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Sionismo e bolscevismo

 


«Compagni,


il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista ha dato un fraterno benvenuto ai compagni da voi delegati al III Congresso Internazionale e con loro ha esaminato molto attentamente la questione dell’affiliazione della vostra organizzazione all’Internazionale Comunista. Il Comitato Esecutivo riconosce il fatto che avete iniziato a espellere dalle vostre file gli elementi apertamente riformisti e centristi. Riconosce che, in quasi tutti i paesi in cui avete organizzazioni, siete pronti a condurre la lotta contro la borghesia a fianco delle sezioni comuniste di quei paesi. Riconosce inoltre che, grazie ai vostri sforzi comuni, siete riusciti a gettare le basi di un movimento comunista in Palestina che, una volta ratificate tutte le condizioni stabilite dal Comitato Esecutivo, sarà idoneo a diventare la sezione nazionale dell’Internazionale Comunista.
Tuttavia, nel vostro movimento esistono tendenze in linea di principio incompatibili con quelle dell’Internazionale Comunista, che ci preoccupano molto. L’idea che la concentrazione delle masse proletarie, semiproletarie ed ebraiche in Palestina possa fornire una base per l’emancipazione sociale e nazionale della classe operaia ebraica è utopica e riformista e in realtà controrivoluzionaria nelle sue conseguenze pratiche, poiché equivale alla colonizzazione della Palestina, che, in ultima analisi, rafforzerebbe la posizione dell’imperialismo britannico in Palestina.
La completa liquidazione di tale ideologia è la condizione più importante che ci sentiamo in dovere di stabilire. Il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista è consapevole del fatto che la forte emigrazione, che è un’espressione concreta delle peculiari condizioni industriali del proletariato ebraico, è un problema di cui le sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista devono occuparsi nella misura in cui possono essere utilizzate nella lotta per la dittatura del proletariato e per l’adempimento delle rivendicazioni vitali concrete dei lavoratori. È dovere delle sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista istituire gli organi appropriati per l’indagine e la soluzione di questa questione.
Il Comitato Esecutivo ha deciso di istituire un Ufficio Ebraico nel centro dell’attività ebraica, il cui compito sarà quello di portare avanti la propaganda comunista tra i proletari ebrei in tutto il mondo. Il Comitato Esecutivo invita il vostro Ufficio Centrale a convocare una conferenza internazionale di tutte le organizzazioni comuniste del Poale Zion entro sei mesi, allo scopo di sciogliere definitivamente la vostra organizzazione internazionale e di fondere le vostre organizzazioni nelle sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista, entro un periodo non superiore a due mesi e alle condizioni sopra menzionate.
In conclusione, il Comitato Esecutivo fa appello a tutti i lavoratori comunisti ebrei affinché combattano contro le tendenze particolaristiche prevalenti nel movimento operaio comunista ebraico e si rendano conto che i lavoratori ebrei rivoluzionari possono diventare parte integrante della famiglia dei Grandi Lavoratori Comunisti solo all’interno dell’Internazionale Comunista.
Lunga vita all’Unione degli Operai Comunisti Ebrei nell’Internazionale Comunista!
Lunga vita alla Terza Internazionale che sola è in grado di guidare la lotta per l’emancipazione dei lavoratori di tutte le nazioni alla vittoria finale!»

Così il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista rispondeva alla richiesta di adesione del Poale Zion, il 26 agosto 1921. Di fronte alle condizioni del Comintern, una parte del movimento sionista-socialista rinunciò al sionismo e si mise sulla strada dell’internazionalismo proletario. Nel Poale Zion divennero dominanti le tendenze sioniste e riformiste.

Era stata la ex bundista Maria «Esther» Jakovlevna Frumkina, a dichiarare al II congresso del Comintern:

«Un esempio mostrerà di quali menzogne siano state vittime le masse lavoratrici di una nazionalità oppressa, menzogne che rappresentano una grande risorsa per l’Intesa e per la borghesia delle nazioni in questione. È il caso dei sionisti in Palestina che, con il pretesto di fondare uno stato ebraico indipendente, reprimono la popolazione lavoratrice e gli arabi che vivono in Palestina sotto il giogo britannico, sebbene gli ebrei siano ancora una minoranza. Questa menzogna senza precedenti deve essere combattuta, e in modo molto energico, poiché i sionisti in ogni paese lavorano avvicinando tutte le masse arretrate di lavoratori ebrei e cercando di creare gruppi di lavoratori con tendenze sioniste (Poale Zion), che ultimamente si sforzano di adottare una versione comunista. Vorrei citare qui uno degli esempi più eclatanti del movimento sionista. In Palestina non abbiamo a che fare con una popolazione a maggioranza ebraica. Abbiamo a che fare con una mera minoranza che cerca di sottomettere la maggior parte dei lavoratori del Paese alla capitale dell’Intesa. Dobbiamo combattere questi tentativi con la massima energia. I sionisti cercano di conquistare sostenitori in ogni paese e, attraverso la loro agitazione e la loro propaganda, servono gli interessi della classe capitalista. L’Internazionale Comunista deve combattere questo movimento con la massima energia».

Nel 1943, morirà nei gulag staliniani.

Il sionismo non è una creatura atavica, come millanta la mistica delle élite ebraiche. È artefatto tutto contemporaneo, figlio della decadenza capitalistica. L’avaria del sistema classista manifesta con forza la necessità del suo superamento. Chi non vuol concedersi a questo superamento si ritrova costretto a conservare il sistema oltre i suoi limiti razionali, indicando la responsabilità dei suoi guasti in cause fantasiose, col risultato di protrarre e aggravare ogni guasto. La borghesia nazista creerà il mito del giudeo parassita dell’economia, cospiratore filostraniero e filocomunista, principale ragione della sconfitta nazionale della Prima Guerra mondiale.

La borghesia ebraica risponderà non con la confutazione della mistica, ma col suo rovesciamento: l’ebreo che da millenni aspira al ritorno alla primordiale patria di Sionne, per sfuggire all’antisemitismo strutturale del mondo intero. La verità è che, dall’esilio babilonese e dalla dispersione romana lungo tutto il medioevo fino alla storia recente, gli ebrei hanno vissuto in altre terre e, se poté in essi conservarsi un sentimento religioso, caratteristiche culturali e una memoria più o meno condivisa a identificarli come popolo, non è vero che questo popolo ambì al ritorno a una terra perduta millenni addietro. I problemi del popolo ebraico contemporaneo sono i problemi della contemporaneità, risolvibili solo nel suo quadro, non col ricorso a leggende. Di questo avviso furono gli stessi ebrei che, per secoli, pretesero un posto nelle società in cui vivevano e mai invece guardarono a tali società come un luogo di passaggio, in attesa che il Messia ponesse fine alla diaspora.

Dirà Abraham Léon: «il sionismo è un movimento recente e il più giovane dei movimenti nazionali europei, ma ciò non gli impedisce di pretendere – ancor più degli altri nazionalismi – (oggi, anzi, diremmo “ferocemente contro gli altri nazionalismi”) di avere le sue radici nel lontano passato».

La genesi del sionismo, ideologia rovesciata dell’antisemitismo, si annida nella patria dei pogrom, l’impero zarista. Fu il pamphlet Autoemancipazione! (1882) del medico ebreo russo Leo Pinsker, il primo a parlare della fobia secolare e irrazionale per gli ebrei, una «malattia della mente delle nazioni non ebraiche», un pregiudizio insuperabile in qualunque modo non fosse la formazione di una colonia «in America o in una terra adatta in Oriente» (il fondatore dell’Hibbat Zion puntava già alla Palestina). Che il massimo esponente del sionismo politico, Theodor Herzl, lo abbia letto o meno, spiccheranno le analogie col suo Lo Stato degli ebrei. Quando Herzl elabora la sua ideologia si trova a Parigi, scenario dell’affare Dreyfus, il processo a un ufficiale ebreo dell’esercito francese ingiustamente accusato di tradimento, e dell’esplosione di antisemitismo che ne seguì. Si ribadisce: la metafisica sionista venne generandosi come risposta piccolo-borghese alla metafisica della borghesia imperialista, russa, francese, più tardi tedesca.

Nel 1897 Herzl, raccogliendo l’appello di Pinsker per un Congresso Ebraico, ideerà, convocherà e presiederà a Basilea il primo Congresso Sionista. Al cospetto di 17 delegati, fonderà l’Organizzazione Sionista Mondiale (WZO). Quanto mai eloquente il suo manifesto: «Formiamo una parte del baluardo per l’Europa contro l’Asia, saremo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie». Nasceva ufficialmente un nuovo movimento, il quale tuttavia si trovava inevitabilmente a misurarsi col panorama politico del secolo, venendone alternamente condizionato. Il sionismo conobbe diverse articolazioni, tutte costitutive di un medesimo progetto coloniale. Tra le più importanti: il sionismo politico di Herzl, la cui cifra distintiva era una insistenza sull’aspetto diplomatico del progetto, l’importanza del riconoscimento internazionale e di un mandato legale per l’insediamento in Palestina. Costola tattica di questa articolazione ideologica fu il sionismo sintetico di Chaim Weizmann, che nell’Italia fascista giocò un ruolo diplomatico di rilievo. Col motto «Conquista o muori!», seguì il sionismo-revisionista, la variante ultramilitarista e parafascista di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, fondatore del Betar per la «Grande Israele», ispiratore delle squadracce punitive del Brit HaBirionim in Palestina, comandante in capo delle milizie dell’Igrun. Dal Partito Revisionista Sionista (Hatzohar) discende l’Herut (1948-1988) da cui discende l’attuale Likud di Benjamin Netanyahu.

Ma il grande fermento rivoluzionario che agitava il mondo non poteva esimere dal rapporto col socialismo quella parte di popolo ebraico variamente interessato al sionismo. Dal rifiuto del Bund ebraico di integrare l’ideologia sionista, nacque il Poale Zion (Operai di Sion), prima come movimento e nel 1906, per impulso di Ber Borochov, costituitosi in partito.

Il Bund sosteneva che la lotta del proletariato ebraico avrebbe dovuto svilupparsi all’interno della diaspora, nei Paesi in cui viveva, senza la necessità di un’emigrazione di massa o della creazione di uno Stato ebraico. Sul piano ideologico, considerava la proposta sionista come una fuga dalla lotta di classe. Circa le ricadute materiali, il Bund, che nel 1921 si scioglieva in maggioranza nel Partito Comunista Russo, maturò una lettura del sionismo in tutto combaciante col Comintern dopo l’inizio della Prima guerra mondiale e del mandato britannico in Palestina: il progetto sionista come manovra della borghesia occidentale, quinta colonna dell’imperialismo britannico in Medio Oriente.

Prima della Nakba, i marxisti-rivoluzionari che si espressero sul sionismo non poterono prevedere l’immane carneficina cui Israele avrebbe dato corso nei decenni, ma diffusamente si ritrovano preziose intuizioni. Nell’intervista rilasciata ai corrispondenti della stampa ebraica al suo arrivo in Messico (gennaio 1937), Trotskij affermava già che «il conflitto tra ebrei e arabi in Palestina assume un carattere sempre più tragico e minaccioso» e che, in regime capitalistico, ogni tentativo di risoluzione del problema ebraico «non può che essere un palliativo e spesso persino un’arma a doppio taglio, come dimostra l’esempio della Palestina», avendo in mente le prime sollevazioni arabe contro gli ebrei.

