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Le elezioni in Sardegna e la capitolazione della sinistra


 Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista come ruote di scorta dei poli borghesi

Le elezioni regionali in Sardegna hanno registrato una sconfitta politica di Giorgia Meloni. Sul terreno strettamente elettorale le liste della destra hanno persino ampliato la propria percentuale di voto rispetto al risultato delle elezioni politiche del 25 settembre 2022. Ma l'impopolarità del candidato Paolo Truzzu, in particolare a Cagliari, ha zavorrato la coalizione trascinandola nel burrone.
Giorgia Meloni si era intestata sia il candidato sia la campagna elettorale, con punte di esibizione macchiettistica nella volata finale. La sconfitta di Truzzu è dunque a suo carico. Investe le relazioni interne alla destra e intacca l'immagine pubblica della premier. Meloni cerca naturalmente di minimizzare la valenza del risultato. Salvini ne approfitta per rilanciare la carta del terzo mandato per Zaia e i governatori del Nord, cercando di sopravvivere alla disfatta del proprio progetto di Lega Nazionale (“Per Salvini premier”). Nessun immediato terremoto in vista, beninteso, ma le acque della coalizione si increspano, in attesa del voto in Abruzzo.

La coalizione tra PD, M5S e Alleanza Verdi-Sinistra ha capitalizzato il tonfo di Truzzu. La candidata pentastellata Alessandra Todde ha beneficiato di un voto più largo di quello della sua coalizione, non senza l'apporto del voto disgiunto targato Lega e Partito Sardo D'Azione.
Il successo politico è stato in ogni caso superiore al successo elettorale. Non ha risolto né poteva risolvere le contraddizioni che attraversano il centrosinistra su scala nazionale, a partire dalla lotta tra PD e M5S per l'egemonia. Ma ha rafforzato Schlein all'interno del PD, disarmando per il momento i malumori interni sul terzo mandato, ed ha legittimato ruolo e ambizioni di Conte.
L'apertura di Calenda al centrosinistra dopo il fallimento dell'operazione Soru è un ulteriore portato del risultato sardo. L'alleanza borghese di liberalprogressisti, liberalconfindustrali e pentastellati rafforza in prospettiva la propria candidatura all'alternanza, in una logica bipolare. È, in prospettiva, un possibile governo di ricambio del capitalismo italiano, in un quadro NATO ed europeista. Il sostegno di PD e M5S alla missione navale nel Mar Rosso, in appoggio allo Stato sionista, riassume la loro natura.

Ciò che invece le elezioni sarde confermano impietosamente è l'assenza di una sinistra autonoma e alternativa ai poli borghesi.
Sinistra Italiana, in compagnia dei Verdi, rafforza il proprio ruolo di ancella subalterna del polo borghese liberale. L'unica vera preoccupazione di Fratoianni era di essere svuotato elettoralmente dall'effetto Schlein e di essere dunque scaricato dalla prossima coalizione di governo. Il 4% e rotti lo ha rassicurato su entrambi i fronti, come il fatto che Calenda non ponga problemi circa la presenza di Alleanza Verdi-Sinistra (AVS) in coalizione. La larga intesa in Abruzzo da AVS a Calenda, e persino a Italia Viva di Renzi, è in questo senso per Fratoianni un successo strategico.

Quanto a Rifondazione Comunista si è coalizzata con... Azione e +Europa di Emma Bonino attorno alla candidatura del padrone di Tiscali Renato Soru. Per noi nessuna meraviglia. Rifondazione Comunista è stata nella giunta di Renato Soru dal 2004 al 2009. Il suo segretario regionale ha rivendicato pubblicamente non a caso l'esperienza di governo con Soru per tutta la campagna elettorale, ringraziando Soru per il riconoscimento di Rifondazione. Il fatto che Soru, in perfetta coerenza con la propria natura padronale, abbia fatto una campagna elettorale denunciando il reddito di cittadinanza come assistenziale, col plauso naturale di Calenda e Bonino, non ha turbato Rifondazione. L'importante per Rifondazione era il proprio riconoscimento da parte di Soru. Penoso.
Non meno penosa l'assenza di una sola parola sul sito nazionale del PRC circa le elezioni in Sardegna. Delle due l'una. O la scelta di Soru era condivisa (o comunque coperta) dalla Segreteria nazionale, e allora era corretto rivendicarla e intestarsela, oppure non lo era, e allora occorreva dissociarsi. Il silenzio è l'opportunismo peggiore, che i militanti del PRC non si meritano.

La battaglia per un partito indipendente della classe lavoratrice sulla base di un programma anticapitalista è l'unica vera risposta alla capitolazione della sinistra politica. Il PCL è oggi l'unico partito che si batte controcorrente, con coerenza, per questa prospettiva. Costruiamolo insieme.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il significato del 25 settembre

 


La vittoria della destra reazionaria postfascista. La necessità di un partito indipendente della classe lavoratrice

27 Settembre 2022

A fronte di un salto dell'astensione, particolarmente marcata nel Sud e nelle periferie urbane, la destra è l'indiscussa vincitrice delle elezioni del 25 settembre. La sua coalizione amplia considerevolmente la percentuale del 2018 (dal 37% al 44%) e consegue la maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere. Dunque si prepara a governare l'Italia.
Il fatto che a un secolo esatto dalla marcia su Roma gli eredi postfascisti di quella storia assumano le redini del governo è tristemente significativo. Non allude alla prossimità di un regime ma certo introduce una netta torsione reazionaria, contro diritti civili, democratici, sociali.

Fratelli d'Italia (26%) capitalizza il proprio ruolo di opposizione nel decennio, la presunta novità di Giorgia Meloni, le crescenti contraddizioni del blocco sociale leghista, ma soprattutto il vuoto dell'opposizione di classe negli anni cruciali della pandemia e della crisi sociale (per responsabilità preminente della burocrazia sindacale).
All'interno del centrodestra regge la ridotta di Berlusconi, nonostante la scissione dei ministri uscenti, mentre Salvini paga il prezzo del proprio coinvolgimento di governo. La pressione dei governatori del Nord per l'ingresso della Lega nel governo Draghi ha presentato il conto al segretario della Lega, che dentro la vittoria del centrodestra è il grande sconfitto di queste elezioni (8,9%). Il fatto che Fratelli d'Italia abbia doppiato la Lega in Veneto misura simbolicamente l'entità della frana e la sua valenza politica. Vedremo se questo avrà ricadute nella vita interna della Lega.

Il Partito Democratico (19%) torna elettoralmente nei pressi del minimo storico del 2018, pagando la continuità del proprio ruolo di partito centrale dell'establishment nell'ultimo decennio. La linea ondivaga e indecifrabile della sua leadership, tra campo largo col M5S e asse draghiano con Calenda, ha ulteriormente appannato la sua immagine. L'impostazione bipolare della campagna elettorale (“O noi o la Meloni”) si è scontrata con l'assenza di una coalizione larga, mentre lo sventolio dell'agenda Draghi si è arenato nella rottura di Calenda.
È rimasto il profilo di un partito (formalmente) attento ai diritti civili ma sprovvisto di ogni proposta sociale appetibile, o anche semplicemente decifrabile, agli occhi della larga massa popolare. Un liberalismo borghese senza popolo, per di più gravato dall'eredità di tutto il peggio delle politiche di austerità e sacrifici. Ora la sconfitta elettorale ricadrà pesantemente sul PD, prevedibilmente diviso tra l'opzione di rilancio dell'asse liberale progressista col M5S e quella di un asse liberalconfindustriale col "terzo polo". Il ritiro annunciato di Letta in vista del prossimo congresso è solo l'inizio della valanga.

Il Movimento 5 Stelle (15,6%) ha realizzato una rimonta indubbia negli ultimi due mesi, rispetto al tracollo vissuto durante la legislatura. Il 32% del 2018 è naturalmente un ricordo lontano, ma il M5S ha riguadagnato il 15% su scala nazionale, il primato in diverse regioni del sud d'Italia, un pacchetto di collegi uninominali.
Conte ha capitalizzato diversi fattori tra loro combinati. Ha occupato lo spazio liberato a sinistra del PD dal corso draghiano di Letta, rivendicando la rappresentanza delle istanze sociali (reddito di cittadinanza, salario minimo). Ha investito nella propria riconoscibilità popolare di ex Presidente del Consiglio, a fronte del profilo algido e aristocratico di Mario Draghi. Ha beneficiato della scissione di Di Maio, rilanciando il mito di un ritorno alle origini, seppur corretto da una curvatura “di sinistra”. Ha soprattutto per questa via conquistato il M5S, marginalizzando progressivamente il ruolo di Grillo e assumendo la tolda di comando, ormai indiscusso, del Movimento.
Ora la sconfitta del PD e le sue contraddizioni laceranti offrono al M5S uno spazio di consolidamento del proprio risultato e della nuova collocazione, peraltro agevolato non solo dal PD ma dalla crisi della sinistra politica e della sua subalternità a un approccio civico democratico.

Il risultato complessivo delle sinistre politiche registra il perdurare della loro crisi, riflesso di una crisi del movimento operaio cui hanno concorso e concorrono in modo determinante.

