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Dichiarazione della LIS – Fermare la distruzione del Libano da parte di Israele! Solidarietà con la resistenza!

 


Segretariato Internazionale della Lega Internazionale Socialista

Questa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un protocollo di intesa e venerdì è previsto un accordo di cessate il fuoco che comprenda tutti i fronti, compreso il Libano, e il ritiro delle forze sioniste.

Allo stesso tempo, la zona sud di Beirut è stata bombardata, in concomitanza con l’espansione delle operazioni israeliane nel sud del Libano, con l’intento di dividere i due fronti, imporre la propria presenza e perseguire i propri interessi nella regione.

Ciò è diventato evidente da quando, alla fine di maggio, Netanyahu ha minacciato di bombardare massicciamente Beirut, e l’esercito dell’entità sionista ha ordinato alla popolazione della zona sud di Beirut e del sud del Libano di evacuare le proprie case prima che fossero ridotte in macerie. Si tratta di una guerra permanente contro il Libano.

Nel frattempo, l’invasione delle Forze di Difesa Israeliane prosegue. Ha raggiunto la periferia della città di Nabatiyeh, nel sud del Libano, roccaforte della resistenza, e ha issato la propria bandiera sulle rovine strategiche del castello medievale dei crociati, situato sulla cima di una montagna, violando ancora una volta il cessate il fuoco concordato nell’aprile del 2026. Hanno inoltre minacciato le principali città di Sidone e Tiro e hanno recentemente emanato ordini di evacuazione totale di una regione che si estende a nord fino al fiume Zahrani, 10 km a nord del fiume Litani.

L’obiettivo di questa guerra è chiaro: il nemico sionista mira a conquistare e occupare in modo permanente il sud del Libano. Pertanto, la resistenza deve essere schiacciata e l’intera popolazione deve essere cacciata in modo permanente. Il cosiddetto accordo di cessate il fuoco ha portato all’attuale occupazione della zona a sud del fiume Litani, con oltre un milione di abitanti sfollati. Da allora, le Forze di Difesa Israeliane hanno raso al suolo e fatto saltare in aria villaggi, ormai svuotati dei loro abitanti, dimostrando così la loro intenzione di rendere permanente l’occupazione.

Il governo israeliano proclama non solo di voler sradicare i combattenti di Hezbollah, ma anche di voler distruggere la loro base sociale, ovvero la popolazione prevalentemente sciita della zona, che si stima superi il 30 per cento della popolazione del Paese. Ciò dimostra, contrariamente alle intenzioni dei sionisti, che i combattenti di Hezbollah costituiscono effettivamente una forza di resistenza legittima, organicamente legata ai residenti rimasti e a quelli sfollati, costituiti in gran parte dalla popolazione sciita.

I comunisti di tutto il mondo, pur non condividendo la politica e la strategia islamista di Hezbollah, hanno il dovere assoluto di sostenere questa resistenza e di denunciare le Forze di Difesa Israeliane attraverso una lotta organizzata contro l’imperialismo, che sta cercando di estendere il proprio genocidio e la propria pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania.

Netanyahu lo ha chiarito in modo inequivocabile quando ha annunciato la conquista dello storico Castello di Beaufort (Qal’at al-Shaqīf). In un’intervista alla BBC, ha descritto l’evento, secondo le sue stesse parole, come «l’abbattimento della barriera della paura» e ha confermato che «prenderanno l’iniziativa di operare su tutti i fronti in Siria, a Gaza e in Libano».

IL REGIME SIONISTA CERCA DI APPROFITTARE DELLA SITUAZIONE

Ci sono diverse ragioni, tra loro collegate, per cui lo Stato sionista sta spingendo in questa direzione proprio ora.

In primo luogo, lo stesso regime sionista è diventato sempre più aggressivo, barbaro ed espansionista dall’ottobre 2023 in poi. Il governo e le forze fasciste in Israele, in particolare, vedono l’opportunità di continuare il genocidio a Gaza, di cui ora controllano almeno il 60% del territorio, che si estenderà al 70%, secondo quanto dichiarato da Netanyahu il 21 maggio. Nel frattempo, Israele prosegue l’annessione de facto di porzioni sempre più ampie della Cisgiordania. E vede la possibilità di occupare in modo permanente vaste aree del Libano nella loro spinta verso la creazione di un “Grande Israele”. Ciò deriva dalla logica espansionistica intrinseca allo stesso Stato sionista.

Naturalmente, esistono anche altre ragioni contingenti, come l’utilizzo dell’aggressione permanente come mezzo per distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne del governo di Netanyahu. Ma l’inesorabile espansione di uno Stato coloniale ha un carattere più fondamentale. Non ci sarà mai una pace duratura con i suoi vicini, né si porrà fine alla distruzione del popolo palestinese, fintanto che esisterà lo Stato razzista sionista.

Sono molteplici le ragioni che determinano l’attuale possibilità di espansione di cui approfitta lo Stato sionista: dall’attuale crisi dell’egemonia statunitense nella regione al continuo sostegno delle potenze occidentali alla complicità dei regimi reazionari arabi e alla pronta tolleranza delle politiche sioniste da parte, tra gli altri, di Russia e Cina.

Israele ha colto la guerra reazionaria contro l’Iran come un’opportunità per attaccare il Libano.

Ironia della sorte, il fallimento degli Stati Uniti nella guerra che aveva per obiettivo rovesciare gli islamisti a Teheran e imporre un cambio di regime filoccidentale ha portato a una situazione fragile, in cui i “negoziati” proseguono parallelamente agli attacchi statunitensi e alle controffensive iraniane. La difficoltà di concordare un cessate il fuoco, che possa in qualche modo essere presentato come un “successo”, consente a Israele di proseguire la propria guerra nonostante le pressioni dei suoi alleati di Washington e dell’Europa occidentale. Finché l’esercito statunitense presenterà i propri continui attacchi contro l’Iran come “autodifesa”, i sionisti useranno la stessa urgenza e la stessa scusa per la loro invasione del Libano, anche se sono consapevoli che l’Iran non può accettare un accordo con gli Stati Uniti fintantoché Israele continua la sua guerra contro il Libano.

Sebbene l’attuale invasione e campagna militare in Libano contraddica il tentativo degli USA e dell’Europa occidentale di giungere a una soluzione reazionaria nella regione e di mediare un accordo con l’Iran, questi non sono disposti a esercitare alcuna pressione decisiva contro il loro alleato sionista. Ciò è il risultato delle contraddizioni interne della “strategia” di Trump, nonché delle divisioni interne all’establishment statunitense. Per quanto riguarda le principali potenze imperialiste europee – in particolare la Gran Bretagna e la Germania – su questo punto esse seguiranno gli Stati Uniti e, di conseguenza, continueranno a sostenere «incondizionatamente» il «diritto di Israele all’autodifesa».

Pertanto, i sionisti potranno proseguire la loro guerra nelle sue diverse forme, e cercheranno di raggiungere i propri obiettivi, nella situazione attuale, anche in caso di cessate il fuoco.

COME SI PUÒ FERMARE IL SIONISMO?

