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La COP della distruzione e della farsa: il fallimento di Belém e il lascito delle ceneri

 


La COP30 di Belém non è stato un “punto di svolta” per l’azione climatica; è stato lo scenario di una resa vergognosa e un doloroso richiamo al fatto che la diplomazia climatica, dominata dagli interessi distruttivi del capitalismo, ha fallito una volta ancora.


La palese esclusione della «tabella di marcia» verso la fine dei combustibili fossili dal progetto finale è un atto di sabotaggio contro il futuro e uno schiaffo alle comunità vulnerabili.

Non possiamo accettare eufemismi: la COP30 è un fallimento. Gli scienziati impegnati a favore dell'umanità e gli attivisti hanno ragione a qualificare come «vergognoso» il risultato.

Nel momento più critico della crisi climatica, quando ogni tonnellata di CO2 conta, la conferenza ha dovuto soccombere alla pressione di più di ottanta paesi, gruppi di pressione del carbone, del petrolio e del gas.

Questa omissione non è un mero errore tecnico, è una prova irrefutabile che la cupidigia capitalista e la ricerca di benefici immediati continuano a dettare l’agenda mondiale, calpestando la vita, la scienza e la giustizia.

Il progetto finale, senza un impegno chiaro e soggetto a scadenze per la eliminazione progressiva dei combustibili fossili, è un documento innocuo che, nella pratica, è una licenza alla continuazione della distruzione planetaria.


IL GOVERNO BRASILIANO E LA SUA PERDITA DI CREDIBILITÀ

È impossibile parlare del fallimento della COP30 senza puntare il dito contro l’ipocrisia del governo brasiliano.

La sua credibilità sul tema è evaporata con la sua ambivalenza culminata con l’autorizzazione di prospezioni petrolifere nel Margine Equatoriale e alla foce del Rio delle Amazzoni.

Non si può predicare la conservazione globale mentre si apre la porta alla distruzione di biomasse essenziali come in Amazzonia.

Questa contraddizione priva il Brasile della posizione di paese leader sul tema ambientale, trasformando i suoi “discorsi infiorettati” in mere parole vuote.

La vera storia della COP30 non si trova nei saloni climatizzati di Belém, bensì nelle strade e nei villaggi. Il lascito di questa conferenza di facciata non sono le migliaia di milioni di reais sperperati, trasformati in cenere dal fallimento, né le rivendicazioni elettorali avanzate dai governi locali. Il vero lascito è l’esplosione di scontento e mobilitazione popolare.

La città di Belém, con le sue precarie infrastrutture e il suo inesistente risanamento di base, è stato il crudele specchio della crisi sociale che accompagna la crisi climatica.

Ciò che ha realmente convertito la COP30 nella “COP della verità” sono state le mobilitazioni storiche dei Munduruku, dei Tupinambà, degli Arupios e dei movimenti dei professori e dei lavoratori sanitari.

Sono scesi in strada in difesa del territorio, della gratuità dei servizi pubblici e della qualità della vita. Hanno dimostrato che:

• Solamente mediante l’organizzazione, la mobilitazione e la protesta popolare si potrà frenare la cupidigia dei pochi e difendere realmente l’ambiente e il futuro dell'umanità.
• La lotta continua in basso, dove si deciderà il futuro, e non ai tavoli negoziali cooptati dal capitale del fossile.

La lotta continuerà con maggiore intensità contro la privatizzazione dei fiumi Tapajòs, Tocantins e Madeira, contro il Ferrogrão (linea ferroviaria prevista di 933 km fra Sinop, Mato Grosso, e Miritituba, Parà, ndt), per la delimitazione e protezione dei territori indigeni e quilombolas (comunità di schiavi fuggiti durante il dominio coloniale portoghese, ndt) per servizi pubblici gratuiti e di qualità.

La Lega Internazionale Socialista si impegna ad appoggiare e a partecipare attivamente a questo processo.

Douglas Diniz (Revolución Socialista, LIS Brasile)

Potere al Popolo e Rifondazione, Bolsonaro e Lula

 


La fiducia in Lula delle sinistre riformiste. Da vent'anni. Contro ogni principio di classe

Non è in discussione, com'è ovvio, la denuncia dell'azione golpista della destra reazionaria brasiliana dell'8 gennaio, l'aggressione squadrista al palazzo presidenziale, la natura fascistoide del blocco sociale bolsonarista che essa esprime. La sconfitta del sovversivismo reazionario è il primo compito della sinistra brasiliana.

Ma tutto ciò non implica affatto la fiducia politica nel governo Lula, il governo più a destra tra i governi a guida PT degli ultimi vent'anni. Eppure è questa la posizione pubblica assunta da Potere al Popolo e da Rifondazione Comunista, in perfetta continuità con l'identificazione nel lulismo a partire dal 2002.

«In America Latina negli ultimi anni abbiamo assistito alla ripresa di un’avanzata progressista che spaventa l’imperialismo, le oligarchie locali e la reazione, tanto più in una fase in cui con la guerra e il passaggio al mondo multipolare gli Stati Uniti perdono il loro ruolo di egemonia, di “poliziotti del mondo”». Così dichiarano Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e Opposizione Studentesca D’Alternativa, architravi di Potere al Popolo. Ma allora perché tutte le potenze imperialiste, a partire dagli USA, si sono affrettate a sostenere Lula contro Bolsonaro e la sua ciurma? La rappresentazione del governo Lula come minaccia per l'imperialismo è una battuta infelice. I governi Lula e Rousseff hanno gestito le politiche della borghesia brasiliana e dell'imperialismo internazionale: rigoroso pagamento del debito estero, privatizzazioni e tagli sociali, enorme precarizzazione del lavoro, compartecipazione alle missioni militari. La burocrazia sindacale della CUT ha subordinato il movimento operaio alla concertazione di queste politiche. È proprio per questo che il malcontento sociale di ampi strati popolari è stato capitalizzato dalla destra e dal suo gigantesco blocco reazionario interclassista. La vittoria di Bolsonaro nel 2019 è stata il portato di questa dinamica. Fortunatamente Bolsonaro è stato sconfitto per un pugno di voti il 30 ottobre, ma continua a controllare metà del Brasile e la maggioranza del Parlamento. L'operazione squadrista dell'8 gennaio è fallita, ma la reazione brasiliana è in piedi, purtroppo, mentre le politiche di Lula le forniranno nuovo terreno di pascolo.