La Prima Guerra mondiale si conclude con la sconfitta dell’Impero Ottomano e la sua perdita della regione palestinese. La Rivolta Araba esplosa nel 1916, prima dell’arrivo delle truppe britanniche, aveva cominciato una lotta su vasta scala contro l’oppressione turca finalizzata alla creazione di uno stato arabo indipendente. Strumentalmente, il Regno Unito supportò l’insurrezione; poi si unì militarmente al conflitto. La corrispondenza Hussein-McMahon (1915-1916), con la quale la Gran Bretagna, tramite il suo alto commissario in Egitto Henry McMahon, prometteva allo Sharif Hussein della Mecca, leader della Rivolta, il riconoscimento di un grande regno arabo in cambio del suo aiuto militare contro l’Impero Ottomano, portò dapprincipio una parte dell’insurrezione a battersi a fianco delle truppe inglesi, credendo sincere le promesse.

Le illusioni si sgretolarono quando, nel 1917, gli arabi scoprirono che, con l’accordo di Sykes-Picot, stipulato un anno prima, inglesi e francesi programmavano la spartizione del Medio Oriente in zone di influenza, contraddicendo apertamente la promessa di un regno arabo unito e indipendente; e soprattutto che, con la Dichiarazione Balfour, il Regno Unito s’impegnava a sostenere la creazione di una «patria nazionale per il popolo ebraico» nella Palestina che gli arabi consideravano parte del loro futuro Stato.

Da quel momento, fu un prosieguo ininterrotto di sollevazioni popolari contro l’occupazione britannica e i sionisti suoi protetti, che compravano terreni dagli effendi residenti in altri stati e ne cacciavano gli arabi che li abitavano e li coltivavano. Da parte araba, nasceva un nazionalismo che portava a una inedita lotta anche contro ebrei non sionisti, in una regione in cui da sempre arabi ed ebrei avevano convissuto. Da parte inglese e sionista, massacri di migliaia di arabi. I moti di Gerusalemme (1920) e il massacro di Hebron (1929), centinaia di morti. La seconda Grande Rivolta Araba (1936-1939), seimila arabi uccisi. L’ultimo dei capitoli prima della fondazione di Israele e della Nakba, ma che naturalmente le comprende, fu la guerra civile del 1947-1948, quando l’ONU sancisce di fatto la nascita dello Stato Ebraico e le truppe inglesi si ritireranno. Dopo averla aggiogata, l’Inghilterra lascerà la Palestina in dote all’ONU e, col declinare progressivo del proprio primato imperialista, perderà la supremazia della sua partnership con Israele in favore degli USA, emergenti dalla Seconda Guerra Mondiale come nuova superpotenza.

Nel frattempo, lo stalinismo aveva vinto nel mondo e anche dell’antisionismo genetico del bolscevismo si apprestava a far strame. Credendo di poter istituire un’alleanza con Israele e di farsene strumento di pressione contro l’imperialismo, in sede ONU anche il Cremlino votava a favore della fondazione di Israele. Il veto dell’Unione Sovietica, potenza temuta e decisiva per gli equilibri internazionali, avrebbe fatto saltare il progetto. Ma Stalin non si fermò a ignorare la natura sociale di uno Stato che si fondava sulla soppressione più efferata del diritto di autodeterminazione dei popoli, lui che, del resto, georgiano, era stato il primo a negarlo alla Georgia. Fece di più. Fu il primo a rifornire di armi Israele.

Data l’escalation preoccupante del conflitto in Palestina, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU impose un embargo sulle armi a tutti i paesi della regione coinvolti nel conflitto. Ma l’embargo penalizzava soprattutto Israele, che si ritrovò ad affrontare gli eserciti di diversi Stati arabi con una quantità molto limitata di armamenti. Tradotto in parole semplici, l’operazione equivaleva a dire "ci abbiamo provato! Ma se il rischio è di trovarci nuovamente trascinati in un conflitto mondiale, non intendiamo correrlo per Israele". Fu Stalin a salvare Israele, ripetendo la mossa del Molotov-Ribbentrop quando aggirò l’embargo e armò Hitler. Egli vide nella violazione dell'embargo un’opportunità per indebolire l’influenza occidentale in Medio Oriente e per creare un potenziale alleato. Decise quindi di fornire armi a Israele attraverso la Cecoslovacchia, divenuta stato satellite il febbraio 1948.

Le forniture, organizzate nell’ambito dell’«Operazione Balak», furono decisive per le sorti del conflitto. Tra il 1948 e il 1949, la Cecoslovacchia vendette a Israele un’enorme quantità di armi, tra cui fucili, munizioni, mitragliatrici e persino aerei da caccia come gli Avia S-199, una versione cecoslovacca dei Messerschmitt Bf 109 tedeschi. Queste armi, trasportate con ponti aerei clandestini, furono fondamentali per permettere a Israele di resistere all’attacco e di riportare la vittoria nella sua guerra coloniale.

Il Partito Comunista di Palestina guidato da Radwan Hassan al Hilou (Musa), sezione palestinese dell’Internazionale Comunista, veniva lacerato da una crisi irreversibile. La componente araba, nella quale spiccava Najati Sidqi, abbondonò in massa il partito. Il PCP perse quasi completamente la sua credibilità e la sua influenza all’interno della comunità araba palestinese. La spaccatura rese il partito un’organizzazione prevalentemente ebraica e lo isolò dal movimento nazionalista palestinese e dalle masse arabe. La rottura sancì il fallimento del progetto di un partito misto, arabo-ebraico, che secondo la tradizione bolscevica saldava la lotta di classe e l’anticolonialismo in un’unica organizzazione.

Israele, oggi, è tra le mostruosità più sanguinose che la degenerazione del socialismo su scala internazionale, la controrivoluzione stalinista, ha lasciato in eredità al ventunesimo secolo.

La storia presenta sempre il conto. Non è un caso che i marxisti-rivoluzionari siano arrivati al nuovo secolo anche sulla base della rottura con la tradizione stalinista su Israele e sull’autodeterminazione dei popoli. Progetto Comunista, l’area embrionale del Partito Comunista dei Lavoratori, rompeva dal Partito della Rifondazione Comunista proprio per la sua denuncia del ruolo imperialista giocato dalle truppe italiane in Iraq e sul rifiuto della soluzione "due popoli, due stati" per la Palestina. In Palestina, lo stato sionista nasce proprio contro la nascita di uno o più stati arabi. Nasce come avamposto dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente. Qualunque sia la forma di governo di cui possa dotarsi, lo Stato sionista è la pallottola che la prima terribile guerra globale tra le potenze imperialiste ha lasciato nel cuore del Medio Oriente e lo sta uccidendo per avvelenamento.

Dal socialdemocratico Ben Gurion all’ultranazionalista Netanyahu, Israele non ha fatto altro che sfruttare e rubare, espellere e sterminare. Non ha mai conosciuto eccezioni a questa politica. Perché altra politica non può avere il colonialismo. Il sionismo era ieri e tanto più lo è oggi una vergognosa copertura ideologica di un’impresa criminale. Con la sua strumentalizzazione dell’Olocausto per riprodurre lo stesso crimine contro altri popoli, è la più grande offesa che abbia mai conosciuto il popolo ebraico. Solo la rivoluzione saprà far sì che sia l’ultima.

Salvo Lo Galbo

Dove va l'Unione Europea?

 


Bilancio e prospettive di un'unione imperialistica

14 Maggio 2024

Né europeismo liberale né sovranismo reazionario. Per un'Europa socialista, unica reale alternativa

L'Unione Europea è nata da una concertazione di stati imperialisti del vecchio continente sospinta dalla caduta del Muro di Berlino. Il crollo dell'URSS e del Patto di Varsavia spinse la riunificazione capitalistica della Germania. L'imperialismo francese diede via libera a tale riunificazione in cambio dell'integrazione dell'imperialismo tedesco in un nuovo patto continentale. L'Unione Europea è nata attorno al patto franco-tedesco: un faticoso punto di equilibrio tra la forza militare della Francia e la forza economica della Germania. Il suo progressivo allargamento non ha rimpiazzato questo baricentro originario, ma ne ha minato le basi ed aggravato le contraddizioni. L'attuale scenario mondiale approfondisce la crisi della UE da ogni versante.


LE AMBIZIONI ORIGINARIE DELL'UNIONE

Attraverso la loro unione, formalizzata dai Trattati di Maastricht (1992-1993), gli stati imperialisti del vecchio continente si candidarono a massimizzare a proprio vantaggio la nuova spartizione del mercato mondiale e delle zone di influenza seguita al crollo dell'URSS. La dichiarazione di Lisbona dell'anno 2000 ancora progettava la conquista di una egemonia economica della UE a livello globale. Tale ambizione si è concretizzata nella formazione della moneta comune (2002), oggi estesa a 20 paesi, e seconda valuta di riserva al mondo dopo il dollaro; nell'ampliamento del mercato continentale interno con la progressiva liberalizzazione della circolazione dei capitali e delle merci; nell'allargamento progressivo della UE, con i salti compiuti nel 1995 (attraverso l'ingresso di Austria, Finlandia, Svezia), poi nel 2004 (con l'ingresso di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, Ungheria), poi ancora nel 2005 (con l'adesione di Romania e Bulgaria), infine nel 2013 (con l'ingresso della Croazia), sino agli attuali 27 stati membri. La disgregazione della federazione jugoslava, e le guerre che l'accompagnarono dal 1991 al 1999, sono state di fatto parte costituente dell'Unione Europea e della sua proiezione.


L'ATTACCO ALLE CONQUISTE SOCIALI DEL PROLETARIATO EUROPEO

Il risvolto sociale dell'unione imperialista è stato la gestione concordata delle politiche antioperaie sul versante interno: precarizzazione del lavoro, smantellamento dei meccanismi di indicizzazione dei salari, privatizzazione dei servizi, attacco alle prestazioni del welfare. La riduzione delle tasse su patrimoni e profitti, nel quadro della globalizzazione capitalistica mondiale, ha accompagnato la crescita dell'indebitamento pubblico in direzione del capitale finanziario. Il pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi ha trascinato la compressione delle spese sociali da parte dei diversi stati nazionali nel campo della sanità, dell'istruzione, della previdenza pubblica, delle protezioni sociali. I patti europei sulle politiche di bilancio – dal Trattato di Maastricht al Fiscal Compact (2012) sino al nuovo Patto di stabilità (2023) – hanno incardinato la gestione concordata di queste politiche tra i diversi stati nazionali, nel difficile equilibrio dei loro diversi interessi.

Tutti i governi borghesi, di ogni colore politico, a partire dai governi dei paesi imperialisti, hanno gestito le politiche antioperaie. Governi di centrosinistra o socialdemocratici hanno fatto in più occasioni da apripista (Blair in Gran Bretagna nel decennio 1997-2007, Schroeder in Germania tra il 1998 e il 2005, la lunga legislatura di centrosinistra in Italia dal 1996 al 2001).

