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Giù le mani da Cuba!

 


Dopo l’operazione militare a Caracas del 3 gennaio – in cui il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati catturati e trentadue membri delle forze di sicurezza cubane sono stati uccisi – Trump ha rivolto la sua attenzione all’isola stessa, che ha sfidato tutti i suoi dodici predecessori.

Con Maduro nel carcere statunitense, la sua vicepresidente Delcy Rodríguez è stata costretta a un patto leonino, ponendo il settore petrolifero venezuelano sotto l’effettivo controllo degli Stati Uniti. La conseguenza immediata è stata il blocco delle esportazioni di petrolio venezuelano verso Cuba – intorno ai 27.000 barili al giorno, circa un terzo del fabbisogno energetico dell’isola – privando l’isola della sua più vitale fonte di sostentamento economico esterno.

Trump ha poi rivolto la sua attenzione al principale fornitore di Cuba rimasto. Il 29 gennaio ha firmato un ordine esecutivo che dichiarava Cuba una “minaccia straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e minacciava di imporre dazi su qualsiasi paese che le fornisse petrolio, una misura rivolta principalmente al Messico. Pur presentandosi come un difensore della sovranità cubana, la presidente “di sinistra” del Messico Claudia Sheinbaum ha capitolato: le esportazioni di petrolio del Messico verso l’isola, già ridotte da circa 20.000 barili al giorno a una frazione di quella quantità sotto la crescente pressione degli Stati Uniti, sono state formalmente interrotte entro la fine del mese. L’ambito di applicazione dell’ordine esecutivo si estendeva a qualsiasi potenziale fornitore sostitutivo, tra cui Brasile, Colombia e Spagna.

Le stime suggeriscono che Cuba non abbia più di poche settimane di scorte di carburante.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto affermando che un inasprimento totale del blocco significherebbe che «tutte le sfere della vita sarebbero soffocate dal governo degli Stati Uniti» e che ciò paralizzerebbe la produzione di elettricità, la produzione agricola, l’approvvigionamento idrico e i servizi sanitari, il che equivale a quello che ha definito «un genocidio del popolo cubano».

IL BLOCCO IMPERIALISTA

Questo si aggiunge al blocco economico di Cuba, storicamente lungo, avviato dal presidente democratico John F. Kennedy nel febbraio 1962. Questo blocco proibiva il commercio e le transazioni finanziarie tra tutte le istituzioni statunitensi e Cuba, e penalizzava le società straniere che commerciavano con Cuba. Gli effetti di questo blocco si acuirono ulteriormente durante il “Periodo speciale” di austerità degli anni ’90, seguito al crollo dell’Unione Sovietica e degli stati dell’Europa orientale, i cui scambi commerciali e aiuti avevano sostenuto l’isola per quasi tre decenni. La legge Helms-Burton del 1996 inasprì ulteriormente questo isolamento, minacciando severe sanzioni contro qualsiasi accordo finanziario bancario straniero tra Cuba e paesi terzi.

L’embargo fu leggermente allentato durante il “disgelo cubano” (2015-2017) sotto Barack Obama, ma si inasprì ulteriormente dal 2017 in poi durante il primo mandato di Trump e si aggravò con la pandemia di Covid, che devastò l’industria turistica cubana. Il risultato è stata una grave carenza di carburante, medicinali e cibo, e un’inflazione dilagante: ufficialmente intorno al 15% nel 2025, ma ufficiosamente fino al 70%.

I ripetuti voti della stragrande maggioranza dei membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per revocare l’embargo più longevo al mondo sono stati sfidati dalle successive amministrazioni statunitensi. Eppure nessuno Stato ha osato contestare, e tanto meno rompere, questo assedio illegale e questa punizione collettiva dell’isola.

Il Segretario di Stato Marco Rubio, egli stesso figlio di immigrati cubani e superfalco del cambio di regime, ha esortato Trump a ulteriori misure interventiste. Tuttavia, è improbabile che il presidente cubano possa essere rapito o che figure ai vertici dell’esercito e della burocrazia del Partito Comunista si pieghino di fronte a un intervento militare statunitense. È più probabile che la morsa economica provochi malcontento popolare e incoraggi i collaboratori interni al Partito “Comunista” Cubano a cercare un accordo con Trump.

In ogni caso, ciò che Rubio e Trump – e l’intera classe dirigente statunitense – cercano di distruggere è l’ispirazione della Rivoluzione cubana del 1959: il sogno, realizzato dopo il 1961, di un'”isola socialista” in grado di sfidare il colosso nordamericano, che un tempo ispirò movimenti antimperialisti in lungo e in largo in America Latina. Quella percezione di Cuba come prova della possibilità di indipendenza persistette, nonostante la degenerazione dell’isola negli anni ’70 in una dittatura monopartitica e l’abbandono di ogni discorso sulla diffusione della rivoluzione.

La Marea Rosa degli anni 2000 ha in una certa misura ravvivato queste prospettive: paesi come Brasile, Venezuela e Messico hanno spedito petrolio e generi alimentari a Cuba in cambio di operatori sanitari e competenze mediche, rafforzando la prospettiva di una nuova ondata di riformismo sociale in America Latina e Centrale.

Ma ora, con la Marea Rosa che si sta ritirando in tutto il continente, riaprire Cuba allo sfruttamento diretto del capitale statunitense rappresenterebbe un passo importante nella riaffermazione della Dottrina Monroe neocoloniale, ovvero l’affermazione che l’emisfero occidentale, dall’estremità settentrionale della Groenlandia a Capo Horn, con tutte le sue preziose materie prime e i suoi mercati, è chiuso ai rivali globali degli Stati Uniti, in particolare alla Cina. Chiusa sarà anche la prospettiva di uno sviluppo riformista, socialista o populista di sinistra per questi paesi, rafforzando l’ascesa di regimi di destra come quello di Javier Milei in Argentina.

La classe lavoratrice dell’America Latina, anzi del mondo intero – e soprattutto degli Stati Uniti – deve fare tutto ciò che è in suo potere per resistere all’occupazione dell’isola da parte di Trump, attuata sia attraverso lo strangolamento economico che il blocco militare che l’intervento diretto o l’uso di agenti all’interno di Cuba.

LA BUROCRAZIA

Ma l’opposizione all’aggressione statunitense non significa sostegno politico a un regime che reprime il proprio popolo, come ha fatto quando ha represso con la violenza le proteste di massa contro le difficoltà economiche dell’11 luglio 2021.

I socialisti devono fare tutto il possibile per rompere il blocco e aiutare Cuba, senza illusioni sul suo regime e con un sostegno diretto a coloro che lottano per smantellare la dittatura della burocrazia e sostituirla con la democrazia operaia. La burocrazia esercita una dittatura non solo sul piccolo settore privato interno e contro la classe capitalista cubana in esilio, ma soprattutto sulla classe lavoratrice stessa, sopprimendo la democrazia operaia e la libertà politica.

Inoltre, negli ultimi decenni la burocrazia stessa ha perseguito una politica di restaurazione capitalista, modellata in parte su Cina e Vietnam, pur preservando il proprio potere politico. Tuttavia, impediti dall’embargo statunitense di attingere a capitali stranieri o in esilio, le caratteristiche anticapitalistiche di uno Stato operaio burocratico – proprietà statale delle industrie e delle banche, e monopolio del commercio estero – continuano a esistere, sebbene in forma sempre più decaduta. Né Cuba ha incoraggiato la diffusione della lotta rivoluzionaria a livello internazionale.

Il Partito Comunista Cubano, che guarda alla Cina fin dall’epoca di Deng Xiaoping, ha adottato riforme orientate al mercato: legalizzare le piccole e medie imprese private (PMI) e incoraggiare gli investimenti esteri nel turismo. Dal 2021, il numero di PMI autorizzate è aumentato da circa 127 a oltre 2.000. Ma queste riforme hanno generato un’inflazione elevata, aggravando le disuguaglianze sociali e alimentando la corruzione burocratica.

