione povera dei centri urbani piccoli e medi, ambienti popolari colpiti da processi concentrati di deindustrializzazione (in particolare nel Nord), popolazione povera delle zone rurali. Ma il movimento coinvolge anche un significativo settore di lavoratori salariati del settore pubblico e privato, di gioventù precaria, di disoccupati. La classe operaia in quanto classe non ha partecipato alla mobilitazione dei gilet, se non in forma atomizzata e dispersa, ma milioni di lavoratori e lavoratrici guardano con simpatia alle mobilitazioni in corso, come rivelano i sondaggi. La paura di una saldatura attiva tra movimento dei gilet gialli, classe operaia, mobilitazione studentesca è al centro delle preoccupazioni politiche della borghesia francese. L'indietreggiamento di Macron di fronte al movimento mira a disinnescare questo rischio.

Il movimento dei gilet gialli non ha una piattaforma definita, né una struttura organizzata capace di selezionarla o di imporla. Esso ha agito fondamentalmente come carta assorbente e cassa di risonanza dei sentimenti confusi che si agitano nel profondo della società francese, dopo dieci anni di grande crisi. Risentimento della provincia contro Parigi; rifiuto dell'impoverimento in atto da parte di settori di classe media, protesta contro i bassi salari, rigetto della precarietà di vita e di lavoro; e al tempo stesso rigetto di lussi e ricchezze della classe dominante, delle ruberie dei politici, della loro sordità alle ragioni "del popolo”: tutto confluisce nel calderone del movimento, componendo un grande cahier de doléances. Il tema sociale e di classe è obiettivamente centrale nella protesta, non nella coscienza e nell'immaginario di chi la esprime. La linea di frattura percepita e rappresentata è prevalentemente quella tra il popolo e il potere politico. Non a caso l'odio verso Macron (“Macron démission!”) è il sentimento dominante del movimento. “Il Presidente dei ricchi” è stato ed è, suo malgrado, il fattore unificante della ribellione; la formula che unisce in sé l'elemento sociale e politico che la anima.


UN MOVIMENTO REAZIONARIO?

La natura proteiforme e composita del movimento ha consentito l'inserimento in esso, o il fiancheggiamento scoperto, di settori reazionari. In qualche caso elementi fascisti e antisemiti, in altri casi semplici provocatori e avventurieri. La dimensione web del confronto pubblico - tra blog e gruppi facebook - ha offerto, per sua stessa natura, un libero spazio anche a queste voci. L'imbastardimento della coscienza politica di settori di massa offre loro alcune sponde indubbie.

Tuttavia non siamo in presenza di una mobilitazione egemonizzata e guidata dalla destra, come nel caso - in ben altri scenari - della ribellione di Piazza Maidan in Ucraina o delle manifestazioni della MUD in Venezuela. Né il movimento è assimilabile, per stare all'esperienza italiana, al movimento dei "forconi" del 2013, sospinto e diretto in Sicilia da corporazioni proprietarie del trasporto locale. Nessun soggetto politico reazionario guida oggi la protesta dei gilet gialli. Le posizioni reazionarie anti-immigrati sono presenti, ma relativamente marginali. Gesti e atti squadristi sono stati sconfessati e denunciati ripetutamente dai manifestanti stessi. Le rivendicazioni che si affacciano nel movimento sono certo di carattere multiforme, ma comprendono anche istanze sociali classiste, estranee alla cultura della destra: la patrimoniale sulle grandi fortune, l'aumento generale e consistente dei salari, la cancellazione delle tasse sul lavoro, la riduzione dell'età pensionabile. Anche l'eco indiretta delle mobilitazioni di classe contro la legge El Khomri trova un proprio riflesso nei gilet gialli. La bandiera tricolore, non quella rossa, primeggia nelle manifestazioni, ma al tempo stesso i simboli evocati sono simultaneamente il 1789 e il maggio '68. La misura di una grande confusione, ma non certo i simboli della reazione, tanto meno nella storia di Francia.

Lo stesso Front National di Marine Le Pen cerca ovviamente di subordinare il movimento al nazionalismo francese anti-UE, ma si tiene fuori dal movimento stesso, tanto più dopo la sua radicalizzazione e la dinamica di scontri con la Gendarmerie. Le Pen non gioca la carta dell'egemonia sul movimento di piazza, ma quella della sua capitalizzazione elettorale passiva. Come fa, sul suo proprio versante, la France Insoumise di Mélenchon.

Il movimento dei gilet gialli in queste tre settimane ha visto confrontarsi al proprio interno posizioni diverse. Non solo sulla piattaforma rivendicativa, ma anche e soprattutto sul posizionamento da tenere verso il governo e Macron. È la dinamica stessa di scontro frontale e di strada col potere che ha sospinto questa differenziazione. Da un lato, un'area moderata (i "gilet liberi”) spaventata dalla radicalizzazione in atto ha puntato ad una soluzione negoziata col governo che consentisse il riflusso delle manifestazioni di strada e il recupero di un movimento di opinione. Dall'altro, un settore più radicale ha mantenuto una linea di scontro frontale col governo attorno alla rivendicazione delle dimissioni di Macron. Il confronto tra queste due posizioni non misura una differenziazione sociale, ma riflette diverse posture politiche. Non a caso sul primo versante si sono raccolte personalità politiche di estrazione gaullista (Benjamin Cauchy, Laurent Wauquiez) che avevano sostenuto il movimento iniziale per poi rigettare la sua “svolta estremista”. L'arretramento unilaterale di Macron di fronte alla pressione di piazza è anche, per molti aspetti, una sconfitta di questa posizione conciliativa. Mentre gli ambienti della destra, inclusa Marine Le Pen, denunciano «la presenza sempre più significativa tra i gilet gialli di sindacalisti di professione e sinistrorsi di CGT e SUD [Solidaires Unitaires Démocratiques, sindacato francese]».


NEL VARCO APERTO ALTRI SOGGETTI SOCIALI

Tuttavia, allo stato attuale delle cose, il vero punto interrogativo non riguarda la dinamica interna al movimento dei gilet gialli, quanto la possibile irruzione di nuovi soggetti sociali dentro il varco che il movimento ha aperto.

Il movimento dei gilet, nel suo attuale formato e con le sue forme d'azione (blocchi stradali in periferia, manifestazioni settimanali a Parigi), è destinato con ogni probabilità a una parabola discendente (287.000 persone in strada il 17 novembre, 160.000 il 24 novembre, 136.000 il 1 dicembre, 125.000 l'8 dicembre, stando ai dati forniti dal ministero dell'Interno). Ma dentro il varco che è stato aperto si sono affacciati gli studenti, con la crescita e l'estensione delle occupazioni e picchettaggi dei licei (200 scuole in agitazione il 7 dicembre, 450 l'11 dicembre), attorno a proprie specifiche rivendicazioni; e hanno iniziato a muoversi quattro università (a partire da Nanterre, con più di 3.000 studenti coinvolti). L'immagine di 153 giovani studenti inginocchiati con le manette ai polsi e insultati dai poliziotti ha evocato un sentimento vasto di solidarietà e di sdegno, in particolare tra i giovani.

Si muovono anche alcuni settori sindacalizzati della classe. Alcune sezioni sindacali della CGT (impresa Lafarge) dichiarano di associarsi ai gilet gialli. CGT e Force Ouvrière dei trasporti hanno indetto uno sciopero a tempo indeterminato a partire dal 9 dicembre per chiedere la remunerazione degli straordinari. I sindacati dei braccianti e organizzazioni della piccola proprietà contadina hanno proclamato lo stato di agitazione. La CGT, dopo tre settimane di passività, ha dovuto convocare per il 14 dicembre una giornata d'azione nazionale attorno ad una piattaforma generica di rivendicazioni minimali (“per i salari, le pensioni, la protezione sociale”). La logica della burocrazia è ovviamente quella di usare i gilet gialli come leva di rilancio del proprio ruolo insostituibile di controllore sociale agli occhi di Macron e del MEDEF, la Confindustria francese. Il segretario Martinez ha dichiarato: «Se il governo vuole degli interlocutori sociali siamo ben contenti di ricoprire quel ruolo» (Le Monde, 8 dicembre). Ma il punto è se al di là dei calcoli della burocrazia, l'iniziativa sindacale possa trascinare di fatto una ripresa d'azione del movimento operaio, e un suo ingresso nella scena della crisi.

