Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta migranti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta migranti. Mostra tutti i post

Abbattere il capitalismo! Socialism for future!

 


Dichiarazione di emergenza ambientale nazionale, subito!

Testo del volantino del PCL per le manifestazioni del 27 marzo

Le condizioni dell’ambiente naturale stanno peggiorando. La crescita di eventi climatici estremi, crisi sanitarie e grandi migrazioni forzate, sono la conseguenza di una economia basata sul profitto, che ignora i bisogni sociali e distrugge la natura. La competizione fra grandi potenze e borghesie nazionali causa guerre e caos globale, aggiungendo altre catastrofi ad un sistema già distruttivo in tempi di pace.

Questo sistema si chiama capitalismo. Un sistema industriale inefficiente che, per moltiplicare i profitti di pochi, saccheggia il pianeta di una quantità sempre maggiore di materie prime, sbanca territori e brucia foreste, per produrre sempre più merci e rifiuti: così, all’infinito. Una follia, che dev’essere fermata con ogni mezzo possibile!

Il new-green-deal europeo, già di per sé inapplicabile, in quanto inserito nella logica del profitto, è crollato di fronte ai più appetitosi investimenti nell’industria bellica dei vampiri guerrafondai. Così come è fallita l’ultima conferenza ONU sul clima (COP29), sabotata dalle grandi potenze, Stati Uniti in testa.

Le vittorie elettorali delle destre, che negano la crisi ambientale, dimostrano che la riforma ecologica del capitalismo è una illusione. Ed è proprio questa illusione la causa della debolezza dei movimenti ambientalisti e della sinistra: il capitalismo non può essere riformato, va distrutto dalle fondamenta. La sorte del pianeta non può dipendere dagli interessi di pochi miliardari. I capitalisti, la borghesia, sono parassiti, che nascondono l’ignoranza con la potenza della tecnologia. Sono buoni soltanto a distruggere!

Che fare per resistere e contrattaccare? Rifiutare le compatibilità stabilite dalla classe dominante, che vuole conservare lo stato di cose presenti e i profitti derivati dalla distruzione dell’ambiente e dallo sfruttamento dei lavoratori. La produzione dei beni deve essere pianificata, secondo i bisogni sociali e i limiti ambientali. La classe proprietaria concentra ricchezza, potere e strumenti di coercizione, ma è la minoranza. La classe che vive del proprio lavoro o che da esso è esclusa è la grande maggioranza della società. Per questo è possibile rovesciare l’ordine esistente: unitevi al PCL e vedrete che il capitalismo è un colosso con le fondamenta di argilla.

Il nostro programma in sei punti

  • Dichiarazione immediata dell’emergenza nazionale socio-ambientale.
  • Per la nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, di tutte le aziende che inquinano o licenziano. Ciò include la riqualificazione professionale di tutti i lavoratori delle industrie interessate con garanzia di continuità salariale e il livello dei diritti lavorativi precedenti.
  • Divieto dell’industria pubblicitaria capitalistica che incoraggia il consumo artificiale, confonde e inganna la popolazione. Democratizzazione generale dei mass media, basata sulla proprietà statale con controllo sociale.
  • Per un piano nazionale di riassetto idrogeologico del territorio. Per l’abbattimento degli eco-mostri e riqualificazione delle aree degradate.
  • Apertura di tutte le frontiere ai flussi migratori climatici.
  • Per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco e la cancellazione del debito pubblico verso le banche con la loro nazionalizzazione, come fonte di finanziamento di tali misure. Paghi chi non ha mai pagato.

Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, può imporre tali misure di svolta, il resto sono solo illusioni!

Partito Comunista dei Lavoratori

Sanchez esternalizza i migranti in Mauritania

 


Il modello Meloni fa scuola in Spagna

Il governo Sanchez gode di buona fama in Italia. Elly Schlein indica nel governo spagnolo un riferimento esemplare. Il Partito della Rifondazione Comunista e Potere al Popolo (Rifondazione soprattutto) presentano il governo Sanchez come prova del fatto che il coinvolgimento nel governo della sinistra cosiddetta radicale può produrre effetti benefici. La presenza in Italia di un governo Meloni offre spazio a questa rappresentazione per un naturale effetto di rimbalzo.

Se non che poi ci sono i fatti. Che hanno la testa dura.

Il governo spagnolo ha assunto la linea Meloni in fatto di politiche sull'immigrazione. In realtà non da oggi. Ma oggi in forma clamorosa. L'apertura di due centri di detenzione dei migranti in Mauritania riproduce esattamente il modello Meloni in Albania. La Spagna e la UE hanno pagato al governo del generale Mohamed Ould El Ghazouani i costi dell'operazione. Un'agenzia di cooperazione che fa capo al ministero degli Esteri madrileno ha gestito in prima persona l'intera faccenda. Si tratta della classica operazione di “trattenimento” dei migranti, di esternalizzazione delle frontiere.

Per tutto il 2025, con l'attiva partecipazione di 80 agenti spagnoli, la polizia della Mauritania ha moltiplicato le retate contro i migranti. Le associazioni dei diritti umani raccontano della loro detenzione inumana, del sequestro di tutti i loro beni, e persino in qualche caso del loro abbandono in una zona desertica ai confini del Mali. L'inchiesta della Fundación porCausa, pubblicata dal quotidiano El Salto, non lascia spazio a dubbi. I dati riportati non sono stati smentiti, e sono impietosi.

In realtà la Spagna già disponeva di centri di detenzione di migranti opportunamente delocalizzati, come quelli realizzati alle Canarie. Ma i due centri aperti ora in Mauritania sono peggio: possono ospitare anche minori, persino neonati. Ciò che formalmente è vietato dalla legge spagnola.

In Spagna la vicenda ha fatto scandalo. La sinistra spagnola cosiddetta radicale, coinvolta in varie forme nel governo Sanchez, ha denunciato “l'attuazione del modello Meloni” con tanto di interrogazione parlamentare e richiesta di chiusura dei due centri. Ma non risulta abbia tratto conseguenze politiche dall'accaduto. E nessuna interrogazione cancella in quanto tale un'oggettiva corresponsabilità politica di governo.

Attendiamo di conoscere il punto di vista della sinistra cosiddetta radicale in Italia. È vero che nei governi Prodi Rifondazione accettò di peggio, anche in fatto di immigrazione (dai centri di detenzione Turco-Napolitano all'affondamento nel 1997 di una nave di migranti albanesi nel Mare di Otranto, con cento morti in fondo al mare). Ma non è una buona ragione per tacere. Tanto più se si intende tornare nell'ovile del centrosinistra.

Partito Comunista dei Lavoratori

La morte di un Papa

 

mortepapa22 Aprile 2025

English version

Da comunisti non ci associamo al lutto universale, a reti unificate, per la morte di Papa Bergoglio.
In particolare, non concordiamo con la commemorazione estatica della figura di Papa Francesco da parte di tutte le le sinistre cosiddette radicali.

Naturalmente, rispettiamo profondamente la libertà religiosa e i sentimenti dei fedeli. Ma non al prezzo di rinunciare alla verità. La religione, ogni religione, è oppio dei popoli, scriveva Marx. La Chiesa cattolica nel mondo è la principale dispensatrice di questo oppio. Il culto religioso lo celebra. Il Papa, ogni Papa, è a capo del culto. La predica di una vita ultraterrena e della resurrezione della carne favorisce la rassegnazione a una vita terrena di sfruttamento e di oppressione per miliardi di esseri umani. Il richiamo alla carità verso gli umili non solo non cambia l'ordine reale delle cose, ma presuppone la sua conservazione, contro ogni prospettiva di rivoluzione. Attenzione per i poveri? Persino la Chiesa della Controriforma che scatenava la guerra contro le streghe moltiplicò gli ordini caritatevoli e assistenziali a tutela dei poveri, pur di replicare all'insidia del protestantesimo.

Più in generale, la stessa idea di un Dio Padre creatore dell'uomo, negando la figura dell'uomo quale creatore di Dio, lo educa per questa via a un principio di sottomissione. Non a caso la Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola, vide nell'autorità terrena il riflesso di Dio, e nell'obbedienza alla autorità il dovere dell'obbedienza a Dio.
Peraltro, la stessa retorica dell'uguaglianza e della fratellanza tra le “creature di Dio” tradisce puntualmente la propria ipocrisia quando si tratta delle donne, dei gay, delle lesbiche, delle persone transgender. Nel loro insieme, più della metà della specie umana su scala planetaria.
Lo stesso ordine interno alla Chiesa cattolica si fonda peraltro sulla disuguaglianza tra uomini e donne, rigorosamente escluse dal sacerdozio. La negazione del diritto all'aborto, assimilato a un omicidio, la condanna dei medici non obiettori chiamati “sicari”, il parallelo tra armi e contraccettivi in quanto entrambi soppressori della vita, sono tutti concetti pubblicamente espressi da Papa Bergoglio, anche in tempi recenti.

Quanto alla ripulitura della Chiesa cattolica dalla pedofilia, e dalla gigantesca mole di crimini contro bambini e suore a tutte le latitudini del mondo, Bergoglio non è andato al di là della retorica della denuncia. Il quotidiano Domani ha documentato nel 2022 che il Vaticano si è limitato a trasferire in altre diocesi i sacerdoti abusatori, e ha continuato a far pressione sulle vittime perché non rendessero pubblici gli abusi.
In ogni caso, Bergoglio ha confermato la giurisdizione ecclesiastica come unico possibile tribunale per i casi di pedofilia, sottraendoli pertanto alla giustizia ordinaria. Nei fatti, una garanzia di copertura protettiva, contro ogni principio di uguaglianza. I sistemi concordatari fra Stato e Chiesa tutelano peraltro il privilegio della Chiesa anche sotto il profilo giudiziario.

È vero: Papa Bergoglio ha pronunciato in più occasioni parole di denuncia a difesa dei migranti, a tutela della natura, e contro la guerra. Ha cercato su diversi terreni di risollevare l'immagine pubblica della Chiesa dalla sua crisi profonda provando a mettersi in sintonia coi sentimenti progressisti di una parte dell'opinione pubblica e della giovane generazione. Soprattutto ha voluto rispondere alla crisi verticale della popolazione cattolica in Occidente (in particolare in Europa e negli USA), e alla concorrenza crescente dell'islamismo su scala mondiale, con la ricerca di più ampie aree di influenza cattolica nei continenti oppressi, a partire dall'Africa, peraltro senza riuscire a invertire la china. Ma le parole progressiste restano parole, sulla bocca del Papa come sulla bocca dei governanti borghesi “democratici” e “umanitari”. Le parole, svincolate dall'azione, non servono a cambiare la realtà, ma a mascherarla. Peraltro, la stessa parola di Bergoglio è stata ben attenta ad evitare pericolosi equivoci. Parlare della “guerra” e della “pace” come categorie universali ed astratte significa cancellare il confine tra guerre imperialiste degli oppressori e guerre di liberazione degli oppressi. Ciò che tutela in definitiva gli oppressori. Se si denuncia come ignobile il massacro di Gaza, ma si condanna o si ignora la resistenza palestinese, cambia qualcosa per il popolo oppresso? Si risponderà che non rientra nel ruolo di un Papa il pubblico sostegno ad una resistenza. Verissimo. Ma qual è allora esattamente il ruolo del Papa, di ogni Papa? Questo è il punto.