I dirigenti di Potere al Popolo e del Rifondazione Comunista hanno presente qual è la composizione del nuovo governo Lula? Il PT si è alleato con partiti e personaggi della destra brasiliana, tra cui il famigerato Geraldo Alckmin nel ruolo di vicepresidente, e con otto partiti borghesi di centro legati alla tradizione liberale di Cardoso. Per di più in un contesto internazionale in cui Lula, a differenza che nei primi anni 2000, non potrà beneficiare della rendita energetica e dei flussi finanziari che essa assicurava. La politica economica e sociale annunciata porta non a caso il segno dell'austerità. Quanto all'apparato dello Stato cui Lula affida la “difesa della democrazia”, è infarcito di elementi reazionari. Non solo ai vertici militari e delle polizie, ma nello stesso potere giudiziario. Basti pensare che la repressione della destra bolsonarista è affidata al giudice Alexandre de Moraes, già ministro della destra, contrario all'aborto e all'eutanasia, fustigatore dei movimenti dei Sem Terra, grande fan della polizia brasiliana e delle sue scorribande nei quartieri poveri delle metropoli contro la popolazione di colore. Sarebbero questi gli esponenti dell'”avanzata progressista e antimperialista”? Suvvia, un po' di serietà.

La verità è che Lula si offre come garante dell'imperialismo e della borghesia brasiliana nel nome della stabilità contro il caos. Il divieto inaccettabile di manifestare per tutto gennaio mira a legare le mani al movimento operaio nella reazione ai golpisti. E favorirà le misure poliziesche contro l'estrema sinistra.
E allora sì, siamo contro Bolsonaro e i suoi squadristi. Ma non nel nome di Lula e della Borsa brasiliana. Bensì dal versante della classe operaia, dei contadini senza terra, della popolazione povera, delle popolazioni indigene, di tutti coloro che hanno diritto a un'alternativa di società e di potere, i soli che sul terreno della lotta di classe e coi metodi della lotta di classe possono davvero sbarrare la strada alla destra.

PaP e PRC si confermano incapaci una volta di più di un posizionamento di classe e indipendente nella politica internazionale. Con ciò confermando, se ve ne era bisogno, che la loro “alternativa” è tutta interna al bipolarismo tra centrodestra (sempre più a destra) e centrosinistra (sempre più liberale). Non senza sconfinamenti campisti. Per cui se l'imperialismo USA non è più l'unico poliziotto del mondo, gli altri candidati poliziotti (“multipolari”) svolgono allora una funzione progressiva. Magari nei panni dell'imperialismo russo che invade l'Ucraina o dell'imperialismo cinese che strangola l'Africa. Anche qui una visione binaria che cancella le classi e i popoli oppressi nel nome del confronto tra “reazione” (presente) e “progresso” (ahinoi inesistente). E se la ribellione eroica in Iran sconvolge lo schema, allora meglio tacere e occuparsi d'altro. Salvo alludere all'immancabile mano americana.

La fiducia politica enfatica nel governo Lula da parte del PRC e di PaP è solo il risvolto di un posizionamento globale opportunista, privo di un ancoraggio classista. Solo una sinistra rivoluzionaria, in Brasile e ovunque, può mettersi al passo del nuovo scenario mondiale e della sua radicalità. L'alternativa di prospettiva storica non è quella tra “reazione e progresso”, ma tra reazione e rivoluzione. Il resto è fumo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro lo squadrismo bolsonarista

 


Nessuna fiducia nel governo Lula. Per una iniziativa indipendente del movimento operaio brasiliano

10 Gennaio 2023

English translation

A due anni esatti dall'assalto trumpiano alla sede del Congresso USA, una massa fascistoide ha attaccato e invaso a Brasilia i palazzi presidenziali, del Parlamento, della Suprema Corte.
Non mancano le differenze – di contesto e di dinamica – tra le due vicende.

Differenze di contesto innanzitutto. Gli USA sono la più grande potenza imperialista, il Brasile lo Stato più esteso tra i paesi dipendenti dell'America Latina. La democrazia borghese liberale americana ha secoli di storia alle proprie spalle. Il Brasile ha attraversato dittature militari sanguinose negli anni '60, e ha completato la transizione alla democrazia borghese in tempi recenti, alla fine degli anni '80.

Le differenze riguardano anche la dinamica concreta degli accadimenti. Negli USA l'operazione squadrista si produsse con un presidente Trump ancora formalmente in carica, seppure per poco; in Brasile Bolsonaro ha perso il ballottaggio presidenziale il 30 ottobre scorso, e il nuovo presidente Lula è già insediato e operante.

E tuttavia l'analogia è profonda. In entrambi i casi un blocco sociale reazionario, prodotto di una estrema polarizzazione politica, si è espresso attraverso l'azione diretta, scavalcando ogni canale istituzionale, in contrapposizione al governo dello Stato.

Intendiamoci. Contrariamente alle leggende metropolitane secondo cui tutto si svolge sempre secondo scenari prestabiliti dall'alto, in nessuno dei due casi l'azione diretta è stata guidata dai grandi capi reazionari. Trump ha sicuramente aizzato con la sua demagogia chi ha attaccato Capitol Hill, ma non ha ordinato l'irruzione di massa nel palazzo del Congresso, che semmai lo ha politicamente indebolito. Così l'ultrareazionario Bolsonaro è sicuramente la bandiera e il nume tutelare di chi ha assalito il palazzo presidenziale a Brasilia, ma non è stato il comandante in capo dell'operazione. Non a caso ha pensato bene di dissociarsi, dalla lontana Florida.

E tuttavia limitarsi a queste osservazioni sarebbe oltremodo superficiale e consolatorio. Bolsonaro ha perso le elezioni di ottobre per appena due milioni di voti. Il suo blocco sociale è rimasto sostanzialmente intatto. Si tratta della metà del Brasile. Un blocco nazional-popolare estremamente variopinto, presente nelle città e nelle campagne. Un impasto assortito di nazionalismo, integralismo religioso, xenofobia, gang giovanili e curve calcistiche, latifondismo agrario e business commerciale, piccola e grande criminalità e insieme domanda popolare di polizia e “sicurezza”. Non è un caso se tutto questo ha trovato espressione in Bolsonaro, un populista fanatico no vax che rivendica il peggior militarismo reazionario della recente storia brasiliana. Né è un caso che Bolsonaro abbia cercato appoggi e sponde proprio nelle gerarchie militari .