RIVOLUZIONE POLITICA

Per sfuggire alla morsa schiacciante dell’imperialismo statunitense e rinnovare la capacità della classe lavoratrice cubana di difendere il proprio Paese, è necessaria una mobilitazione di massa: non solo per denunciare l’aggressione statunitense e i suoi collaboratori a Cuba, ma per esigere la fine della dittatura politica della burocrazia nei luoghi di lavoro, nelle aziende agricole e nelle strade. In breve, significa una rivoluzione politica.

Ciò significa lottare per il controllo, la gestione e l’ispezione operaia delle imprese, difendendo al contempo la proprietà statale e cooperativa e il monopolio del commercio estero, e trasformando i comitati burocratici – attualmente strumenti di repressione politica – in consigli operai eletti. Allo stesso modo, le forze armate devono essere trasformate in una milizia operaia con ufficiali eletti dalla base. Le piccole forze rivoluzionarie dell’opposizione devono essere legalizzate e messe in grado di formare un autentico partito rivoluzionario che combatta per questi obiettivi.

L’unico modo per preservare le conquiste della Rivoluzione cubana non è solo difendere ciò che ne resta dalla controrivoluzione sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche realizzare una rivoluzione politica che sostituisca la burocrazia dominante con la democrazia operaia. Questo porrà le basi per la diffusione di una rivoluzione antimperialista e socialista a livello internazionale, con l’obiettivo di creare gli Stati Uniti d’America Socialisti.

Ma questa prospettiva dipende dalla solidarietà della classe operaia internazionale. In primo luogo, ciò significa rompere il blocco economico e navale e opporsi a qualsiasi intervento militare. I socialisti devono lottare per ottenere l’invio di carburante, forniture mediche e cibo a Cuba e per imporre controsanzioni alle aziende statunitensi che sostengono l’aggressione di Trump. Portuali e scaricatori portuali negli Stati Uniti, in Italia, Francia e Grecia hanno già agito in solidarietà con Gaza: è questo tipo di azione diretta, estesa a tutto il mondo, che è necessaria per impedire a Trump di ridurre nuovamente Cuba allo status di semicolonia.

Dave Stockton

Contro la guerra imperialista USA al Venezuela! Intervista a Gonzalo Gómez (Marea Socialista)

 


Riprendiamo da Tempest, organizzazione nella quale sono attivi alcuni compagni della LIS (Lega Internazionale Socialista) negli USA, un'intervista di Anderson Bean a Gonzalo Gómez (Marea Socialista, sezione venezuelana della LIS), avvenuta prima dell'attacco del 3 gennaio.



All’alba del 3 gennaio, le forze armate statunitensi – con 150 aerei da combattimento, elicotteri d'assalto e droni di ultima generazione – hanno lanciato un attacco contro il Venezuela. I bombardamenti hanno colpito il più grande complesso militare del Paese a Caracas, oltre a obiettivi a La Guaira, Miranda e Aragua. Meno di 90 minuti dopo, Nicolás Maduro è stato rapito e portato fuori dal Paese.

In una successiva conferenza stampa, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero «amministrato» il Venezuela fino a quando non si fosse verificata una «transizione sicura», chiarendo la natura neocoloniale di questa transizione. Nella stessa conferenza, Marco Rubio ha chiarito che l'operazione mirava a creare un precedente per tutta l'America Latina, affermando: «Se vivessi all'Avana e facessi parte del governo, sarei preoccupato».

Con questo atto di palese aggressione imperialista, l'amministrazione Trump è entrata in una nuova fase di affermazione imperialista, caratterizzata dall'appropriazione scoperta di territorio, risorse e autorità politica. Il cosiddetto "ordine basato sulle regole" è stato smascherato come una vuota finzione: non viene più nemmeno invocato ed è stato sostituito dall'uso diretto della forza, giustificato da pretesti di comodo come il narcotraffico.

Per l'America Latina, questo non è semplicemente un altro episodio di aggressione, ma una profonda ferita alla dignità regionale e all'autodeterminazione dei suoi popoli, le cui conseguenze si estenderanno ben oltre il Venezuela. L'attuale presidente ad interim, l'ex vicepresidente di Maduro Delcy Rodríguez, ha parlato di «collaborazione e dialogo» con Trump e gli Stati Uniti, da intendersi come un rapporto di tutela e cooperazione con pieno accesso al petrolio. Finora, questo approccio è stato sostenuto dall'intero potere esecutivo, dalla leadership militare e dal PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela). Resta da vedere se emergeranno fratture.

È importante notare che Trump sta spingendo per questa "transizione" invece di sostenere Edmundo González o María Corina Machado, perché crede che in questo modo possa garantire maggiore controllo e stabilità ai suoi piani di dominazione coloniale o semicoloniale.

Da quando è tornato al potere, Donald Trump ha intensificato drasticamente la pressione degli Stati Uniti sul Venezuela. Ciò che è iniziato come sanzioni e minacce retoriche ha assunto sempre più la forma di intimidazioni militari, attacchi marittimi, sequestri di petrolio e accordi segreti, spesso giustificati con il pretesto della "guerra alla droga" o della "sicurezza nazionale". Al momento di questa intervista (prima dell'attacco e del rapimento di Maduro del 3 gennaio), gli Stati Uniti avevano effettuato più di 30 operazioni militari contro navi nei Caraibi e nel Pacifico orientale, provocando almeno 107 morti.

Allo stesso tempo, Trump ha silenziosamente esteso l'accesso della Chevron al petrolio venezuelano attraverso accordi poco trasparenti nonché discutibili dal lato costituzionale, nonostante la sua amministrazione definisca il Venezuela uno "stato terrorista" e raddoppi la ricompensa per la cattura di Nicolás Maduro.

Questi sviluppi sollevano interrogativi urgenti. Perché gli Stati Uniti stanno intensificando la loro azione? Cosa spiega le contraddizioni tra sanzioni, aggressione militare e continuo sfruttamento petrolifero? In che modo le divisioni interne alla cerchia ristretta di Trump – tra intransigenti sostenitori di un cambio di regime e pragmatici legati al settore energetico – influenzano la politica statunitense? E in che modo Maduro ha utilizzato le minacce statunitensi per giustificare l'intensificazione della repressione interna, in particolare contro i lavoratori, gli oppositori di sinistra e le organizzazioni popolari?

Per aiutare a svelare il significato e le conseguenze delle ultime mosse di Trump – e per chiarire quale dovrebbe essere una posizione indipendente e antimperialista per la sinistra – Anderson Bean di Tempest intervista il comunista venezuelano Gonzalo Gómez di Marea Socialista sulla politica venezuelana e sulle relazioni tra Stati Uniti e America Latina.

Nota: questa intervista è stata realizzata prima degli eventi del 3 gennaio.


Anderson Bean: Trump ha intensificato le sanzioni, schierato una massiccia presenza militare nei Caraibi, autorizzato attacchi letali contro le navi e sequestrato il petrolio venezuelano. Eppure, allo stesso tempo, ha esteso la licenza di Chevron per operare sotto condizioni opache e segrete. Come dobbiamo interpretare questa combinazione di escalation e accomodamento? Cosa c'è di veramente nuovo e cosa rappresenta un'accelerazione dell'attuale politica statunitense?