“E se i salariati si ribellano?” è il titolo di un libro edito in Francia da qualche mese, scritto da Patrick Artus. Dà la misura del vero spauracchio della borghesia francese.


MACRON E LA BUROCRAZIA SINDACALE

Le relazioni tra Macron e le burocrazie sindacali sono una cartina di tornasole dell'evoluzione politica francese.

Macron ha costruito la sua stagione politica attraverso la ricerca di una relazione diretta tra “il Presidente” e il popolo, rimuovendo ogni spazio di reale negoziazione coi sindacati. Prima lo scontro sul peggioramento ulteriore della Legge El Khomri, l'equivalente del Jobs Act italiano, poi il braccio di ferro prolungato coi ferrovieri, sono stati impostati con questa logica. Oggi l'aspirante Bonaparte è costretto a constatare che la relazione diretta col popolo per comporre attorno a sé un blocco d'ordine non solo è fallita ma si è risolta in uno scenario opposto: la ribellione di ampi strati popolari contro la stessa immagine del Presidente. “Voleva fare il re ed ha generato i sanculotti”, ha osservato con una battuta brillante il giornalista Raphael Glucksmann. A questo punto il mancato re ha dovuto chiedere ufficialmente ai sindacati di promuovere un appello pubblico alla calma per scongiurare il peggio, e le burocrazie sindacali si sono affrettate ad accogliere la supplica di Macron formulando un appello pietoso (“chiediamo a tutti di evitare la violenza”) per incassare la legittimazione offerta loro da un sovrano decaduto. Solo SUD ha rifiutato di firmare l'appello e di incontrare Philippe. È la prova che il regime della V Repubblica non si regge sull'autorità del governo, né tanto meno sulla sua autorevolezza, ma sulla passività delle direzioni del movimento operaio, che oggi, a fronte del collasso del PS e del PCF, sono essenzialmente le burocrazie sindacali. Le stesse burocrazie che rifiutarono di promuovere un vero sciopero generale contro Hollande sulla legge El Khomri offrono oggi a Macron una ciambella di salvataggio. Se la ciambella tiene o è bucata lo dirà il corso successivo degli avvenimenti.


L'IRRUZIONE DELLA CLASSE OPERAIA COME FATTORE DECISIVO

In ogni caso, solo l'irruzione sulla scena del movimento operaio francese può dare una prospettiva alla mobilitazione in corso, a partire da un baricentro sociale, una piattaforma generale, una forma di organizzazione. Solo un'egemonia di classe sulla protesta sociale può liberarla da retaggi e influenze piccolo-borghesi, come da ogni equivoco reazionario.

La rivendicazione dello sciopero generale attorno ad una piattaforma di rivendicazioni unificanti diventa centrale nell'attuale scenario. Si tratta di chiedere innanzitutto che i sindacati di massa si assumano questa responsabilità, portando questa rivendicazione nella giornata d'azione del 14 dicembre come in ogni lotta di settore; e al tempo stesso di unire nell'azione tutti i settori di avanguardia della classe disponibili a battersi per l'innesco concreto di una dinamica generale di sciopero.

Importante, tanto più in questa fase, l'incoraggiamento e sviluppo delle forme di autorganizzazione, nei luoghi di lavoro in lotta e nelle scuole occupate. Le forme di autorganizzazione dei lavoratori possono diventare un centro di raggruppamento più largo degli strati popolari, e un fattore di direzione della protesta sociale dei territori.

Da questo punto di vista l'iniziativa promossa dai compagni di Anticapitalisme & Révolution (componente marxista rivoluzionaria del NPA) attorno alla parola d'ordine dello sciopero generale, delle assemblee generali in tutti i luoghi di lavoro, dello sviluppo dell'autorganizzazione della lotta, rappresenta un'azione esemplare.

Di certo un'eventuale dinamica di sciopero generale e di autorganizzazione, nell'attuale contesto politico-istituzionale, potrebbe aprire in Francia una crisi rivoluzionaria: da una parte per lo sviluppo dell'egemonia di classe sulla protesta popolare; dall'altro per l'estensione del fronte sociale di massa a fronte dell'indebolimento sostanziale del consenso e delle istituzioni borghesi.


VIA MACRON! GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI!

Per questa stessa ragione è importante introdurre, nella mobilitazione di massa e di classe, la prospettiva di un'alternativa politica: un governo dei lavoratori, delle lavoratrici, della popolazione povera di Francia.

La stessa centralità della parola d'ordine unificante “dimissioni di Macron” pone l'esigenza di un'indicazione alternativa. Macron è incerto se rimuovere o meno Eduard Philippe e cambiare cavallo, mentre tutte le contraddizioni del suo campo si acuiscono. Le Pen e Mélenchon per ragioni complementari e simmetriche chiedono lo scioglimento dell'Assemblea nazionale ed elezioni anticipate: il caro vecchio ricorso della borghesia francese di fronte all'ingovernabilità del conflitto sociale (vedi l'accordo tra PCF e De Gaulle per stroncare nelle urne il maggio '68). Il PCF e il PS si affidano all'attesa delle elezioni europee tra sei mesi, senza peraltro sapere in che formato andarci. Nessuna forza politica della sinistra riformista francese avanza né una proposta di lotta sul terreno sociale né una prospettiva politica alternativa a Macron, incapaci di andare oltre il piccolo recinto autoconservativo della routine parlamentare e istituzionale.

La direzione del Nouveau Parti Anticapitaliste, formazione di matrice trotskista, propone positivamente la convergenza delle lotte, ma rimuove la prospettiva politica. È il riflesso di una posizione centrista che si affida alla dinamica del movimento senza segnare una rotta, magari col riflesso condizionato, sottotraccia, dell'attesa di qualche soluzione riformista (un governo “antiausterità” senza rottura col capitale), utopica e subalterna al tempo stesso. Non è questa la logica dei marxisti rivoluzionari.

Il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulle forme di autorganizzazione di classe e di massa, è l'unica alternativa politica progressiva alla crisi di Macron e della V Repubblica francese. Lo è oggettivamente, perché le stesse rivendicazioni sociali che si affacciano nella mobilitazione in corso non possono essere realmente soddisfatte nel loro insieme senza rompere con le compatibilità del capitale, a partire dalla cancellazione di un debito pubblico che ammonta a quasi il 100% del Pil, ciò che solo un governo dei lavoratori può fare. Ma lo è anche soggettivamente: perché la dinamica di rottura col potere politico è profonda, e ampi settori di massa cercano a modo loro una soluzione radicale della crisi. Questa soluzione radicale la deve avanzare il movimento operaio contro il capitalismo francese. Il protagonismo del movimento operaio può oggi segnare la dinamica degli eventi, e può farlo compiutamente solo se assume una propria prospettiva di alternativa sociale come bandiera contro il capitale. Se non saranno i lavoratori e le lavoratrici ad offrire una soluzione alla crisi francese, sarà la reazione, sia essa nella forma di una possibile stabilizzazione del governo Macron per mezzo della repressione e della ripresa delle politiche bonapartiste, sia essa nella forma dello sviluppo, come in altri paesi europei, di una deriva reazionaria che provi ad imporre una diversa gestione capitalistica della crisi, di carattere nazionalista e populista, in ogni caso sempre contro il lavoro.

Proprio per questo sosteniamo fino in fondo l’appello alla lotta della classe lavoratrice ed all’autorganizzazione lanciato da A&R che pubblichiamo su questo stesso sito.

Questo è il bivio di prospettiva che si è aperta in Francia, e che non riguarda solo la Francia.

12 dicembre 2018 
Marco Ferrando

Presidenziali francesi 2017: un' altra prova della fase di crisi acuta del capitalismo

Nessuna aspettativa per i lavoratori se non nelle lotte!