La classe operaia europea ha pagato pesantemente i costi sociali di queste politiche. Le sue conquiste sociali sono finite ovunque sotto attacco. Le disuguaglianze dei livelli di reddito e di occupazione si sono complessivamente accresciute tra i diversi paesi e al loro interno. Aree territoriali tradizionalmente sottosviluppate hanno confermato o aggravato la propria marginalità (Germania Est, Meridione d'Italia, Andalusia, Bretagna) attraverso ulteriori processi di deindustrializzazione. Alcuni paesi periferici come la Grecia hanno subito profonde destrutturazioni economiche e sociali per pagare il debito estero alle banche tedesche, francesi, italiane. Il grosso dell'Europa orientale, progressivamente integrata nella UE, si è differenziata tra un Nord ed Ovest più sviluppati (Polonia, Estonia, Slovenia e paesi baltici) ed un Est e Sud ridotti a riserva di manodopera a basso salario.

In definitiva, il vero “successo” dell'Unione Europea si è consumato contro i salariati e la popolazione povera del continente.


LA CRISI DELLE AMBIZIONI EGEMONICHE DELLA UE

Si tratta in realtà dell'unico “successo” dell'Unione Europea. Le ambizioni egemoniche degli imperialismi europei si sono infatti scontrate assai presto con uno scenario internazionale avverso.

Negli anni '90 e nei primi anni 2000 il forte rilancio del militarismo imperialistico degli USA in chiave unipolare, anche attraverso il controllo della NATO, ha costretto gli imperialismi europei o a un allineamento subalterno (come in Jugoslavia e in Afghanistan) o a una differenziazione passiva (come quella di Francia e Germania sull'invasione dell'Iraq); mentre l'asse tra imperialismo USA e imperialismo britannico acuiva le contraddizioni interne alla UE e congelava il suo sviluppo politico.

La grande crisi capitalistica del 2008, per i suoi effetti diretti e indiretti, ha assestato un ulteriore colpo all'UE. La doppia recessione continentale (2008-2011) e la crisi dei debiti sovrani ha ampliato il contrasto di interessi tra la Germania e gli imperialismi mediterranei (Francia, Italia, Spagna) attorno alle politiche di bilancio. Ma soprattutto il salto imperialistico della potenza cinese dopo il 2008 e la nuova centralità planetaria dello scontro interimperialista tra USA e Cina ha progressivamente marginalizzato il peso della UE. La maturazione imperialistica della Russia di Putin e la sua politica di potenza, culminata nell'invasione dell'Ucraina (febbraio 2022), hanno infine approfondito la sua crisi.

L'Unione Europea è da tempo imprigionata in una impasse, nel lungo limbo tra mancato sviluppo federale e impossibile dissoluzione. L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione non ha sbloccato tale impasse. Il nuovo contesto mondiale oggi l'aggrava.


LA SFIDA DEL NUOVO CONTESTO MONDIALE

Il combinarsi della pressione imperialistica russa, della crisi dell'egemonia mondiale americana, della competizione globale con USA e Cina (e tra USA e Cina), pone gli imperialismi europei di fronte a nuove sfide di portata storica: la necessità di sviluppare una propria forza militare, integrata nella NATO, ma capace di una nuova presenza e iniziativa sui diversi scacchieri strategici; la necessità di un salto degli investimenti nella transizione ecologica e digitale. Sono necessità inaggirabili per far fronte agli imperialismi concorrenti, alla forza dei loro regimi statali, e alla nuova imprevedibilità dello scenario mondiale (elezioni americane incluse). Sono necessità che richiedono unità di comando e grandi disponibilità di risorse: esattamente i requisiti di cui la UE non dispone.

Il bilancio economico comunitario è irrilevante rispetto al bilancio dei poli imperialistici concorrenti. La UE non dispone di una leva fiscale continentale, e per di più è attraversata da una concorrenza fiscale interna. L'unità di comando (Commissione Europea e Consiglio Europeo) è ipotecata dalla incerta mediazione intergovernativa, dentro un ibrido istituzionale irrisolto che sta a metà strada tra confederazione e federazione, esposto a ricorrenti poteri di veto. La BCE non gode di una copertura federale, ed è essa stessa luogo di contesa tra pressioni nazionali contrastanti (ieri nella gestione dei debiti sovrani, oggi in quella dei tassi d'interesse).


I PROGETTI TRANSNAZIONALI DI UN EUROPEISMO IMPERIALISTA

Per questo un settore transnazionale della grande borghesia europea ed il suo personale politico di riferimento (Mario Draghi) premono per una forte accelerazione della UE in direzione dell'avanzata del suo processo di integrazione. È il tentativo di rilanciare un progetto federale europeo. Da qui tre proposte fra loro connesse:

1) Rinnovare e stabilizzare il ricorso all'indebitamento continentale (eurobond) – dopo quello eccezionalmente varato di fronte all'emergenza Covid – per finanziare gli enormi investimenti necessari in campo militare, ecologico, digitale.
2) Puntare a una maggiore autonomia continentale dalle importazioni cinesi nel campo delle tecnologie verdi, e dalle importazioni USA in fatto di armamenti (oggi il 78% delle importazioni militari UE), sviluppando in entrambi settori una forte produzione europea.
3) Sviluppare un “mercato unico dei capitali” che possa mobilitare a questo fine il risparmio privato nella UE, integrando il ricorso ai bilanci statali (ed eventualmente agli eurobond).


LE PROFONDE CONTRADDIZIONI TRA GLI IMPERIALISMI NAZIONALI NELLA UE

Ma la stessa emergenza mondiale che sospinge l'integrazione europea approfondisce le contraddizioni che la minano.

Ogni imperialismo nazionale europeo coltiva il proprio autonomo interesse.
L'imperialismo tedesco, destabilizzato dalla crisi congiunta dei suoi tradizionali punti di forza (energia a basso prezzo di provenienza russa, proiezione sul mercato cinese, liberalizzazione degli scambi commerciali), si oppone a ogni nuovo indebitamento europeo facendo leva sulla superiorità del proprio bilancio statale: da qui lo stanziamento di 100 miliardi nell'investimento militare della Germania nel tentativo di rilancio del suo ruolo internazionale. Un investimento militare che destabilizza il tradizionale equilibrio con la Francia.
L'imperialismo francese, colpito dal crollo della propria area di influenza in Africa, chiede il ricorso all'indebitamento continentale in funzione degli interessi della propria industria bellica e della propria egemonia militare in Europa (quale unica potenza nucleare della UE), in aperta concorrenza con la Germania. Le posture belliciste di Macron sul fronte ucraino sono il rivestimento retorico di questa politica.
L'imperialismo italiano fa fronte comune con la Francia nel chiedere il ricorso al debito europeo, a fronte delle proprie difficoltà di bilancio, ma gioca di sponda con l'imperialismo USA per ottenere un proprio riconoscimento di ruolo in Medio Oriente e in Africa ai danni del declinante imperialismo francese. Il cosiddetto piano Mattei per l'Africa si muove in questa direzione.
Parallelamente, il gruppo dei paesi dell'Europa dell'est si divarica di fronte all'imperialismo russo tra una Polonia che stanzia il 4% del PIL in armamenti in chiave antirussa e una Ungheria che assume di fatto la Federazione Russa come interlocutore privilegiato.

Tutti gli imperialismi europei accrescono i propri bilanci militari, partecipando alla corsa mondiale agli armamenti. Ma la leva dei bilanci statali nazionali, molto differenziati per consistenza e livelli di indebitamento, agisce come fattore di ulteriore divaricazione nella UE. La “Difesa europea” resta la somma delle Difese nazionali, con 17 diversi sistemi d'arma e una spietata concorrenza interna tra stati imperialisti e i loro complessi industrial-militari.

La stessa dinamica opera nel campo della transizione ecologica e digitale dell'industria. La flessibilità concessa agli aiuti di stato da parte della Commissione Europea durante la crisi energetica ha sottolineato e ampliato le diverse capacità di bilancio tra gli imperialismi europei. La sola Germania nel 2022 ha coperto il 76% di tutto il valore degli aiuti di stato concessi in Europa, e destina ben 55 miliardi annui alla sola innovazione dell'auto elettrica. Per di più il nuovo Patto di stabilità e crescita, su pressione tedesca, ha preservato in forma diversa i vecchi vincoli restrittivi delle politiche nazionali di bilancio, disciplinando la riduzione del debito pubblico e i tetti della spesa in deficit: l'imperialismo tedesco non intende farsi carico delle esigenze di cassa e di investimento degli imperialismi concorrenti della UE, mentre l'esiguo bilancio europeo continua a dipendere dai contributi versati dagli stati membri.


IL DECLINO EUROPEO NELLA MORSA TRA USA E CINA

Si amplia il divario non solo tra gli imperialismi nazionali nella UE, ma tra l'insieme della UE e le potenze concorrenti di USA e Cina, dotate di una capacità di spesa e di indebitamento pubblico enormemente superiore, e di una grande riserva interna di materie prime a basso costo.
L'industria europea è così esposta al rischio di nuove fughe degli investimenti in direzione degli USA, mentre l'espandersi del protezionismo, connesso allo scontro fra poli imperialisti, colpisce la sua forza tradizionale di primo polo esportatore. La risultante d'insieme è l'approfondirsi della crisi europea. La crisi congiunta della Germania e del blocco franco-tedesco ne è effetto e concausa.

Anche i progetti di allargamento dell'unione si scontrano con contraddizioni paralizzanti. Da un lato la pressione dell'imperialismo russo suggerisce la ricerca dell'allargamento dell'unione in direzione dell'Ucraina e di paesi balcanici già da tempo candidati e in attesa (Serbia, Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord). Dall'altro il criterio dell'unanimità decisionale ostacola il nuovo allargamento. E non solo.

I Balcani sono area di influenza contesa tra imperialismo tedesco e imperialismo italiano. L'imperialismo francese, marginale nell'area, ostacola l'integrazione per contrastare gli imperialismi concorrenti. Mentre dall'esterno l'imperialismo russo intende preservare le proprie posizioni in Serbia e in Bosnia Erzegovina, facendo leva sulle questioni nazionali irrisolte.

Quanto all'Ucraina, la sua integrazione nella UE si confronta con l'enormità dei costi della ricostruzione, l'impatto sulla redistribuzione continentale dei sussidi agricoli, le rischiose implicazioni militari nel confronto con l'imperialismo russo. La corsa concorrenziale tra gli imperialismi nazionali europei ad accordi bilaterali con l'Ucraina copre non solo il divario di interessi nella futura spartizione della sua ricostruzione, ma la paralisi di prospettiva della UE. Le differenziazioni interne sul posizionamento in Medio Oriente completano il quadro.


UNIONE EUROPEA «IMPOSSIBILE E REAZIONARIA» (LENIN).
ECONOMIA DI GUERRA E GUERRA AI MIGRANTI


Nel 1915 Lenin dichiarava che, su basi capitaliste, l'unificazione europea (“Stati Uniti d'Europa”) è o impossibile o reazionaria. L'esperienza degli ultimi trent'anni ha confermato questa verità su entrambi i lati.
Una compiuta unione federale europea è impedita dagli interessi divergenti di stati imperialisti storicamente consolidati da lungo tempo. Al tempo stesso, ogni passo avanti dell'UE sul terreno dell'integrazione capitalistica si è tradotto in un attacco alla classe lavoratrice, ai settori oppressi, alle loro domande più elementari.
In nessun modo l'unione tra imperialismi europei ha assunto o può assumere un carattere progressivo. L'idea di una “Europa sociale, democratica, di pace”, dentro il quadro capitalista, si è rivelata una utopia, contraddetta dai fatti.