Il ruolo del Papa, di ogni Papa, è inseparabile dalla natura della Chiesa. La Chiesa è un'istituzione reazionaria. Una monarchia teocratica e assolutistica. Il Papa, ogni Papa, in quanto capo della Chiesa, è istituzionalmente un sovrano assoluto che concentra nelle proprie mani ogni potere verso i propri sudditi. La cosiddetta divisione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), propria delle democrazie borghesi liberali, è estranea alla Chiesa. Il Papa sovrano detiene il controllo degli stessi beni patrimoniali della Chiesa, perché tutte le diverse amministrazioni dei beni ecclesiastici, immobiliari, finanziari, azionari, fanno capo alla somma figura del Pontefice. Le proprietà ecclesiastiche sono immense. Nella sola Italia, la Chiesa ha il primato delle proprietà immobiliari, al netto dei luoghi di culto. Sono proprietà largamente esentate da qualsiasi dovere fiscale. In compenso, le casse dello Stato, a livello centrale e locale, provvedono in varie forme al trasferimento di risorse pubbliche nel portafoglio ecclesiastico, dal pagamento degli insegnanti della religione cattolica agli oneri di ristrutturazione degli immobili della Chiesa.

La Chiesa è a tutti gli effetti capitalismo ecclesiastico. Gli scandali finanziari che la interessano sono un riflesso della sua natura. Ad esempio, recentemente, lo scandalo dell'Obolo di San Pietro ha rivelato che i fondi di beneficenza per i poveri vengono usati per transazioni finanziarie e commerciali della Chiesa nei ricchi quartieri delle metropoli. Qualcuno può seriamente meravigliarsene?

Papa Bergoglio non ha cambiato nulla, perché non poteva cambiar nulla, nella natura materiale della Chiesa. Da buon sovrano, ha provveduto a gestirla. Sicuramente ha provato a cambiare le forme di comunicazione del papato uscendo dalla canonica dottrinaria di Papa Ratzinger a favore di un linguaggio più popolare e diretto. Sicuramente ha puntato a ridimensionare a proprio vantaggio l'equilibrio di potere con la Segreteria di Stato vaticana, facendo della propria relazione col popolo dei credenti un punto di forza nel rapporto con la gerarchia. In questo senso, paradossalmente, Bergoglio ha enfatizzato la natura assolutistica del papato all'interno dell'ordine vaticano. La sua estrazione peronista e gesuitica lo ha sicuramente aiutato nell'operazione.

Resta il nodo di fondo, che va al di là di Bergoglio. Si può presentare la figura di un sovrano assoluto, capo di una monarchia teocratica e capitalistica, come figura di «comunista» (Maurizio Acerbo, Rifondazione Comunista) e «grande rivoluzionario» (dalla Rete dei Comunisti a Il Manifesto)?
Nella subordinazione reverente al papato, nell'incanto per la sua parola, si riflette, in ultima analisi, l'adattamento alla società borghese. Cioè la rinuncia ad ogni prospettiva di rovesciamento dell'ordine reale del mondo. Le ragioni del marxismo rivoluzionario trovano una volta di più la propria conferma.

Marco Ferrando

Stati Uniti: primi impatti del secondo mandato di Trump

 


Da quando ha assunto la carica per il suo secondo mandato, il 20 gennaio, Trump ha lanciato un'offensiva reazionaria, autoritaria e imperialista. Questa volta è accompagnato dall'establishment, con l'appoggio di un Partito Repubblicano schierato dietro di lui, il sostegno esplicito dei principali magnati capitalisti e l'atteggiamento permissivo dei democratici e della burocrazia sindacale.


Quest'ultimo fattore ha certamente contribuito al fatto che non siano emerse le grandi mobilitazioni di opposizione che lo accolsero nel 2016, ma la crescente polarizzazione sociale e politica alimenta anche la radicalizzazione di un settore disposto a lottare per fermarlo, e il suo programma reazionario non passerà senza provocare resistenza.

I rivoluzionari avranno un ruolo fondamentale nelle lotte che arriveranno e nell'organizzazione i combattenti che le guideranno.


UN PROCESSO GLOBALE

L'ascesa dell'estrema destra è un fenomeno globale. Varie espressioni di essa sono al governo in sette paesi dell'Unione Europea (Italia, Paesi Bassi, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovacchia e Finlandia), in Austria è prossima al governo ed è in aumento in Francia, Germania e Regno Unito.

Alcune delle sue espressioni più estreme e stravaganti, come il presidente argentino Milei e il presidente salvadoregno Bukele, sono promosse come esempi da seguire a livello internazionale. Il bolsonarismo rimane una forza importante in Brasile, nonostante non sia più al governo.

Il regime fondamentalista di Modi in India e il regime autoritario di Putin in Russia condividono caratteristiche centrali con l'estrema destra occidentale. Anche al di là di queste espressioni politiche, c'è una tendenza generale nel mondo verso regimi più autoritari e repressivi in tutto l'arco politico capitalista.

L'estrema destra globale non è omogenea, ci sono settori più radicali o più vicini alla destra classica, più nazionalisti o più neoliberisti. Ma al di là della diversità, essi costituiscono la punta di diamante di una decisiva svolta globale a destra della borghesia, che ha rafforzato un settore reazionario della società.


UN PRODOTTO DELLA CRISI SISTEMICA

La crisi sistemica che il capitalismo sta attraversando dal 2008 è paragonabile solo a quelle che hanno preceduto le due guerre mondiali del secolo scorso. La distruzione e la concentrazione del capitale causato da quelle guerre permisero alla borghesia di recuperare la redditività necessaria per superare quelle crisi. Oggi la borghesia, non vedendosi per il momento in grado di affrontare una nuova guerra mondiale, cerca di recuperare la redditività aumentando lo sfruttamento.

A causa della profondità della crisi, non è sufficiente aver messo fine allo stato sociale e alla maggior parte delle conquiste ottenute nel secondo dopoguerra, né è sufficiente la flessibilità del neoliberismo. La borghesia ha bisogno di porre fine ai diritti più elementari delle masse lavoratrici e di ridurci al lavoro fino al collasso fisico, in cambio del minimo necessario per sopravvivere e continuare a lavorare. Consapevoli che ciò danneggia la stragrande maggioranza della popolazione, genera opposizione e provoca resistenza, la borghesia deve ridurre al minimo i meccanismi democratici e rafforzare al massimo i dispositivi repressivi.

Il fatto che l'estrema destra esprima più chiaramente questo bisogno della borghesia imperialista nel suo insieme spiega in larga misura la sua rapida accettazione e assimilazione da parte dei regimi borghesi e dei partiti politici, e contribuisce in modo significativo alla sua ascesa globale.

A sua volta, il fenomeno dell'estrema destra fa parte di un processo globale di polarizzazione, che provoca anche mobilitazioni di massa, ribellioni e rivoluzioni, compresi grandi scioperi che hanno rianimato alcuni dei settori più potenti della classe lavoratrice nel mondo. Si tratta di un processo ineguale, perché nonostante le gigantesche lotte e la radicalizzazione a sinistra di settori importanti, in questo polo non è emersa un'espressione politica, come invece è emersa a destra.

Tuttavia, poiché la borhesia è riuscita a schiacciare la volontà di resistere, ciò che predomina è l'instabilità. E finché le masse continueranno a combattere, i rivoluzionari avranno il dovere di portare avanti queste lotte e di sfruttare l'opportunità di organizzare i combattenti più determinati, il che ci permette di costruire e rafforzare le nostre organizzazioni rivoluzionarie.


IL 2025 NON È IL 2016

Questo trionfo di Trump è parte del fenomeno globale dell'ascesa dell'estrema destra, si nutre di esso e, a sua volta, rafforza tutte le sue espressioni. Quest'azione di ritorno spiega, in larga misura, la sicurezza con cui Trump e i suoi partner abbiano lanciato, appena insediati, un'offensiva così completa e profonda.

Al momento del suo primo mandato nel 2016, Trump è stata una delle prime espressioni dell'estrema destra. In quel periodo non era il candidato preferito della borghesia, che vedeva più rischi che opportunità nel suo governo. Dovette affrontare grandi mobilitazioni contro di lui, così come l'opposizione o la mancanza di collaborazione di gran parte dell'establishment. Non è riuscito ad attuare molte delle sue iniziative, e ha perso la rielezione per il secondo mandato nel 2020. È stato anche processato e condannato per diversi crimini. Ma ha consolidato una base sociale radicalizzata, rappresentativa di una minoranza ma importante; mentre le aree politiche tradizionali continuavano a disintegrarsi.

L'amministrazione democratica di Biden, succeduta a Trump, ha mantenuto alcune delle politiche chiave di Trump (come la politica sull'immigrazione e i tagli alle tasse per le imprese e i ricchi), ha contrastato movimenti di scioperi, ha sostenuto zelantemente il genocidio sionista a Gaza, oltre a reprimere gli studenti che hanno mostrato solidarietà con la Palestina. A contribuire a questa delusione è stata la capitolazione di Bernie Sanders e dei Socialisti Democratici d'America (DSA), che avevano generato aspettative negli anni precedenti, i quali hanno continuato a sostenere senza tante remore la rielezione di "Genocide Joe", e poi di Harris. Come conseguenza, i democratici hanno perso circa sei milioni di voti.

Nel frattempo Trump si è rafforzato all'interno delle file repubblicane come il leader di opposizione più coerente, come una figura radicale perseguitata dall'establishment e, fondamentalmente, come espressione dell'estrema destra, che durante i quattro anni di Biden è avanzata a livello internazionale.

A differenza di quanto accaduto nel 2016, il Partito Repubblicano si è schierato dietro la sua candidatura e ha costruito una coalizione con più di cento organizzazioni della destra radicale e un ambizioso programma reazionario, dettagliato nel Progetto 2025 della Heritage Foundation. La grande borghesia, che era divisa durante il suo primo mandato, è ora apertamente coinvolta, come espresso chiaramente dal sostegno pubblico a Trump dei magnati della tecnologia e degli uomini più ricchi del mondo come Musk, Zuckerberg e Bezos, che fino ad ora avevano dato di sé un'immagine molto più progressista.

L'amministrazione Trump gode anche di una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema, del controllo di entrambe le camere dei rappresentanti, e di una leadership democratica che è più collaborazionista che di opposizione.

Nel loro insieme, questi elementi mostrano che la classe dominante imperialista ha un maggiore livello di unità sulla necessità di adottare un orientamento più reazionario. Avendo valutato che il primo mandato di Trump è fallito perché non è andato a fondo in modo più deciso, la classe dominante sostiene ora l'attuale politica per cercare di imporre cambiamenti più profondi, e più rapidamente. Una dinamica simile ha portato anche la borghesia di altri paesi a dare il proprio sostegno all'estrema destra, ad esempio in Argentina.

