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Sionismo e bolscevismo

 


«Compagni,


il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista ha dato un fraterno benvenuto ai compagni da voi delegati al III Congresso Internazionale e con loro ha esaminato molto attentamente la questione dell’affiliazione della vostra organizzazione all’Internazionale Comunista. Il Comitato Esecutivo riconosce il fatto che avete iniziato a espellere dalle vostre file gli elementi apertamente riformisti e centristi. Riconosce che, in quasi tutti i paesi in cui avete organizzazioni, siete pronti a condurre la lotta contro la borghesia a fianco delle sezioni comuniste di quei paesi. Riconosce inoltre che, grazie ai vostri sforzi comuni, siete riusciti a gettare le basi di un movimento comunista in Palestina che, una volta ratificate tutte le condizioni stabilite dal Comitato Esecutivo, sarà idoneo a diventare la sezione nazionale dell’Internazionale Comunista.
Tuttavia, nel vostro movimento esistono tendenze in linea di principio incompatibili con quelle dell’Internazionale Comunista, che ci preoccupano molto. L’idea che la concentrazione delle masse proletarie, semiproletarie ed ebraiche in Palestina possa fornire una base per l’emancipazione sociale e nazionale della classe operaia ebraica è utopica e riformista e in realtà controrivoluzionaria nelle sue conseguenze pratiche, poiché equivale alla colonizzazione della Palestina, che, in ultima analisi, rafforzerebbe la posizione dell’imperialismo britannico in Palestina.
La completa liquidazione di tale ideologia è la condizione più importante che ci sentiamo in dovere di stabilire. Il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista è consapevole del fatto che la forte emigrazione, che è un’espressione concreta delle peculiari condizioni industriali del proletariato ebraico, è un problema di cui le sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista devono occuparsi nella misura in cui possono essere utilizzate nella lotta per la dittatura del proletariato e per l’adempimento delle rivendicazioni vitali concrete dei lavoratori. È dovere delle sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista istituire gli organi appropriati per l’indagine e la soluzione di questa questione.
Il Comitato Esecutivo ha deciso di istituire un Ufficio Ebraico nel centro dell’attività ebraica, il cui compito sarà quello di portare avanti la propaganda comunista tra i proletari ebrei in tutto il mondo. Il Comitato Esecutivo invita il vostro Ufficio Centrale a convocare una conferenza internazionale di tutte le organizzazioni comuniste del Poale Zion entro sei mesi, allo scopo di sciogliere definitivamente la vostra organizzazione internazionale e di fondere le vostre organizzazioni nelle sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista, entro un periodo non superiore a due mesi e alle condizioni sopra menzionate.
In conclusione, il Comitato Esecutivo fa appello a tutti i lavoratori comunisti ebrei affinché combattano contro le tendenze particolaristiche prevalenti nel movimento operaio comunista ebraico e si rendano conto che i lavoratori ebrei rivoluzionari possono diventare parte integrante della famiglia dei Grandi Lavoratori Comunisti solo all’interno dell’Internazionale Comunista.
Lunga vita all’Unione degli Operai Comunisti Ebrei nell’Internazionale Comunista!
Lunga vita alla Terza Internazionale che sola è in grado di guidare la lotta per l’emancipazione dei lavoratori di tutte le nazioni alla vittoria finale!»

Così il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista rispondeva alla richiesta di adesione del Poale Zion, il 26 agosto 1921. Di fronte alle condizioni del Comintern, una parte del movimento sionista-socialista rinunciò al sionismo e si mise sulla strada dell’internazionalismo proletario. Nel Poale Zion divennero dominanti le tendenze sioniste e riformiste.

Era stata la ex bundista Maria «Esther» Jakovlevna Frumkina, a dichiarare al II congresso del Comintern:

«Un esempio mostrerà di quali menzogne siano state vittime le masse lavoratrici di una nazionalità oppressa, menzogne che rappresentano una grande risorsa per l’Intesa e per la borghesia delle nazioni in questione. È il caso dei sionisti in Palestina che, con il pretesto di fondare uno stato ebraico indipendente, reprimono la popolazione lavoratrice e gli arabi che vivono in Palestina sotto il giogo britannico, sebbene gli ebrei siano ancora una minoranza. Questa menzogna senza precedenti deve essere combattuta, e in modo molto energico, poiché i sionisti in ogni paese lavorano avvicinando tutte le masse arretrate di lavoratori ebrei e cercando di creare gruppi di lavoratori con tendenze sioniste (Poale Zion), che ultimamente si sforzano di adottare una versione comunista. Vorrei citare qui uno degli esempi più eclatanti del movimento sionista. In Palestina non abbiamo a che fare con una popolazione a maggioranza ebraica. Abbiamo a che fare con una mera minoranza che cerca di sottomettere la maggior parte dei lavoratori del Paese alla capitale dell’Intesa. Dobbiamo combattere questi tentativi con la massima energia. I sionisti cercano di conquistare sostenitori in ogni paese e, attraverso la loro agitazione e la loro propaganda, servono gli interessi della classe capitalista. L’Internazionale Comunista deve combattere questo movimento con la massima energia».

Nel 1943, morirà nei gulag staliniani.

Il sionismo non è una creatura atavica, come millanta la mistica delle élite ebraiche. È artefatto tutto contemporaneo, figlio della decadenza capitalistica. L’avaria del sistema classista manifesta con forza la necessità del suo superamento. Chi non vuol concedersi a questo superamento si ritrova costretto a conservare il sistema oltre i suoi limiti razionali, indicando la responsabilità dei suoi guasti in cause fantasiose, col risultato di protrarre e aggravare ogni guasto. La borghesia nazista creerà il mito del giudeo parassita dell’economia, cospiratore filostraniero e filocomunista, principale ragione della sconfitta nazionale della Prima Guerra mondiale.

La borghesia ebraica risponderà non con la confutazione della mistica, ma col suo rovesciamento: l’ebreo che da millenni aspira al ritorno alla primordiale patria di Sionne, per sfuggire all’antisemitismo strutturale del mondo intero. La verità è che, dall’esilio babilonese e dalla dispersione romana lungo tutto il medioevo fino alla storia recente, gli ebrei hanno vissuto in altre terre e, se poté in essi conservarsi un sentimento religioso, caratteristiche culturali e una memoria più o meno condivisa a identificarli come popolo, non è vero che questo popolo ambì al ritorno a una terra perduta millenni addietro. I problemi del popolo ebraico contemporaneo sono i problemi della contemporaneità, risolvibili solo nel suo quadro, non col ricorso a leggende. Di questo avviso furono gli stessi ebrei che, per secoli, pretesero un posto nelle società in cui vivevano e mai invece guardarono a tali società come un luogo di passaggio, in attesa che il Messia ponesse fine alla diaspora.

Dirà Abraham Léon: «il sionismo è un movimento recente e il più giovane dei movimenti nazionali europei, ma ciò non gli impedisce di pretendere – ancor più degli altri nazionalismi – (oggi, anzi, diremmo “ferocemente contro gli altri nazionalismi”) di avere le sue radici nel lontano passato».

La genesi del sionismo, ideologia rovesciata dell’antisemitismo, si annida nella patria dei pogrom, l’impero zarista. Fu il pamphlet Autoemancipazione! (1882) del medico ebreo russo Leo Pinsker, il primo a parlare della fobia secolare e irrazionale per gli ebrei, una «malattia della mente delle nazioni non ebraiche», un pregiudizio insuperabile in qualunque modo non fosse la formazione di una colonia «in America o in una terra adatta in Oriente» (il fondatore dell’Hibbat Zion puntava già alla Palestina). Che il massimo esponente del sionismo politico, Theodor Herzl, lo abbia letto o meno, spiccheranno le analogie col suo Lo Stato degli ebrei. Quando Herzl elabora la sua ideologia si trova a Parigi, scenario dell’affare Dreyfus, il processo a un ufficiale ebreo dell’esercito francese ingiustamente accusato di tradimento, e dell’esplosione di antisemitismo che ne seguì. Si ribadisce: la metafisica sionista venne generandosi come risposta piccolo-borghese alla metafisica della borghesia imperialista, russa, francese, più tardi tedesca.