Gonzalo Gómez: Credo che ci sia un doppio gioco da entrambe le parti. Trump sta usando la carota e il bastone: sono elementi contraddittori che, allo stesso tempo, si combinano dialetticamente per servire i suoi fini e interessi.
Questa situazione sembra anche funzionale al mantenimento del governo di Nicolás Maduro, date le condizioni in Venezuela. La novità, potremmo dire, è l'intensificazione delle azioni militari: il blocco aereo e marittimo, gli attacchi alle imbarcazioni di presunti narcotrafficanti (farò un'osservazione su questo più avanti), e le restrizioni al traffico aereo e alla circolazione delle navi che trasportano prodotti petroliferi venezuelani, ma non della Chevron. Ora affermano anche di aver attaccato un presunto centro di produzione di droga a terra, il che non è chiaro.
Questo rappresenta un aumento della pressione sul Venezuela e sul governo di Nicolás Maduro, principalmente sul fronte militare. Ma queste azioni sono ancora piuttosto limitate e sembrano più che altro volte a creare scenari che obblighino a negoziare con il governo o consentano agli Stati Uniti, e a Trump, di ottenere qualche concessione dal governo di Nicolás Maduro.
Non si tratta ancora di azioni decisive, anche se indicano un intervento o potrebbero essere il preludio a qualcosa di più serio in arrivo. Queste azioni rappresentano, evidentemente, un aumento rispetto alle semplici sanzioni: sia contro figure del regime venezuelano, sia alle sanzioni economiche. Ma sembrano anche essere un messaggio al resto dei paesi dell'America Latina, all'opposizione di estrema destra filoimperialista che chiede segnali all'amministrazione Trump, e al posizionamento degli Stati Uniti sulla scena geopolitica strategica: la sua agguerrita competizione con Cina e Russia e il suo tentativo di impedire a qualsiasi governo latinoamericano di approfondire le relazioni con queste altre potenze imperialiste emergenti, che stanno invadendo la sfera di influenza degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti vogliono riaffermarsi nei Caraibi e riprenderne il controllo. Naturalmente, le condizioni sono cambiate e oggi sono emersi molti governi di estrema destra con politiche neoliberiste assolutamente filoimperialiste. Anche questo è un fattore che offre all'amministrazione Trump l'opportunità di attaccare il governo venezuelano.
Per quanto riguarda la questione dell'opacità, ritengo sia importante sottolineare che, da un lato, i rapporti commerciali con Chevron rientrano nel quadro della cosiddetta – o impropriamente definita – Legge anti-blocco (Ley Antibloqueo), che in realtà non è in alcun modo anti-blocco, ma serve piuttosto a gestire le operazioni, le transazioni e i contratti del governo venezuelano. Ciò che stiamo vivendo in Venezuela è un processo di smantellamento della sovranità, di denazionalizzazione, di avanzamento di accordi con joint venture e di una battuta d'arresto storica per PDVSA nella sua capacità sovrana di produzione petrolifera.
Sebbene PDVSA produca ancora forse più del 50% del petrolio del paese, oggi potremmo dire che Chevron potrebbe rappresentarne un quinto, circa il 20%.
Ciò sembra contraddittorio, perché il paese che attacca militarmente il Venezuela detiene le licenze per una multinazionale statunitense di operare nel paese e consente alle navi che trasportano petrolio Chevron di giungere negli Stati Uniti. Trump, tra l'altro, afferma che il governo venezuelano riceve pochi benefici diretti in valuta estera; che si tratta principalmente di contributi per la manutenzione degli impianti, le operazioni, il supporto tecnico e così via. Ma l'opposizione ha affermato, o si è lamentata, che attraverso negoziati, accordi o il contratto con Chevron, il governo venezuelano ha ottenuto circa quattro miliardi di dollari.
In ogni caso, questo funge da merce di scambio, perché il Venezuela dipende sempre di più dalle compagnie petrolifere statunitensi.
Che Chevron rimanga o meno in Venezuela finisce per essere soggetto a transazioni o concessioni da entrambe le parti, e in ultima analisi funge da strumento in questo gioco tra il governo Maduro e l'amministrazione Trump.
Penso anche che forse il termine "accomodamento" necessiti di un chiarimento: chi sta accomodando? In un certo senso, entrambe le parti si accomodano a vicenda entro le rispettive tensioni, ed entrambe potrebbero essere disposte a fare qualsiasi mossa in base ai propri interessi.
Il governo venezuelano asseconda le pressioni dell'amministrazione Trump perché mantiene i suoi rapporti con la Chevron, pur presentandosi come antimperialista e difensore della sovranità e dell'industria petrolifera nazionale. Tuttavia, mantiene una compagnia petrolifera statale del paese aggressore e dipende da essa per una parte significativa della sua produzione. Quindi, che tipo di antimperialismo è questo?
Potrebbero dire: "È realpolitik", perché la PDVSA non è in grado di produrre quella quantità, e se non lo facesse, ci sarebbero ripercussioni sul popolo venezuelano. Ma, in realtà, non credo che l'estrazione petrolifera venezuelana stia generando condizioni migliori per il popolo venezuelano, perché avvantaggia la burocrazia e un sistema politico che favorisce le élite nazionali, sia del governo che del capitalismo locale.
Nessuno ha parlato della possibilità che il Venezuela prenda in mano la produzione che è affidata alla Chevron, o che cerchi un meccanismo di recupero tecnico e produttivo, come ha fatto in passato. E nessuno sa nulla, perché non c'è modo di controllare cosa viene fatto con la PDVSA, con il petrolio venezuelano e con le aziende che operano in Venezuela.
Un governo rivoluzionario, antimperialista e comunista proporrebbe la nazionalizzazione completa sotto il controllo operaio e sociale, con verifiche di tutte le operazioni, o almeno un piano progressivo per realizzarla. E questo non sta accadendo.
Quindi sì: c'è un compromesso. Sembra che ciò che vogliono sia mantenere quel legame. L'amministrazione Trump è interessata a non lasciare alcuno spazio che possa essere riempito da Cina, Russia, Iran o altri paesi. È anche interessata ad avere informazioni sull'industria petrolifera venezuelana, e la situazione della Chevron glielo consente. È quella la leva che hanno: in qualsiasi momento possono dire: "Non produciamo più" e causare un'improvvisa impasse per il Venezuela.
Il governo di Nicolás Maduro non sembra voler adottare misure preventive contro tutto questo; al contrario, ci espone a una maggiore vulnerabilità all'imperialismo.


AB: Questi attacchi si verificano in un momento di profondo affaticamento in Venezuela: salari al collasso, migrazioni di massa, elezioni irrisolte e dura repressione. A livello internazionale, questi eventi coincidono anche con il declino dell'influenza statunitense in America Latina e con la crescente presenza di Cina, Russia e Iran. Puoi parlarci della tempistica della recente escalation di attacchi contro il Venezuela e del contesto politico e geopolitico di questa escalation?

GG: Credo che ciò stia accadendo in un momento in cui l'imperialismo statunitense, e Donald Trump come capo del governo, stanno cercando di riposizionarsi e recuperare il potere e l'influenza degli Stati Uniti, che stavano diminuendo di fronte all'ascesa della Cina, alla potenza militare della Russia e così via.
E lo stanno facendo con la forza, con i fatti: smantellando il sistema multilaterale e legale internazionale e i trattati internazionali. In altre parole, con un approccio energico, brusco.
Per difendere la sua sfera d'influenza, è curioso che Trump sia disposto ad accettare una pace in Ucraina cedendo territorio alla Russia, senza l'intervento europeo. D'altro canto, le azioni della Cina nei pressi di Taiwan sono evidenti, e gli Stati Uniti si stanno posizionando nei Caraibi come se volessero delimitare aree del pianeta sotto il controllo primario di una o dell'altra potenza. Questo è lo scenario.
Ma la situazione in Venezuela, dal punto di vista degli interessi della popolazione e della classe lavoratrice, non è affatto migliorata con queste azioni e pressioni di Trump. Al contrario: sono servite a irrigidire il governo di Nicolás Maduro, fornendogli pretesti per una maggiore repressione e autoritarismo, e ad attaccare i sindacati al fine di contenere ogni possibilità di lotte interne, rivendicazioni o proteste.
È una repressione diretta anche contro la sinistra di opposizione: non è una minaccia numerica, ma è simbolica, perché questa mette in discussione il carattere "di sinistra", "antimperialista" e "socialista" del governo, sottolineando che si tratta in realtà di un governo autoritario con politiche antioperaie e persino neoliberiste. Questa situazione ha permesso al regime di mantenere la sua retorica e la sua immagine di forza antimperialista agli occhi di alcuni settori del mondo. D'altro canto, le condizioni interne sono peggiorate: ci sono meno libertà democratiche, meno opportunità di organizzazione e azione. E non mi riferisco solo alla pretesa del governo di difendersi dall'opposizione di estrema destra, come María Corina Machado – che sostiene l'invasione del Venezuela e offre agli Stati Uniti tutte le risorse del Venezuela se intervenissero – ma anche ai suoi attacchi ai settori di base, popolari, per aver chiesto qualcosa, per aver detto qualcosa sui social media, per le cose più elementari.
La burocrazia è molto più intollerante oggi di prima, e trova giustificazione nella situazione esterna.


