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Zohran Mamdani vince le primarie democratiche a New York

 


Buona notizia per l'affluenza, nessuna soluzione per la città

28 Giugno 2025

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Il 24 giugno il socialdemocratico Zohran Mamdani ha vinto le primarie del Partito Democratico per la carica di sindaco di New York City, anche se le vittoria è per ora ufficiosa, dato che le primarie hanno utilizzato il sistema di voto alternativo (voto a scelta classificata, ranked choice) e i risultati finali non saranno pubblicati prima del primo luglio.

Mamdani ha ottenuto il 43,5% dei voti di prima scelta; Andrew Cuomo, il suo avversario espressione dell'establishment del Partito Democratico, ha ottenuto il 36,4%; e Brad Lander ha ottenuto l'11,3% . Poiché Mamdani e Lander prima del voto si sono dichiarati sostegno reciproco, i voti di seconda scelta dati a Lander sarebbero presumibilmente andati a Mamdani, garantendogli la maggioranza. Piuttosto che prolungare l'umiliazione, Cuomo ha ammesso la sconfitta.

Mamdani ha basato la sua campagna elettorale su un programma di riforme municipali, tra cui il congelamento degli affitti per 1 milione di appartamenti a canone calmierato, l'abolizione delle tariffe sugli autobus, l'assistenza all'infanzia gratuita (o sovvenzionata), la creazione di negozi di alimentari di proprietà comunale nei cosiddetti “deserti alimentari”, e l'aumento del salario minimo nella città di New York a 30 dollari l'ora. La sua elezione ha dimostrato un ampio sostegno a tali misure.

Mamdani ha trentatré anni, è un musulmano di origini indiane e proviene da una famiglia benestante. Ha un passato di attivismo studentesco e locale, e di solidarietà con la Palestina. È membro dei Democrati Socialists of America (DSA). Nella sua campagna elettorale non ha messo in evidenza il suo attivismo e la sua appartenenza ai DSA, ma non li ha rinnegati.

La campagna di Mamdani ha fatto uso abilmente dei social media e ha coinvolto migliaia di giovani volontari. Mamdani ha ottenuto buoni risultati tra gli elettori bianchi, latini, asiatici e giovani, mentre non ha avuto lo stesso successo tra gli elettori neri, ebrei e anziani.

Mamdani ha buone possibilità di diventare sindaco di New York, a novembre, ma la sua vittoria non è certa. Il New York Times e il Washington Post sono i principali mezzi di informazione liberal (progressisti, ndt) della classe dirigente statunitense. Il Washington Post è di proprietà di Jeff Bezos, che possiede anche Amazon ed era l'uomo più ricco del mondo fino a quando Elon Musk non lo ha scalzato. Bezos potrebbe riconquistare il titolo di più ricco, dato che le buffonate politiche di Musk stanno trascinando Tesla verso il basso, e i suoi razzi Starship continuano a esplodere. Ecco il punto di vista capitalista liberal del Washington Post sulle elezioni di Mamdani, citato per esteso perché molto rivelatore:

«La vittoria di Zohran Mamdani è un male per New York e per il Partito Democratico. [titolo]

[...] Ora, un uomo che crede che il capitalismo sia un “furto” è in lizza per guidare la città più grande del Paese e la capitale finanziaria del mondo. Le sue idee principali sono “negozi di alimentari di proprietà della città”, gratuità dei trasporti pubblici, congelamento degli affitti su 1 milione di appartamenti regolamentati e aumento del salario minimo a 30 dollari. Senza dubbio queste potrebbero sembrare idee allettanti ad alcuni elettori. Ma, come per molte proposte dell'estrema sinistra americana, queste scelte danneggerebbero proprio le persone che dovrebbero aiutare.

Un salario minimo elevato avrebbe un effetto negativo sull'occupazione dei lavoratori poco qualificati. Il congelamento degli affitti ridurrebbe l'offerta di alloggi e ne diminuirebbe la qualità. Il taglio delle tariffe degli autobus creerebbe un buco nei finanziamenti dei trasporti pubblici che, se non venisse in qualche modo colmato, comprometterebbe il servizio. Nel frattempo, il settore alimentare opera con margini ridotti, e il progetto di negozi gestiti dalla città porterebbe probabilmente a una riduzione delle scelte, a un servizio scadente e a carenze di prodotti, poiché i negozi privati chiuderebbero piuttosto che cercare di competere con quelli sovvenzionati dalla città.

Mamdani in precedenza aveva chiesto di tagliare i fondi alla polizia e di smantellarla. Anche se ha moderato le sue posizioni, continua a opporsi all'assunzione di nuovi agenti.

Almeno una cosa Mamdani la ammette: il candidato vuole tasse ancora più elevate in una città dove sono già molto pesanti. Vuole un'imposta patrimoniale annuale del 2% sull'1% più ricco dei newyorkesi, e aumentare l'aliquota dell'imposta sulle aziende dallo 7,25% all'11,5%. La Grande Mela già soffre di fuga di capitali. Gli hedge fund e altri soggetti finanziari si sono trasferiti in luoghi più favorevoli alle imprese, come la Florida. I piani fiscali di Mamdani stimolerebbero un esodo delle imprese e spingerebbero più persone ricche a lasciare la città, minando la base imponibile e rendendo più difficile mantenere i servizi esistenti
».

I ricchi finanziatori e i media di establishment faranno pressione sul Partito Democratico affinché saboti la campagna di Mamdani negandogli il proprio sostegno e i propri finanziamenti. Cuomo e l'attuale sindaco democratico Eric Adams, entrambi candidati come indipendenti alle elezioni di novembre, potrebbero stringere un accordo in base al quale uno dei due si ritirerebbe a favore dell'altro.

Se Mamdani vincerà, dovrà affrontare grandi ostacoli. Egli propone di finanziare le sue riforme con una patrimoniale e un aumento delle tasse sul reddito d'impresa. Ma il sindaco non ha alcun controllo su nessuna delle due cose, e il governatore dello stato di New York Kathy Hochul ha escluso qualsiasi aumento delle tasse. Senza finanziamenti, le riforme di Mamdani sarebbero sconfitte dalle forze del mercato, e lui non durerebbe a lungo in carica.