Il popolo libanese ha tutto il diritto di resistere all’aggressione sionista. La classe operaia internazionale, i socialisti, i comunisti, i sindacati e i partiti devono mobilitarsi a suo sostegno, proprio come sostengono il popolo palestinese nella sua lotta contro il genocidio.

In Libano il governo svolge un ruolo particolarmente infido. Si rifiuta di mobilitare l’esercito per la difesa del Paese. Non solo viene meno a questo dovere elementare, ma si impegna addirittura in negoziati con il nemico, concordando “tregue” e “cessate il fuoco” che i sionisti violano costantemente.

Per mesi, tutti i discorsi sulla tregua sono stati un tentativo deliberato di ingannare l’opinione pubblica e nascondere la continuità dell’aggressione sotto forme diverse. Il sud del Libano non ha mai vissuto una tregua, ma piuttosto una guerra aperta portata avanti con molteplici metodi: bombardamenti quotidiani, omicidi mirati, occupazione continua del territorio e progressiva espansione delle aree su cui il nemico impone il proprio controllo militare diretto.

Ma le autorità libanesi si rifiutano di opporsi ai sionisti. Sono diventate burattini degli Stati Uniti e delle altre potenze imperialiste occidentali, prive di qualsiasi potere contrattuale e totalmente dipendenti dai sostegni economici imperialisti. Imporre in modo permanente un regime fantoccio di questo tipo, tuttavia, richiede anche lo schiacciamento di tutte le forze di resistenza e di malcontento popolare all’interno del Libano.

Per quanto riguarda Hezbollah, esso continua a contrastare l’occupazione nei limiti delle possibilità disponibili e grazie al sacrificio dei propri combattenti. Ma la natura islamica e borghese della sua politica, la sua dipendenza da un’alleanza con il regime reazionario iraniano e il suo ruolo nelle passate lotte di massa proprio in Libano, rendono impossibile per Hezbollah fornire una strategia e un programma in grado di unire l’intera classe lavoratrice, i giovani e i poveri delle città di tutto il Paese, superando le divisioni confessionali e identitarie su basi di classe.

La classe lavoratrice e le masse popolari libanesi devono unirsi alla resistenza contro il nemico sionista. Ma devono farlo sulla base di un programma che colleghi la lotta contro il sionismo e l’imperialismo alla lotta per una soluzione socialista. Cioè un programma di rivoluzione permanente, per un Libano socialista come parte di un mondo socialista. Per questo è necessario costruire un partito rivoluzionario nel pieno di questa battaglia.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) esprime solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo libanese. Sosteniamo i nostri compagni libanesi della LIS, i loro sforzi per allargare la lotta contro l’occupazione in qualsiasi modo e il loro obiettivo di costruire un ampio fronte, politicamente attivo e presente sul territorio, che riunisca lavoratori, studenti, sindacati, forze progressiste e tutti coloro che rifiutano la normalizzazione e la resa.

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Ma nonostante il loro eroismo e la loro lotta, le masse libanesi da sole non saranno in grado di fermare l’esercito israeliano e la sua enorme potenza militare. L’aggressione sionista può essere invece fermata e sconfitta se la classe lavoratrice araba, statunitense ed europea costringerà i propri governi a interrompere il sostegno militare allo Stato sionista e a recidere i legami finanziari ed economici.

Ciò significa che le organizzazioni dei lavoratori – compresi i partiti riformisti di massa e i sindacati – devono mobilitarsi in massa per intensificare la pressione sui governi occidentali che favoriscono e sostengono i crimini di Israele, e sui regimi della regione che ostacolano o non fanno nulla per sostenere la resistenza contro di essi. Nel farlo, dobbiamo combattere le leggi e la propaganda che dipingono Hezbollah come un’organizzazione terroristica, mentre presentano Israele come un modello di democrazia. Milioni di persone, soprattutto tra i giovani, hanno ora smascherato tutto ciò.

Dobbiamo lottare per boicottare ogni forma di appoggio e di aiuto militare e culturale a Israele, ed esigere la condanna per il genocidio di cui è autore. I lavoratori devono imporre le proprie sanzioni contro Israele, come hanno fatto in diverse occasioni i lavoratori portuali greci e italiani. La sinistra di tutto il mondo deve inoltre inviare aiuti ai comunisti libanesi, alle organizzazioni studentesche e ai sindacati, affinché si possa indicare una prospettiva di classe e rivoluzionaria al popolo lavoratore del Libano che sta soffrendo.

– Fermare i bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane e l’espulsione della popolazione libanese.

– Sconfiggere l’aggressione e l’occupazione sionista! Fuori dal Libano tutte le forze sioniste e liberazione degli ostaggi sequestrati.

– Israele, USA e Stati europei che sostengono il sionismo paghino integralmente per la ricostruzione di tutti i villaggi e delle aree devastate del Libano.

– Sostegno alla resistenza popolare! Sostegno ai comunisti e ai sindacalisti libanesi!

– Per un Libano socialista, parte di una Federazione socialista della regione del Medio Oriente e Africa del Nord!

Brasile. Trump-Lula, tappeto rosso per la consegna delle “terre rare”

 


Verónica O’Kelly

«Ho appena concluso il mio incontro con Luiz Inácio Lula da Silva, il dinamico presidente del Brasile», ha scritto Donald Trump sui suoi account social poco dopo l’incontro, durante il quale ha riservato al presidente brasiliano un’accoglienza calorosa. Lula, dal canto suo, ha risposto con entusiasmo: «Il nostro rapporto è ottimo. Direi un rapporto che pochi credevano potesse nascere in così poco tempo».

E si è spinto oltre. Ha affermato che il rapporto tra loro sembrava essere stato «amore a prima vista», «una certa chimica», e ha espresso la speranza che questo legame possa continuare sotto qualsiasi governo brasiliano. Le sue dichiarazioni non potrebbero essere più simboliche. In un momento di crisi internazionale, con l’ascesa dell’estrema destra e un imperialismo in escalation, Lula sceglie di celebrare il suo riavvicinamento con Trump.

Ma non si trattava solo di parole. L’incontro era direttamente collegato agli interessi economici e strategici dell’imperialismo statunitense in merito alle risorse naturali brasiliane, in particolare alle cosiddette “terre rare”. Lula ha affermato che il Brasile deve «condividere con chiunque voglia investire» e ha invitato le compagnie straniere a partecipare all’estrazione e allo sfruttamento di queste risorse, citando i nuovi regolamenti approvati dal Congresso.

Stiamo parlando di una legge disastrosa che consolida il modello estrattivo, dipendente e subordinato al capitale internazionale. Questa politica mette a repentaglio risorse comuni strategiche, amplifica la distruzione ambientale, minaccia territori e popolazioni e rafforza un modello economico basato sull’esportazione di risorse naturali, mentre la maggior parte della popolazione attiva continua a vivere nella disoccupazione, nel lavoro precario, nell’inflazione e nei bassi salari. Non c’è nulla di “sviluppo sovrano” nel cedere minerali strategici alle grandi potenze e alle multinazionali.

