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Cara burocrazia CGIL, le RSU combattive si tutelano, non si puniscono!


 Partito Comunista dei Lavoratori

Apprendiamo dal comunicato delle RSU CGIL Electrolux di Forlì, Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini, che è stato emesso a loro carico un provvedimento disciplinare che le priva per tre mesi dei diritti associativi.
La “colpa” delle RSU? Pare che abbiano denunciato sui giornali di fabbrica i ritardi e le lungaggini da parte del patronato nelle pratiche di vertenza di lavoratori colpiti da gravi patologie (qui il comunicato delle RSU e il relativo dispositivo disciplinare CGIL, pubblicato da Altriritmi).
Davanti a una punizione così sproporzionata di due RSU che hanno giustamente criticato e sollecitato il sindacato a difesa dei lavoratori interessati, non possiamo che esprimere tutta la nostra solidarietà a Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini.

Il tempismo poi di queste sanzioni disciplinari ha davvero dell’incredibile: la burocrazia CGIL sanziona oggi, alla vigilia di una lotta sindacale di importanza davvero vitale per i 1700 lavoratori Electrolux, proprio due delle RSU più combattive dello stabilimento di Forlì, che con il loro impegno hanno dato corpo e gambe ai presidi.

Come può un sindacato colpire i propri elementi in prima linea contro il padronato quando la sua stessa burocrazia, a livello nazionale e locale, è stata latitante – a voler essere buoni – ai cancelli delle fabbriche Electrolux? Con quale credibilità la burocrazia CGIL chiede a lavoratrici e lavoratori un mandato in bianco per trattare sulla loro pelle e sulle loro vite quando agisce a livello disciplinare per colpire chi lotta?
Quale messaggio dovrebbero ricavare gli iscritti CGIL da questo provvedimento? Non criticate la burocrazia, non denunciate i problemi, chinate la testa davanti al funzionario di turno? Siamo certi che il padronato sarà felice di questo ulteriore strappo nel campo avverso della lotta di classe.

I lavoratori e le lavoratrici Electrolux si trovano oggi – come nel 2014 – a fronteggiare un attacco senza precedenti contro il proprio posto di lavoro. Ma c’è una sostanziale differenza rispetto al 2014: oggi i compromessi al ribasso, tanto cari ai burocrati CGIL locali e nazionali, non hanno più spazio per esistere. Non ci sono più pause da accorciare, ritmi da alzare, diritti acquisiti da erodere. È forse questo il motivo della “latitanza” dei vertici CGIL nazionali e locali sulla vertenza Electrolux?

Oggi c’è solo da lottare. Anche oggi, come nel 2014, la lotta si regge sulle spalle di pochi operai, RSU e sodali, che si fanno carico della durezza della lotta, della passività di tanti lavoratori, dell’aperta ostilità del padronato e adesso anche delle misure repressive del proprio sindacato. Da lavoratori viene spontaneo chiedersi: cosa fare quando le burocrazie sindacali ti abbandonano, anzi puniscono gli unici RSU che ti difendono?

Per noi la soluzione è chiara: i lavoratori e le lavoratrici Electrolux devono comprendere che solo loro hanno in mano il destino della propria lotta; solo loro possono tenere la barra dritta. Solo loro possono dare vita a quell’unità che anima i presidi, i blocchi, gli scioperi. Solo loro hanno la forza necessaria per bloccare il progetto di macelleria sociale dell’azienda.

Nessun mandato in bianco a una burocrazia sindacale più occupata a disciplinare le RSU combattivi che a tutelare i lavoratori!

Unità di lavoratori e lavoratrici nella lotta insieme alle RSU combattive degli stabilimenti Electrolux!

Con la lotta si piega il padronato, ma si piega anche la burocrazia passiva!

Solidarietà a Cinzia e Loretta!

Autorganizzazione operaia contro chi sta dall’altra parte della barricata, il padronato, ma anche contro i burocrati-pompieri!

No alla riforma degli istituti tecnici! No alla firma del CCNL scuola e ricerca 2025-2027!

 


Il 10 marzo 2026, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha sferrato un colpo basso alla scuola pubblica, con un Decreto che attacca fortemente gli Istituti Tecnici, stravolgendone organizzazione e didattica. Il governo sfrutta l’alibi del PNRR per imporre, a tappe forzate e nel silenzio di fine anno, l’attacco ad un altro pilastro della scuola pubblica. 

L’operazione è chirurgica: il curriculum viene spezzato per modellarlo non sui saperi, ma sulle pretese del padronato. Il prezzo da pagare è altissimo: un massacro di ore che investe Diritto, Economia, Matematica, Lingue Scienze e Italiano. Una  vera e propria ritirata strategica della cultura, con la sottrazione del 20% del tempo scuola nel biennio, fino ad arrivare a un 35% nell’ultimo anno.

Si opera un attacco senza precedenti alla formazione e si accelera l’addestramento precoce verso un mondo del lavoro sfruttato e sottopagato in forma di tirocini e PCTO già dal secondo anno.

Il rischio reale è un declassamento di massa e l’istituzionalizzazione della disuguaglianza.

PER UNA STAGIONE DI LOTTE NELLA CONOSCENZA. NO ALLA FIRMA DEL CCNL!

Il primo aprile scorso, le principali organizzazioni sindacali di categoria (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA e ANIEF) hanno sottoscritto l’ipotesi di contratto 2025-27, riguardante circa 1,4 milioni di lavoratori e lavoratrici tra Scuola, Università, Ricerca e Afam.  L’aumento del 6% sul salario tabellare, dilazionato in un triennio, è irrisorio e rischia di non essere altro che un’elemosina concessa dal governo per anestetizzare il conflitto sociale in un momento nel quale si trova in forte difficoltà in seguito alla bruciante sconfitta data dalla vittoria del NO al referendum sulla Giustizia.

Questo rinnovo non tiene conto realmente della condizione materiale di chi vive di salario docente e ATA. Dopo il triennio 2022/24, segnato da un’inflazione galoppante che ha divorato il 16,7% del potere d’acquisto, le organizzazioni sindacali, in primis la FLC-CGIL non possono accettare un recupero soltanto del 5,78%. Che comporterebbe nei fatti una perdita strutturale dell’11% del salario reale.

La firma odierna non aiuterebbe altro che un’operazione di propaganda a tutto vantaggio del governo Meloni: accorpando due rinnovi in pochi mesi, si tenta di gonfiare artificialmente le cifre per nascondere sei anni di arretramento, mentre il divario con le Funzioni Centrali e la Sanità permane in una logica divisiva e nociva.

Mentre il blocco di Hormuz e i venti di guerra nel Golfo spingono i prezzi dei beni energetici e alimentari verso l’alto,  l’accordo proposto è basato sull’inflazione “programmata” (quella decisa a tavolino dal governo) e non su quella reale. Firmare oggi significa accettare al buio, privando i lavoratori di qualsiasi meccanismo di difesa contro il carovita che esploderà nei prossimi mesi.

Separare la parte economica da quella normativa è una strategia scientemente orientata a indebolire il potere negoziale dei lavoratori. Incassare il minimo per sedare il malcontento e rimandare alle “sequenze contrattuali” i nodi critici, come l’introduzione di gerarchie aziendalistiche nella scuola (middle management), la premialità meritocratica in stile Brunetta.