Sinistra Italiana ha guadato la soglia del 3% ma dentro una coalizione col PD liberale, confermando il cordone ombelicale che la subordina a quel partito. Il suo ruolo parlamentare sarà quello di rilanciare il campo largo coi liberali e col M5S in chiave di “fronte popolare democratico”.
Sul versante opposto, il blocco di Rizzo con organizzazioni sovraniste reazionarie nell'illusione di un possibile approdo istituzionale ha conosciuto una netta sconfitta. Dell'operazione tricolore di Italia Sovrana e Popolare resta la destrutturazione del PC.
Unione Popolare, com'era prevedibile, ha mancato largamente l'obiettivo del quorum (1,4%). Attribuire l'esito esclusivamente ai tempi brevi delle elezioni significa mettere la testa sotto la sabbia. La verità è che tutta l'operazione è stata costruita lungo un cliché abbondantemente sperimentato: la vecchia illusione di poter riguadagnare una presenza parlamentare nascondendo la propria identità sotto i panni di una lista civica di cittadini democratici. La figura di De Magistris, come a suo tempo quella di Ingroia, ha simboleggiato l'operazione, dandole un carattere personalistico in questo caso ancor più marcato. La proposta insistita di un accordo col M5S era figlia di questa stessa impostazione. La suggestione di replicare l'operazione Mélenchon, al netto di ogni considerazione su quest'ultimo, prescindeva totalmente dalla diversità della dinamica di classe nei due paesi, affidandosi a un richiamo retorico privo di basi materiali.
Il tentativo ora di rilancio di Unione Popolare da parte di De Magistris per una «alternativa etica, culturale, sociale, economica e politica nelle istituzioni» nel nome di «una forza credibile e vera di sinistra, pacifista, ambientalista, per i diritti civili, che operi con rigore l’attuazione della Costituzione antifascista» conferma la continuità di una logica cittadinista, estranea alla centralità della lotta di classe e della rappresentanza del lavoro salariato.

Il nodo centrale resta questo, tanto più oggi: la costruzione di un partito della classe lavoratrice, indipendente da tutti i partiti borghesi, capace di ricondurre le lotte di resistenza a una prospettiva anticapitalista. È il partito che manca, l'unico di cui i lavoratori e le lavoratrici hanno bisogno.
La stessa astensione dal voto di ampi settori di salariati è la registrazione indiretta di un vuoto di rappresentanza. È questo il tema che il PCL ha posto in questa stessa campagna elettorale, anche laddove abbiamo potuto essere presenti, cioè alle elezioni del Senato in Liguria. Naturalmente non potevamo riempire noi con le nostre forze il vuoto enorme di rappresentanza del movimento operaio, tanto più in una sola regione. Siamo un piccolissimo partito, che in Liguria ha riportato un risultato assai modesto (anche se triplicato rispetto al 2018, passando da 1500 voti a 4380), ma siamo stati e siamo l'unica organizzazione che pone al centro della propria azione e proposta la ricostruzione di un partito del lavoro su un programma anticapitalista. E che da oggi rilancerà questa proposta nel vivo delle lotte contro l'annunciato governo a guida postfascista. Per la preparazione di un vero sciopero generale.

Solo un'irruzione sul campo della classe lavoratrice, con un ampio fronte unitario di massa, può alzare un argine contro il nuovo governo, allargare le contraddizioni del blocco sociale reazionario, capovolgere i rapporti di forza, aprire dal basso uno scenario nuovo. Il PCL sarà come sempre in prima fila nella ricostruzione di una opposizione di classe e di massa, per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

La casa e l'incendio

 


L'emergenza delle bollette e il balbettio delle sinistre

22 Settembre 2022

“Fuori la casa brucia, e nessuno riesce a spegnere l'incendio” (Il Sole 24 Ore). È una descrizione esatta dell'impasse borghese sul fronte bollette

LA RISSA IN EUROPA TRA I DIVERSI INTERESSI NAZIONALI

I governi capitalistici dell'Unione Europea si azzuffano a difesa dei rispettivi interessi nazionali. L'esatto opposto della rappresentazione sovranista di una UE onnipotente e compatta. Il famoso prezzo massimo del gas, imprudentemente annunciato con squilli di tromba, si arena sulla paura tedesca di una completa cessazione del rifornimento russo, sull'interesse della Norvegia a massimizzare l'incasso delle proprie forniture sempre più determinanti, sulla volontà dell'Olanda di preservare la centralità del mercato finanziario e della libertà di speculazione. Né si capisce a chi verrebbe applicato il tetto, se solo al gas russo o all'insieme dei fornitori. Nel primo caso, una nuova sanzione che può bloccare totalmente l'importazione dalla Russia, con grande scorno di Bonn. Nel secondo, l'incognita delle reazioni sul mercato globale dell'energia, col rischio di compromissione di tanti accordi nazionali di rifornimento sostitutivo, in Nord Africa e in Medio Oriente.

La risultante europea del braccio di ferro che si va profilando è al tempo stesso fumosa e indicativa. Sembra che i produttori di elettricità con altre fonti rispetto al gas avranno la possibilità di incassare sino alla quota di 200 euro a megawatt, devolvendo il resto a un fondo comune di “solidarietà”, non si capisce ancora da chi controllato e amministrato e con quale meccanismo di funzionamento. Fermo restando che i consumatori continueranno a pagare il prezzo pieno. I produttori gas oil (gas, carbone, petrolio, raffinerie) dovranno pagare solamente il 33% della quota dei loro profitti che eccede del 20% il tasso di profitto medio dell'ultimo triennio, quale “contributo temporaneo”.
In altri termini, i sovraprofitti giganteschi delle compagnie resteranno intatti almeno per due terzi, nel momento in cui precipita la crisi sociale e s'alza il vento di una recessione annunciata (senza contare il fatto che persino questa minimisura potrebbe saltare per via del principio dell'unanimità decisionale al posto della cosiddetta maggioranza qualificata).

In compenso gli stessi governi che non riescono a imporre un tetto ai prezzi prospettano misure concordate di razionamento. I lavoratori e le lavoratrici del continente pagheranno dunque due volte: con la perdita secca e ulteriore del proprio salario, e con la nuova austerità dei consumi. Nei fatti vengono chiamati a pagare l'intreccio inestricabile della dipendenza capitalistica dalle energie fossili; degli effetti della guerra economica tra imperialismi NATO e imperialismo russo, con l'inevitabile trascinamento delle controsanzioni; della speculazione del capitale finanziario sulle fonti energetiche liberalizzata dalle nuove regole del 2013 (che allineano al prezzo più alto le altre fonti). È il cappio che l'Unione dei capitalismi europei stringe al collo dei proletari del continente.


IL FRONTE INTERNO DELLE BOLLETTE. CHI PAGA?

L'impasse della “soluzione europea” si riverbera sul fronte interno italiano, con le complicazioni aggiuntive della crisi politica e della campagna elettorale.

Tutti gli attori politici evocano oggi un blocco nazionale delle bollette, ma si guardano dal dire a chi presentano il conto dell'operazione.

La tassa del 25% sugli extraprofitti è stata semplicemente respinta dalle grandi compagnie. Persino sul terreno legale. I dieci miliardi contabilizzati per finanziare la miseria della riduzione di 30 centesimi sulla benzina e l'elemosina dei 200 euro una tantum si sono ridotti a un miliardo. Nel migliore dei casi potranno raddoppiare o forse triplicare. Ma almeno due terzi del gettito verranno mancati.
Un alto funzionario dello Stato, naturalmente anonimo, confida a La Stampa (14 settembre) che le imprese in questione «hanno pagato un prezzo in Borsa» per questa vicenda e che dunque non si può torchiarle ulteriormente, se si vuole tutelare la libertà del mercato e della concorrenza. Un dolore davvero commovente per chi ha intascato 40 miliardi di extraprofitti in sei mesi.
Quanto all'indagine della Procura di Roma a seguito dell'esposto (elettorale) di Sinistra Italiana, l'unica cosa certa è... la richiesta di informativa rivolta alla Guardia di Finanza. «Non ci sono indagati e il procedimento non prevede un reato», precisa La Stampa. L'evasione fiscale dichiarata dei grandi gruppi capitalistici resterà dunque impunita, a differenza di quella dei poveracci. Oltre al fatto che l'accordo di Sinistra Italiana col PD (che Bonelli chiarisce “è di governo”) condanna al binario morto l'operazione pubblicitaria.

Dunque? Se bisogna bloccare le bollette, e gli extraprofitti sono di fatto risparmiati, la coperta davvero si fa corta. E investe la natura stessa dell'operazione.
Le organizzazioni padronali chiedono al governo di provvedere a coprire i propri costi energetici: se le risorse sono poche siano destinate alle imprese, in particolare del settore energivoro. Alle famiglie si penserà in futuro. Confindustria si è coperta su quel fronte con la proposta dell'abbattimento del cuneo fiscale, subito recepita da tutti i partiti borghesi (e non solo). Una mensilità in più in busta paga attraverso il taglio dei contributi previdenziali... scaricata sulla fiscalità generale o sul taglio delle spese sociali. In entrambi i casi sui lavoratori. È il modo con cui i padroni vogliono scongiurare le rivendicazioni salariali trascinate dal caro bollette. Il fatto che tutti a sinistra convergano sul “taglio del cuneo”, rimuovendo la battaglia salariale, misura la loro subalternità non solo al sistema capitalista ma all'operazione truffaldina del padronato. Oltre che alla burocrazia sindacale.

Detto questo, i partiti borghesi non sanno come conciliare la propria fedeltà al padronato con la logica delle promesse elettorali, e le proprie promesse elettorali con lo scenario drammatico d'autunno. Tutti propongono un'ulteriore detassazione dei redditi da capitale. Le destre annunciano la flat tax (al 15%, al 23%, sul reddito incrementale...), il M5S l'abolizione totale dell'Irap (che finanzia la sanità pubblica), il PD la continuità delle decontribuzioni per i nuovi assunti... Con quali risorse allora finanziare il blocco bollette?


LA TRUFFA DELLO SCOSTAMENTO DI BILANCIO O DELL'EXTRAGETTITO IVA

La Lega e il M5S propongono uno scostamento di bilancio, cioè un nuovo indebitamento pubblico col capitale finanziario da ripagare alle banche con tanto di interessi (oggi assai maggiorati). Si tratta non di una misura sociale, come provano a rappresentarla, ma di un nuovo carico sul lavoro salariato, su pensioni, sanità, istruzione, lavoro. Il fatto che Sinistra Italiana e persino Unione Popolare aprano allo scostamento di bilancio dimostra la loro incapacità di uscire da una logica di governo borghese dell'economia capitalista.