Nel 1897 Herzl, raccogliendo l’appello di Pinsker per un Congresso Ebraico, ideerà, convocherà e presiederà a Basilea il primo Congresso Sionista. Al cospetto di 17 delegati, fonderà l’Organizzazione Sionista Mondiale (WZO). Quanto mai eloquente il suo manifesto: «Formiamo una parte del baluardo per l’Europa contro l’Asia, saremo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie». Nasceva ufficialmente un nuovo movimento, il quale tuttavia si trovava inevitabilmente a misurarsi col panorama politico del secolo, venendone alternamente condizionato. Il sionismo conobbe diverse articolazioni, tutte costitutive di un medesimo progetto coloniale. Tra le più importanti: il sionismo politico di Herzl, la cui cifra distintiva era una insistenza sull’aspetto diplomatico del progetto, l’importanza del riconoscimento internazionale e di un mandato legale per l’insediamento in Palestina. Costola tattica di questa articolazione ideologica fu il sionismo sintetico di Chaim Weizmann, che nell’Italia fascista giocò un ruolo diplomatico di rilievo. Col motto «Conquista o muori!», seguì il sionismo-revisionista, la variante ultramilitarista e parafascista di Vladimir Ze’ev Jabotinsky, fondatore del Betar per la «Grande Israele», ispiratore delle squadracce punitive del Brit HaBirionim in Palestina, comandante in capo delle milizie dell’Igrun. Dal Partito Revisionista Sionista (Hatzohar) discende l’Herut (1948-1988) da cui discende l’attuale Likud di Benjamin Netanyahu.

Ma il grande fermento rivoluzionario che agitava il mondo non poteva esimere dal rapporto col socialismo quella parte di popolo ebraico variamente interessato al sionismo. Dal rifiuto del Bund ebraico di integrare l’ideologia sionista, nacque il Poale Zion (Operai di Sion), prima come movimento e nel 1906, per impulso di Ber Borochov, costituitosi in partito.

Il Bund sosteneva che la lotta del proletariato ebraico avrebbe dovuto svilupparsi all’interno della diaspora, nei Paesi in cui viveva, senza la necessità di un’emigrazione di massa o della creazione di uno Stato ebraico. Sul piano ideologico, considerava la proposta sionista come una fuga dalla lotta di classe. Circa le ricadute materiali, il Bund, che nel 1921 si scioglieva in maggioranza nel Partito Comunista Russo, maturò una lettura del sionismo in tutto combaciante col Comintern dopo l’inizio della Prima guerra mondiale e del mandato britannico in Palestina: il progetto sionista come manovra della borghesia occidentale, quinta colonna dell’imperialismo britannico in Medio Oriente.

Prima della Nakba, i marxisti-rivoluzionari che si espressero sul sionismo non poterono prevedere l’immane carneficina cui Israele avrebbe dato corso nei decenni, ma diffusamente si ritrovano preziose intuizioni. Nell’intervista rilasciata ai corrispondenti della stampa ebraica al suo arrivo in Messico (gennaio 1937), Trotskij affermava già che «il conflitto tra ebrei e arabi in Palestina assume un carattere sempre più tragico e minaccioso» e che, in regime capitalistico, ogni tentativo di risoluzione del problema ebraico «non può che essere un palliativo e spesso persino un’arma a doppio taglio, come dimostra l’esempio della Palestina», avendo in mente le prime sollevazioni arabe contro gli ebrei.

La Prima Guerra mondiale si conclude con la sconfitta dell’Impero Ottomano e la sua perdita della regione palestinese. La Rivolta Araba esplosa nel 1916, prima dell’arrivo delle truppe britanniche, aveva cominciato una lotta su vasta scala contro l’oppressione turca finalizzata alla creazione di uno stato arabo indipendente. Strumentalmente, il Regno Unito supportò l’insurrezione; poi si unì militarmente al conflitto. La corrispondenza Hussein-McMahon (1915-1916), con la quale la Gran Bretagna, tramite il suo alto commissario in Egitto Henry McMahon, prometteva allo Sharif Hussein della Mecca, leader della Rivolta, il riconoscimento di un grande regno arabo in cambio del suo aiuto militare contro l’Impero Ottomano, portò dapprincipio una parte dell’insurrezione a battersi a fianco delle truppe inglesi, credendo sincere le promesse.

Le illusioni si sgretolarono quando, nel 1917, gli arabi scoprirono che, con l’accordo di Sykes-Picot, stipulato un anno prima, inglesi e francesi programmavano la spartizione del Medio Oriente in zone di influenza, contraddicendo apertamente la promessa di un regno arabo unito e indipendente; e soprattutto che, con la Dichiarazione Balfour, il Regno Unito s’impegnava a sostenere la creazione di una «patria nazionale per il popolo ebraico» nella Palestina che gli arabi consideravano parte del loro futuro Stato.

Da quel momento, fu un prosieguo ininterrotto di sollevazioni popolari contro l’occupazione britannica e i sionisti suoi protetti, che compravano terreni dagli effendi residenti in altri stati e ne cacciavano gli arabi che li abitavano e li coltivavano. Da parte araba, nasceva un nazionalismo che portava a una inedita lotta anche contro ebrei non sionisti, in una regione in cui da sempre arabi ed ebrei avevano convissuto. Da parte inglese e sionista, massacri di migliaia di arabi. I moti di Gerusalemme (1920) e il massacro di Hebron (1929), centinaia di morti. La seconda Grande Rivolta Araba (1936-1939), seimila arabi uccisi. L’ultimo dei capitoli prima della fondazione di Israele e della Nakba, ma che naturalmente le comprende, fu la guerra civile del 1947-1948, quando l’ONU sancisce di fatto la nascita dello Stato Ebraico e le truppe inglesi si ritireranno. Dopo averla aggiogata, l’Inghilterra lascerà la Palestina in dote all’ONU e, col declinare progressivo del proprio primato imperialista, perderà la supremazia della sua partnership con Israele in favore degli USA, emergenti dalla Seconda Guerra Mondiale come nuova superpotenza.

Nel frattempo, lo stalinismo aveva vinto nel mondo e anche dell’antisionismo genetico del bolscevismo si apprestava a far strame. Credendo di poter istituire un’alleanza con Israele e di farsene strumento di pressione contro l’imperialismo, in sede ONU anche il Cremlino votava a favore della fondazione di Israele. Il veto dell’Unione Sovietica, potenza temuta e decisiva per gli equilibri internazionali, avrebbe fatto saltare il progetto. Ma Stalin non si fermò a ignorare la natura sociale di uno Stato che si fondava sulla soppressione più efferata del diritto di autodeterminazione dei popoli, lui che, del resto, georgiano, era stato il primo a negarlo alla Georgia. Fece di più. Fu il primo a rifornire di armi Israele.

Data l’escalation preoccupante del conflitto in Palestina, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU impose un embargo sulle armi a tutti i paesi della regione coinvolti nel conflitto. Ma l’embargo penalizzava soprattutto Israele, che si ritrovò ad affrontare gli eserciti di diversi Stati arabi con una quantità molto limitata di armamenti. Tradotto in parole semplici, l’operazione equivaleva a dire "ci abbiamo provato! Ma se il rischio è di trovarci nuovamente trascinati in un conflitto mondiale, non intendiamo correrlo per Israele". Fu Stalin a salvare Israele, ripetendo la mossa del Molotov-Ribbentrop quando aggirò l’embargo e armò Hitler. Egli vide nella violazione dell'embargo un’opportunità per indebolire l’influenza occidentale in Medio Oriente e per creare un potenziale alleato. Decise quindi di fornire armi a Israele attraverso la Cecoslovacchia, divenuta stato satellite il febbraio 1948.

Le forniture, organizzate nell’ambito dell’«Operazione Balak», furono decisive per le sorti del conflitto. Tra il 1948 e il 1949, la Cecoslovacchia vendette a Israele un’enorme quantità di armi, tra cui fucili, munizioni, mitragliatrici e persino aerei da caccia come gli Avia S-199, una versione cecoslovacca dei Messerschmitt Bf 109 tedeschi. Queste armi, trasportate con ponti aerei clandestini, furono fondamentali per permettere a Israele di resistere all’attacco e di riportare la vittoria nella sua guerra coloniale.

Il Partito Comunista di Palestina guidato da Radwan Hassan al Hilou (Musa), sezione palestinese dell’Internazionale Comunista, veniva lacerato da una crisi irreversibile. La componente araba, nella quale spiccava Najati Sidqi, abbondonò in massa il partito. Il PCP perse quasi completamente la sua credibilità e la sua influenza all’interno della comunità araba palestinese. La spaccatura rese il partito un’organizzazione prevalentemente ebraica e lo isolò dal movimento nazionalista palestinese e dalle masse arabe. La rottura sancì il fallimento del progetto di un partito misto, arabo-ebraico, che secondo la tradizione bolscevica saldava la lotta di classe e l’anticolonialismo in un’unica organizzazione.

Israele, oggi, è tra le mostruosità più sanguinose che la degenerazione del socialismo su scala internazionale, la controrivoluzione stalinista, ha lasciato in eredità al ventunesimo secolo.