SECONDO LULA, LE “PIÙ GRANDI DEMOCRAZIE” DEL CONTINENTE SONO UN ESEMPIO PER IL MONDO

Allo stesso tempo, Lula ha elogiato la “democrazia” degli Stati Uniti. La stessa democrazia imperialista responsabile di invasioni, guerre, embarghi economici e continui attacchi ai popoli del mondo. La stessa democrazia che sostiene politicamente, militarmente ed economicamente lo Stato sionista di Israele nel genocidio televisivo del popolo palestinese a Gaza, nell’apartheid e nella pulizia etnica in Cisgiordania.

Le dichiarazioni di Lula risultano ancor più oltraggiose alla luce del rapimento del compagno Thiago Ávila, che era detenuto in un atto di pirateria promosso da Israele nel Mediterraneo mentre partecipava a una missione umanitaria di solidarietà con il popolo palestinese, portando acqua, cibo e medicine alla popolazione colpita dalla fame e dalla distruzione a Gaza.

È inaccettabile che, mentre Trump minaccia i popoli del mondo intero, rafforza le politiche belliche e promuove attacchi contro le libertà democratiche e i diritti sociali, Lula venga accolto con onori e lasci l’incontro celebrando una sorta di “fidanzamento” politico con il principale rappresentante dell’offensiva imperialista e reazionaria internazionale.

Le rivoluzionarie e i rivoluzionari non possono restare a guardare. È necessario difendere l’indipendenza di classe, la sovranità dei popoli e la lotta internazionalista contro ogni forma di dominio imperialista. Siamo al fianco dei popoli palestinese, libanese, iraniano, venezuelano, cubano e ucraino contro ogni aggressione imperialista, per l’autodeterminazione dei popoli e per una soluzione socialista e rivoluzionaria alla barbarie capitalista.

L'elenco degli appuntamenti di piazza indette dalla Global Sumud Flotilla e dalle organizzazioni sodali

 


L'elenco delle manifestazioni in tutta Italia  sodali in seguito al rapimento delle compagne e dei compagni della Global Sumud Flotilla da parte dell'esercito terrorista dell'entità sionista

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Dichiarazione della LIS – Fuori Israele dal Libano

 


Sconfiggere il mostro sionista è una causa di tutta l’umanità. Solidarietà attiva con il popolo libanese

Il 2 marzo, appena due giorni dopo l’inizio dell’aggressione sionista e statunitense contro l’Iran, lo Stato genocida di Israele ha invaso il Libano. Solo nell’ultimo mese, Israele ha sottratto oltre il 15% del territorio nel sud del Paese, distrutto più di 10.000 abitazioni e costretto alla fuga un milione di persone su una popolazione totale di poco più di sei milioni. Le azioni criminali di Israele, cioè non solo l’incursione del suo esercito ma i bombardamenti in tutto il paese, hanno già ucciso più di 1.500 abitanti. Solo l’8 aprile, in dieci minuti, hanno lanciato più di 160 missili sulla popolazione civile indifesa di Beirut, distruggendo interi edifici e infrastrutture e causando 300 nuove vittime.

Gli attacchi del sionismo contro il Libano e altri paesi del Medio Oriente sono iniziati diversi anni fa. Queste azioni fanno parte della strategia dello Stato di Israele e degli Stati Uniti per ridisegnare la mappa del Medio Oriente in modo da soddisfare i propri interessi. Negli ultimi anni, abbiamo assistito al genocidio sionista in corso a Gaza, all’avanzata dei coloni israeliani in Cisgiordania, all’invasione della Siria, ai bombardamenti dello Yemen e all’attacco criminale contro l’Iran, in cui gli israeliani hanno sganciato decine di migliaia di bombe e ucciso migliaia di bambini e civili, oltre a funzionari del regime. L’aggressione che hanno scatenato nella regione ha portato alla diffusione del conflitto in più di dieci paesi, e minaccia di continuare ad espandersi.

L’imperialismo e Israele hanno incontrato una resistenza inaspettata in Iran. La fragile tregua firmata di recente ha rappresentato per Trump una via d’uscita dalla situazione estremamente complessa in cui si trova. Afflitto dalla sua crescente impopolarità in patria e dalla crisi economica causata dal blocco dello Stretto di Hormuz, ha dovuto firmare una tregua e accettare di negoziare un accordo che, se portato a termine, rappresenterebbe una chiara vittoria per l’Iran e dimostrerebbe che il mostro non è invincibile. Ma dovremo aspettare e vedere come si evolveranno gli eventi. Il giorno dopo la presunta tregua, Israele ha sferrato l’attacco più sanguinoso contro Beirut a recente memoria d’uomo. Per rappresaglia, l’Iran ha chiuso nuovamente lo Stretto di Hormuz.

Israele, che è stato costretto a sostenere il cessate il fuoco in Iran, si rifiuta di estendere il cessate il fuoco al Libano. Ciò aggraverà la crisi umanitaria e la possibilità che scoppi una guerra civile confessionale nel Paese, poiché le centinaia di migliaia di sfollati provenienti dal sud, per lo più la base sociale e religiosa di Hezbollah, sono costretti a stabilirsi in zone a maggioranza cristiana, il che ha già iniziato a causare attriti e scontri.

Netanyahu sta affrontando aspre critiche sul fronte interno per aver accettato di sospendere l’offensiva contro l’Iran senza aver raggiunto gli obiettivi promessi. La sua posizione sul fronte interno è sempre più precaria. Esiste la possibilità che perda le elezioni e finisca per essere accusato di corruzione. Questo spiega il suo approccio aggressivo in Libano.

È necessaria una campagna internazionale per sostenere il popolo libanese e opporsi alla brutale aggressione portata avanti dall’enclave colonialista. Il Libano ha tutto il diritto di difendersi. E i rivoluzionari e coloro che difendono la democrazia in tutto il mondo hanno l’obbligo di stare al loro fianco e lottare per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano.

GUERRA ESTERNA E INTERNA

Mentre nel sud infuria il combattimento corpo a corpo contro gli invasori, il governo libanese sta manifestando la propria disponibilità a negoziare e a riconoscere, per la prima volta nella storia, l’esistenza dello Stato di Israele. È arrivato addirittura a ritirare il proprio esercito dal sud del Paese per agevolare l’incursione dell’esercito israeliano. La sua priorità è diventata il conflitto confessionale con Hezbollah, che cerca di sconfiggere e disarmare, invece che la difesa del paese dall’invasione sionista.

A sua volta, Hezbollah, nonostante il suo eroismo, è incapace, a causa della sua ideologia confessionale e della sua subordinazione agli interessi dell’Iran, che pone anche al di sopra degli interessi del popolo libanese, di unire la maggioranza della popolazione attorno al suo progetto e di guidare un processo di liberazione nazionale.

Ciò rende più che mai necessario contribuire a costruire un’alternativa politica rivoluzionaria, in grado di unire le masse sfruttate e oppresse attorno a una strategia non confessionale, che lotti per sconfiggere il sionismo e al contempo liberare definitivamente il Paese dalla sottomissione semicoloniale e dal saccheggio di cui è vittima per mano di molte potenze imperialiste. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario strappare il potere alle molteplici espressioni della borghesia libanese e instaurare un governo dei lavoratori e dei poveri.