Ciò che è accaduto ha qui la sua radice. Larga parte della militanza attiva del bolsonarismo non è affatto rassegnata al risultato elettorale del 30 ottobre. Di più: rifiuta la legittimità del risultato gridando all'inganno dei brogli, esattamente come fece a suo tempo il trumpismo USA.
Per due mesi gli ambienti più radicali del bolsonarismo hanno attivato proteste di piazza, blocchi stradali, presidi, per opporsi alla caduta del loro Capo, e dunque al passaggio istituzionale di consegne tra Bolsonaro e Lula. Non solo: hanno sperato che Bolsonaro in persona facesse appello alle Forze Armate brasiliane perché impedissero con un'azione di forza l'insediamento di Lula. Bolsonaro non li ha assecondati. Non ha riconosciuto la vittoria elettorale di Lula, non si è presentato al suo insediamento, ma non ha fatto appello a rovesciarlo. L'invasione dei palazzi del potere da parte dello squadrismo bolsonarista è sicuramente la risultante della spinta reazionaria di Bolsonaro, è stata incoraggiata dalla sua politica, è stata consentita dalla sua macchina organizzativa e finanziaria (a partire dai pullman), è stata coperta dalle compiacenze e complicità di polizia ed esercito. Al tempo stesso non ha trovato direzione e sbocco.

Ma il monito di quanto accaduto va ben al di là del suo esito. Dimostra che il livello di scontro politico è esondato dai binari della democrazia borghese. Interroga da un lato il nuovo governo Lula, dall'altro il movimento operaio brasiliano.

Lula si è affrettato a capitalizzare lo scampato pericolo, ha incassato il sostegno unanime delle diplomazie imperialistiche mondiali, da Biden a Putin, ha deciso la destituzione del governatore regionale di Brasilia e nuove nomine ai vertici della polizia, ha infine decretato il divieto di manifestazioni in tutto il Brasile sino al 31 gennaio, ciò che significa affidarsi all'apparato statale e militare brasiliano, chiamandolo a “difendere la democrazia”, e soprattutto a bloccare ogni iniziativa indipendente del movimento operaio contro la reazione e la destra.

La preoccupazione principale di Lula è che il fallimento del tentativo golpista faccia da stura a una risposta di classe e di massa, in una dinamica di scontro aperto con la reazione.
È facile prevedere che il divieto di manifestare e lo stato di emergenza verrà applicato contro il movimento operaio, a partire dalla sua avanguardia. Lula chiede “ordine”, come la stampa borghese brasiliana, la Borsa, le organizzazioni padronali. Nessuna di queste è affiliata a Bolsonaro. Ognuna teme ora come la peste il rischio di un conflitto sociale e politico ingovernabile. Il governo Lula raccoglie questa domanda d'ordine. La stessa composizione del governo, che coinvolge anche ambienti e personalità della destra, è indicativa del suo corso politico liberale. È il governo più a destra tra quelli diretti dal PT negli ultimi vent'anni.
Ora l'azione sovversiva abortita dell'8 gennaio consolida una volta di più il suo corso liberale. Lula fa leva sugli avvenimenti per rafforzare la propria legittimazione agli occhi della borghesia quale unico possibile argine al caos. Fermare ogni possibile risposta di classe ai golpisti diventa la misura della propria credibilità.

Il movimento operaio ha l'esigenza esattamente opposta: quella di mobilitare unitariamente le proprie forze contro la reazione bolsonarista, in piena autonomia dal governo Lula e dall'apparato dello Stato. È l'ora dello sciopero generale, delle manifestazioni di massa, della organizzazione diretta dell'autodifesa. È l'ora della contrapposizione attiva della classe operaia a questa ondata squadrista.
Al di là del loro esito immediato, i fatti dell'8 gennaio dimostrano le potenzialità del blocco sociale reazionario e la radicalità delle forze organizzate che lo compongono. Solo un movimento indipendente dell'enorme classe operaia brasiliana può disgregare quel blocco sociale e aprire dal basso uno scenario nuovo. Opporre alla reazione una prospettiva anticapitalista è la via più sicura per sbarrarle la strada. Per l'oggi e per il domani.

Partito Comunista dei Lavoratori

In Brasile gli stalinisti ripropongono il fronte popolare

Poi dicono che stalinismo e trotskismo riguardano solo il passato...
In Brasile sono operanti due partiti comunisti di osservanza stalinista. Il Partito Comunista del Brasile (Partido Comunista do Brasil), formatosi negli anni '60 in appoggio alla Cina di Mao, e il Partito Comunista Brasiliano (Partido Comunista Brasileiro), fedele all'ortodossia staliniana di Mosca.

Il primo, che si vuole a sinistra rispetto al secondo, ha partecipato organicamente con tanto di ministri ai governi Lula, e ha sostenuto apertamente il governo Rousseff; in altri termini ha fatto da stampella al governo di fronte popolare che tradendo le aspettative dei lavoratori ha spianato la strada alla reazione portando al potere Bolsonaro.
Il secondo ruppe con Lula, anche per reazione al coinvolgimento governativo del rivale maoista. Ma ora, nel nuovo scenario, rilancia alla grande il vecchio canovaccio del “fronte popolare democratico”, raccomandando sia aperto «anche alle forze liberali» (risoluzione del 28/10) (1). In altri termini ripropone dall'opposizione, per di più declinandola a destra, la prospettiva del governo borghese “progressista”, la stessa che ha condotto al disastro.

Intendiamoci. È del tutto evidente che di fronte alla svolta a destra del Brasile è necessario rivendicare il fronte unico di classe e di massa di tutte le forze del movimento operaio e popolare, capace di coniugare la difesa dei diritti democratici con le ragioni di classe del lavoro, in una prospettiva anticapitalista. Ma il fronte popolare indica una politica opposta: la subordinazione del movimento operaio all'alleanza coi partiti borghesi liberali. Un'alleanza che legando le mani ai lavoratori finisce col pregiudicare le stesse rivendicazioni democratiche conseguenti, e/o la lotta di massa per realizzarle.