Di conseguenza, Trump e i suoi collaboratori sono arrivati alla Casa Bianca traboccanti di fiducia. Ma il loro vero sostegno è costituito da una minoranza nell'insieme della società. Trump ha vinto le elezioni con un margine di appena l'1,5%, e l'astensione di un terzo dell'elettorato significa che solo un terzo lo ha eletto. Non possiamo perdere di vista questa debolezza strutturale del governo, dietro la sua attuale fiducia apparentemente illimitata.


LA DIMENSIONE DELL'OFFENSIVA

Da quando è entrato in carica, Trump ha lanciato una serie di attacchi su tutti i fronti, misure contro i lavoratori, gli oppressi, i diritti democratici, le normative ambientali, e dichiarazioni di aggressione imperialista.

In una delle sue prime mosse, Trump ha dato l'indulto ai manifestanti condannati per l'attacco del 6 gennaio 2021 al Congresso, molti dei quali fascisti dichiarati. Il suo gabinetto costituisce il governo più oligarchico e reazionario dal XIX secolo. La posizione del magnate Elon Musk, con poteri straordinari sul bilancio, è indicativa.

Indipendentemente da quanto sia realistico il suo obiettivo dichiarato di tagliare più di un quarto il bilancio nazionale, Musk ha già licenziato decine di migliaia di lavoratori statali e sta spingendo per il pensionamento "volontario" di altri due milioni. Ha cambiato la categorizzazione dei lavoratori statali per arrogarsi il potere di licenziare senza impedimenti milioni di lavoratori, precedentemente considerati di natura non-politica. Tra gli altri problemi causati, il governo Trump ha interrotto tutta l'assistenza sociale nazionale e gli aiuti internazionali, causando una crisi globale dell'accesso ai farmaci per l'HIV.

Ha scatenato un massiccio raid da parte dell'ICE, la polizia dell'immigrazione, arrestando migliaia di persone, e trasferendone decine nei campi di detenzione e tortura di Guantánamo. Ha firmato decreti che tolgono i diritti alle persone trans, criminalizzano gli attivisti pro Palestina ed eliminano i programmi contro la discriminazione razziale e di genere.

Ha annullato le tiepide normative ambientali che Biden aveva attuato, ha ritirato il Paese dagli Accordi di Parigi e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Alcune di queste misure sono state bloccate a livello giudiziario, ma le possibilità che molte di esse vengano ratificate, invece che annullate, sono maggiori oggi, dato l'attuale contesto politico e la natura del potere giudiziario.

Ci sono anche molti annunci di misure che non sono molto realizzabili, ma che rinvigoriscono la base sociale reazionaria. In questo senso, il saluto nazista di Elon Musk, anche se in seguito ha negato che lo fosse, è un messaggio potente al settore radicalizzato della destra, su cui questo governo cerca di fare affidamento per affrontare l'inevitabile resistenza all'attuazione del suo programma.

Questa azione cerca di "inondare il campo" con numerose misure estremamente reazionarie ma irrealizzabili, così che sia impossibile rispondere a tutta questa serie di attacchi. In questo modo, le misure che essi intenderanno davvero portare a termine sembreranno meno terribili o passeranno inosservate. Ma ciò è anche parte di una battaglia culturale per il "senso comune". In questo modo Trump cerca di espandere radicalmente gli atteggiamenti e le azioni razziste, sessiste, xenofobe, omofobe e generalmente reazionarie che sono considerate accettabili, e di stabilire quali diritti sono considerati "privilegi" o veri e propri crimini.

Questa battaglia non ha un'importanza minore. Il suo obiettivo è quello di rafforzare e motivare l'azione dei settori più estremisti, violenti e direttamente fascisti che costituiscono il nocciolo duro della base sociale dell'estrema destra; e indebolire e demoralizzare i lavoratori e le persone oppresse in generale, e gli attivisti disposti a fronteggiare tali attacchi.


LA DOTTRINA TRUMP

Uno degli aspetti centrali della crisi sistemica in corso del capitalismo è la crisi dell'egemonia imperialista. Gli Stati Uniti, che sono tuttora la prima potenza mondiale, sono in netto declino, mentre le potenze regionali si rafforzano e la Cina emerge come concorrente globale.

Nel 2016 gran parte della borghesia si è opposta alle tendenze protezionistiche e isolazioniste di Trump, e dal 2020 Biden sta cercando di recuperare l'orientamento precedente. Ora sembra prevalere la conclusione che la strategia multilaterale, con la quale l'imperialismo statunitense ha dominato il mondo per molti decenni, non funziona più, e che è necessario un cambiamento importante per riconquistare il potere globale con la forza.

Pertanto, la brusca svolta del nuovo governo in direzione di un forte protezionismo commerciale e un nazionalismo espansionista più aggressivo ha il sostegno dell'establishment.

Trump ha iniziato annunciando nuovi dazi commerciali contro Messico, Canada e Cina; e ha dichiarato la sua intenzione di riprendere il controllo del Canale di Panama, annettere la Groenlandia e colonizzare Gaza. Sebbene questi ultimi obiettivi siano generalmente considerati irrealizzabili, e le tariffe per il Canada e il Messico siano state successivamente negoziate, gli annunci sono serviti come dichiarazione di intenti.

Da allora, gli Stati Uniti hanno aumentato le tariffe commerciali praticamente verso tutti, scaricando parte della crisi sul resto del mondo, rafforzando i profitti aziendali statunitensi a spese di altri. Ciò aggrava la crisi economica di tutti i partner commerciali degli Stati Uniti, compresi alleati storici come l'Europa e Taiwan, e i paesi in cui governano altri leader di estrema destra come l'Argentina. Pertanto, questa politica genererà un maggiore attrito diplomatico e politico USA e alleati, e acuirà il conflitto interimperialista con Cina e Russia.

Trump sta anche intensificando un intervento politico internazionale più aggressivo e unilaterale. Ha svolto un ruolo centrale e visibile nell'applicazione del cessate il fuoco a Gaza, e poi ha proposto l'espulsione più rapida possibile della popolazione palestinese. Ora ha aperto i negoziati con Putin per concordare la consegna del territorio ucraino alla Russia, alle spalle del popolo ucraino.

Tuttavia, il tentativo di consolidarsi con la forza contiene anche un elemento di disperazione, e comporta un rischio non trascurabile. Rafforzarsi economicamente e geopoliticamente a spese degli altri, compresi i suoi alleati storici, aggrava la crisi e l'instabilità economica e politica in tutto il mondo. Questo disordine e i conflitti, le guerre, le ribellioni e le rivoluzioni che esso provoca sono, a loro volta, il più grande pericolo per i piani dell'imperialismo.


COME AFFRONTARLI

L'offensiva della nuova amministrazione Trump apre una nuova situazione politica, segnata da un attacco capitalistico reazionario, qualitativamente superiore al precedente, e che cambierà in modo significativo le dinamiche della lotta di classe.

Sebbene Trump e il suo governo non intendano ancora uscire dalla cornice generale delle istituzioni democratico-borghesi ed eliminare completamente le organizzazioni sindacali e politiche non borghesi, il salto autoritario e repressivo che cercano di imporre è profondo. Implica tagli drastici ai diritti democratici e un approfondimento della repressione statale, della violenza parastatale contro gli oppressi contro l'attivismo sindacale e di sinistra.

I democratici, che alle elezioni hanno minacciato che se Trump avesse vinto sarebbe arrivato il fascismo, ora minimizzano i rischi che fino a poco tempo fa esageravano. Con l'avvicinarsi delle prossime elezioni, si ricorderanno di quanto sia pericoloso Trump per presentarsi come l'unica alternativa. Ma la necessità di affrontare Trump e lottare per fermare i suoi piani è immediata.

I democratici, al contrario, si sono sforzati di garantire una transizione senza intoppi e ora stanno cercando modi per collaborare con la nuova amministrazione. Vogliono impedire l'emergere di movimenti di lotta che alla fine richiederanno tempo e sforzi per smobilitarli e incanalarli in attività di lobbying ed elettorale a proprio vantaggio.

I rivoluzionari devono agire in modo diametralmente opposto. Non possiamo minimizzare il pericolo rappresentato dagli attacchi del nuovo governo, né dobbiamo esagerarli. Al di là della caratterizzazione che ne diamo, dobbiamo essere in prima linea nel denunciare le misure di questo governo, trasmettendo l'urgenza di organizzarci per affrontarle e facendo appello alla più ampia unità per combattere questa lotta, con la massima forza possibile.

Allo stesso tempo, dobbiamo smascherare i democratici, che parlano del pericolo di Trump per chiedere voti, ma non per affrontarlo quando è più importante farlo. Dobbiamo spiegare la loro responsabilità nell'aprirgli la porta, nel disarmare i movimenti che potevano affrontarlo con più forza, e spiegare la necessità di costruire un'alternativa politica indipendente dai capitalisti e dai loro interessi.

Dobbiamo continuare le lotte economiche e sociali che abbiamo finora condotto per il salario e per il diritto di organizzazione sindacale; contro il razzismo istituzionale e la violenza della polizia; in difesa degli immigrati, per il diritto all'aborto, per l'identità e tutti i diritti di genere, tra gli altri. Queste lotte si intensificheranno. Così come in passato abbiamo iniziato a lottare per stabilire che le vite dei neri contano ("black lives matter"), dovremo ora lottare per difendere le vite delle persone trans, dei migranti e delle donne.

Ma le lotte democratiche in particolare stanno per assumere un nuovo ruolo. Dobbiamo assumerci il compito di organizzare l'autodifesa contro i settori fascisti che ora agiranno con maggiore fiducia, affrontare la persecuzione e la repressione, difendere politicamente e fisicamente il diritto di manifestare e tutti i diritti democratici; e portare avanti queste lotte in una forma che non si riproponeva da molto tempo.


VOGLIA DI COMBATTERE

La demoralizzazione accumulata durante il mandato di Biden, la disattivazione dei movimenti degli ultimi anni ad opera del Partito Democratico e la loro decisione di non organizzare proteste nazionali per l'insediamento di Trump, spiegano in gran parte perché questa volta non ci sono state manifestazioni di massa come nel 2016.

Tuttavia, c'è un'avanguardia che vede la necessità e l'urgenza di organizzare la resistenza. Sono migliaia di giovani radicalizzati dal movimento di solidarietà con la Palestina, sono i lavoratori attivi negli scioperi di Amazon o dello United Auto Workers, donne, LGBT+, immigrati, attivisti neri che hanno visto i loro movimenti disattivati dai democratici e comprendono la necessità immediata di organizzare una lotta seria, contro un pericolo molto reale.

L'offensiva di Trump provocherà inevitabilmente resistenza all'interno degli USA e in tutto il mondo. La forza e le possibilità che questa resistenza avrà dipendono in larga misura dal livello di organizzazione e di orientamento politico di questa avanguardia radicalizzata. Questo pone un compito per i rivoluzionari di oggi, una di quelle sfide in cui è importante cosa facciamo o non facciamo, cosa otteniamo o non otteniamo.

