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GSF26. Unità operai-studenti italiani, vento in poppa per la Flotilla


L’anno scorso si sono svolte mobilitazioni di massa nelle strade, con la partecipazione di molti studenti. Le proteste per la Global Sumud Flotilla hanno coinvolto anche le università italiane. Da Catania, i nostri compagni del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), sezione italiana della LIS, che hanno partecipato alle azioni, hanno parlato con Giulia, studentessa di filosofia, e con il lavoratore M. C., socio-educatore della Cooperativa Valdocco, entrambi di Torino. L’intervista invita a guardare più da vicino e a riflettere su come possiamo essere più forti la prossima volta, continuando a sostenere la Flottiglia.

Intervista realizzata dai compagni del PCL

Dopo le occupazioni del 2023, come è ripartita la mobilitazione per la Palestina a Torino?

Giulia: Dopo la fine dell’occupazione delle facoltà di lettere dell’Università di Torino (Palazzo Nuovo), le iniziative per la Palestina sono diventate molto più sporadiche. A dare una boccata d’aria fresca al movimento è stata la spedizione umanitaria della Global Sumud Flotilla. La solidarietà con la Flotilla non ha coinvolto solo i lavoratori portuali (che si sono mobilitati fin dalla sua partenza in tutti i porti italiani), ma anche e soprattutto gli studenti, in particolare quelli universitari. Molte organizzazioni hanno cercato di preparare una nuova mobilitazione unitaria per creare un “equipaggio a terra” a sostegno della missione. Tuttavia, a Torino le assemblee organizzative non sono riuscite a generare un movimento che andasse oltre le mura dell’università. L’autunno ha riprodotto dinamiche molto simili alle mobilitazioni dell’anno precedente. Sebbene si riconoscesse l’importanza della loro presenza in una lotta che «riguardava tutti e tutte», non si è mai cercato di estendere la mobilitazione ai lavoratori con azioni mirate a questo scopo: distribuzione di volantini, picchetti o assemblee davanti alle fabbriche.

Nonostante Torino sia un importante polo industriale in Italia e negli ultimi anni abbia ricevuto molti investimenti nel settore bellico, l’attivazione studentesca in quell’ambito è sempre stata poco funzionale alla creazione di un fronte unitario con rivendicazioni rivoluzionarie. La corrente autonoma, maggioritaria, si è nuovamente concentrata sul boicottaggio accademico senza cercare una vera convergenza con i lavoratori, invitando solo occasionalmente delegati di fabbrica ad alcuni incontri universitari. La seconda forza universitaria per numero, Cambiare Rotta–Collettivo Universitario Autoorganizzato, ha boicottato le assemblee dell’Intifada studentesca e ha preferito organizzare per conto proprio un nuovo accampamento presso la facoltà di scienze politiche. Le organizzazioni giovanili di Potere al Popolo–Rete dei Comunisti hanno seguito indicazioni settarie a livello nazionale dell’Unione Sindacale di Base, con la quale hanno realizzato alcuni incontri chiusi ad altre organizzazioni politiche e sindacali della città.

La grande manifestazione di Torino in occasione dello sciopero generale del 22 settembre (in risposta al blocco della Flottiglia) non è stata il risultato di un lavoro organizzato dell’avanguardia studentesca né ha coinvolto settori industriali chiave complici del genocidio in Palestina, come le fabbriche di Leonardo. La partecipazione si è limitata ai sindacati di base, agli studenti e ai lavoratori della conoscenza. Qualcosa di simile è accaduto il 3 ottobre, anche se in quel caso l’adesione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ha ampliato la mobilitazione.

Cosa pensi abbia determinato la mancanza di unità d’azione tra gli studenti?

Giulia: In realtà, la presenza studentesca nelle mobilitazioni e negli scioperi è stata molto forte, e le giornate del 22 settembre e del 3 ottobre ne dimostrano il ruolo di primo piano. Ma la partecipazione delle diverse correnti all’organizzazione evidenziava una divisione e una disorganizzazione generalizzate: le assemblee unitarie non analizzavano il movimento né definivano strategie, non c’erano dibattiti né scambi di opinioni. Le riunioni si limitavano a pianificare la prossima manifestazione, l’affissione di manifesti o un evento. L’orizzonte politico e strategico era completamente assente dal dibattito collettivo. Ogni organizzazione discuteva le proprie tattiche separatamente, mentre le riunioni comuni servivano solo a informare gli altri sulle proprie iniziative.