Per questo rivendichiamo, nelle assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori e nelle piazze:

• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.

• Una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro al settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

• L’immediato ripristino del sistema della scala mobile dei salari in tutti i settori.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

Il “salario giusto” del governo Meloni è solo un regalo ai

 


La necessità e l’urgenza di una grande battaglia salariale. Non nei talk show, ma con la lotta

Il Decreto Lavoro del governo Meloni in occasione del Primo maggio non poteva essere più truffaldino. Il cosiddetto “salario giusto” si risolve nell’ennesimo incentivo alle imprese che lo applicherebbero: quasi un miliardo per i padroni (960 milioni). È lo stesso tipo di normativa che riguarda tutti i cosiddetti incentivi al lavoro introdotti in particolare nell’ultimo decennio. Ogni volta si presenta come tutela del lavoro un vantaggio per i profitti padronali.

Peraltro la stessa definizione di “salario giusto” nel decreto non c’è. Il riferimento infatti è al «trattamento economico complessivo» previsto nei contratti con le «organizzazioni maggiormente rappresentative». Ma il trattamento economico complessivo si compone di molte voci accessorie e variabili, dipendenti assai spesso dal tipo di impresa. La contrattazione collettiva fissa i minimi contrattuali, non il trattamento economico complessivo (TEC). Fare riferimento al TEC significa evitare ogni riferimento al minimo contrattuale della paga base, oltre a ignorare altre voci contrattuali, come ferie, malattia ecc. E in ogni caso non sta scritto da nessuna parte che il contratto collettivo sia di per sé garanzia. Basti pensare al salario della vigilanza, con salario a 5 euro: sarebbe questo un “salario giusto”?

Più in generale, l’attuale regime contrattuale, a partire dall’accordo-quadro del 2009 (firmato da sindacati confederali ed organizzazioni padronali) fa riferimento per il calcolo salariale al cosiddetto IPCA, cioè all’Indice dei prezzi al consumo armonizzato, depurato dagli energetici importati: la depurazione dagli energetici sancisce di per sé che il salario contrattuale non può neppure formalmente mantenere il potere d’acquisto dei salari. Tanto più oggi in presenza di una inflazione trainata proprio dai prodotti energetici.

Il presunto intervento del decreto sul ritardo dei rinnovi contrattuali è altrettanto ipocrita. Il decreto Meloni prevede in caso di ritardo del rinnovo un adeguamento salariale pari al 30% dell’aumento intervenuto dei prezzi. Significa garantire ai datori di lavoro un vantaggio del 70% in caso di ritardo contrattuale. Un incentivo formalizzato ad allungare il tempo dei rinnovi: perché in quel tempo “allungato” i prezzi salgono ben più delle retribuzioni, ad esclusivo vantaggio dei profitti.

Peraltro dall’agosto 2021 alla fine del 2025 anche i prezzi misurati con indice IPCA sono aumentati del 21,7%, mentre i salari dell’11,9%. Significa che i salari hanno recuperato poco più del 50%. L’attuale decreto, con l’adeguamento al 30%, è dunque persino peggiorativo della realtà attuale.

Non solo. L’adeguamento al 30% non ha carattere retroattivo, si applica solo a partire dal 1 gennaio 2027, e solo dopo dodici mesi dalla scadenza del contratto. L’incentivo ai padroni per ritardare i rinnovi è dunque pienamente garantito. Non a caso Orsini, presidente di Confindustria, ha esaltato il decreto Meloni. Lo stesso governo, quale datore di lavoro pubblico, è incentivato a ritardare i rinnovi per “risparmiare” risorse, da destinare in varie forme alle imprese o al pagamento del debito pubblico alle banche che acquistano titoli di Stato. A ciò si aggiungono gli effetti immutati del fiscal drag sui salari (ti aumenta il salario lordo ma non il salario netto, per il gioco delle detrazioni): ben 24 miliardi negli ultimi anni versati per questa via dal lavoro dipendente al Tesoro.

La risultante combinata di tutto questo è la drastica caduta dei salari. Sia che si prenda a riferimento gli ultimi cinque anni sia che si prenda a riferimento gli ultimi trenta, il risultato non cambia. I salari italiani perdono nettamente e progressivamente potere d’acquisto a vantaggio di profitti e rendite. Più che in ogni altro paese d’Europa.

Questo fatto incontestabile chiama in causa la politica delle burocrazie sindacali. Qual è la prima funzione di un sindacato se non quella di tutelare i salari? Se i salari sono in calo da trent’anni non è forse la politica sindacale di lungo corso la prima imputata? Questa domanda elementare interroga in particolare la CGIL, in quanto principale sindacato italiano. Maurizio Landini in ogni talk show denuncia brillantemente le iniquità salariali e le politiche dei governi. Ma padroni e governi borghesi fanno il proprio mestiere, che è quello di tutelare i profitti. È la direzione sindacale che non fa il proprio, né nel settore privato né nel settore pubblico. A dirlo sono proprio i dati che Landini denuncia. E certo oggi la linea delle buone relazioni di Landini con Orsini conferma la paralisi dell’azione sindacale reale, e la sua subalternità politica a una prospettiva di alternanza borghese di centrosinistra.

È l’ora di una svolta. Di una grande battaglia generale per il netto incremento di salari e stipendi di almeno 400 euro netti e per il ritorno della scala mobile dei salari. Una battaglia da collegare alla rivendicazione della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, di una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco. Una battaglia contro i padroni e contro il governo. La costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio e sindacale è anche per questo all’ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

GSF26. Unità operai-studenti italiani, vento in poppa per la Flotilla


L’anno scorso si sono svolte mobilitazioni di massa nelle strade, con la partecipazione di molti studenti. Le proteste per la Global Sumud Flotilla hanno coinvolto anche le università italiane. Da Catania, i nostri compagni del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), sezione italiana della LIS, che hanno partecipato alle azioni, hanno parlato con Giulia, studentessa di filosofia, e con il lavoratore M. C., socio-educatore della Cooperativa Valdocco, entrambi di Torino. L’intervista invita a guardare più da vicino e a riflettere su come possiamo essere più forti la prossima volta, continuando a sostenere la Flottiglia.

Intervista realizzata dai compagni del PCL

Dopo le occupazioni del 2023, come è ripartita la mobilitazione per la Palestina a Torino?

Giulia: Dopo la fine dell’occupazione delle facoltà di lettere dell’Università di Torino (Palazzo Nuovo), le iniziative per la Palestina sono diventate molto più sporadiche. A dare una boccata d’aria fresca al movimento è stata la spedizione umanitaria della Global Sumud Flotilla. La solidarietà con la Flotilla non ha coinvolto solo i lavoratori portuali (che si sono mobilitati fin dalla sua partenza in tutti i porti italiani), ma anche e soprattutto gli studenti, in particolare quelli universitari. Molte organizzazioni hanno cercato di preparare una nuova mobilitazione unitaria per creare un “equipaggio a terra” a sostegno della missione. Tuttavia, a Torino le assemblee organizzative non sono riuscite a generare un movimento che andasse oltre le mura dell’università. L’autunno ha riprodotto dinamiche molto simili alle mobilitazioni dell’anno precedente. Sebbene si riconoscesse l’importanza della loro presenza in una lotta che «riguardava tutti e tutte», non si è mai cercato di estendere la mobilitazione ai lavoratori con azioni mirate a questo scopo: distribuzione di volantini, picchetti o assemblee davanti alle fabbriche.