Il contesto è chiaro a livello internazionale e, a maggior ragione in Francia: la borghesia è in una fase di crisi acuta dalla quale non uscirà facilmente. Da qui il senso dell'offensiva capitalista attuale, ovvero infliggere un attacco senza precedenti recenti alla classe operaia.
E ciò porta direttamente a dei fenomeni di regressione politica e sociale delle forze borghesi: nel quadro di una crisi persistente, la sinistra riformista tradizionale al governo dopo aver illuso la classe operaia si fa espressione, spesso incarnazione, dell'offensiva reazionaria capitalista e favorisce la proliferazione di forze di estrema destra, xenofobe e populiste. Le forze riformiste borghesi, che nel periodo 2008- 2012 avevano cavalcato l' illusione delle masse con promesse di riforma sociale e di rinnovo del welfare, hanno quindi messo da parte per un momento la destra storica, ma hanno presto prodotto il presente risultato suicidandosi politicamente e hanno chiaramente tradito e peggiorato la condizione della classe lavoratrice, dei giovani,i quali vivono la maggior parte della loro esistenza lavorativa e educativa in un panorama stagnante, dove la crisi é una costante che cancella un futuro e ferma il presente.
La base da cui partire, quindi, parlando delle elezioni presidenziali francesi in questo quadro é che la classe lavoratrice non può riporvi alcuna aspettativa, che non sia quella nelle lotte, unica vera via per imporre rivendicazioni in grado di incidere.

Si tratta inoltre di elezioni presidenziali che si collocano in uno scenario potenzialmente molto sfavorevole alle forze riformiste e reazionarie presenti, in quanto il prodotto della scorsa della primavera, ovvero il movimento contro la Loi Travail et son monde, è più che presente e sfida il clima di calma sociale che si vuole imporre dall'alto.

A partire dai giovani- La regola della precarietà verso l' uberizzazione.

In Francia, la disoccupazione giovanile è al 25%, anche al 40% in alcune zone. I giovani sono fra i primi rappresentanti della precarietà diffusa, in quanto anche il possesso di un diploma non costituisce una garanzia di un futuro impiego. In più, anche decidendo di proseguire gli studi, una larga percentuale di studenti francesi, il 40%, é obbligata a lavorare- cosiddetti jobs étudiants (spesso iper ricattati sotto foodora, deliveroo, etc)- in contemporanea con l' università, per appunto potersela finanziare. Università nelle quali le condizioni di lavoro si degradano sempre di più, governo dopo governo.
Non a caso, Hollande nella campagna 2012 avevo fatto dei giovani e dell' istruzione un caposaldo del proprio programma e, infatti, non si é risparmiato in quanto a relative riforme. A partire dalle università appunto, dove ha fatto votare una legge Loi Fioraso che prevede la fusione di varie facoltà in ottica di riduzione dei costi di gestione e servizio, implicando una riduzione dei posti di lavoro, soppressione di corsi di laurea, un aumento di studenti nelle classi e dunque una degradazione generale delle condizioni di studio, ma anche di lavoro per dipendenti e insegnanti. Una legge che inoltre prevede una strutturazione dei percorsi formativi in funzione dei bisogni delle imprese locali. Ma l'azione di riforma del governo sul fronte scuole e università non si ferma a questo, ma anzi ha continuato il disegno filo-padronale di un' università modellata sulle necessità economiche delle grandi industrie del paese grazie a una legge, approvata a fine 2016, introduttiva del numero chiuso nei masters, cioé una selezione classista che favorirà soltanto gli studenti più abbienti che potranno riorientarsi, mentre invece chi non se lo potrà permettere sarà costretto ad abbandonare gli studi.
Quindi, un' altra prova del fatto che, per innalzare i profitti in tempo di crisi, i primi ad essere attaccati sono i diritti dei giovani, studenti e lavoratori. Contro questa offensiva all' indirizzo dell' insegnamento superiore, si stanno costruendo mobilitazioni nel paese: a Tolosa e in varie università a Parigi (Paris 3 e Paris 7 es.), dove attraverso assemblee generali si dà corpo ad una risposta per rivendicare delle condizioni di studio e di vita degne.

Premessa e bilanci.

E' necessario quindi fare un breve bilancio di quello che è stato il quinquennato di Hollande, in particolare questi ultimi due anni.
L' introduzione dello stato d' emergenza ha costituito un gravissimo attacco alle libertà e i diritti fondamentali: fin dall'inizio infatti, chiaramente, i destinatari effettivi sono stati i lavoratori. Già dall'autunno prima degli attentati a Parigi, si registravano un certo numero di scioperi economici e politici sparsi per il paese. Accanto alla crescita delle mobilitazioni diffuse si é infatti prodotta una gravissima censura ed è stato messo in moto un potentissimo meccanismo di repressione delle lotte, con divieti di manifestare, divieti di assembramento, rappresaglie sui luoghi di lavoro, strapotere alle forze dell'ordine e una profonda lesione alla dignità personale dei lavoratori e studenti nelle piazze: manifestazioni semi autorizzate e ingabbiate( ovvero con un dispiegamento immane delle forze dell'ordine a circondare e chiudere i percorsi), perquisizioni all'entrata e all'uscita dei cortei, persona per persona, con palpeggiamenti e percosse.
E' utile poi precisare la portata antioperaia di questo provvedimento, creato appositamente e applicato tre volte dalla Francia gaullista per far fronte ai moti indipendentisti algerini (FLN) durante la guerra d' Algeria (1954-1962). Applicato altre volte oltre mare negli anni ottanta e, più recentemente, nel 2005 in banlieue a Parigi per far fronte alle proteste che scoppiarono a seguito della orribile morte di due ragazzi, in fuga dalla polizia. Dal 15 novembre 2015 é stato ormai prolungato per 5 volte.
Alla questione dello stato di emergenza si collega anche la situazione relativa allo stato delle forze dell'ordine, essendo che il Ministro dell' Interno vede i suoi poteri raddoppiati: in questo quadro si inserisce infatti il nuovo procedimento di riforma della pubblica sicurezza, ovvero un ampliamento dell'uso delle armi da parte della polizia, aumento dei controlli di identità e delle perquisizioni, alleggerimento dei parametri di legittima difesa (ovvero la possibilità di sparare, se l' interpellato non ottempera all' ordine di fermarsi per due volte di seguito) e l' innalzamento delle pene per reati d' oltraggio, violenza contro pubblico ufficiale e simili.
Un ''libera tutti'' delle forze dell' ordine per continuare a spadroneggiare nei quartieri popolari (da ultimo, lo stupro di Thèo a Aulnay- sur- Bois) e reprimere le lotte: in Francia attualmente sono circa 2000 i processi a carico di militanti sindacali e attivisti politici di estrema sinistra, scattati nel corso del movimento contro la Loi Travail.
Emblematico il caso Goodyear (otto ex- dipendenti sindacalisti CGT per i quali sono stati disposti nove mesi di prigione per aver voluto difendere il proprio impiego contro la chiusura dello stabilimento nel 2014). Un altro esempio é quello di uno studente dell'Università di Paris X Nanterre: da semplice accusato, si trova ormai da 10 mesi in detenzione provvisoria in attesa di un processo non ancora fissato (l' arresto preventivo in Francia, attualmente, può prolungarsi fino a tre anni). O quello della repressione che subiscono i liceali, soprattutto dei quartieri: l' ultimo caso la serie di proteste organizzate in Justice pour Théo, dove la polizia arrivata in gran forze, carica, ferma vari studenti, la maggior parte dei quali minorenni, con rischio denuncia, notte in commissariato con percosse e, solitamente, comparizione immediata come a Levallois (banlieue di Parigi).

Tutto per reprimere la protesta organizzata contro i provvedimenti filo-padronali che hanno caratterizzato l' operato di Hollande e quindi del Partito Socialista alla guida del paese: ovvero la Loi Hamon( via libera a concorrenza fra imprese e deregolamentazione), il Credito di Imposta per la competitività e l' impiego CICE( che offriva 20 miliardi di euro alle grandi imprese, quando il salario minimo SMIC é stato aumentato di 9 centesimi in gennaio 2016), l' Accordo Nazionale Interprofessionale ANI e la Loi Macron che hanno preparato il terreno per quella che è stata la Loi Travail, approvata con il 49.3, cioè con la fiducia, l' 8 agosto 2016.
Da ultimo recentemente vi è stata l' approvazione di una misura di legge volta a depenalizzare una serie di reati come l' abuso di ufficio e vari in ambito corruzione/ estorsione, proprio in seguito agli ''scandali'' che hanno colpito la maggioranza dei candidati, ovvero Fillon, Le Pen e Macron.

Avanguardia di lotta.