A ciò si aggiungeva una pratica assembleare fortemente antidemocratica, che allontanava le minoranze dall’assemblea “ufficiale”, egemonizzata dall’autonomia. Invece di votare, si ricorreva alla “sintesi” delle opinioni, cercando di conciliare tutte le proposte senza affrontarne le contraddizioni. Il risultato era che le proposte scomode venivano semplicemente ignorate. Ciò ha generato scoraggiamento: la mancanza di dibattito e di analisi ha allontanato gli studenti meno politicizzati o senza organizzazione. La mancanza di un coinvolgimento reale ha portato al progressivo smantellamento dell’assemblea dell’Intifada, anche di fronte alla quasi totale assenza di risultati in tre anni di mobilitazione.

Il movimento studentesco ha fatto un passo indietro definitivo?

Giulia: Assolutamente no. Negli ultimi mesi, gli studenti sono stati in prima linea in tutti i movimenti progressisti del Paese: dagli scioperi a sostegno della Flottiglia all’8 marzo, passando per le mobilitazioni contro la guerra imperialista in Iran e a sostegno del popolo curdo. Al di là della dispersione delle forze dovuta alla mancanza di un progetto politico unitario (come avrebbe potuto essere un’assemblea democratica di tutti gli studenti di Torino o anche un coordinamento nazionale anti-imperialista), ogni organizzazione ha contribuito a generare momenti di grande partecipazione popolare.

Tuttavia, in assenza di una direzione comune, i movimenti di massa tendono a seguire cicli determinati dalla situazione in Palestina e dalle condizioni del proletariato locale. Inoltre, esiste il rischio di rappresaglie governative nelle fasi di arretramento. Mentre nei momenti di ascesa si sono svolte azioni dirette senza conseguenze, in seguito sono arrivate multe e arresti quando è diminuita la protezione delle masse. Tuttavia, non si può subordinare la costruzione di un movimento unitario anticapitalista a tali oscillazioni. È necessario superare le tendenze settarie e opportuniste e costruire una lotta comune che colpisca coloro che sostengono il genocidio e l’aggressione imperialista, specialmente nei loro profitti. Ciò implica bloccare la produzione e il commercio, lavorare per uno sciopero unitario prolungato e promuovere un fronte intersindacale che includa anche la CGIL. In sintesi: lavoratori e studenti di tutto il paese, unitevi!

Continuiamo la conversazione con M. C.

Nel tuo ambiente di lavoro, qual è la posizione generale riguardo alla guerra in Palestina e com’è stata la partecipazione alle mobilitazioni?

M.C.: Lavoro come socio-educatore in una cooperativa molto nota a Torino. Il mio settore è quello sanitario, anche se in senso lato. I socio-educatori sono più vicini all’ambito scolastico, che è stato quello più mobilitato. Invece, tra gli operatori socio-sanitari (gli “operai” della sanità) c’è stata una minore partecipazione. Ciononostante, il sentimento generale è di rifiuto della violenza in Palestina, anche se spesso in modo vago. La sfida è far capire che l’azione collettiva può cambiare le cose, che le guerre esterne incidono sui diritti e sui salari interni, e che non bisogna temere ritorsioni se si agisce uniti. C’è ancora molta paura, frutto dell’individualismo e della passività.

Sei iscritto a un sindacato? Com’è stato il suo rapporto con gli scioperi?

M.C.: Sì, alla Confederazione Unitaria di Base (CUB). È stata attiva nel movimento “Torino per Gaza” e ha cercato di portare il dibattito nei luoghi di lavoro. Era un processo appena avviato, che si è complicato dopo episodi di violenza durante le proteste, mal interpretati da molti lavoratori influenzati dai media. Tuttavia, quel lavoro “ideologico” è fondamentale per ampliare la base. La massa protegge: quando eravamo in tanti, non si potevano criminalizzare le proteste. Ora, con una minore partecipazione, il governo risponde con la repressione.