Se la massa dei lavoratori e degli oppressi si mobilitassero, Mamdani potrebbe superare la resistenza dei capitalisti. Ma non siamo ancora in quel mondo.

In assenza di una mobilitazione di massa, Mamdani rischia piuttosto di diventare un altro Brandon Johnson, l'attuale sindaco di Chicago. Le credenziali di Johnson tra la base e gli elettori erano persino migliori di quelle di Mamdani, dato che è stato insegnante nelle scuole pubbliche di Chicago per molti anni e membro del sindacato Chicago Teachers Union (CTU). Accettando i limiti imposti dalla sua carica di sindaco, Johnson non è riuscito a portare avanti le sue riforme progressiste, ha deluso la sua base e avrà difficoltà a vincere un secondo mandato nel 2027.

La vittoria di Mamdani ha entusiasmato gli attivisti di base, che vogliono credere nella possibilità di ottenere riforme attraverso le elezioni, e rivendicano la conquista del Partito Democratico come partito del popolo. Avevano quasi rinunciato al loro impegno dopo le delusioni delle amministrazioni di Barack Obama e Joe Biden, le candidature di Hillary Clinton e Kamala Harris, il dietrofront di Bernie Sanders e l'integrazione di Alexandria Ocasio-Cortez e della Squad (gruppo di deputati e deputate vicini/e politicamente a Ocasio-Cortez, ndt) nell'ordine congressuale.

Il titolo di un articolo del 25 giugno di Liza Featherstone sul sito Jacobin coglie il cambiamento: «In un momento politico cupo, Zohran Mamdani offre speranza».

La vittoria di Mamdani conferma ciò che stiamo vedendo nelle grandi manifestazioni contro Donald Trump. Un gran numero di lavoratori e giovani vogliono opporsi e resistere. I marxisti rivoluzionari ripettano questo impulso. Allo stesso tempo, dobbiamo spiegare con pazienza che il Partito Democratico è un partito neoliberista e guerrafondaio. I loro politici sono costretti a scegliere tra acconsentire a ciò che sanno essere sbagliato o essere buttati fuori dai loro incarichi.

I marxisti rivoluzionari non dovrebbero candidarsi nel Partito Democratico né sostenere i democratici. Di conseguenza, è improbabile che i candidati che invece sosteniamo possano vincere le elezioni al di sopra del livello dei consigli comunali. Ma per noi, con l'attuale livello della lotta di classe, le elezioni servono a diffondere le nostre idee, non a conquistare cariche pubbliche.

Man mano che i lavoratori e gli oppressi si mobiliteranno, la situazione cambierà. I lavoratori in movimento chiederanno una rappresentanza politica, un partito di massa della classe lavoratrice. Le elezioni continueranno a riguardare principalmente la propaganda, ma l'elezione di lavoratori e rivoluzionari consentirà una maggiore diffusione di tale propaganda.

Le lotte decisive emergeranno dall'organizzazione sul posto di lavoro, nella comunità locali e nell'esercito, con manifestazioni, scioperi, picchetti, occupazioni e autodifesa organizzata. Per vincere, i lavoratori avranno bisogno di un partito rivoluzionario di massa, non solo di un partito che partecipa alle elezioni. Un discorso che dobbiamo iniziare.

Peter Solenberger

La fine dell'Occidente?


Il ciclone del trumpismo e la crisi verticale dell'asse transatlantico

11 Marzo 2025

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Due grandi potenze imperialiste, USA e Russia, hanno aperto un negoziato per la spartizione dell'Ucraina. Gli imperialismi europei, scaricati da Trump e ignorati da Putin, cercano la via per ritornare in scena e partecipare al banchetto, ma subiscono una pesante marginalizzazione di ruolo. Zelensky è disposto a donare agli USA le risorse minerarie del proprio paese in cambio di protezione militare, salvo venir umiliato in mondovisione da quell'imperialismo americano che ha sempre presentato al popolo ucraino come “amico”. Putin, dal canto suo, plaude entusiasta alla svolta di Trump nel mentre prosegue il bombardamento quotidiano dell'Ucraina e l'annessione delle regioni conquistate con l'invasione.

Questi fatti di assoluta evidenza agli occhi del mondo – e su cui torneremo nei prossimi giorni – sono solo la punta emergente di un profondo sommovimento delle relazioni mondiali. Un processo in pieno svolgimento, con passo accelerato. Un processo che va analizzato, con metodo marxista, per approssimazioni successive.


LA SVOLTA DEL SECONDO TRUMP

La seconda amministrazione Trump non è la continuità della prima (2016-2020). Il Trump che entrò nel 2016 alla Casa Bianca – quale outsider sorpreso dal suo stesso successo – si trovò a contrastare la resistenza di un Partito Repubblicano non ancora espugnato, l'ostilità della grande borghesia di Wall Street e della Silicon Valley, e la grande mobilitazione di massa di Black Lives Matter e delle donne. La drammatica esperienza Covid e la grande recessione capitalistica che l'accompagnò diedero il colpo di grazia al primo governo Trump, immortalato dal celebre assalto finale al Campidoglio e dai successivi trascinamenti giudiziari.

Oggi tutto è diverso. Donald Trump è ritornato a Washington da vincitore. Dispone di un consenso elettorale consolidato. Di un Partito Repubblicano ormai plasmato a propria immagine e somiglianza. Di una maggioranza, seppur risicata, in entrambe le camere del Congresso. Ma soprattutto del sostegno del grande capitale americano, a partire dai giganteschi monopoli tecnologici: monopoli direttamente coinvolti, nel caso di Musk, all'interno del governo federale, con poteri straordinari di intervento, privi di base legale, sull'intero corpo della pubblica amministrazione.