La storia presenta sempre il conto. Non è un caso che i marxisti-rivoluzionari siano arrivati al nuovo secolo anche sulla base della rottura con la tradizione stalinista su Israele e sull’autodeterminazione dei popoli. Progetto Comunista, l’area embrionale del Partito Comunista dei Lavoratori, rompeva dal Partito della Rifondazione Comunista proprio per la sua denuncia del ruolo imperialista giocato dalle truppe italiane in Iraq e sul rifiuto della soluzione "due popoli, due stati" per la Palestina. In Palestina, lo stato sionista nasce proprio contro la nascita di uno o più stati arabi. Nasce come avamposto dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente. Qualunque sia la forma di governo di cui possa dotarsi, lo Stato sionista è la pallottola che la prima terribile guerra globale tra le potenze imperialiste ha lasciato nel cuore del Medio Oriente e lo sta uccidendo per avvelenamento.

Dal socialdemocratico Ben Gurion all’ultranazionalista Netanyahu, Israele non ha fatto altro che sfruttare e rubare, espellere e sterminare. Non ha mai conosciuto eccezioni a questa politica. Perché altra politica non può avere il colonialismo. Il sionismo era ieri e tanto più lo è oggi una vergognosa copertura ideologica di un’impresa criminale. Con la sua strumentalizzazione dell’Olocausto per riprodurre lo stesso crimine contro altri popoli, è la più grande offesa che abbia mai conosciuto il popolo ebraico. Solo la rivoluzione saprà far sì che sia l’ultima.

Salvo Lo Galbo

Pietro Tresso, a ottant'anni dalla sua morte

 


Sono ormai passati ottant’anni da quando “Blasco”, Pietro Tresso (guarda il nostro video documentario nuovo di zecca), uno dei padri del movimento operaio italiano ed internazionale, perse tragicamente la vita. La sua testa cadde come tanti altri rivoluzionari, per opera della burocrazia stalinista. Colpevoli solamente di opporsi alle menzogne fabbricate da Mosca.

La vita di Tresso fu piena di privazioni, sofferenze e miseria.

Nato nel 1893, quarto figlio di un ex mezzadro di Venezia divenuto manovale, e a nove anni dovette lasciare la scuola, imparando sin dalla tenera età il mestiere di sarto, alcune fonti riportano anche possibile operaio presso la fabbrica Lanerossi di Vicenza.
Entrò presto nella gioventù socialista, e fu insieme a Bordiga e Gramsci uno dei fondatori del PCI e membro dell’Ufficio Politico.

Grande organizzatore di sindacati contro il fascismo (famosa la lotta a Gravina di Puglia), responsabile del centro interno clandestino del PCI in Italia, rappresentò il Partito Comunista d'Italia a Mosca nel novembre del '22 durante il IV congresso dell'Internazionale Comunista. La sua figura e il suo prestigio nella sinistra italiana gli costarono virulenti attacchi da parte dei fascisti, che cercarono anche di ucciderlo.

La sua personalità dotata di grandi capacità politiche e organizzative fu descritta in maniera esemplare da Ignazio Silone: «Sotto molti aspetti, Pietro Tresso era in effetti un comunista esemplare. Caso poco frequente nel movimento operaio italiano, era un dirigente di origine proletaria che conservava intatte le qualità di freschezza e attività della sua classe sociale. Benché autodidatta, la sua viva intelligenza s'applicava allo studio degli argomenti più differenti, anche quelli che erano estranei alle necessità del lavoro pratico che il partito gli affidava. Nella conversazione con gli amici, gli piaceva manifestare il suo gusto per la conoscenza disinteressata. Era coraggioso di natura e, nelle circostanze più drammatiche del lavoro clandestino, non perdeva mai il suo buonumore».

Nel 1930 venne espulso dal PCI, insieme a due compagni dell'Ufficio Politico, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli, a causa dell'adesione al trotskismo. Diede battaglia con tutta la sua tenacia alla linea avventuristica dello stalinismo, aderì all'Opposizione di Sinistra Internazionale fondata da Trotsky; da quel momento in poi lavorò fino alla morte al suo fianco, nelle file del movimento trotskista internazionale.

Nei primi anni '30, Blasco si impegnerà a costruire e a dirigere, in Italia e in Francia, la lotta sistematica alla burocrazia sovietica. Egli era infatti oramai convinto del processo degenerativo in atto nell'URSS, processo che portò il partito di Stalin e dei suoi lacchè alla divisione della classe operaia, bollando i socialisti come "socialfascisti", contribuendo così alla vittoria del nazismo in Germania.

Nel 1943, tra il 26-27 ottobre, la sua vita giunge all'epilogo: verrà giustiziato a sangue freddo, in Francia, da sicari di Stalin, "gli affossatori della rivoluzione". Su chi abbia dato l’ordine ancora non vi è chiarezza. Sicuramente l’ordine è partito dall’alto. Sappiamo che l’esecutore materiale fu il partigiano Jean Sosso (Giovanni Sosso), un uomo dell’apparato stalinista, nato in Italia ma migrato in Francia. Dopo la guerra fu inviato in Polonia come giornalista dell’Humanité (giornale francese stalinista).

Il PC italiano si è chiuso in un silenzio compromissorio. Togliatti e Cerreti, se non direttamente colpevoli, erano sicuramente a conoscenza della morte di Tresso. Leonetti, ex storico dirigente del partito, come ha riportato il giornalista Berardi dell’Unita (giornale del PCI), nel dicembre del 1984, prima della morte, ricevette all’ospedale romano Gemelli la visita di due uomini che gli chiesero di far sparire un testo di Togliatti che, se pubblicato, avrebbe scatenato l’inferno. Leonetti li allontanò definendoli dei «corvi».

Tresso è uno di quei dirigenti come Wolf, Nin, Klement, L. Sedov, che hanno dedicato la vita per il socialismo. Militanti che si sono opposti alle tragedie della burocrazia staliniana, militanti che hanno lottato per l'internazionalismo comunista, pagando con la vita le loro idee. Tresso merita un adeguato riconoscimento, è un’icona non solo politica ma anche morale di grande valore.

Per troppo tempo le vittime dello stalinismo sono state rimosse e cadute nel dimenticatoio. Lo stalinismo non era un giudice di un tribunale operaio, ma un becchino poggiato sul sangue dei rivoluzionari.



Bibliografia essenziale su Pietro Tresso

Assassinii nel maquis. La tragica morte di Pietro Tresso - Pierre Broué - Prospettiva Edizioni

Vita di Blasco di Giorgio Sermasi, Paolo Casciola, Odeonlibri

Alfonso Leonetti. Storia di un'amicizia. Testi inediti, ricordi e corrispondenza con Roberto Massari (1973-1984)

Il vento contro - Stefano Tassinari - Marco Tropea Editore

Jean Burles
https://maitron.fr/spip.php?article18197

Jean Sosso
https://maitron.fr/spip.php?article131464

Eugenio Gemmo

25 aprile. Unire la lotta di classe alla lotta contro il governo a guida postfascista

 


24 Aprile 2023

Testo del volantino del PCL

Ogni 25 aprile è una giornata che non si può abbandonare alla ritualità dell’antifascismo istituzionale, paludato e inconcludente. Tanto più il 25 aprile del 2023. La classe lavoratrice italiana e tutti i settori oppressi della società, a partire dal contingente proletario immigrato, si trovano a dover fronteggiare il governo più reazionario del dopoguerra.

Un governo che, pur non ricalcando un regime fascista, ne eredita lo scopo sociale, di classe. Nel 1922 il fascismo italiano andò al potere sovvenzionato dal padronato per spezzare gli scioperi e distruggere l’esperienza rivoluzionaria del biennio rosso. Nel 1933 il nazismo salì al potere in Germania per condurre in porto il riarmo imperialista tedesco basato sul grande monopolio industriale e finanziario. Tra il 1937 e il 1939 il generale Franco condusse una sollevazione militare in Spagna per annientare la rivoluzione spagnola, instaurare un regime totalitario clerico-fascista e restituire terreni e fabbriche ai padroni. L’invariante è chiara: fascisti e nazisti, camice nere, brune o azzurre che siano, distrussero le organizzazioni del movimento operaio per curare gli interessi padronali, capitalisti e imperialisti.