Questa prospettiva può essere realizzata solo nell’ambito di una lotta internazionale, a fianco degli altri popoli arabi, che devono affrontare la sfida di liberarsi delle monarchie e dei governi dittatoriali complici degli interessi imperialisti, e di unirsi a una rivoluzione nella regione che istituisca una libera federazione di repubbliche in Medio Oriente. Crediamo che solo da comunisti si possa ottenere una vittoria definitiva sull’occupazione e sull’imperialismo.

SOLIDARIETÀ ATTIVA CON IL POPOLO LIBANESE

Il popolo libanese ha bisogno di noi. Come Lega Internazionale Socialista (LIS) lanciamo un appello per una campagna internazionale a sostegno della sua lotta contro l’invasore. Allo stesso tempo, ci impegniamo a raccogliere e inviare risorse a sostegno dei giovani comunisti che, in maniera indipendentemente dal governo e dai gruppi confessionali, stanno svolgendo un intenso lavoro umanitario per portare soccorso a chi ne ha bisogno.

Via le grinfie sioniste dal Libano!

Per la sconfitta e l’espulsione dell’esercito israeliano!

Fuori l’imperialismo dal Medio Oriente!

10 aprile

Lega Internazionale Socialista

https://lis-isl.org/it/

Un’altra sconfitta del sionismo. I giudici confermano l’assoluzione di Alejandro Bodart


 La magistratura di Buenos Aires ha dichiarato «inammissibili» i ricorsi presentati dalla DAIA (Delegazione delle Associazioni Israeliane in Argentina) e dalla Procura. Questa nuova sentenza è la quarta a favore del nostro compagno Alejandro Bodart. Respinge l’ultimo ricorso, conferma la sua assoluzione e infligge una nuova sconfitta ai tentativi del sionismo di criminalizzare la difesa del popolo palestinese e la denuncia del genocidio

Una nuova e schiacciante sentenza giudiziaria ha appena inflitto una dura sconfitta al sionismo e ai suoi tentativi di censura. Lo scorso 27 marzo 2026 la Prima Sezione della Corte di Cassazione e d’Appello in materia penale della Città Autonoma di Buenos Aires ha deciso di dichiarare totalmente inammissibili i ricorsi di incostituzionalità presentati dalla Procura e dalla parte civile della DAIA. Entrambe le parti cercavano di portare il caso davanti al Truibunale Superiore di Giustizia locale per ribaltare l’assoluzione del nostro compagno Alejandro Bodart.

Questa decisione conferma ancora una volta un principio fondamentale per la nostra attività politica e per i diritti umani, stabilendo che denunciare il genocidio perpetrato dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese non costituisce alcun reato.

Per comprendere la portata di questa vittoria è necessario ripercorrere il modo in cui il sionismo ha cercato di criminalizzare la libertà di espressione nel corso di tutti questi anni. Tutto è iniziato con alcuni semplici messaggi sui social network in cui Bodart metteva in discussione le azioni criminali dello Stato di Israele. In un primo momento, il giudice incaricato del caso ha respinto l’accusa, ma l’insistenza della parte civile è riuscita a imporre l’avvio di un processo orale. Durante quel processo sono stati chiamati a testimoniare esperti qualificati, e la forza delle prove ha portato a una prima e indiscutibile assoluzione. Non volendo accettare la realtà, la lobby sionista ha presentato ricorso in appello e ha ottenuto una condanna provvisoria. Quell’enorme ingiustizia è stata rapidamente ribaltata nel settembre 2025, quando la Corte di Cassazione ha annullato la pena e ha nuovamente assolto il nostro compagno. Ora, di fronte al disperato tentativo della DAIA e della Procura di continuare a inasprire il conflitto giudiziario, i giudici chiudono nuovamente loro la porta in faccia respingendo il loro ricorso.

In questa ultima istanza i querelanti hanno cercato di sostenere che la precedente sentenza di assoluzione fosse priva di logica e risultasse arbitraria. Hanno preteso che venisse applicata esclusivamente la definizione di antisemitismo elaborata dall’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IRHA) e hanno affermato che i messaggi di Bodart rappresentassero un discorso di odio secondo le linee guida del Piano d’Azione di Rabat (sulle modalità di valutazione dei discorsi d’incitamento all’odio, approvato dall’ONU nel 2012, ndt).

Il tribunale ha smontato completamente queste rozze manovre, spiegando che la denuncia non è riuscita a dimostrare l’esistenza di un vero e proprio caso costituzionale. In definitiva, la risposta della Giustizia ha smascherato l’inganno della DAIA e della Procura. I denuncianti non avevano alcun argomento costituzionale concreto da presentare, e la loro unica rimostranza era che i giudici precedenti avessero interpretato le pubblicazioni a favore del nostro collega Bodart, riconoscendogli il diritto di esprimere la propria opinione.

Attraverso questo ricorso in appello, i querelanti intendevano utilizzare la massima autorità giudiziaria della città come una sorta di ripescaggio per forzare una condanna per puro capriccio ideologico, che avrebbe costituito anche un tentativo di punire chiunque tenti di difendere la causa palestinese. Il loro è stato un tentativo disperato, che i magistrati hanno bloccato, chiarendo la non disponibilità delle alte sfere giudiziarie ad assecondare i capricci politici frutto della frustrazione sionista. Inoltre, i giudici hanno respinto la questione di gravità istituzionale sollevata dall’accusa, ritenendo che le sue affermazioni fossero generiche e prive di fondamento per giustificare l’intervento della massima autorità giudiziaria locale. Ciò significa che la querela ha cercato di inventarsi che le dichiarazioni del nostro compagno mettessero a rischio l’intera società e minacciassero la convivenza pacifica. Hanno cercato di ingigantire il caso in modo del tutto artificiale per generare allarme e costringere il Tribunale Superiore a occuparsi del caso.

Tutte queste sentenze giungono esattamente alla stessa conclusione. È stato pienamente dimostrato che non vi è stata alcuna azione discriminatoria. L’intero procedimento persecutorio orchestrato dalla DAIA è stato un chiaro intento di criminalizzare un’espressione politica di condanna del genocidio e di difesa del popolo palestinese.

L’enorme lavoro degli avvocati difensori María del Carmen Verdú e Ismael Jalil è stato fondamentale per smontare ogni singola menzogna presentata dal pubblico ministero e dai querelanti. Questo grande trionfo appartiene a loro, al nostro compagno Bodart, ai militanti del MST e della LIS e all’immensa campagna di solidarietà nazionale e internazionale che si è mobilitata per fermare questo abuso istituzionale.

Speriamo che i difensori del genocidio smettano di insistere con i loro ricorsi assurdi e riconoscano una volta per tutte questa assoluzione definitiva. Conoscendo la natura di questi personaggi, e sfruttando la forza che ci dà questa lotta, ci prepariamo a qualsiasi tentativo di continuare la persecuzione. Perché è emerso chiaramente che si è trattato della fabbricazione di un caso esemplare al fine di limitare la libertà di opinione e ogni critica al genocidio, e che ciò è fallito. Indubbiamente tanto accanimento è dovuto al fatto che la realtà del genocidio sta venendo alla luce e che denunciarlo non è un reato.