Tanto più oggi l'intera evoluzione dello scenario mondiale si abbatte sul proletariato europeo e sulle masse oppresse. Il salto degli investimenti militari in tutti i paesi europei, il pubblico richiamo all'economia di guerra, i piani di ripresa della leva militare obbligatoria in alcuni paesi, le missioni militari in Medio Oriente (Mar Rosso) al fianco dello stato sionista, trascinano nel loro insieme nuovi tagli ai servizi sociali. La crisi energetica e i venti protezionisti si traducono in crescita dei prezzi e in un nuovo colpo ai salari. Il pagamento del debito pubblico, statale e/o europeo, unito alla crisi dei bilanci statali, mina gli investimenti ambientali nella riconversione energetica, già ostaggio della concorrenza capitalistica internazionale, in particolare cinese (auto elettrica, pannelli solari). La militarizzazione crescente delle opinioni pubbliche colpisce i diritti democratici, a partire dalla criminalizzazione della mobilitazione antisionista, in particolare in Germania e Francia.

Le migrazioni connesse alle guerre divengono occasione di nuove campagne xenofobe di respingimenti, di rimpatri forzati, di detenzioni amministrative, fuori da ogni parvenza di diritto. Mentre la corsa (anche) europea alle nuove materie prime dell'Africa, innanzitutto litio e cobalto, e alla sua manodopera a basso costo, si combina col contrasto dei flussi migratori alla partenza attraverso accordi criminali coi regimi africani (Niger, Ghana) e nord-africani (Libia, Tunisia, Egitto) interessati. La “solidarietà europea” che fallisce sulla redistribuzione interna dei migranti si realizza sul loro respingimento alla frontiera, e sullo spostamento a sud della linea stessa di respingimento nel cuore dell'Africa subsahariana.


LA POSTA IN GIOCO NELLE ELEZIONI EUROPEE DEL 9 GIUGNO

Tutti i partiti dominanti del vecchio continente gestiscono, in varie forme, questi indirizzi politici di fondo, su scala nazionale ed europea, con ruoli di governo o di “opposizione”.

Le imminenti elezioni europee hanno unicamente come posta in gioco gli incerti equilibri di gestione delle politiche borghesi nelle istituzioni della UE.
Il PPE, il PSE, i liberali amministrano, con la loro maggioranza, l'attuale Commissione Europea. La destra dei conservatori europei (ECR) si candida a rimpiazzare la socialdemocrazia nell'alleanza col PPE, ma alcuni suoi settori si riservano la possibilità di negoziare un proprio ingresso nell'attuale maggioranza a guida Von Der Leyen dopo il voto europeo. È il caso di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. L'estrema destra sovranista (Identità e Democrazia) rivendica la propria partecipazione a un governo europeo di centrodestra in contrapposizione al PSE, ma si scontra con l'attuale indisponibilità del PPE verso l'estrema destra tedesca e francese.

In ogni caso, gli interessi dei propri imperialismi nazionali, e i calcoli di politica interna, dominano la politica europea. La lotta politica tra partiti borghesi in Europa rimane prevalentemente nazionale. Resta il fatto che a differenza del precedente decennio nessuna forza politica rilevante in Europa, neppure il grosso dell'estrema destra sovranista, rivendica oggi l'uscita dalla UE e/o dall'euro. È un riflesso indiretto dell'emergenza politica internazionale. Prima della pandemia, poi della guerra.


LA CRISI DI CONSENSO DELLE POLITICHE DOMINANTI

Al tempo stesso il corso delle politiche dominanti registra una diffusa crisi di consenso. Con l'eccezione dei paesi baltici e degli stati esposti alla frontiera russa (Polonia), la campagna allarmistica dei circoli dominanti a favore dell'economia di guerra, finalizzata a giustificare il salto di spese militari, non riesce a egemonizzare l'opinione pubblica, ed anzi suscita diffidenza o rigetto. Il pacifismo (talvolta antiucraino) da un lato, la solidarietà col popolo palestinese dall'altro – entrambi prevalenti nel sentimento pubblico – misurano, con opposta valenza, la crisi di consenso della politica estera nei paesi imperialisti dell'UE.

Non va diversamente per le politiche ambientali: il rinvio o l'autoriduzione degli impegni annunciati col Green Deal, sotto la pressione delle organizzazioni padronali dell'industria e dell'agrobusiness; il carico delle misure annunciate di riconversione produttiva ed energetica sulle spalle dei salariati e dei consumatori; i criteri di distribuzione dei sussidi agricoli a vantaggio delle grandi aziende, hanno sommato su opposti versanti resistenze diffuse o opposizioni aperte di ampi settori popolari, nei centri urbani e nelle campagne.

La profonda crisi dei sistemi sanitari e previdenziali, aggravata dalla crisi demografica e dal salto degli investimenti militari, e la pressione inflazionistica sui salari a fronte dell'abnorme crescita dei profitti, nutrono il malcontento di vasti settori di massa.


L'INSTABILITÀ POLITICA IN EUROPA

L'instabilità degli equilibri politici in Europa è il riflesso della crisi di consenso.
Con la parziale eccezione italiana, tutti i principali paesi imperialisti del vecchio continente incontrano crescenti difficoltà politiche sul versante interno.
Il governo tedesco è minato dalla crisi profonda della SPD e dalle contraddizioni interne alla maggioranza “semaforo”.
Il governo francese è colpito dalla crisi interna al partito macronista En Marche, non dispone più di una maggioranza parlamentare stabile ed è minacciato dalla crescita del lepenismo.
Il governo spagnolo, sopravvissuto alle elezioni anticipate, vive una nuova crisi di consenso sul fronte dell'irrisolta questione catalana.
Il governo della Gran Bretagna attraversa la crisi storica del Partito Conservatore, che si somma alla crisi interna alla famiglia reale.
In diversi paesi il pendolo tradizionale dell'alternanza è stato scosso o destabilizzato da processi di polarizzazione politica.


POLARIZZAZIONE POLITICA E SOVRANISMO REAZIONARIO

La crescita della destra e dell'estrema destra sovranista in diversi paesi europei, dalla Germania alla Francia, dal Portogallo alla Romania, dall'Austria ai Paesi Bassi, è un riflesso della crisi politica e sociale del vecchio continente.

Il sovranismo, diversamente declinato, si candida a rappresentare settori declassati della piccola e media borghesia (è il caso del “movimento dei trattori”) ma anche a costruire l'egemonia piccolo/medio-borghese su ampi settori popolari e di lavoro salariato, nelle periferie e nella provincia profonda. È il tentativo di capitalizzare a destra la crisi congiunta dell'establishment liberale e del movimento operaio europeo. A differenza che in passato, le destre sovraniste dei paesi imperialisti combinano il vecchio spartito del nazionalismo militarista e atlantista con quello di un europeismo imperialista più “autonomo dagli USA” e dialogante con l'imperialismo russo.

È la rivendicazione di un'Europa confederale di stati indipendenti, quale potenza giudaico-cristiana, nemica di immigrati e musulmani. L'obiettivo è intercettare su basi reazionarie il sentimento pacifista “antiamericano” dell'opinione pubblica europea.

Il consenso elettorale delle destre in significativi settori della classe operaia industriale europea, in particolare in Francia e in Italia, misura lo scollamento dei vecchi blocchi sociali di centrosinistra sotto la pressione della crisi capitalistica.


LA CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO EUROPEO.
LA RESPONSABILITÀ DELLE BUROCRAZIE SINDACALI


La classe operaia europea ha conosciuto, in anni recenti, dinamiche di lotta molto differenziate da paese a paese. La Francia ha vissuto nell'ultimo decennio ripetuti processi di mobilitazione e radicalizzazione, contro la liberalizzazione dei licenziamenti e l'innalzamento dell'età pensionabile. L'Italia, all'opposto, resta segnata da un riflusso prolungato e profondo della classe operaia, dopo la sconfitta subita su tema dei licenziamenti (Jobs Act del governo Renzi, 2014-2015) e dell'istruzione pubblica (Buona Scuola, 2015). Un analogo ripiegamento ha investito il proletariato greco dopo l'esperienza traumatica del governo Syriza.

Una forte ripresa di lotte salariali ha interessato nell'ultimo anno la Gran Bretagna, con un significato di importante risveglio dopo la sconfitta storica subita quarant'anni fa per mano del governo Thatcher. Movimenti di lotta sul terreno salariale si sono prodotti, su scala più limitata, anche in Francia e in Germania, prevalentemente nel settore pubblico e nei servizi, meno nel proletariato industriale.

Nel complesso il livello di mobilitazione del proletariato europeo, per responsabilità delle sue direzioni, è oggi molto al di sotto delle necessità e della portata obiettiva dello scontro, sia sul terreno sindacale che sul piano politico più generale, sia nei diversi paesi che su scala continentale.

La diffidenza e ostilità verso il militarismo restano ancora prevalentemente passive. La necessaria mobilitazione contro la guerra, contro l'economia di guerra, contro la corsa generale agli armamenti, è stata per lo più rimpiazzata o da un affidamento passivo alla NATO in chiave antirussa (in particolare in Polonia e nel Nord Europa) o all'opposto da un sentimento diffuso antiucraino mascherato dal pacifismo (particolarmente forte in Italia). I movimenti di solidarietà con la Palestina, di grande rilevanza politica, hanno registrato dimensioni di massa in Gran Bretagna, una diffusa partecipazione giovanile in diversi paesi, una sintonia generale col senso comune maggioritario dell'opinione pubblica europea, decisamente filopalestinese; ma vedono ancora l'assenza del grosso del movimento operaio organizzato. Il movimento ambientalista del Fridays For Future, che aveva conosciuto una forte espansione tra il 2018 e il 2021 in importanti settori della gioventù europea, ha conosciuto una parabola declinante, anche per l'assenza di un riferimento di classe. L'importante mobilitazione democratica in Germania contro l'estrema destra nei primi mesi del 2024 è stata subordinata al governo a guida SPD, e perciò stesso deprivata di larga parte delle proprie energie e potenzialità.

Le burocrazie dirigenti del movimento operaio e sindacale europeo hanno avuto e hanno in tutto questo una responsabilità decisiva, subordinando ovunque la classe operaia alle necessità del proprio imperialismo e/o della propria borghesia.
In Francia hanno smobilitato il movimento di lotta sulle pensioni per paura di perderne il controllo. In Italia rifiutano ogni ipotesi di vertenza generale, pur in presenza di undici milioni di salariati in attesa di contratto. In Germania accettano di sacrificare le rivendicazioni salariali del settore pubblico alle esigenze di spesa militare. In Spagna sostengono il quadro di concertazione sociale col governo Sanchez e il padronato.