Tra il 1943-’45 la resistenza partigiana e la rivolta operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. In quella rivolta non viveva però solamente un’aspirazione democratica. Viveva la volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo. Viveva la volontà di rovesciare il capitalismo e di imporre il potere delle lavoratrici e dei lavoratori. Quella rivolta e il suo carattere rivoluzionario furono traditi da Stalin e dal PCI che subordinarono la Resistenza alla collaborazione di governo con la DC, fino ad una totale prostrazione esemplificata dall’amnistia ai fascisti (e la persecuzione giudiziaria dei partigiani) e il rinnovo del Concordato con la Chiesa. La politica di collaborazione di classe affossò ancora la rivoluzione sociale e le ragioni dei proletari quando, vent’anni dopo la Resistenza, una nuova generazione operaia rialzò la testa con la grande ascesa dell’autunno caldo e le sue conquiste sociali e democratiche (1969-’76). Fu nuovamente il PCI a sbarrarle la via con una seconda edizione del compromesso storico governativo con la DC (1976-’78)

Oggi il fascismo non è alle porte. Ma il riflusso della lotta di classe, favorito ancora una volta dal tradimento delle sinistre riformiste e poststaliniste implicate nei governi di centro sinistra con le loro politiche antioperaie, e dalla burocrazia sindacale che con Landini è arrivata addirittura ad offrire il proprio palco congressuale al capo dei postfascisti, Giorgia Meloni, ha consentito ai suoi eredi di andare al governo. Costoro non si propongono più di abolire formalmente la democrazia, ma perseguono ugualmente lo scopo di rilanciare il capitalismo (attacco al reddito di cittadinanza, alle pensioni, defiscalizzazioni) e l’imperialismo italiano (in Libia, in Tunisia) non senza un ulteriore aumento delle spese militari. Ed è pronto anche lo strumento per sviare l’attenzione delle masse: il falso bersaglio costituito dalle e dai migranti che cercano di sfuggire alle tragiche conseguenze della nuova spartizione imperialista del mondo (guerre, devastazione ambientale, crolli economici, con il loro portato di disoccupazione, povertà e fame) a cui partecipano l’imperialismo italiano, gli imperialismi “occidentali” e i nuovi imperialismi di Russia e Cina. Fino a volere togliere loro le misere protezioni ancora consentite dalla legge.

Perciò il carattere della Resistenza che dobbiamo opporre oggi è chiaro: salariati e capitalisti, padroni e operai, sfruttati e sfruttatori. O si sta da una parte o si sta dall’altra. Ridisegnare questa linea di confine è centrale per lo sviluppo della coscienza, e lo sviluppo della coscienza è inseparabile dalla lotta, a partire dall’opposizione alla classe capitalista e ai suoi governi. È necessario costruire un’opposizione vera al governo delle destre dal versante del movimento dei lavoratori e dei giovani: un grande fronte unico di lotta. Si combatte davvero la reazione se si recupera e si infonde tra gli sfruttati la fiducia nella propria forza, se si avanza una piattaforma di lotta capace di unire le loro forze nella ribellione. Che ciò sia possibile lo dimostrano le giornate di lotta in Francia che si stanno susseguendo incessantemente, ma anche gli scioperi inediti per ampiezza, partecipazione e settori coinvolti, di Gran Bretagna e Germania.

Ma c’è un’altra necessità fondamentale per costruire una prospettiva di progresso, e non compiere gli errori del passato: costruire un partito indipendente della classe lavoratrice, anticapitalista e rivoluzionario. Un partito che stia sempre e solo dalla parte delle lavoratrici e dei lavoratori e di tutti i settori oppressi della società. Un partito che riconduca ogni lotta e rivendicazione immediata alla prospettiva della distruzione dello Stato borghese e della creazione di un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza ed autorganizzazione. Perché, oggi come nel 1945, l’unica vera alternativa alla barbarie del sistema capitalista è una alternativa rivoluzionaria e socialista.

Il Partito Comunista dei Lavoratori è impegnato ogni giorno in questa impresa. Per questo noi oggi, nel ricordare la Resistenza partigiana ed il suo carattere rivoluzionario, rivendichiamo la costruzione di ciò che allora mancò: il partito della rivoluzione socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

A ottant'anni dall'insurrezione del ghetto di Varsavia

 


Ricordiamo gli eroici combattenti ebrei socialisti rivoluzionari del ghetto di Varsavia, in maggioranza bundisti e antisionisti

24 Aprile 2023

«I bundisti [membri del Bund, partito socialista ebraico cui appartenevano la maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto] non aspettavano il Messia, né pensavano di emigrare in Palestina. Pensavano che la Polonia fosse il loro paese e combattevano per una Polonia giusta e socialista, in cui ogni nazionalità avrebbe avuto la propria autonomia culturale, e in cui i diritti delle minoranze sarebbero stati garantiti.»

(Marek Edelman, comandante militare del ghetto di Varsavia. Socialista antisionista. Sostenitore dei diritti del popolo palestinese)



Quindici anni fa, nel 2008, a Varsavia si commemorava il sessantacinquesimo anniversario dell'insurrezione del ghetto di Varsavia. Uno degli invitati alla cerimonia ufficiale, un anziano signore di 89 anni, rifiutò di prendervi parte. Il motivo di questo rifiuto era la presenza alla cerimonia di una delegazione ufficiale israeliana.
Quello stesso pomeriggio andò invece all'ambasciata francese, dove, in una cerimonia speciale per lui, il ministro degli esteri francese gli consegnò la Legion d'Onore, la massima onorificenza dello stato transalpino.

Ma chi era dunque questo signore, così importante da essere decorato al massimo livello e così ostile a Israele da rifiutare di partecipare ad una importante commemorazione?
Si chiamava Marek Edelman; il suo nome figurava sulle liste dei "nemici di Israele" elaborate dai sionisti di destra negli USA. Al contempo la sua foto appariva nei musei dedicati al genocidio degli ebrei e addirittura nella “galleria degli eroi” dello Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme.
Marek Edelman era stato il comandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia del 1943, in coppia col socialista rivoluzionario sionista di estrema sinistra (di Hashomer Hatzair) Mordechai Anielewicz, e unico dopo la morte nella lotta di quest’ultimo.

Dopo settimane di eroica lotta, gli ultimi sopravvissuti, guidati da Edelman, lasciarono il ghetto attraverso le fogne raggiungendo la componente di sinistra della resistenza polacca, continuando poi la lotta armata fino alla liberazione dal nazismo e, in particolare, partecipando all'insurrezione generale di Varsavia dell'estate 1944.
Edelman era un militante del Bund (Unione Generale dei Lavoratori Ebrei), un’organizzazione socialista di sinistra fortemente contraria al sionismo, a cui apparteneva la maggioranza dei combattenti dell'insurrezione del ghetto di Varsavia e che alle elezioni interne ai quartieri ebraici del 1939 prese ben il 62% dei voti, mentre l’insieme delle forze sioniste solo il 20% (il resto andò a partiti borghesi non sionisti).
La maggioranza del popolo ebraico in Polonia (che fu la principale vittima del genocidio) dimostrava di respingere la soluzione sionista. (Il Bund nel suo programma definiva il sionismo “un movimento reazionario capitalista e colonialista al servizio dell’Imperialismo”).

Nulla di tutto ciò viene oggi narrato da borghesi, riformisti, e sionisti, in particolare in Italia. Fu il mostruoso genocidio da parte del nazismo e dei suoi complici di 6 milioni di ebrei (insieme a cui non si devono dimenticare gli altri 5 milioni di morti dei massacri e dei campi di sterminio: rom e sinti, omosessuali, antifascisti, prigionieri sovietici) che ha creato un argomento cinicamente usato dai sionisti per portare una maggioranza degli ebrei del mondo a sostenere lo stato sionista, nonostante la sua criminale e razzista oppressione degli arabi di Palestina.

L'eroico Marek Edelman, rifiutò di emigrare in Israele e restò in Polonia, lottando contro il regime stalinista, come dirigente della sinistra laica di Solidarnosc, e per questo fu incarcerato per anni. Nel 2002 Edelman scrisse una lettera aperta indirizzata “ai comandanti delle organizzazioni armate e partigiane palestinesi e ai soldati delle organizzazioni armate palestinesi”. Ciò fece letteralmente infuriare i sionisti. La lettera aperta invitava giustamente le organizzazioni palestinesi a non compiere attentati suicidi contro i civili israeliani, ma il fatto che parlasse di partigiani palestinesi e li invitasse implicitamente ad attaccare solo le forze militari israeliane «come noi abbiamo fatto con i tedeschi» non poteva che essere visto come una netta e radicale presa di posizione antisionista.

L'antisionismo di Marek Edelman non costituisce un fatto isolato. Nel mondo, nonostante l'orrendo massacro nazista che distrusse l’ebraismo yiddish dell’Europa centro-orientale e le conseguenze dell’antisemitismo staliniano – che si coniugava col sostegno al sionismo; il governo dell’URSS nel 1948 fu il primo a riconoscere lo stato di Israele, e lo fece armare dalla Cecoslovacchia – centinaia di migliaia di ebrei nel mondo restano ostili al sionismo. Tra i primi, le migliaia di ebrei che militano, spesso con prioritari ruoli dirigenti, nelle organizzazioni trotskiste, seguendo la grande tradizione marxista rivoluzionaria di figure come Rosa Luxemburg, Trotsky, Zinoviev, Kamenev, Piatakov, Radek, e migliaia di altri quadri comunisti (il governo bolscevico nel 1918 aveva oltre un terzo di membri ebrei, mentre la percentuale di ebrei nel territorio della futura URSS era il 3%), la maggior parte dei quali finirono vittime del massacro dei comunisti leninisti (centinaia di migliaia di vittime) della controrivoluzione staliniana negli anni ’30.