Oggi è possibile e necessario organizzare migliaia di attivisti e lavoratori politicamente radicalizzati disposti a lottare per un progetto rivoluzionario, per influenzare il corso delle lotte a venire e per gettare le basi di un partito rivoluzionario che rappresenti la classe lavoratrice e combatta per il socialismo negli Stati Uniti e nel mondo. Ciò può essere fatto da un lavoro di raggruppamento dei rivoluzionari nel paese e a livello internazionale, una prospettiva che la Lega Internazionale Socialista sostiene fermamente.

Alejandro Bodart, Vince Gaynor

Il caso Almasri e la natura dello stato

 


Le «cose sporchissime» dei governi capitalisti

2 Febbraio 2025

«In ogni stato si fanno cose sporchissime per la sicurezza nazionale, anche trattando coi torturatori. Avviene con tutti i governi, tutti», ha dichiarato il famigerato Bruno Vespa a difesa di Giorgia Meloni.
È la candida confessione pubblica della verità più evidente attorno al caso del generale Almasri, torturatore libico, prima arrestato e poi rilasciato con tanto di accompagnamento in Libia.
Non c'era bisogno di Bruno Vespa, naturalmente, per capire la vera “ragione di Stato” dell'atto compiuto. La stessa evocazione dell'interesse nazionale, non meglio precisato, da parte della Presidenza del Consiglio già alludeva in forma cifrata alla verità. Il fatto nuovo è che la verità è stata cinicamente rivelata dal più autorevole ciambellano dell'attuale governo e della sua direzione postfascista.

È interessante notare che la rivelazione della verità è presentata come sua assoluzione. Se “così fan tutti”, perché prendersela con Giorgia Meloni? Semmai dovrebbe essere lodata quale baluardo del superiore interesse nazionale, al pari dei precedenti Presidenti del Consiglio. Non a caso la stessa stampa borghese della cosiddetta opposizione liberale si guarda bene dall'entrare davvero nel merito della vicenda. Anche perché dovrebbe spiegare il proprio immancabile sostegno alle «cose sporchissime» del famigerato patto con la Libia di Mario Minniti e Paolo Gentiloni (2017). Il primo oggi comodamente seduto ai vertici di Leonardo, azienda di guerra rifornitrice di Israele, il secondo commissario uscente dell'Unione Europea, e possibile candidato in pectore in veste di premier di un futuro governo di centrosinistra. Meglio dunque tutelare gli scheletri nei propri armadi, e occuparsi della difesa della magistratura. Giorgia Meloni peraltro non chiede di meglio: si intesta la difesa della Patria e della sua sicurezza, a beneficio dei sondaggi elettorali del proprio partito.

Ma allora questa difesa della patria va chiamata col suo proprio nome: diretta complicità dei governi italiani («tutti») con i peggiori torturatori libici, a garanzia del blocco delle partenze. Ciò che significa finanziamento ed equipaggiamento militare di milizie tagliagola, impegnate nel segregare i migranti, nel riacciuffare quelli che riescono a partire, nell'usare le immagini di corpi torturati come arma di ricatto per estorcere altro denaro alle loro famiglie, nell'usare i migranti come schiavi per lavori infrastrutturali e prestazioni private nelle ville dei loro aguzzini, nello stuprare donne e bambini...

Queste sono le ordinarie cose sporchissime che da quasi un decennio coinvolgono l'Italia in Libia. E non solo l'Italia. Tutti i governi “democratici” della Unione Europea coprono le segregazioni e torture libiche. Non a caso il generale Almasri ha fatto un ampio giro nei paesi europei prima di approdare in Italia, battendo ovunque cassa per i servizi prestati. Peraltro il Patto europeo su Immigrazione e asilo affida di fatto all'Italia il presidio del confine meridionale della UE. L'accordo tra Meloni e Von der Leyen poggia esattamente su queste basi. Il silenzio europeo sulle deportazioni in Albania sono un risvolto di questo accordo.

La verità confessata è uno squarcio di luce sulla natura dello Stato dei governi capitalisti e della loro unione. Se la ragione di stato si appoggia sul crimine e sulla protezione dei criminali significa che il crimine è la ragione d'essere dello stato, quali che siano le mutevoli maggioranze politiche che lo amministrano.
In Italia l'attuale governo a guida postfascista è sicuramente il peggio, ma non a caso si appoggia sulle eredità di chi l'ha preceduto. Le destre reazionarie avanzano in Europa (e non solo), ma grazie ai sentieri tracciati e concimati dalle “democrazie” liberali.
Ovunque il capitalismo genera mostri. Oggi più che mai la verità è rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

Un governo di polizia

 


La necessaria mobilitazione contro una legge infame

20 Settembre 2024

Il Disegno di legge 1660, detto decreto “sicurezza”, segna un netto inasprimento del potere repressivo dello Stato borghese. Lo stesso governo a guida postfascista che alleggerisce i reati dei colletti bianchi in fatto di affari e corruzione dichiara guerra ai diritti di lotta di lavoratori, giovani, immigrati, carcerati. È la guerra della società borghese contro i diritti di resistenza degli oppressi.

Il decreto ripristina la sanzione penale e non più amministrativa per il reato di blocco stradale, contro una pratica di lotta del movimento operaio spesso a difesa del posto di lavoro. Dà al questore il potere di disporre l'allontanamento di un cittadino da un'area urbana fino a 48 ore, col prevedibile uso di questo potere prima di manifestazioni e iniziative di lotta. Prevede una pena da due a sette anni per l'occupazione di case, sia per l'occupante che per chi coopera con questo, dando alla polizia il potere di sgombrare immediatamente l'immobile occupato. Aumenta di un terzo le pene previste per resistenza a pubblico ufficiale, comprendendovi la resistenza passiva, e vietando al giudice di considerare qualsivoglia circostanza attenuante. Introduce la nuova aggravante del reato di istigazione a disobbedire alle leggi se viene commesso all'interno di un carcere dai detenuti o attraverso appelli rivolti a persone detenute (con una pena fino a cinque anni). Estende tale normativa ai migranti rinchiusi nei famigerati CPR, confermando se ve n'era bisogno la loro natura carceraria. Abolisce ogni limitazione giudiziaria all'incarcerazione di donne incinte o madri di bimbi di età inferiore ad un anno, con un evidente accanimento contro i rom e il suo sottofondo razzista. Autorizza ufficiali e agenti di polizia a portare armi senza licenza anche fuori servizio, con una manifesta legittimazione diffusa di violenze ed arbitri di Stato...

Al di là delle sue gravissime articolazioni specifiche, questo decreto sicurezza ha un significato politico generale: il governo a guida postfascista si segnala agli ambienti di polizia come loro tutore, presentandosi come il governo che finalmente sta coi poliziotti, non coi manifestanti e i delinquenti.
La concorrenza tra Lega e Fratelli d'Italia nell'intestarsi la rappresentanza della polizia è parte di questa rincorsa reazionaria, mentre la tenuta del blocco sociale della destra dopo due anni di governo Meloni consente a quest'ultimo di fare della stretta poliziesca un ulteriore leva di consenso nel proprio mondo.

Di certo l'effetto di questo decreto, persino al di là del suo dettato formale, è e sarà quello di incoraggiare la gestione muscolare dell'ordine pubblico, liberando gli agenti di polizia da remore residue o inibizioni legali, nelle piazze, negli istituti penitenziari, nei CPR.
Il salto repressivo si concentrerà prevalentemente contro gli ambienti d'avanguardia, ma la sua finalità intimidatoria mira a scoraggiare preventivamente ogni allargamento dell'opposizione sul terreno di massa.
Nel momento in cui si appresta a gestire nuove strette sociali all'insegna dell'austerità, o nuovi sostegni allo Stato d'Israele e alle sue campagne di guerra e di terrore in Palestina e in Libano, il governo vuole disarmare ogni rischio di opposizione reale. Il divieto annunciato della manifestazione per la Palestina del 5 ottobre a Roma è nei fatti la prima traduzione del Decreto. La criminalizzazione della solidarietà con la resistenza palestinese è parte della criminalizzazione di ogni resistenza.

Mobilitarsi contro il decreto sicurezza è allora necessario e urgente. È necessario e urgente sviluppare una campagna di denuncia e controinformazione tra i lavoratori e i giovani che chiarisca le sue finalità e motivi la mobilitazione. Contro la stretta reazionaria va rivendicato il fronte unico più ampio del movimento operaio, al di là del suo bacino d'avanguardia, mettendo tutte le sue organizzazioni di fronte alle loro responsabilità. Altro che salamelecchi alle assemblee di Confindustria alla ricerca di un riconoscimento di ruolo e di apparato. La CGIL ha il dovere di mobilitarsi contro questo decreto, inserendo l'opposizione ai nuovi poteri di polizia in una una più ampia piattaforma generale di lotta. Solo lo sviluppo di un'opposizione sociale di classe e di massa, che incida sui rapporti di forza complessivi tra le classi, può riaprire un varco alla stessa battaglia democratica contro la repressione. È l'unico evento di cui padroni e governo hanno paura.

La mobilitazione del 5 ottobre a fianco della resistenza palestinese sia anche una chiamata generale contro il governo di polizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dove va l'Unione Europea?

 


Bilancio e prospettive di un'unione imperialistica

14 Maggio 2024

Né europeismo liberale né sovranismo reazionario. Per un'Europa socialista, unica reale alternativa

L'Unione Europea è nata da una concertazione di stati imperialisti del vecchio continente sospinta dalla caduta del Muro di Berlino. Il crollo dell'URSS e del Patto di Varsavia spinse la riunificazione capitalistica della Germania. L'imperialismo francese diede via libera a tale riunificazione in cambio dell'integrazione dell'imperialismo tedesco in un nuovo patto continentale. L'Unione Europea è nata attorno al patto franco-tedesco: un faticoso punto di equilibrio tra la forza militare della Francia e la forza economica della Germania. Il suo progressivo allargamento non ha rimpiazzato questo baricentro originario, ma ne ha minato le basi ed aggravato le contraddizioni. L'attuale scenario mondiale approfondisce la crisi della UE da ogni versante.


LE AMBIZIONI ORIGINARIE DELL'UNIONE

Attraverso la loro unione, formalizzata dai Trattati di Maastricht (1992-1993), gli stati imperialisti del vecchio continente si candidarono a massimizzare a proprio vantaggio la nuova spartizione del mercato mondiale e delle zone di influenza seguita al crollo dell'URSS. La dichiarazione di Lisbona dell'anno 2000 ancora progettava la conquista di una egemonia economica della UE a livello globale. Tale ambizione si è concretizzata nella formazione della moneta comune (2002), oggi estesa a 20 paesi, e seconda valuta di riserva al mondo dopo il dollaro; nell'ampliamento del mercato continentale interno con la progressiva liberalizzazione della circolazione dei capitali e delle merci; nell'allargamento progressivo della UE, con i salti compiuti nel 1995 (attraverso l'ingresso di Austria, Finlandia, Svezia), poi nel 2004 (con l'ingresso di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, Ungheria), poi ancora nel 2005 (con l'adesione di Romania e Bulgaria), infine nel 2013 (con l'ingresso della Croazia), sino agli attuali 27 stati membri. La disgregazione della federazione jugoslava, e le guerre che l'accompagnarono dal 1991 al 1999, sono state di fatto parte costituente dell'Unione Europea e della sua proiezione.