Ma fare oggi nuovo debito pubblico è un problema paradossalmente per lo stesso Stato borghese. Nel momento del rialzo dei tassi, di un arresto dell'acquisto titoli da parte della BCE, del negoziato sul nuovo Patto di stabilità, del minacciato tetto massimo di titoli di Stato nel portafoglio delle banche, dell'annunciato rientro dall'enorme indebitamento aggiuntivo accumulato a partire dalla pandemia, fare nuovo debito rappresenta obiettivamente un'incognita per il capitalismo italiano. Se i creditori, non sentendosi garantiti, cominciassero a disfarsi dei titoli italiani o semplicemente cessassero di acquistarli, lo Stato dovrebbe offrire alle banche interessi sempre più alti alimentando una spirale rischiosa. Da qui la ritrosia di Draghi e, a rimorchio, della stessa Meloni, a imboccare questa strada. Chi governa oggi, chi probabilmente domani, non vuole avventurarsi in un mare ignoto.
Peraltro Meloni sa bene che fare uno scostamento di bilancio al piede di partenza della legislatura significherebbe bruciare ogni spazio residuale di manovra per finanziare le promesse elettorali. Meglio non sparare tutte le cartucce al primo colpo. Il nuovo debito resta dunque l'ultima ratio in caso di necessità. La conclusione cui pervengono non a caso PD, Calenda e... De Magistris.

Ma allora chi paga? Due sono le voci reclamizzate.

La prima è il cosiddetto extragettito fiscale, cioè i maggiori incassi dell'IVA grazie all'inflazione. Che è come dire che l'inflazione ammazzasalari diventa la fonte di finanziamento del blocco tariffe. Una sorta di partita di giro. E siccome il blocco riguarderà soprattutto i costi energetici delle imprese, si tratterà di un nuovo trasferimento di ricchezza a vantaggio dei profitti e a spese dei salariati, mentre le imposte indirette, per loro natura regressive (paga di più chi ha di meno) resteranno intatte e semmai verranno accresciute.

La seconda è inevitabilmente la spesa sociale. Lo è ovunque. In Francia Macron finanzia le misure anti-inflazione col rilancio dell'attacco alle pensioni. In Gran Bretagna il grande investimento sul fronte bollette (per un valore di 180 miliardi di euro) è finanziato sia col nuovo indebitamento pubblico sia col taglio verticale delle protezioni ambientali. In Italia? Entrano nel mirino il misero reddito di cittadinanza, la spesa sanitaria (che cala da qui al 2026 in relazione al PIL), il sistema pensionistico (dove nessun partito borghese mette in discussione il ritorno secco alla legge Fornero, salvo forse definire una finestra di uscita anticipata con la pensione tagliata). Mentre si riapre la stagione della spending review a caccia di detrazioni e deduzioni da eliminare, non a caso falcidiate da tutte le ipotesi di flat tax.


PER UN PROGRAMMA D'EMERGENZA DELLA CLASSE OPERAIA

È necessario allora contrapporre alle “soluzioni” borghesi una soluzione proletaria del problema. Inevitabilmente anticapitalista e basata sulla mobilitazione.

Il blocco delle tariffe di gas luce benzina dev'essere immediato, ed esteso ai beni alimentari.
Va finanziato con la requisizione forzosa, immediata, integrale, dei 40 miliardi degli extraprofitti delle compagnie energetiche, che vanno nazionalizzate senza indennizzo e poste sotto controllo sociale; con la requisizione degli extraprofitti non meno sostanziosi accumulati dalle banche, dalle assicurazioni, dall'industria farmaceutica, dall'industria militare, dalla stessa industria alimentare; con una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco (quattromila grandi patrimoni finanziari sopra il milione di euro) che procurerebbe 400 miliardi, il doppio di quanto offerto a debito dal Recovery plan.

Va aperta una grande battaglia per l'aumento dei salari, che si metta sulla scia delle lotte salariali emergenti in Gran Bretagna, in Francia, negli Stati Uniti, con la richiesta di un aumento netto di 300 euro, e la riconquista della scala mobile dei salari. Oggi siamo in presenza della rincorsa tra prezzi e profitti: va spezzata col recupero dei salari.

Va sviluppato un grande piano di investimento nelle energie rinnovabili, non affidato al libero gioco degli incentivi di mercato ai privati ma programmato dallo Stato. L'investimento pubblico concentrato nell'enorme potenziale dell'eolico e del solare garantirebbe oltretutto tempi più brevi e certi di qualsiasi alternativa fossile, e contrasterebbe la logica suicida del puro rimpiazzo del fossile col fossile, lungo una china distruttiva. La cancellazione del debito pubblico verso le banche, con la loro relativa nazionalizzazione, assieme all'abbattimento delle spese militari, darebbe alla svolta ecologica il necessario sostegno finanziario. Altro che scostamento di bilancio.

Queste misure non sono compatibili con l'attuale ordine borghese. Ma sono al tempo stesso necessarie se si vuole realizzare una svolta vera. Per questo vanno incorporate alla battaglia d'autunno che si prepara. All'emergenza invocata dal padronato va contrapposto un programma di emergenza della classe operaia.

La lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici è l'unica vera risposta alla crisi delle bollette. Oltretutto l'unica via per strappare, cammin facendo, risultati parziali. Rinunciare a questa prospettiva anticapitalista significa rassegnarsi alla logica dei rattoppi, che serve solo a preservare il vecchio mondo proprio nel momento della sua rovina.

Partito Comunista dei Lavoratori

Perché non possiamo indicare il voto per Unione Popolare

 


Lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC e di PaP

Care compagne e compagni,

questa lettera è per voi, non per altri. Perché a voi ci legano tante battaglie comuni.

Come sapete il PCL cerca sempre di essere presente alle elezioni per presentare il proprio programma rivoluzionario, ciò che non contraddice la ricerca della massima unità d’azione a sinistra sul terreno della lotta di classe. Tuttavia, in questo caso una normativa particolarmente reazionaria ci ha impedito di essere presenti come in altre occasioni, con l’eccezione della Liguria al Senato. In passato, nei casi di assenza obbligata dalla competizione elettorale, abbiamo spesso espresso un appoggio, sia pure critico, a liste della sinistra riformista. Ma in questo caso non riteniamo vi siano le condizioni per tale scelta.

Naturalmente respingiamo ogni ipotesi di sostegno alle liste di sinistra che oggi si presentano in coalizione col PD liberal-borghese (Sinistra Italiana) o in blocco rossobruno con destre sovraniste (come il partito di Rizzo). Pensiamo anzi che la denuncia di questa scelte debba rappresentare una occasione di chiarificazione.

Ma non per questo possiamo fornire un appoggio critico ad Unione Popolare. Unione Popolare si presenta come l’ennesima riedizione di una lista civica progressista in cui la sinistra classista (PRC e PaP) finisce col nascondersi. In passato fu Ingroia. Oggi è De Magistris. La logica ci pare immutata: la ricerca di un “rispettabile” esponente istituzionale o ex istituzionale di natura piccolo-borghese cui affidare la propria speranza di tornare in Parlamento. Nel caso di De Magistris la scelta ci pare ancor più subalterna che in passato. Perché l’unico scopo di De Magistris è costruire un proprio partito personale usando PRC e PaP come manovalanza elettorale. La disponibilità dei gruppi dirigenti di PRC e PaP ad assecondare questo disegno ci pare profondamente negativa. Ed oltretutto senza alcuna credibile aspettativa di superare il 3%.

La ricerca da parte di PRC e De Magistris di un accordo col M5S sino all’ultimo minuto non è stata un incidente, ma l’espressione di un’impostazione “cittadinista” di tipo democratico, estranea alla centralità del lavoro. Un’impostazione che di fatto si è resa disponibile a mascherare la natura stessa del grillismo nel momento del suo tracollo, sino ad accordarsi col partito più governativo di tutta la legislatura: firmatario dei decreti infami di Salvini, dell’aumento delle spese militari, del travaso di miliardi nel portafoglio delle imprese. È vero che Potere al Popolo non ha condiviso la proposta di accordo col M5S. Ma purtroppo non ha messo in discussione l’impostazione politico-culturale da cui quella proposta nasceva. Né il tentativo di recuperare la polemica contro il M5S negli ultimi giorni annulla il disastro della proposta iniziale di alleanza. Semmai cerca di rimontarne gli effetti.

Certo, il programma su cui Unione Popolare si presenta elenca diverse rivendicazioni progressiste, come fa ogni programma riformista. Ma appunto le subordina all’ennesima illusione di un possibile governo progressista del capitalismo. I riferimenti a Podemos, che con quattro ministri siede nel governo spagnolo, sono in continuità coi passati riferimenti al governo Tsipras. In entrambi i casi l’illusione riformista è stata schiaffeggiata dalla realtà. Nel caso di Tsipras dalla continuità delle politiche della troika. Nel caso di Podemos dalla permanenza delle politiche di respingimento dei migranti e dell’aumento delle spese militari. Quanto al mito di Mélenchon – ex ministro del governo Jospin e in quanto tale bombardatore di Belgrado – va osservato che pur di accordarsi col Partito Socialista ha rinunciato a rivendicare la rottura con la NATO. E che il suo sovranismo di sinistra, ostile alle bandiere rosse, non promette nulla di buono, al di là delle affabulazioni retoriche.

Il punto è che se la prospettiva rivoluzionaria è ritenuta impossibile l’unico orizzonte resta il governo del capitalismo. E questa prospettiva non riguarda il futuro, ma il presente. Un solo esempio. Cercando in tutte le sedi di mostrarsi uomo di governo nell’ambito delle istituzioni di questo Stato, De Magistris imprime alla campagna elettorale un taglio governista che scavalca a destra il programma di UP. Su il manifesto (20 agosto) dichiara che una volta in Parlamento UP potrebbe rendersi utile per la formazione di un futuro governo “se ci saranno condizioni per essere determinanti”.