Perché se il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti resta il maggiore e impareggiabile crimine storico, almeno della storia moderna, altri due “genocidi” antisemiti, certo di un livello di mostruosità inferiore e difforme tra loro, ma pur tuttavia gravissimi, si sono sviluppati nel nostro secolo.
Il primo è il già ricordato “genocidio” anticomunista ad opera di Stalin e del suo regime. Il secondo è il genocidio della memoria attuato da borghesi conservatori e liberali, socialdemocratici, stalinisti e, ovviamente in primo luogo sionisti. Quello che ha voluto utilizzare il genocidio nazista e i massacri stalinisti per cancellare la memoria dello Yiddishland di prima della Seconda guerra mondiale, in cui la maggioranza del popolo ebraico era antisionista e in cui i marxisti rivoluzionari furono parte importante.

Ricordare Marek Edelman e i rivoluzionari ebrei antisionisti dell’insurrezione del ‘43 significa per noi combattere anche questo terzo “genocidio” antisemita.
L’antisionismo non è antisemitismo, ma doveroso antimperialismo, anticolonialismo e antirazzismo. I sionisti e lo stato dell’apartheid antiarabo di Israele non sono, oggi, meno che mai gli eredi degli eroici combattenti del ghetto e della maggioranza del popolo ebraico dell’Europa dell’Est e della sua grande tradizione rivoluzionaria per una Palestina unita, laica e socialista, nella quale sulla base dell’autodeterminazione del popolo arabo possano vivere insieme in pace arabi ed ebrei.

Partito Comunista dei Lavoratori

8, 9, 10 luglio, Festa Comunista!

 


Dall'8 al 10 luglio la Festa Comunista del Partito Comunista dei Lavoratori a Valpiana (Grosseto)

Dall'8 al 10 luglio, Festa Comunista del Partito Comunista dei Lavoratori a Valpiana (Grosseto)


Venerdì 8 luglio:

Dibattito pubblico: “La guerra in Ucraina e la posizione dei marxisti rivoluzionari” - relazione di Franco Grisolia


Sabato 9 luglio:

Stonewall: la nascita della soggettività queer” - relazione di Achlys Nakta

Presentazione del nuovo libro di Marco Ferrando Stalin e il PCI. Tra mito e realtà


Domenica 10 luglio:

L’imperialismo in questa fase storica” - relazione di Federico Bacchiocchi

Socialism for future. O rivoluzione o catastrofe ambientale” - relazione di Stefano Falai


e in più...

dibattiti, formazione, ristorante popolare

musica di Elle P Esse, Sonatori della Boscaglia, Swing Project, Andrea Gozzi



Programma completo e informazioni alla pagina Facebook della festa.

Ti aspettiamo!

Nuovo libro. 'Stalin e il PCI. Tra mito e realtà'

 


È uscito un nuovo libro di Marco Ferrando dal titolo Stalin e il PCI. Tra mito e realtà, Red Star Press editore. Il testo precedente dell'autore (Cento anni. Storia e attualità della rivoluzione comunista), anch'esso edito da Red Star Press, si soffermava principalmente sull'attualità del marxismo rivoluzionario e del suo programma fondamentale in rapporto alla crisi del capitalismo. Il nuovo libro affronta il tema da un'angolazione diversa: la storia del movimento operaio e comunista in Italia, nella sua connessione con lo stalinismo.


Lo stalinismo non è riducibile alla figura di Stalin, e neppure alla sola storia dell'URSS. Esso non solo ha dominato – lungo l'arco di mezzo secolo – un ampio settore del movimento operaio mondiale, e i movimenti di liberazione nazionale contro l'imperialismo in Asia e in Africa, ma ha anche determinato, per i suoi effetti diretti e indiretti, larga parte della storia successiva al proprio crollo. La caduta del Muro di Berlino, la restaurazione capitalistica in Russia e in Cina per mano delle loro burocrazie dirigenti, la nascita per questa via di nuove potenze imperialiste con i loro enormi riflessi su scala internazionale, sono inseparabili in ultima analisi dalla parabola storica del fenomeno staliniano. Non riguardano solo il passato ma il presente, inclusi i nuovi venti di guerra.

Così è stato per il movimento operaio. Le sedimentazioni dello stalinismo permangono non solo nelle organizzazioni e nei partiti che si rifanno apertamente al suo mito, ma anche nell'immaginario di settori dell'avanguardia di classe, politica e sindacale. Nel loro linguaggio, nella loro lettura del mondo (basta pensare al campismo), nella loro impostazione politica e strategica. Ciò è particolarmente evidente in Italia, dove ha operato per sessant'anni il partito staliniano con la maggiore influenza di massa dell'intero Occidente capitalistico, il Partito Comunista Italiano.

La cultura del PCI, nei suoi diversi frammenti, è infatti sopravvissuta al partito. Ha smarrito la propria organicità ma non il proprio vocabolario. La “Costituzione nata dalla Resistenza” (invece che dal suo tradimento), la “sovranità nazionale dell'Italia” (cioè dell'imperialismo di casa nostra), i blocchi “progressisti” e di governo con la borghesia liberale, il feticcio della democrazia borghese e dello Stato, le illusioni sull'ONU e la diplomazia mondiale, lo stesso minimalismo rivendicativo sul piano politico e sindacale (inclusa l'estraneità alla tradizione più radicale della lotta di classe sul terreno dell'azione e dell'autorganizzazione di massa) sono tutti ingredienti della tradizione del PCI e della lunga egemonia che questa ha esercitato a sinistra, persino a sinistra del PCI. Non è un caso se tali posture, ben oltre il PCI, hanno dominato in varie forme negli ultimi trent'anni la politica e il pensiero delle sinistre cosiddette radicali. Anche di quelle che dovevano “rifondare”.

Questa cultura riformista non germinò spontaneamente, o per fattori casuali. Si affermò in un drammatico scontro politico con la cultura precedente del movimento operaio italiano, quella del PCd'I delle origini, e di parte dello stesso Partito Socialista Italiano dei primi anni '20. Una cultura classista, internazionalista e rivoluzionaria, che aveva segnato ampi settori di massa del proletariato del primo '900 e che aveva trovato il proprio sbocco più conseguente nella fondazione del PCd'I a Livorno, quale sezione dell'Internazionale Comunista. Non senza incrostazioni iniziali di estremismo, come nella impostazione bordighiana, ma su una base coerentemente rivoluzionaria. Una base programmatica e di principio su cui si innestò la riflessione ed elaborazione di Antonio Gramsci, nel segno di un'adesione compiuta al bolscevismo. Le Tesi di Lione del terzo congresso del PCd'I (1926) sancirono tale patrimonio, quello che il togliattismo pochi anni dopo avrebbe liquidato.

Certo, il PCI nacque dal PCd'I, ma come sua negazione. Nacque cioè dalla distruzione del PCd'I delle origini – prima di Bordiga e poi di Gramsci – attraverso la sua assimilazione allo stalinismo. L'espulsione “per trotskismo” nel 1930 di metà del suo Ufficio Politico (Tresso, Leonetti, Ravazzoli) per volontà di Togliatti, con l'appoggio determinante di Longo e di Secchia, fu il passaggio decisivo di tale svolta. Riflesso in Italia della deriva del Comintern.

Stalin e il PCI. Tra mito e realtà ricostruisce la genesi e l'evoluzione dello stalinismo italiano lungo l'intera parabola del PCI, sino alle soglie della sua dissoluzione dopo il crollo del Muro di Berlino. Distingue la passione delle generazioni operaie che vi militarono dalla politica controrivoluzionaria della sua burocrazia dirigente. Rivela in particolare il vero ruolo del cosiddetto stalinismo di sinistra (Pietro Secchia) nella copertura determinante della politica di Togliatti in tutti i suoi passaggi determinanti: dall'appello ai “fratelli in camicia nera” del 1936 ai governi di unità nazionale con Badoglio, Bonomi, De Gasperi; dal disarmo partigiano alla ricostruzione capitalistica; dal voto decisivo all'articolo 7 in Costituzione all'amnistia per gli aguzzini fascisti, sino alla svendita del grande sciopero generale del 14-16 luglio 1948. Una politica che spianò la strada alla disfatta degli anni '50, alla lunga stagione della vendetta padronale e della reazione anticomunista, sino alla ripresa del movimento operaio degli anni '60 e alla sua nuova subordinazione alla borghesia col compromesso storico berlingueriano del successivo decennio, quello che segnò l'inizio della fine del PCI, assieme al lungo riflusso del movimento operaio. Prima il craxismo, poi la seconda Repubblica, saranno la sua risultante.