Oggi il mondo intero si mobilita per condannare il massacro in Medio Oriente. Questa sentenza rappresenta uno scudo indispensabile per proteggere altri attivisti perseguitati dal sionismo a livello mondiale. La forza di questa vittoria legale ci dà molta più forza per esigere l’immediata archiviazione di procedimenti persecutori simili, come quello che sta affrontando attualmente la compagna Vanina Biasi.

Forti di questo importantissimo trionfo, manteniamo alta la guardia e portiamo avanti la campagna e le azioni in difesa di Bodart. Non permetteremo mai che le nostre voci vengano messe a tacere e continueremo a denunciare il genocidio perpetrato da Israele fino alla conquista di una Palestina veramente libera dal fiume al mare.

Gonzalo Zuttión

Giù le mani da Cuba!

 


Dopo l’operazione militare a Caracas del 3 gennaio – in cui il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati catturati e trentadue membri delle forze di sicurezza cubane sono stati uccisi – Trump ha rivolto la sua attenzione all’isola stessa, che ha sfidato tutti i suoi dodici predecessori.

Con Maduro nel carcere statunitense, la sua vicepresidente Delcy Rodríguez è stata costretta a un patto leonino, ponendo il settore petrolifero venezuelano sotto l’effettivo controllo degli Stati Uniti. La conseguenza immediata è stata il blocco delle esportazioni di petrolio venezuelano verso Cuba – intorno ai 27.000 barili al giorno, circa un terzo del fabbisogno energetico dell’isola – privando l’isola della sua più vitale fonte di sostentamento economico esterno.

Trump ha poi rivolto la sua attenzione al principale fornitore di Cuba rimasto. Il 29 gennaio ha firmato un ordine esecutivo che dichiarava Cuba una “minaccia straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e minacciava di imporre dazi su qualsiasi paese che le fornisse petrolio, una misura rivolta principalmente al Messico. Pur presentandosi come un difensore della sovranità cubana, la presidente “di sinistra” del Messico Claudia Sheinbaum ha capitolato: le esportazioni di petrolio del Messico verso l’isola, già ridotte da circa 20.000 barili al giorno a una frazione di quella quantità sotto la crescente pressione degli Stati Uniti, sono state formalmente interrotte entro la fine del mese. L’ambito di applicazione dell’ordine esecutivo si estendeva a qualsiasi potenziale fornitore sostitutivo, tra cui Brasile, Colombia e Spagna.

Le stime suggeriscono che Cuba non abbia più di poche settimane di scorte di carburante.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto affermando che un inasprimento totale del blocco significherebbe che «tutte le sfere della vita sarebbero soffocate dal governo degli Stati Uniti» e che ciò paralizzerebbe la produzione di elettricità, la produzione agricola, l’approvvigionamento idrico e i servizi sanitari, il che equivale a quello che ha definito «un genocidio del popolo cubano».

IL BLOCCO IMPERIALISTA

Questo si aggiunge al blocco economico di Cuba, storicamente lungo, avviato dal presidente democratico John F. Kennedy nel febbraio 1962. Questo blocco proibiva il commercio e le transazioni finanziarie tra tutte le istituzioni statunitensi e Cuba, e penalizzava le società straniere che commerciavano con Cuba. Gli effetti di questo blocco si acuirono ulteriormente durante il “Periodo speciale” di austerità degli anni ’90, seguito al crollo dell’Unione Sovietica e degli stati dell’Europa orientale, i cui scambi commerciali e aiuti avevano sostenuto l’isola per quasi tre decenni. La legge Helms-Burton del 1996 inasprì ulteriormente questo isolamento, minacciando severe sanzioni contro qualsiasi accordo finanziario bancario straniero tra Cuba e paesi terzi.

L’embargo fu leggermente allentato durante il “disgelo cubano” (2015-2017) sotto Barack Obama, ma si inasprì ulteriormente dal 2017 in poi durante il primo mandato di Trump e si aggravò con la pandemia di Covid, che devastò l’industria turistica cubana. Il risultato è stata una grave carenza di carburante, medicinali e cibo, e un’inflazione dilagante: ufficialmente intorno al 15% nel 2025, ma ufficiosamente fino al 70%.

I ripetuti voti della stragrande maggioranza dei membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per revocare l’embargo più longevo al mondo sono stati sfidati dalle successive amministrazioni statunitensi. Eppure nessuno Stato ha osato contestare, e tanto meno rompere, questo assedio illegale e questa punizione collettiva dell’isola.

Il Segretario di Stato Marco Rubio, egli stesso figlio di immigrati cubani e superfalco del cambio di regime, ha esortato Trump a ulteriori misure interventiste. Tuttavia, è improbabile che il presidente cubano possa essere rapito o che figure ai vertici dell’esercito e della burocrazia del Partito Comunista si pieghino di fronte a un intervento militare statunitense. È più probabile che la morsa economica provochi malcontento popolare e incoraggi i collaboratori interni al Partito “Comunista” Cubano a cercare un accordo con Trump.

In ogni caso, ciò che Rubio e Trump – e l’intera classe dirigente statunitense – cercano di distruggere è l’ispirazione della Rivoluzione cubana del 1959: il sogno, realizzato dopo il 1961, di un'”isola socialista” in grado di sfidare il colosso nordamericano, che un tempo ispirò movimenti antimperialisti in lungo e in largo in America Latina. Quella percezione di Cuba come prova della possibilità di indipendenza persistette, nonostante la degenerazione dell’isola negli anni ’70 in una dittatura monopartitica e l’abbandono di ogni discorso sulla diffusione della rivoluzione.

La Marea Rosa degli anni 2000 ha in una certa misura ravvivato queste prospettive: paesi come Brasile, Venezuela e Messico hanno spedito petrolio e generi alimentari a Cuba in cambio di operatori sanitari e competenze mediche, rafforzando la prospettiva di una nuova ondata di riformismo sociale in America Latina e Centrale.

Ma ora, con la Marea Rosa che si sta ritirando in tutto il continente, riaprire Cuba allo sfruttamento diretto del capitale statunitense rappresenterebbe un passo importante nella riaffermazione della Dottrina Monroe neocoloniale, ovvero l’affermazione che l’emisfero occidentale, dall’estremità settentrionale della Groenlandia a Capo Horn, con tutte le sue preziose materie prime e i suoi mercati, è chiuso ai rivali globali degli Stati Uniti, in particolare alla Cina. Chiusa sarà anche la prospettiva di uno sviluppo riformista, socialista o populista di sinistra per questi paesi, rafforzando l’ascesa di regimi di destra come quello di Javier Milei in Argentina.

La classe lavoratrice dell’America Latina, anzi del mondo intero – e soprattutto degli Stati Uniti – deve fare tutto ciò che è in suo potere per resistere all’occupazione dell’isola da parte di Trump, attuata sia attraverso lo strangolamento economico che il blocco militare che l’intervento diretto o l’uso di agenti all’interno di Cuba.