Nonostante Torino sia un importante polo industriale in Italia e negli ultimi anni abbia ricevuto molti investimenti nel settore bellico, l’attivazione studentesca in quell’ambito è sempre stata poco funzionale alla creazione di un fronte unitario con rivendicazioni rivoluzionarie. La corrente autonoma, maggioritaria, si è nuovamente concentrata sul boicottaggio accademico senza cercare una vera convergenza con i lavoratori, invitando solo occasionalmente delegati di fabbrica ad alcuni incontri universitari. La seconda forza universitaria per numero, Cambiare Rotta–Collettivo Universitario Autoorganizzato, ha boicottato le assemblee dell’Intifada studentesca e ha preferito organizzare per conto proprio un nuovo accampamento presso la facoltà di scienze politiche. Le organizzazioni giovanili di Potere al Popolo–Rete dei Comunisti hanno seguito indicazioni settarie a livello nazionale dell’Unione Sindacale di Base, con la quale hanno realizzato alcuni incontri chiusi ad altre organizzazioni politiche e sindacali della città.

La grande manifestazione di Torino in occasione dello sciopero generale del 22 settembre (in risposta al blocco della Flottiglia) non è stata il risultato di un lavoro organizzato dell’avanguardia studentesca né ha coinvolto settori industriali chiave complici del genocidio in Palestina, come le fabbriche di Leonardo. La partecipazione si è limitata ai sindacati di base, agli studenti e ai lavoratori della conoscenza. Qualcosa di simile è accaduto il 3 ottobre, anche se in quel caso l’adesione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ha ampliato la mobilitazione.

Cosa pensi abbia determinato la mancanza di unità d’azione tra gli studenti?

Giulia: In realtà, la presenza studentesca nelle mobilitazioni e negli scioperi è stata molto forte, e le giornate del 22 settembre e del 3 ottobre ne dimostrano il ruolo di primo piano. Ma la partecipazione delle diverse correnti all’organizzazione evidenziava una divisione e una disorganizzazione generalizzate: le assemblee unitarie non analizzavano il movimento né definivano strategie, non c’erano dibattiti né scambi di opinioni. Le riunioni si limitavano a pianificare la prossima manifestazione, l’affissione di manifesti o un evento. L’orizzonte politico e strategico era completamente assente dal dibattito collettivo. Ogni organizzazione discuteva le proprie tattiche separatamente, mentre le riunioni comuni servivano solo a informare gli altri sulle proprie iniziative.

A ciò si aggiungeva una pratica assembleare fortemente antidemocratica, che allontanava le minoranze dall’assemblea “ufficiale”, egemonizzata dall’autonomia. Invece di votare, si ricorreva alla “sintesi” delle opinioni, cercando di conciliare tutte le proposte senza affrontarne le contraddizioni. Il risultato era che le proposte scomode venivano semplicemente ignorate. Ciò ha generato scoraggiamento: la mancanza di dibattito e di analisi ha allontanato gli studenti meno politicizzati o senza organizzazione. La mancanza di un coinvolgimento reale ha portato al progressivo smantellamento dell’assemblea dell’Intifada, anche di fronte alla quasi totale assenza di risultati in tre anni di mobilitazione.

Il movimento studentesco ha fatto un passo indietro definitivo?

Giulia: Assolutamente no. Negli ultimi mesi, gli studenti sono stati in prima linea in tutti i movimenti progressisti del Paese: dagli scioperi a sostegno della Flottiglia all’8 marzo, passando per le mobilitazioni contro la guerra imperialista in Iran e a sostegno del popolo curdo. Al di là della dispersione delle forze dovuta alla mancanza di un progetto politico unitario (come avrebbe potuto essere un’assemblea democratica di tutti gli studenti di Torino o anche un coordinamento nazionale anti-imperialista), ogni organizzazione ha contribuito a generare momenti di grande partecipazione popolare.

Tuttavia, in assenza di una direzione comune, i movimenti di massa tendono a seguire cicli determinati dalla situazione in Palestina e dalle condizioni del proletariato locale. Inoltre, esiste il rischio di rappresaglie governative nelle fasi di arretramento. Mentre nei momenti di ascesa si sono svolte azioni dirette senza conseguenze, in seguito sono arrivate multe e arresti quando è diminuita la protezione delle masse. Tuttavia, non si può subordinare la costruzione di un movimento unitario anticapitalista a tali oscillazioni. È necessario superare le tendenze settarie e opportuniste e costruire una lotta comune che colpisca coloro che sostengono il genocidio e l’aggressione imperialista, specialmente nei loro profitti. Ciò implica bloccare la produzione e il commercio, lavorare per uno sciopero unitario prolungato e promuovere un fronte intersindacale che includa anche la CGIL. In sintesi: lavoratori e studenti di tutto il paese, unitevi!

Continuiamo la conversazione con M. C.

Nel tuo ambiente di lavoro, qual è la posizione generale riguardo alla guerra in Palestina e com’è stata la partecipazione alle mobilitazioni?

M.C.: Lavoro come socio-educatore in una cooperativa molto nota a Torino. Il mio settore è quello sanitario, anche se in senso lato. I socio-educatori sono più vicini all’ambito scolastico, che è stato quello più mobilitato. Invece, tra gli operatori socio-sanitari (gli “operai” della sanità) c’è stata una minore partecipazione. Ciononostante, il sentimento generale è di rifiuto della violenza in Palestina, anche se spesso in modo vago. La sfida è far capire che l’azione collettiva può cambiare le cose, che le guerre esterne incidono sui diritti e sui salari interni, e che non bisogna temere ritorsioni se si agisce uniti. C’è ancora molta paura, frutto dell’individualismo e della passività.

Sei iscritto a un sindacato? Com’è stato il suo rapporto con gli scioperi?

M.C.: Sì, alla Confederazione Unitaria di Base (CUB). È stata attiva nel movimento “Torino per Gaza” e ha cercato di portare il dibattito nei luoghi di lavoro. Era un processo appena avviato, che si è complicato dopo episodi di violenza durante le proteste, mal interpretati da molti lavoratori influenzati dai media. Tuttavia, quel lavoro “ideologico” è fondamentale per ampliare la base. La massa protegge: quando eravamo in tanti, non si potevano criminalizzare le proteste. Ora, con una minore partecipazione, il governo risponde con la repressione.

Quali argomenti sono stati utilizzati per indire lo sciopero?

M.C.: Si è cercato di spiegare il rapporto tra economia e politica: la spesa militare comporta tagli alla sanità, precarietà lavorativa e benefici per pochi. Si è fatto appello anche al desiderio che lo Stato riprenda i servizi privatizzati. Ma la campagna stava iniziando quando il contesto è cambiato.

Com’è stato il rapporto con gli altri sindacati?

M.C.: Con la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ci sono state tensioni: la sua dirigenza evitava mobilitazioni così politiche, ma la pressione della base l’ha spinta a partecipare. È arrivata persino ad unirsi alle proteste indette dai sindacati di base, cosa piuttosto insolita.de base, algo poco habitual.