L'ATTACCO ALLE CONQUISTE SOCIALI DEL PROLETARIATO EUROPEO

Il risvolto sociale dell'unione imperialista è stato la gestione concordata delle politiche antioperaie sul versante interno: precarizzazione del lavoro, smantellamento dei meccanismi di indicizzazione dei salari, privatizzazione dei servizi, attacco alle prestazioni del welfare. La riduzione delle tasse su patrimoni e profitti, nel quadro della globalizzazione capitalistica mondiale, ha accompagnato la crescita dell'indebitamento pubblico in direzione del capitale finanziario. Il pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi ha trascinato la compressione delle spese sociali da parte dei diversi stati nazionali nel campo della sanità, dell'istruzione, della previdenza pubblica, delle protezioni sociali. I patti europei sulle politiche di bilancio – dal Trattato di Maastricht al Fiscal Compact (2012) sino al nuovo Patto di stabilità (2023) – hanno incardinato la gestione concordata di queste politiche tra i diversi stati nazionali, nel difficile equilibrio dei loro diversi interessi.

Tutti i governi borghesi, di ogni colore politico, a partire dai governi dei paesi imperialisti, hanno gestito le politiche antioperaie. Governi di centrosinistra o socialdemocratici hanno fatto in più occasioni da apripista (Blair in Gran Bretagna nel decennio 1997-2007, Schroeder in Germania tra il 1998 e il 2005, la lunga legislatura di centrosinistra in Italia dal 1996 al 2001).

La classe operaia europea ha pagato pesantemente i costi sociali di queste politiche. Le sue conquiste sociali sono finite ovunque sotto attacco. Le disuguaglianze dei livelli di reddito e di occupazione si sono complessivamente accresciute tra i diversi paesi e al loro interno. Aree territoriali tradizionalmente sottosviluppate hanno confermato o aggravato la propria marginalità (Germania Est, Meridione d'Italia, Andalusia, Bretagna) attraverso ulteriori processi di deindustrializzazione. Alcuni paesi periferici come la Grecia hanno subito profonde destrutturazioni economiche e sociali per pagare il debito estero alle banche tedesche, francesi, italiane. Il grosso dell'Europa orientale, progressivamente integrata nella UE, si è differenziata tra un Nord ed Ovest più sviluppati (Polonia, Estonia, Slovenia e paesi baltici) ed un Est e Sud ridotti a riserva di manodopera a basso salario.

In definitiva, il vero “successo” dell'Unione Europea si è consumato contro i salariati e la popolazione povera del continente.


LA CRISI DELLE AMBIZIONI EGEMONICHE DELLA UE

Si tratta in realtà dell'unico “successo” dell'Unione Europea. Le ambizioni egemoniche degli imperialismi europei si sono infatti scontrate assai presto con uno scenario internazionale avverso.

Negli anni '90 e nei primi anni 2000 il forte rilancio del militarismo imperialistico degli USA in chiave unipolare, anche attraverso il controllo della NATO, ha costretto gli imperialismi europei o a un allineamento subalterno (come in Jugoslavia e in Afghanistan) o a una differenziazione passiva (come quella di Francia e Germania sull'invasione dell'Iraq); mentre l'asse tra imperialismo USA e imperialismo britannico acuiva le contraddizioni interne alla UE e congelava il suo sviluppo politico.

La grande crisi capitalistica del 2008, per i suoi effetti diretti e indiretti, ha assestato un ulteriore colpo all'UE. La doppia recessione continentale (2008-2011) e la crisi dei debiti sovrani ha ampliato il contrasto di interessi tra la Germania e gli imperialismi mediterranei (Francia, Italia, Spagna) attorno alle politiche di bilancio. Ma soprattutto il salto imperialistico della potenza cinese dopo il 2008 e la nuova centralità planetaria dello scontro interimperialista tra USA e Cina ha progressivamente marginalizzato il peso della UE. La maturazione imperialistica della Russia di Putin e la sua politica di potenza, culminata nell'invasione dell'Ucraina (febbraio 2022), hanno infine approfondito la sua crisi.

L'Unione Europea è da tempo imprigionata in una impasse, nel lungo limbo tra mancato sviluppo federale e impossibile dissoluzione. L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione non ha sbloccato tale impasse. Il nuovo contesto mondiale oggi l'aggrava.


LA SFIDA DEL NUOVO CONTESTO MONDIALE

Il combinarsi della pressione imperialistica russa, della crisi dell'egemonia mondiale americana, della competizione globale con USA e Cina (e tra USA e Cina), pone gli imperialismi europei di fronte a nuove sfide di portata storica: la necessità di sviluppare una propria forza militare, integrata nella NATO, ma capace di una nuova presenza e iniziativa sui diversi scacchieri strategici; la necessità di un salto degli investimenti nella transizione ecologica e digitale. Sono necessità inaggirabili per far fronte agli imperialismi concorrenti, alla forza dei loro regimi statali, e alla nuova imprevedibilità dello scenario mondiale (elezioni americane incluse). Sono necessità che richiedono unità di comando e grandi disponibilità di risorse: esattamente i requisiti di cui la UE non dispone.

Il bilancio economico comunitario è irrilevante rispetto al bilancio dei poli imperialistici concorrenti. La UE non dispone di una leva fiscale continentale, e per di più è attraversata da una concorrenza fiscale interna. L'unità di comando (Commissione Europea e Consiglio Europeo) è ipotecata dalla incerta mediazione intergovernativa, dentro un ibrido istituzionale irrisolto che sta a metà strada tra confederazione e federazione, esposto a ricorrenti poteri di veto. La BCE non gode di una copertura federale, ed è essa stessa luogo di contesa tra pressioni nazionali contrastanti (ieri nella gestione dei debiti sovrani, oggi in quella dei tassi d'interesse).


I PROGETTI TRANSNAZIONALI DI UN EUROPEISMO IMPERIALISTA

Per questo un settore transnazionale della grande borghesia europea ed il suo personale politico di riferimento (Mario Draghi) premono per una forte accelerazione della UE in direzione dell'avanzata del suo processo di integrazione. È il tentativo di rilanciare un progetto federale europeo. Da qui tre proposte fra loro connesse:

1) Rinnovare e stabilizzare il ricorso all'indebitamento continentale (eurobond) – dopo quello eccezionalmente varato di fronte all'emergenza Covid – per finanziare gli enormi investimenti necessari in campo militare, ecologico, digitale.
2) Puntare a una maggiore autonomia continentale dalle importazioni cinesi nel campo delle tecnologie verdi, e dalle importazioni USA in fatto di armamenti (oggi il 78% delle importazioni militari UE), sviluppando in entrambi settori una forte produzione europea.
3) Sviluppare un “mercato unico dei capitali” che possa mobilitare a questo fine il risparmio privato nella UE, integrando il ricorso ai bilanci statali (ed eventualmente agli eurobond).


LE PROFONDE CONTRADDIZIONI TRA GLI IMPERIALISMI NAZIONALI NELLA UE

Ma la stessa emergenza mondiale che sospinge l'integrazione europea approfondisce le contraddizioni che la minano.

Ogni imperialismo nazionale europeo coltiva il proprio autonomo interesse.
L'imperialismo tedesco, destabilizzato dalla crisi congiunta dei suoi tradizionali punti di forza (energia a basso prezzo di provenienza russa, proiezione sul mercato cinese, liberalizzazione degli scambi commerciali), si oppone a ogni nuovo indebitamento europeo facendo leva sulla superiorità del proprio bilancio statale: da qui lo stanziamento di 100 miliardi nell'investimento militare della Germania nel tentativo di rilancio del suo ruolo internazionale. Un investimento militare che destabilizza il tradizionale equilibrio con la Francia.
L'imperialismo francese, colpito dal crollo della propria area di influenza in Africa, chiede il ricorso all'indebitamento continentale in funzione degli interessi della propria industria bellica e della propria egemonia militare in Europa (quale unica potenza nucleare della UE), in aperta concorrenza con la Germania. Le posture belliciste di Macron sul fronte ucraino sono il rivestimento retorico di questa politica.
L'imperialismo italiano fa fronte comune con la Francia nel chiedere il ricorso al debito europeo, a fronte delle proprie difficoltà di bilancio, ma gioca di sponda con l'imperialismo USA per ottenere un proprio riconoscimento di ruolo in Medio Oriente e in Africa ai danni del declinante imperialismo francese. Il cosiddetto piano Mattei per l'Africa si muove in questa direzione.
Parallelamente, il gruppo dei paesi dell'Europa dell'est si divarica di fronte all'imperialismo russo tra una Polonia che stanzia il 4% del PIL in armamenti in chiave antirussa e una Ungheria che assume di fatto la Federazione Russa come interlocutore privilegiato.

Tutti gli imperialismi europei accrescono i propri bilanci militari, partecipando alla corsa mondiale agli armamenti. Ma la leva dei bilanci statali nazionali, molto differenziati per consistenza e livelli di indebitamento, agisce come fattore di ulteriore divaricazione nella UE. La “Difesa europea” resta la somma delle Difese nazionali, con 17 diversi sistemi d'arma e una spietata concorrenza interna tra stati imperialisti e i loro complessi industrial-militari.

La stessa dinamica opera nel campo della transizione ecologica e digitale dell'industria. La flessibilità concessa agli aiuti di stato da parte della Commissione Europea durante la crisi energetica ha sottolineato e ampliato le diverse capacità di bilancio tra gli imperialismi europei. La sola Germania nel 2022 ha coperto il 76% di tutto il valore degli aiuti di stato concessi in Europa, e destina ben 55 miliardi annui alla sola innovazione dell'auto elettrica. Per di più il nuovo Patto di stabilità e crescita, su pressione tedesca, ha preservato in forma diversa i vecchi vincoli restrittivi delle politiche nazionali di bilancio, disciplinando la riduzione del debito pubblico e i tetti della spesa in deficit: l'imperialismo tedesco non intende farsi carico delle esigenze di cassa e di investimento degli imperialismi concorrenti della UE, mentre l'esiguo bilancio europeo continua a dipendere dai contributi versati dagli stati membri.


IL DECLINO EUROPEO NELLA MORSA TRA USA E CINA

Si amplia il divario non solo tra gli imperialismi nazionali nella UE, ma tra l'insieme della UE e le potenze concorrenti di USA e Cina, dotate di una capacità di spesa e di indebitamento pubblico enormemente superiore, e di una grande riserva interna di materie prime a basso costo.
L'industria europea è così esposta al rischio di nuove fughe degli investimenti in direzione degli USA, mentre l'espandersi del protezionismo, connesso allo scontro fra poli imperialisti, colpisce la sua forza tradizionale di primo polo esportatore. La risultante d'insieme è l'approfondirsi della crisi europea. La crisi congiunta della Germania e del blocco franco-tedesco ne è effetto e concausa.