Nessuna meraviglia: entrambi questi partiti si rifanno alla svolta del VII Congresso dell'Internazionale Comunista stalinizzata (1935, relazione Dimitrov) che inaugurò il corso governista dei partiti comunisti nel mondo. Lo stesso che avrebbe tagliato le gambe alla rivoluzione spagnola (1936-'39), subordinandola alla coalizione con la borghesia, e aprendo la strada al franchismo. Da allora il governismo coi liberali “contro la destra” di turno ha segnato il Dna dei partiti stalinisti, ogni volta con gli stessi risultati.

La storia, come si vede, si ripete, seppur in forme nuove. La prima volta in tragedia, la seconda in farsa. Per l'appunto.



(1) https://pcb.org.br/portal2/21233/organizar-a-resistencia-e-unir-as-forcas-populares-democraticas-e-patrioticas-contra-o-fascismo/

Partito Comunista dei Lavoratori

«Dio sopra tutti». Bolsonaro alla testa del Brasile

“Brasil acima de tudo, Deus acima de todos” (Brasile prima di tutto, Dio sopra tutti). Con questa parola d'ordine Jair Bolsonaro ha conquistato la Presidenza del Brasile, grazie a 11 milioni di voti di vantaggio sul concorrente del PT Fernando Haddad. Lo ha votato massicciamente la classe media del Sud, bianca e benestante, ma anche buona parte della popolazione povera delle metropoli e della stessa classe lavoratrice. Un blocco sociale nazionalpopolare sotto le bandiere della reazione.


UNA DESTRA NON ORDINARIA 

Il profilo politico del vincitore è inequivocabile. Non si tratta di un ordinario esponente della destra tradizionale brasiliana. La destra brasiliana tradizionale (PMDB, PSDB...) esce anzi a pezzi dalla prova elettorale. Jair Bolsonaro ha costruito la propria ascesa proprio sulle ceneri della vecchia destra quale outsider estraneo al vecchio sistema politico. Nonostante 28 anni di grigia carriera parlamentare, egli è riuscito a presentarsi come l'uomo nuovo, il Messia finalmente trovato per la rinascita del Brasile. La polarizzazione del consenso contro il nemico è stata la chiave di successo dell'operazione, e il nemico ha riassunto in sé, in una volta sola, tutti i possibili volti: la laicità, i diritti delle donne e degli omossessuali, le popolazioni contadine, le minoranze indie, la minoranza nera, la criminalità diffusa, gli immigrati venezuelani, e naturalmente... “i comunisti”: intendendo per tali il PT di Lula, l'insieme delle sinistre, l'associazionismo democratico, tutti assimilati al sistema da abbattere. Del resto l'aperta rivendicazione del vecchio regime militare, inclusa la pratica della tortura, fornisce la misura del personaggio Bolsonaro: un ex capitano dell'esercito in cerca di avventura e di gloria.

Ma come ha potuto consumarsi una svolta reazionaria così radicale? Chi cerca spiegazioni nella potenza dei nuovi mezzi mediatici, dei finanziamenti ottenuti, delle Chiese evangeliche, si ferma alla superficie delle cose. In realtà la vittoria di Bolsonaro ha una radice ben più lontana e profonda: il fallimento di tredici anni di governo del PT di Lula e di Rousseff (2002-2016)


LE RESPONSABILITÀ DEL PT 

Salito al governo nel 2002 sull'onda di una grande spinta popolare, Lula aveva incarnato la grande speranza di svolta della classe lavoratrice e della popolazione povera del Brasile. Ma il suo programma politico, sin dall'inizio, muoveva all'interno del quadro capitalista, alla ricerca di una legittimazione presso il capitale finanziario internazionale. Le carte in regola nel pagamento del debito estero, l'apertura al capitale imperialista (USA ed europeo), le misure di precarizzazione del lavoro furono non a caso l'atto d'esordio del lulismo, col plauso del FMI e delle banche. I rapporti privilegiati e ostentati con il centrosinistra europeo e col PD americano erano il naturale corollario di questa politica, inclusa la partecipazione brasiliana alle missioni imperialiste in Medio Oriente.

Tuttavia, per alcuni anni, l'ascesa dei prezzi del petrolio e delle materie prime garantì al capitalismo brasiliano una fase di sviluppo, e al governo Lula una dote finanziaria da spendere nel sostegno alla povertà: da qui un sistema di sussidi ai disoccupati e alle famiglie povere (Fome zero e Bolsa familia) che realmente alleviò la loro indigenza e legò al PT nuovi strati popolari.

Ma il periodo di grazia durò poco. Prima l'irrompere della grande crisi capitalista internazionale, poi il rallentamento del tasso di sviluppo cinese, innescarono un cambio di scenario. La caduta del petrolio e delle materie prime, di cui il Brasile era grande esportatore, innescò una profonda crisi dell'economia brasiliana (sino al crollo del 7,2% del Pil nel 2015) e restrinse la base materiale delle concessioni sociali. La stretta sociale dei governi Rousseff (2011-2016) aprì una linea di frattura tra il PT e larga parte del suo blocco sociale. L'aperta corruzione dei vertici del PT - figlia della contiguità con gli ambienti capitalistici - e il vortice di scandali che ne seguì, precipitò questa frattura. L'inchiesta giudiziaria contro Lula e l'operazione di destituzione del governo Rousseff, per mano della destra e della magistratura, capitalizzarono una sconfitta politica già in larga parte consumata.


LA RITIRATA DELLA BUROCRAZIA SINDACALE 

Il nuovo governo Temer (2016) segnò la prima svolta a destra del Brasile. Ma era tutt'altro che una svolta irresistibile. Privo di un'organica base parlamentare, coinvolto anch'egli nella corruzione pubblica, Temer si avventurò su un sentiero di scontro frontale col movimento operaio brasiliano varando un progetto di controriforma delle pensioni. Il movimento operaio reagì. Nonostante gli effetti di disorientamento prodotti dalla precedente esperienza lulista, il 28 aprile 2017 la classe operaia brasiliana ha espresso il più grande sciopero generale della storia nazionale dopo l''89, con oltre 40 milioni di scioperanti, manifestazioni di massa, blocchi stradali, paralisi prolungata di intere città, come Brasilia. Il governo Temer fu costretto ad una retromarcia; era il segno di un possibile capovolgimento di fronte a favore del movimento operaio.