Con chi se non col PD e il M5S? Inoltre, l’ex sindaco curva in chiave compatibilista le stesse proposte sociali. Sul caro bollette (3 settembre) rivendica “lo scostamento di bilancio”, alla coda del M5S. Ciò che significherebbe far nuovo debito pubblico a carico dei salariati. Un governismo esibito come prova di “concretezza” rivela in realtà l’equivoco di fondo di una impostazione.

L’equivoco peraltro è figlio del passato. Negli ultimi 30 anni il PRC è stato nell’area di governo per quattro anni complessivamente (coi due governi Prodi), Rizzo per ben sei anni (aggiungendo i governi D’Alema e Amato). Il solo PRC ha votato il lavoro interinale, il record di privatizzazioni in Europa, le leggi antimmigrazione Turco-Napolitano (con il blocco navale verso l’Albania, sino all’affondamento in mare di una nave di profughi con oltre 100 morti), la massima detassazione dei profitti di banche e imprese (IRES passata dal 34% al 27,5% nella finanziaria del 2007) e diversi rifinanziamenti delle missioni di guerra. “Errori” di cui si è fatto ammenda? No, sostegno all’avversario di classe contro la propria classe di riferimento. Il crollo della sinistra politica tra i salariati, e lo sfondamento populista che ne è seguito, hanno questa precisa radice. E hanno finito col colpire tutti. Anche chi quelle politiche le contrastò con forza, come nel caso del PCL.

Non pensiamo al passato, guardiamo al futuro” si obietta spesso. Ma se non si fa un bilancio della storia si è condannati a ripeterla. Del resto, tutti noi giustamente elenchiamo le responsabilità passate del PD e dei partiti borghesi (pensiamo agli ex dalemiani) contro ogni loro tentativo di camuffarle. Perché non applicare lo stesso metodo anche al bilancio della sinistra classista? Non è da comunisti usare due pesi e due misure.

La nostra scelta elettorale per tutte queste ragioni è l’astensione. Ciò non significa per parte nostra ignorare il fatto che molti di voi, magari condividendo in parte la nostra critica, intendano votare UP in contrapposizione ai partiti borghesi, cercando in UP uno strumento di replica all’avversario nel contesto dato. Non condividiamo questa illusione, ma la comprendiamo.

Tuttavia, vi chiediamo quantomeno di non votare le liste di UP laddove siano capeggiate, come capilista, o dall’ex sindaco De Magistris (e dai suoi sodali di DemA) o dall’ex ministro Paolo Ferrero. Nel primo caso perché De Magistris e la sua area impersonificano la scelta aclassista di Unione Popolare al suo massimo livello. Nel secondo caso perché Paolo Ferrero ha condiviso e gestito al massimo livello di responsabilità le misure antioperaie del governo Prodi in quanto ministro di quel governo, ed è espressione particolarmente negativa di ipocrisia riformista tra quanto si afferma e quanto si fa. Pensiamo che, in ogni caso, il voto di un comunista non possa e non debba rivolgersi a loro.

Come sapete, la nostra critica non significa in alcun modo rifiuto del confronto e dell’unità d’azione su obiettivi comuni sul terreno dell’azione. Al contrario, nei limiti delle nostre forze l’abbiamo sempre ricercata e praticata contro ogni forma di settarismo. Ma l’unità d’azione non esclude la chiarezza, che è anche una forma di rispetto.

Nella chiarezza vi diciamo che oggi manca una rappresentanza politica del lavoro salariato che il lavoro salariato possa riconoscere come tale. Questo è l’enorme vuoto dello scenario politico, allargato dal suicidio del PRC tra il 2006 e il 2008, che le diverse sinistre non solo non affrontano ma concorrono a preservare. Sia quelle che si subordinano a forze borghesi, sia quelle che si nascondono dietro panni civici.

Non è certo il PCL oggi con le sue forze che può colmare questo vuoto. E neppure l’alleanza elettorale che avevamo proposto in questa occasione straordinaria a diverse sinistre classiste, anticapitaliste, internazionaliste, purtroppo da queste declinata.

Ma oggi solo il PCL pone con forza l’esigenza di un partito della classe lavoratrice e di un programma d’azione anticapitalista, fuori e contro ogni illusione riformista. È questa l’esigenza che solleveremo in ogni mobilitazione, a partire dalle battaglie di autunno. Assieme alla proposta del più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche e sindacali.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro tutti i partiti borghesi

 


Manca una voce indipendente della classe lavoratrice

11 Settembre 2022

Volantino del PCL sulle elezioni politiche del 25 settembre

Il Partito Comunista dei Lavoratori non sostiene alcun partito o lista per le elezioni politiche del 25 settembre. Denuncia le condizioni particolarmente antidemocratiche e vessatorie, in fatto di raccolta firme in pieno agosto, che hanno precluso la nostra partecipazione (con l’eccezione della Liguria al Senato). Denuncia una scelta di calendario elettorale dettata esclusivamente dalla volontà di predisporre in tempi brevi il nuovo governo del capitale finanziario.

Siamo contro i partiti e schieramenti borghesi che si contendono il governo della stessa classe. Quella classe capitalista che insieme o in alternanza hanno tutti servito negli anni e nei decenni.

Siamo contro una destra reazionaria, oggi guidata dagli eredi in doppiopetto dell’estrema destra italiana, che vuole l’ulteriore detassazione dei ricchi a carico dei salariati e dei servizi sociali, l’inasprimento delle misure forcaiole contro gli immigrati, una nuova restrizione dei diritti democratici, il più libero saccheggio dell’ambiente, una riforma istituzionale che rafforzi il potere esecutivo in senso plebiscitario (presidenzialismo). Una destra legata ai sovranismi nazionalisti più reazionari d’Europa (Polonia, Ungheria, Russia), e che al tempo stesso cerca di ingraziarsi la benevolenza del capitale finanziario per ottenere semaforo verde. Come in passato. Come quando Giorgia Meloni votò da ministra di Berlusconi 8 miliardi di tagli alla scuola pubblica e poi la legge Fornero di Monti per pagare il debito pubblico alla banche.

Siamo contro il centro liberal-borghese, nelle sue diverse espressioni. Dal nuovo polo Renzi-Calenda che impugna la bandiera di Draghi, al Partito Democratico di Letta che candida Carlo Cottarelli a garanzia del grande capitale italiano ed europeo. Il PD è stato il principale partito dell’establishment e dell’attacco ai diritti sociali (precarietà, privatizzazioni, tagli sociali). La sua pretesa di fare da baluardo “democratico” è truffaldina. Il PD sostiene l’aumento massiccio delle spese militari in piena convergenza con la destra, le leggi elettorali maggioritarie che oggi consentono alla destra di ambire alla maggioranza assoluta del Parlamento senza avere la maggioranza assoluta dei voti, la difesa dei grandi monopoli energetici. Il PD ha arato sempre il terreno della destra, ingrassando le sue fortune.

Siamo contro il Movimento 5 Stelle, smascherato da una legislatura che l’ha visto governare con tutti i partiti padronali con un ruolo di massima responsabilità. I governi Conte hanno varato e gestito i famigerati decreti Salvini contro gli immigrati e i diritti di lotta di lavoratrici e lavoratori, l’aumento netto delle spese militari, la pura manutenzione dello sfascio della sanità pubblica negli anni drammatici della pandemia, subordinandosi per di più alle ingiunzioni padronali contro misure essenziali di sicurezza sanitaria (come in occasione della mancata zona rossa in Val Brembana). La pretesa del M5S di sopravvivere al proprio crollo, intestandosi la rappresentanza di istanze sociali, dimostra solo la sua natura truffaldina.

Non è presente purtroppo una alternativa di classe a sinistra. La sinistra cosiddetta radicale si è compromessa più volte in questi trent'anni nei governi padronali votando austerità e sacrifici. E oggi nessuno dei suoi partiti si è posto con chiarezza dalla parte della classe lavoratrice. Sinistra Italiana ha scelto la subordinazione al PD. Il PC di Rizzo ha completato il suo corso politico rossobruno facendo blocco con forze reazionarie. Unione Popolare dell’ex sindaco De Magistris ha inseguito (invano) l’alleanza col M5S sulla base di una impostazione “democratico-progressista” estranea a una matrice di classe riconoscibile. Il PCI esprime una impostazione subalterna verso la Russia di Putin e presenta come “paese socialista” l’imperialismo cinese.

In questo quadro non avanziamo, neppure criticamente, indicazioni di voto a sinistra. Non certo a Sinistra Italiana, arruolata dal PD come sua ruota di scorta. Ma nemmeno a Unione Popolare o, là dove è presente, al PCI. Vi sono alcuni settori d’avanguardia che possono cercare illusoriamente nel voto a Unione Popolare una forma di opposizione ai partiti dominanti. Non siamo indifferenti alle loro illusioni. Ma Unione Popolare è l’ennesima riedizione di una lista civica in cui la sinistra di classe si disperde e si annulla. Per di più in questo caso sotto l’egida dell’impronta di chi (De Magistris) cerca di costruire il “proprio” partito personale su una impostazione esplicitamente interclassista, e con il coinvolgimento di chi come Paolo Ferrero, da ministro del governo Prodi, votò la detassazione dei profitti e le missioni militari, e già sostenne il primo governo Prodi che fece il blocco navale contro i migranti albanesi.
La nostra scelta dunque è l’astensione. Invitiamo in ogni caso a non votare per liste di Unione Popolare ove capeggiate da De Magistris e i suoi sodali piccolo-borghesi o dall’ex ministro Ferrero.