Trump sta di fatto costruendo attorno a sé un proprio sistema di potere, al tempo stesso interno e parallelo alle istituzioni tradizionali dello stato borghese americano. È il potenziale di un cambio di regime, non solo di governo. Un cambio che alza da subito il livello di attacco ai diritti dei lavoratori, delle donne, dei migranti latino-americani, di tutti i settori oppressi della società. L'avanzata reazionaria internazionale, anche in Europa, offre a Trump un vento più favorevole, mentre a sua volta riceve dal trumpismo nuovo impulso. Intanto l'opposizione sociale e democratica negli USA fatica a riprendersi dall'enorme delusione dell'esperienza Biden, ed è ancora molto lontana, al momento, dai livelli di mobilitazione del 2016-2018.


LA GRANDE SVOLTA DELLA POLITICA ESTERA USA

La discontinuità del secondo Trump si manifesta anche e soprattutto nella politica estera. Sfrondata da elementi pragmatici, buffoneschi o di pura improvvisazione, sicuramente presenti nel personaggio Trump, la linea internazionale del presidente USA segue una nuova bussola strategica. Una risposta nuova alla crisi profonda dell'imperialismo USA nel mondo. Non una risposta isolazionista (obiettivamente impraticabile per una potenza planetaria come gli USA), ma una diversa razionalizzazione del proprio indirizzo globale.

In primo luogo, l'amministrazione Trump punta a ridurre drasticamente il volume di spesa della politica estera USA, a fronte dell'arretramento del peso specifico dell'economia americana nel mondo. L'imperialismo USA vive da molto tempo al di sopra delle proprie possibilità materiali. La quota USA del capitale manifatturiero mondiale è passato nell'ultimo mezzo secolo dal 50% del secondo dopoguerra al 15% attuale. Il debito pubblico USA è raddoppiato nell'ultimo decennio, e il solo pagamento degli interessi sul debito vale ormai il 16% della spesa federale americana. Pertanto il nuovo imperativo della politica trumpiana è tagliare i costi di finanziamento di attività e funzioni giudicate superflue.

Sul piano interno, un colpo di scure alla spesa sociale, in funzione dell'ulteriore riduzione delle tasse sui profitti aziendali (dal 23% al 15%). Sul piano della politica estera, uno sfoltimento drastico dei costi di mantenimento dell'area di influenza americana su scala globale. La rottura con la OMS, l'uscita da decine di strutture multilaterali diplomatiche o assistenziali, il progetto di legge repubblicano di recesso USA dall'ONU, il taglio annunciato del contributo USA alle spese NATO a carico degli imperialismi europei, persino il progettato taglio di una parte delle basi militari USA (sono quasi 800 su scala planetaria) sono parte di questo nuovo indirizzo. Lo stesso vale per l'uscita da teatri di guerra considerati non strategici, o non più tali. Fu il primo Trump a programmare il ritiro dall'Afghanistan, poi realizzato da Biden. È Trump che oggi vuole la fine del sostegno all'Ucraina, denunciando i precedenti aiuti.

In secondo luogo, e parallelamente, Trump sceglie di concentrare il grosso delle risorse disponibili sul versante del contrasto dell'imperialismo cinese, il vero concorrente strategico dell'imperialismo USA su scala internazionale. È questo il criterio ispiratore della nuova politica estera USA. Naturalmente la centralità strategica del confronto con la Cina non è un'improvvisazione di Trump. La inaugurò Obama nel 2008 (il “pivot to Asia”), a fronte della grande crisi capitalistica mondiale e della potente ascesa dell'imperialismo cinese. Ma è nuova la modalità di perseguimento di questa rotta.

Non più la linea tradizionale di egemonia americana sul campo largo degli imperialismi alleati, a partire dagli imperialismi europei (linea rivelatasi fallimentare proprio nel contrasto dell'imperialismo cinese, come mostra il consolidamento del blocco tra Mosca e Pechino, e il progressivo allargamento dei BRICS). Ma una politica di potenza autocentrata dettata dall'interesse indipendente dell'imperialismo USA, anche a scapito degli alleati e persino in rottura con vecchi alleati. Il clamoroso avvio da parte di Trump di un negoziato diretto con Putin sulla guerra d'Ucraina, scavalcando sia Zelensky che gli imperialismi europei, ha esattamente questo segno.


IL TENTATIVO DI SEPARARE LA RUSSIA DALLA CINA

Ma non solo questo. Con il negoziato diretto con Putin, Trump prova a separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese. È il tentativo di riorganizzazione su basi nuove delle relazioni mondiali, attorno ad un equilibrio tripolare fra le grandi potenze: gli USA, la Russia, la Cina. Una sorta di “seconda Yalta”: la negoziazione di una nuova spartizione del mondo.

Il momento dell'offerta americana a Putin non è casuale. Da un lato intende subito segnare il battesimo d'esordio del nuovo governo USA sullo scenario mondiale, a misura della radicalità della svolta. Dall'altro coglie il momento in cui la Russia ha subìto uno scacco pesante in Medio Oriente, con la caduta di Assad, l'arretramento di Hezbollah, il ridimensionamento complessivo dell'Iran, alleato di Mosca; e nel quale la Russia inizia a temere il rischio di un proprio inglobamento subalterno nell'area di influenza cinese, anche a partire dalla progressiva espansione della Cina nelle repubbliche centroasiatiche postsovietiche. In questo contesto gli USA offrono alla Russia una possibile opzione alternativa. Un'altra possibile sponda.

L'offerta negoziale di Trump riguarda innanzitutto l'Ucraina. L'imperialismo americano sta offrendo all'imperialismo russo il ritiro del proprio sostegno all'Ucraina, la revoca progressiva delle sanzioni, il riconoscimento alla Russia di quanto ha già conquistato sul campo di battaglia. In altri termini, Trump offre a Putin la capitolazione del paese che ha invaso. Di più: Trump offre a Mosca l'umiliazione pubblica di Zelensky, sino alla richiesta della sua uscita di scena, in perfetta corrispondenza con la richiesta russa. Cui aggiunge il diritto di saccheggio delle riserve minerarie ucraine quale forma di indennizzo del precedente aiuto militare a Kiev.

Una postura tipicamente neocoloniale. Peraltro, le riserve minerarie ucraine, soprattutto in fatto di terre rare, sono preziose per gli USA proprio in funzione della competizione con la Cina. L'interesse USA per la Groenlandia e le riserve dell'Artico conferma la loro valenza strategica.