Ci sono possibilità che il movimento riemerga?

M.C.: Sì. Nulla di ciò che è stato fatto andrà perso; ha seminato consapevolezza e interrogativi.

Cosa dovrebbe fare il movimento in futuro?

M.C.: Deve portare i propri spazi nei luoghi di lavoro, specialmente quelli industriali. Settori come l’industria degli armamenti sono strategici. Bisogna generalizzare lotte come quella dei portuali e superare il carattere prevalentemente studentesco del movimento. È fondamentale abbandonare il settarismo e lavorare per una base ampia. Tutto deve ruotare attorno a un concetto: la massa. Più lavoratori partecipano, più cambierà il rapporto di forze. I lavoratori hanno il potere di bloccare le risorse economiche dei potenti.

Via il governo della reazione!

 


Vertenza generale! Sciopero generale! Per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori

Il governo della postfascista Meloni esce chiaramente sconfitto dal voto referendario

Non si è trattato di un voto tecnico sulla separazione delle carriere ma di un voto politico contro il governo.

Benché sia preoccupante che ancora tanti elettori (tra cui molti lavoratori) sostengano questo governo, la maggioranza si è espressa in modo inequivocabile.

Meloni, prevedendo la possibile sconfitta, si era sperticata ad affermare che non si trattava di un voto politico e che qualunque fosse stato il risultato non si sarebbe dimessa.

Noi dobbiamo dirle un sonoro NO! Il governo se ne deve andare!

E per obbligarlo è necessario da subito che la sinistra politica, sindacale e associativa elabori un piano di lotta basato su una piattaforma unificante, con obiettivi sia economici che politici.

Bisogna rivendicare, in primo luogo, l’abrogazione delle leggi liberticide contro le lotte (decreto sicurezza), un forte recupero salariale di fronte alle drammatiche perdite di questi ultimi anni, una seria riduzione dell’orario a parità di salario, l’abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro, l’abolizione della legge Fornero, una vera patrimoniale straordinaria sul 10% più ricco per finanziare il raddoppio della spesa sanitaria pubblica. Ma anche l’abbattimento delle spese militari, la rottura con lo Stato coloniale di Israele, il ritiro dai teatri di guerra del Medio Oriente, il diritto di autodeterminazione dei popoli oppressi e della loro resistenza al colonialismo e ad ogni imperialismo. Così come va rivendicato un sistema elettorale interamente proporzionale senza sbarramenti e altri limiti.

Per questo le organizzazioni sindacali devono organizzare una mobilitazione generale. Questo spetta in primo luogo alla CGIL, che raggruppa la maggioranza degli iscritti al sindacato, con l’appoggio senza settarismi dei diversi sindacati di base. Landini deve dimostrare nel concreto se vuole difendere davvero finalmente gli interessi dei lavoratori o tradirli ancora una volta.

Naturalmente la soluzione per sviluppare gli interessi di operai e impiegati, pensionati e studenti, non potrà venire da un nuovo governo di centrosinistra, che come si è visto in quelli degli scorsi decenni, partecipa all’azione contro la classe lavoratrice, a favore di capitalisti e banchieri.

Bisogna creare nella lotta le condizioni per un vero governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato su un programma anticapitalista.

È quello cui si è sempre dedicato il nostro partito e cui ci dedicheremo oggi con rinnovata forza.

Partito Comunista dei Lavoratori

La crisi e il Sulcis. Il caso Eurallumina


 La Vigilia di Natale, Il Sole 24 ore, giornale di Confindustria, concede spazio ad un articolo sulle quattro aziende sarde finite sui “tavoli di crisi” attivi presso il MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy): Eurallumina, Sideralloys Italia (ex Alcoa), Portovesme e Sanac. Il motivo apparente sembra una reale preoccupazione per le sorti dei lavoratori. Tra le righe però, per chi legge la realtà attraverso la lente dello scontro tra classi, sa perfettamente che il problema riguarda la tenuta degli stabilimenti per i futuri investitori e tutto l’indotto in termini di profitto.

Nonostante la manovra 2026 agevoli notevolmente le imprese, rimane da stabilire con precisione la partita dei costi dell’energia per il nuovo anno, puntando ad aiuti statali, taglio degli oneri e gas release. Insomma, va chiarito come verranno gestiti i fondi riprogrammati del PNRR in relazione al nuovo Piano di Transizione 5.0 e quali imprese potranno accedervi in base ai nuovi tetti dei crediti d’imposta e dei superammortamenti.

Il caso di Eurallumina e dell’intero polo industriale del Sulcis Iglesiente dipende dalla risoluzione di questi problemi fondamentali: approvvigionamento energetico alternativo al carbone, ammodernamento delle infrastrutture e continuità produttiva. Si tratta di vertenze ormai da definire “storiche”: Eurallumina da ben sedici anni vede i suoi dipendenti in cassa integrazione con l’impiego dei pochi che servono alla manutenzione degli impianti. Non si sa di preciso le oscillazioni in termini numerici, ma nel 2015 si parlava di 357 addetti diretti più circa 100 addetti nell’indotto, mentre oggi si registrano 114 lavoratori.

Dopo aver sventato il rischio di liquidazione al 31 dicembre, in legge di bilancio è stata stanziata la copertura finanziaria necessaria a garantire la continuità aziendale: 9,6 milioni di euro comprese le attività di bonifica per i primi sei mesi del 2026. I ministri Urso e Calderone parlano di “grande risultato” e la presidente della Regione Sardegna Todde ha espresso grande soddisfazione.

Questo risultato, sottolineiamo noi, è stato ottenuto con una dura lotta operaia. Durante l’ultima protesta, quattro operai sono rimasti a 40 metri d'altezza sul silo numero 3 dello stabilimento per dodici giorni; a questa sono seguite la manifestazione a Roma il 20 dicembre davanti al MIMIT e lo sciopero generale del 12 dicembre contro la legge di bilancio.
I sindacati coinvolti, CGIL, CISL e UIL con i comparti di settore, dichiarano però che è necessario scongelare gli asset russi per riprendere gli impegni di Rusal, poiché le sanzioni bloccano al contempo sia l’approvvigionamento di gas sia gli investimenti promessi.


APPROVIGIONAMENTO ENERGETICO E DISASTRO AMBIENTALE SULLA PELLE DEI PROLETARI

La produzione di alluminio primario pone due grandi problemi: il grande consumo energetico e la compatibilità ambientale, poiché la lavorazione dell’allumina, estratta dalla bauxite, prevede un processo altamente inquinante.