E, in tutto ciò, la Loi Travail inizia ad essere applicata, mentre in contemporanea riprendono gli scioperi non solamente economici, come le giornate nazionali del 6 e del 7 marzo dove le Poste, la Sanità e i Centri per l' impiego sono massivamente scesi in piazza contro privatizzazioni, soppressione posti, chiusura uffici, riduzione mezzi, orario e salari.
Attorno a questa grande giornata di mobilitazione, che ha visto anche una partecipazione studentesca contro la selezione in master e le fusioni, si produce un' ulteriore dimostrazione di come la scorsa primavera abbia generato un livello di coscienza tale da essere difficile da sedare e mettere a tacere.
Proprio dalle facoltà è partita, in larga parte, la protesta il 9 marzo e, a livello sindacale, i militanti si sono distinti dai vertici ancorati all'idea di un dialogo sociale possibile, costruendo reti tali radicalizzare tanti giovani lavoratori e intere categorie (esplosione della rabbia dei portuali di Le Havre e il blocco delle raffinerie).
Attualmente in Francia la stampa registra una media di 176 conflitti al giorno, ad esempio solo contando la settimana che va dal 6 febbraio al 10 febbraio 2017 (245, 150 e 115 le tre settimane precedenti). Le due settimane precedenti dunque, con 245 e 150 conflitti al giorno, registravano delle giornate nazionali di mobilitazione che quindi aumentavano le cifre, mentre nell'ultimo periodo in questione le 176 vertenze in corso si sono svolte in assenza di appelli nazionali. Si tratta di un record senza precedenti recenti.
Si ha una progressione regolare e questa si può tradurre anche in un' esplosione sociale generalizzata. Con tale aumento di mobilitazioni, cresce lo scarto tra la rappresentazione politica o elettorale e le preoccupazioni, i bisogni della classe, poiché questa collera sociale non si collega a nessuno dei candidati borghesi. La rabbia popolare potrebbe rapidamente cercare e trovare un' espressione pubblica. Le manifestazioni in seguito allo stupro di Théo perpetrato dalla polizia, avvenuto giovedì 2 febbraio 2017, annunciano una delle prime riprese sul piano dell'inversione dei rapporti di forza.
Il livello medio della conflittualità sociale ha avuto certamente un nuovo picco con le giornate di sciopero del 6, 7 e 8 marzo 2017.
Bisogna puntualizzare che l' anno passato era in un' atmosfera simile, ma di intensità minore a fine gennaio/ inizio febbraio- in particolare fine febbraio/ inizio marzo( dove il numero medio di vertenze era di 130 al giorno), che é nato il movimento generale contro la Loi Travail il 9 marzo 2016.
E' nel settore dell'educazione nazionale, seguito da quello della sanità, che si conta il maggior numero di scioperi. La lotta degli Atsem, educatori della scuola d' infanzia, contro la soppressione di classi e il calo di ore, certamente ha contribuito al rilancio attuale.
Ben evidenziata la forza motrice di alcuni settori d' avanguardia, quest'anno ci sono tutte le condizioni affinché la quantità di vertenze si diffonda, generalizzando lo scontro.
Il settore della sanità pubblica riporta, a partire dalle prime due settimane di febbraio, almeno 84 stabilimenti in protesta.
Ovvero una quantità maggiore rispetto al mese di dicembre 2016 (78) e più della metà dell'insieme di quelli verificatisi nel mese di gennaio 2017 (144) nella medesima categoria.
Nel complesso, è soprattutto la funzione pubblica che è in lotta, senza contare poi i lavoratori intermittenti, i disoccupati e i precari contro la riforma dei sussidi di disoccupazione o i ferrovieri contro la riforma di privatizzazione delle ferrovie.

Dal movimento contro la Loi Travail, catalizzatore di molteplici scioperi economici e conflitti sociali in più settori, è stato rimesso quindi in primo piano il ruolo decisivo della classe operaia (da rimarcare che la congiunzione dello sciopero nelle raffinerie, fra i portuali e fra i ferrovieri ha fatto tremare la classe dirigente), e questo é il risultato: una coscienza diffusa che, malgrado il mancato appello passato al ''tutti insieme'' e allo sciopero generale, continua a farsi sentire, nella riproposizione di quelle stesse parole d' ordine.
L' auto-organizzazione dei lavoratori e degli studenti è tale, anche se in costruzione, da non poter essere messa a tacere facilmente dal processo elettorale della borghesia e dalle sue frange repressive.

Avanguardia larga- Basta con la filosofia del ''male minore'', vogliamo tutto!

Il leitmotiv della ''sinistra riformista per scacciare la destra, del meno peggio'' è più che mai anacronistico, soprattutto nel contesto francese attuale dove i padroni che giustificano licenziamenti, delocalizzazioni, smantellamenti di intere produzioni in nome del calo di profitti e bilanci negativi, in realtà già godono dei benefici che la Loi Travail ha dato loro. Dicono ai lavoratori, agli studenti che c'è tanta crisi, che bisogna accontentarsi di un lavoro misero, sottopagato e da sfruttati...Ma quante imprese sono realmente fallite, quante azioni perse? No, perché, il padronato francese, dicono i dati, é in buonissima salute: solo nell' ultimo trimestre del 2016 i dividendi versati agli azionari sono aumentati dell'11,2%, cioé di 35 miliardi di euro. Il 2016, nel complesso, ha visto gli azionisti( tra cui BNP Paribas esperta nel commercio di armi in Medio Oriente) del CAC 40- principale indice borsistico francese, ed uno dei più importanti del sistema Euronext, spartirsi ben 75 miliardi di euro di dividendi. Contemporaneamente il governo Hollande ha dato 22 miliardi ai padroni a titolo di credito di imposta per accrescere la competività sul mercato. Ma tutto ciò, presentato come una misura per favorire le assunzioni, ha avuto l' effetto opposto, ovvero il proseguimento dell'ondata di licenziamenti.
Un esempio su tutti, il caso dell'accordo di competitività Renault firmato da confederali il 31 dicembre 2016 (aumento ore di lavoro, straordinario non a parità di salario, aumento della produzione e quasi 7 000 licenziamenti, etc.) o di quello della PSA di luglio 2016, sempre sulla stessa linea: ovvero quando il dialogo sociale é un altro aspetto dell'attuale offensiva senza precedenti contro le condizioni di lavoro ora in Francia.

E' dunque a partire da tutto ciò, che da queste elezioni la classe operaia, a maggior ragione, non otterrà niente, come non dovrà fidarsi dei proclami anti- sistema e ''rinnovatori'' provenienti dai candidati borghesi.
Innanzitutto da destra, dove Macron e Fillon rivaleggiano fra loro per chi debba offrire al padronato i lavoratori più ricattabili e a buon mercato, per accattivarsi i più ricchi e accrescere i ranghi dei più poveri.
Per esempio Fillon, che spiega ai lavoratori l' ineluttabilità dei sacrifici in tempo di crisi: infatti, per farvi fronte, aveva impiegato fittiziamente per anni moglie e figli in Parlamento per una somma come un milione di euro! Ma questa é stata la scelta dei Republicains LR, nel tentativo di restituire un' immagine di rigore e stabilità in salsa ultra- cattolica (antiabortista e omofoba) e reazionaria. Nonostante il processo intentato a suo carico, le smentite e i tentativi di sottrarsi alla giustizia non mancano, complice l' omertà di un' intera classe dirigente; contrariamente a quello che succede dal lato dei lavoratori e degli studenti, il lato dei fermi per aver lanciato una pietra, degli arresti preventivi e del carcere per avere difeso il proprio posto di lavoro. Si ha dunque ragione di credere che disporre dei fondi pubblici per arricchirsi sia la routine, anche se a farlo é l' ex primo ministro del governo Sarkozy (2007- 2012) che non si vuole dimettere come, al contrario, hanno già iniziato a fare molti del suo staff.
Tutto ciò nel seguente quadro di un programma che prevede fra le tante misure antioperaie: un taglio di 100 miliardi alla spesa pubblica (pari all'8% del totale) in cinque anni; cinquanta miliardi di riduzione della pressione fiscale diretta (40 per le imprese e 10 per le famiglie); aumento del 2% dell'Iva (circa 16 miliardi) per non diminuire gli oneri contributivi a carico delle aziende; cancellazione dell' imposta patrimoniale (5,5 miliardi) per non fare fuggire i ''ricchi''; abolizione della durata legale dell'orario di lavoro settimanale (cancellazione, cioè, delle 35 ore) lasciando alle singole aziende la possibilità di stabilire gli orari in sede di concertazione, nel rispetto del solo limite europeo delle 48 ore settimanali; aumento dell'età pensionistica a 65 anni entro il 2022; diminuzione progressiva delle indennità di disoccupazione. Senza citare il versante sicurezza genere guerrafondaio, fra proposte di leve obbligatorie, aumento dell'esportazione di armi (campo in cui la Francia è il terzo paese a livello mondiale) e dei dispositivi ''anti-terrorismo'' da saggiare sulla pelle dei giovani delle banlieues e dei compagni.
Al contrario, invece, c'é chi, come lo yuppie Macron, continua la scalata ai vertici del potere: dall' ENA( Ecole Nationale Administration, uno dei luoghi d' élite di riproduzione della classe dirigente francese), all' approdo fra i consiglieri di Hollande come rampollo promotore degli interessi del gran padronato, cosa che gli garantisce poi un posto alla Rotschild. L' esperienza acquisita al soldo dei padroni, gli frutta la carica di Ministro dell' Economia sempre del governo Hollande, nel corso del quale non solo promuove la Loi Macron di cui sopra, ma si pone anche alla testa del processo di acquisizione della Piooneer da parte della Francia, per una somma equivalente a 3,5 miliardi di euro. Fondatore del movimento En Marche! (...contro i lavoratori), colui che ha parlato degli operai come di '' analfabeti'', il servo del capitale francese promotore degli interessi della peggio borghesia reazionaria propone quello che già aveva iniziato durante il governo della sinistra riformista, del PS di Hollande: una deregolamentazione del mondo del lavoro, taglio delle tutele e dei diritti sindacali, abbassamento dei costi della manodopera (salario), svendita dei contributi previdenza a privati e sgravi fiscali alle imprese, all' insegna della depauperizzazione della funzione pubblica. L' invito a lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno mal si concilia, insomma, con il fatto che Macron stesso guadagnasse più di un milione alla Rothschild. Senza contare l' assurdità, dopo un simile curriculum filopadronale, contenuta nella dichiarazione d' essere ''né di destra né di sinistra'', cosa che non sa neanche di tecnocrate senza partito, ma solo di servo della borghesia.