Nel ricostruire passo dopo passo la parabola storica del PCI, il libro chiarisce la sua connessione con la degenerazione staliniana dell'intero movimento comunista internazionale. Contro ogni teoria immaginifica della cosiddetta “autonomia” del PCI, teorizzata sia dagli apologeti del togliattismo sia, per ragioni opposte, dagli eredi di Secchia. Gli uni per nobilitare il riformismo nazionale del PCI quale partito di governo e costituzionale, gli altri per rivendicare un presunto ruolo rivoluzionario di Stalin che il XX congresso del PCUS avrebbe colpevolmente rinnegato. In realtà tutte le scelte di fondo del PCI dagli anni ''30 agli anni '60 furono in stretta connessione con gli indirizzi controrivoluzionari della burocrazia sovietica, a partire dalla svolta di Salerno.

Al tempo stesso, fu proprio l'integrazione profonda nello Stato borghese che quel corso politico avviò nel dopoguerra a gettare le basi della lunga socialdemocratizzazione del PCI, del partito delle cooperative, degli assessori, delle aziende pubbliche, dominato sempre più dal proprio appetito di governo del capitalismo italiano piuttosto che dalla propria subordinazione a Mosca. Lungo un processo incompiuto che solo il crollo dell'URSS riuscirà a liberare, sino allo scioglimento del PCI. Uno scioglimento che rappresentò la confessione postuma del partito, più che il suo tradimento.

Ricostruire questo tragitto storico con ampia e argomentata documentazione, come fa il libro, non è un esercizio storiografico, ma una necessità politica per chi voglia rilanciare oggi un progetto marxista rivoluzionario, in Italia e su scala internazionale. La storia degli ultimi trent'anni ha dimostrato che senza fare i conti con la tragedia politica staliniana non si può costruire una storia nuova dei comunisti. Perché ci si imbatte a ogni passo nel suo lascito. Il governismo che ha ucciso Rifondazione Comunista trascinandola nel voto alle missioni militari, alla precarizzazione del lavoro, alla detassazione dei profitti, non è uno spiacevole incidente ma l'eredità di una storia. Peraltro già l'esperienza degli anni '40, come quella degli anni '70, aveva dimostrato che senza un bilancio dello stalinismo (inclusa la sua variante maoista) non era possibile costruire a sinistra del PCI una direzione alternativa del movimento operaio. A maggior ragione non sarebbe possibile oggi in condizioni assai più difficili, dopo un'enorme dispersione di forze e una sconfitta profonda.

Più in generale, i nuovi tempi di ferro e di fuoco che investono il mondo non possono essere affrontati col retaggio della vecchia cultura riformista, col peso ingombrante della sua zavorra. Richiedono il recupero della tradizione rivoluzionaria, che è condizione necessaria del suo stesso aggiornamento e sviluppo. La tradizione di Lenin e di Trotsky, di Antonio Gramsci e di Pietro Tresso, quella che oggi vede nel successo del trotskismo in Argentina presso importanti settori di classe e di massa la misura di un nuovo spazio di rilancio del marxismo rivoluzionario.

Vi sono anche in Italia alcune migliaia di giovani che cercano in qualche modo, seppur in forme diverse, il filo rosso del leninismo. Che sentono l'esigenza di non limitarsi alla routine dell'antagonismo, di riconoscersi in un progetto complessivo, di ritrovare le radici di tale progetto nella grande storia del movimento operaio, di formarsi come quadri leninisti nello studio serio di questa storia. Studio che è incompatibile coi falsi miti e con la retorica della menzogna, con la rimozione della memoria storica e della sua verità. La costruzione di un partito rivoluzionario non può fare a meno di questa risorsa preziosa. 
È a questi giovani, innanzitutto, che il libro intende rivolgersi.

Il mal di campismo

 


“Gratta molti comunisti e troverai degli sciovinisti grande-russi” - Lenin

11 Marzo 2022

In questa guerra, come in altre, alcune organizzazioni politiche sostengono posizioni astrattamente marxiste, ma che in realtà possono essere definite semplicemente come una sorta di "nazionalismo rovesciato", ci riferiamo al campismo, ovvero la divisione del mondo in blocchi geopolitici contrapposti.

Raramente i campisti (solitamente di matrice m-l, cioè stalinista) affrontano il conflitto di classe interno delle nazioni del "campo antimperialista" e, senza analizzare la natura di questi governi e delle loro economie, attribuiscono a queste nazioni una funzione progressista e progressiva. Non criticano mai le “nazioni antimperialistiche” e tendono a glissare o a opporsi apertamente ai movimenti di lotta che emergono tra la classe operaia di questi stati. Così gli scioperi in Cina sono il frutto dello sponsor Usa; le manifestazioni di dissenso per la guerra in Russia sono egemonizzate dalle forze reazionarie ecc.

C'è stato un tempo in cui l'identificazione con un blocco anticapitalista e antimperialista aveva un senso. La Rivoluzione Russa è stata sostenuta da milioni di lavoratori che hanno operato anche una rottura politica con quella sinistra sciovinista e governista. Lenin e Trotsky hanno fatto una rivoluzione rovesciando un governo di centro-sinistra, hanno costruito un’internazionale (I.C.) contro le derive riformiste della vecchia socialdemocrazia.

Quindi, dopo la rivoluzione del 1917, nonostante la distorsione avvenuta con l’ascesa di Stalin al potere e la relativa deviazione del metodo rivoluzionario (svolta Kuomintang, Terzo periodo e Fronti Popolari, assenza di democrazia, socialismo in un paese solo ecc.), si poteva dire che vi erano due blocchi: uno che era nato dalla rivoluzione operaia e combatteva per il “socialismo” (la difesa della casta burocratica) e l’altro un blocco capitalista che sosteneva (anche economicamente) la controrivoluzione in tutto il mondo.

Questo scenario oggi non esiste più, sono solamente due gli stati operai in dissoluzione (ahimè), Cuba e Corea del Nord. Bisogna dire ai nostalgici dell’URSS che la Russia è un nuovo imperialismo fatto di borghesia e sciovinismo.

Il campismo contemporaneo è, se dovessimo riassumere, la più grande distorsione del marxismo in quanto spinge la solidarietà con gli stati piuttosto che con la classe e la sua lotta internazionale. L'internazionale di Marx, Engels, Lenin e Trotsky, come struttura organizzativa e pratica, è completamente cancellata da questa visione. Questa tendenza generalmente sostiene stati chiaramente capitalisti (come Iran e Siria) o stati che affermano a parole di essere socialisti come la Cina (coprendosi di ridicolo, perché la Cina, ad essere obiettivi, non solo è un paese capitalista ma è una vera e propria potenza imperialista con annesse entrature di capitali in Africa e in varie parti del mondo), oppure ancora i campisti si aggrappano alla Corea del Nord (che di soviet ed internazionalismo non ha neanche l'ombra ma ha solo un despota che governa miscelando culti religiosi ad un neostalinismo vintage).

Il campismo in questi giorni viene sventolato non solo dalle organizzazioni neo staliniste o staliniste ma anche da Putin che si aggrappa a questo metodo per giustificare la sua invasione dell’Ucraina in opposizione all’imperialismo statunitense ed europeo. Lo stesso Putin nel suo discorso o meglio nella sua dichiarazione di guerra all’Ucraina, fatto in diretta tv il 21 febbraio 2022, ha parlato di riconoscimento, formale ed ufficiale, delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, ma anche e soprattutto ha evidenziato le colpe di Lenin secondo cui: «chi ha governato nell'Urss di inizio '900» - sarebbe colpevole della nascita e dell' "invenzione" dell'Ucraina, che «ha tolto pezzi al territorio della Russia».

Ecco il nuovo paradosso dei campisti: definirsi comunisti in opposizione a Lenin. Applauso!

Putin insomma rispolvera lo sciovinismo “grande russo”, lo stesso sciovinismo grande russo combattuto da Lenin anche all’interno dei bolscevichi contro Stalin che ne fu uno dei massimi rappresentanti.