Ma l'offerta negoziale di Trump non riguarda solo l'Ucraina. Trump offre all'imperialismo russo un ruolo negoziale globale da potenza a potenza. L'annunciato disimpegno militare USA dall'Europa, ancora incerto nella sua portata, ma già formalmente tracciato; la conseguente richiesta agli imperialismi europei di provvedere alle proprie necessità militari con un massiccio incremento dei propri investimenti nella difesa (con la consapevolezza delle difficoltà materiali degli imperialismi europei a farvi fronte); l'archiviazione definitiva di ogni futuro ingresso dell'Ucraina nella NATO (ipotesi peraltro mai concretamente esistita, se non nella propaganda di Mosca o in qualche futuribile evocazione retorica); la propria disponibilità ad allentare i vincoli NATO circa l'applicazione del famigerato articolo 5, escluso in ogni caso per eventuali missioni future di peacekeeping; persino il riferimento incidentale di Trump a un ipotetico futuro nel quale “l'Ucraina potrebbe essere russa”... sono tutti segnali neppure troppo cifrati alla Russia di Putin della disponibilità americana a negoziare con Putin gli equilibri interni al Vecchio continente, e il riconoscimento del diritto della Russia a ricostruire la propria area di influenza in Europa. Non a caso Putin ha dichiarato: «Il nuovo indirizzo della presidenza Trump è convergente con la nostra impostazione ed è per noi ragione di speranza».


PRECIPITA LA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

In questo quadro generale si pone la nuova linea di Trump verso l'Unione Europea. Non si tratta semplicemente della marginalizzazione negoziale della UE, fosse pur clamorosa. Si tratta di una linea di intervento mirata alla disarticolazione dell'UE. Il sostegno pubblico americano all'estrema destra tedesca rappresenta un intervento inedito degli USA nella politica borghese europea, proprio nel momento della massima crisi dei suoi assetti (Germania e Francia in primis). L'offensiva americana sui dazi di importazione delle merci europee completa il quadro.

Combinata con la riduzione delle tasse sui capitalisti che producono negli USA, la politica dei dazi mira a riportare in America produzioni e investimenti che ne sono usciti. Vale per l'Europa come per il Canada o per il Messico. Naturalmente, esistono sempre in questo campo margini negoziali. Ma la direzione di marcia è chiara. L'imperialismo americano vuole “tornare grande” anche attraendo capitali dall'Europa, dunque rafforzando le sue dinamiche di deindustrializzazione. Acciaio e alluminio, siderurgia e automobile – il cuore della produzione industriale europea – sono oggi colpiti non solo dalla concorrenza cinese ma anche da quella americana.

L'attuale precipitazione della crisi UE di fronte alla svolta trumpiana è indicativa. Mario Draghi ha evocato solennemente nel Parlamento UE la necessità di uno stato federale paneuropeo quale unica reale risposta strategica al trumpismo. Ma ha confessato lui stesso di non avere idea di come arrivarvi. Non è un caso. Gli imperialismi nazionali del Vecchio continente sono strutturalmente incapaci di unificare l'Europa. La svolta trumpiana approfondisce infatti tutte le loro contraddizioni.

La Francia punta ad intestarsi la guida di una risposta europea al disimpegno americano, forte del proprio primato militare. L'Italia rifiuta ogni possibile egemonia della Francia, cui contende spazi e ruolo, a partire da Mediterraneo e Nord Africa. La Gran Bretagna cerca un proprio reinserimento nel gioco europeo, ma si trova stretta nel contenzioso franco-italiano. Gran Bretagna, Italia, Polonia concorrono tra loro al ruolo di pontieri tra l'Europa e Trump, ma proprio la radicalità della svolta di Trump riduce pesantemente il loro spazio di manovra.
La Germania è concentrata sulla soluzione interna della propria crisi politica e recessione economica, ma ha difficoltà a trovare i numeri parlamentari necessari per aggirare i vincoli costituzionali di bilancio. Ungheria e Slovacchia, a loro volta, rafforzano nel nuovo scenario il proprio gioco di sponda tra imperialismo USA e imperialismo russo in funzione anti-UE.

Non si può escludere che in questo quadro convulso possano prodursi in futuro cooperazioni rafforzate tra alcuni paesi imperialisti europei cosiddetti “volonterosi”. Ma solo entro spazi limitati, senza rilevanza istituzionale, nella impossibilità di modificare i trattati.
L'unica vera certezza europea è oggi la corsa generale agli armamenti con lo scorporo delle spese militari dal nuovo Patto di stabilità e con nuove forme di indebitamento; ma nella lotta spietata tra le industrie militari nazionali per accaparrarsi mercato e commesse. Tutte le aziende del complesso militare-industriale trionfano in Borsa, mentre i grandi produttori d'armi americani si candidano a principali beneficiari della corsa agli armamenti in Europa.

La crisi europea amplia a sua volta gli spazi di inserimento dell'imperialismo russo e dell'imperialismo americano nel Vecchio continente. All'interno delle destre europee, dove dispongono entrambi di agganci e relazioni, talora combinate (AfD, Lega salviniana). O all'interno della penisola balcanica, dove l'imperialismo russo cerca di capitalizzare l'arresto del processo di integrazione in UE di diversi paesi. Non a caso il peso specifico di formazioni filorusse si consolida in aree significative dell'Est europeo.

La verità è che L'Unione Europea a ventisette membri, già paralizzata dalla regola dell'unanimità, a garanzia dei capitalismi nazionali, ha ormai concluso da tempo la propria dinamica di espansione. L'attuale ondata sovranista ha messo al riguardo il sigillo finale. Non a caso, la stessa integrazione dell'Ucraina nella UE è bloccata dai veti dei paesi concorrenti nel campo dell'agricoltura e dei sussidi. La celebrata solidarietà con l'Ucraina si ferma alle soglie del portafoglio dei capitalisti.