Basta illudersi con candidati borghesi reazionari che non hanno nulla di nuovo, se non attacchi su attacchi contro i lavoratori e le lavoratrici in nome della flessibilità e a scapito dello stato sociale.

A proposito di ciò, altre proclamazioni assurde e facilmente smentibili arrivano da Marine Le Pen del Front National, che ultimamente si è dichiarata anti-sistema: tutto ciò dopo avere condotto i suoi affari in tranquillità nel pieno del mandato al Parlamento Europeo, al quale deve un rimborso di 340 000 euro per avervi impiegato vari amici del FN. Tra l' altro non è la sola: nel suo partito sono in molti ad essere a stretto contatto con la giustizia per loschi simili affari che si aggirano sempre sul milione di euro. Alla resa dei conti, la reazione di Le Pen si è concretizzata nel rifiuto di rispondere alla citazione in tribunale opponendo l' <>. Non è invece certo che i lavoratori, per i quali Marine Le Pen prevede innanzitutto distruzione della sécurité sociale (sistema sanitario e assistenza sociale) e dei diritti sindacali a fronte di vari regali fiscali alle imprese, possano a loro volta utilizzare l' <> rispetto ad un programma populista, xenofobo, amico dei padroni e rispetto ai 2000 processi politici in atto.
Fillon, Le Pen, Macron: a dispetto della propaganda, si tratta di tre prodotti puri del sistema capitalista francese, del quale sono anche i migliori difensori.