Ma il PT non aveva alcuna voglia di proseguire sulla strada dello scontro sociale. Lula e Rousseff si affrettarono anzi a disinnescarlo chiedendo elezioni anticipate, provando cioè a dirottare sul terreno istituzionale la forza sociale dei lavoratori. La burocrazia sindacale della CUT seguì a ruota. Un secondo sciopero generale già convocato per il 30 giugno per chiedere “misure di svolta” fu rapidamente revocato per non disturbare il PT. Tra i lavoratori prevalse il disorientamento: il grosso della classe si era mobilitato per la difesa delle proprie pensioni, non per identificarsi nelle manovre istituzionali di Lula. Lo spazio liberato dalla ritirata del movimento operaio fu subito occupato da Temer con un progetto di riforma reazionaria del diritto del lavoro. La burocrazia sindacale non reagì, e il progetto passò con un profondo effetto di demoralizzazione di milioni di lavoratori.

Proprio la passivizzazione di massa ha spianato la strada a Bolsonaro. Contro Lula, contro Temer, “contro tutti”.

La mobilitazione della destra brasiliana contro il PT e la “sua corruzione” non è una improvvisazione delle ultime settimane. Si è snodata in forme e fasi diverse dopo il 2013, raccogliendo attorno a sé la piccola borghesia urbana, settori studenteschi, strati popolari. La mobilitazione operaia dell'aprile 2017 aveva spezzato temporaneamente questa dinamica reazionaria, ponendo le premesse di una possibile svolta, ma quando la classe operaia si è ritirata dalla scena, per volontà delle sue direzioni, la dinamica reazionaria già incubata ha potuto dispiegarsi senza freni con una radicalizzazione significativa delle proprie pulsioni. La vittoria di Bolsonaro è il punto d'approdo di questo processo. Le direzioni politiche e sindacali del movimento operaio e brasiliano ne portano interamente la responsabilità.


FRONTE UNICO CONTRO BOLSONARO.
MA ANCHE LA NECESSITA' DI UN BILANCIO 


Ora si apre una pagina nuova della politica brasiliana. Bolsonaro ha stravinto nelle urne, ma il suo programma non avrà vita facile.

Certo, tutti i grandi gruppi d'interesse che hanno investito nella svolta attendono ora che venga pagata la cambiale. I latifondisti e l'agrobusiness chiedono mano libera in Amazzonia e ovunque; gli industriali chiedono la compressione ulteriore dei diritti sindacali; grandi gruppi del capitale finanziario pretendono di incassare le massicce privatizzazioni delle aziende pubbliche che Bolsonaro ha loro promesso. L'economista di riferimento di Bolsonaro, l'ultraliberista Paulo Guedes, figlio legittimo dei Chicago Boys, ha annunciato pubblicamente “la privatizzazione del Brasile”. La borsa brasiliana l'ha preso sul serio, salutando il nuovo Presidente con una straordinaria impennata dei listini.

Ma le cose non sono così semplici. Il blocco sociale reazionario che si è raccolto attorno a Bolsonaro ha interessi compositi. Tenere insieme l'operaio e l'industriale, il povero e il miliardario “contro i politici corrotti” è relativamente agevole, ma quando si dovesse metter mano nuovamente al sistema previdenziale o tagliare il sistema dei sussidi quella contraddizione può approfondirsi e persino esplodere. Il populismo di governo ha bisogno di una base materiale su cui appoggiarsi e di uno spazio sociale di manovra, ma la crisi del capitalismo brasiliano limita questi spazi.
Non è un caso se le prime dichiarazioni pubbliche di Bolsonaro dopo la vittoria sono assai più misurate e prudenti della sua campagna elettorale e del suo programma.

Il movimento operaio brasiliano ha subito una dura sconfitta politica, ma non è certo finito.
I 45 milioni di voti contro Bolsonaro al ballottaggio, a partire dagli Stati del nord e nord-est, misurano una riserva di risorse sociali ancora grande sul terreno della possibile resistenza di massa. L'unità d'azione di tutte le forze politiche e sindacali del movimento operaio e popolare contro il nuovo governo è la parola d'ordine della nuova fase. È il momento del fronte unico.

Ma l'urgenza e la priorità del fronte unico e della resistenza non può rimuovere l'esigenza di un bilancio politico nel movimento operaio brasiliano e internazionale.

Il lulismo ha costituito uno dei tanti miti del riformismo. Prima del 2002, quando il PT era ancora all'opposizione, Lula divenne un riferimento centrale delle direzioni del movimento No global e dei riformisti e centristi di mezzo mondo: basti pensare ai peana dedicati all'esperienza di Porto Alegre, come metafora del nuovo mondo possibile. Così dopo il 2002 il nuovo governo Lula divenne l'esempio latinoamericano di “un possibile governo riformatore” sotto la pressione dei movimento sociali. Fausto Bertinotti non a caso salutò nel lulismo un paradigma di riferimento per il PRC nella svolta di governo del 2004-2006. Il fatto che il PRC e Sinistra Italiana abbiano continuato ad applaudire Lula anche dopo il disastro compiuto misura solamente l'insensibilità del riformismo alle lezioni pratiche dell'esperienza.

La questione del cambio di direzione politica e sindacale del movimento operaio non interroga solo il Brasile, ma certo in Brasile, dopo la disfatta, acquista un significato ancor più stringente. In questo senso, l'unificazione in uno stesso partito di tutte le forze marxiste rivoluzionarie conseguenti del Brasile, al di là delle differenze che abbiamo con diverse scelte politiche da loro compiute, risponde non solo ad una necessità generale, ma anche ad una urgenza politica. Così come, in uno scenario capovolto, nella vicina Argentina: ed anzi l'unità in uno stesso partito delle organizzazioni trotskiste del Frente de Izquierda in Argentina, sull'onda di una nuova ascesa operaia, darebbe un incoraggiamento decisivo a tutti i marxisti rivoluzionari del Brasile proprio nel momento più difficile.
L'ora di una piena assunzione di responsabilità è suonata da tempo per tutte le organizzazioni marxiste rivoluzionarie conseguenti, in America Latina e non solo.