LE NUOVE RELAZIONI IMPERIALISTE SUL BANCO DI PROVA DEL MEDIO ORIENTE

L'offerta di un ruolo negoziale alla Russia si estende alla crisi Medio Orientale. È lo scenario più complicato e ad oggi irrisolto della nuova relazione russo-americana. Il disegno trumpiano mira a capitalizzare la profonda sconfitta dell'Iran dopo i subiti bombardamenti sionisti e il crollo di Assad, per provare a rilanciare e allargare i famosi accordi di Abramo tra i regimi arabi e Israele (sino a provare a coinvolgervi non solo l'Arabia Saudita ma persino il Libano e la nuova Siria). È l'operazione promossa a suo tempo dal primo governo Trump, con l'obiettivo di un nuovo equilibrio stabile del Medio Oriente, che consenta agli USA di concentrarsi contro la Cina in Asia.

Il secondo governo Trump agisce oggi su due direttrici combinate. Da un lato propone alla Russia di scaricare l'Iran – primo esportatore di petrolio in Cina – in cambio di rassicurazioni compensative per gli interessi russi in Siria (salvaguardia delle basi militari di Tartus, Latakia e Khmeimim): operazione appoggiata apertamente da Netanyahu per riequilibrare e contenere l'influenza turca. Dall'altro lato massimizza la pressione su Egitto e Giordania affinché aprano le proprie frontiere all'annunciata deportazione dei palestinesi di Gaza, e accettino di fatto l'annessione sionista della Cisgiordania.

Ma la quadra del cerchio, a dispetto di Trump, è ancora in alto mare. Lo stato sionista, forte dei propri successi militari, non ha ancora spento i motori della propria guerra sterminatrice, a beneficio della tenuta politica di Netanyahu. E l'odio di cui è circondato in tutta la regione blocca lo spazio di manovra dei regimi arabi. Non perché questi siano minimamente interessati alle sorti dei palestinesi, ma perché un loro accordo oggi con Israele li esporrebbe al rischio di una rivoluzione in casa sotto la bandiera della Palestina. La memoria delle sollevazioni di massa del 2010-2011 in Tunisia, in Egitto, e inizialmente nella stessa Siria, è ben presente nelle borghesie arabe.
Il rivoltante video cartolina del resort di Gaza, tra gli sghignazzi di Trump, Musk, Netanyahu, ha rafforzato le loro preoccupazioni. Tanto più a fronte del tracollo di ogni residua finzione diplomatica attorno alla “soluzione due popoli per due Stati” che possa fornire ai governi arabi lo straccio di una copertura cui aggrapparsi. Lo spettro della rivoluzione araba resta ad oggi una pietra d'inciampo per la strategia di Donald Trump in Medio Oriente.


“L'AMERICA AGLI AMERICANI”

Il nuovo corso di Trump procede al tempo stesso con passo sicuro nel grande continente americano. “Via la Cina” dal canale di Panama. Intimidazione annessionista verso il Canada, quale possibile cinquantunesimo stato americano. Minaccia sfrontata contro il Messico, col diritto a intervenire militarmente in terra messicana contro i cartelli della droga. Respingimento di ogni nuova migrazione negli Stati Uniti e deportazione in catene di migliaia di immigrati. Ridenominazione provocatoria del Golfo del Messico in Golfo d'America. Partneriato strategico col regime argentino di Milei, nella prospettiva di una (difficile) riconquista dell'egemonia USA in America Latina

È una sorta di riformulazione, due secoli dopo, della storica dottrina Monroe che rivendicava “l'America agli americani”. Allora si presentava come rivendicazione della libertà del continente americano dal vecchio colonialismo europeo, in realtà una ipocrita giustificazione preventiva del proprio futuro progetto imperialista. Oggi quell'antica petizione in bocca a Trump può fare a meno di ogni finzione. Gli USA intendono “liberare” l'America Latina dalla massiccia penetrazione di capitali e merci dell'imperialismo cinese. Via la Cina dall'America Latina in cambio di una futura apertura alla Cina su Taiwan? È troppo presto per simili congetture. Tuttavia Trump ha dichiarato che Taiwan ha derubato gli USA in fatto di microprocessori, e che dovrebbe provvedere alla propria difesa portando le spese militari al 10% del PIL. L'imperialismo giapponese e la Corea del Sud sono significativamente inquieti.


IN CONCLUSIONE

Non è possibile avanzare previsioni certe sullo sviluppo del nuovo scenario mondiale. Tutto appare in movimento, con passo accelerato, lungo nuove linee di faglia. Può essere che l'intera operazione di Trump si concluda alla fine con un fallimento, con la tenuta del blocco imperialista russo-cinese e la conseguente ricomposizione dell'asse transatlantico tra USA ed Europa; come può essere invece che si sviluppi in direzione sua propria, con effetti domino dirompenti su ogni scacchiere.
Di certo è in atto un tentativo serio della nuova amministrazione americana di riorganizzare su basi nuove le relazioni imperialiste, quale risposta alla propria crisi di egemonia. Il vecchio assetto degli equilibri globali, già in crisi profonda dopo il 2008, sembra precipitare, mentre nuovi assetti sono ancora lontani dal prendere forma. Una stagione di grande instabilità attende il mondo.

Marco Ferrando

 

Stati Uniti: primi impatti del secondo mandato di Trump

 


Da quando ha assunto la carica per il suo secondo mandato, il 20 gennaio, Trump ha lanciato un'offensiva reazionaria, autoritaria e imperialista. Questa volta è accompagnato dall'establishment, con l'appoggio di un Partito Repubblicano schierato dietro di lui, il sostegno esplicito dei principali magnati capitalisti e l'atteggiamento permissivo dei democratici e della burocrazia sindacale.


Quest'ultimo fattore ha certamente contribuito al fatto che non siano emerse le grandi mobilitazioni di opposizione che lo accolsero nel 2016, ma la crescente polarizzazione sociale e politica alimenta anche la radicalizzazione di un settore disposto a lottare per fermarlo, e il suo programma reazionario non passerà senza provocare resistenza.

I rivoluzionari avranno un ruolo fondamentale nelle lotte che arriveranno e nell'organizzazione i combattenti che le guideranno.


UN PROCESSO GLOBALE

L'ascesa dell'estrema destra è un fenomeno globale. Varie espressioni di essa sono al governo in sette paesi dell'Unione Europea (Italia, Paesi Bassi, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovacchia e Finlandia), in Austria è prossima al governo ed è in aumento in Francia, Germania e Regno Unito.