Il primo aspetto ha visto un susseguirsi di progetti, investimenti e iter burocratici lunghi e difficili da ricostruire. Basti ricordare il fallimentare progetto della centrale termica cogenerativa inizialmente alimentata a carbone (modificato successivamente), per convogliare energia termica ed elettrica agli impianti dello stabilimento: 74 milioni di euro di fondi pubblici (su 100 complessivi), grazie ad un contratto sottoscritto con Invitalia. La centrale era gestita da Eural Energy, che nel luglio 2020 si fonde con Eurallumina mediante incorporazione; tra le due società vigeva prima un contratto di “take or pay”, assicurando ad Eural Energy incassi sicuri.
Dopo anni di ipotesi e progetti si decide la conversione dell’approvvigionamento a GNL (gas naturale liquefatto), definitivamente cristallizzata nel recente DPCM Energia per la Sardegna, siglato il 10 settembre 2025. Il GNL, il cui trasporto via mare implica inquinamento e impiego di altri combustibili necessari per il trasporto, giunge all’isola e viene rigassificato; resteranno attive le unità di stoccaggio e rigassificazione a Porto Torres e Oristano e la rete di metanodotti detta “mini dorsale” che collega Oristano alla zona del Sulcis; mentre dovrebbe sparire la nave rigassificatrice di Portovesme (SU).

Il secondo aspetto relativo all’inquinamento e salute pubblica è più delicato, poiché pone sfide che implicano anche il ripensamento di ciò che si produce e come lo si produce. Il territorio del Sulcis-Iglesiente-Guspinese è afflitto da una grave crisi ambientale e sanitaria, e rientra ancora oggi tra i siti di interesse nazionale (SIN) a cui indirizzare azioni di bonifica del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali e sotterranee.
L’impatto sull’ambiente è stato ampiamente documentato. Gli studi di ISPRA resi pubblici nel 2016 hanno dimostrato le conseguenze devastanti dello scarto di fabbrica, il “bacino dei fanghi rossi”, che ha compromesso suolo e falde idriche e di conseguenza la catena alimentare. Molti prodotti, contenenti metalli pesanti, hanno avuto risvolti negativi sulla salute, causando diverse malattie invalidanti, specie nei bambini. Per i lavoratori, l’esposizione diretta alla lavorazione di fabbrica aumenta il rischio di tumori al pancreas e di malattie dell’apparato urinario.

Nel 2009 il bacino dei fanghi rossi fu sottoposto a sequestro, e fu avviato un processo per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti, a carico dei dirigenti di Eurallumina; assolti nel 2023 poiché “il fatto non sussiste”. Insomma, a pagare caro e persino con la propria salute sono sempre i lavoratori e le loro famiglie. Solo poche voci isolate hanno preso in considerazione la possibilità di una conversione produttiva con il passaggio all’alluminio secondario (riciclato), come il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus: la conversione sarebbe una scelta opportuna poiché ci sarebbe un risparmio energetico fino al 95% in meno e una drastica riduzione delle emissioni di CO2. L’alluminio riciclato può inoltre essere impiegato in una pluralità di settori: automobilistico, edilizio, sportivo etc…, può essere riciclato più volte senza perdere le proprietà.


L’IMPERIALISMO ITALIANO E GLI AFFARI DEL GNL

Il GNL è un affare che coinvolge tutta la penisola italiana, non solo la Sardegna. Ci sono altri terminal di rigassificazione attivi, come Ravenna e Piombino, ed è inoltre previsto lo sviluppo della Linea Adriatica: 425 km di gasdotti da nord a sud che rientra nel progetto RePowerEU, interessata da miliardi di investimenti PNRR.

Per il nostro imperialismo è un affare: le importazioni di gas, in primis dagli USA, implementa gli affari di Snam ed ENI. De Scalzi è stato chiaro: «ENI, che era il primo importatore di gas russo, dopo averci dovuto rinunciare e averlo sostituito firmando accordi di lungo termine in altri Paesi, non ha interesse a tornare indietro. Abbiamo sostenuto investimenti importanti per mettere in sicurezza l’Italia e l’Europa, e non possiamo pensare di accollarci ulteriori spese per riprenderlo» (Milano Finanza, 27 febbraio 2025).
Il futuro DL Energia dovrebbe contenere, tra le varie misure, anche la vendita anticipata presso i siti di stoccaggio dei volumi di gas da parte di GSE e Snam. I proventi di questa operazione saranno destinati a ridurre le tariffe di trasporto e distribuzione per i clienti industriali. Quello che Confindustria chiede dal 2022.

La questione è chiara: da un lato si punta a rafforzare il peso economico e politico dell’Italia in Europa, dall’altro si continua a mantenere i rapporti commerciali con gli USA, dai quali l’Italia importa il maggior volume del gas liquefatto. Un mercato, quello americano, che per l’Italia rappresenta investimenti in molti settori e uno sbocco commerciale che genera oltre il 50% del surplus netto dell'Italia nel mondo.


LA QUESTIONE DEL GAS SULLO SFONDO DELL’INVASIONE RUSSA IN UCRAINA

La società Eurallumina è attualmente controllata da UC Rusal tramite la cipriota Libertatem Materials LTD di Oleg Deripaska, proprietario al 100% delle azioni.
Dopo il congelamento degli asset nel maggio 2023, Rusal non ha smesso comunque di macinare profitti, anzi ha potenziato la propria presenza in Guinea, dove esistono ricchi giacimenti di bauxite, e ha rivolto i propri investimenti ad altri mercati come l’Etiopia, con la quale ha siglato a novembre il Memorandum of Understanding. Per finire, ricomincerà a beneficiare dei dividendi di Nornickel e ha di recente stipulato un accordo con KraMZ ltd per la vendita di 75.000 tonnellate di prodotti di alluminio per 220 milioni di dollari.
Quest’ultimo consentirà a Rusal di mantenere uno sbocco commerciale sicuro all’interno della catena del valore di EN+.
Ad ogni modo, dei quattro stabilimenti Rusal in Europa, tre lavorano regolarmente (con deroghe al congelamento dei beni da parte di Germania, Irlanda e Svezia) ad eccezione dell’Italia, dove ad occuparsi di Eurallumina è l’Agenzia del Demanio. L’unica cosa che non garantisce Rusal per il 2026 è la liquidità necessaria allo stabilimento, per coprire tutti i costi, dai salari e integrazione della CIG, alla gestione e rinnovamento degli impianti e i soldi per la bonifica. In totale un investimento da 400 milioni di euro.


UNA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA NECESSARIA

Le nostre posizioni sull’invasione russa in Ucraina sono note a tutti: difendiamo il diritto alla resistenza del popolo ucraino senza alcuna fiducia e alcun sostegno politico a Zelensky e alla NATO; abbiamo da subito criticato l’uso delle sanzioni verso la Russia poiché invece che causare danni alla borghesia russa e indebolire l’attacco di Putin, colpisce i proletari in termini di costi sociali. Ma non ci importa difendere i profitti di Rusal e di Deripaska, e nemmeno quelli dei nostri capitalisti.

Per evitare che il settore industriale del Sulcis collassi, e con esso i lavoratori e le rispettive famiglie, si rende necessario mettere i lavoratori al centro delle decisioni e lasciare cha siano i lavoratori organizzati a diventare i protagonisti della loro vertenza, senza cedimenti alle burocrazie sindacali spinte dal “pragmatismo” (sbloccare gli asset) e nemmeno al campismo nostrano, che vede Putin come un liberatore e l’imperialismo solo in Occidente.

Gli investimenti di Deripaska o un diverso investitore privato disposto a coprire le somme preventivate consentirebbero ai lavoratori di tornare in fabbrica, ma non cambierebbe di una virgola la situazione ambientale e sanitaria.
Il Sulcis è un territorio dove tutti speculano con fasulle promesse e agende infinite; tutti i soldi pubblici sprecati sino ad ora in folli progetti energetici, se correttamente usati, avrebbero già risolto una parte del problema.