Quali argomenti sono stati utilizzati per indire lo sciopero?

M.C.: Si è cercato di spiegare il rapporto tra economia e politica: la spesa militare comporta tagli alla sanità, precarietà lavorativa e benefici per pochi. Si è fatto appello anche al desiderio che lo Stato riprenda i servizi privatizzati. Ma la campagna stava iniziando quando il contesto è cambiato.

Com’è stato il rapporto con gli altri sindacati?

M.C.: Con la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ci sono state tensioni: la sua dirigenza evitava mobilitazioni così politiche, ma la pressione della base l’ha spinta a partecipare. È arrivata persino ad unirsi alle proteste indette dai sindacati di base, cosa piuttosto insolita.de base, algo poco habitual.

Ci sono possibilità che il movimento riemerga?

M.C.: Sì. Nulla di ciò che è stato fatto andrà perso; ha seminato consapevolezza e interrogativi.

Cosa dovrebbe fare il movimento in futuro?

M.C.: Deve portare i propri spazi nei luoghi di lavoro, specialmente quelli industriali. Settori come l’industria degli armamenti sono strategici. Bisogna generalizzare lotte come quella dei portuali e superare il carattere prevalentemente studentesco del movimento. È fondamentale abbandonare il settarismo e lavorare per una base ampia. Tutto deve ruotare attorno a un concetto: la massa. Più lavoratori partecipano, più cambierà il rapporto di forze. I lavoratori hanno il potere di bloccare le risorse economiche dei potenti.

Per lo sviluppo del movimento studentesco pro Palestina

 


Sostenere la protesta! Contrastare repressione e intimidazione! Allargare la base di massa del movimento!

La guerra di annientamento condotta da Israele contro il popolo palestinese di Gaza suscita una reazione di rigetto tra moltissime studentesse e studenti. Troppo grande è lo scarto che ognuno avverte tra le immagini di morte, distruzione, umiliazione che si abbatte ogni giorno su una popolazione affamata, e la rappresentazione ufficiale della guerra come “diritto di difesa” di Israele. Troppo grande il contrasto tra la recita ipocrita delle preoccupazioni umanitarie per i palestinesi e la continuità dei rifornimenti militari allo Stato oppressore da parte delle cosiddette “democrazie”, a partire dagli USA. Una complicità di cui è partecipe lo Stato italiano e il suo governo.

La repulsione di tutto questo si è espressa nella protesta che attraversa le università attorno alla richiesta della cancellazione degli accordi tra Italia e Stato israeliano, e delle conseguenti collaborazioni accademiche a sfondo tecnologico-militare. Una protesta che in queste settimane si sta allargando sul piano internazionale, a partire dalle lotte nei campus degli USA. Si tratta di una protesta importante e di una rivendicazione giusta. L’industria militare italiana, a partire dal gruppo Leonardo, non solo vende armi a Israele ma finanzia ove può la ricerca scientifica indirizzandola a scopi militari. “Le università non entrano in guerra, non si schierano né da una parte né dall’altra” ha dichiarato la ministra Bernini. La verità invece è che vengono spesso coinvolte dagli interessi economici e militari dell’industria bellica. Gli stessi che i governi italiani tutelano.

Contro la protesta studentesca si è levato un coro di (finta) indignazione non solo da parte del governo Meloni, ma anche di tanta parte dell’“opposizione” liberale e della sua stampa di riferimento. Chi denunciando l’“antisemitismo”, chi addirittura evocando lo spettro del “terrorismo”. Ipocrisia pura. Il vero aiuto all’“antisemitismo” lo dà chi identifica il popolo ebraico con lo Stato sionista, la grande storia dell’ebraismo con la storia di una impresa coloniale. Quanto al “terrorismo” è il termine che descrive esattamente la pratica dei bombardamenti, dei rastrellamenti, della tortura, da parte dello Stato di Israele: una pratica che certo non inizia il 7 ottobre, ma ha accompagnato la storia secolare dell’occupazione sionista della Palestina.