Cosa si presenta sul versante della sinistra riformista, sulla base del contesto di crisi precedentemente analizzato?
Riciclatosi nel suicidio politico del PS Partito Socialista, Benoit Hamon: segno del rifiuto e incapacità di trarre un bilancio del quinquennato che ha devastato il mondo del lavoro e i giovani, superando praticamente Sarkozy.
I 5 anni di PS al potere, dal lavoro domenicale nella Loi El Khomri alla prosecuzione della demolizione dei servizi pubblici(es. protection sociale, v. pensioni, sussidi,etc.), vedono Hamon presente e attivo in linea con il voto di tali misure nefaste e non solo, in quanto anche Ministro dell' Educazione Nazionale per un periodo e per questo responsabile di provvedimenti meritocratici e classisti, come quelli contro le scuole delle banlieues dove, un ampio taglio di budget, pregiudica di fatto il diritto allo studio degli studenti di estrazione proletaria.
Non a caso smentire il programma di Hamon ha come obiettivo principale di disilludere e risvegliare quella parte di giovani in cerca di un riferimento. In primis attraverso l' analisi della proposta sulla revenu universelle (salario universale), una manna dal cielo per le imprese e un attacco diretto alla contrattazione collettiva: in concomitanza con l' approvazione della Loi Travail nel decreto che facilita i licenziamenti, si pone quindi la necessità di mantenere il potere d' acquisto della prevedibile gran massa dei disoccupati. E, sempre nell'ottica di favorire le imprese, la revenu universelle comporta anche l' abbassamento dei costi del contenzioso per eventuali reintegri, di quelli della manodopera (ce ne sarà meno e in condizioni di totale ricatto). Il tutto appunto senza sopprimere sgravi fiscali e incentivi aziendali in nome del profitto.
Il salario universale/ revenu universelle é una misura dichiaratamente contro i lavoratori, ma soprattutto contro le lavoratrici: questa incentiverebbe praticamente il ricollocamento definitivo delle donne salariate nella sfera domestica, sottoponendole allo sfruttamento e alla subordinazione del lavoro di cura (poiché, ''in tempi di crisi'', significherebbe un ammortizzazione dei costi). Ulteriore pesante ripercussione sulla vita delle donne lavoratrici poi, poiché la revenu universelle cancellerebbe ogni forma di autonomia ed emancipazione, donando nuova forza al patriarcato in seno alla famiglia e in generale, in quanto, nella maggioranza dei casi, lavorerebbe solo l' uomo. Una misura retrograda e paternalista, atta ad isolare e a privare di risorse le donne, foriera di subordinazione, economica e sociale, totale.
Senza contare che salario universale significa soprattutto, e nella pratica, distruzione del welfare di assistenza e aiuti sociali.
Infatti, la riflessione sul tema ha origine da una proposta lanciata al Senato da liberali come Madelin e Poisson e da Lefebvre, ex ministro di Sarkozy, mentre a sinistra, da Verdi e Parti de Gauche (Melenchon). Trattandosi di un dibattito incentrato in particolare sul montante, tutti i partecipanti concordavano sui presupposti: la soppressione dell' insieme dei sussidi sociali, per sostituirli con un' entrata unica (di portata, quindi, inferiore) della quale tutti i cittadini quali che siano, disoccupato, azionista, giovane, vecchio o percettore di salario minimo, usufruirebbero. Sotto una vestigia apparentemente neutra, si cela invece una misura interclassista contro le fasce di lavoratori socialmente in difficoltà. Un' altra conferma di quanto, in realtà, questo candidato rimanga un prodotto di un PS reazionario, poiché si ostina a propinare, in maniera più o meno nascosta, la storia della pace sociale, il cui eco risuona, a livello internazionale, negli attacchi alla classe operaia di questi anni(v. Syriza o Podemos).
Per cui tale proposta programmatica di Hamon si avvicina piuttosto ad visione della destra a riguardo: un salario universale versato a tutti, una sorta di sussidio universale di 750 € al mese, sarebbe addirittura inferiore alla somma soglia di povertà del paese, recentemente riformulata ed equivalente a 1000€. Misura la cui applicazione coinciderebbe con lo smantellamento degli ammortizzatori sociali per fasce a basso reddito (relativi all' alloggio, alla famiglia etc.), senza invece unire, al limite, le due cose. Salario universale o sussidio di sopravvivenza?
Ma i paradossi continuano: tale provvedimento sarebbe, secondo Hamon, da mettere in pratica a partire dal 2022, cioé alla fine del quinquennato!
Nello specifico, il processo si compone di diverse tappe: la prima, dal 2018, consistente nell' aumento della RSA fino a 600 €; lo stesso anno, nel ''reddito di sopravvivenza'' a tutti i giovani fra i 18 e i 25 anni; lanciare infine una '' grande conferenza cittadina'' per definire il montante e il finanziamento(!) di tale cosa; infine, estenderla a tutta la popolazione per 750 €. Altro aspetto interessante, è che quindi sul finanziamento di questa revenu universelle tutto tace, con un' unica certezza: l' intento, condiviso ben oltre le frange di Hamon, di sopprimere i prelievi per servizi sociali e assistenziali dai salari, e di trasferire il finanziamento sulla base dell'imposta gravante sull'insieme della popolazione. E' molto chiaro dunque il perché dei liberali difendano così strenuamente l' ipotesi di questa riforma: si tratta, niente di meno, che di un abbassamento del costo del lavoro notevole. Il tutto sulla pelle dei lavoratori, perché le casse delle grandi imprese francesi e dei grandi padroni non vengono mai citate in queste occasioni. Casse che vengono rimpinguate grazie allo sfruttamento della forza lavoro della manodopera salariata. I lavoratori finanzieranno essi stessi il suddetto sussidio: una divisione della ricchezza fra poveri. La messa in atto della revenu universelle distruggerebbe tutto ciò che il lavoro dipendente offre attualmente, attraverso prelievi di parte del salario: assicurazione pubblica e obbligatoria contro la disoccupazione, la vecchiaia e la malattia. Grandi risparmi per i datori con la distruzione del welfare sociale aziendale, a vantaggio delle mutue private (AXA, ad esempio) e di chi se le potrà permettere.
Infine il salario universale sarebbe una scusa perfetta per abbassare il salario minimo (SMIC) e anche i salari in generale. Con l' effetto di un aumento dei livelli di sfruttamento e un aggravamento della precarietà, grazie alle raffiche di licenziamenti.
Chiaramente quindi, anche Hamon, si colloca in un quadro di soccorso al padronato alla disperata ricerca di guadagni data dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, un padronato che licenzia massivamente e introduce l' illusione del lavoro indipendente alla Uber.
La filosofia dell'uberizzazione e della revenu universelle come ''emancipatrice'', altro non é se non un mezzo necessario al capitalismo per accompagnare la precarietà e l' abbassamento dei salari. Accettarla significa accettare l' aumento del peso della dominazione dei padroni sui lavoratori che subiscono lo sfruttamento e la disoccupazione quotidianamente.
In particolare riguardo alla presa che una simile misura può avere in prima battuta sui giovani, bisogna aggiungere che la liberazione dal lavoro salariato non può partire da una proposta simile e da chi la propone (padronato) ma, in via transitoria, semmai sarebbe dell'ipotesi di un salario studentesco, a fronte del taglio delle borse e per la difesa del diritto allo studio, che si dovrebbe discutere.
La lista dei candidati prosegue con Melenchon e la sua <>: ex mitterrandista, ex deputato dell' Essonne, ex funzionario del ministero dell' Insegnamento superiore sotto Jospin e attualmente deputato europeo (Front de gauche 2009 e ora Parti de gauche, presente in Senato)... Non si può certo affermare che Melenchon sia un volto nuovo, a dispetto del dinamismo delle etichette.
Presentatosi già nel 2012, a questa nuova tornata tenta la carta anti -sistema a partire dal suo slogan <> -Io voto e loro se ne vanno, sul modello quasi sia degli indignados spagnoli, con quali non ha nulla in comune. Senza contare poi la prova che la sua presenza si manifesti solo in campagna elettorale attraverso contenitori larghi e apparentemente interclassisti per radunare semplicemente voti, illudendo -stavolta -quella può essere una parte della sinistra arresasi alla disfatta del PS, complice anche il fatto della mancata presentazione del PCF in autonomia, perché in parte suo sostenitore. Un sondaggio di fine gennaio collocava il candidato di Franche Insoumise al quinto posto nelle intenzioni di voto: con il 10% al primo turno, Melenchon sembra sorpassato dallo sprint che le primarie hanno dato ad Hamon. Malgrado ciò, sul piano delle alleanze/ equilibri borghesi, Melenchon rappresenta potenzialmente un ostacolo per i socialisti nel pieno di un processo di ricostruzione (Hamon) volto a riconquistare la base persa e a mantenere la fiducia del padronato: infatti non bisogna sottovalutare l' influenza della France Insoumise in una certa parte della classe operaia e dei giovani.
La retorica populista sinistrorsa che, alienata completamente da qualsiasi tipo di mobilitazione, lotte sociali e ambienti sindacali, è altro rispetto alle rivendicazioni della classe operaia con cui Melenchon non ha nulla a che spartire, e così può solo radunare in maggioranza bacini di giovani piccolo borghesi e borghesi senza precisi riferimenti politici. A partire dall'opera di lancio dell'attuale campagna, ''L' avvenire in comune'', a slogan come ''Partecipa alle sesta Repubblica'' o incitamenti alla rinascita della Francia nazione, si articolano, nella realtà, in un programma spaventosamente ego-centrato e reazionario, espressioni campiste e neosovraniste quanto alla questione del Medio Oriente, dei rifugiati, dell' industria e della sicurezza nazionale.
Non si parla della classe operaia e dell' abrogazione della Loi Travail come punti cardine, ma si prosegue sulla strada dell'austerity, relegando il protagonismo delle masse alla sola fase della campagna elettorale e questo si nota anche facendo il paragone con il precedente programma del 2012 dal libro ''L' humain d' abord'' (Prima l' umano) a ''L' ére du peuple'' (L' era del popolo), composto da contributi online dei sostenitori. Preso atto dell'aumento dell'orario di lavoro e sue modificazioni con la Loi Travail, Melenchon propone una sesta settimana di congedi pagati, una settimana di 35 ore senza ore supplementari e di 32 ore in caso di lavoro nocivo e rischioso o notturno: apparentemente attraente per molti lavoratori dipendenti. La cosa interessante é che, in caso, prima di vedere la luce, queste proposte dovrebbero passare innanzitutto da una <>. Si svela quindi, fin dall' inizio, la natura filo padronale di un programma che non fa che annullare e retrocedere su diritti sindacali, politici e sociali. Infatti si tratterebbe di misure dichiaratamente connesse ad una politica di <>, quella in cui si sono imbarcate molte direzioni sindacali confederali nell'ultimo quinquennato e che ha favorito una parte sola: quella dei grandi capitalisti francesi. Se questa fosse la via, cioè di un fantomatico gratificante accordo reciproco fra padroni e lavoratori, non bisogna illudersi: è sempre il tentativo borghese di propagandare ''la pace sociale''.
Entrando nel dettaglio rispetto al paragone fra le due campagne 2012 e 2017, si nota come le rivendicazioni di Melenchon siano gradualmente retrocesse da timbro progressista riformista a bisbiglio compiacente gli interessi della classe dominante. E' palese riguardo al salario minimo (SMIC): quando nel 2012 Melenchon rivendicava 1 700 euro, oggi diventano 1 326 netti; modesta rivendicazione rispetto ai 1 424 euro stimati per <> e ai 1 700 euro rivendicati dalla CGT!
Denunciare ciò come qualcosa di insufficiente, regressivo e controproducente non vuole denigrare la lotta minimale e transitoria alla precarietà, ma sottolineare come non vi sia corrispondenza con il contesto attuale di una gravità assoluta (fra inflazione, disoccupazione e licenziamenti di massa, etc.), dove é e rimane la borghesia la padrona: oltre all' andamento più che positivo del CAC 40, vi é appunto il caso dei vertici Renault Nissan, fra cui Carlos Ghosn che ha guadagnato, in chiusura bilanci 2016, 6,5 miliardi di euro!
Gli <> tradiscono il proprio nome anche nei confronti dell'argomento debito pubblico: da annullare parzialmente, in aggiunta alla creazione di un <>.
Riguardo a quest'ultimo poi, la diminuzione costante della francese imposta patrimoniale (ISF Impot sur la fortune) comporta un abbassamento del budget dello Stato, obbligandolo ad indebitarsi presso grandi banche, i cui rispettivi proprietari, che con gli interessi dello Stato si arricchiscono, sono gli stessi beneficiari della riduzione dell' imposta stessa! Quindi qual è la soluzione per Melenchon, se non quella di continuare a favorire le banche sottraendo il plusvalore prodotto dai lavoratori? Non vi é alcuna denuncia del meccanismo del << debito>>, astuzia del neoliberismo capitalista e quindi illegittimo e da abolire completamente, per lanciare invece una socializzazione del sistema bancario.
Nazionalismo e protezionismo, altri pilastri programmatici in salsa sciovinista repubblicana: un servizio civico obbligatorio <> o gli atteggiamenti xenofobi verso i lavoratori distaccati, sono una vera e propria incursione sul terreno dei politici più reazionari.
Nessuna spinta internazionalista e solidale, da parte dell'eurodeputato, verso rifugiati, lavoratori che fuggono dalle guerre e vivono in Europa in condizioni misere e indegne; anzi, a volte, anche pronunce contrarie all'apertura delle frontiere o alla libertà di installazione. Ancora peggio sulla Siria, dove l' unica direzione si rivela quella di proseguire nell'alimentare e supportare l' imperialismo francese e il suo esercito -<< costruire la pace in Siria>>. La conduzione da un punto di vista nazionale dell'analisi sulle guerre in corso e la presa di posizione a favore dell'una o dell'altra borghesia in lotta per l' egemonia in Medio Oriente: un programma populista costruito su basi filo imperialiste, neosovraniste e campiste. Prendere le parti delle Stato francese -dove gli abusi della polizia nelle banlieues arrivano fino all' omicidio, dove i militanti contro la Loi Travail perdono la vista nei cortei a causa di flashballs, tisers etc-, e considerarlo <>, sostenere che la polizia si debba <> senza smettere di aumentarne lo strapotere, é paradossale, é lontano anni luce dalla vita e dagli interessi delle classi popolari francesi. Anche dopo lo stupro di Théo da parte di un gruppo di poliziotti, Melenchon ha osato parlare di una polizia <>.
Uno stato che, sulle politiche economiche, deve essere espressione di un <>, favorito senza altro dall' uscita dall' UE, per la << sovranità>> dello Stato -nazione francese. Il protezionismo economico, caro non solo a Melenchon, ma anche al FN, si fa portatore della stessa logica: privilegiare le imprese francesi perché ciò permette di salvaguardare il lavoro in Francia.
L' esempio della Alstom Belfort é la prova di tale logica filo padronale: guadagnando un' enormità di profitti, la multinazionale ha minacciato la soppressione di 600 posti di lavoro con l' annuncio della chiusura del sito. I partigiani del protezionismo, allora, sono intervenuti a favore della nazionalizzazione: quella però del recupero dell'impresa <> previo grande indennizzo, ovvero soldi pubblici. Perché salvare Alstom con i soldi dei contribuenti, quando la si potrebbe mandare avanti con quelli degli azionisti? Perché l' <> che propone Melenchon, é quello con i capitalisti.