Alcune delle sue espressioni più estreme e stravaganti, come il presidente argentino Milei e il presidente salvadoregno Bukele, sono promosse come esempi da seguire a livello internazionale. Il bolsonarismo rimane una forza importante in Brasile, nonostante non sia più al governo.

Il regime fondamentalista di Modi in India e il regime autoritario di Putin in Russia condividono caratteristiche centrali con l'estrema destra occidentale. Anche al di là di queste espressioni politiche, c'è una tendenza generale nel mondo verso regimi più autoritari e repressivi in tutto l'arco politico capitalista.

L'estrema destra globale non è omogenea, ci sono settori più radicali o più vicini alla destra classica, più nazionalisti o più neoliberisti. Ma al di là della diversità, essi costituiscono la punta di diamante di una decisiva svolta globale a destra della borghesia, che ha rafforzato un settore reazionario della società.


UN PRODOTTO DELLA CRISI SISTEMICA

La crisi sistemica che il capitalismo sta attraversando dal 2008 è paragonabile solo a quelle che hanno preceduto le due guerre mondiali del secolo scorso. La distruzione e la concentrazione del capitale causato da quelle guerre permisero alla borghesia di recuperare la redditività necessaria per superare quelle crisi. Oggi la borghesia, non vedendosi per il momento in grado di affrontare una nuova guerra mondiale, cerca di recuperare la redditività aumentando lo sfruttamento.

A causa della profondità della crisi, non è sufficiente aver messo fine allo stato sociale e alla maggior parte delle conquiste ottenute nel secondo dopoguerra, né è sufficiente la flessibilità del neoliberismo. La borghesia ha bisogno di porre fine ai diritti più elementari delle masse lavoratrici e di ridurci al lavoro fino al collasso fisico, in cambio del minimo necessario per sopravvivere e continuare a lavorare. Consapevoli che ciò danneggia la stragrande maggioranza della popolazione, genera opposizione e provoca resistenza, la borghesia deve ridurre al minimo i meccanismi democratici e rafforzare al massimo i dispositivi repressivi.

Il fatto che l'estrema destra esprima più chiaramente questo bisogno della borghesia imperialista nel suo insieme spiega in larga misura la sua rapida accettazione e assimilazione da parte dei regimi borghesi e dei partiti politici, e contribuisce in modo significativo alla sua ascesa globale.

A sua volta, il fenomeno dell'estrema destra fa parte di un processo globale di polarizzazione, che provoca anche mobilitazioni di massa, ribellioni e rivoluzioni, compresi grandi scioperi che hanno rianimato alcuni dei settori più potenti della classe lavoratrice nel mondo. Si tratta di un processo ineguale, perché nonostante le gigantesche lotte e la radicalizzazione a sinistra di settori importanti, in questo polo non è emersa un'espressione politica, come invece è emersa a destra.

Tuttavia, poiché la borhesia è riuscita a schiacciare la volontà di resistere, ciò che predomina è l'instabilità. E finché le masse continueranno a combattere, i rivoluzionari avranno il dovere di portare avanti queste lotte e di sfruttare l'opportunità di organizzare i combattenti più determinati, il che ci permette di costruire e rafforzare le nostre organizzazioni rivoluzionarie.


IL 2025 NON È IL 2016

Questo trionfo di Trump è parte del fenomeno globale dell'ascesa dell'estrema destra, si nutre di esso e, a sua volta, rafforza tutte le sue espressioni. Quest'azione di ritorno spiega, in larga misura, la sicurezza con cui Trump e i suoi partner abbiano lanciato, appena insediati, un'offensiva così completa e profonda.

Al momento del suo primo mandato nel 2016, Trump è stata una delle prime espressioni dell'estrema destra. In quel periodo non era il candidato preferito della borghesia, che vedeva più rischi che opportunità nel suo governo. Dovette affrontare grandi mobilitazioni contro di lui, così come l'opposizione o la mancanza di collaborazione di gran parte dell'establishment. Non è riuscito ad attuare molte delle sue iniziative, e ha perso la rielezione per il secondo mandato nel 2020. È stato anche processato e condannato per diversi crimini. Ma ha consolidato una base sociale radicalizzata, rappresentativa di una minoranza ma importante; mentre le aree politiche tradizionali continuavano a disintegrarsi.

L'amministrazione democratica di Biden, succeduta a Trump, ha mantenuto alcune delle politiche chiave di Trump (come la politica sull'immigrazione e i tagli alle tasse per le imprese e i ricchi), ha contrastato movimenti di scioperi, ha sostenuto zelantemente il genocidio sionista a Gaza, oltre a reprimere gli studenti che hanno mostrato solidarietà con la Palestina. A contribuire a questa delusione è stata la capitolazione di Bernie Sanders e dei Socialisti Democratici d'America (DSA), che avevano generato aspettative negli anni precedenti, i quali hanno continuato a sostenere senza tante remore la rielezione di "Genocide Joe", e poi di Harris. Come conseguenza, i democratici hanno perso circa sei milioni di voti.

Nel frattempo Trump si è rafforzato all'interno delle file repubblicane come il leader di opposizione più coerente, come una figura radicale perseguitata dall'establishment e, fondamentalmente, come espressione dell'estrema destra, che durante i quattro anni di Biden è avanzata a livello internazionale.

A differenza di quanto accaduto nel 2016, il Partito Repubblicano si è schierato dietro la sua candidatura e ha costruito una coalizione con più di cento organizzazioni della destra radicale e un ambizioso programma reazionario, dettagliato nel Progetto 2025 della Heritage Foundation. La grande borghesia, che era divisa durante il suo primo mandato, è ora apertamente coinvolta, come espresso chiaramente dal sostegno pubblico a Trump dei magnati della tecnologia e degli uomini più ricchi del mondo come Musk, Zuckerberg e Bezos, che fino ad ora avevano dato di sé un'immagine molto più progressista.

L'amministrazione Trump gode anche di una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema, del controllo di entrambe le camere dei rappresentanti, e di una leadership democratica che è più collaborazionista che di opposizione.