LA BUROCRAZIA

Ma l’opposizione all’aggressione statunitense non significa sostegno politico a un regime che reprime il proprio popolo, come ha fatto quando ha represso con la violenza le proteste di massa contro le difficoltà economiche dell’11 luglio 2021.

I socialisti devono fare tutto il possibile per rompere il blocco e aiutare Cuba, senza illusioni sul suo regime e con un sostegno diretto a coloro che lottano per smantellare la dittatura della burocrazia e sostituirla con la democrazia operaia. La burocrazia esercita una dittatura non solo sul piccolo settore privato interno e contro la classe capitalista cubana in esilio, ma soprattutto sulla classe lavoratrice stessa, sopprimendo la democrazia operaia e la libertà politica.

Inoltre, negli ultimi decenni la burocrazia stessa ha perseguito una politica di restaurazione capitalista, modellata in parte su Cina e Vietnam, pur preservando il proprio potere politico. Tuttavia, impediti dall’embargo statunitense di attingere a capitali stranieri o in esilio, le caratteristiche anticapitalistiche di uno Stato operaio burocratico – proprietà statale delle industrie e delle banche, e monopolio del commercio estero – continuano a esistere, sebbene in forma sempre più decaduta. Né Cuba ha incoraggiato la diffusione della lotta rivoluzionaria a livello internazionale.

Il Partito Comunista Cubano, che guarda alla Cina fin dall’epoca di Deng Xiaoping, ha adottato riforme orientate al mercato: legalizzare le piccole e medie imprese private (PMI) e incoraggiare gli investimenti esteri nel turismo. Dal 2021, il numero di PMI autorizzate è aumentato da circa 127 a oltre 2.000. Ma queste riforme hanno generato un’inflazione elevata, aggravando le disuguaglianze sociali e alimentando la corruzione burocratica.

RIVOLUZIONE POLITICA

Per sfuggire alla morsa schiacciante dell’imperialismo statunitense e rinnovare la capacità della classe lavoratrice cubana di difendere il proprio Paese, è necessaria una mobilitazione di massa: non solo per denunciare l’aggressione statunitense e i suoi collaboratori a Cuba, ma per esigere la fine della dittatura politica della burocrazia nei luoghi di lavoro, nelle aziende agricole e nelle strade. In breve, significa una rivoluzione politica.

Ciò significa lottare per il controllo, la gestione e l’ispezione operaia delle imprese, difendendo al contempo la proprietà statale e cooperativa e il monopolio del commercio estero, e trasformando i comitati burocratici – attualmente strumenti di repressione politica – in consigli operai eletti. Allo stesso modo, le forze armate devono essere trasformate in una milizia operaia con ufficiali eletti dalla base. Le piccole forze rivoluzionarie dell’opposizione devono essere legalizzate e messe in grado di formare un autentico partito rivoluzionario che combatta per questi obiettivi.

L’unico modo per preservare le conquiste della Rivoluzione cubana non è solo difendere ciò che ne resta dalla controrivoluzione sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche realizzare una rivoluzione politica che sostituisca la burocrazia dominante con la democrazia operaia. Questo porrà le basi per la diffusione di una rivoluzione antimperialista e socialista a livello internazionale, con l’obiettivo di creare gli Stati Uniti d’America Socialisti.

Ma questa prospettiva dipende dalla solidarietà della classe operaia internazionale. In primo luogo, ciò significa rompere il blocco economico e navale e opporsi a qualsiasi intervento militare. I socialisti devono lottare per ottenere l’invio di carburante, forniture mediche e cibo a Cuba e per imporre controsanzioni alle aziende statunitensi che sostengono l’aggressione di Trump. Portuali e scaricatori portuali negli Stati Uniti, in Italia, Francia e Grecia hanno già agito in solidarietà con Gaza: è questo tipo di azione diretta, estesa a tutto il mondo, che è necessaria per impedire a Trump di ridurre nuovamente Cuba allo status di semicolonia.

Dave Stockton

Global Sumud Flotilla, la seconda missione è in marcia

 


La seconda Global Sumud Flotilla (GSF) salperà alla volta della Palestina, riaffermando il suo impegno con la causa palestinese. La Lega Internazionale Socialista (LIS) parteciperà attivamente all’evento di solidarietà internazionale

NUOVA E PIÙ GRANDE IMPRESA

Giovedì 5 febbraio il Comitato Direttivo della Global Sumud Flotilla ha tenuto una conferenza stampa presso la fondazione Nelson Mandela, a Johannesburg, in Sud Africa. I rappresentanti dell’Africa, dell’Europa, dell’America Latina, dell’Asia e dell’Alleanza di Solidarietà Palestinese annunciano la realizzazione di una nuova impresa verso la Palestina. In questa occasione sarà contemporaneamente marittima e terrestre, partendo il 29 marzo da Barcellona, dall’Italia, dalla Tunisia e da altri punti del Mediterraneo.

Gli organizzatori progettano di contare su più di 3.000 partecipanti da oltre di 100 paesi, viaggiando su più di 100 imbarcazioni e veicoli. Questo sarà possibile grazie allo sforzo collettivo di attivisti, personale medici, ingegneri, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni civili; tanto in mare come via terra.

MAGGIORE ESPERIENZA E OBIETTIVI PIÙ AMPI

La nuova flotilla partirà con un bagaglio di esperienza accumulata di grande valore umano e organizzativo. La prima missione non ha potuto prendere terra a Gaza a causa del blocco, ma ha avuto comunque successo perché incarnava uno sforzo collettivo, affrontava le difficoltà a testa alta senza perdere di vista la denuncia del genocidio e della fame, sfidava la complicità e/o l’inazione dei governi, resisteva a campagne diffamatorie e forniva uno spazio per l’internazionalismo organizzato.

A differenza della precedente flottiglia, gli obiettivi della nuova non saranno esclusivamente umanitari. Rifiuterà la normalizzazione delle enormi sofferenze dei civili e risponderà direttamente alle proposte di “ricostruire Gaza” senza sovranità o partecipazione palestinese, compresi i piani che consoliderebbero il controllo esterno negando ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione.

RIMANE LA NECESSITÀ DI MOBILITAZIONI E AZIONI CONCRETE

Il 10 ottobre 2025, mentre gli ultimi attivisti rilasciati dalle prigioni israeliane stavano ancora tornando a casa, è stato firmato l'”Accordo Trump-Israele”. Da allora, l’esercito sionista rimane a Gaza, uccidendo, occupando territori e godendo dell’impunità per il genocidio compiuto. I palestinesi intanto muoiono di fame, sono senza assistenza e confinati in piccole aree isolate, tuttora sotto la minaccia sionista e l’intervento imperialista. Non esiste una pace giusta, ma solo l’imposizione del dominio. Di conseguenza, rimane la necessità di riprendere le mobilitazioni e le azioni di massa a sostegno della Palestina e del suo popolo sofferente.

LA LIS PARTECIPERÀ DI NUOVO

La nostra organizzazione internazionale parteciperà ancora una volta alla Global Sumud Flotilla. La nostra compagna Celeste Fierro (MST, Argentina) si è unita alla prima Flotilla a bordo della goletta “Adara”, portando con sé la bandiera della Lega Internazionale Socialista (LIS), che sarà nuovamente rappresentata da due compagni, che sosterranno attivamente e riferiranno sui progressi della seconda missione, già in corso.