AB: Sembrano esserci delle divisioni marcate all'interno del campo di Trump: una fazione, che include la lobby del petrolio e personaggi come Richard Grenell, è a favore del mantenimento del canale Chevron; un'altra, guidata da Marco Rubio e dai sostenitori della linea dura, in Florida, spinge per l'isolamento totale e un cambio di regime. In che modo queste priorità contrastanti spiegano i cambiamenti imprevedibili di Trump, e cosa ci dicono sui suoi veri obiettivi?

GG: Al di là del fatto che questo riflette settori reali all'interno dell'amministrazione Trump – da un lato, le persone vicine alla lobby petrolifera, e dall'altro coloro che rappresentano l'immigrazione cubana in Florida – credo che Trump faccia da arbitro tra queste due politiche apparentemente contrastanti, e che entrambe siano funzionali al suo approccio del bastone e della carota.
A un certo punto, Grenell arriva, va in Venezuela ed esplora le possibilità di aprire le porte o allentare le restrizioni in cambio di qualche concessione immediata, come il rilascio dei prigionieri americani. E dall'altro lato, Marco Rubio stabilisce dei limiti: le linee che non possono essere oltrepassate, e blocca lo sviluppo delle iniziative di Grenell. Fa parte dello stesso gioco. Non è contraddittorio: finisce per essere funzionale alla politica di Donald Trump, ed è Trump che fa da arbitro.


AB: Il governo Maduro denuncia retoricamente l'aggressione statunitense, ma allo stesso tempo mantiene joint venture con aziende statunitensi ai sensi della Legge anti-blocco, mentre si intensifica la repressione contro lavoratori, sindacati e oppositori di sinistra. Come ha risposto Maduro ai recenti attacchi, e come questo ha influenzato la repressione in Venezuela?

GG: Come dicevamo, l'accerchiamento interventista e tutto ciò che Trump sta facendo hanno portato il governo venezuelano a inasprire le condizioni interne: aumentando la repressione e l'intolleranza e limitando ulteriormente le libertà democratiche. E il movimento sindacale è intrappolato nel mezzo. Il governo si impegna sempre in operazioni di facciata, mette in scena spettacoli – come la "costituente sindacale" – e dice: "Abbiamo tenuto decine di migliaia di assemblee per raccogliere idee dalla classe operaia sulla produzione".
Ma nessuno parla di salari, contrattazione collettiva, libertà sindacali, possibilità di formare liberamente sindacati o di agire. Tutto questo è completamente precluso.
La situazione della Chevron sta seguendo un percorso che non è quello di un governo rivoluzionario dei lavoratori o del popolo. Il governo non parla di ripristinare la produzione incentrata sulla PDVSA con la partecipazione democratica della classe operaia al controllo delle operazioni petrolifere – tecnici, professionisti, ecc. – né di audit sociale. Al contrario: l'opacità di tutte le sue azioni economiche sta aumentando e si cerca sempre più di lavorare con il capitale privato.
Noi di Marea Socialista affermiamo che in Venezuela esiste un "lumpencapitalismo" governato da una burocrazia corrotta che, negli ultimi anni, ha distrutto quanto era stato realizzato nei primi anni della rivoluzione bolivariana.
Questo scenario, contraddittoriamente, è più favorevole al mantenimento del controllo attuale da parte del governo.
E per aggiungere qualcosa: sono state affondate diverse imbarcazioni che Trump afferma appartengano a narcotrafficanti. A volte il governo Maduro afferma che si tratti di pescatori. Ma l'amministrazione Trump non presenta prove o indicazioni, non confisca i beni recuperabili, non espone la droga, né recupera i corpi. Per di più, hanno persino giustiziato presunti sopravvissuti, e queste vittime non hanno un nome.
Come se fossero sardine, non esseri umani. Da dove vengono? Quali sono le loro comunità, le loro famiglie, i loro quartieri? E in Venezuela c'è solo condanna diplomatica: "Hanno affondato alcune delle nostre imbarcazioni, hanno ucciso persone in via extragiudiziale". Giusto, ma dove sono i dati, le liste, i dettagli su quelle persone? C'è una disumanizzazione del conflitto, e ognuno, dalla propria parte, sta contribuendo a ciò in maniera simile. E l'opposizione di destra è terribile, non contesta ciò che sta accadendo. Qualcuno di essi avrà detto di non essere d'accordo con gli interventi USA, ma non María Corina Machado. Quindi sì, hanno affondato alcune imbarcazioni, ma delle persone non si parla davvero.


AB: La mia ultima domanda riguarda quale dovrebbe essere la posizione della sinistra, sia a livello internazionale che in Venezuela. Come può la sinistra opporsi all'aggressione imperialista statunitense e alla violenza extragiudiziale senza schierarsi con un governo autoritario e neoliberista che sta privatizzando il settore petrolifero, imprigionando i leader sindacali e calpestando i diritti democratici? Come si presenterebbe oggi un'alternativa autenticamente antimperialista e dalla parte dei lavoratori?

GG: Dobbiamo avere, prima di tutto, una ferma posizione antimperialista: contro gli interventi, contro ogni possibilità di invasione, contro la violazione della sovranità territoriale del Venezuela. Una denuncia frontale di tutto questo e dei settori che collaborano con l'imperialismo – come quello di María Corina Machado – che sponsorizzano, approvano o rimangono in silenzio di fronte a ciò che sta accadendo. In realtà, chiedono l'intervento degli Stati Uniti e si offrono di consegnare tutte le risorse del Venezuela. Ciò offrirebbe un futuro uguale o peggiore di quello che abbiamo sotto il governo di Nicolás Maduro.
Questa chiara posizione antimperialista non significa dare sostegno politico al governo di Nicolás Maduro. Dobbiamo continuare a denunciare la sua natura antidemocratica, corrotta e antioperaia, e continuare a rivendicare diritti e libertà per i venezuelani e per la classe lavoratrice: diritti democratici, sociali e sindacali. Dobbiamo esigere un miglioramento delle condizioni di vita. Il governo afferma che c'è crescita economica, ma non sta aumentando gli stipendi né rispettando la Costituzione riguardo al salario minimo. Le persone non possono permettersi il paniere alimentare di base.
Dobbiamo esigere il ripristino delle libertà, la possibilità di organizzarsi e di mobilitarsi. Questo è fondamentale anche per la difesa del Paese: non si può difendere un Paese basandosi esclusivamente sulla volontà di una burocrazia che decide cosa fare del governo e dell'esercito mentre opprime la popolazione e la sottopone a condizioni inaccettabili. Questo crea vulnerabilità all'imperialismo, apre spazio all'estrema destra e alimenta la confusione tra la gente riguardo a coloro che propongono gli interventi dall'esterno come soluzione.
Quindi: né interventismo imperialista né un governo autoritario, oppressore e antioperaio. Dobbiamo rivendicare i nostri diritti, organizzarci e mobilitarci per difenderli, e per poter essere in una posizione migliore per difendere il Paese dall'imperialismo.
Ciò implica anche una politica autenticamente antimperialista e nazionalista nei rapporti commerciali con aziende come Chevron e altre, anche di altre potenze. Bisogna cercare alternative per il funzionamento sovrano e indipendente della nostra principale industria nazionale, sforzandosi al contempo di andare oltre il modello estrattivo.
Oltre a queste questioni interne, dobbiamo lanciare una campagna internazionale duratura e radicata con tutti coloro che concordano nel contrastare l'interventismo statunitense ma che non si allineano al governo di Nicolás Maduro. Per noi di Marea Socialista questo fa parte di una risoluzione approvata al recente terzo congresso della Lega Internazionale Socialista, che abbiamo presentato insieme alle sezioni di Ecuador e Colombia, perché l'aggressione si estende ben oltre il Venezuela.
Proponiamo una campagna di solidarietà internazionale, di mobilitazione e di protesta in ogni Paese possibile contro l'interventismo di Trump. Deve essere sviluppata con la massima forza possibile e deve coinvolgere anche alleati negli Stati Uniti disposti a mobilitarsi contro le azioni e le politiche di Donald Trump, contro la logica guerrafondaia e l'interventismo. Essi devono capire che questa lotta fa parte anche della difesa del popolo americano stesso dagli abusi del loro governo: ciò che il governo fa con l'immigrazione, con i settori più svantaggiati e vulnerabili, con la classe lavoratrice, e così via.
Questo è ciò che deve essere promosso. Dimostrando che questa mobilitazione sarà utile così come le grandi mobilitazioni contro il genocidio a Gaza da parte di Israele – con la collaborazione dell'amministrazione Trump – si sono rivelate importanti nel contribuire a frenare quanto stava accadendo.
Vorrei concludere ribadendo che siamo contro l'intervento imperialista, contro l'estrema destra filoimperialista e filointerventista, e che la soluzione per il Venezuela non può venire da nessuno di loro. Né risiede nella difesa incondizionata del governo di Nicolás Maduro, che sappiamo già cosa rappresenta per il Venezuela.