È necessario dunque connettere le lotte del lavoro a quelle ambientali per assicurare contemporaneamente salario e salute.

• Blocco dei licenziamenti ad oltranza sino alla risoluzione della vertenza;
• Nazionalizzazione sotto controllo operaio: espropriare Rusal senza indennizzo. Dopo anni di incuria e progetti incompatibili da un punto di vista ambientale, la proprietà deve essere pubblica e la gestione deve essere operaia.
• Convergenza della lotta ambientalista con la lotta di fabbrica.
• Forte piano di investimenti pubblici: per la bonifica e la messa in sicurezza del territorio; per la conversione degli impianti e passaggio alla produzione dell’alluminio secondario.

Siamo consapevoli che nessun governo borghese consentirà l’attuazione di un simile programma, perché sono i comitati d’affari dei padroni. Solo un governo dei lavoratori può attuare queste decisioni e garantire salario e tutela di ambiente e salute.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Nessuno sconto a questa finanziaria di lacrime e sangue

 


Testo del volantino distribuito in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre

La Finanziaria 2026 è la fotografia più chiara della direzione presa da chi governa: un Paese dove chi lavora deve pagare tutto, mentre chi comanda continua a vivere al riparo da ogni sacrificio: l’ennesimo assalto ai diritti, ai salari e alla dignità della classe lavoratrice.

Aumentano le imposte indirette, diminuiscono le detrazioni, si riduce ciò che resta in busta paga. Ancora una volta, l’inflazione la pagano gli operai, i turnisti, i precari, chi vive davvero del proprio sudore. Chi sta al governo, invece, continua a recitare la farsa dei “redditi da tutelare”, mentre svuota le tasche proprio di quelli che lavorano per tenere in piedi ospedali, scuole, fabbriche, trasporti.

Un altro colpo arriva sul fronte del welfare. Invece di rafforzare le tutele in un paese dove milioni di persone sono intrappolate nella precarietà, la manovra taglia ancora. Meno fondi per la formazione, meno risorse per chi perde il lavoro, meno strumenti per affrontare transizioni industriali sempre più brutali.

E poi c’è la questione delle pensioni. Con la Finanziaria 2026 diventa ancora più difficile andare in pensione in tempi umani. Nuovi requisiti, nuove restrizioni, nuovi ostacoli. Come se chi ha passato una vita nei reparti, nelle officine, sui turni di notte o nei lavori usuranti potesse continuare eternamente.

Il tratto più rivelatore di questa manovra, però, è la totale assenza di un piano per alzare i salari, per creare occupazione stabile, per ridurre gli orari, per investire nei settori strategici. Zero. Solo tagli a difesa di un sistema che continua a imporre sacrifici a chi lavora mentre garantisce margini e rendite a chi vive di profitti.

La Finanziaria 2026 non è un incidente né un errore tecnico: è un documento politico che racconta chiaramente da che parte sta il potere. E non è certo dalla parte dei lavoratori. È dalla parte di chi considera la forza-lavoro un costo da ridurre. Dalla parte di chi preferisce alleggerire i conti dei privilegiati anziché riconoscere il valore della fatica quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori. Nel 2026, a quanto pare, chi lavora deve ancora pagare per tutti. È questa la linea: colpire chi crea la ricchezza per continuare a favorire
chi la accumula.

Nonostante le potenzialità che tutti abbiamo visto il 3-4 ottobre, la CGIL ed i sindacati di base non hanno trovato una data unitaria per dare vita ad una vertenza generale unificante in grado di contrapporsi a questa aggressione che il governo Meloni porta ai diritti della classe lavoratrice.

È ora di una piattaforma di rivendicazioni vere:

aumenti molto più consistenti per tutti che recuperino la reale inflazione, grosso modo il doppio di
quella segnata dall’indice IPCA, quindi 400- 500 euro;

ripristino della scala mobile e riduzione dell’orario a 30-32 ore settimanali a parità di salario;

abolizione di tutte le leggi sul precariato dal Jobs Act fino al pacchetto Treu; abolizione della Legge Fornero e di tutti i suoi predecessori: in pensione con 35 anni di contributi, 60 di età e con minima almeno a 1500 euro, quindi abolizione di tutti i fondi pensione e salute che smantellano i diritti pubblici;

abolizione dell’autonomia differenziata, che riduce salari e diritti, in maniera indifferenziata, dal nord al sud;

abolizione di tutte le leggi antisciopero e del Decreto legge sicurezza che criminalizza le lotte;

nemmeno un euro per il riarmo! In Italia si passerà da 45 miliardi nel 2025 a oltre 146 miliardi annui nel 2035 (più dell’importo della spesa per la sanità pubblica), arrivando in un decennio a circa 964 miliardi per il riarmo.

Queste rivendicazioni possono essere portate avanti da un'assemblea di delegati e delegate eletti nei luoghi di lavoro, che guidi la lotta da Stellantis alla GKN, dalla ex Ilva a tutte le altre mille vertenze sparse per il paese, e che istituisca casse di resistenza adeguate allo scopo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Metalmeccanici, un contratto da bocciare

 


FIM, FIOM E UILM erano partiti chiedendo 280 euro di aumento in tre anni e una riduzione d’orario a 35 ore a parità di salario; hanno firmato invece per 205 euro in quattro anni (2025-2028), allungando pure di sedici ore la flessibilità (l’orario plurisettimanale, cioè i sabati mezzo gratuiti, non pagati come straordinario, i quali passano da 80 ore a 96). Per la stragrande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici l’aumento si aggira tra i 185 e i 192 euro lordi.


Un risultato disastroso che si commenta da solo, e a tutto vantaggio della controparte. Per due anni, fino al giugno del 2026, i metalmeccanici non andranno più in là dei 27 euro lordi erogati a giugno 2025 per l’ultrattività del vecchio contratto scaduto. Per recuperare il costo delle 40 ore di sciopero fatte per ottenere questa misera cifra dovranno aspettare grosso modo la prima busta paga dell’anno 2027.

I vertici sindacali sbandierano come vittoria il mantenimento della clausola di salvaguardia, cioè la salvaguardia dell’indice IPCA, un indice che è al di sotto dell’“inflazione programmata” degli anni ‘90 con cui i padroni smantellarono la scala mobile.

La partita non si giocava sulla “clausola di salvaguardia” ma sull’“assorbibilità” che nello scorso contratto in buona parte delle fabbriche si è mangiata l’aumento. E questa resta tale e quale a prima. Dal 2017, infatti, i vertici sindacali hanno accettato che i minimi aumentino solo nel caso lavoratrici e lavoratori non abbiano superminimi o altri emolumenti aggiuntivi. In quel caso sono sotto ricatto delle aziende.

Si arretra anche sui PAR, due in meno a disposizione individuale e due in più per le chiusure collettive. Il resto è poca cosa: la stabilizzazione (dal 2027) del 20% dei precari, prima di poter assumere altri precari con causali, si perde in un dedalo di precisazioni che la controparte facilmente aggirerà; lo staff leasing limitato a 48 mesi significa che dopo 48 mesi un’azienda assumerà un altro staff leasing lasciando a casa il primo.