Rimaniamo incondizionatamente al fianco del popolo oppresso, promuovendo la lotta per i suoi bisogni urgenti, infinitamente aggravati dalla crudeltà del genocidio, della pulizia etnica e dell’occupazione territoriale. Siamo convinti che la soluzione fondamentale risieda nella sconfitta dello Stato di Israele attraverso una rivoluzione socialista in Medio Oriente e la creazione di una Palestina unita, laica, non razzista, democratica e socialista, dal fiume al mare.

Rubén Tzanoff

Il semaforo verde di Russia e Cina al piano coloniale di Trump

 


Il popolo palestinese non ha amici in alto ma solo in basso

19 Novembre 2025

English version

L'astensione di Russia e Cina nel Consiglio Generale dell'ONU sul piano Trump per la Palestina è densa di significato politico. L'astensione è la rinuncia a ogni potere di veto. La rinuncia al potere di veto significa che il piano coloniale americano avrà la copertura delle Nazioni Unite.

Un imperialismo USA che per due anni ha fatto scudo alla barbarie sionista anche col ricorso al proprio potere di veto in sede ONU ha ottenuto dagli imperialismi rivali non solo un sospirato lasciapassare ma la più alta copertura diplomatica. È ciò che Trump chiedeva. È ciò che Trump ha ottenuto.

La soluzione maschera un mercimonio negoziale tra interessi diversi.

La Cina non solo è un grande partner commerciale di Israele ma è impegnata nel negoziato globale con gli USA: sul piano commerciale, lungo la partita di scambio fra terre rare e dazi, e sul più ampio scenario degli equilibri mondiali, a partire dai mari dell'Asia. Il via libera di Pechino a Trump sarà messo sul piatto di questa bilancia negoziale.

La Russia, dal canto suo, non solo è il secondo partner politico dello Stato sionista dopo gli USA, ma punta a incassare le aperture di Trump nella partita ucraina e sul Mare Artico. Il semaforo verde al bonaparte di Washington chiede dunque contropartite su altri terreni.

Peraltro, sia l'imperialismo russo che l'imperialismo cinese sono interessati a buone relazioni con i regimi arabi, in particolare con le grandi monarchie del Golfo. E i regimi arabi avevano e hanno bisogno della copertura diplomatica ONU per imbarcarsi in una “forza internazionale di stabilizzazione” in Palestina a guida USA, con tutte le incognite e i rischi del caso, anche nel rapporto con le proprie opinioni pubbliche. Mosca e Pechino hanno garantito la copertura richiesta.

Ogni ipocrisia diplomatica si nutre naturalmente di tortuosità. Due giorni prima del clamoroso lasciapassare, la Russia aveva avanzato una propria proposta nel Consiglio di sicurezza che citava l'eterna bufala dei “due Stati per due popoli”. Lo scopo era quello di poter vantare l'inserimento successivo nella risoluzione ONU di un vaghissimo riferimento alla questione palestinese quale frutto della propria pressione. La verità è che le finzioni retoriche stanno a zero. Servono ai regimi arabi per mascherare la propria subordinazione all'imperialismo USA e al sionismo, così come servono a Russia e Cina per esibire benemerenze presso i regimi arabi. Ciò che conta materialmente è altro.

Il piano Trump può procedere con le spalle coperte, da una posizione più avanzata. Mentre lo Stato sionista prosegue la propria macelleria: a Gaza, ulteriormente smembrata dalle forze israeliane, dove continuano distruzione di case, deportazioni, fame; in Cisgiordania, dove prosegue l'azione terrorista di esercito e coloni contro i palestinesi.

Il genocidio, in altre forme, perdura. Il disarmo e la distruzione della resistenza palestinese restano l'obiettivo comune di Trump, dello Stato sionista, delle borghesie arabe, degli imperialismi europei. Quanto alla ANP , già da decenni sul libro paga di Israele, chiede solo di essere caricata a bordo dell'operazione con qualche patacca di riconoscimento formale, fosse pure a futura memoria.

Certo, non mancano le contraddizioni. Israele non vuole la presenza turca nella forza internazionale a guida americana che entrerà nella Striscia. I regimi arabi, Egitto e Giordania in testa, sono disponibili a fornire truppe di occupazione, ma vorrebbero prima che altri facessero il lavoro sporco di disarmare Hamas. I governi europei sono in prima fila per il business della ricostruzione ma non vorrebbero arrischiare truppe, offrendo in cambio l'addestramento all'estero di una futura polizia palestinese, magari attraverso i Carabinieri. Persino Trump, che pur si candida a presiedere il protettorato coloniale da lui stesso insediato, non vuole un coinvolgimento diretto di truppe statunitensi a Gaza, perché teme contraccolpi elettorali in caso di bare americane.

Insomma, tutte le forze dominanti vogliono incassare la propria parte del bottino finale del genocidio ma senza pagarne il prezzo. La pentola non trova il coperchio. Il copione è ancora in cerca di firma.

Ma in ogni caso emerge, tanto più oggi, una verità incontestabile: il popolo palestinese e la sua resistenza non hanno amici tra le potenze imperialiste vecchie e nuove, nella diplomazia truffaldina dell'ONU, presso i governi arabi, nelle cosiddette democrazie europee. I suoi possibili alleati stanno in basso, fra i popoli oppressi, nella classe lavoratrice, e innanzitutto in quella nuova generazione che in tutto il mondo si è mobilitata con la Palestina nel cuore.

Solo una rivoluzione cambia le cose. Vale per tutti. Vale a maggior ragione per il popolo palestinese e per le masse oppresse di tutto il Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'accusa di antisemitismo: una clava contro il movimento

 


No al ddl Gasparri!

La lotta del popolo palestinese, che oggi non deve arretrare ma resistere al piano coloniale di Trump, una battaglia fondamentale l’ha già vinta: la battaglia per la conquista del cuore delle masse.
Movimenti enormi di solidarietà con la lotta di liberazione palestinese hanno attraversato i cinque continenti, dagli USA all’Europa, dall’Asia al Sud America, dall’Africa all’Australia.

In Italia, dopo due anni di mobilitazioni forse di tenore inferiore a quelle di altri paesi europei, si è avuta un’autentica esplosione della partecipazione di massa nelle giornate dal 22 settembre al 4 ottobre, quando milioni di persone sono scese in piazza per mostrare la propria vicinanza al popolo palestinese e la propria solidarietà all’impresa della Global Sumud Flotilla.
Un’immensa partecipazione caratterizzata soprattutto dalla presenza di giovani e giovanissim3, studenti medi e universitari, e da ultimo anche da una crescente componente di classe lavoratrice.

Si è trattato di un autentico salto di qualità nella mobilitazione, un movimento che fa paura al governo e che incontra i favori dei sondaggi. Un movimento politico oltre che umanitario che denuncia la complicità del governo italiano nel genocidio di Gaza, che condanna la ferocia disumana e il razzismo dell’ideologia sionista, e che canta nelle strade la liberazione della Palestina dal fiume al mare.