Al di là del voto vogliamo porre ai lavoratori e alle lavoratrici, a partire dalla loro avanguardia, la questione decisiva: quella della costruzione di un partito della classe lavoratrice, autonomo da tutti i partiti borghesi, contrapposto al capitalismo e al suo Stato, che si batta in ogni lotta e su ogni terreno per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il partito che oggi manca, l’unico di cui la classe operaia ha bisogno. Avremmo voluto dar battaglia per la costruzione di questo partito anche sul terreno elettorale, presentandoci ovunque, come in passato, come Partito Comunista dei Lavoratori. Ma le norme particolarmente truffaldine che imponevano di raccogliere in pochi giorni d’agosto una montagna di firme autenticate hanno precluso questa possibilità, consentendoci la presentazione solo in Liguria, al Senato.

Il PCL porterà avanti in ogni caso la propria proposta anticapitalista. Le elezioni passano, la lotta di classe resta. Il prossimo autunno porterà con sé nuovi fronti di battaglia contro le classi dominanti e il loro governo, chiunque sarà il vincitore delle urne. L’esigenza del più ampio fronte unitario di lotta di tutte le organizzazioni della classe lavoratrice, politiche, sindacali, associative, sarà riproposta da ogni versante. Il nostro partito sarà in prima fila, come sempre, nel sostenerla.

- Per il blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari
- Per la requisizione immediata e integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici
- Per un forte aumento salariale di 300 euro netti e la reintroduzione della scala mobile dei salari
- Per un salario minimo di 12 euro all’ora, 1500 euro netti mensili
- Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco da investire in sanità, scuola, risanamento ambientale, energie rinnovabili, rete idrica
- Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore a parità di paga
- Per il blocco dei licenziamenti e la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano
- Per la cancellazione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti
- Per l’abbattimento delle spese militari, contro ogni guerra imperialista


Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzare compiutamente queste misure di svolta. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà strappare cammin facendo risultati parziali. Costruire controcorrente la coscienza di questa verità è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.




(per scaricare il volantino: https://www.pclavoratori.it/cms_utilities/download.php?id_bin=6419)

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Partito Comunista dei Lavoratori presente alle elezioni politiche in Liguria

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori sarà presente in Liguria alle elezioni politiche del Senato. Una normativa profondamente antidemocratica ha di fatto precluso la nostra partecipazione al voto della Camera e in altre regioni. Ma in Liguria la particolare tenacia del lavoro militante del partito nella raccolta delle firme necessarie ha consentito la presenza elettorale del PCL. Va da sé che cercheremo di dare a questa presenza una valenza politica esemplare di carattere nazionale.


Il senso della nostra presenza è molto semplice. Siamo l’unico partito comunista di nome e di fatto presente in queste elezioni. L’unico che si richiama apertamente alla classe operaia e che si batte per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L’unico che rivendica una prospettiva di rivoluzione come unica vera alternativa al capitalismo e alla sua crisi. L’unico che in ogni lotta, in ogni movimento, in ogni sindacato classista, lavora per ricondurre gli obiettivi immediati della lotta alla prospettiva anticapitalista e per sviluppare una coscienza rivoluzionaria tra gli sfruttati. L’unico, non a caso, che non si è mai compromesso nei governi borghesi.

Le altre sinistre presenti al voto o sono subalterne o sono mimetizzate. Sinistra Italiana si è subordinata al PD, il partito di Rizzo ha fatto un blocco rossobruno con destre tricolori, PRC e Potere al Popolo si sono mimetizzate nell’ennesima edizione di una lista civico-progressista dietro la presenza preponderante e totalizzante di De Magistris. Una sorta di lista Ingroia 2.0.

Il PCL non ha ragione di nascondersi o di subordinarsi ad altri. Si presenta per quello che è: dalla parte dei salariati contro il capitale. Contro le sue guerre, la sua devastazione dell’ambiente, la sua distruzione dei diritti sociali. Per l’unica alternativa vera: quella che riorganizza su basi socialiste l’intero ordine della società. Appunto, un partito comunista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Perché Rifondazione dice no al coordinamento delle sinistre di opposizione?

La risoluzione della Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista del 19 gennaio ha dato una risposta negativa alla proposta di unità d'azione che le è stata rivolta dall'assemblea nazionale del 7 dicembre a Roma e dal coordinamento che da essa è nato.

Come PCL ne prendiamo atto. Ma gli argomenti che l'accompagnano non reggono alla prova della logica.

La risoluzione votata dalla Direzione Nazionale del PRC propone «alle forze promotrici dell’assemblea del 7 dicembre scorso di individuare obiettivi concreti su cui sviluppare campagne politiche e mobilitazioni comuni» ma respinge «cartelli di sigle» e «sommatoria di partitini».

È una contorsione incomprensibile.
Il coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione non è affatto “un cartello di sigle”. È un coordinamento dell'unità d'azione su cinque temi concreti: la riduzione generale dell'orario di lavoro; la nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che licenziano, inquinano, delocalizzano; l'abolizione dei decreti sicurezza e degli accordi stipulati con la Libia; l'abolizione della legge Fornero; l'opposizione a ogni disegno di autonomia differenziata; il no alla guerra, la rottura con la NATO, il ritiro delle truppe italiane da tutte le missioni.
Su ognuna di queste campagne, com'è ovvio, possono realizzarsi convergenze e pratiche d'azione, nazionali e locali, che vanno al di là del coordinamento. Ma il coordinamento nazionale delle campagne è essenziale per dare ad esse una cornice d'insieme e definire i loro contenuti. Sull'insieme delle campagne, e su ciascuna di esse, il coordinamento nazionale ha discusso nel modo più aperto e con un metodo inclusivo, cercando il coinvolgimento più largo di tutte le organizzazioni disponibili, secondo le decisioni dell'assemblea del 7 dicembre. E infine ha prodotto i materiali delle campagne unitarie – un volantone di impostazione generale e cinque testi tematici – proprio per dare il via all'azione comune. Che senso ha dire che si è disponibili all'azione comune ma non al suo coordinamento unitario perché sarebbe un «cartello di sigle»!?

L'obiezione è tanto più curiosa perché il PRC, dopo il successo del 7 dicembre, ha partecipato alle riunioni del coordinamento con una rappresentanza della propria Segreteria nazionale. Ha dunque partecipato per un mese a un... cartello di sigle? È stato chiarissimo sin dall'inizio che le firme d'organizzazione attorno al volantone non prefigurano alcun nuovo soggetto, non alludono a sbocchi elettorali, tanto meno a un partito comune. Indicano semplicemente, in piena trasparenza, la paternità politica delle campagne unitarie e dell'indirizzo di merito proposto. Ogni organizzazione doveva scegliere se promuovere nazionalmente le campagne oppure no, se condividere i loro contenuti oppure no, se aderire al loro coordinamento oppure no. Una scelta libera, rispettosa dell'autonomia di ogni soggetto, e persino dei suoi tempi di decisione. Al punto di lasciare aperta, anche nazionalmente, la possibilità di aderire al coordinamento in un momento successivo al varo dei testi.

La Direzione Nazionale del PRC, dopo lunghe oscillazioni, ha scelto il no. È legittimo. Ma perché giustificare questo no evocando cartelli inesistenti o mascherandolo dietro finti rilanci unitari proprio nel momento in cui si respinge il coordinamento dell'unità d'azione?

La vera ragione del no sta, a nostro avviso, in altro. Sta nel fatto che la maggioranza dirigente di Rifondazione non condivide, com'è suo diritto, l'impostazione programmatica che è stata data alle campagne. Non vuole problemi con i vertici della CGIL. Non vuole rompere i ponti con la sinistra di governo (Sinistra Italiana). Continua a cercare di legittimarsi come sinistra “radicale” ma “responsabile”, a futura memoria, come mostra per ultimo la firma all'appello pacifista che difende l'Unione Europea e persino la NATO, o il plauso alla subordinazione di Podemos al governo della socialdemocrazia spagnola con la benedizione della monarchia. Un plauso su cui si chiude, non a caso, la risoluzione della Direzione Nazionale.

Sì, è vero, il nostro è un giudizio severo. Ma è il nostro giudizio. Esso non muta di una virgola la piena disponibilità del PCL all'unità d'azione col PRC come con altri soggetti riformisti. Perché il fronte unico non lo si fa con se stessi (come vuole Rizzo). Lo si fa tra forze diverse che scelgono di unire la propria azione su obiettivi comuni al servizio del proprio campo sociale, riconoscendosi al tempo stesso reciproca autonomia, compreso il diritto di critica. Questo è, per noi, il coordinamento unitario delle sinistre di opposizione. Né più, né meno.

Il rifiuto del PRC di farne parte è negativo, ma certo non disarma il lavoro del coordinamento su scala nazionale e sui territori attorno alle campagne decise. E forse costituisce un'occasione di riflessione e di bilancio politico per tante/i comuniste/i del PRC, a partire dai tanti/e che in molte parti d'Italia sono e restano parte integrante dei coordinamenti unitari, nonostante le scelte della propria Direzione Nazionale.


Partito Comunista dei Lavoratori

Incontro fra Partito Comunista dei Lavoratori e Potere al Popolo

18 Settembre 2019 - Si è tenuto questa mattina a Roma un incontro tra il Partito Comunista dei Lavoratori e Potere al Popolo, con la presenza dei portavoce nazionali delle due organizzazioni, Marco Ferrando e Giorgio Cremaschi. L'incontro si colloca lungo il percorso dei contatti e/o incontri con le diverse organizzazioni destinatarie della nostra proposta di unità d'azione sul terreno dell'opposizione al governo (vedi l'appello "Per un'iniziativa unitaria di mobilitazione contro il governo Conte di tutte le sinistre di opposizione").

L'incontro è stato positivo. Entrambe le organizzazioni caratterizzano il governo Conte bis come governo del grande capitale. Entrambe giudicano negativamente il sostegno della CGIL al governo, la capitolazione al governo di Sinistra Italiana, le ambiguità irrisolte di Rifondazione Comunista verso il nuovo esecutivo (come rivela la stessa proposta di accordo con PD e M5S in Umbria). Entrambe si collocano con chiarezza all'opposizione del governo Conte e per la costruzione dell'opposizione sociale e politica ad esso.