Anche i progetti di allargamento dell'unione si scontrano con contraddizioni paralizzanti. Da un lato la pressione dell'imperialismo russo suggerisce la ricerca dell'allargamento dell'unione in direzione dell'Ucraina e di paesi balcanici già da tempo candidati e in attesa (Serbia, Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord). Dall'altro il criterio dell'unanimità decisionale ostacola il nuovo allargamento. E non solo.

I Balcani sono area di influenza contesa tra imperialismo tedesco e imperialismo italiano. L'imperialismo francese, marginale nell'area, ostacola l'integrazione per contrastare gli imperialismi concorrenti. Mentre dall'esterno l'imperialismo russo intende preservare le proprie posizioni in Serbia e in Bosnia Erzegovina, facendo leva sulle questioni nazionali irrisolte.

Quanto all'Ucraina, la sua integrazione nella UE si confronta con l'enormità dei costi della ricostruzione, l'impatto sulla redistribuzione continentale dei sussidi agricoli, le rischiose implicazioni militari nel confronto con l'imperialismo russo. La corsa concorrenziale tra gli imperialismi nazionali europei ad accordi bilaterali con l'Ucraina copre non solo il divario di interessi nella futura spartizione della sua ricostruzione, ma la paralisi di prospettiva della UE. Le differenziazioni interne sul posizionamento in Medio Oriente completano il quadro.


UNIONE EUROPEA «IMPOSSIBILE E REAZIONARIA» (LENIN).
ECONOMIA DI GUERRA E GUERRA AI MIGRANTI


Nel 1915 Lenin dichiarava che, su basi capitaliste, l'unificazione europea (“Stati Uniti d'Europa”) è o impossibile o reazionaria. L'esperienza degli ultimi trent'anni ha confermato questa verità su entrambi i lati.
Una compiuta unione federale europea è impedita dagli interessi divergenti di stati imperialisti storicamente consolidati da lungo tempo. Al tempo stesso, ogni passo avanti dell'UE sul terreno dell'integrazione capitalistica si è tradotto in un attacco alla classe lavoratrice, ai settori oppressi, alle loro domande più elementari.
In nessun modo l'unione tra imperialismi europei ha assunto o può assumere un carattere progressivo. L'idea di una “Europa sociale, democratica, di pace”, dentro il quadro capitalista, si è rivelata una utopia, contraddetta dai fatti.

Tanto più oggi l'intera evoluzione dello scenario mondiale si abbatte sul proletariato europeo e sulle masse oppresse. Il salto degli investimenti militari in tutti i paesi europei, il pubblico richiamo all'economia di guerra, i piani di ripresa della leva militare obbligatoria in alcuni paesi, le missioni militari in Medio Oriente (Mar Rosso) al fianco dello stato sionista, trascinano nel loro insieme nuovi tagli ai servizi sociali. La crisi energetica e i venti protezionisti si traducono in crescita dei prezzi e in un nuovo colpo ai salari. Il pagamento del debito pubblico, statale e/o europeo, unito alla crisi dei bilanci statali, mina gli investimenti ambientali nella riconversione energetica, già ostaggio della concorrenza capitalistica internazionale, in particolare cinese (auto elettrica, pannelli solari). La militarizzazione crescente delle opinioni pubbliche colpisce i diritti democratici, a partire dalla criminalizzazione della mobilitazione antisionista, in particolare in Germania e Francia.

Le migrazioni connesse alle guerre divengono occasione di nuove campagne xenofobe di respingimenti, di rimpatri forzati, di detenzioni amministrative, fuori da ogni parvenza di diritto. Mentre la corsa (anche) europea alle nuove materie prime dell'Africa, innanzitutto litio e cobalto, e alla sua manodopera a basso costo, si combina col contrasto dei flussi migratori alla partenza attraverso accordi criminali coi regimi africani (Niger, Ghana) e nord-africani (Libia, Tunisia, Egitto) interessati. La “solidarietà europea” che fallisce sulla redistribuzione interna dei migranti si realizza sul loro respingimento alla frontiera, e sullo spostamento a sud della linea stessa di respingimento nel cuore dell'Africa subsahariana.


LA POSTA IN GIOCO NELLE ELEZIONI EUROPEE DEL 9 GIUGNO

Tutti i partiti dominanti del vecchio continente gestiscono, in varie forme, questi indirizzi politici di fondo, su scala nazionale ed europea, con ruoli di governo o di “opposizione”.

Le imminenti elezioni europee hanno unicamente come posta in gioco gli incerti equilibri di gestione delle politiche borghesi nelle istituzioni della UE.
Il PPE, il PSE, i liberali amministrano, con la loro maggioranza, l'attuale Commissione Europea. La destra dei conservatori europei (ECR) si candida a rimpiazzare la socialdemocrazia nell'alleanza col PPE, ma alcuni suoi settori si riservano la possibilità di negoziare un proprio ingresso nell'attuale maggioranza a guida Von Der Leyen dopo il voto europeo. È il caso di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. L'estrema destra sovranista (Identità e Democrazia) rivendica la propria partecipazione a un governo europeo di centrodestra in contrapposizione al PSE, ma si scontra con l'attuale indisponibilità del PPE verso l'estrema destra tedesca e francese.

In ogni caso, gli interessi dei propri imperialismi nazionali, e i calcoli di politica interna, dominano la politica europea. La lotta politica tra partiti borghesi in Europa rimane prevalentemente nazionale. Resta il fatto che a differenza del precedente decennio nessuna forza politica rilevante in Europa, neppure il grosso dell'estrema destra sovranista, rivendica oggi l'uscita dalla UE e/o dall'euro. È un riflesso indiretto dell'emergenza politica internazionale. Prima della pandemia, poi della guerra.


LA CRISI DI CONSENSO DELLE POLITICHE DOMINANTI

Al tempo stesso il corso delle politiche dominanti registra una diffusa crisi di consenso. Con l'eccezione dei paesi baltici e degli stati esposti alla frontiera russa (Polonia), la campagna allarmistica dei circoli dominanti a favore dell'economia di guerra, finalizzata a giustificare il salto di spese militari, non riesce a egemonizzare l'opinione pubblica, ed anzi suscita diffidenza o rigetto. Il pacifismo (talvolta antiucraino) da un lato, la solidarietà col popolo palestinese dall'altro – entrambi prevalenti nel sentimento pubblico – misurano, con opposta valenza, la crisi di consenso della politica estera nei paesi imperialisti dell'UE.

Non va diversamente per le politiche ambientali: il rinvio o l'autoriduzione degli impegni annunciati col Green Deal, sotto la pressione delle organizzazioni padronali dell'industria e dell'agrobusiness; il carico delle misure annunciate di riconversione produttiva ed energetica sulle spalle dei salariati e dei consumatori; i criteri di distribuzione dei sussidi agricoli a vantaggio delle grandi aziende, hanno sommato su opposti versanti resistenze diffuse o opposizioni aperte di ampi settori popolari, nei centri urbani e nelle campagne.

La profonda crisi dei sistemi sanitari e previdenziali, aggravata dalla crisi demografica e dal salto degli investimenti militari, e la pressione inflazionistica sui salari a fronte dell'abnorme crescita dei profitti, nutrono il malcontento di vasti settori di massa.


L'INSTABILITÀ POLITICA IN EUROPA

L'instabilità degli equilibri politici in Europa è il riflesso della crisi di consenso.
Con la parziale eccezione italiana, tutti i principali paesi imperialisti del vecchio continente incontrano crescenti difficoltà politiche sul versante interno.
Il governo tedesco è minato dalla crisi profonda della SPD e dalle contraddizioni interne alla maggioranza “semaforo”.
Il governo francese è colpito dalla crisi interna al partito macronista En Marche, non dispone più di una maggioranza parlamentare stabile ed è minacciato dalla crescita del lepenismo.
Il governo spagnolo, sopravvissuto alle elezioni anticipate, vive una nuova crisi di consenso sul fronte dell'irrisolta questione catalana.
Il governo della Gran Bretagna attraversa la crisi storica del Partito Conservatore, che si somma alla crisi interna alla famiglia reale.
In diversi paesi il pendolo tradizionale dell'alternanza è stato scosso o destabilizzato da processi di polarizzazione politica.


POLARIZZAZIONE POLITICA E SOVRANISMO REAZIONARIO

La crescita della destra e dell'estrema destra sovranista in diversi paesi europei, dalla Germania alla Francia, dal Portogallo alla Romania, dall'Austria ai Paesi Bassi, è un riflesso della crisi politica e sociale del vecchio continente.

Il sovranismo, diversamente declinato, si candida a rappresentare settori declassati della piccola e media borghesia (è il caso del “movimento dei trattori”) ma anche a costruire l'egemonia piccolo/medio-borghese su ampi settori popolari e di lavoro salariato, nelle periferie e nella provincia profonda. È il tentativo di capitalizzare a destra la crisi congiunta dell'establishment liberale e del movimento operaio europeo. A differenza che in passato, le destre sovraniste dei paesi imperialisti combinano il vecchio spartito del nazionalismo militarista e atlantista con quello di un europeismo imperialista più “autonomo dagli USA” e dialogante con l'imperialismo russo.

È la rivendicazione di un'Europa confederale di stati indipendenti, quale potenza giudaico-cristiana, nemica di immigrati e musulmani. L'obiettivo è intercettare su basi reazionarie il sentimento pacifista “antiamericano” dell'opinione pubblica europea.

Il consenso elettorale delle destre in significativi settori della classe operaia industriale europea, in particolare in Francia e in Italia, misura lo scollamento dei vecchi blocchi sociali di centrosinistra sotto la pressione della crisi capitalistica.


LA CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO EUROPEO.
LA RESPONSABILITÀ DELLE BUROCRAZIE SINDACALI


La classe operaia europea ha conosciuto, in anni recenti, dinamiche di lotta molto differenziate da paese a paese. La Francia ha vissuto nell'ultimo decennio ripetuti processi di mobilitazione e radicalizzazione, contro la liberalizzazione dei licenziamenti e l'innalzamento dell'età pensionabile. L'Italia, all'opposto, resta segnata da un riflusso prolungato e profondo della classe operaia, dopo la sconfitta subita su tema dei licenziamenti (Jobs Act del governo Renzi, 2014-2015) e dell'istruzione pubblica (Buona Scuola, 2015). Un analogo ripiegamento ha investito il proletariato greco dopo l'esperienza traumatica del governo Syriza.

Una forte ripresa di lotte salariali ha interessato nell'ultimo anno la Gran Bretagna, con un significato di importante risveglio dopo la sconfitta storica subita quarant'anni fa per mano del governo Thatcher. Movimenti di lotta sul terreno salariale si sono prodotti, su scala più limitata, anche in Francia e in Germania, prevalentemente nel settore pubblico e nei servizi, meno nel proletariato industriale.