A maggior ragione è assente ogni piattaforma di lotta continentale ed ogni azione di lotta su scala europea. La stessa critica del nuovo Patto di Stabilità europeo da parte della Confederazione Europea dei Sindacati si limita a pronunciamenti innocui (13 dicembre 2023). La passività sul terreno del contrasto del militarismo e la mancata risposta all'appello dei sindacati palestinesi per la mobilitazione contro Israele misurano la profonda corresponsabilità delle burocrazie sindacali agli imperialismi europei e alle borghesie del continente.


LA SINISTRA EUROPEA TRA GOVERNISMO E CAMPISMO

La sinistra politica continentale, a sua volta, rivela tutta la propria subalternità al nuovo quadro internazionale.

La socialdemocrazia europea, con diverse declinazioni, ha gestito o gestisce la politica imperialista con ruoli di governo, sia a livello di Unione Europea in alleanza con PPE e liberali, su una linea europeista-atlantista, sia all'interno dei diversi contesti nazionali, con esiti e dinamiche differenziati.
In Germania la SPD guida il governo dell'imperialismo tedesco nel momento della sua svolta militarista.
In Spagna il PSOE dirige il governo dell'imperialismo spagnolo, subordinandovi il movimento operaio attraverso una politica di concertazione sindacale.
In Francia il PS ha subito gli effetti distruttivi del proprio ruolo di governo nel precedente decennio e dello scontro diretto con le resistenze sociali, sino al tracollo dei propri legami di massa.
In Italia lo spazio della socialdemocrazia è stato occupato precocemente sin dagli anni '90 da una formazione borghese liberale nata dalle ceneri del vecchio partito stalinista e tradizionalmente legato all'establishment (PDS, poi DS, infine PD). La sua gestione prolungata delle politiche di austerità ne ha largamente compromesso l'immagine pubblica nella classe lavoratrice, a beneficio della destra.
In Gran Bretagna il Labour Party si candida al governo con una nuova torsione liberale di matrice blairiana dopo aver archiviato la breve parentesi riformista di Corbyn: l'ostilità della nuova segreteria Labour verso gli scioperi operai dell'estate 2023 è il biglietto da visita del “nuovo” corso laburista.

I partiti della sinistra europea che negli anni '90 e 2000 hanno cercato un proprio spazio a sinistra della socialdemocrazia liberale sono vittima delle proprie ambizioni di governo.
Rifondazione Comunista si è autodistrutta quasi vent'anni fa con il proprio coinvolgimento nel governo di Romano Prodi (2006-2008) e nelle sue politiche antioperaie.
Syriza ha bruciato la domanda di svolta dell'ascesa di massa del 2012-2015 sull'altare del governo dell'austerità del memorandum della troika (2015-2019), ed è oggi investita da una crisi e disarticolazione profonda.
Podemos ha largamente disperso il consenso raccolto dopo le mobilitazioni degli Indignados (2011) con la propria perdurante partecipazione ai governi dell'imperialismo spagnolo a guida Sanchez (dal 2019).
Il Partito Comunista Portoghese e il Bloco de Esquerda hanno sostenuto per quattro anni (2015-2019) il governo della socialdemocrazia portoghese di Costa, con il suo taglio pesante degli investimenti pubblici.
La Linke tedesca, dall'opposizione, ha votato dopo il 7 ottobre le politiche filosioniste del governo dell'imperialismo tedesco ed ha subito una importante scissione dal versante sovranista e rossobruno guidata da Sahra Wagenknecht.
La NUPES francese si è disgregata sull'onda dell'allineamento “critico”del Partito Comunista Francese alle politiche di legge e ordine di Macron e al suo fronte repubblicano a difesa di Israele. La France Insoumise di Mélenchon preserva la propria versione di populismo nazionalista di sinistra, dominato dalle ambizioni personalistiche del suo leader: la comune subalternità della NUPES alle burocrazie sindacali francesi le ha rese corresponsabili della sconfitta dei movimenti di lotta (movimento contro la Legge Khomri e movimento contro la riforma delle pensioni).
Infine Jeremy Corbyn, asceso ai vertici del Labour Party britannico nel 2015 sulla base di un programma riformista antiblairiano, ha sacrificato il consenso militante raccolto all'unità con l'ala liberale del Labour Party, finendo battuto e umiliato da questa.

Complessivamente, la pretesa di costruire una nuova socialdemocrazia di sinistra su scala continentale è crollata sotto il peso delle derive governiste e/o delle pressioni degli imperialismi nazionali. La bandiera ideologica dell'“Europa sociale, democratica, di pace” è stata ed è solamente la copertura ideologica di questa politica di compromissione.

Un altro settore della sinistra europea, per lo più di estrazione stalinista, ha sposato posizioni campiste, col sostegno ai nuovi imperialismi russo e cinese, presentati come alternativa progressista alla NATO. L'allineamento si è tradotto nell'appoggio all'invasione russa dell'Ucraina, o in forma esplicita e diretta o in una versione mascherata di tipo pacifista. L'area campista è variegata, con articolazioni interne anche molto diverse l'una dall'altra. La sua ala estrema è sfociata nel rossobrunismo, in aperta sinergia con ambienti di estrema destra sovranista e posizioni reazionarie no vax, anti-immigrati, anti-ecologiche, anti-gay. La cosiddetta Piattaforma Mondiale Antimperialista (WAP) è il principale luogo di aggregazione internazionale della componente estrema del campismo. Tale aggregazione ha determinato la scissione interna all'area stalinista internazionale, con la nascita del nuovo polo di Azione Comunista Europea (ECA) attorno alle posizioni anticampiste del KKE greco.

La disgregazione interna del movimento stalinista è un sottoprodotto della nuova polarizzazione imperialista su scala mondiale. E chiama in causa, una volta di più, la necessità di un bilancio storico di fondo dello stalinismo e della sua deriva.


LA PROSPETTIVA SOCIALISTA, UNICA VERA ALTERNATIVA

La prospettiva socialista è l'unica soluzione storicamente progressiva. Lo è sul piano mondiale. Lo è di riflesso sul terreno europeo, in contrapposizione sia all'europeismo borghese liberale, sia al sovranismo reazionario.

Solo la classe operaia può unire l'Europa su basi progressive. Nel quadro capitalista e imperialista il vecchio continente è condannato al declino, nella morsa della polarizzazione mondiale tra vecchie e nuove potenze imperialiste. In tale quadro nessuna delle esigenze elementari della classe operaia e delle masse oppresse può trovare soddisfazione.
La crisi capitalista e il crollo dell'URSS hanno chiuso da tempo lo spazio storico delle riforme in Europa. Tutte le istanze del proletariato e dei movimenti progressivi del vecchio continente (sociali, ambientali, di genere, antirazzisti, antimilitaristi) pongono la necessità della rottura anticapitalistica. È la prospettiva del governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea. È la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

Questa parola d'ordine non è una improvvisazione propagandistica. Fu la parola d'ordine del movimento comunista nei suoi anni rivoluzionari. La Terza Internazionale comunista l'assunse formalmente nel 1923, a seguito dell'occupazione francese della Ruhr, contro il veleno dei nazionalismi imperialisti. Lo stalinismo la cancellò, assieme all'intero programma comunista.

Oggi il nuovo contesto mondiale di scontro interimperialista, l'irruzione della guerra nel cuore dell'Europa, la corsa generale agli armamenti, ripropongono l'attualità di questa prospettiva storica, contro ogni sorta di atlantismo, di europeismo imperialista, di sovranismo nazionalista, di campismo.

La nostra difesa dell'Ucraina dalla guerra d'invasione dell'imperialismo russo muove da un'angolazione di piena autonomia da tutti gli imperialismi. Innanzitutto dall'imperialismo di casa nostra. L'imperialismo nord-americano e britannico, gli imperialismi nazionali della UE, fanno leva sulla guerra in Ucraina per promuovere l'allargamento della NATO, in Europa e sul Pacifico, per sospingere e giustificare la propria corsa agli armamenti (infinitamente più grande degli “aiuti” all'Ucraina), per prepararsi alle guerre future contro gli imperialismi rivali.
Parallelamente, l'imperialismo russo e il suo regime reazionario vedono l'invasione dell'Ucraina come parte della ricostruzione della propria area d'influenza grande-russa nella stessa Europa, e del rilancio della propria politica di potenza in Medio Oriente e in Africa, in alleanza oggi con l'imperialismo cinese.

I lavoratori e le lavoratrici dell'Unione Europea e della Russia non hanno alcun interesse a prender parte, da un lato o dall'altro, alla spartizione del mondo tra vecchi e nuovi imperialismi. Al contrario: solo la lotta contro tutti gli imperialismi può salvaguardare il proprio interesse indipendente, a partire dalla propria aspirazione alla pace.

Se vuoi la pace prepara la rivoluzione” dichiarava Karl Liebknecht. La prospettiva del governo dei lavoratori e degli Stati Uniti Socialisti d'Europa traduce questa consegna.


PER GLI STATI UNITI SOCIALISTI D'EUROPA, DALL'ATLANTICO A VLADIVOSTOK

La prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa travalica il perimetro dell'attuale Unione Europea. La geografia politica dell'Europa attuale è figlia delle scomposizioni e ricomposizioni attuate e negoziate dalle potenze borghesi dopo il crollo del Muro di Berlino e la restaurazione capitalistica in URSS. La linea di divisione tra proletari dell'Europa occidentale e proletari russi è stata riproposta su basi nuove dal contrasto fra imperialismi rivali. Da un lato gli imperialismi NATO, dall'altro l'imperialismo russo, arruolano l'uno contro l'altro il “proprio” proletariato in funzione dei rispettivi interessi imperialisti e della corsa agli armamenti. Unire i proletari contro i propri imperialismi significa battersi per unire l'Europa al di là delle sue attuali frontiere, per una Europa unita dall'Atlantico a Vladivostok, per una federazione socialista europea: l'unico quadro in cui sarà possibile risolvere, su basi progressive, la stessa miriade di questioni nazionali, grandi o piccole, che percorrono la penisola balcanica, l'est europeo, la Federazione Russa. Questioni che non possono trovare soluzione né sotto il comando degli imperialismi della UE né sotto la dominazione grande-russa.

Nella stessa UE i vecchi confini tra i principali stati nazionali non hanno alcuna funzione progressiva. Essi sono tenuti in piedi dall'interesse delle diverse borghesie, che usano la retorica propagandista dell'Europa quando devono imporre sacrifici ai propri operai o negoziare l'aiuto per le proprie banche, ma si tengono ben stretti i propri stati nazionali come strumento d'ordine sul piano interno, come comitati d'affari e camera di compensazione dei propri conflitti di interesse, come procacciatori di commesse e profitti sul mercato mondiale, come strumento militare di intervento o respingimento.

La sola cancellazione dei vecchi confini artificiali e del parassitismo degli Stati borghesi nazionali rappresenterebbe di per sé un grande salto in avanti della ricchezza sociale disponibile per tutti i lavoratori europei. Una pianificazione democratica dell'economia europea che mettesse insieme, a vantaggio dei lavoratori, la forza produttiva dell'intero continente costituirebbe un enorme progresso. Squilibri territoriali atavici (dalla questione meridionale italiana al mezzogiorno spagnolo) potrebbero essere compiutamente affrontati entro un grande piano continentale per il lavoro. Le questioni nazionali irrisolte e irrisolvibili nel contesto della UE e dell'Europa capitalista (la questione irlandese, la questione basca, la questione catalana...) potrebbero trovare soluzione nel quadro federale socialista europeo, col pieno diritto di autodeterminazione di ogni nazionalità oppressa, entro il richiamo unificante di una comunità continentale non più oppressiva: una repubblica europea dei consigli dei lavoratori e delle lavoratrici.