Anderson Bean

Marea Socialista manifesta la sua condanna per il bombardamento e le aggressioni USA in Venezuela

 


5 Gennaio 2026

Comunicato dell'organizzazione Marea Socialista, sezione venezuelana della Lega Internazionale Socialista

Condanniamo gli attacchi avvenuti nella notte di sabato 3 gennaio del nuovo anno, 2026, quando gli Stati Uniti, su ordine di Donald Trump, hanno attaccato militarmente con bombardamenti il territorio del Venezuela in diverse zone militari e governative di Caracas e negli stati di Miranda, Aragua e La Guaira.

Dopo l'esecuzione di queste aggressioni, è stato diffuso un messaggio del ministro della Difesa Padrino López che ne dava notizia e chiedeva fiducia nelle forze militari venezuelane, oltre a lanciare un appello alla calma. Successivamente è circolato un messaggio del ministro dell'Interno Diosdado Cabello dallo stesso contenuto. Non si sono avute notizie di azioni efficaci di contrattacco antiaereo difensivo da parte della Fuerza Armada Nacional Bolivariana venezuelana.

Dopo gli attacchi, Trump ha comunicato sui social media che il presidente Maduro e sua moglie Cilia Flores sarebbero stati catturati e portati fuori dal Paese. La vicepresidente Delcy Rodríguez in un audio ha denunciato il rapimento di Maduro, chiedendo informazioni sulla sorte della coppia presidenziale e una prova della loro sopravvivenza.

Con queste azioni militari esterne, come con tutte le aggressioni statunitensi che le hanno precedute, si viola la sovranità nazionale e si mette a rischio il popolo venezuelano, indipendentemente dal fatto che siano dirette contro un governo altamente contestato come quello di Nicolás Maduro.

L'ingerenza armata è un segnale che l'imperialismo statunitense è disposto a intervenire o invadere qualsiasi paese latinoamericano o di qualsiasi altra parte del mondo per cercare di imporre la propria volontà con la forza, ignorando completamente l'ordinamento giuridico internazionale. Altre potenze potrebbero agire allo stesso modo nella disputa per il controllo geopolitico ed economico globale nelle rispettive aree di influenza o nei territori ambiti. Quanto accaduto richiede la più ferma condanna internazionale e la mobilitazione dei popoli per frenare gli impeti imperialisti contro la sovranità delle nazioni.

Non si può permettere che l'imperialismo aggredisca a suo piacimento altri paesi, con totale impunità, in funzione dei propri interessi di dominio e sfruttamento capitalistico. Nel caso in cui in tali paesi esistano governi oppressivi, spetta ai loro popoli essere protagonisti dei cambiamenti che essi ritengono, attraverso la propria organizzazione e capacità di lotta. Per questo motivo respingiamo anche gli elementi della destra venezuelana che hanno auspicato l'invasione del nostro paese da parte dell'imperialismo statunitense. Sappiamo bene che nulla di tutto ciò porterà a soluzioni favorevoli al popolo venezuelano finché i cambiamenti non nascono dal popolo stesso e sono invece al servizio di interessi altrui.

Pertanto come Marea Socialista, organizzazione di sinistra che è all'opposizione del governo autoritario di Maduro, ma è un'organizzazione antimperialista, anticapitalista e che difende i diritti democratici e sociali della classe lavoratrice e del popolo venezuelano, in merito alla situazione attuale:

- Ribadiamo la nostra condanna dei bombardamenti e delle aggressioni imperialiste di Trump, e respingiamo qualsiasi ingerenza nella determinazione della situazione politica interna.

- Esigiamo il ritiro immediato delle forze aeronavali e delle truppe che assediano e aggrediscono il Venezuela.

- Esigiamo che i governi e gli organismi dell'America Latina e del mondo adottino una posizione di ferma condanna e protesta contro le azioni piratesche e interventiste del governo degli Stati Uniti.

- Indipendentemente dalle profonde e insormontabili differenze con il regime burocratico-autoritario venezuelano, siamo al fianco del popolo sia nella difesa della sovranità del Paese sia nella rivendicazione dei suoi diritti democratici, nel rifiuto della repressione e nelle rivendicazioni sociali.

- Facciamo appello alla più ampia unità d'azione nella mobilitazione nazionale e internazionale contro l'imperialismo statunitense e in difesa del popolo venezuelano.

In linea con tutto ciò, ribadiamo anche il contenuto della risoluzione approvata dal terzo congresso della Lega Internazionale Socialista, di cui Marea Socialista è membro, a favore di una campagna internazionale contro l'intervento imperialista e le aggressioni al popolo del Venezuela e di altri paesi latinoamericani (dicembre 2025).

Condanniamo i bombardamenti imperialisti in Venezuela! Basta con le aggressioni di Trump! No all'intervento imperialista in Venezuela, nei Caraibi e in America Latina!


3 gennaio 2026

Marea Socialista

La fine dell'Occidente?


Il ciclone del trumpismo e la crisi verticale dell'asse transatlantico

11 Marzo 2025

English version

Due grandi potenze imperialiste, USA e Russia, hanno aperto un negoziato per la spartizione dell'Ucraina. Gli imperialismi europei, scaricati da Trump e ignorati da Putin, cercano la via per ritornare in scena e partecipare al banchetto, ma subiscono una pesante marginalizzazione di ruolo. Zelensky è disposto a donare agli USA le risorse minerarie del proprio paese in cambio di protezione militare, salvo venir umiliato in mondovisione da quell'imperialismo americano che ha sempre presentato al popolo ucraino come “amico”. Putin, dal canto suo, plaude entusiasta alla svolta di Trump nel mentre prosegue il bombardamento quotidiano dell'Ucraina e l'annessione delle regioni conquistate con l'invasione.

Questi fatti di assoluta evidenza agli occhi del mondo – e su cui torneremo nei prossimi giorni – sono solo la punta emergente di un profondo sommovimento delle relazioni mondiali. Un processo in pieno svolgimento, con passo accelerato. Un processo che va analizzato, con metodo marxista, per approssimazioni successive.


LA SVOLTA DEL SECONDO TRUMP

La seconda amministrazione Trump non è la continuità della prima (2016-2020). Il Trump che entrò nel 2016 alla Casa Bianca – quale outsider sorpreso dal suo stesso successo – si trovò a contrastare la resistenza di un Partito Repubblicano non ancora espugnato, l'ostilità della grande borghesia di Wall Street e della Silicon Valley, e la grande mobilitazione di massa di Black Lives Matter e delle donne. La drammatica esperienza Covid e la grande recessione capitalistica che l'accompagnò diedero il colpo di grazia al primo governo Trump, immortalato dal celebre assalto finale al Campidoglio e dai successivi trascinamenti giudiziari.