Lenin aveva le idee chiarissime sul processo di autodeterminazione. Sosteneva, sia praticamente che teoricamente, che il processo di costruzione sovietico avvenisse su base volontaria perché «… lo zarismo e la borghesia grande-russa, con la loro oppressione, hanno lasciato nelle nazioni vicine un’ombra di rancore e di diffidenza verso i grandi-russi in generale, e questa diffidenza va dissipata con i fatti, e non con le parole». Questo metodo è alla base del leninismo, cioè della costruzione del socialismo per convincimento e non per assimilazione.
«(…) Invece della parola autodecisione, (...) io pongo un concetto assolutamente preciso: il diritto di separarsi liberamente» [1].

Insomma per Lenin il diritto dell’autodeterminazione era una parte integrante del programma bolscevico: «Il socialismo vittorioso deve necessariamente instaurare la completa democrazia e, quindi, non deve attuare soltanto l'assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni, ma anche riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, cioè il diritto alla libera separazione politica» [2].

Per Lenin la lotta per l’autodeterminazione non era semplicemente una formula vuota, ma un metodo politico, un principio, e come è noto sulle questioni di principio Lenin non era solito fare concessioni, così la lotta contro lo sciovinismo grande russo per Lenin non si esaurisce nella battaglia teorica e in proclami ma vede anche la sua declinazione all’interno del partito, del suo partito.

Lenin ha già aveva notato nei primissimi anni ‘20 i metodi di Stalin e un'ulteriore conferma di ciò la ebbe verso la fine del 1922, quando ebbe chiaro in che modo Stalin silenziava il dissenso dei compagni georgiani. L’impero zarista era conosciuto, era passato alla storia come la “prigione dei popoli”, molte etnie/nazioni erano state rinchiuse dal recinto zarista. La classe operaia e il movimento popolare di queste nazioni oppresse avevano fuso la lotta contro lo zarismo con la lotta per la propria autodeterminazione, non a caso il diritto all’autodeterminazione era stato, come abbiamo scritto, uno dei punti fondanti del bolscevismo. Dopo il successo della rivoluzione, i bolscevichi avevano costruito il potere sovietico su alcune repubbliche nazionali oltre a quella Russa (Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan) ovvero la Rsfsr (Repubblica socialista federativa sovietica russa).

Anche se sulla carta i rapporti tra le repubbliche sovietiche erano formalmente regolati, il Partito Russo bolscevico aveva una forte tendenza ad accentrare. Lenin dunque pone l’attenzione sulla questione e cerca una via d’uscita. Nell’estate del 1922 l’ufficio politico bolscevico crea una commissione, presieduta da Stalin, che ha il compito di affrontare la questione “georgiana” e delle altre federazione. Questa commissione è composta di persone vicine a Stalin e produce un testo (Tesi sull’autonomizzazione) che vidima nei fatti l’annessione delle cinque federazioni alla Russia.
Lenin reagisce nonostante le sue non buone condizioni di salute prima definendo Stalin “un po’ troppo precipitoso” [3].

Successivamente Lenin va all’affondo in una lettera indirizzata a Kamenev e al Comitato Centrale del 6 ottobre:
«Compagno Kamenev! Dichiaro guerra (e non una guerriciola, ma una lotta per la vita e per la morte) allo sciovinismo grande russo. Non appena mi sarò liberato di questo maledetto dente, lo assalirò con tutti i miei denti sani».

Alla fine Stalin media non avendo la maggioranza nel CC. Cede ma il problema sarà solo rimandato.

Lenin, dunque, non aveva dubbi sul concetto di autodeterminazione come, tornando a noi, sul tema del campismo non aveva dubbi sul concetto di “patria”: nella battaglia tra un imperialismo dominante e uno che cercava di ascendere Lenin si schierava senza mezzi termini da parte del proletariato, non aveva una divisione verticale (campi), bensì orizzontale (classi).

La parola d'ordine, basata sull'analisi della realtà e del carattere delle classi era e dovrebbe essere patrimonio del marxismo rivoluzionario; il proletariato non può sostenere nessuna guerra in cui i lavoratori si uccidono in nome della borghesia, così oggi di fronte alla aggressione dell’imperialismo nascente russo il metodo dovrebbe essere lo stesso.

Lenin fu accusato di essere un servo dell’imperialismo tedesco. Insieme a Trotsky e Rosa Luxemburg pagò con la vita la lotta contro lo sciovinismo. Il modo migliore per ricordare questi grandi marxisti è apprendere il loro metodo.

Il marxismo rivoluzionario è altro rispetto al campismo e consiste innanzitutto, come Lenin e Trotsky ci hanno insegnato, nella lotta per il potere politico della classe operaia e non fare gli ultras di presidenti egotisti autoritari di nazioni e/o potenze capitaliste.


Note

1 Lenin, Opere Complete, vol. 26
2 La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all'autodecisione, Lenin 1916
3 Lenin, Opere Complete, vol. 42

Eugenio Gemmo

L'operazione truffa di Rizzo e Giannini


 L'appello “Ora l'unità. Per il partito comunista in Italia” è una truffa. Lo è sia dal punto di vista dell'evocazione unitaria che dei contenuti di merito. Infatti non è né unitario né comunista.


Innanzitutto non è unitario, se non nella finzione retorica. Da un lato liscia il pelo alla domanda di un'indistinta unità comunista di tanti compagni e compagne indirizzandola verso i partiti comunisti italiani, i loro gruppi dirigenti, i loro segretari. Come dire “noi siamo per l'unificazione di tutti, chi non ci sta ne risponda”. Dall'altro lato lo stesso appello afferma giustamente che l'unificazione «può verosimilmente avvenire solo sulla base prioritaria ed essenziale di una forte affinità ideologica e politico-teorica tra le parti». Un concetto ribadito in modo insistente nella lettera aperta di accompagnamento dell'appello, e nell'immediato commento di plauso di Marco Rizzo.
Bene. Noi siamo d'accordo con questo concetto. Una unificazione senza una base programmatica comune sarebbe un pasticcio senza futuro. È fallita con Rifondazione nonostante disponesse di un bacino di massa, a maggior ragione fallirebbe come operazione a freddo tra piccoli partiti. Ma se gli stessi primi firmatari dell'appello pongono come condizione dell'unificazione la «forte affinità ideologica e politico-teorica» sono loro stessi a confessare che l'unificazione generale evocata dall'appello con toni retorici, solenni e struggenti, è solo una finzione penosa. L'unificazione proposta è, legittimamente, quella tra chi condivide le posizioni di Marco Rizzo e Fosco Giannini. Un'unificazione in casa propria. Auguri, ma cosa c'entrano gli altri?

Ma soprattutto le posizioni di merito di Marco Rizzo e Fosco Giannini, poste a condizione dell'unità dei comunisti, non hanno nulla a che vedere col comunismo.
La sostanza dell'appello è la seguente: siccome il mondo cammina verso la guerra, occorre stringersi attorno alla Cina di Xi Jinping quale «cardine del fronte antimperialista in progress», e attorno alla Russia di Putin «avversario politicamente indomabile» dell'imperialismo. Bisogna che si «osteggi ogni equidistanza tra l'imperialismo USA e dei suoi alleati e la Repubblica Popolare Cinese». Va rivendicata l'uscita dell'Italia dalla NATO, dalla Unione Europea, dall'euro, per recuperare la sovranità nazionale dell'Italia, oggi svenduta a Bruxelles e ridotta a un paese Quisling.

È una legittima posizione sciovinista. Quella contro cui nacque la Terza Internazionale comunista.

1) Se il mondo cammina verso una possibile guerra occorre contrapporsi a tutti gli imperialismi nel nome della fraternizzazione internazionale degli operai. “Il nemico è in casa nostra” è la parola d'ordine essenziale. In casa nostra il nemico è innanzitutto l'imperialismo USA, gli imperialismi europei, e l'imperialismo italiano. Imperialismi dei quali vanno denunciati e sbugiardati gli interessi economici, militari, diplomatici, fautori di guerra, a partire dalla NATO. Ma la contrapposizione al nemico di casa nostra va fatta dall'angolo di visuale della nostra classe e di una prospettiva di rivoluzione, non dal versante degli imperialismi rivali e dei loro interessi.
La Cina è oggi una potenza imperialista che saccheggia buona parte dell'Africa, usa l'arma del debito come strumento di dominio su altre nazioni, contende palmo a palmo all'imperialismo d'occidente il controllo delle zone di influenza, esercita sfruttamento sui salariati di casa propria cui nega spesso i diritti sindacali più elementari. Lo stesso vale, in forma diversa e più limitata, per la Russia. Perché allora i lavoratori italiani, europei, americani, che giustamente vanno chiamati a denunciare i propri governi e i propri sfruttatori, dovrebbero sostenere l'imperialismo cinese? E perché dovremmo chiamare gli operai cinesi e russi a solidarizzare coi propri governi e i propri imperialismi nella spartizione delle zone di influenza?
L'appello di Rizzo e Giannini oltretutto non solo sostiene l'imperialismo cinese ma addirittura lo presenta come “cardine del fronte antimperialista”. Quindi, se le parole hanno un senso, come guida e faro del proletariato mondiale. È una posizione delirante, in ogni caso antiproletaria e anticomunista.