In questo quadro si è discussa la nostra proposta di unità d'azione delle sinistre di opposizione, nella chiarezza reciproca.

PCL e PaP sono e restano soggetti distinti sul piano programmatico, dell'organizzazione, dei riferimenti internazionali, della presenza elettorale. L'unità d'azione contro il governo non implica alcuna rinuncia alla piena autonomia politica di soggetti diversi, che è anche il diritto alla critica reciproca e alla battaglia politica. Implica invece la volontà di unire le forze sul terreno della mobilitazione e della lotta, a partire da una comune scelta di campo: quella dell'opposizione al capitale e al suo governo. Un'unità d'azione tanto più importante nella situazione di ripiegamento del movimento operaio, di frammentazione dell'iniziativa di avanguardia, di dispersione delle forze.

Su questo terreno la discussione tra PCL e PaP ha fatto emergere una disponibilità comune. Si è insieme iniziato a ragionare su possibili tempi e percorsi di una iniziativa unitaria in autunno, ed oltre. Una primissima bozza di riflessione, che dovrà comunque essere approfondita nelle rispettive organizzazioni (PaP ha il 6 ottobre la propria assemblea nazionale) e soprattutto portata a confronto con tutte le altre organizzazioni interessate, in un quadro di relazioni paritarie e corrette. Nessuno si nasconde le difficoltà, comune è la volontà di affrontarle. Non era scontato, e se confermato è un fatto importante.

Il PCL tiene alla propria autonomia e al rigore della battaglia politica quanto alla propria correttezza verso le altre organizzazioni. Abbiamo la volontà di contribuire ad un'iniziativa realmente unitaria, la più ampia possibile nelle condizioni date, fuori da manovre pubblicitarie e autocentrate. Ogni iniziativa di partito e di organizzazione è legittima, ma non va spacciata per unitaria né deve essere contrapposta all'unità d'azione. Continueremo a lavorare con questo metodo leninista: partiti distinti, battaglia comune; marciare separati, colpire insieme.
Partito Comunista dei Lavoratori

O si sostiene il governo del capitale o si fa opposizione di classe

O di qua o di là, non si può stare in mezzo al guado

Con la nomina di viceministri e sottosegretari, il governo Conte ha completato i suoi assetti. Anche la sinistra ha definito i propri.

Sinistra Italiana ha strappato un sottosegretario. Si era presentata con il PRC alle elezioni europee nel nome della autonomia dal PD e della rottura col centrosinistra. Entra tre mesi dopo in un governo PD-M5S applaudito dalla Borsa e da Trump. Nel grande trasformismo della politica borghese anche Sinistra Italiana ha offerto il suo contributo.

Il PRC si era presentato con Sinistra Italiana alle elezioni annunciando che “questa volta si fa davvero la sinistra di alternativa”. Oggi, dopo aver rivendicato ai quattro venti un governo PD-M5S, si dissocia da SI che ci è entrata, perché il governo «non ha un programma di svolta» e bisogna «incalzarlo» affinché la svolta ci sia. Che è chiedere a un governo del capitale di fare una politica per i lavoratori. Una posizione che alimenta illusioni invece di fare chiarezza. Una posizione di pressione critica, non di opposizione aperta.

Invece proprio di opposizione c'è bisogno. Non si può stare in mezzo al guado: o si sostiene il governo del (grande) capitale o si fa opposizione di classe. O di qua o di là.
IL PCL conferma a maggior ragione la propria proposta di unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione. Ognuna col proprio profilo, insieme nella contrapposizione al governo. È l'ora dell'unità, nella chiarezza della scelta di campo.
Partito Comunista dei Lavoratori

La verità che emerge all'Ilva

La nazionalizzazione dell'azienda è l'unica soluzione per il lavoro e per la salute

27 Giugno 2019
Né chiusura dell'Ilva né immunità giudiziaria per i padroni: non si può chiedere agli operai di scegliere tra morire di fame o morire di cancro. Basta coi ricatti padronali su lavoro e salute!

 Come volevasi dimostrare. Emerge in queste ore in tutta la sua portata il risvolto della vendita dell'Ilva alla ArcelorMittal. Di Maio lo aveva presentato come accordo storico dovuto al suo genio. CGIL, CISL, UIL, USB lo avevano benedetto agli occhi dei lavoratori come accordo migliorativo e di svolta rispetto al precedente piano Calenda. I partiti della sinistra, da Sinistra Italiana a Potere al Popolo, passando per il PRC, hanno coperto su tutta la linea Maurizio Landini. Ora la verità viene a galla, come il PCL aveva denunciato e previsto, sia sul versante del lavoro che della salute: 1400 lavoratori in cassa integrazione a zero ore, minaccia di chiusura dello stabilimento tarantino il 6 settembre se l'azienda non avrà immunità penale sul fronte ambientale.
Intendiamoci. L'accordo tra azienda, governo e sindacati era già in origine un accordo a perdere: 3000 operai di fatto espulsi dall'azienda, taglio dei salari dei lavoratori rimasti attraverso il meccanismo delle riassunzioni, cacciata dalla fabbrica di molti lavoratori sindacalmente combattivi con un criterio di epurazione, dilazione dei tempi dell'"ambientalizzazione" dell'azienda, peraltro rimasta ancora al palo. Erano le condizioni poste dai capitalisti di ArcelorMittal per comprare Ilva, condizioni generosamente concesse. Occorreva davvero una faccia di bronzo per presentare questa soluzione come svolta. Al punto che persino l'ex ministro Calenda si congratulava con Di Maio per l'attuazione... del piano Calenda.

Ora semplicemente l'azienda ha gettato la maschera. Una volta comprata la fabbrica, e rimosso il pericolo di un concorrente, i capitalisti indiani procedono, come nel resto d'Europa, al taglio della produzione. Il mercato mondiale dell'acciaio è saturo da diversi anni, anche per via dell'espansione cinese. Tutti i capitalisti del settore, gli uni contro gli altri armati, si disputano il mercato tagliando i costi: i costi del lavoro (salari e occupazione) e i costi ambientali (salute degli operai e delle loro famiglie). Arcelor pratica in Italia ciò che pratica nel resto del mondo. L'eterna favola di un capitalista buono, salvatore degli operai, cui mostrare riconoscenza, trova l'ennesima clamorosa smentita.

I fatti dimostrano una volta di più che c'è una sola soluzione per la questione Ilva che possa rispondere agli interessi del lavoro e della salute: la nazionalizzazione dell'azienda, senza indennizzo per ArcelorMittal, e sotto il controllo dei lavoratori, nel quadro della nazionalizzazione di tutta la siderurgia. L'unica soluzione che può garantire ad un tempo la ripartizione del lavoro a parità di paga attraverso la riduzione generale dell'orario, e un investimento pubblico immediato e adeguato per la riorganizzazione della produzione a fini ambientali e per la bonifica vera dei territori.

Né chiusura dell'Ilva né immunità giudiziaria per i padroni: non si può chiedere agli operai di scegliere tra morire di fame o morire di cancro. Basta coi ricatti padronali su lavoro e salute! Solo l'esproprio della fabbrica sotto controllo operaio può garantire i lavoratori.

Ilva, Whirlpool, Pernigotti, Alitalia... è ora di unificare in una lotta sola le centinaia di vertenze aperte per la difesa del lavoro, attorno all'obiettivo della nazionalizzazione senza alcun indennizzo per i grandi azionisti di tutte le aziende che licenziano, o inquinano, o calpestano i diritti sindacali.

Nessuna fiducia nel governo e nei padroni! Solo la forza degli operai può imporre una svolta vera.
Partito Comunista dei Lavoratori

«Dio sopra tutti». Bolsonaro alla testa del Brasile

“Brasil acima de tudo, Deus acima de todos” (Brasile prima di tutto, Dio sopra tutti). Con questa parola d'ordine Jair Bolsonaro ha conquistato la Presidenza del Brasile, grazie a 11 milioni di voti di vantaggio sul concorrente del PT Fernando Haddad. Lo ha votato massicciamente la classe media del Sud, bianca e benestante, ma anche buona parte della popolazione povera delle metropoli e della stessa classe lavoratrice. Un blocco sociale nazionalpopolare sotto le bandiere della reazione.


UNA DESTRA NON ORDINARIA 

Il profilo politico del vincitore è inequivocabile. Non si tratta di un ordinario esponente della destra tradizionale brasiliana. La destra brasiliana tradizionale (PMDB, PSDB...) esce anzi a pezzi dalla prova elettorale. Jair Bolsonaro ha costruito la propria ascesa proprio sulle ceneri della vecchia destra quale outsider estraneo al vecchio sistema politico. Nonostante 28 anni di grigia carriera parlamentare, egli è riuscito a presentarsi come l'uomo nuovo, il Messia finalmente trovato per la rinascita del Brasile. La polarizzazione del consenso contro il nemico è stata la chiave di successo dell'operazione, e il nemico ha riassunto in sé, in una volta sola, tutti i possibili volti: la laicità, i diritti delle donne e degli omossessuali, le popolazioni contadine, le minoranze indie, la minoranza nera, la criminalità diffusa, gli immigrati venezuelani, e naturalmente... “i comunisti”: intendendo per tali il PT di Lula, l'insieme delle sinistre, l'associazionismo democratico, tutti assimilati al sistema da abbattere. Del resto l'aperta rivendicazione del vecchio regime militare, inclusa la pratica della tortura, fornisce la misura del personaggio Bolsonaro: un ex capitano dell'esercito in cerca di avventura e di gloria.