Mai come oggi l’immagine di Israele è gettata nella polvere, la sua propaganda non creduta e derisa, i suoi atti criminosi denunciati con forza ad ogni livello della società, dai lavoratori, dagli studenti, dagli intellettuali e dagli artisti.
L’entità sionista è costretta a reagire come un animale ferito, e allora lancia ad ogni latitudine geografica, politica e culturale, come un disco rotto, la litania dell’accusa infamante: antisemita.

L’accusa è infame perché rivolta non contro i depositari storici dell’antisemitismo, quell’estrema destra i cui eredi oggi in grande maggioranza in Europa appoggiano il sionismo, ma contro il grande movimento di solidarietà con il popolo palestinese, proprio quando questo denuncia il più grave genocidio del XXI secolo.
Accusare di antisemitismo chi si oppone allo sterminio è ridicolo e volgare. Nondimeno però è un’arma in mano a governi complici che tentano di reprimere la mobilitazione di massa, come Germania, Francia, Inghilterra e ovviamente… l’Italia.

Alcuni esponenti del governo italiano sono intenti ad usare l’accusa di antisemitismo come una clava per colpire la mobilitazione crescente. Nelle università, nelle scuole, negli enti culturali è in corso una lotta accanita per denunciare ogni forma di collaborazione con lo stato genocidario di Israele. Gli esponenti filosionisti sono travolti, e non sanno più quali argomentazioni utilizzare per giustificare la propria collaborazione. Allora per questo viene utile la vecchia e sempre verde accusa di antisemitismo.

Vogliamo precisare che non è possibile sottovalutare il rigurgito di sentimenti antisemiti, ma essi sono in massima parte da imputare agli atti criminali commessi da Israele, la più grande fonte di antisemitismo.
Per propalare questa grande menzogna, dunque, non bastano più la grande stampa ossequiosa con il governo e con i sionisti, non è più sufficiente la propaganda e la repressione ordinaria da parte delle forze di polizia. Per questo è necessario approntare uno strumento nuovo, più adeguato alla bisogna. In altre parole, uno strumento legale con cui armare la repressione.

Il ddl (disegno di legge) Gasparri si incarica di dare soddisfazione a questa necessità. Non è l’unico ad essere in discussione al Senato, ma è quello più avanzato in tal senso.
Tale ddl così riporta nelle premesse; «…i focolai di antisemitismo già presenti in tutta Europa (documentati per l'Italia dal CDEC e dall'Eurispes) si sono estesi e propagati sotto la veste di antisionismo, dell'odio contro lo Stato ebraico e del suo diritto a esistere e difendersi».

L’antisemitismo è connesso all’antisionismo, tanto che:

«Il comma 2 prevede l'istituzione, presso le scuole di ogni ordine e grado, di corsi annuali di formazione per studenti sull'antisemitismo e sull'antisionismo».

Il che comporta l’indottrinamento studentesco nei confronti dell’adesione al regime israeliano e alla giustificazione dei suoi crimini.
Art.2 comma 2: «…Il Ministro dell'istruzione e del merito istituisce, presso le scuole di ogni ordine e grado, corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l'antisionismo» (sottolineature nostre).

Non manca l’invito alla delazione, soprattutto di insegnanti e professori universitari. Ma ciò che è più importante è che la pena stabilita dal codice penale si deve applicare come recita l’art. 4 comma:

«La stessa pena si applica qualora la propaganda, l'istigazione o l'incitamento si fondano, in tutto o in parte, sull'ostilità, sull'avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all'esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione» (sottolineature nostre).

È evidente che questo dispositivo normativo ha l’obiettivo di abbattersi come una scure contro le masse soprattutto giovanili che hanno alimentato le grandiose mobilitazioni delle settimane scorse. In quelle manifestazioni, fra gli slogan più recitati vi erano proprio quelli che dimostravano l’ostilità al sionismo, un’ideologia politica suprematista e razzista, che ha giustificato negli ultimi 77 anni l’occupazione coloniale delle terre e delle città dei palestinesi, con il corredo di massacri e pulizia etnica. Un’ideologia che ha interessato solo parte dei popoli ebraici, e sostanzialmente la parte più reazionaria e violenta. La parte più progressista e socialista, maggioritaria negli anni ’20 e ‘30 in Polonia, era rappresentata dal partito più grande di matrice ebraica, il Bund (Unione di Lotta dei Lavoratori Ebrei), e avversava il sionismo, definito come “un movimento reazionario capitalista e colonialista al servizio dell’imperialismo”.

La maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia apparteneva in effetti al Bund, compreso il suo eroico comandante militare Marek Edelman, che si rifiutò sempre di andare in Israele e che nel 2002 espresse la sua solidarietà alle organizzazioni combattenti palestinesi.

È assolutamente risibile che, se fosse stata in vigore una legge analoga a quella voluta da Gasparri, il Bund, la maggioranza yiddish del popolo ebraico europeo e il comandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia sarebbero stati perseguibili a norma di legge!

Anche in ossequio a questa grande tradizione dei popoli ebraici, che ha fornito al movimento rivoluzionario comunista degli anni ’20 alcune tra le menti più luminose, non si può che riaffermare la lotta irriducibile al sionismo e la necessità, per i popoli del Medio Oriente e dell’umanità intera, della sua sconfitta definitiva.

Un altro grande slogan ha connotato le mobilitazioni in Italia e nel mondo tanto da essere gridato da moltitudini di persone di ogni età: “Palestina libera dal fiume al mare”.
Questo slogan ha un significato molto preciso, vuole intendere la liberazione della Palestina storica, ciò che implica la distruzione dello stato di Israele.

Questa rivendicazione elementare, ma potentemente espressa da centinaia di migliaia di cittadini, che vuole sostenere il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, è frutto del diritto a esprimere il proprio pensiero, ma secondo Gasparri dovrebbe essere semplicemente sottoposta a censura pena la possibilità di finire in carcere.

È il caso di dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio parafascista di istituire reati d’opinione del tutto antidemocratici.

In conclusione, il Partito Comunista dei Lavoratori, erede dell’unica tradizione politica che si è sempre opposta all’esistenza di Israele, difende il diritto del movimento per la Palestina ad esprimere il proprio pensiero e a scendere in piazza per manifestarlo, rifiuta ogni forma di intimidazione nella sua lotta contro il sionismo e invita a proseguire con più forza la mobilitazione contro il piano coloniale di Trump; l’unica mobilitazione che è in grado di rendere inapplicabile e far crollare questo disposto normativo.

Quali che siano le leggi della borghesia filosionista, il Partito Comunista dei Lavoratori ribadisce:

Lo Stato sionista dell’apartheid coloniale non può essere riformato, ma va distrutto.

Per una Palestina unita, laica e socialista (con il ritorno incondizionato dei profughi palestinesi e con i diritti di minoranza nazionale per gli ebrei, ad eccezione dei coloni fascisti e nazisti da espellere).

Per una Repubblica araba socialista unita.

Per una Federazione socialista del Medio Oriente e del Nord Africa, con il diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi della regione (curdi, berberi, etc.)

Partito Comunista dei Lavoratori