2) L'Italia non è affatto un “paese Quisling”, cioè una colonia o semicolonia degli USA e di Bruxelles. È un paese imperialista, seconda potenza industriale d'Europa, in concorrenza con l'imperialismo tedesco per l'egemonia nei Balcani, impegnato a contendere alla Francia l'egemonia in Nord Africa, interessato a pattuire con la Francia una penetrazione economica in Africa. Certo, dobbiamo rivendicare la rottura dell'Italia con la NATO e con l'Unione Europea imperialistica, ma dal versante degli interessi della nostra classe, in solidarietà con i lavoratori tedeschi, francesi, americani, per una comune prospettiva internazionale anticapitalista e socialista. Viceversa, contrastare la NATO e la UE nel nome della sovranità mutilata dell'Italia, cioè dell'imperialismo italiano, significa lisciare il pelo alle destre reazionarie e alla loro retorica nazionalista. “Via dalla NATO, dalla UE, dall'euro” senza altre specificazioni è oggi formalmente uno slogan anche di Forza Nuova e CasaPound. È un fatto. Non diciamo ovviamente che “allora Rizzo è fascista”. Diciamo che le sue posizioni lisciano il pelo alla destra, la quale spesso ricambia con toni affettuosi. È la filosofia del rossobrunismo, cara a Diego Fusaro, quella del superamento del vecchio confine tra destra e sinistra, quella che contrappone i diritti sociali ai diritti civili... Appunto le posizioni di Rizzo. Cosa c'entrano i comunisti con tutto questo?

Colpisce che in un appello che si offre come fondamento dell'unità comunista non vi sia alcun cenno alla prospettiva socialista, né ad un programma d'azione anticapitalista, né a un bilancio dei decenni passati.
Le uniche misure della borghesia italiana che vengono denunciate sono quelle prese dai governi degli ultimi anni, dall'articolo 18 in su. Nulla invece sulle responsabilità determinanti dei governi di centrosinistra che Marco Rizzo e Fosco Giannini hanno appoggiato. Quei governi che hanno realizzato il lavoro interinale, il record delle privatizzazioni in Europa, il bombardamento su Belgrado, la detassazione dei profitti di industrie e banche, il finanziamento delle missioni militari in Afghanistan. Su tutto questo un pietoso silenzio, e non è un caso. L'unificazione attorno a Rizzo e Giannini non può che rimuovere pudicamente le responsabilità di entrambi. Anche in fatto di sostegno alla NATO.

In conclusione. L'unità dei comunisti è buona e giusta, ma può avere un futuro solo se avviene in un partito comunista, quindi attorno ai principi del marxismo rivoluzionario: l'indipendenza di classe da ogni governo borghese e da ogni imperialismo; una prospettiva socialista internazionale; la riconduzione degli obiettivi immediati di lotta ad una prospettiva di rivoluzione. Erano i fondamenti su cui venne fondato il Partito Comunista d'Italia nel 1921, il partito diretto da Bordiga, Gramsci, Tresso. Il partito distrutto politicamente dal PCI per mano di Stalin,Togliatti, Secchia.
Il PCL è interessato a ricostruire il PCd'I, Marco Rizzo a riesumare il PCI. Non può esserci confusione tra due prospettive tra loro incompatibili. Da un lato i comunisti, dall'altro gli stalinisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Tripoli bel suol d'amore

 


L'“antica amicizia” italo-libica celebrata da Draghi in Libia

Con aria compunta, come da copione, Mario Draghi fa a Tripoli la sua prima uscita all'estero. Tutta la stampa borghese dedica pagine su pagine all'evento: “L'Italia torna il Libia”. Se n'era mai andata?
Draghi ha motivato con parole auliche la scelta di recarsi a Tripoli: “voglio rinnovare l'antica amicizia tra l'Italia e la Libia”. Antica amicizia?

Trentadue anni di occupazione militare. Annientamento di un ottavo della popolazione libica. Deportazione di quasi metà degli abitanti della Cirenaica. Repressione sanguinosa della resistenza araba con l'uso delle mitragliatrici, dei bombardamenti aerei, dei gas asfissianti. Campi di concentramento per i resistenti sopravvissuti e deportazione dei loro familiari, imbarcati sulle carrette del mare per le Isole Tremiti, Ustica, Ponza, per marcire in tuguri malsani per il resto della loro vita, carrette stracolme che spesso affondavano nella traversata, o che venivano alleggerite buttando i prigionieri in mare. Impiccagione nella pubblica piazza dei capi della resistenza, a partire da Omar al-Mukhtar, 73 anni, capo indomito della resistenza libica, che rifiutò di arrendersi alle truppe di Graziani e di Badoglio, il cui cadavere fu esposto a ventimila libici adunati a forza perché guardassero coi loro occhi la punizione umiliante che spettava ai ribelli.

“Orrori del fascismo”? Non solo. L'occupazione coloniale iniziò nel 1911 sotto il liberale progressista Giolitti. Fu l'Italia di Giolitti che invase “lo scatolone di sabbia”, come allora lo chiamò Gaetano Salvemini, sotto la pressione della Banca di Roma e delle ambizioni dell'imperialismo straccione. Fu allora che iniziarono gli eccidi contro la popolazione autoctona, la caccia all'arabo per le vie di Tripoli, le deportazioni di massa via mare. Fu allora che in un solo giorno nell'ottobre del 1911 furono assassinati per rappresaglia 4000 libici, comprese donne e bambini. Di questo riferì un tenente colonnello, Gherardo Pantano, talmente sconvolto dall'esperienza da doversene dissociare: «Si sentono nostri ufficiali proclamare le teorie più reazionarie e più feroci... Si raccontano con compiacenza, e come utili e belle imprese, cose sbalorditive: arabi trovati feriti gravemente, inondati di benzina e bruciati; altri gettati nei pozzi... altri fucilati senza ragione se non quella di un feroce capriccio... Vi sono ufficiali che si incaricano personalmente di simili esecuzioni... Da dove venga tanta cieca ferocia e tanta sete di sangue, tanta raffinatezza di crudeltà, io non so comprendere.» (rapporto per il Generale Santangelo dal titolo ”Spirito di ufficiali e truppa”).

Ogni crimine commesso in Libia dalle truppe italiane è rimasto impunito. Il Maresciallo Badoglio, tra i primi responsabili dei massacri, guidò il governo del fronte nazionale di Liberazione, con tanto di riconoscimenti patriottici, inclusi quelli di Stalin e di Togliatti. Nessuna vera riparazione è stata mai pagata alla Libia per gli orrori coloniali.

In compenso la grande stampa borghese oggi ci informa che Draghi sta trattando sul pagamento dei debiti libici alle aziende italiane per 324 milioni di dollari certificati e sulla commessa di cinque miliardi già concordata tra Gheddafi e Berlusconi nel 2008 per la costruzione dell'autostrada costiera. Cosa non si fa per l'amicizia tra i popoli.

Partito Comunista dei Lavoratori

Video: Ora e sempre resistenza


Tra il ‘43 e il ‘45 la resistenza partigiana e la ribellione operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. Furono i giovani a capo della rivolta.

Una rivolta sospinta non solo da aspirazioni democratiche, ma anche dalla volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo.
Era la speranza di “una rossa primavera”. Ma quella speranza fu tradita.

Stalin aveva pattuito con gli imperialismi vincitori una spartizione delle zone di influenza. L'Italia doveva restare nel campo capitalista. Il PCI di Togliatti fu il fedele esecutore della linea. La Resistenza fu subordinata alla collaborazione con la DC.

I governi di unità nazionale tra DC e PCI disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti, diedero l'amnistia a decine di migliaia di torturatori fascisti.

E ricominciò, in forme democratiche, la solita vecchia storia: il potere dei padroni, lo sfruttamento dei lavoratori.

Sono passati più di settant'anni dalla Resistenza, ma le sue migliori aspirazioni sono più attuali che mai. Il problema dell'umanità resta come allora il capitalismo, che ovunque ha tagliato gli ospedali per ingrassare le banche e gli armamenti, che ha devastato l'ambiente favorendo le pandemie, che annuncia oggi nella sola Europa 25 milioni di nuovi disoccupati, che nutre i razzismi, legittima i fascisti, moltiplica le guerre.

Anche oggi c'è bisogno di una rivoluzione!
Che questa volta vada sino in fondo! Che questa volta trovi un suo partito!
Per un antifascismo anticapitalista!

ORA E SEMPRE, RESISTENZA!