Ma come ha potuto consumarsi una svolta reazionaria così radicale? Chi cerca spiegazioni nella potenza dei nuovi mezzi mediatici, dei finanziamenti ottenuti, delle Chiese evangeliche, si ferma alla superficie delle cose. In realtà la vittoria di Bolsonaro ha una radice ben più lontana e profonda: il fallimento di tredici anni di governo del PT di Lula e di Rousseff (2002-2016)


LE RESPONSABILITÀ DEL PT 

Salito al governo nel 2002 sull'onda di una grande spinta popolare, Lula aveva incarnato la grande speranza di svolta della classe lavoratrice e della popolazione povera del Brasile. Ma il suo programma politico, sin dall'inizio, muoveva all'interno del quadro capitalista, alla ricerca di una legittimazione presso il capitale finanziario internazionale. Le carte in regola nel pagamento del debito estero, l'apertura al capitale imperialista (USA ed europeo), le misure di precarizzazione del lavoro furono non a caso l'atto d'esordio del lulismo, col plauso del FMI e delle banche. I rapporti privilegiati e ostentati con il centrosinistra europeo e col PD americano erano il naturale corollario di questa politica, inclusa la partecipazione brasiliana alle missioni imperialiste in Medio Oriente.

Tuttavia, per alcuni anni, l'ascesa dei prezzi del petrolio e delle materie prime garantì al capitalismo brasiliano una fase di sviluppo, e al governo Lula una dote finanziaria da spendere nel sostegno alla povertà: da qui un sistema di sussidi ai disoccupati e alle famiglie povere (Fome zero e Bolsa familia) che realmente alleviò la loro indigenza e legò al PT nuovi strati popolari.

Ma il periodo di grazia durò poco. Prima l'irrompere della grande crisi capitalista internazionale, poi il rallentamento del tasso di sviluppo cinese, innescarono un cambio di scenario. La caduta del petrolio e delle materie prime, di cui il Brasile era grande esportatore, innescò una profonda crisi dell'economia brasiliana (sino al crollo del 7,2% del Pil nel 2015) e restrinse la base materiale delle concessioni sociali. La stretta sociale dei governi Rousseff (2011-2016) aprì una linea di frattura tra il PT e larga parte del suo blocco sociale. L'aperta corruzione dei vertici del PT - figlia della contiguità con gli ambienti capitalistici - e il vortice di scandali che ne seguì, precipitò questa frattura. L'inchiesta giudiziaria contro Lula e l'operazione di destituzione del governo Rousseff, per mano della destra e della magistratura, capitalizzarono una sconfitta politica già in larga parte consumata.


LA RITIRATA DELLA BUROCRAZIA SINDACALE 

Il nuovo governo Temer (2016) segnò la prima svolta a destra del Brasile. Ma era tutt'altro che una svolta irresistibile. Privo di un'organica base parlamentare, coinvolto anch'egli nella corruzione pubblica, Temer si avventurò su un sentiero di scontro frontale col movimento operaio brasiliano varando un progetto di controriforma delle pensioni. Il movimento operaio reagì. Nonostante gli effetti di disorientamento prodotti dalla precedente esperienza lulista, il 28 aprile 2017 la classe operaia brasiliana ha espresso il più grande sciopero generale della storia nazionale dopo l''89, con oltre 40 milioni di scioperanti, manifestazioni di massa, blocchi stradali, paralisi prolungata di intere città, come Brasilia. Il governo Temer fu costretto ad una retromarcia; era il segno di un possibile capovolgimento di fronte a favore del movimento operaio.

Ma il PT non aveva alcuna voglia di proseguire sulla strada dello scontro sociale. Lula e Rousseff si affrettarono anzi a disinnescarlo chiedendo elezioni anticipate, provando cioè a dirottare sul terreno istituzionale la forza sociale dei lavoratori. La burocrazia sindacale della CUT seguì a ruota. Un secondo sciopero generale già convocato per il 30 giugno per chiedere “misure di svolta” fu rapidamente revocato per non disturbare il PT. Tra i lavoratori prevalse il disorientamento: il grosso della classe si era mobilitato per la difesa delle proprie pensioni, non per identificarsi nelle manovre istituzionali di Lula. Lo spazio liberato dalla ritirata del movimento operaio fu subito occupato da Temer con un progetto di riforma reazionaria del diritto del lavoro. La burocrazia sindacale non reagì, e il progetto passò con un profondo effetto di demoralizzazione di milioni di lavoratori.

Proprio la passivizzazione di massa ha spianato la strada a Bolsonaro. Contro Lula, contro Temer, “contro tutti”.

La mobilitazione della destra brasiliana contro il PT e la “sua corruzione” non è una improvvisazione delle ultime settimane. Si è snodata in forme e fasi diverse dopo il 2013, raccogliendo attorno a sé la piccola borghesia urbana, settori studenteschi, strati popolari. La mobilitazione operaia dell'aprile 2017 aveva spezzato temporaneamente questa dinamica reazionaria, ponendo le premesse di una possibile svolta, ma quando la classe operaia si è ritirata dalla scena, per volontà delle sue direzioni, la dinamica reazionaria già incubata ha potuto dispiegarsi senza freni con una radicalizzazione significativa delle proprie pulsioni. La vittoria di Bolsonaro è il punto d'approdo di questo processo. Le direzioni politiche e sindacali del movimento operaio e brasiliano ne portano interamente la responsabilità.


FRONTE UNICO CONTRO BOLSONARO.
MA ANCHE LA NECESSITA' DI UN BILANCIO 


Ora si apre una pagina nuova della politica brasiliana. Bolsonaro ha stravinto nelle urne, ma il suo programma non avrà vita facile.

Certo, tutti i grandi gruppi d'interesse che hanno investito nella svolta attendono ora che venga pagata la cambiale. I latifondisti e l'agrobusiness chiedono mano libera in Amazzonia e ovunque; gli industriali chiedono la compressione ulteriore dei diritti sindacali; grandi gruppi del capitale finanziario pretendono di incassare le massicce privatizzazioni delle aziende pubbliche che Bolsonaro ha loro promesso. L'economista di riferimento di Bolsonaro, l'ultraliberista Paulo Guedes, figlio legittimo dei Chicago Boys, ha annunciato pubblicamente “la privatizzazione del Brasile”. La borsa brasiliana l'ha preso sul serio, salutando il nuovo Presidente con una straordinaria impennata dei listini.

Ma le cose non sono così semplici. Il blocco sociale reazionario che si è raccolto attorno a Bolsonaro ha interessi compositi. Tenere insieme l'operaio e l'industriale, il povero e il miliardario “contro i politici corrotti” è relativamente agevole, ma quando si dovesse metter mano nuovamente al sistema previdenziale o tagliare il sistema dei sussidi quella contraddizione può approfondirsi e persino esplodere. Il populismo di governo ha bisogno di una base materiale su cui appoggiarsi e di uno spazio sociale di manovra, ma la crisi del capitalismo brasiliano limita questi spazi.
Non è un caso se le prime dichiarazioni pubbliche di Bolsonaro dopo la vittoria sono assai più misurate e prudenti della sua campagna elettorale e del suo programma.

Il movimento operaio brasiliano ha subito una dura sconfitta politica, ma non è certo finito.
I 45 milioni di voti contro Bolsonaro al ballottaggio, a partire dagli Stati del nord e nord-est, misurano una riserva di risorse sociali ancora grande sul terreno della possibile resistenza di massa. L'unità d'azione di tutte le forze politiche e sindacali del movimento operaio e popolare contro il nuovo governo è la parola d'ordine della nuova fase. È il momento del fronte unico.

Ma l'urgenza e la priorità del fronte unico e della resistenza non può rimuovere l'esigenza di un bilancio politico nel movimento operaio brasiliano e internazionale.

Il lulismo ha costituito uno dei tanti miti del riformismo. Prima del 2002, quando il PT era ancora all'opposizione, Lula divenne un riferimento centrale delle direzioni del movimento No global e dei riformisti e centristi di mezzo mondo: basti pensare ai peana dedicati all'esperienza di Porto Alegre, come metafora del nuovo mondo possibile. Così dopo il 2002 il nuovo governo Lula divenne l'esempio latinoamericano di “un possibile governo riformatore” sotto la pressione dei movimento sociali. Fausto Bertinotti non a caso salutò nel lulismo un paradigma di riferimento per il PRC nella svolta di governo del 2004-2006. Il fatto che il PRC e Sinistra Italiana abbiano continuato ad applaudire Lula anche dopo il disastro compiuto misura solamente l'insensibilità del riformismo alle lezioni pratiche dell'esperienza.

La questione del cambio di direzione politica e sindacale del movimento operaio non interroga solo il Brasile, ma certo in Brasile, dopo la disfatta, acquista un significato ancor più stringente. In questo senso, l'unificazione in uno stesso partito di tutte le forze marxiste rivoluzionarie conseguenti del Brasile, al di là delle differenze che abbiamo con diverse scelte politiche da loro compiute, risponde non solo ad una necessità generale, ma anche ad una urgenza politica. Così come, in uno scenario capovolto, nella vicina Argentina: ed anzi l'unità in uno stesso partito delle organizzazioni trotskiste del Frente de Izquierda in Argentina, sull'onda di una nuova ascesa operaia, darebbe un incoraggiamento decisivo a tutti i marxisti rivoluzionari del Brasile proprio nel momento più difficile.
L'ora di una piena assunzione di responsabilità è suonata da tempo per tutte le organizzazioni marxiste rivoluzionarie conseguenti, in America Latina e non solo.

30 ottobre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori


Lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC

Care compagne, cari compagni,

ci rivolgiamo a voi col rispetto che si deve a compagni e compagne, e dunque con la sincerità che proprio tra compagni è doverosa.

La nostra opinione è che il gruppo dirigente del vostro partito vi abbia nuovamente condotto in una avventura politica rovinosa. L'esperienza di Potere al Popolo e il suo esito, al pari di altre esperienze precedenti in cui nascondere Rifondazione Comunista, rischiano di umiliare la passione politica di migliaia di comunisti, e di provocare l'ennesima dispersione di forze e di energie.

Non vogliamo indugiare più di tanto sulla cronaca del collasso di Potere al Popolo e sul ritiro fuori tempo massimo del PRC. Certo è inevitabile constatare gli aspetti grotteschi della vicenda dell'ultimo anno.


DAL BRANCACCIO A PAP

Un anno fa si cercò la lista unitaria del Brancaccio con Sinistra Italiana e MDP, sino a rimuovere la pregiudiziale iniziale verso D'Alema e Bersani (sarebbe stato sufficiente non si candidassero), ma l'accordo blindato tra MDP e Sinistra Italiana ha tagliato fuori il PRC.

Dunque si è saliti in corsa sul nuovo carro dell'ex Opg, come se nulla fosse avvenuto, chiedendo al corpo militante del PRC di fare da manovalanza nella raccolta di firme di Potere al Popolo sotto l'egemonia degli ex Opg e dell'immagine pubblica di Viola Carofalo, in una campagna elettorale consentita dalla raccolta firme del PRC ma paradossalmente rivolta, in buona misura, “contro i partiti”.

Poi si è avallata e coperta per mesi, di assemblea in assemblea, la retorica movimentista e “antipartito” di ex Opg e dei neosovranisti di Eurostop (“il nuovo modo di fare politica”, “il fare” contrapposto al “dire”, il “nuovo” contrapposto al “vecchio”...), una retorica populista da grillismo sociale che ha fatto leva sull'arretramento della coscienza politica diffusa, che ha rimosso la stessa centralità di classe, e che l'ex Opg ha usato abilmente sin dall'inizio - com'era del tutto evidente - per costruire il proprio partito, a partire dal proprio controllo sugli strumenti web, sulle figure pubbliche, sugli spazi mediatici di PaP. Tutto gentilmente concesso dal PRC.

Infine, dopo aver legittimato un percorso plebiscitario dall'esito annunciato, il gruppo dirigente del PRC si ritira a poche ore dal voto sugli statuti per evitare una disfatta.

Il bilancio è nei fatti: si è trattato di un disastro, politico e d'immagine. Un disastro che chiama in causa responsabilità politiche generali, ben oltre la vicenda in corso.


ARCOBALENO, RIVOLUZIONE CIVILE, POTERE AL POPOLO, “QUARTO POLO”: UN GIROTONDO SENZA FINE 

Conoscete il nostro giudizio politico - che non abbiamo mai nascosto - sul gruppo dirigente del PRC.

Sapete che non possiamo e non vogliamo dimenticare la compromissione del PRC nei governi Prodi, col voto alla detassazione dei profitti, alle missioni militari, ai tagli sociali per pagare il debito alle banche, alla precarizzazione del lavoro (Pacchetto Treu). Non li abbiamo mai derubricati ad “errori”. Perché è impossibile classificare come errore il sostegno all'avversario di classe contro i lavoratori e le lavoratrici.

Ma le responsabilità non finiscono con l'esperienza Prodi, che pure ha costituito il passaggio più grave. Negli anni successivi, il gruppo dirigente del PRC ha trascinato il vostro partito di avventura in avventura: prima nell'aggregazione Arcobaleno, poi nell'abbraccio coi questurini Ingroia e Di Pietro (Rivoluzione Civile), poi nella lista Un'altra Europa con Tsipras attorno alla candidatura liberalprogressista di Barbara Spinelli, infine in Potere al Popolo.
Qual è il tratto comune di tutte queste esperienze tra loro diverse? Il mimetismo politico del PRC. La rinuncia all'autonomia di un riferimento classista e anticapitalista. La ricerca di un proprio nascondimento in aggregazioni segnate comunque, con differenti declinazioni, da un profilo civico, aclassista, populista, genericamente progressista, in ogni caso non comunista.

Né si può dire che oggi questa ricerca sia conclusa. Tanto è vero che nel momento stesso in cui si lascia PaP, prima si chiede agli ex Opg un nuovo accordo nel nome di un ritorno alle origini di PaP, poi si allude di fatto alla prospettiva di un quarto polo con Sinistra Italiana in vista delle elezioni europee. L'ennesimo nascondimento del PRC a braccetto con i vendoliani, ma anche con gli ex PD Fassina e D'Attorre. Quelli che ieri erano parte del governo Letta, e votavano il pareggio di bilancio in Costituzione; ed oggi inneggiano alla riscoperta della patria, nel nome della competizione con la destra.
Altro giro, altro disastro.


ANTILIBERISMO O ANTICAPITALISMO? 

Cosa c'è alla base di questa eterna coazione a ripetere, insensibile ad ogni lezione dell'esperienza? La rinuncia a costruire un partito comunista, di nome e di fatto. E da dove ha origine questa rinuncia? Da un programma generale genericamente antiliberista, e non anticapitalista. Da un programma generale che continua ad alimentare l'illusione di una possibile alternativa progressista all'interno del sistema capitalista. Unire la cosiddetta sinistra antiliberista in uno stesso soggetto politico è stata ed è, non a caso, la bussola di tutte le esperienze trasformiste del PRC, da Rivoluzione Civile a PaP. Ed è un'ipoteca sul futuro. Perché se il riferimento programmatico è semplicemente l'antiliberismo, quale linea di demarcazione può separare il PRC da Fassina e da Sinistra Italiana, al di là della diversità dei percorsi?

Non solo. Una impostazione semplicemente antiliberista diventa inevitabilmente, a determinate condizioni, la foglia di fico del governismo. Tutti i cosiddetti governi “di sinistra” hanno formalmente evocato la polemica antiliberista. Ma si è trattato della copertura ideologica di ben altre politiche. È il caso del governo Tsipras, con cui il gruppo dirigente del vostro partito continua a collaborare dentro la stessa Sinistra Europea, nonostante quel governo abbia massacrato e continui a massacrare la popolazione povera di Grecia per conto della Troika. È il caso del governo portoghese, sostenuto da PC e Bloco de Esquerda, che nell'ultima finanziaria ha tagliato del 30% gli investimenti pubblici per pagare il debito alle banche e rispettare i dettami di UE e BCE. È il caso del governo Sanchez in Spagna, oggi beneficiato dal sostegno di Podemos, che preserva le politiche antimigranti, nega alla Catalogna il diritto di autodeterminazione, preserva il grosso delle controriforme sociali degli ultimi vent'anni, ma che Maurizio Acerbo eleva oggi a riferimento esemplare in Europa.

La verità è che nel quadro della crisi capitalista e della nuova competizione mondiale non esiste uno spazio storico riformista. L'alternativa vera è tra una prospettiva rivoluzionaria e la rassegnazione alle controriforme, magari gestite dai governi “progressisti”.


AZIONE E PROSPETTIVA 

Talvolta si obietta a queste considerazioni affermando il primato dell'azione presente rispetto alla prospettiva futura. Ma sono le prospettive future a condizionare inevitabilmente le scelte politiche presenti. Valga ad esempio l'intervento sindacale: se la prospettiva politica è una alternativa rivoluzionaria, quella prospettiva richiama immediatamente una contrapposizione frontale alle burocrazie sindacali ovunque collocate, per la costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio. Se invece la prospettiva è un fantomatico governo progressista, allora non solo si finisce col disperdere la centralità del riferimento classista, ma nello stesso ambito dell'intervento sindacale ci si adatta, in un modo o in un altro, all'accomodamento con le burocrazie. Il fatto che il PRC abbia a lungo avallato l'equivoco del landinismo, e tuttora alimenti aspettative attorno ai vertici della FIOM, è emblematico di un nodo irrisolto. Lo stesso vale per il posizionamento politico interno ad ogni dinamica di movimento.


UNA PROPOSTA DI CONFRONTO

Allora occorre trarre le conclusioni politiche di un bilancio che non si può rimuovere.

Solo un programma classista, anticapitalista, rivoluzionario, su basi nazionali e internazionali, può fondare la necessaria autonomia politica dei comunisti, e orientare un'azione politica coerente. Fuori e contro questo programma si è destinati a ripercorrere ogni volta i sentieri già battuti, in un eterno girotondo senza via d'uscita.

È necessario costruire un partito comunista, di nome e di fatto, estraneo ad ogni suggestione stalinista come ad ogni socialdemocrazia di sinistra. Per questo il Partito Comunista dei Lavoratori intende confrontarsi apertamente con tutti i compagni e le compagne del PRC che, delusi dall'esperienza politica del proprio partito, intendano costruire con noi una prospettiva nuova, coerentemente anticapitalista e rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Basta indulgenze verso Papa Francesco

Il Papa cosiddetto progressista, difeso dal liberalismo laico come da tanta parte della sinistra “radicale” (da Sinistra Italiana ai vertici del PRC), ha nuovamente denunciato l'aborto nei termini più volgari e misogini. Al Forum delle Famiglie di giugno l'aveva presentato come «pratica nazista in guanti bianchi». Oggi lo denuncia come puro e semplice assassinio. «È come affittare un sicario per far fuori uno», dichiara candido il Papa.

Il sovrano della più grande monarchia assoluta esistente al mondo, corresponsabile di genocidi nella lunga storia dell'umanità, alleata dei regimi fascisti (da Mussolini a Franco a Pinochet), coinvolta su scala planetaria nella pratica o copertura della pedofilia criminale sino alle più alte sfere, ha il coraggio di chiamare assassine le donne che interrompono la propria gravidanza, e sicari i medici che le aiutano.

È la stessa Chiesa che difende il consiglio comunale di Verona e la legge Pillon sulle separazioni. È la Chiesa di sempre contro le donne e i loro diritti. È la Chiesa custode millenaria del patriarcato.

Basta difendere Francesco e beatificare il suo papato! La denuncia delle gerarchie vaticane a partire dal vertice della piramide va portata in tutte le mobilitazioni delle donne, contro ogni indulgenza o cedimento; senza mai dimenticare che la forza materiale della Chiesa sta nel suo intreccio col capitale finanziario e la grande proprietà immobiliare. La lotta anticlericale o è anticapitalistica o non è.
Partito Comunista dei Lavoratori