Oggi tutto è diverso. Donald Trump è ritornato a Washington da vincitore. Dispone di un consenso elettorale consolidato. Di un Partito Repubblicano ormai plasmato a propria immagine e somiglianza. Di una maggioranza, seppur risicata, in entrambe le camere del Congresso. Ma soprattutto del sostegno del grande capitale americano, a partire dai giganteschi monopoli tecnologici: monopoli direttamente coinvolti, nel caso di Musk, all'interno del governo federale, con poteri straordinari di intervento, privi di base legale, sull'intero corpo della pubblica amministrazione.

Trump sta di fatto costruendo attorno a sé un proprio sistema di potere, al tempo stesso interno e parallelo alle istituzioni tradizionali dello stato borghese americano. È il potenziale di un cambio di regime, non solo di governo. Un cambio che alza da subito il livello di attacco ai diritti dei lavoratori, delle donne, dei migranti latino-americani, di tutti i settori oppressi della società. L'avanzata reazionaria internazionale, anche in Europa, offre a Trump un vento più favorevole, mentre a sua volta riceve dal trumpismo nuovo impulso. Intanto l'opposizione sociale e democratica negli USA fatica a riprendersi dall'enorme delusione dell'esperienza Biden, ed è ancora molto lontana, al momento, dai livelli di mobilitazione del 2016-2018.


LA GRANDE SVOLTA DELLA POLITICA ESTERA USA

La discontinuità del secondo Trump si manifesta anche e soprattutto nella politica estera. Sfrondata da elementi pragmatici, buffoneschi o di pura improvvisazione, sicuramente presenti nel personaggio Trump, la linea internazionale del presidente USA segue una nuova bussola strategica. Una risposta nuova alla crisi profonda dell'imperialismo USA nel mondo. Non una risposta isolazionista (obiettivamente impraticabile per una potenza planetaria come gli USA), ma una diversa razionalizzazione del proprio indirizzo globale.

In primo luogo, l'amministrazione Trump punta a ridurre drasticamente il volume di spesa della politica estera USA, a fronte dell'arretramento del peso specifico dell'economia americana nel mondo. L'imperialismo USA vive da molto tempo al di sopra delle proprie possibilità materiali. La quota USA del capitale manifatturiero mondiale è passato nell'ultimo mezzo secolo dal 50% del secondo dopoguerra al 15% attuale. Il debito pubblico USA è raddoppiato nell'ultimo decennio, e il solo pagamento degli interessi sul debito vale ormai il 16% della spesa federale americana. Pertanto il nuovo imperativo della politica trumpiana è tagliare i costi di finanziamento di attività e funzioni giudicate superflue.

Sul piano interno, un colpo di scure alla spesa sociale, in funzione dell'ulteriore riduzione delle tasse sui profitti aziendali (dal 23% al 15%). Sul piano della politica estera, uno sfoltimento drastico dei costi di mantenimento dell'area di influenza americana su scala globale. La rottura con la OMS, l'uscita da decine di strutture multilaterali diplomatiche o assistenziali, il progetto di legge repubblicano di recesso USA dall'ONU, il taglio annunciato del contributo USA alle spese NATO a carico degli imperialismi europei, persino il progettato taglio di una parte delle basi militari USA (sono quasi 800 su scala planetaria) sono parte di questo nuovo indirizzo. Lo stesso vale per l'uscita da teatri di guerra considerati non strategici, o non più tali. Fu il primo Trump a programmare il ritiro dall'Afghanistan, poi realizzato da Biden. È Trump che oggi vuole la fine del sostegno all'Ucraina, denunciando i precedenti aiuti.

In secondo luogo, e parallelamente, Trump sceglie di concentrare il grosso delle risorse disponibili sul versante del contrasto dell'imperialismo cinese, il vero concorrente strategico dell'imperialismo USA su scala internazionale. È questo il criterio ispiratore della nuova politica estera USA. Naturalmente la centralità strategica del confronto con la Cina non è un'improvvisazione di Trump. La inaugurò Obama nel 2008 (il “pivot to Asia”), a fronte della grande crisi capitalistica mondiale e della potente ascesa dell'imperialismo cinese. Ma è nuova la modalità di perseguimento di questa rotta.

Non più la linea tradizionale di egemonia americana sul campo largo degli imperialismi alleati, a partire dagli imperialismi europei (linea rivelatasi fallimentare proprio nel contrasto dell'imperialismo cinese, come mostra il consolidamento del blocco tra Mosca e Pechino, e il progressivo allargamento dei BRICS). Ma una politica di potenza autocentrata dettata dall'interesse indipendente dell'imperialismo USA, anche a scapito degli alleati e persino in rottura con vecchi alleati. Il clamoroso avvio da parte di Trump di un negoziato diretto con Putin sulla guerra d'Ucraina, scavalcando sia Zelensky che gli imperialismi europei, ha esattamente questo segno.


IL TENTATIVO DI SEPARARE LA RUSSIA DALLA CINA

Ma non solo questo. Con il negoziato diretto con Putin, Trump prova a separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese. È il tentativo di riorganizzazione su basi nuove delle relazioni mondiali, attorno ad un equilibrio tripolare fra le grandi potenze: gli USA, la Russia, la Cina. Una sorta di “seconda Yalta”: la negoziazione di una nuova spartizione del mondo.

Il momento dell'offerta americana a Putin non è casuale. Da un lato intende subito segnare il battesimo d'esordio del nuovo governo USA sullo scenario mondiale, a misura della radicalità della svolta. Dall'altro coglie il momento in cui la Russia ha subìto uno scacco pesante in Medio Oriente, con la caduta di Assad, l'arretramento di Hezbollah, il ridimensionamento complessivo dell'Iran, alleato di Mosca; e nel quale la Russia inizia a temere il rischio di un proprio inglobamento subalterno nell'area di influenza cinese, anche a partire dalla progressiva espansione della Cina nelle repubbliche centroasiatiche postsovietiche. In questo contesto gli USA offrono alla Russia una possibile opzione alternativa. Un'altra possibile sponda.

L'offerta negoziale di Trump riguarda innanzitutto l'Ucraina. L'imperialismo americano sta offrendo all'imperialismo russo il ritiro del proprio sostegno all'Ucraina, la revoca progressiva delle sanzioni, il riconoscimento alla Russia di quanto ha già conquistato sul campo di battaglia. In altri termini, Trump offre a Putin la capitolazione del paese che ha invaso. Di più: Trump offre a Mosca l'umiliazione pubblica di Zelensky, sino alla richiesta della sua uscita di scena, in perfetta corrispondenza con la richiesta russa. Cui aggiunge il diritto di saccheggio delle riserve minerarie ucraine quale forma di indennizzo del precedente aiuto militare a Kiev.

Una postura tipicamente neocoloniale. Peraltro, le riserve minerarie ucraine, soprattutto in fatto di terre rare, sono preziose per gli USA proprio in funzione della competizione con la Cina. L'interesse USA per la Groenlandia e le riserve dell'Artico conferma la loro valenza strategica.

Ma l'offerta negoziale di Trump non riguarda solo l'Ucraina. Trump offre all'imperialismo russo un ruolo negoziale globale da potenza a potenza. L'annunciato disimpegno militare USA dall'Europa, ancora incerto nella sua portata, ma già formalmente tracciato; la conseguente richiesta agli imperialismi europei di provvedere alle proprie necessità militari con un massiccio incremento dei propri investimenti nella difesa (con la consapevolezza delle difficoltà materiali degli imperialismi europei a farvi fronte); l'archiviazione definitiva di ogni futuro ingresso dell'Ucraina nella NATO (ipotesi peraltro mai concretamente esistita, se non nella propaganda di Mosca o in qualche futuribile evocazione retorica); la propria disponibilità ad allentare i vincoli NATO circa l'applicazione del famigerato articolo 5, escluso in ogni caso per eventuali missioni future di peacekeeping; persino il riferimento incidentale di Trump a un ipotetico futuro nel quale “l'Ucraina potrebbe essere russa”... sono tutti segnali neppure troppo cifrati alla Russia di Putin della disponibilità americana a negoziare con Putin gli equilibri interni al Vecchio continente, e il riconoscimento del diritto della Russia a ricostruire la propria area di influenza in Europa. Non a caso Putin ha dichiarato: «Il nuovo indirizzo della presidenza Trump è convergente con la nostra impostazione ed è per noi ragione di speranza».


PRECIPITA LA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

In questo quadro generale si pone la nuova linea di Trump verso l'Unione Europea. Non si tratta semplicemente della marginalizzazione negoziale della UE, fosse pur clamorosa. Si tratta di una linea di intervento mirata alla disarticolazione dell'UE. Il sostegno pubblico americano all'estrema destra tedesca rappresenta un intervento inedito degli USA nella politica borghese europea, proprio nel momento della massima crisi dei suoi assetti (Germania e Francia in primis). L'offensiva americana sui dazi di importazione delle merci europee completa il quadro.

Combinata con la riduzione delle tasse sui capitalisti che producono negli USA, la politica dei dazi mira a riportare in America produzioni e investimenti che ne sono usciti. Vale per l'Europa come per il Canada o per il Messico. Naturalmente, esistono sempre in questo campo margini negoziali. Ma la direzione di marcia è chiara. L'imperialismo americano vuole “tornare grande” anche attraendo capitali dall'Europa, dunque rafforzando le sue dinamiche di deindustrializzazione. Acciaio e alluminio, siderurgia e automobile – il cuore della produzione industriale europea – sono oggi colpiti non solo dalla concorrenza cinese ma anche da quella americana.

L'attuale precipitazione della crisi UE di fronte alla svolta trumpiana è indicativa. Mario Draghi ha evocato solennemente nel Parlamento UE la necessità di uno stato federale paneuropeo quale unica reale risposta strategica al trumpismo. Ma ha confessato lui stesso di non avere idea di come arrivarvi. Non è un caso. Gli imperialismi nazionali del Vecchio continente sono strutturalmente incapaci di unificare l'Europa. La svolta trumpiana approfondisce infatti tutte le loro contraddizioni.

La Francia punta ad intestarsi la guida di una risposta europea al disimpegno americano, forte del proprio primato militare. L'Italia rifiuta ogni possibile egemonia della Francia, cui contende spazi e ruolo, a partire da Mediterraneo e Nord Africa. La Gran Bretagna cerca un proprio reinserimento nel gioco europeo, ma si trova stretta nel contenzioso franco-italiano. Gran Bretagna, Italia, Polonia concorrono tra loro al ruolo di pontieri tra l'Europa e Trump, ma proprio la radicalità della svolta di Trump riduce pesantemente il loro spazio di manovra.
La Germania è concentrata sulla soluzione interna della propria crisi politica e recessione economica, ma ha difficoltà a trovare i numeri parlamentari necessari per aggirare i vincoli costituzionali di bilancio. Ungheria e Slovacchia, a loro volta, rafforzano nel nuovo scenario il proprio gioco di sponda tra imperialismo USA e imperialismo russo in funzione anti-UE.

Non si può escludere che in questo quadro convulso possano prodursi in futuro cooperazioni rafforzate tra alcuni paesi imperialisti europei cosiddetti “volonterosi”. Ma solo entro spazi limitati, senza rilevanza istituzionale, nella impossibilità di modificare i trattati.
L'unica vera certezza europea è oggi la corsa generale agli armamenti con lo scorporo delle spese militari dal nuovo Patto di stabilità e con nuove forme di indebitamento; ma nella lotta spietata tra le industrie militari nazionali per accaparrarsi mercato e commesse. Tutte le aziende del complesso militare-industriale trionfano in Borsa, mentre i grandi produttori d'armi americani si candidano a principali beneficiari della corsa agli armamenti in Europa.

La crisi europea amplia a sua volta gli spazi di inserimento dell'imperialismo russo e dell'imperialismo americano nel Vecchio continente. All'interno delle destre europee, dove dispongono entrambi di agganci e relazioni, talora combinate (AfD, Lega salviniana). O all'interno della penisola balcanica, dove l'imperialismo russo cerca di capitalizzare l'arresto del processo di integrazione in UE di diversi paesi. Non a caso il peso specifico di formazioni filorusse si consolida in aree significative dell'Est europeo.

La verità è che L'Unione Europea a ventisette membri, già paralizzata dalla regola dell'unanimità, a garanzia dei capitalismi nazionali, ha ormai concluso da tempo la propria dinamica di espansione. L'attuale ondata sovranista ha messo al riguardo il sigillo finale. Non a caso, la stessa integrazione dell'Ucraina nella UE è bloccata dai veti dei paesi concorrenti nel campo dell'agricoltura e dei sussidi. La celebrata solidarietà con l'Ucraina si ferma alle soglie del portafoglio dei capitalisti.


LE NUOVE RELAZIONI IMPERIALISTE SUL BANCO DI PROVA DEL MEDIO ORIENTE

L'offerta di un ruolo negoziale alla Russia si estende alla crisi Medio Orientale. È lo scenario più complicato e ad oggi irrisolto della nuova relazione russo-americana. Il disegno trumpiano mira a capitalizzare la profonda sconfitta dell'Iran dopo i subiti bombardamenti sionisti e il crollo di Assad, per provare a rilanciare e allargare i famosi accordi di Abramo tra i regimi arabi e Israele (sino a provare a coinvolgervi non solo l'Arabia Saudita ma persino il Libano e la nuova Siria). È l'operazione promossa a suo tempo dal primo governo Trump, con l'obiettivo di un nuovo equilibrio stabile del Medio Oriente, che consenta agli USA di concentrarsi contro la Cina in Asia.

Il secondo governo Trump agisce oggi su due direttrici combinate. Da un lato propone alla Russia di scaricare l'Iran – primo esportatore di petrolio in Cina – in cambio di rassicurazioni compensative per gli interessi russi in Siria (salvaguardia delle basi militari di Tartus, Latakia e Khmeimim): operazione appoggiata apertamente da Netanyahu per riequilibrare e contenere l'influenza turca. Dall'altro lato massimizza la pressione su Egitto e Giordania affinché aprano le proprie frontiere all'annunciata deportazione dei palestinesi di Gaza, e accettino di fatto l'annessione sionista della Cisgiordania.

Ma la quadra del cerchio, a dispetto di Trump, è ancora in alto mare. Lo stato sionista, forte dei propri successi militari, non ha ancora spento i motori della propria guerra sterminatrice, a beneficio della tenuta politica di Netanyahu. E l'odio di cui è circondato in tutta la regione blocca lo spazio di manovra dei regimi arabi. Non perché questi siano minimamente interessati alle sorti dei palestinesi, ma perché un loro accordo oggi con Israele li esporrebbe al rischio di una rivoluzione in casa sotto la bandiera della Palestina. La memoria delle sollevazioni di massa del 2010-2011 in Tunisia, in Egitto, e inizialmente nella stessa Siria, è ben presente nelle borghesie arabe.
Il rivoltante video cartolina del resort di Gaza, tra gli sghignazzi di Trump, Musk, Netanyahu, ha rafforzato le loro preoccupazioni. Tanto più a fronte del tracollo di ogni residua finzione diplomatica attorno alla “soluzione due popoli per due Stati” che possa fornire ai governi arabi lo straccio di una copertura cui aggrapparsi. Lo spettro della rivoluzione araba resta ad oggi una pietra d'inciampo per la strategia di Donald Trump in Medio Oriente.