L'Europa dei lavoratori e delle lavoratrici rappresenterebbe a sua volta uno strumento di sostegno ai lavoratori e ai popoli oppressi di tutto il mondo contro il capitalismo e l'imperialismo.
La cancellazione di ogni pretesa e diritto coloniale delle vecchie madrepatrie sarebbe il primo atto di un governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea. In particolare il pieno sostegno al diritto di autodeterminazione del popolo palestinese contro lo stato sionista, e del popolo curdo contro gli stati che lo opprimono, sarebbe un messaggio di liberazione alle masse oppresse di tutta la nazione araba e del Medio Oriente, e un forte incoraggiamento alla loro lotta.

Lo stesso sviluppo della lotta per un governo dei lavoratori in Europa potrebbe dare un forte impulso al movimento operaio internazionale a tutte le latitudini e in tutti i continenti.


PER UN PROGRAMMA DI LOTTA UNIFICANTE

Solo la prospettiva socialista del governo dei lavoratori può liberare una piattaforma di lotta unificante del proletariato, in ogni paese europeo e su scala continentale, capace di aggregare attorno a esso le istanze progressive di emancipazione e liberazione dei settori oppressi della società.

La lotta politica e di classe assume naturalmente forme diverse da paese a paese, in base alle diverse specificità nazionali, contesti politici, esperienze e tradizioni del movimento operaio. L'articolazione della piattaforma di lotta non può prescindere da questo principio di realtà. Tuttavia i contenuti dello scontro di classe travalicano, tanto più oggi, i confini nazionali.
L'Unione Europea ha unito la borghesia contro il lavoro. Si tratta allora di unire il lavoro contro la borghesia europea. La lotta in ogni paese per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici implica un quadro di rivendicazioni comuni e unificanti.

Per l'aumento generale dei salari e la scala mobile dei salari.
Per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro. A pari lavoro, pari diritti.
Per la cancellazione di ogni legislazione anti-immigrati e il riconoscimento pieno dei loro diritti.
Per la ripartizione del lavoro fra tutti attraverso la scala mobile delle ore di lavoro.
Per un grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici nel risanamento ambientale, nella riconversione energetica, nelle energie rinnovabili, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi capitali, profitti, rendite.
Per un grande piano di investimenti pubblici nella sanità, nell'istruzione, nella socializzazione dell'economia domestica, finanziato dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche e dalla loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti.
Per l'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio delle imprese che licenziano, che inquinano, che violano i diritti sindacali.
Per l'esproprio delle grandi proprietà ecclesiastiche (bancarie, finanziarie, immobiliari), la cancellazione di ogni privilegio clericale, l'abrogazione di tutte le leggi e misure discriminatorie nei confronti delle donne ed LGBTQI.
Per l'abbattimento delle spese militari e l'esproprio sotto controllo operaio dell'industria bellica.
Per la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell'industria farmaceutica, dell'industria chimica, della grande industria alimentare, delle grandi aziende agricole, della grande distribuzione.
Per la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori del sistema ferroviario, aereo, portuale, logistico
Per la nazionalizzazione dei grandi monopoli in tutti i settori strategici della produzione, a partire dall'industria automobilistica e siderurgica, della energia, delle telecomunicazioni.


Tali misure, al di là delle loro particolarità, hanno un significato d'insieme: configurano un'alternativa di sistema all'anarchia del mercato e alla concorrenza capitalistica. Dunque alla distruzione di diritti sociali, devastazioni ambientali, oppressioni, dinamiche di guerra, che esse trascinano con sé. Non indicano una “nuova politica economica”, secondo la vecchia retorica riformista, ma una diversa struttura dell'economia, fondata sulla soddisfazione dei bisogni della società in base a un piano democraticamente definito dai lavoratori e sotto il loro controllo. Una alternativa di società e di potere.

La lotta per queste rivendicazioni parte in ogni paese dalle esigenze elementari della classe lavoratrice e delle masse oppresse, e va sempre ancorata ad esse. Al tempo stesso, traccia un ponte tra queste esigenze e la necessità di un governo dei lavoratori: l'unico governo che, rompendo col capitalismo, può realizzare compiutamente tali rivendicazioni e riorganizzare la società su basi nuove. La lotta per il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, è ovunque il cuore di questo programma. Il suo coronamento naturale e centrale. Ed anche il principio di riferimento della piena autonomia del movimento operaio da ogni governo capitalista.


PER UNA RISPOSTA RADICALE ALLA REAZIONE

Il fondamento di questo programma di lotta non sta nella coscienza soggettiva della classe operaia e delle masse oppresse ma nella condizione oggettiva della società. La coscienza soggettiva delle grandi masse ha conosciuto un arretramento più o meno profondo. Ma oggettivamente solo una rottura anticapitalista può riaprire un orizzonte di progresso per l'umanità. Si tratta di far leva su questa verità per portarla controcorrente nella coscienza soggettiva della massa. Il programma ha innanzitutto questa funzione: mettere il movimento operaio al passo con la svolta d'epoca in corso.

L'attualità del programma anticapitalistico è anche di natura politica. L'esaurirsi dello spazio riformista sotto la pressione della crisi sociale e delle dinamiche di guerra richiama l'esigenza di soluzioni radicali. O tale soluzione è imposta dalla classe lavoratrice sul terreno anticapitalistico o rischia di essere imposta da forze più o meno reazionarie contro la classe lavoratrice.
La crisi delle tradizionali forme di alternanza liberale, l'irruzione di grandi processi di polarizzazione politica, testimonia l'attualità di questo bivio. La stessa crescita della destra sovranista in Europa è la misura della crisi del movimento operaio nell'approntare una propria soluzione della crisi del capitalismo. Risolvere questa crisi è dunque parte decisiva della stessa battaglia contro la reazione.

Peraltro solo una lotta radicale su una piattaforma di lotta unificante può scomporre i blocchi sociali reazionari, liberare settori di classe oggi lì imprigionati, ricomporre un blocco sociale alternativo, ribaltare i rapporti di forza, riaprire dal basso lo scenario politico. Solo una lotta radicale può strappare cammin facendo risultati e conquiste parziali. Solo ponendo la questione del potere si può indurre la borghesia a fare concessioni. La borghesia concede qualcosa quando ha paura di perdere tutto. Le riforme, come diceva Lenin, sono un sottoprodotto della rivoluzione. Tanto più in un'epoca di crisi.

Non si tratta dunque di contrapporre questo programma agli obiettivi immediati dei movimenti, ma di portare in ogni movimento questo programma. Di ricondurre i suoi obiettivi immediati a una prospettiva anticapitalista. Vale per il movimento operaio come vale per ogni movimento progressivo, di genere, ambientale, antirazzista, antimilitarista, antifascista. Tutte le rivendicazioni progressive, sociali, democratiche, di pace richiamano la necessità di rompere col capitalismo e con l'imperialismo. E dunque la necessità di un riferimento centrale alla classe lavoratrice come forza centrale di un'alternativa. Parallelamente, la classe lavoratrice potrà assolvere il ruolo rivoluzionario solo se assume nel proprio programma tutte le istanze di emancipazione e liberazione delle masse oppresse della società, fuori da ogni ripiegamento economicista.


PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA, CLASSISTA E INTERNAZIONALISTA

Il programma è in funzione dell'orientamento della massa e dello sviluppo della sua coscienza. Ma lo sviluppo della coscienza di massa richiede la presenza di un'avanguardia organizzata che intervenga nella classe operaia, nelle organizzazioni di massa, in ogni movimento progressivo.

Un'avanguardia unita dal programma, da una comune comprensione del corso generale degli avvenimenti mondiali, da una comune memoria storica della propria classe di riferimento, sul piano nazionale e internazionale. Raggruppare controcorrente questa avanguardia è una necessità politica urgente. Una necessità mondiale, una necessità in Europa.

La deriva della vecchia sinistra riformista e campista si è consumata in tutto il continente. La ricostruzione in ogni paese e su scala europea una sinistra rivoluzionaria, anticapitalista, internazionalista, è il compito centrale dei marxisti rivoluzionari in Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Sant'Elena di Gorbaciov

 


La morte ha riportato la figura di Michail Gorbaciov fuori dai gorghi dell’oblio ai quali era condannata da molti anni.

Anche così, però, la palude delle banalizzazioni di ogni tipo non si è prosciugata, proponendo stereotipi del tutto improduttivi: o eroe della Perestrojka e della democrazia o il Bruto che ha pugnalato la “patria socialista”. Occorre, invece, usare categorie interpretative meno puerili e fragili.

Certo la figura di Gorbaciov è quella di un personaggio non insignificante, ma essa non poteva venire alla luce senza la presenza di forze e di processi collettivi, come del resto avviene in generale nella storia.
Lo scenario è quello del collasso del sistema burocratico, non solo russo, ripudiato non da un killer truculento, incarnazione dell’ala dell’apparato più spudoratamente restaurazionista (la fazione Butenko) ma da un burocrate illuminato sostenitore di un sistema politico (socialista?) dal volto umano.
In realtà Gorbaciov e le vicende del suo tempo sono l’epifenomeno della contraddittorietà e della fragilità del sistema politico burocratico, con il rovinoso tramonto del sogno, folle e antistorico, del socialismo realizzato “in un solo paese”.
Anche lo straordinario acume di Trotsky non aveva prodotto una brillante profezia storica ma aveva colto materialisticamente le radici di quella mostruosa degenerazione prodotta da una crisi profondissima del movimento operaio internazionale.

In Russia gli equivoci di un’economia statalizzata ma governata non da un reale potere proletario ma da una casta parassitaria di burocrati, sfociarono, nel quadro più generale del collasso del movimento operaio internazionale, in un dramma collettivo.
I burocrati con il passare del tempo non si rassegnavano a essere più gli amministratori delegati dell’economia ma si apprestavano a volerne diventare i titolari a pieno titolo, con la restaurazione di rapporti produttivi capitalistici.
La crisi storica della burocrazia era a quel punto irreversibile, e i suoi sbocchi erano di segno chiaramente repressivo. Essa era favorita non solo dall’estrema debolezza del proletariato russo ma anche da un contesto internazionale di segno conservatore e talvolta reazionario. Nei paesi imperialisti quegli anni videro l’ascesa dell’eurocomunismo, con il quale le burocrazie dell’Europa occidentale cercavano di sdoganarsi e di candidarsi a forza di governo pienamente integrate con il quadro borghese. Negli Stati Uniti si manifestavano allo stato embrionale i segni di una chiara parabola reazionaria che, partendo dalla candidatura populista di Ross Perot, sarebbe sfociata dopo un percorso di decenni nel trumpismo. Nei paesi dipendenti il quadro internazionale registrava non solo la nascita di repubbliche islamiche ferocemente reazionarie, ma anche le prime significative manifestazioni del fondamentalismo islamico che toccavano la crisi afghana per riflettersi poi nel Caucaso sotto il controllo russo.