Si sta cercando dunque di costruire una barriera di recinzione attorno alla protesta studentesca col metodo dell’intimidazione preventiva. Là dove non sono bastati i manganelli della polizia, come a Pisa, Firenze, Roma, si cerca di delegittimare le ragioni delle studentesse e degli studenti, attraverso una operazione volgare di demonizzazione. L’ambasciata di Israele, e la sua azione di lobby, è parte attiva di questo clima.

Si può e si deve reagire a tale operazione lavorando ad estendere la protesta studentesca, ad allargare la sua base di massa. Sinora l’azione di protesta è stata condotta da una avanguardia combattiva, preziosissima ma ancora limitata. Le sue ragioni trovano corrispondenza col sentimento filopalestinese della maggioranza dei giovani e della stessa opinione pubblica, ed è un fatto importantissimo. Ma la massa degli studenti, a parte alcune eccezioni, non è stata ancora coinvolta. Questo limite va superato.

In ogni università crediamo vadano promosse assemblee di facoltà e di interfacoltà, cercando di coinvolgere le studentesse e gli studenti in prima persona. La simpatia sinora prevalentemente passiva va trasformata in partecipazione attiva. Le assemblee studentesche possono e debbono diventare il luogo di confronto, di approfondimento, di definizione della stessa piattaforma di lotta del movimento. Ed anche di designazione, ove possibile, delle delegazioni studentesche che vanno a incontrarsi o scontrarsi coi senati accademici.

Pensiamo che i diversi soggetti organizzati oggi operanti nell’avanguardia studentesca (collettivi e associazioni) dovrebbero unire le proprie forze nel promuovere questo vero e proprio salto del movimento studentesco, in direzione dell’allargamento della sua base di massa. È ciò di cui hanno paura le classi dirigenti. La paura, non a caso più volte evocata, di “un nuovo ‘68”. La paura, insomma, che la mobilitazione pro-Palestina possa diventare quello che fu mezzo secolo fa la mobilitazione per il Vietnam. Un fattore di politicizzazione di centinaia di migliaia di giovani, e di maturazione di una pulsione anticapitalista e antimperialista più generale.

Siamo ancora molto lontani da questo. Ma crediamo si debba lavorare a questa prospettiva. La questione non è sapere se questo o quell’altro soggetto studentesco (Cambiare Rotta-PaP, FGC, o altri) farà (legittimamente) nuovi proseliti per la propria organizzazione. La questione è se si svilupperà un movimento studentesco di massa, con sue forme unitarie di autorganizzazione democratica, e una sua strutturazione unitaria nazionale. Un movimento di massa nel quale ogni organizzazione potrà sostenere il proprio punto di vista e le proprie proposte.

Per quanto ci riguarda lavoreremo in questa logica: una logica unitaria e di massa. E al tempo stesso, proprio perché interessati allo sviluppo del movimento, crediamo sia giusto presentare apertamente le nostre posizioni, le posizioni del marxismo rivoluzionario.

Lottare per estendere al massimo la mobilitazione al fianco del popolo palestinese significa avere chiaro che la liberazione della Palestina implica necessariamente la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista unita ad una prospettiva di estensione della rivoluzione proletaria a tutto il Medio Oriente. Solo una Palestina libera dal sionismo, una Palestina laica, una Palestina socialista, può realizzare l’autodeterminazione del popolo palestinese, a cominciare dal diritto al ritorno di milioni di palestinesi cacciati dalla propria terra fin dal 1948. Solo questa Palestina, riconoscendo i diritti nazionali della minoranza ebraica, può consentire la pacifica convivenza di arabi ed ebrei. In prospettiva storica, solo una rivoluzione socialista può liberare l’umanità e tutti i popoli oppressi dalla piaga del capitalismo e dell’imperialismo, e quindi da ogni forma di colonialismo e di guerra. Il sostegno ai palestinesi e alla loro resistenza può e deve connettersi a questa prospettiva storica di liberazione.