Nel loro insieme, questi elementi mostrano che la classe dominante imperialista ha un maggiore livello di unità sulla necessità di adottare un orientamento più reazionario. Avendo valutato che il primo mandato di Trump è fallito perché non è andato a fondo in modo più deciso, la classe dominante sostiene ora l'attuale politica per cercare di imporre cambiamenti più profondi, e più rapidamente. Una dinamica simile ha portato anche la borghesia di altri paesi a dare il proprio sostegno all'estrema destra, ad esempio in Argentina.

Di conseguenza, Trump e i suoi collaboratori sono arrivati alla Casa Bianca traboccanti di fiducia. Ma il loro vero sostegno è costituito da una minoranza nell'insieme della società. Trump ha vinto le elezioni con un margine di appena l'1,5%, e l'astensione di un terzo dell'elettorato significa che solo un terzo lo ha eletto. Non possiamo perdere di vista questa debolezza strutturale del governo, dietro la sua attuale fiducia apparentemente illimitata.


LA DIMENSIONE DELL'OFFENSIVA

Da quando è entrato in carica, Trump ha lanciato una serie di attacchi su tutti i fronti, misure contro i lavoratori, gli oppressi, i diritti democratici, le normative ambientali, e dichiarazioni di aggressione imperialista.

In una delle sue prime mosse, Trump ha dato l'indulto ai manifestanti condannati per l'attacco del 6 gennaio 2021 al Congresso, molti dei quali fascisti dichiarati. Il suo gabinetto costituisce il governo più oligarchico e reazionario dal XIX secolo. La posizione del magnate Elon Musk, con poteri straordinari sul bilancio, è indicativa.

Indipendentemente da quanto sia realistico il suo obiettivo dichiarato di tagliare più di un quarto il bilancio nazionale, Musk ha già licenziato decine di migliaia di lavoratori statali e sta spingendo per il pensionamento "volontario" di altri due milioni. Ha cambiato la categorizzazione dei lavoratori statali per arrogarsi il potere di licenziare senza impedimenti milioni di lavoratori, precedentemente considerati di natura non-politica. Tra gli altri problemi causati, il governo Trump ha interrotto tutta l'assistenza sociale nazionale e gli aiuti internazionali, causando una crisi globale dell'accesso ai farmaci per l'HIV.

Ha scatenato un massiccio raid da parte dell'ICE, la polizia dell'immigrazione, arrestando migliaia di persone, e trasferendone decine nei campi di detenzione e tortura di Guantánamo. Ha firmato decreti che tolgono i diritti alle persone trans, criminalizzano gli attivisti pro Palestina ed eliminano i programmi contro la discriminazione razziale e di genere.

Ha annullato le tiepide normative ambientali che Biden aveva attuato, ha ritirato il Paese dagli Accordi di Parigi e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Alcune di queste misure sono state bloccate a livello giudiziario, ma le possibilità che molte di esse vengano ratificate, invece che annullate, sono maggiori oggi, dato l'attuale contesto politico e la natura del potere giudiziario.

Ci sono anche molti annunci di misure che non sono molto realizzabili, ma che rinvigoriscono la base sociale reazionaria. In questo senso, il saluto nazista di Elon Musk, anche se in seguito ha negato che lo fosse, è un messaggio potente al settore radicalizzato della destra, su cui questo governo cerca di fare affidamento per affrontare l'inevitabile resistenza all'attuazione del suo programma.

Questa azione cerca di "inondare il campo" con numerose misure estremamente reazionarie ma irrealizzabili, così che sia impossibile rispondere a tutta questa serie di attacchi. In questo modo, le misure che essi intenderanno davvero portare a termine sembreranno meno terribili o passeranno inosservate. Ma ciò è anche parte di una battaglia culturale per il "senso comune". In questo modo Trump cerca di espandere radicalmente gli atteggiamenti e le azioni razziste, sessiste, xenofobe, omofobe e generalmente reazionarie che sono considerate accettabili, e di stabilire quali diritti sono considerati "privilegi" o veri e propri crimini.

Questa battaglia non ha un'importanza minore. Il suo obiettivo è quello di rafforzare e motivare l'azione dei settori più estremisti, violenti e direttamente fascisti che costituiscono il nocciolo duro della base sociale dell'estrema destra; e indebolire e demoralizzare i lavoratori e le persone oppresse in generale, e gli attivisti disposti a fronteggiare tali attacchi.


LA DOTTRINA TRUMP

Uno degli aspetti centrali della crisi sistemica in corso del capitalismo è la crisi dell'egemonia imperialista. Gli Stati Uniti, che sono tuttora la prima potenza mondiale, sono in netto declino, mentre le potenze regionali si rafforzano e la Cina emerge come concorrente globale.

Nel 2016 gran parte della borghesia si è opposta alle tendenze protezionistiche e isolazioniste di Trump, e dal 2020 Biden sta cercando di recuperare l'orientamento precedente. Ora sembra prevalere la conclusione che la strategia multilaterale, con la quale l'imperialismo statunitense ha dominato il mondo per molti decenni, non funziona più, e che è necessario un cambiamento importante per riconquistare il potere globale con la forza.

Pertanto, la brusca svolta del nuovo governo in direzione di un forte protezionismo commerciale e un nazionalismo espansionista più aggressivo ha il sostegno dell'establishment.

Trump ha iniziato annunciando nuovi dazi commerciali contro Messico, Canada e Cina; e ha dichiarato la sua intenzione di riprendere il controllo del Canale di Panama, annettere la Groenlandia e colonizzare Gaza. Sebbene questi ultimi obiettivi siano generalmente considerati irrealizzabili, e le tariffe per il Canada e il Messico siano state successivamente negoziate, gli annunci sono serviti come dichiarazione di intenti.

Da allora, gli Stati Uniti hanno aumentato le tariffe commerciali praticamente verso tutti, scaricando parte della crisi sul resto del mondo, rafforzando i profitti aziendali statunitensi a spese di altri. Ciò aggrava la crisi economica di tutti i partner commerciali degli Stati Uniti, compresi alleati storici come l'Europa e Taiwan, e i paesi in cui governano altri leader di estrema destra come l'Argentina. Pertanto, questa politica genererà un maggiore attrito diplomatico e politico USA e alleati, e acuirà il conflitto interimperialista con Cina e Russia.