Il tentativo di Gorbaciov si sviluppava dentro questo perimetro internazionale. La sua debolezza consisteva, fondamentalmente, nel non potere contare sul sostegno di nessuna delle due classi fondamentali presenti nella società.
L’esperienza di Gorbaciov era destinata ad una rapida liquidazione. La crisi della burocrazia ne aveva favorito la nascita, la sua indeterminatezza sulle questioni di fondo ne provocò il rapido declino. E con questo declino, il rapido tramonto della figura di Gorbaciov sostituito alla guida della morente URSS prima da quella dell’avventuriero Boris Eltsin, poi dagli embrioni di un nuovo soggetto dominante composto da grandi burocrati rapidamente (inaspettatamente) trasformatisi in grandi capitalisti supportati da un apparato militare e poliziesco di cui Vladimir Putin avrebbe poi assunto il pieno controllo.

Quella di Gorbaciov fu dunque la fugace parabola di una meteora che aveva brillato di una luce intensissima quanto effimera per poi avere in destino il pennacchio del premio Nobel per la pace mentre essa si inabissava nella polvere dell’oblio politico.
Il dio della storia, per come Hegel ne aveva parlato nella Fenomenologia dello spirito, si serve spesso di figure simbolo che utilizza per realizzare i suoi progetti, e che poi rimuove ed emargina condannandoli ad un feroce oblio. Napoleone Bonaparte finì i suoi giorni a Sant’Elena, Gorbaciov ebbe una sorte molto simile. I suoi paladini ne presero subito le distanze per integrarsi rapidamente nell’apparato borghese, come avvenne anche in Italia con i vari Occhetto e D’Alema, autori di una politica di pesanti attacchi ai lavoratori e capace di produrre i bombardamenti della guerra in Jugoslavia. Ciò ci dà l’occasione di riflettere sulla meschinità di Marco Rizzo, che in occasione della morte di Gorbaciov ha impunemente confessato di avere stappato una bottiglia di champagne messa in frigo nel 1991. Ma lo stesso Rizzo in quel periodo era anch’esso intruppato nella schiera dei guidatori della rivoluzione, imboscato nelle poderose armate a servizio dei vari governi italiani di centrosinistra.

Cosa dire, dunque, ricordando la figura di Gorbaciov fuori e contro la marea di un interessato senso comune, e anche questo brilla per le sue caratteristiche genetiche di segno conservatore? Contro questo interessato senso comune appare chiaro che il disegno di Gorbaciov si è rivelato del tutto inadeguato a realizzare l’ardita riforma della Perestroika. La minaccia innescata dall’addio di questa politica ha provocato uno scoppio nelle mani di un apprendista stregone. I fatti hanno così confermato quello che Trotsky aveva visto così chiaramente nei tragici anni che portarono il nazismo al potere: l’irriformabilità della burocrazia. Ciò non sulla base di un astratto presupposto ideologico ma su quella della considerazione dell’ampiezza e della profondità degli interessi materiali propri del sistema di potere burocratico, sempre arroccato tenacemente nella difesa dei suoi luridi privilegi.

La storia non ha visto solamente il fallimento clamoroso di Gorbaciov: la crisi ungherese e il fallimento della politica di Imre Nagy e la sconfitta in Cecoslovacchia della primavera di Dubcek hanno, in certo qual modo, precorso la catastrofe della Perestroika.
In realtà solo una rivoluzione politica socialista può battere i regimi burocratici in senso progressivo e impedire che sulle loro macerie venga restaurato, come puntualmente avvenuto, il capitalismo.

L’ambiguità della politica di Gorbaciov e la sua tragica impotenza si sono ancor più rivelate in occasione della morte dello stesso alfiere della Perestroika. Putin, che pure è il principale beneficiario degli sviluppi della politica innescata da Gorbaciov, si è ben guardato dal concedere gli onori connessi ai funerali di stato allo stesso Gorbaciov, che anche da morto si trova in mezzo al guado che separa la riconoscenza e l’oblio.
In realtà con il fallimento della Perestroika, la restaurazione del capitalismo e la nascita di un neoimperialismo russo, le contraddizioni di quella società non si sono attenuate, anzi sono ancora più laceranti al di là della consapevolezza che ne hanno le masse lavoratrici.
Sta ai marxisti rivoluzionari russi, una piccola ma coraggiosa avanguardia, il compito di mettere in moto una dinamica diversa. Ciò può avvenire solo se nel resto dell’Europa e del mondo la costruzione di una internazionale marxista trarrà tutte le conseguenze dal fallimento della Perestroika e saprà costruire la necessaria risposta rivoluzionaria.

Pino Siclari

Nuovo libro. 'Stalin e il PCI. Tra mito e realtà'

 


È uscito un nuovo libro di Marco Ferrando dal titolo Stalin e il PCI. Tra mito e realtà, Red Star Press editore. Il testo precedente dell'autore (Cento anni. Storia e attualità della rivoluzione comunista), anch'esso edito da Red Star Press, si soffermava principalmente sull'attualità del marxismo rivoluzionario e del suo programma fondamentale in rapporto alla crisi del capitalismo. Il nuovo libro affronta il tema da un'angolazione diversa: la storia del movimento operaio e comunista in Italia, nella sua connessione con lo stalinismo.


Lo stalinismo non è riducibile alla figura di Stalin, e neppure alla sola storia dell'URSS. Esso non solo ha dominato – lungo l'arco di mezzo secolo – un ampio settore del movimento operaio mondiale, e i movimenti di liberazione nazionale contro l'imperialismo in Asia e in Africa, ma ha anche determinato, per i suoi effetti diretti e indiretti, larga parte della storia successiva al proprio crollo. La caduta del Muro di Berlino, la restaurazione capitalistica in Russia e in Cina per mano delle loro burocrazie dirigenti, la nascita per questa via di nuove potenze imperialiste con i loro enormi riflessi su scala internazionale, sono inseparabili in ultima analisi dalla parabola storica del fenomeno staliniano. Non riguardano solo il passato ma il presente, inclusi i nuovi venti di guerra.

Così è stato per il movimento operaio. Le sedimentazioni dello stalinismo permangono non solo nelle organizzazioni e nei partiti che si rifanno apertamente al suo mito, ma anche nell'immaginario di settori dell'avanguardia di classe, politica e sindacale. Nel loro linguaggio, nella loro lettura del mondo (basta pensare al campismo), nella loro impostazione politica e strategica. Ciò è particolarmente evidente in Italia, dove ha operato per sessant'anni il partito staliniano con la maggiore influenza di massa dell'intero Occidente capitalistico, il Partito Comunista Italiano.

La cultura del PCI, nei suoi diversi frammenti, è infatti sopravvissuta al partito. Ha smarrito la propria organicità ma non il proprio vocabolario. La “Costituzione nata dalla Resistenza” (invece che dal suo tradimento), la “sovranità nazionale dell'Italia” (cioè dell'imperialismo di casa nostra), i blocchi “progressisti” e di governo con la borghesia liberale, il feticcio della democrazia borghese e dello Stato, le illusioni sull'ONU e la diplomazia mondiale, lo stesso minimalismo rivendicativo sul piano politico e sindacale (inclusa l'estraneità alla tradizione più radicale della lotta di classe sul terreno dell'azione e dell'autorganizzazione di massa) sono tutti ingredienti della tradizione del PCI e della lunga egemonia che questa ha esercitato a sinistra, persino a sinistra del PCI. Non è un caso se tali posture, ben oltre il PCI, hanno dominato in varie forme negli ultimi trent'anni la politica e il pensiero delle sinistre cosiddette radicali. Anche di quelle che dovevano “rifondare”.

Questa cultura riformista non germinò spontaneamente, o per fattori casuali. Si affermò in un drammatico scontro politico con la cultura precedente del movimento operaio italiano, quella del PCd'I delle origini, e di parte dello stesso Partito Socialista Italiano dei primi anni '20. Una cultura classista, internazionalista e rivoluzionaria, che aveva segnato ampi settori di massa del proletariato del primo '900 e che aveva trovato il proprio sbocco più conseguente nella fondazione del PCd'I a Livorno, quale sezione dell'Internazionale Comunista. Non senza incrostazioni iniziali di estremismo, come nella impostazione bordighiana, ma su una base coerentemente rivoluzionaria. Una base programmatica e di principio su cui si innestò la riflessione ed elaborazione di Antonio Gramsci, nel segno di un'adesione compiuta al bolscevismo. Le Tesi di Lione del terzo congresso del PCd'I (1926) sancirono tale patrimonio, quello che il togliattismo pochi anni dopo avrebbe liquidato.

Certo, il PCI nacque dal PCd'I, ma come sua negazione. Nacque cioè dalla distruzione del PCd'I delle origini – prima di Bordiga e poi di Gramsci – attraverso la sua assimilazione allo stalinismo. L'espulsione “per trotskismo” nel 1930 di metà del suo Ufficio Politico (Tresso, Leonetti, Ravazzoli) per volontà di Togliatti, con l'appoggio determinante di Longo e di Secchia, fu il passaggio decisivo di tale svolta. Riflesso in Italia della deriva del Comintern.

Stalin e il PCI. Tra mito e realtà ricostruisce la genesi e l'evoluzione dello stalinismo italiano lungo l'intera parabola del PCI, sino alle soglie della sua dissoluzione dopo il crollo del Muro di Berlino. Distingue la passione delle generazioni operaie che vi militarono dalla politica controrivoluzionaria della sua burocrazia dirigente. Rivela in particolare il vero ruolo del cosiddetto stalinismo di sinistra (Pietro Secchia) nella copertura determinante della politica di Togliatti in tutti i suoi passaggi determinanti: dall'appello ai “fratelli in camicia nera” del 1936 ai governi di unità nazionale con Badoglio, Bonomi, De Gasperi; dal disarmo partigiano alla ricostruzione capitalistica; dal voto decisivo all'articolo 7 in Costituzione all'amnistia per gli aguzzini fascisti, sino alla svendita del grande sciopero generale del 14-16 luglio 1948. Una politica che spianò la strada alla disfatta degli anni '50, alla lunga stagione della vendetta padronale e della reazione anticomunista, sino alla ripresa del movimento operaio degli anni '60 e alla sua nuova subordinazione alla borghesia col compromesso storico berlingueriano del successivo decennio, quello che segnò l'inizio della fine del PCI, assieme al lungo riflusso del movimento operaio. Prima il craxismo, poi la seconda Repubblica, saranno la sua risultante.

Nel ricostruire passo dopo passo la parabola storica del PCI, il libro chiarisce la sua connessione con la degenerazione staliniana dell'intero movimento comunista internazionale. Contro ogni teoria immaginifica della cosiddetta “autonomia” del PCI, teorizzata sia dagli apologeti del togliattismo sia, per ragioni opposte, dagli eredi di Secchia. Gli uni per nobilitare il riformismo nazionale del PCI quale partito di governo e costituzionale, gli altri per rivendicare un presunto ruolo rivoluzionario di Stalin che il XX congresso del PCUS avrebbe colpevolmente rinnegato. In realtà tutte le scelte di fondo del PCI dagli anni ''30 agli anni '60 furono in stretta connessione con gli indirizzi controrivoluzionari della burocrazia sovietica, a partire dalla svolta di Salerno.