On contrattaque! Organizziamo la risposta!

La risposta in questo frangente può essere una sola: quella marxista rivoluzionaria presente nelle lotte, la sola in grado di esprimere la situazione della classe e quindi ribaltarla sul piano dei rapporti di forza nella lotta contro la borghesia. E contro quest' ultima, queste elezioni presidenziali vedono Nathalie Artaud di Lutte Ouvriere LO e Philippe Poutou del Nouveau Parti Anticapitaliste NPA schierati.
E perché la risposta sia più partecipata e meglio organizzata possibile, si sfruttano tutti i canali disponibili, perché la dominazione della borghesia reazionaria è tale che anche le elezioni presidenziali sono un corollario importante e, perché la demarcazione rispetto alle forze padronali sia la più chiara in assoluto, le elezioni diventano un mezzo in più a questo fine.

Philippe Poutou del Nouveau Parti Anticapitaliste è l' unico candidato operaio e anticapitalista presente in questa campagna, l' unico candidato alle presidenziali in lotta per difendere il proprio posto di lavoro. Poutou infatti è un militante sindacale che da anni si batte contro la chiusura dello stabilimento Ford di Blanquefort (33). Dal 2007 il colosso dell'automobile ha minacciato lo smantellamento della fabbrica, ma la mobilitazione costruitasi attorno alla forza dell' auto-organizzazione (grazie alla tenacia della CGT Ford) nel 2008 ha fatto sì che Ford fosse costretta a ritirare le minacce e a rilanciare nuovamente la produzione. Attualmente però sugli operai pesano nuove minacce: si prospetta un fermo dell' attività per la fine del 2018; ma i lavoratori, forti della passata esperienza, da gennaio stanno organizzando una serie combattiva di scioperi a scacchiera, sui turni, per filiera, blocchi autostradali e sit-in per costringere l' azienda a ritrattare. Nell'organizzazione della vertenza, Poutou si batte per difendere il proprio posto lavoro e gli altri 600 CDI che Ford vuole sopprimere nel 2018.
La candidatura di Poutou, poiché ricorda ai padroni la capacità e la forza della classe operaia che non lascia niente e vuole tutto, costituisce una grande minaccia per la classe dirigente che, nonostante i tentativi vari di boicottaggio, censura e allontanamento dalla scena mediatica, non può ignorare a lungo i bisogni e le rivendicazioni dei lavoratori, dei giovani, degli studenti, delle donne e dei precari che dall'anno scorso assediano i suoi palazzi.
Dopo cinque anni di politiche antisociali al servizio delle associazioni padronali e dei ricchi, i lavoratori non vogliono più subire passivamente licenziamenti, lavoro precario, salari da fame, sono stanchi di pagare la crisi del capitale. La candidatura di Poutou, lontana da ogni personalismo reazionario, irrompe nello scenario elettorale borghese per rovinare i piani padronali di imposizione della pace sociale, ed é una voce militante in più dei lavoratori organizzati, degli scioperi diffusi, degli studenti e dei migranti e il programma infatti lo conferma e ribadisce: quelle erano e sono le rivendicazioni del movimento contro la Loi Travail.
La realtà dello stato attuale delle cose le pone come imprescindibili.
A partire dall' interdizione dei licenziamenti attraverso l' espropriazione di tutte le aziende, tutti i settori e i gruppi che progettano di sopprimere posti, di fermare o mettere in atto dei piani di licenziamenti; l' accesso alle scritture contabili da parte dei lavoratori e dei giovani. Da settembre 2016 sono stati annunciati più di 40 000 licenziamenti entro la fine dell' anno stesso. Tutti i settori sono coinvolti: da SFR (5000) a Alstom, General Electric, Areva, IBM, Intel, Servier, Société Générale, Sanofi, Vallourec, Michelin, Latécoère, Carrefour. I padroni li chiamano con diversi nomi: <>, <> o ancora <>, ma la miseria che vi si cela ò la realtà per moltissimi lavoratori. La lista cresce poi con la tecnica, ormai rodata nelle aziende, delle pressioni per le <>, pena il licenziamento in tronco. Dal 2008, con la messa in atto della <>, sono circa 320 000 i contratti che in media vengono interrotti ogni anno, senza contare quelli meno visibili perché a seguito di ''accordo reciproco''. In Francia si verificano una cosa come 55 000 licenziamenti al mese, dei quali il 75% per <>. Conseguentemente i licenziamenti formalmente economici sono sempre meno e questo favorisce le imprese in quanto il numero delle impugnazioni continua a diminuire a causa dell'innalzamento dei costi delle procedure, a fronte poi delle sempre più scarse possibilità di vittoria. Avere accesso alle scritture contabili costituisce così un aggiunta programmatica necessaria affinché i lavoratori minacciati conoscano lo stato reale delle imprese, sempre nell'ottica di strutturare al meglio la mobilitazione dentro e fuori il luogo di lavoro.
In una società capitalista dove la maggioranza di persone può fare affidamento solo sulla propria forza lavoro per vivere, perdere l' impiego comporta l' impossibilità di pagare un affitto o un mutuo, di mangiare, di scaldarsi o di spostarsi, ovvero di, come minimo, sopravvivere: in Francia a fine 2016 si registravano 25,8 milioni di impiegati di cui 3 milioni di lavoratori indipendenti e 22, 9 milioni di lavoratori dipendenti. Questo implica così che, masse di salariati, siano oggi lavoratori poveri costretti a dover accettare più di un lavoro per avere un' entrata sufficiente ad arrivare a fine mese, accrescendo il precariato (infatti il 13% degli impieghi, cioè 3, 4 milioni di persone, sono in un grave stato di precarietà). In ciò non può che dimostrarsi ulteriormente la necessità di portare avanti istanze rivoluzionarie poiché in rottura con l' esistente, e realistiche poiché unica reazione alla gravità della stato delle cose, per rovesciare i rapporti di forza attuali in favore della classe operaia.
Le lotte non mancano come non manca la repressione, e quello che è successo a Goodyear Amiens ne è la prova: mobilitati da anni contro la continua minaccia d' arresto della produzione, in un clima che aveva causato più suicidi e sparso disoccupazione, otto fra gli organizzatori della vertenza sono stati accusati di sequestro di persona (di un rappresentante del datore presentatosi nel corso di regolare assemblea sindacale), per poi vedersi assegnare pene altissime, carcere compreso. Mentre quindi i vari Fillon, Macron e Le Pen, invischiati in affari di nepotismo, appropriazione indebita di soldi pubblici per fini personali etc., rifiutano di comparire davanti alla giustizia, gli operai vengono incarcerati per aver difeso il proprio impiego; come i liceali che difendono la scuola pubblica si fanno notti in commissariato e comparizioni immediate per un sit in...
Sono circa 2000 i processi in corso contro militanti sindacali, giovani e attivisti per essere scesi in piazza contro la Loi Travail!
Contro la massima padronale <> e contro la giustizia borghese, il programma dell'NPA , il cui portavoce è un operaio in lotta come la maggioranza in questo paese, non può che rilanciare e ribadire con forza i bisogni della classe operaia: interdizione dei licenziamenti, espropriazione delle grandi industrie e controllo operaio della produzione, accesso ai bilanci e ai conti degli azionisti CAC 40, amnistia per tutti gli accusati... Per l' abrogazione della Loi Travail e il suo mondo!
E contro qualsiasi tipo di demagogia protezionista e nazionalista d' aiuto ai padroni, contro la disoccupazione e la povertà crescente, Poutou e l' NPA si battono per la ripartizione del tempo di lavoro esistente fra tutti e tutte, per una giornata lavorativa di 32 ore, per l' assunzione a tempo indeterminato dei precari, per uno SMIC (salario minimo) di 1700 euro al mese come minimo.
E la presentazione del Nouveau Parti Anticapitaliste è fondamentale in vista del rovesciamento dei rapporti di forza a vantaggio della classe operaia, a maggior ragione nel clima attuale di grande precarietà; rovesciamento possibile solo sfruttando ogni mezzo capace di incitare e costruire una classe organizzata nell'azione. La mobilitazione contro la Loi Travail, come la resistenza messa in atto a Notre- Dame- des- Landes ad esempio, dimostrano che questa è la realtà, gli utopici sono quei candidati come Le Pen del FN che pretendono di avere un programma sociale in assenza di proposte concrete sull'aumento dei salari, delle pensioni o della disoccupazione e additano gli immigrati come nemici e non il padronato francese, del quale sono i primi difensori e promotori.
In tale scenario, solo Poutou sta portando avanti una campagna concretamente in rottura con il capitalismo, per contribuire a costruire una rappresentazione politica per gli sfruttati, per il mondo del lavoro.
Per questo sostenere la necessità di un sistema sanitario 100% pubblico con prestazioni esclusivamente e interamente a carico della Sécurité sociale, è imprescindibile insieme alla fine delle privatizzazioni dell' intero settore pubblico e alla soppressione di tutte le mutue private; come è fondamentale ribadire la libertà di circolazione e d' installazione per i migranti e i rifugiati; la fine dell'intervento militare imperialista francese con il ritiro delle sue truppe, in Medio Oriente (dove il capitale francese difende i suoi interessi, es. Total) come altrove; la fine dello stato d' emergenza (che Hollande dal novembre 2015 ha prolungato cinque volte) insieme al disarmo della polizia (in particolare tiser e flashball) e la dissoluzione delle BAC che spadroneggiano nei quartieri popolari; una rottura internazionalista con l' UE, per un' altra Europa basata sulla solidarietà fra i popoli contro lo sfruttamento e tutte le oppressioni; la fine del nucleare e una pianificazione energetica reale per fermare la degenerazione climatica; eguaglianza fra tutti e tutte, uomini e donne, nell'accesso alla salute (per un' IVG libera e gratuita e il libero accesso alla contraccezione), al lavoro, ad un alloggio; la nazionalizzazione delle banche sotto controllo dei lavoratori.
Nel quadro francese dove il machismo colonialista rimane una costante nelle pratiche quotidiane e nella sostanza, poi un' opposizione anticapitalista e antirazzista nei confronti di tutti i tipi di discriminazione è una rivendicazione ineluttabile: a partire dall'estensione degli stessi diritti per tutte e tutti, in sostegno alle lotte dei sans -papiers, ai rifugiati a causa delle guerre imperialiste, perché la lotta contro l'islamofobia (v. es. campagna contro il burkini iniziata dal governo socialista) e il razzismo sia una battaglia di classe. Infine ciò si collega strettamente ad un' altra rivendicazione importante: la fine dello stato d' emergenza che ha criminalizzato un intero movimento sindacale e incoraggiato gli abusi della polizia sulla classe operaia dei quartieri, spesso originaria delle ex -colonie.