Era ampiamente prevedibile una capitolazione del genere, a fronte di scioperi telefonati e fatti per fare il meno male possibile, dividendo territorialmente il fronte. A ciò si aggiunga che gli scioperi hanno messo in discussione solo la piattaforma di Federmeccanica, ma non l’impianto generale del contratto, incardinato su quel Patto della Fabbrica, firmato da CGIL, CISL e UIL nel 2018, che vincola al ribasso gli aumenti, sposta tutto sul welfare (50 euro in più rispetto ai 200 dello scorso contratto, e naturalmente confermati Metasalute e Fondo Cometa per la distruzione di pensioni e sanità pubbliche) ed è fatto su misura per i padroni.

Bisogna riprendere la lotta per un aumento serio e che parta subito, non tra un anno. Un aumento almeno doppio e vincolato all’unico vero indice che tenga dietro all’inflazione: la scala mobile. E per un aumento doppio ci vanno scioperi veri e prolungati, senza preavviso di un mese ma con casse di resistenza che lo supportino. Solo così si possono ottenere riduzione serie di orario e mettere fine ai contratti precari di qualunque tipo.

I metalmeccanici inoltre non devono viaggiare da soli, tanto più che il loro bastione più importante, quel che resta di FIAT-Stellantis, per la miopia dei vertici, è ormai lasciato al suo destino a combattere da solo. Invece per noi va riaccorpato al resto della truppa e unificato a tutte le altre categorie per un unico rinnovo generale che pieghi finalmente il padronato.

L’attuale lotta all’Ilva può essere il punto di partenza per portare a casa finalmente una vittoria e non rassegnarsi a questi aumenti da clochard. Nel referendum che viene, i vertici sindacali punteranno proprio su questo, sulla rassegnazione per far ingoiare ai metalmeccanici l’ennesimo rospo. Bisogna farlo ingoiare a loro. Sarà come farlo ingoiare a Federmeccanica, l’unica a far guadagni principeschi con questo contratto bidone.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il 6° incontro della Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e Lotta

 


Dal 13 al 16 novembre scorsi si è svolto a Chianciano Terme il sesto incontro della Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e Lotta, nata nel 2013 con l’intento di costruire un fronte di lotta su scala globale.

La Rete raccoglie un gran numero di sindacati conflittuali di tutto il mondo, uniti da una piattaforma rivendicativa che va dalle rivendicazioni salariali e di miglioramento delle condizioni dei lavoratori e degli immigrati al contrasto della militarizzazione, dalla difesa dell’ambiente ai diritti delle donne e delle persone LGBTQI+.

In un’ottica di unione delle lotte, la Rete è aperta all’intesa con realtà che hanno gli stessi interessi del mondo del lavoro, come disoccupati, pensionati, studenti, attivisti per i diritti civili.

Per quattro giorni, più di 150 delegati provenienti da più di 30 organizzazioni hanno discusso appassionatamente per giungere ad una proposta organica di alternativa al capitalismo, un sistema decadente che, per sua natura, non può che basarsi sullo sfruttamento e sulla guerra.

Di fronte ad un capitalismo sempre più globalizzato, l’esigenza della costituzione di una Rete di questo tipo si palesa in tutta la sua evidenza, così come la necessità di elaborare nel dettaglio le rivendicazioni da contrapporre alla classe dominante e ai suoi governi.
In tal senso, non sono mancati i contributi da delegati provenienti da paesi che oggi sono il punto di precipitazione della crisi capitalistica: la Palestina, con il sindacato dei lavoratori dei servizi postali; il Venezuela, che è un nuovo terreno di scontro fra i diversi imperialismi e dove il governo Maduro non può essere considerato amico né tanto meno espressione del proletariato; l’Ucraina, con Yuri Samoilov, del sindacato dei minatori, che annovera fra i suoi iscritti molti reclutati dall’esercito per combattere i russi al fronte.
Yuri merita per noi un plauso per aver citato Trotsky in uno splendido intervento in cui ha magistralmente espresso la propria contrarietà alla guerra fra capitalisti (che mettono i popoli gli uni contro gli altri mandando a morire i lavoratori) spiegando come l’unica guerra che può avere senso sia quella del proletariato unito contro i capitalisti.

Contemporaneamente si svolgeva a Belem (Brasile) la COP30, la Conferenza mondiale sul clima. L'assemblea, su impulso della numerosa delegazione brasiliana, non ha mancato di evidenziare come essa, lungi dal perseguire soluzioni concrete, non sia altro che una vetrina propagandistica – ospitata da un paese governato dal riformista Lula – di cui si avvale la borghesia mondiale per legittimare la propria azione di devastazione ambientale in nome del proprio unico vero scopo: il profitto.

Il tema dell’inadeguatezza dei governi riformisti e della loro sostanziale contrapposizione agli interessi di classe è stato anche ripreso in una specifica sessione dedicata al contrasto all’avanzata delle destre nel mondo, analizzandone le cause e i possibili strumenti di contrapposizione.

I delegati hanno poi avuto un utile momento di confronto nelle riunioni raggruppate per settori professionali: logistica, scuola, sanità, trasporti, industria, commercio, call center, pensionati. Un’impostazione, tuttavia, che auspichiamo non sia controproducente dal punto di vista del consolidamento di una vertenza in ogni caso generale e di una piattaforma unificante e intercategoriale.

Un passaggio del documento finale è quello che secondo noi meglio esprime lo spirito che ha pervaso l’intera assemblea: «Il sindacalismo che rivendichiamo non può sostenere patti con i poteri di fatto per convalidare misure antisociali. Il sindacalismo ha la responsabilità di organizzare la resistenza su scala internazionale, per costruire attraverso le lotte la necessaria trasformazione sociale anticapitalista. Vogliamo costruire un sistema in cui sia vietato lo sfruttamento, basato sui beni comuni, su una redistribuzione equa della ricchezza tra tutti coloro che la producono (cioè le lavoratrici e i lavoratori), sui diritti di questi ultimi e su uno sviluppo ecologicamente sostenibile».

Il Partito Comunista dei Lavoratori, con le sue militanti e i suoi militanti, auspica che questa Rete possa conoscere un ancora maggiore sviluppo e visibilità, con l’ingresso in essa di altre realtà del sindacalismo conflittuale e, in Italia, dell’opposizione CGIL, per rafforzare i concetti di unità dei lavoratori e di internazionalismo in questo momento storico, nel quale logiche burocratiche e di autocentratura sembrano a volte prendere il sopravvento sia nel sindacalismo di base che nella CGIL.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Lo sciopero e le manifestazioni del 22 settembre per la Palestina

 


La giornata dello sciopero generale per la Palestina, promosso dall'Unione Sindacale di Base, CUB e SGB ha registrato un indubbio successo politico. Le ottanta manifestazioni di piazza tenutesi in altrettante città grandi e piccole hanno visto una partecipazione eccezionalmente ampia. Una partecipazione soprattutto di giovani e giovanissimi, studenti delle scuole superiori e dell'università, che hanno invaso strade e piazze, in diverse centinaia di migliaia, portandovi una carica combattiva radicale.


A Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, persino i dati di partecipazione forniti dalle questure hanno largamente travalicato tutte le previsioni della vigilia. Per fare un solo esempio, la questura di Roma, che aveva previsto una partecipazione di 8000 manifestanti, è stata costretta a dichiarare una partecipazione di oltre 20000 persone.

La pressione di piazza si è tradotta in molteplici azioni dirette e di massa: presidi, occupazione e blocco delle stazioni ferroviarie, di autostrade, di snodi portuali. In alcuni casi la polizia ha caricato e ha fatto arresti (Milano, Bologna), ma nella maggior parte delle situazioni, nonostante le leggi forcaiole sull'ordine pubblico, non sono state in grado né di impedire né di contrastare le azioni di blocco. Anche questo ha misurato la forza delle manifestazioni.

Non solo. La stessa stampa borghese è stata costretta a testimoniare innumerevoli casi di accoglienza solidale delle manifestazioni e delle azioni di blocco da parte di automobilisti, passanti, persone affacciate ai balconi. La bandiera della Palestina ha sventolato ovunque per l'intera giornata.
Il sentimento pro Palestina è plebiscitario nella società italiana. Le ottanta manifestazioni del 22 settembre gli hanno dato un'espressione e un volto.

È vero, il numero effettivo dei lavoratori/lavoratrici in sciopero è stato modesto. La burocrazia CGIL ha apertamente sabotato lo sciopero, temendo una sua riuscita. Per questo venerdì 19 aveva indetto una propria giornata di mobilitazione sul tema Palestina, con caratteri diversificati per territori e categorie: lo scopo evidente dell'iniziativa era disinnescare il rischio che settori importanti della propria base potessero aderire allo sciopero generale del 22 settembre.

Non solo, dunque, la CGIL non ha unito le proprie forze allo sciopero generale, ma ha puntato apertamente sul suo fallimento.
Questa manovra burocratica ha tuttavia mancato il proprio obiettivo sotto diversi aspetti. Nel settore dei servizi, nella sanità, e in particolare nella scuola, un settore importante della base CGIL ha scioperato. A Roma la presenza degli insegnanti in sciopero al fianco dei propri studenti è stata uno degli aspetti più significativi della grande manifestazione. Così come la presenza del personale sanitario in camice bianco nella manifestazione di Napoli.

Ma soprattutto, al di là dei numeri, conta il dato politico. Lo sciopero è stato visto con grande simpatia e sostegno anche da parte di quella maggioranza dei salariati che non vi ha partecipato. Prima di tutto dalla base di massa della CGIL, che si è identificata nella marea di giovani discesa nelle strade nel nome della Palestina. La sproporzione tra l'iniziativa in sordina del 19 e il successo di immagine dello sciopero del 22 è stata enorme. Uno smacco bruciante per l'apparato CGIL. Prova ne sia che per l'intera giornata del 22 la direzione della CGIL è stata muta, senza una sola parola di commento su quanto stava accadendo.

Ora, dopo il grande successo di immagine e di partecipazione alle manifestazioni, l'esigenza di un vero sciopero generale, unitario, di massa, contro lo Stato sionista, contro il governo italiano che lo sostiene, e per la liberazione della Palestina, assume un carattere ancora più evidente.

La giornata del 22 settembre pone a tutti la responsabilità di una prospettiva e azione di fronte unico. La burocrazia CGIL, dopo la magra figura, vorrebbe parlar d'altro per medicare la ferita. La direzione di USB vorrebbe lustrare il proprio successo d'immagine in chiave autocentrata. Ma a nessuno deve essere consentita la via di fuga. La marea di giovani scesa in piazza si attende una continuità della propria azione. I fatti tragici di Palestina, e la complicità del governo italiano, pongono ogni giorno di più tale necessità. Il tema stesso dello sciopero politico per la Palestina è ormai sdoganato e legittimato nella percezione di massa, così come il tema del blocco totale nei porti ed aeroporti di ogni trasporto d'armi, di ogni traffico commerciale con Israele.

Unire le forze in questa direzione, al di là di ogni steccato divisorio, è il compito del momento. Il PCL si batterà ovunque con questa parola d'ordine, assieme alla rivendicazione più generale della liberazione della Palestina dal sionismo e dall'imperialismo.
La grande manifestazione nazionale convocata unitariamente da tutte le organizzazioni palestinesi per il 4 ottobre a Roma sarà in questo senso un appuntamento centrale.

Partito Comunista dei Lavoratori

A sostegno degli scioperi per la Palestina

 


L'ulteriore salto dell'offensiva genocida dello Stato coloniale di Israele con l'invasione militare di Gaza City pone una volta di più l'esigenza della più ampia mobilitazione antisionista a sostegno della resistenza palestinese. Una mobilitazione che vada al di là della pur giusta e importante iniziativa della Sumud Flotilla sul terreno del soccorso umanitario della popolazione colpita. Peraltro la stessa difesa e protezione della flotilla dalle minacce militari omicide di Israele richiama la necessità di un salto della mobilitazione generale.

Il salto della mobilitazione passa per l'ingresso del movimento operaio nella lotta a sostegno della Palestina, attraverso l'arma dello sciopero generale combinato col blocco totale di ogni traffico portuale o aereo con Israele. Solo l'azione diretta, radicale, di massa del movimento operaio può incidere sui rapporti di forza, colpire materialmente lo Stato sionista, aiutare la resistenza palestinese. È un'esigenza che si pone in ogni paese, su scala europea, su scala mondiale.In questo quadro, il PCL sostiene tutte le diverse iniziative di sciopero promosse attualmente in Italia a sostegno della Palestina. 

Sia lo sciopero generale promosso da USB per la giornata del 22 settembre sia le iniziative promosse dalla CGIL per il 19 settembre.Il sostegno pieno e incondizionato a ogni iniziativa di sciopero non ci esime dal rilevarne i limiti.La direzione della CGIL ha atteso due anni e sessantamila palestinesi assassinati per indire finalmente un'iniziativa di sciopero sulla Palestina. E lo ha fatto per la concorrenza dello sciopero generale promosso da Unione Sindacale di Base per il 22 settembre. In più ha articolato la propria iniziativa in modo differenziato per categorie e territori, ha limitato il più possibile la portata dello sciopero, ha riproposto nella sua piattaforma le illusioni senza futuro attorno all'ONU senza un sostegno alla resistenza palestinese.

Dal canto suo, lo sciopero generale promosso da USB il 22 settembre, pur essendo stato convocato per tutte le categorie, sull'intera giornata, e su una piattaforma più avanzata, risente della logica molto autocentrata del gruppo dirigente USB anche nel rapporto con gli altri sindacati di base. Una logica estranea alla costruzione reale di un largo fronte di massa.

Per questo, partecipando a tutte le iniziative di lotta e di mobilitazione a sostegno della Palestina, e quindi in primo luogo a tutte le azioni di sciopero convocate, riproponiamo in ognuna di queste l' esigenza decisiva del più ampio sciopero generale, unitario, radicale, di massa contro lo stato sionista e la sua barbarie genocida; contro tutti gli imperialismi vecchi e nuovi che lo sostengono o ne sono complici; per un sostegno incondizionato alla resistenza palestinese; per una Palestina libera dal fiume al mare, laica, democratica, socialista, in un Medio Oriente socialista, libero dal sionismo e dall'imperialismo.

Partito Comunista dei Lavoratori