• Allargare la base di massa del movimento studentesco pro Palestina
• Per l’autorganizzazione democratica del movimento e una sua strutturazione nazionale
• Estendere ed unificare la mobilitazione al fianco della resistenza del popolo palestinese
• No alla repressione dello Stato: costruire strutture unitarie di autodifesa
• Per la fine dell’assedio e del massacro di Gaza, no all’invasione di Rafah
• Per la liberazione della Palestina e la distruzione rivoluzionaria dello Stato di Israele
• Per una Palestina libera, laica e socialista nell’ambito di una Federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori

Il capitalismo uccide la natura. L'alternativa o è anticapitalista o non è

Il futuro dell'umanità è in pericolo.
La temperatura del pianeta continua a crescere, l'aria che si respira è sempre più contaminata, i ghiacciai si sciolgono, cresce il livello degli oceani, si estinguono molte specie viventi, si estendono insieme siccità e inondazioni. Nove milioni di persone nel mondo muoiono ogni anno per l'inquinamento.

Non sono dati “di parte”, ma una verità riconosciuta da tutta la comunità scientifica. Eppure è stato necessario un movimento di decine di milioni di giovani per denunciarla agli occhi del mondo.

Ma qual è la causa vera e di fondo della devastazione ambientale? Ci raccontano che sono i consumi individuali sbagliati e gli stili di vita inappropriati. Come a dire che le responsabilità sono di ognuno, e dunque la società non c'entra. Ipocriti! È vero l'opposto. Alla base di tutto sta proprio un'organizzazione della società e dell'economia che mette il profitto sopra ogni cosa, e che subordina a sé ogni individuo. La dittatura del profitto: questo è ciò che distrugge gli ecosistemi del pianeta.

È la dittatura del profitto che ha sospinto le energie fossili, che ha posto al centro il binomio tra auto e petrolio, che ha marginalizzato le energie rinnovabili. È la dittatura del profitto che intossica gli alimenti coi pesticidi, che impoverisce i suoli col supersfruttamento, che trasforma in discariche i mari e i fiumi. E questa dittatura del profitto non è un effetto spiacevole di politiche sbagliate, che si può correggere con qualche riforma. È il pilastro su cui si regge l'intera organizzazione della società. Un'organizzazione che si chiama capitalismo. Senza la messa in discussione del capitalismo, in ogni paese e su scala mondiale, non vi sarà la riconciliazione tra specie umana e natura.

Questa riconciliazione è non solo necessaria ma possibile. Il potenziale tecnico delle energie rinnovabili (sole, vento, acqua) consentirebbe di coprire per oltre 10 volte i bisogni energetici dell'umanità. Una riconversione ecologica dell'economia mondiale creerebbe una mole immensa di nuovo lavoro socialmente utile. Ma solo il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, in ogni paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a questa riorganizzazione razionale dell'economia. Una riorganizzazione ecosocialista: nella quale sarà la maggioranza della società a decidere finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.

In ogni paese i governi e lo Stato tutelano gli interessi di questi miliardari. Basti pensare che l'ENI incassa ogni anno in Italia ben 16 miliardi di sussidi pubblici per continuare a inquinare. Soldi versati indistintamente da vecchi e nuovi governi. Soldi presi da salari, pensioni, sanità, istruzione. Soldi sottratti (anche) alle bonifiche ambientali, al trasporto pubblico su ferro, al riassetto idrogeologico del territorio. Per non parlare dei 70-80 miliardi versati ogni anno alle banche per pagare gli interessi sui titoli di Stato e gonfiare il portafoglio dei loro grandi azionisti. Gli stessi che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende inquinanti.