Nos vies, pas leurs profits! Le nostre vite, non i loro profitti!

Un programma anticapitalista non piace alla classe dirigente, quella dei grandi partiti, dei media, delle alte amministrazioni, del padronato. I lavoratori possono contare solo sulle proprie forze per portare avanti le proprie rivendicazioni con tutti i mezzi a loro disposizione.
Questa candidatura rompe e si oppone alla funzione presidenziale, contro tutti i professionisti della politica che con la nostra classe non hanno nulla a che vedere.
Al contrario, si tratta di una candidatura che ribadisce che la sola possibilità di vincere parte dalla discussione collettiva, dall'unità della classe. Nelle mobilitazioni non si elegge qualcuno per essere rappresentati cinque anni, ci si auto-organizza confrontandosi costantemente per decidere come continuare. La candidatura di Philippe Poutou costituisce una maniera in più affinché la classe si doti di strumenti utili alla difesa dei propri interessi e riesca ad imporre le proprie rivendicazioni. La presentazione di un operaio, il solo fra tutti gli altri candidati, spiegando che bisogna unire le lotte, permette di intravedere un altro avvenire.

Notre premier tour sera...social!
22 aprile 2017: Prepariamo la risposta, costruiamo il primo turno sociale!

Oggi più che mai i lavoratori non possono aspettarsi nulla dalle elezioni, ma è nelle lotte che, attraverso l' unità, possono organizzare una vera risposta al padronato. Per questo l' avanguardia larga nata la scorsa primavera sprona ad una sola cosa: la convergenza delle lotte. Il grande sciopero del 7 marzo 2017 (CGT- FO- SUD) che ha visto scendere in piazza lavoratori della sanità, centri per l' impiego e poste contro tagli, licenziamenti e privatizzazioni, lo dimostra nella pratica e nell' efficacia: 35000 persone solo a Parigi.
E infatti è sulla spinta dell' auto-organizzazione che SUD -Solidaire, SUD -POSTE 92, INFO' COM - CGT, CGT -GOODYEAR e le frange sindacali che si oppongono alla devastante politica di dialogo sociale portata avanti dagli apparati acriticamente, hanno avviato un percorso di intervento nelle mobilitazioni e in larghi settori per portare avanti la parola d' ordine della solidarietà, dell' unità e della coordinazione. Ma in primis quella dello sciopero generale: infatti dal 15 settembre 2017, ultima manifestazione contro la Loi El Khomri, le avanguardie più combattive non vogliono abbandonare la battaglia contro le politiche reazionarie e regressive del padronato e, in questi mesi, stanno costruendo la risposta con il proposito dello sciopero generale, il solo mezzo veramente in grado di affossare la classe dirigente.
Da un settore dell' avanguardia politica -fra i primi promotori i nostri compagni di Anticapitalisme&Révolution- courant NPA- e sindacale, questo appello inizia ad avere un' eco massiva e generale per ricostruire un pole ouvrier, un polo operaio, prova ad esempio anche la partecipazione degli studenti accanto ai lavoratori il 7 marzo.
Il 22 aprile 2017, alla vigilia del primo voto, un appello all' unico vero turno della classe operaia: quello sociale, nelle piazze, nelle vertenze, nell'auto-organizzazione! Fondamentale convergere e raggruppare le forze come sola misura per un rovesciamento dei rapporti di forza contro il capitale... Per la costruzione del primo turno sociale prima, durante e dopo le elezioni!

La borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che devono darle la morte; ha prodotto anche gli uomini che le imbracceranno
Engels, Marx. Il Manifesto del Partito Comunista







Marta Positò