30 ottobre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori


Non vicino al camino. Na rua com Marielle!



Marielle Franco, una vita contro

Tutti adesso si sono accorti di Marielle. Se ne sono accorti ora che è morta, crivellata da un lotto di munizioni vendute nel 2006 alla polizia di Rio de Janeiro, in un’esecuzione precisa, senza minacce precedenti. Un’esecuzione istituzionale.
Adesso è partita la santificazione postuma, da parte dei media borghesi occidentali che prima ignoravano lei, le sue lotte e il suo angolo di terra proletaria, le favelas del Maré, un agglomerato di slums in cui il presidente Temer, finita la vetrina dei mondiali, aveva destituito il governatore dando il potere alla polizia militare.
Adesso, nell’ondata di costernazione ipocrita del mondo capitalista, si evita accuratamente di dire che era nera, lesbica, madre di una figlia cresciuta da sola, che aveva una compagna, che oltre alla lotta politica anticapitalista era attiva contro le discriminazioni LGBT, che stava conducendo una battaglia per l’accesso all’aborto. Ed era anche femminista, Marielle. E militante del PSOL.
Si filtrano le caratteristiche del santino come meglio si confà alla narrazione, in modo da renderlo innocuo o più o meno digeribile al pubblico occidentale. Ancora più schifosamente si fanno illazioni. Sì, perché hanno pure provato a infangarla Marielle, dicendo che “era coinvolta con i criminali” (1).
Marielle era la voce di un risveglio, quello meticcio, femminile e proletario, che ora è evidente quanto impensierisse i padroni del disordine. Quando il potere capitalista non riesce più a contenere la propria paura del proletariato, la propria consapevolezza che solo il proletariato, le donne, i lavoratori possono spazzarlo via, quando vede la ribellione serpeggiare nei ghetti in cui rinchiude gli sfruttati, non esita ad usare anche l’assassinio alla luce del sole, senza paura e senza vergogna.

L’esecuzione di Marielle Franco avviene infatti in un clima politico, quello brasiliano, avvelenato da un’ondata di populismo razzista, che criminalizza la povertà e giustifica la violenza di stato. La destra cavalca l’emergenza droga e povertà, generando ad arte un clima di odio, tensione e paura, non tanto diverso nei metodi da quello che ha determinato l’avanzamento della destra xenofoba e razzista in Europa e in Italia. Un clima fomentato in Brasile da personaggi come Jair Bolsonaro, dato dai sondaggi al secondo posto per le elezioni presidenziali di ottobre, che ha appoggiato la dittatura militare, che si è espresso a favore della tortura e che ha liquidato una deputata dicendole che non l’avrebbe stuprata dato che non ne valeva la pena.
Quattro giorni prima di morire Marielle Franco aveva denunciato l’ennesima uccisione da parte della polizia militare; la vittima si chiamava Matheus Melo, ed era l’assistente di un parroco.

La continua ed instancabile azione di denuncia di Marielle pesava ed aveva una risonanza preoccupante, dato che era stata eletta a capo di una commissione per monitorare proprio l’attività della polizia nelle favelas di Rio. Marielle è stata uccisa per questo, per aver denunciato ciò che comportava l’intervento della polizia nelle favelas, ossia la morte della democrazia, repressione, violenza e brutalità, con una descrizione perfetta e profetica “o acirramento da violência nos corpos nossos de favelados” (l’incitamento alla violenza sui nostri corpi di abitanti delle favelas) (2).

Nelle favelas l’esercito abbatte cancelli e steccati, entra nelle case, fruga, perquisisce, intimidisce, minaccia e stupra. Ogni giorno. E uccide. Sono 1275 i casi di omicidi commessi dalla polizia tra il 2010 e il 2013 in Brasile, un paese che ha un tasso di morte violenta superiore alla Siria. Le vittime erano di colore nel 79% dei casi. E per il 99% uomini. Solo per caso e per inciso, alla fine dell’anno scorso è stato approvato un disegno di legge in base al quale gli omicidi della polizia contro i civili non sono più soggetti alla giustizia ordinaria, ma ai tribunali militari. Nessun controllo civile quindi sull’operato delle Forze Armate brasiliane, che nelle favelas rispondono direttamente a Temer.
Il proletariato delle favelas, in particolare “negro” e donna, già inginocchiato dallo sfruttamento del capitale e tiranneggiato dai narcos, ha tutto da temere e niente da guadagnare dal pugno di ferro di Temer.

Marielle dice: “o barulho dos tanques, de tanque blindado, o barulho do tanque ainda é muito latente que ficava na porta de um dos prédios que eu morei até pouco tempo. Esse medo, esse desespero é onde a gente chora porque corta na nossa carne” (“Il frastuono dei carri armati, dei blindati, il frastuono dei carri è ancora presente all’ingresso di uno dei palazzi in cui abitavo fino a poco tempo fa. Questa paura, questa disperazione si trova ancora nel pianto della nostra gente perché lacera la nostra stessa carne.”) (3)

Perché Marielle? Semplice. Perché donna. Perché femminista. Perché anticapitalista. Perché lesbica. Perché proletaria. Perché madre. Perché nera. Perché ascoltata.
Questo assassinio politico non è che l’ultimo atto di una guerra di genere e di classe che si compie sul corpo delle donne tutti i giorni in tutto il mondo. Una guerra condotta con ogni mezzo dalla classe dominante, maschia, bianca e ricca, sulla pelle degli sfruttati e delle sfruttate.
I poveri devono stare al proprio posto, nei ghetti delle città e delle periferie del capitale, da noi come a Rio, in Libia e in Nigeria. Così le donne, anch’esse “vicino al camino”, come si diceva negli anni Settanta.
In un paese come il Brasile in cui le donne subiscono uno stupro ogni 11 minuti e 12 donne vengono uccise ogni giorno (4), essere donna e lottare per la propria autodeterminazione e per quella della propria classe è ancora un delitto imperdonabile. In Italia i numeri sono inferiori, ma il principio è lo stesso.