Occorre fare piazza pulita di tutto questo. Il movimento studentesco che si è levato il 15 marzo ha potenzialità enormi. Altri vogliono dirottarlo su falsi binari, magari elettorali. Noi vogliamo invece portare al suo interno un progetto anticapitalista, unendo attorno ad esso tutti coloro che lo condividono.
Partito Comunista dei Lavoratori

Rilanciare il movimento studentesco

Testo del volantino nazionale a cura della Commissione studenti del partito

27 Settembre 2017
 Sono passati circa due anni da quando l'allora governo Renzi cambiava l'assetto fondamentale del mondo dell'istruzione con la riforma della "Buona Scuola".
Una riforma che puntava a tutelare gli interessi dei privati (imprese e banche) a scapito del diritto allo studio, ossia l'interesse pubblico, di tutti i giovani, di potersi formare per poter affrontare al meglio la propria vita (non solo, e non tanto, lavorativa).
Solo così si può definire una riforma che apriva i finanziamenti alla scuola ai privati (che in cambio possono e vogliono dei ritorni economici), che indirizzava maggiori finanziamenti alle scuole con miglior risultati (che lo sono perché già disponevano di maggior risorse), che dava pieni poteri di gestione (premi stipendio) e di assunzione ai presidi (a scapito dei lavoratori della scuola sempre più divisi e ricattabili) e, in ultimo, ma non per importanza, che obbligava gli studenti a lavorare gratis (liceali 200 ore, tecnici e professionali 400).


E il movimento studentesco?

Non c'è da stupirsi che il governo Renzi allora, e oggi il governo Gentiloni, facciano gli interessi della borghesia (industriali e banchieri), e non dell'immensa maggioranza della popolazione (lavoratori). Non è un caso che i partiti dominanti (PD, centrodestra e M5S) ricevano sistematicamente finanziamenti dalle grandi imprese, banche ed assicurazioni di questo paese. Come diceva un vecchio rivoluzionario tedesco (Marx): "I governi sono i comitati d'affari della borghesia"; per questo se il governo distrugge il diritto allo studio per difendere gli interessi privati (essenzialmente i profitti) della borghesia non c'è nulla di nuovo sotto al sole.
Il punto, però, è che se il governo ha fatto al meglio gli interessi di chi rappresenta (borghesia), il movimento studentesco (che dovrebbe rappresentare gli interessi degli studenti) non ha fatto altrettanto. Perché la riforma poteva essere fermata: più volte nella storia (anche di questo paese) il movimento studentesco ha ottenuto grandi conquiste attraverso la lotta contro i governi, e questo grazie alla lotta radicale e di massa, fatta di assemblee, occupazioni e manifestazioni. Nulla di tutto questo è stato fatto, o per lo meno provato, in questi ultimi anni in Italia. Non per colpa del destino cinico e baro, ma per responsabilità della direzione del movimento studentesco, ossia di chi lo dirige a maggioranza: i centri sociali tra autonomi e Disobbedienti, e i sindacati studenteschi ultrariformisti (UDU-RdS e UdS).
Da una parte un settarismo che li porta a dividere sistematicamente le manifestazioni studentesche (magari per questioni di posizionamento) e a non intervenire nelle lotte e negli scioperi dei lavoratori (visto che "la classe operaia non esiste più", teoria di Toni Negri, massimo referente intellettuale dei centri sociali) congiunto ad un avventurismo che li porta a scontri mediatici con la polizia, a scapito di migliaia di giovani manifestanti impreparati di fronte alla risposta repressiva dello Stato. Dall'altra una forte impronta sindacalista, senza posizionamenti e prospettive politiche, congiunto ad un riformismo che ingabbia l'organizzazione a stare alla coda e al servizio delle classi dominanti.


Per una direzione marxista rivoluzionaria del movimento studentesco

Contro questa linea perdente bisogna lottare per una svolta nel movimento studentesco, a partire dalle manifestazioni studentesche di questo autunno. Per un movimento studentesco che lotti unitariamente (con manifestazioni unitarie) contro i governi nemici degli studenti e le loro politiche, che cerchi di arrivare alla maggioranza degli studenti (con assemblee negli istituti e nelle università) e che non sostituisca la lotta paziente, organizzata e di massa, con scontri mediatici inutili. Un movimento che sappia unire la propria lotta alla lotta del mondo del lavoro, dei lavoratori e dei disoccupati, per un cambio generale di questa società. Perché solo la rivoluzione cambia le cose. Organizzare attorno a questo programma tutti i giovani e gli studenti che lo condividono è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.
PCL - Commissione studenti