Al tempo stesso, fu proprio l'integrazione profonda nello Stato borghese che quel corso politico avviò nel dopoguerra a gettare le basi della lunga socialdemocratizzazione del PCI, del partito delle cooperative, degli assessori, delle aziende pubbliche, dominato sempre più dal proprio appetito di governo del capitalismo italiano piuttosto che dalla propria subordinazione a Mosca. Lungo un processo incompiuto che solo il crollo dell'URSS riuscirà a liberare, sino allo scioglimento del PCI. Uno scioglimento che rappresentò la confessione postuma del partito, più che il suo tradimento.

Ricostruire questo tragitto storico con ampia e argomentata documentazione, come fa il libro, non è un esercizio storiografico, ma una necessità politica per chi voglia rilanciare oggi un progetto marxista rivoluzionario, in Italia e su scala internazionale. La storia degli ultimi trent'anni ha dimostrato che senza fare i conti con la tragedia politica staliniana non si può costruire una storia nuova dei comunisti. Perché ci si imbatte a ogni passo nel suo lascito. Il governismo che ha ucciso Rifondazione Comunista trascinandola nel voto alle missioni militari, alla precarizzazione del lavoro, alla detassazione dei profitti, non è uno spiacevole incidente ma l'eredità di una storia. Peraltro già l'esperienza degli anni '40, come quella degli anni '70, aveva dimostrato che senza un bilancio dello stalinismo (inclusa la sua variante maoista) non era possibile costruire a sinistra del PCI una direzione alternativa del movimento operaio. A maggior ragione non sarebbe possibile oggi in condizioni assai più difficili, dopo un'enorme dispersione di forze e una sconfitta profonda.

Più in generale, i nuovi tempi di ferro e di fuoco che investono il mondo non possono essere affrontati col retaggio della vecchia cultura riformista, col peso ingombrante della sua zavorra. Richiedono il recupero della tradizione rivoluzionaria, che è condizione necessaria del suo stesso aggiornamento e sviluppo. La tradizione di Lenin e di Trotsky, di Antonio Gramsci e di Pietro Tresso, quella che oggi vede nel successo del trotskismo in Argentina presso importanti settori di classe e di massa la misura di un nuovo spazio di rilancio del marxismo rivoluzionario.

Vi sono anche in Italia alcune migliaia di giovani che cercano in qualche modo, seppur in forme diverse, il filo rosso del leninismo. Che sentono l'esigenza di non limitarsi alla routine dell'antagonismo, di riconoscersi in un progetto complessivo, di ritrovare le radici di tale progetto nella grande storia del movimento operaio, di formarsi come quadri leninisti nello studio serio di questa storia. Studio che è incompatibile coi falsi miti e con la retorica della menzogna, con la rimozione della memoria storica e della sua verità. La costruzione di un partito rivoluzionario non può fare a meno di questa risorsa preziosa. 
È a questi giovani, innanzitutto, che il libro intende rivolgersi.

CHE COS'E' IL NSBM E COME COMBATTERLO


Riprendiamo e volentieri pubblichiamo

 Un mio contributo sul nazismo nella scena del metal estremo


Il NSBM (acronimo che sta per National Socialist Black Metal) è una branca del metal estremo improntata ad ideologie nazional-socialiste, che non si caratterizza per una particolare influenza stilistica, per quanto improntato su marcate influenze derivanti dal RAC, quanto per una comunanza di ideali derivanti dal retaggio della destra più estrema, quali razzismo, sessismo, misoginia, abilismo, anti-comunismo, ecc.

Il problema del nazismo nel black metal si pose già dalla cosiddetta "seconda ondata" (successiva ad una prima che ne tratteggiò i canoni stilistici principali, seppur ancora piuttosto vaghi, e formata da band quali primi Bathory, Celtic Frost, Venom), con uno dei suoi principali esponenti, Varg Vikernes in arte "Burzum", che non ha mai nascosto le sue simpatie per il regime hitleriano e che, durante la sua permanenza in carcere successiva all'omicidio di un altro esponente della scena black metal, Øystein Aarseth in arte "Euronymous", arrivò a scrivere un delirante manifesto dal titolo di "Vargsmål" improntato su ideali razzisti e suprematisti.

Inoltre la seminale band Darkthrone, dopo un esordio più improntato sul death metal ed una successiva virata sul black coi dischi successivi, nel suo disco del 1994 "Transilvanian Hunger" stampò sul retro del disco la scritta "Norsk Arisk Black Metal" ("Black Metal Norvegese Ariano") e dichiarò che "Transilvanian Hunger è oltre ogni critica. Se qualcuno dovesse provare a criticare questo LP dovrà essere trattato con sufficienza per il suo comportamento palesemente ebreo." (1)
La pezza che il gruppo cercò di metterci, dato il clamore suscitato, fu peggiore del buco: si giustificarono dicendo che in Norvegia la parola "ebreo" si usa per definire qualcuno particolarmente stupido (sic!).

Con gli anni, e visto il brodo di coltura regnante in tale campo, le ideologie legate alla destra più estrema ebbero modo di proliferare indisturbate e crescere esponenzialmente, passando da stupide boutade ad una vera e propria militanza politica: in Grecia il gruppo dei Der Sturmer (il cui nome rimanda al famoso giornale di propaganda antisemita della Germania nazista, edito tra il 1923 e il 1945) è formato da militanti della famosa formazione neonazista Alba Dorata, ed il gruppo dei Naer Mataron è arrivato anche ad eleggere un deputato, il loro bassista Kaiadas, con tale formazione politica.

La scena NSBM (presente anche in Italia con band quali Kaiserreich, Via Dolorosa, Frangar, i disciolti Waffen SS...) è particolarmente florida nei paesi della ex "cortina di ferro": Polonia (col famigerato Temple Of Fullmoon e band quali Graveland, Veles, Dark Fury), Ucraina (Nokturnal Mortum, Kroda, Drudkh), Bulgaria (88, Gaskammer, Paganblut) e via dicendo.
Questo è sicuramente un lascito dello stalinismo e della sua controrivoluzione che, a causa delle carestie e della povertà provocata dalla sua burocrazia e dalla successiva restaurazione capitalistica dopo il crollo dell'URSS, ha provocato nel proletariato di tali nazioni un sentimento di odio verso quello che loro identificano come "comunismo" ed ha portato così una parte di esso ad abbracciare idee reazionarie e controrivoluzionarie.

Due casi particolari sono rappresentati dai due grandi blocchi che si sono scontrati nel corso della seconda guerra mondiale: Germania e Russia.

Nel caso tedesco, culla dell'ideologia che ha dato vita al nazional-socialismo, pur con diverse band che compongono il sottobosco neonazista, il nome da ricordare è uno ed uno soltanto: Absurd.
Gli Absurd sono stati infatti una delle prime band della scena NSBM, attivi fin dagli anni '90 e da subito votati ad ideologie di estrema destra.
Con il succitato Burzum condividono inoltre anche un fatto di sangue: il loro leader Henrik Mobus si macchiò infatti dell'omicidio di Sandro Beyer, un loro compagno di scuola.
Molto clamore suscitò nel 2012 la calata italiana del combo teutonico, boicottata da Indymedia e dalla rete antifascista nostrana (2) che costrinse allo spostamento di ben 3 location per la sede del concerto, il quale alla fine si tenne al Theatre di Rozzano.

La scena russa è invece molto fiorente: sono tante le band che si richiamano al neonazismo in quella terra (alla faccia di Putin che vuole denazificare l'Ucraina...ma forse dovrebbe pensare prima alla sua nazione!) tanto da dar vita, come in Polonia il Temple of Fullmoon, ad una associazione che riunisce tali band, la Blazebirth Hall.
Alcuni nomi sono M8l8th, Branikald, Forest, Velimor, Temnozor... e via dicendo.
Gruppi accomunati da sonorità tra le più variegate ma riuniti all'ombra della svastica.

Va detto, ad onor di cronaca, che ci sono band che hanno giocato molto sull'ambiguità e sul mostrare vaghe simpatie naziste (Nargaroth, Moonblood, Taake...) per "scandalizzare" e vendere più dischi in un ambiente in cui si gioca a chi è più cattivo e fa la cosa più oltraggiosa.
Per dirla con le parole di Hendrik Mobus degli Absurd, "puoi insultare Gesù Cristo e onorare Satana, e a nessuno gliene fregherà un cazzo. Puoi parlare di qualsivoglia depravazione sessuale, e ti chiederanno di continuare. Oggi come oggi è solo con il nazionalsocialismo che trovi tutte le porte sbarrate e la gente che ti volta le spalle". (3)
Hoest, leader e mastermind dei norvegesi Taake, nel 2007 ad Essen si presentò sul palco con una svastica incisa sul petto e venne (giustamente) cacciato a bottigliate.
Lo stesso Hoest nel tempo ha mostrato atteggiamenti islamofobi e misogini, tanto che ci furono forti polemiche per la calata bolognese della sua band nel 2018 (4) e negli Stati Uniti ed in Oceania ebbero problemi e dovettero cancellare delle date.

Questi miserabili ignoranti mostrano svastiche e croci celtiche convinti così di scandalizzare o addirittura di essere "rivoluzionari", ma non si rendono conto che in questo comportamento non c'è nulla di ribelle nè tanto meno di rivoluzionario: fascismo e nazismo sono sempre stati strumento della grande borghesia contro il proletariato. Basti pensare al biennio rosso italiano quando le squadracce fasciste venivano mandate dai padroni a scardinare i picchetti operai.
Destano inoltre particolare motivo di derisione i gruppi neofascisti che si rifanno al paganesimo, quando il fascismo è sempre stata un'ideologia fortemente legata alla religione cristiana.

Dai primi anni 2000 ha preso però forma un nuovo sottogenere del black metal, con lo scopo di combattere l'avanzata reazionaria e sempre più incontrollata di queste ideologia all'interno della scena: sto parlando del RABM (acronimo che sta per "Red & Anarchist Black Metal", ovvero il black metal di natura comunista, anarchica e antifascista).
Da una prima sparuta manciata di band (Iskra, Profecium, SorgSvart), la scena si è sempre più consolidata fino a giungere negli ultimi anni a creare un vero e proprio network internazionale (5) creato con lo scopo di non lasciare il metal estremo in mano a fascisti e nazisti e di creare spazi sicuri per chiunque non appartenga al classico "stereotipo" del maschio bianco etero cis e voglia assistere ad eventi e ascoltare musica senza sorbirsi retorica imbecille e reazionaria.

A Bologna e in alcune regioni italiane sono in particolare attivi i compagni e le compagne di Semirutarum Urbium Cadavera (6) con banchetti, organizzazione di eventi e sostegno alla scena metal locale antifascista.

Tirando le somme, il metal estremo in generale e il black metal in particolare ha al suo interno un cancro molto radicato ma non impossibile da estirpare.
Con l'impegno dei compagni e delle compagne che non vogliono lascare la musica estrema in mano a tali schifosi soggetti, possiamo fare molto per vincere questa piaga che affligge tale scena.

Alla lotta!

(Luca Dalle Donne)

(1)  (da un comunicato stampa della Peaceville, etichetta della band al tempo)
(3) (intervista tratta da "Come lupi tra le pecore", di Maspero e Ribaric)