La vicenda di Marielle Franco dovrebbe far aprire gli occhi a tutti coloro che pensano che il cambiamento culturale sia sufficiente, che basti migliorare un po’ l’educazione scolastica, che servano “riforme” e piccole lotte particolari su questo o quel provvedimento. Che tutto ciò che riguarda le donne non abbia nulla a che fare con il sistema economico, ma che sia una questione di mentalità, di maggiore parità. Ciò dovrebbe far riflettere anche gli impenitenti legalisti che a casa nostra davanti a ogni femminicidio sbraitano di misure repressive, ergastoli, castrazioni e ghigliottina.
Quando è la polizia a giustiziare chi chiede diritti, cosa c’è rimasto da salvare? Non deve essere palese solo per noi rivoluzionari che la democrazia borghese non esiste e non è mai esistita, che esiste solo l’oppressione degli sfruttatori sugli sfruttati. La parità di trattamento Marielle l’ha avuta. Assassinata dallo stato come un boss dei narcos. Con quattro colpi alla testa. Come un uomo. Scomodo.
Che ci uccida la polizia in un’esecuzione sommaria, o un fidanzato in preda ai “fantasmi della gelosia”, o un datore di lavoro perché non in regola con le norme di sicurezza, o che ci uccida il lento logorio di un lavoro di cura infinito, per tutti, bambini, adulti o anziani, che ci stupri un carabiniere “maschietto” o che ci uccida il taglio dello screening in un sistema sanitario ormai privatizzato, dobbiamo prendere coscienza che solo combattendo per abbattere alla radice patriarcato e capitalismo potremo disporre di quella libertà che oggi ci manca. Come donne e come sfruttate, lavoratrici, precarie, disoccupate, madri o meno, giovani o vecchie.

Migliaia di persone sono scese in piazza per esprimere la propria tristezza e rabbia per l’omicidio di Marielle. È ancora presto per dire se queste proteste prenderanno una forma più strutturata e di lungo corso.
La combattività era il suo marchio di fabbrica, e la strada politica e personale che aveva percorso lo testimoniava. Avrebbe potuto correre per le presidenziali, acquisire ancora più influenza. Andava fermata. E con lei tutti coloro che ne condividono le battaglie. Come rivoluzionari, dobbiamo fare sì che questo omicidio ottenga l’effetto opposto. E che tante voci come quella di Marielle si levino dalle periferie del capitale.
“Hoje a gente tem o temor e aí, quem aqui vigia os vigias? Quem presta contas? A gente vem para ocupar a rua, sim” (Oggi la gente ha paura e quindi, chi ci protegge dalle guardie? Chi ne risponderà? La gente scenderà a occupare le strade, sì!”) (5).




(1) https://veja.abril.com.br/brasil/desembargadora-diz-que-marielle-estava-engajada-com-bandidos/

(2) https://brasil.elpais.com/brasil/2018/03/15/politica/1521140804_564612.html

(3) https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=h9oC94oOAdA

(4) https://www.newstatesman.com/world/south-america/2018/03/marielle-franco-s-death-emblem-violence-against-brazil-s-poor-and-black

(5) https://brasil.elpais.com/brasil/2018/02/16/politica/1518803598_360807.html

MG - Commissione oppressioni
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

 

La crisi brasiliana a un punto di svolta

A un anno dall'impeachment di Dilma Rousseff, il Brasile precipita in una nuova crisi politica e istituzionale.

Il ciclone delle inchieste giudiziarie sulla corruzione che aveva investito il PT travolge il governo di Michael Temer. Temer è direttamente coinvolto, sulla base di registrazioni inoppugnabili che documentano il pagamento di mazzette all'ex presidente della Camera (Eduardo Cunha, oggi in carcere) per comprare il suo silenzio; mentre il colosso mondiale della carne (JBS) rivela donazioni illegali negoziate direttamente con Temer che ammonterebbero negli ultimi dieci anni a 4,7 milioni di reales (l'equivalente di un milione e mezzo di euro).

Il presidente grida al complotto e intima al Tribunale Supremo di sospendere le indagini. Ma la sua situazione si fa sempre di più insostenibile. Ben otto mozioni parlamentari rivendicano l'impeachment contro Temer. Suoi stretti collaboratori, come l'assessore speciale Sandro Mabel, si dimettono. Il PSB, partito alleato di governo (un ministro, 35 deputati, 7 senatori), si è ritirato dalla maggioranza e chiede a Temer di rinunciare. I gruppi parlamentari del PSDB, altro partito di maggioranza, vacillano. Ambienti interni allo stesso partito del presidente (PMDB) premono per il suo ritiro. L'Ordine nazionale degli avvocati chiede pubblicamente la revoca di Temer. I principali registi ed attori dell'operazione di destituzione di Roussef sono dunque minacciati da un'analoga sorte.

Ma non si tratta della semplice ripetizione di ciò che accadde un anno fa. Oggi la crisi politica e istituzionale del regime borghese è più grave. Sia per ragioni istituzionali, sia soprattutto per l'irruzione sulla scena politica del movimento operaio brasiliano, il gigante dell'America Latina.


LA PARALISI POLITICA E ISTITUZIONALE 

Sul terreno strettamente istituzionale non è agevole trovare lo sbocco della crisi politica.

In caso di dimissioni di Temer, la via delle elezioni anticipate rispetto alla data prevista del dicembre 2018 è ostacolata da una norma costituzionale che prevede una possibile anticipazione delle urne solo nel caso che la rinuncia del presidente avvenga nei primi due anni del suo mandato. Ma Temer era già parte del precedente governo Rousseff, quale vicepresidente. A meno di una riforma costituzionale quello sbocco sembra dunque assai problematico.

L'altra possibilità è la nomina di un nuovo presidente da parte del Congresso, con una elezione pertanto indiretta. Ma un terzo dei deputati e larga parte dei senatori sono coinvolti dalle inchieste giudiziarie per corruzione, come lo sono buona parte dei candidati in pectore alla successione. La via istituzionalmente possibile è dunque politicamente temeraria.