Nel complesso il livello di mobilitazione del proletariato europeo, per responsabilità delle sue direzioni, è oggi molto al di sotto delle necessità e della portata obiettiva dello scontro, sia sul terreno sindacale che sul piano politico più generale, sia nei diversi paesi che su scala continentale.

La diffidenza e ostilità verso il militarismo restano ancora prevalentemente passive. La necessaria mobilitazione contro la guerra, contro l'economia di guerra, contro la corsa generale agli armamenti, è stata per lo più rimpiazzata o da un affidamento passivo alla NATO in chiave antirussa (in particolare in Polonia e nel Nord Europa) o all'opposto da un sentimento diffuso antiucraino mascherato dal pacifismo (particolarmente forte in Italia). I movimenti di solidarietà con la Palestina, di grande rilevanza politica, hanno registrato dimensioni di massa in Gran Bretagna, una diffusa partecipazione giovanile in diversi paesi, una sintonia generale col senso comune maggioritario dell'opinione pubblica europea, decisamente filopalestinese; ma vedono ancora l'assenza del grosso del movimento operaio organizzato. Il movimento ambientalista del Fridays For Future, che aveva conosciuto una forte espansione tra il 2018 e il 2021 in importanti settori della gioventù europea, ha conosciuto una parabola declinante, anche per l'assenza di un riferimento di classe. L'importante mobilitazione democratica in Germania contro l'estrema destra nei primi mesi del 2024 è stata subordinata al governo a guida SPD, e perciò stesso deprivata di larga parte delle proprie energie e potenzialità.

Le burocrazie dirigenti del movimento operaio e sindacale europeo hanno avuto e hanno in tutto questo una responsabilità decisiva, subordinando ovunque la classe operaia alle necessità del proprio imperialismo e/o della propria borghesia.
In Francia hanno smobilitato il movimento di lotta sulle pensioni per paura di perderne il controllo. In Italia rifiutano ogni ipotesi di vertenza generale, pur in presenza di undici milioni di salariati in attesa di contratto. In Germania accettano di sacrificare le rivendicazioni salariali del settore pubblico alle esigenze di spesa militare. In Spagna sostengono il quadro di concertazione sociale col governo Sanchez e il padronato.

A maggior ragione è assente ogni piattaforma di lotta continentale ed ogni azione di lotta su scala europea. La stessa critica del nuovo Patto di Stabilità europeo da parte della Confederazione Europea dei Sindacati si limita a pronunciamenti innocui (13 dicembre 2023). La passività sul terreno del contrasto del militarismo e la mancata risposta all'appello dei sindacati palestinesi per la mobilitazione contro Israele misurano la profonda corresponsabilità delle burocrazie sindacali agli imperialismi europei e alle borghesie del continente.


LA SINISTRA EUROPEA TRA GOVERNISMO E CAMPISMO

La sinistra politica continentale, a sua volta, rivela tutta la propria subalternità al nuovo quadro internazionale.

La socialdemocrazia europea, con diverse declinazioni, ha gestito o gestisce la politica imperialista con ruoli di governo, sia a livello di Unione Europea in alleanza con PPE e liberali, su una linea europeista-atlantista, sia all'interno dei diversi contesti nazionali, con esiti e dinamiche differenziati.
In Germania la SPD guida il governo dell'imperialismo tedesco nel momento della sua svolta militarista.
In Spagna il PSOE dirige il governo dell'imperialismo spagnolo, subordinandovi il movimento operaio attraverso una politica di concertazione sindacale.
In Francia il PS ha subito gli effetti distruttivi del proprio ruolo di governo nel precedente decennio e dello scontro diretto con le resistenze sociali, sino al tracollo dei propri legami di massa.
In Italia lo spazio della socialdemocrazia è stato occupato precocemente sin dagli anni '90 da una formazione borghese liberale nata dalle ceneri del vecchio partito stalinista e tradizionalmente legato all'establishment (PDS, poi DS, infine PD). La sua gestione prolungata delle politiche di austerità ne ha largamente compromesso l'immagine pubblica nella classe lavoratrice, a beneficio della destra.
In Gran Bretagna il Labour Party si candida al governo con una nuova torsione liberale di matrice blairiana dopo aver archiviato la breve parentesi riformista di Corbyn: l'ostilità della nuova segreteria Labour verso gli scioperi operai dell'estate 2023 è il biglietto da visita del “nuovo” corso laburista.

I partiti della sinistra europea che negli anni '90 e 2000 hanno cercato un proprio spazio a sinistra della socialdemocrazia liberale sono vittima delle proprie ambizioni di governo.
Rifondazione Comunista si è autodistrutta quasi vent'anni fa con il proprio coinvolgimento nel governo di Romano Prodi (2006-2008) e nelle sue politiche antioperaie.
Syriza ha bruciato la domanda di svolta dell'ascesa di massa del 2012-2015 sull'altare del governo dell'austerità del memorandum della troika (2015-2019), ed è oggi investita da una crisi e disarticolazione profonda.
Podemos ha largamente disperso il consenso raccolto dopo le mobilitazioni degli Indignados (2011) con la propria perdurante partecipazione ai governi dell'imperialismo spagnolo a guida Sanchez (dal 2019).
Il Partito Comunista Portoghese e il Bloco de Esquerda hanno sostenuto per quattro anni (2015-2019) il governo della socialdemocrazia portoghese di Costa, con il suo taglio pesante degli investimenti pubblici.
La Linke tedesca, dall'opposizione, ha votato dopo il 7 ottobre le politiche filosioniste del governo dell'imperialismo tedesco ed ha subito una importante scissione dal versante sovranista e rossobruno guidata da Sahra Wagenknecht.
La NUPES francese si è disgregata sull'onda dell'allineamento “critico”del Partito Comunista Francese alle politiche di legge e ordine di Macron e al suo fronte repubblicano a difesa di Israele. La France Insoumise di Mélenchon preserva la propria versione di populismo nazionalista di sinistra, dominato dalle ambizioni personalistiche del suo leader: la comune subalternità della NUPES alle burocrazie sindacali francesi le ha rese corresponsabili della sconfitta dei movimenti di lotta (movimento contro la Legge Khomri e movimento contro la riforma delle pensioni).
Infine Jeremy Corbyn, asceso ai vertici del Labour Party britannico nel 2015 sulla base di un programma riformista antiblairiano, ha sacrificato il consenso militante raccolto all'unità con l'ala liberale del Labour Party, finendo battuto e umiliato da questa.

Complessivamente, la pretesa di costruire una nuova socialdemocrazia di sinistra su scala continentale è crollata sotto il peso delle derive governiste e/o delle pressioni degli imperialismi nazionali. La bandiera ideologica dell'“Europa sociale, democratica, di pace” è stata ed è solamente la copertura ideologica di questa politica di compromissione.

Un altro settore della sinistra europea, per lo più di estrazione stalinista, ha sposato posizioni campiste, col sostegno ai nuovi imperialismi russo e cinese, presentati come alternativa progressista alla NATO. L'allineamento si è tradotto nell'appoggio all'invasione russa dell'Ucraina, o in forma esplicita e diretta o in una versione mascherata di tipo pacifista. L'area campista è variegata, con articolazioni interne anche molto diverse l'una dall'altra. La sua ala estrema è sfociata nel rossobrunismo, in aperta sinergia con ambienti di estrema destra sovranista e posizioni reazionarie no vax, anti-immigrati, anti-ecologiche, anti-gay. La cosiddetta Piattaforma Mondiale Antimperialista (WAP) è il principale luogo di aggregazione internazionale della componente estrema del campismo. Tale aggregazione ha determinato la scissione interna all'area stalinista internazionale, con la nascita del nuovo polo di Azione Comunista Europea (ECA) attorno alle posizioni anticampiste del KKE greco.

La disgregazione interna del movimento stalinista è un sottoprodotto della nuova polarizzazione imperialista su scala mondiale. E chiama in causa, una volta di più, la necessità di un bilancio storico di fondo dello stalinismo e della sua deriva.


LA PROSPETTIVA SOCIALISTA, UNICA VERA ALTERNATIVA

La prospettiva socialista è l'unica soluzione storicamente progressiva. Lo è sul piano mondiale. Lo è di riflesso sul terreno europeo, in contrapposizione sia all'europeismo borghese liberale, sia al sovranismo reazionario.

Solo la classe operaia può unire l'Europa su basi progressive. Nel quadro capitalista e imperialista il vecchio continente è condannato al declino, nella morsa della polarizzazione mondiale tra vecchie e nuove potenze imperialiste. In tale quadro nessuna delle esigenze elementari della classe operaia e delle masse oppresse può trovare soddisfazione.
La crisi capitalista e il crollo dell'URSS hanno chiuso da tempo lo spazio storico delle riforme in Europa. Tutte le istanze del proletariato e dei movimenti progressivi del vecchio continente (sociali, ambientali, di genere, antirazzisti, antimilitaristi) pongono la necessità della rottura anticapitalistica. È la prospettiva del governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea. È la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

Questa parola d'ordine non è una improvvisazione propagandistica. Fu la parola d'ordine del movimento comunista nei suoi anni rivoluzionari. La Terza Internazionale comunista l'assunse formalmente nel 1923, a seguito dell'occupazione francese della Ruhr, contro il veleno dei nazionalismi imperialisti. Lo stalinismo la cancellò, assieme all'intero programma comunista.

Oggi il nuovo contesto mondiale di scontro interimperialista, l'irruzione della guerra nel cuore dell'Europa, la corsa generale agli armamenti, ripropongono l'attualità di questa prospettiva storica, contro ogni sorta di atlantismo, di europeismo imperialista, di sovranismo nazionalista, di campismo.

La nostra difesa dell'Ucraina dalla guerra d'invasione dell'imperialismo russo muove da un'angolazione di piena autonomia da tutti gli imperialismi. Innanzitutto dall'imperialismo di casa nostra. L'imperialismo nord-americano e britannico, gli imperialismi nazionali della UE, fanno leva sulla guerra in Ucraina per promuovere l'allargamento della NATO, in Europa e sul Pacifico, per sospingere e giustificare la propria corsa agli armamenti (infinitamente più grande degli “aiuti” all'Ucraina), per prepararsi alle guerre future contro gli imperialismi rivali.
Parallelamente, l'imperialismo russo e il suo regime reazionario vedono l'invasione dell'Ucraina come parte della ricostruzione della propria area d'influenza grande-russa nella stessa Europa, e del rilancio della propria politica di potenza in Medio Oriente e in Africa, in alleanza oggi con l'imperialismo cinese.

I lavoratori e le lavoratrici dell'Unione Europea e della Russia non hanno alcun interesse a prender parte, da un lato o dall'altro, alla spartizione del mondo tra vecchi e nuovi imperialismi. Al contrario: solo la lotta contro tutti gli imperialismi può salvaguardare il proprio interesse indipendente, a partire dalla propria aspirazione alla pace.