“L'AMERICA AGLI AMERICANI”

Il nuovo corso di Trump procede al tempo stesso con passo sicuro nel grande continente americano. “Via la Cina” dal canale di Panama. Intimidazione annessionista verso il Canada, quale possibile cinquantunesimo stato americano. Minaccia sfrontata contro il Messico, col diritto a intervenire militarmente in terra messicana contro i cartelli della droga. Respingimento di ogni nuova migrazione negli Stati Uniti e deportazione in catene di migliaia di immigrati. Ridenominazione provocatoria del Golfo del Messico in Golfo d'America. Partneriato strategico col regime argentino di Milei, nella prospettiva di una (difficile) riconquista dell'egemonia USA in America Latina

È una sorta di riformulazione, due secoli dopo, della storica dottrina Monroe che rivendicava “l'America agli americani”. Allora si presentava come rivendicazione della libertà del continente americano dal vecchio colonialismo europeo, in realtà una ipocrita giustificazione preventiva del proprio futuro progetto imperialista. Oggi quell'antica petizione in bocca a Trump può fare a meno di ogni finzione. Gli USA intendono “liberare” l'America Latina dalla massiccia penetrazione di capitali e merci dell'imperialismo cinese. Via la Cina dall'America Latina in cambio di una futura apertura alla Cina su Taiwan? È troppo presto per simili congetture. Tuttavia Trump ha dichiarato che Taiwan ha derubato gli USA in fatto di microprocessori, e che dovrebbe provvedere alla propria difesa portando le spese militari al 10% del PIL. L'imperialismo giapponese e la Corea del Sud sono significativamente inquieti.


IN CONCLUSIONE

Non è possibile avanzare previsioni certe sullo sviluppo del nuovo scenario mondiale. Tutto appare in movimento, con passo accelerato, lungo nuove linee di faglia. Può essere che l'intera operazione di Trump si concluda alla fine con un fallimento, con la tenuta del blocco imperialista russo-cinese e la conseguente ricomposizione dell'asse transatlantico tra USA ed Europa; come può essere invece che si sviluppi in direzione sua propria, con effetti domino dirompenti su ogni scacchiere.
Di certo è in atto un tentativo serio della nuova amministrazione americana di riorganizzare su basi nuove le relazioni imperialiste, quale risposta alla propria crisi di egemonia. Il vecchio assetto degli equilibri globali, già in crisi profonda dopo il 2008, sembra precipitare, mentre nuovi assetti sono ancora lontani dal prendere forma. Una stagione di grande instabilità attende il mondo.

Marco Ferrando

 

Gli USA negano a Cuba i ventilatori polmonari.

Solidarietà al popolo di Cuba

Non basta l'embargo storico che gli USA esercitano contro la Cuba postrivoluzionaria, con le sue conseguenze rilevanti di lungo corso sulle condizioni della popolazione cubana. Ora gli USA hanno negato l'esportazione a Cuba di ventilatori polmonari, strumento decisivo contro l'epidemia del coronavirus.
Di più. Hanno annunciato ritorsioni commerciali contro i paesi e le aziende che dovessero aiutare lo stato cubano.
A far questo è lo stesso imperialismo canaglia che in casa propria nega ai lavoratori americani un servizio sanitario pubblico, moltiplicando gli effetti mortali dell'epidemia, a partire dalla città di New York. Un imperialismo con un governo criminale che per un mese ha negato l'esistenza stessa della pandemia lasciando la popolazione povera indifesa, priva di protezioni, colpita non a caso principalmente negli uomini e donne di colore.

Non ci identifichiamo acriticamente nel regime burocratico che oggi esiste a Cuba. Ci battiamo perché i lavoratori e le lavoratrici cubani possano realmente governare il paese attraverso proprie strutture indipendenti di autorganizzazione democratica e di massa, come nell'URSS dei tempi di Lenin e di Trotsky. Ci battiamo per legare questa prospettiva rivoluzionaria a quella della rivoluzione socialista in tutta l'America Latina. Ma proprio per difendere questa prospettiva rivoluzionaria, difendiamo Cuba e la sua economia pianificata dai progetti di restaurazione capitalista, coltivati anche da settori di burocrazia oggi al potere. Una economia pianificata che ha garantito protezioni sociali e sanitarie oggi inesistenti non solo in Sud America ma in larga parte del mondo capitalista.
A maggior ragione difendiamo Cuba incondizionatamente dalle minacce e dalle aggressioni dell'imperialismo, a partire dall'imperialismo yankee.

Il fatto che la più grande potenza economica e tecnologica del mondo neghi oggi a Cuba i ventilatori polmonari dà la misura della miseria morale del capitalismo e dell'imperialismo. Non si tratta certo di una forma di attenzione privilegiata per la popolazione americana, abbandonata anzi alla pandemia nelle condizioni peggiori. Si tratta invece della stessa politica odiosa che l'imperialismo USA riserva da un secolo ai popoli oppressi del mondo intero. L'”America first” di Donald Trump l'ha resa solo più odiosa ed evidente.

Gli imperialismi europei, e tra questi l'imperialismo italiano, sono corresponsabili di questa politica. Non solo in virtù dell'Alleanza Atlantica, ma del proprio essere imperialisti, segnati dalla stessa vocazione alla rapina e allo sfruttamento, seppur con forze disponibili minori. L'unico interesse che hanno per Cuba, coi loro deboli distinguo dalla politica USA, è quello che passa per la speranza di partecipare un giorno alla spartizione delle sue spoglie, ritagliandosi il proprio spazio nella restaurazione capitalistica dell'isola.

Difendere Cuba dall'embargo criminale USA e lottare contro l'imperialismo di casa nostra sono dunque due aspetti inseparabili della politica rivoluzionaria. Politica che non ha nulla a che spartire coi sovranismi, tanto più col sovranismo in un paese imperialista.
Partito Comunista dei Lavoratori

Bolivia: ahora sí, guerra civil

Non per Morales, ma per il potere operaio e contadino

12 Novembre 2019
La Bolivia precipita in queste ore nel caos. Dimessosi nella giornata di ieri, sotto pressione delle forze armate e della polizia nazionale, Evo Morales annuncia il suo rifugio in Messico, che gli concede asilo politico.
Dopo giorni di tensioni, dovute al non riconoscimento del risultato delle elezioni presidenziali da parte dell’opposizione, la Bolivia è a un passo dalla guerra civile. Da una parte l’esercito, la polizia e la destra golpista. Dall’altra la base sociale del MAS (Movimiento Al Socialismo) al grido di “Aahora sí, guerra civil!”
In queste ore drammatiche il posto dei marxisti rivoluzionari è al fianco dei giovani, dei lavoratori e delle masse popolari che si oppongono al colpo di Stato. Ma questo posizionamento di campo, contro i settori della destra razzista, filoimperialista e reazionaria, non deve significare in nessun momento un appoggio politico a Evo Morales.
Come marxisti rivoluzionari siamo sempre stati all’opposizione del governo di Evo Morales, un governo di collaborazione di classe che ha spianato la strada, negli anni, alla ripresa dell’iniziativa dei settori più reazionari della borghesia boliviana. La Bolivia ci insegna, ancora una volta, che non esistono rivoluzioni possibili entro un quadro elettorale e di collaborazione di classe. Solo la classe lavoratrice e le masse popolari, attraverso i loro strumenti di autorganizzazione e basandosi sulla loro forza, possono aprire la strada per una riorganizzazione socialista della società. Solo una rivoluzione socialista, in Bolivia, in Cile e in tutta l’America Latina, può stroncare per sempre la destra e l’imperialismo. La costruzione di un partito rivoluzionario in Bolivia e a livello internazionale è condizione essenziale per guidare questo processo alla vittoria.
Da questa angolazione, e con queste parole d'ordine, parteciperemo a tutte le iniziative di solidarietà contro il golpe in atto in queste ore, al fianco della resistenza del popolo boliviano. 

No al golpe in Bolivia! Nessun appoggio politico al governo! Costruiamo la solidarietà internazionalista!
Per un’iniziativa indipendente del movimento operaio e contadino contro i tentativi golpisti!
Per l’armamento delle masse popolari e la loro autorganizzazione in milizie e consigli!
Dal Cile alla Bolivia, una sola classe, una sola via!
Partito Comunista dei Lavoratori