Temer cerca di usare questa impasse per restare in sella, presentandosi alla classe dominante come l'unico possibile garante della governabilità del sistema. Ma il suo indebolimento politico verticale, che l'ha portato a un grado di consenso nettamente inferiore al 10% a livello di massa, sta trasformando proprio la sua ostinata resistenza in un fattore di radicalizzazione della crisi, anche sociale.


L'IRRUZIONE DELLA CLASSE OPERAIA 

L'irruzione della classe operaia brasiliana sul terreno della lotta è il fatto nuovo dello scenario politico brasiliano.

La dinamica della lotta di classe e di massa in Brasile ha conosciuto in questi anni un processo contraddittorio, anche in relazione alla crisi capitalistica.
Il prolungato sviluppo economico brasiliano degli anni 2000, trainato dalle materie prime e dallo sviluppo cinese, conosceva un arresto all'inizio del presente decennio, per effetto della crisi capitalistica internazionale. Le mobilitazioni dell'estate 2013 contro il governo Rousseff espressero un'importante reazione diffusa di settori giovanili alle politiche di austerità del governo PT e alla erosione progressiva delle misure redistributive degli anni del boom. Ma la classe operaia, a livello di massa, restò prevalentemente passiva.
Un anno fa l'operazione di destituzione parlamentare di Rousseff fu accompagnata da manifestazioni di massa della destra reazionaria, che cercò di capitalizzare lo scollamento passivo tra grandi masse e PT ponendosi alla testa dell'indignazione popolare contro la corruzione. Il tutto sullo sfondo di una crisi capitalistica molto profonda che nel 2015/2016 ha visto un crollo del 7,2% del PIL brasiliano. Lo stesso avvento del governo Temer, dopo un'estenuante travaglio parlamentare, non innescò un'immediata risposta sociale, nonostante il discredito del personaggio. Le manifestazioni di protesta guidate dal PT coinvolgevano settori di attivisti della sinistra politica, non la massa proletaria. Ancora nel marzo scorso il corrispondente di Le Monde in Brasile poteva scrivere: «Le strade che un anno fa vedevano manifestazioni di massa oggi tacciono».

Quel silenzio non è durato a lungo. E la ragione è semplice. Nel tentativo di consolidare il proprio legame con la grande borghesia brasiliana e il capitale finanziario internazionale, il governo Temer ha promosso un avventuroso attacco frontale alla classe operaia. Ha fatto approvare una legge che blocca la spesa sociale per vent'anni. Ha promosso un disegno di legge che alza l'età minima per accedere alla pensione. Ha annunciato una riforma della legislazione del lavoro che scompone i periodi di ferie secondo le volontà delle imprese, e alza a 12 ore il tetto massimo di lavoro giornaliero. Questo attacco frontale da parte di un governo già impopolare ha innescato la risposta di massa.

Lo sciopero generale del 28 aprile, promosso dalla CUT, è stato il primo sciopero generale dal 1996 e il più grande sciopero generale della storia del Brasile dopo il 1989. Hanno scioperato trentacinque milioni di salariati. Non solo nei trasporti e nei servizi, ma nell'industria. Il proletariato industriale è stato il protagonista della giornata. Nella siderurgia, nelle raffinerie, nei cantieri navali, in tutti gli stabilimenti dell'industria automobilistica (Volkswagen, Ford, General Motors, Renault...). Più volte combinando il blocco della produzione con il blocco delle vie di comunicazione attraverso barricate di strada. Il tutto con una rivendicazione centrale: il ritiro immediato delle misure antioperaie, ma con la sovrapposizione progressiva della rivendicazione politica della cacciata del governo. “Fora Temer” è da un mese la parola d'ordine del movimento operaio brasiliano.

Questa dinamica pone una riflessione di fondo. La svolta a destra di Temer e le sue provocazioni sociali si scontrano con una classe operaia strutturalmente rafforzata dalla fase prolungata del boom economico. È la stessa dinamica che in forme diverse coinvolge l'esperienza Macri in Argentina. La ripresa di massa in entrambi i paesi misura la fragilità della svolta a destra latinoamericana (come analizzato dal documento internazionale del nostro quarto Congresso). Il quadro continentale è lungi dall'essere stabilizzato.


PER L'AUTORGANIZZAZIONE DI MASSA. PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI 


Il combinarsi della crisi politico istituzionale con la radicalizzazione del movimento operaio può ora innescare sviluppi imprevedibili della situazione brasiliana.

L'enorme manifestazione di massa del 24 maggio a Brasilia, l'incendio di due ministeri assaltati dalla folla, il temerario uso dell'esercito contro i manifestanti come non avveniva dai tempi della dittatura, la revoca obbligata di questa misura repressiva da parte di un governo indebolito e alla sbando, scandiscono negli ultimi giorni l'accelerazione della crisi, e lo spostamento una volta di più del terreno stesso dello scontro, dalle istituzioni alla piazza. La caduta ripetuta della Borsa di San Paolo (-8% il 18 maggio) registra a suo modo la dinamica generale.

Le burocrazie sindacali di CUT e CTB, legate al PT, cercano di contenere e deviare la dinamica di massa sul terreno elettorale attorno alla richiesta di elezioni immediate: è il tentativo del PT di rilanciare la candidatura di Lula alle elezioni presidenziali, prima di una possibile stretta giudiziaria ai suoi danni.

I marxisti rivoluzionari hanno il compito opposto: dare al movimento della classe operaia una prospettiva indipendente sul terreno della lotta. Sciopero generale sino al ritiro delle misure antioperaie! Fora Temer! Un congresso nazionale di delegati operai, eletti nei luoghi di lavoro, che definisca un programma di svolta, per un'alternativa di potere dei lavoratori! A fronte della crisi istituzionale e dell'ascesa del movimento operaio, diventa decisiva l'indicazione di una soluzione politica della crisi: la parola d'ordine dell'autorganizzazione di massa e di un'alternativa politica di classe assume una valenza centrale.

Non si tratta di avanzare la parola d'ordine democratica dell'Assemblea costituente (che sembra divenuta la parola d'ordine universale di alcune organizzazioni trotskiste, dal Venezuela al Brasile). Si tratta di collegare la mobilitazione in atto alla prospettiva del governo dei lavoratori come unica vera soluzione della crisi brasiliana.
Marco Ferrando