Trump sta anche intensificando un intervento politico internazionale più aggressivo e unilaterale. Ha svolto un ruolo centrale e visibile nell'applicazione del cessate il fuoco a Gaza, e poi ha proposto l'espulsione più rapida possibile della popolazione palestinese. Ora ha aperto i negoziati con Putin per concordare la consegna del territorio ucraino alla Russia, alle spalle del popolo ucraino.

Tuttavia, il tentativo di consolidarsi con la forza contiene anche un elemento di disperazione, e comporta un rischio non trascurabile. Rafforzarsi economicamente e geopoliticamente a spese degli altri, compresi i suoi alleati storici, aggrava la crisi e l'instabilità economica e politica in tutto il mondo. Questo disordine e i conflitti, le guerre, le ribellioni e le rivoluzioni che esso provoca sono, a loro volta, il più grande pericolo per i piani dell'imperialismo.


COME AFFRONTARLI

L'offensiva della nuova amministrazione Trump apre una nuova situazione politica, segnata da un attacco capitalistico reazionario, qualitativamente superiore al precedente, e che cambierà in modo significativo le dinamiche della lotta di classe.

Sebbene Trump e il suo governo non intendano ancora uscire dalla cornice generale delle istituzioni democratico-borghesi ed eliminare completamente le organizzazioni sindacali e politiche non borghesi, il salto autoritario e repressivo che cercano di imporre è profondo. Implica tagli drastici ai diritti democratici e un approfondimento della repressione statale, della violenza parastatale contro gli oppressi contro l'attivismo sindacale e di sinistra.

I democratici, che alle elezioni hanno minacciato che se Trump avesse vinto sarebbe arrivato il fascismo, ora minimizzano i rischi che fino a poco tempo fa esageravano. Con l'avvicinarsi delle prossime elezioni, si ricorderanno di quanto sia pericoloso Trump per presentarsi come l'unica alternativa. Ma la necessità di affrontare Trump e lottare per fermare i suoi piani è immediata.

I democratici, al contrario, si sono sforzati di garantire una transizione senza intoppi e ora stanno cercando modi per collaborare con la nuova amministrazione. Vogliono impedire l'emergere di movimenti di lotta che alla fine richiederanno tempo e sforzi per smobilitarli e incanalarli in attività di lobbying ed elettorale a proprio vantaggio.

I rivoluzionari devono agire in modo diametralmente opposto. Non possiamo minimizzare il pericolo rappresentato dagli attacchi del nuovo governo, né dobbiamo esagerarli. Al di là della caratterizzazione che ne diamo, dobbiamo essere in prima linea nel denunciare le misure di questo governo, trasmettendo l'urgenza di organizzarci per affrontarle e facendo appello alla più ampia unità per combattere questa lotta, con la massima forza possibile.

Allo stesso tempo, dobbiamo smascherare i democratici, che parlano del pericolo di Trump per chiedere voti, ma non per affrontarlo quando è più importante farlo. Dobbiamo spiegare la loro responsabilità nell'aprirgli la porta, nel disarmare i movimenti che potevano affrontarlo con più forza, e spiegare la necessità di costruire un'alternativa politica indipendente dai capitalisti e dai loro interessi.

Dobbiamo continuare le lotte economiche e sociali che abbiamo finora condotto per il salario e per il diritto di organizzazione sindacale; contro il razzismo istituzionale e la violenza della polizia; in difesa degli immigrati, per il diritto all'aborto, per l'identità e tutti i diritti di genere, tra gli altri. Queste lotte si intensificheranno. Così come in passato abbiamo iniziato a lottare per stabilire che le vite dei neri contano ("black lives matter"), dovremo ora lottare per difendere le vite delle persone trans, dei migranti e delle donne.

Ma le lotte democratiche in particolare stanno per assumere un nuovo ruolo. Dobbiamo assumerci il compito di organizzare l'autodifesa contro i settori fascisti che ora agiranno con maggiore fiducia, affrontare la persecuzione e la repressione, difendere politicamente e fisicamente il diritto di manifestare e tutti i diritti democratici; e portare avanti queste lotte in una forma che non si riproponeva da molto tempo.


VOGLIA DI COMBATTERE

La demoralizzazione accumulata durante il mandato di Biden, la disattivazione dei movimenti degli ultimi anni ad opera del Partito Democratico e la loro decisione di non organizzare proteste nazionali per l'insediamento di Trump, spiegano in gran parte perché questa volta non ci sono state manifestazioni di massa come nel 2016.

Tuttavia, c'è un'avanguardia che vede la necessità e l'urgenza di organizzare la resistenza. Sono migliaia di giovani radicalizzati dal movimento di solidarietà con la Palestina, sono i lavoratori attivi negli scioperi di Amazon o dello United Auto Workers, donne, LGBT+, immigrati, attivisti neri che hanno visto i loro movimenti disattivati dai democratici e comprendono la necessità immediata di organizzare una lotta seria, contro un pericolo molto reale.

L'offensiva di Trump provocherà inevitabilmente resistenza all'interno degli USA e in tutto il mondo. La forza e le possibilità che questa resistenza avrà dipendono in larga misura dal livello di organizzazione e di orientamento politico di questa avanguardia radicalizzata. Questo pone un compito per i rivoluzionari di oggi, una di quelle sfide in cui è importante cosa facciamo o non facciamo, cosa otteniamo o non otteniamo.

Oggi è possibile e necessario organizzare migliaia di attivisti e lavoratori politicamente radicalizzati disposti a lottare per un progetto rivoluzionario, per influenzare il corso delle lotte a venire e per gettare le basi di un partito rivoluzionario che rappresenti la classe lavoratrice e combatta per il socialismo negli Stati Uniti e nel mondo. Ciò può essere fatto da un lavoro di raggruppamento dei rivoluzionari nel paese e a livello internazionale, una prospettiva che la Lega Internazionale Socialista sostiene fermamente.

Alejandro Bodart, Vince Gaynor