Se vuoi la pace prepara la rivoluzione” dichiarava Karl Liebknecht. La prospettiva del governo dei lavoratori e degli Stati Uniti Socialisti d'Europa traduce questa consegna.


PER GLI STATI UNITI SOCIALISTI D'EUROPA, DALL'ATLANTICO A VLADIVOSTOK

La prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa travalica il perimetro dell'attuale Unione Europea. La geografia politica dell'Europa attuale è figlia delle scomposizioni e ricomposizioni attuate e negoziate dalle potenze borghesi dopo il crollo del Muro di Berlino e la restaurazione capitalistica in URSS. La linea di divisione tra proletari dell'Europa occidentale e proletari russi è stata riproposta su basi nuove dal contrasto fra imperialismi rivali. Da un lato gli imperialismi NATO, dall'altro l'imperialismo russo, arruolano l'uno contro l'altro il “proprio” proletariato in funzione dei rispettivi interessi imperialisti e della corsa agli armamenti. Unire i proletari contro i propri imperialismi significa battersi per unire l'Europa al di là delle sue attuali frontiere, per una Europa unita dall'Atlantico a Vladivostok, per una federazione socialista europea: l'unico quadro in cui sarà possibile risolvere, su basi progressive, la stessa miriade di questioni nazionali, grandi o piccole, che percorrono la penisola balcanica, l'est europeo, la Federazione Russa. Questioni che non possono trovare soluzione né sotto il comando degli imperialismi della UE né sotto la dominazione grande-russa.

Nella stessa UE i vecchi confini tra i principali stati nazionali non hanno alcuna funzione progressiva. Essi sono tenuti in piedi dall'interesse delle diverse borghesie, che usano la retorica propagandista dell'Europa quando devono imporre sacrifici ai propri operai o negoziare l'aiuto per le proprie banche, ma si tengono ben stretti i propri stati nazionali come strumento d'ordine sul piano interno, come comitati d'affari e camera di compensazione dei propri conflitti di interesse, come procacciatori di commesse e profitti sul mercato mondiale, come strumento militare di intervento o respingimento.

La sola cancellazione dei vecchi confini artificiali e del parassitismo degli Stati borghesi nazionali rappresenterebbe di per sé un grande salto in avanti della ricchezza sociale disponibile per tutti i lavoratori europei. Una pianificazione democratica dell'economia europea che mettesse insieme, a vantaggio dei lavoratori, la forza produttiva dell'intero continente costituirebbe un enorme progresso. Squilibri territoriali atavici (dalla questione meridionale italiana al mezzogiorno spagnolo) potrebbero essere compiutamente affrontati entro un grande piano continentale per il lavoro. Le questioni nazionali irrisolte e irrisolvibili nel contesto della UE e dell'Europa capitalista (la questione irlandese, la questione basca, la questione catalana...) potrebbero trovare soluzione nel quadro federale socialista europeo, col pieno diritto di autodeterminazione di ogni nazionalità oppressa, entro il richiamo unificante di una comunità continentale non più oppressiva: una repubblica europea dei consigli dei lavoratori e delle lavoratrici.

L'Europa dei lavoratori e delle lavoratrici rappresenterebbe a sua volta uno strumento di sostegno ai lavoratori e ai popoli oppressi di tutto il mondo contro il capitalismo e l'imperialismo.
La cancellazione di ogni pretesa e diritto coloniale delle vecchie madrepatrie sarebbe il primo atto di un governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea. In particolare il pieno sostegno al diritto di autodeterminazione del popolo palestinese contro lo stato sionista, e del popolo curdo contro gli stati che lo opprimono, sarebbe un messaggio di liberazione alle masse oppresse di tutta la nazione araba e del Medio Oriente, e un forte incoraggiamento alla loro lotta.

Lo stesso sviluppo della lotta per un governo dei lavoratori in Europa potrebbe dare un forte impulso al movimento operaio internazionale a tutte le latitudini e in tutti i continenti.


PER UN PROGRAMMA DI LOTTA UNIFICANTE

Solo la prospettiva socialista del governo dei lavoratori può liberare una piattaforma di lotta unificante del proletariato, in ogni paese europeo e su scala continentale, capace di aggregare attorno a esso le istanze progressive di emancipazione e liberazione dei settori oppressi della società.

La lotta politica e di classe assume naturalmente forme diverse da paese a paese, in base alle diverse specificità nazionali, contesti politici, esperienze e tradizioni del movimento operaio. L'articolazione della piattaforma di lotta non può prescindere da questo principio di realtà. Tuttavia i contenuti dello scontro di classe travalicano, tanto più oggi, i confini nazionali.
L'Unione Europea ha unito la borghesia contro il lavoro. Si tratta allora di unire il lavoro contro la borghesia europea. La lotta in ogni paese per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici implica un quadro di rivendicazioni comuni e unificanti.

Per l'aumento generale dei salari e la scala mobile dei salari.
Per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro. A pari lavoro, pari diritti.
Per la cancellazione di ogni legislazione anti-immigrati e il riconoscimento pieno dei loro diritti.
Per la ripartizione del lavoro fra tutti attraverso la scala mobile delle ore di lavoro.
Per un grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici nel risanamento ambientale, nella riconversione energetica, nelle energie rinnovabili, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi capitali, profitti, rendite.
Per un grande piano di investimenti pubblici nella sanità, nell'istruzione, nella socializzazione dell'economia domestica, finanziato dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche e dalla loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti.
Per l'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio delle imprese che licenziano, che inquinano, che violano i diritti sindacali.
Per l'esproprio delle grandi proprietà ecclesiastiche (bancarie, finanziarie, immobiliari), la cancellazione di ogni privilegio clericale, l'abrogazione di tutte le leggi e misure discriminatorie nei confronti delle donne ed LGBTQI.
Per l'abbattimento delle spese militari e l'esproprio sotto controllo operaio dell'industria bellica.
Per la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell'industria farmaceutica, dell'industria chimica, della grande industria alimentare, delle grandi aziende agricole, della grande distribuzione.
Per la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori del sistema ferroviario, aereo, portuale, logistico
Per la nazionalizzazione dei grandi monopoli in tutti i settori strategici della produzione, a partire dall'industria automobilistica e siderurgica, della energia, delle telecomunicazioni.


Tali misure, al di là delle loro particolarità, hanno un significato d'insieme: configurano un'alternativa di sistema all'anarchia del mercato e alla concorrenza capitalistica. Dunque alla distruzione di diritti sociali, devastazioni ambientali, oppressioni, dinamiche di guerra, che esse trascinano con sé. Non indicano una “nuova politica economica”, secondo la vecchia retorica riformista, ma una diversa struttura dell'economia, fondata sulla soddisfazione dei bisogni della società in base a un piano democraticamente definito dai lavoratori e sotto il loro controllo. Una alternativa di società e di potere.

La lotta per queste rivendicazioni parte in ogni paese dalle esigenze elementari della classe lavoratrice e delle masse oppresse, e va sempre ancorata ad esse. Al tempo stesso, traccia un ponte tra queste esigenze e la necessità di un governo dei lavoratori: l'unico governo che, rompendo col capitalismo, può realizzare compiutamente tali rivendicazioni e riorganizzare la società su basi nuove. La lotta per il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, è ovunque il cuore di questo programma. Il suo coronamento naturale e centrale. Ed anche il principio di riferimento della piena autonomia del movimento operaio da ogni governo capitalista.


PER UNA RISPOSTA RADICALE ALLA REAZIONE

Il fondamento di questo programma di lotta non sta nella coscienza soggettiva della classe operaia e delle masse oppresse ma nella condizione oggettiva della società. La coscienza soggettiva delle grandi masse ha conosciuto un arretramento più o meno profondo. Ma oggettivamente solo una rottura anticapitalista può riaprire un orizzonte di progresso per l'umanità. Si tratta di far leva su questa verità per portarla controcorrente nella coscienza soggettiva della massa. Il programma ha innanzitutto questa funzione: mettere il movimento operaio al passo con la svolta d'epoca in corso.

L'attualità del programma anticapitalistico è anche di natura politica. L'esaurirsi dello spazio riformista sotto la pressione della crisi sociale e delle dinamiche di guerra richiama l'esigenza di soluzioni radicali. O tale soluzione è imposta dalla classe lavoratrice sul terreno anticapitalistico o rischia di essere imposta da forze più o meno reazionarie contro la classe lavoratrice.
La crisi delle tradizionali forme di alternanza liberale, l'irruzione di grandi processi di polarizzazione politica, testimonia l'attualità di questo bivio. La stessa crescita della destra sovranista in Europa è la misura della crisi del movimento operaio nell'approntare una propria soluzione della crisi del capitalismo. Risolvere questa crisi è dunque parte decisiva della stessa battaglia contro la reazione.

Peraltro solo una lotta radicale su una piattaforma di lotta unificante può scomporre i blocchi sociali reazionari, liberare settori di classe oggi lì imprigionati, ricomporre un blocco sociale alternativo, ribaltare i rapporti di forza, riaprire dal basso lo scenario politico. Solo una lotta radicale può strappare cammin facendo risultati e conquiste parziali. Solo ponendo la questione del potere si può indurre la borghesia a fare concessioni. La borghesia concede qualcosa quando ha paura di perdere tutto. Le riforme, come diceva Lenin, sono un sottoprodotto della rivoluzione. Tanto più in un'epoca di crisi.

Non si tratta dunque di contrapporre questo programma agli obiettivi immediati dei movimenti, ma di portare in ogni movimento questo programma. Di ricondurre i suoi obiettivi immediati a una prospettiva anticapitalista. Vale per il movimento operaio come vale per ogni movimento progressivo, di genere, ambientale, antirazzista, antimilitarista, antifascista. Tutte le rivendicazioni progressive, sociali, democratiche, di pace richiamano la necessità di rompere col capitalismo e con l'imperialismo. E dunque la necessità di un riferimento centrale alla classe lavoratrice come forza centrale di un'alternativa. Parallelamente, la classe lavoratrice potrà assolvere il ruolo rivoluzionario solo se assume nel proprio programma tutte le istanze di emancipazione e liberazione delle masse oppresse della società, fuori da ogni ripiegamento economicista.


PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA, CLASSISTA E INTERNAZIONALISTA

Il programma è in funzione dell'orientamento della massa e dello sviluppo della sua coscienza. Ma lo sviluppo della coscienza di massa richiede la presenza di un'avanguardia organizzata che intervenga nella classe operaia, nelle organizzazioni di massa, in ogni movimento progressivo.

Un'avanguardia unita dal programma, da una comune comprensione del corso generale degli avvenimenti mondiali, da una comune memoria storica della propria classe di riferimento, sul piano nazionale e internazionale. Raggruppare controcorrente questa avanguardia è una necessità politica urgente. Una necessità mondiale, una necessità in Europa.

La deriva della vecchia sinistra riformista e campista si è consumata in tutto il continente. La ricostruzione in ogni paese e su scala europea una sinistra rivoluzionaria, anticapitalista, internazionalista, è il compito centrale dei marxisti rivoluzionari in Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori