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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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LA GIUNTA OPPORTUNISTA ED IL TRAM FILOSIONISTA


 

Con l'arrivo del tanto atteso tram a Bologna, al netto di tutto ciò che può essere detto sull'opera stessa, un dettaglio salta all'occhio, e cioè chi ha prodotto il tanto agognato mezzo.


Trattasi di CAF, impresa basca impegnata a collaborare con lo stato sionista e genocidiario israeliano; un'azienda che si sta occupando del progetto della Jerusalem Light Rail, infrastruttura che connetterà Gerusalemme stessa con gli avamposti dei coloni israeliani, avamposti costruiti strappando terre ai palestinesi che le vivono grazie alla collaborazione fra le formazioni paramilitari dei coloni stessi  e le forze militari e di polizia israeliane.


È un progetto (come sottolinea BDS) dipendente dall'espropriazione dei palestinesi e che rafforza il network degli avamposti coloniali israeliani; un progetto che implicitamente sostiene la politica coloniale e genocidiaria sionista, nella quale quindi CAF è coinvolta


Ci teniamo a ricordare che la giunta che ha commissionato questo mezzo da questa specifica azienda ha voluto a più riprese pubblicizzare il proprio sostegno alla causa palestinese; per l'ennesima volta, tuttavia, si rende evidente che si tratta di un posizionamento puramente propagantistico e di facciata.

Alle forze del campolargo (in città e nazionalmente) ha fatto comodo cavalcare l'onda del supporto per la causa palestinese, in quella che si è dimostrata un'operazione pubblicitaria a basso costo - ma hanno dimostrato ad ogni occasione la natura puramente cosmetica di questo posizionamento, che sia nazionalmente o localmente, con operazioni filosioniste (si pensi al ddl Delrio) o col continuare gli affari con chi facilita il rafforzamento delle politiche genocidiarie.


Come Partito Comunista dei Lavoratori, la nostra posizione è netta: non diamo solo un generico supporto alla causa palestinese, ma denunciamo attivamente la natura coloniale ed imperialista di Israele e riteniamo che solo la sua distruzione rivoluzionaria e la costruzione di un unico stato palestinese inserito in una federazione socialista possa essere la soluzione ultima ai problemi della regione. Alla luce di questa linea, questa e mille altre collaborazioni con chi fa affari con i responsabili di un genocidio devono cessare immediatamente, come pure deve essere denunciata l'ipocrisia di chi cerca consensi facili, speculando politicamente sulla distruzione di un popolo, ma al momento del dunque rivela la propria vera appartenenza.

In opposizione politica a Zelensky ma in difesa incondizionata dell’Ucraina

 


Contro il cinismo demenziale delle posizioni campiste. Contro ogni logica “due pesi e due misure”

Partito Comunista dei Lavoratori

English version

Mentre le città ucraine sono sventrate dai missili balistici dell’imperialismo russo, senza disporre di difesa nei cieli, le invettive campiste contro il cosiddetto “regime nazista di Kiev” risultano sempre più nauseabonde. Come sa chiunque conosca le posizioni del nostro partito, non diamo alcun appoggio politico al governo borghese di Zelensky, ci opponiamo alle sue politiche antioperaie, denunciamo la svendita agli imperialismi d’Occidente di beni, terreni, materie prime del popolo ucraino. Ma ci opponiamo a Zelensky dal punto di vista delle ragioni della classe operaia e della gioventù ucraine, non da quello dei bombardieri russi, delle truppe di occupazione putiniane e della loro propaganda imperialista. Parlare di un “regime nazista” in Ucraina significa esattamente far propria la propaganda di guerra degli invasori. E anche offendere la logica più elementare. Almeno per chi non sia accecato da chili di prosciutto sugli occhi.

Facciamo qualche esempio per farci capire anche dai più duri di comprendonio.

Abbiamo tutti osservato sui teleschermi di mezzo mondo le grandi manifestazioni di giovani che hanno attraversato le città ucraine, a partire dalla capitale, per protestare contro la destituzione del ministro della Difesa Fedorov. Manifestazioni protrattesi per settimane, che hanno replicato in forma persino più estesa quelle di un anno fa contro la corruzione. Manifestazioni tenutesi in un paese in guerra, sottoposto a bombardamenti quotidiani. Bene. Sarebbe mai possibile immaginare un regime nazista che consente manifestazioni di massa di contestazione del governo, per di più in tempo di guerra? È evidente che no, perché anche i bimbi delle scuole elementari sanno che un regime nazista è tale perché sopprime e reprime ogni libera manifestazione.

Peraltro per vietare e reprimere il diritto di manifestare non è necessario essere nazisti. È più che sufficiente un regime bonapartista reazionario, come quello di Putin, che infatti non solo impedisce ogni manifestazione, ma condanna ad anni di galera chi osi semplicemente parlare di «guerra» in Ucraina. Oppure è sufficiente essere la normale democrazia borghese dell’imperialismo tedesco, che vieta ogni manifestazione pro Palestina. Per non parlare del regime trumpiano negli USA, che ammazza manifestanti per strada grazie alle nuove milizie presidenziali. E si potrebbe continuare a lungo.

Invece no, sarebbe il governo Zelensky l’incarnazione del nazismo, e il governo arcireazionario russo quello della liberazione dal nazismo. Ma si può sostenere una tesi così demenziale? E non si butti la palla in tribuna citando il battaglione Azov, perché sarebbe come dire che in Italia c’è da decenni un regime fascista per via dell’esistenza della Folgore e di generali alla Vannacci.

La verità è che presentare il governo borghese di Zelensky come nazista non solo è capitolare alla propaganda russa ma è abbellire la rappresentazione del nazismo, attribuendogli un insospettabile lato liberale. Folle.

Ma c’è di più. La stampa campista (Il Fatto Quotidiano e compagnia) ha gongolato per le manifestazioni giovanili rappresentandole come una richiesta di resa dell’Ucraina. Più precisamente, come domanda di “pace” attraverso la resa. Ma chiunque sia dotato di un quoziente di intelligenza normale capisce l’esatto opposto. L’appoggio al ministro della Difesa da parte di masse di giovani era ed è la difesa del ministro che ai loro occhi è stato maggiormente capace di difendere l’Ucraina dall’aggressione russa, grazie all’innovazione tecnologica dei droni, fabbricati in Ucraina, con cui è possibile colpire in profondità le raffinerie russe, principale fonte di finanziamento della guerra imperialista di Mosca. Si può non capirlo? Ovviamente una guerra di difesa così impostata può anche in certa misura ridurre le perdite ucraine al fronte, e questa è sicuramente una ragione per cui i giovani la sostengono. Ma la sostengono in ogni caso proprio nel nome del diritto sacrosanto dell’Ucraina di difendersi dai bombardamenti russi con tutti i mezzi disponibili. Esattamente il diritto che i campisti negano all’Ucraina nel nome della “pace” e nell’“interesse degli ucraini”. Ciò che aggiunge al loro cinismo l’ipocrisia più rivoltante.

In Italia c’è una sola organizzazione della sinistra politica che, in opposizione a Zelensky, difende l’Ucraina dall’imperialismo russo. Così come, in opposizione al regime clerico-fascista (quello sì) iraniano, difende incondizionatamente l’Iran dai bombardamenti dell’imperialismo americano e sionista. È il Partito Comunista dei Lavoratori. Noi non facciamo due pesi e due misure. Abbiamo la schiena dritta e non ci facciamo intimidire. Sin dai tempi in cui, soli a sinistra, abbiamo difeso il diritto di resistenza dell’Iraq dalle truppe di occupazione, anche italiane, mentre le sinistre cosiddette radicali si voltavano dall’altra parte.

Per questo sosteniamo la carovana di solidarietà internazionalista con l’Ucraina, come abbiamo sostenuto ogni solidarietà con la Palestina e la Flotilla. Al fianco dei nostri compagni della Lega Socialista Ucraina.

L'elenco degli appuntamenti di piazza indette dalla Global Sumud Flotilla e dalle organizzazioni sodali

 


L'elenco delle manifestazioni in tutta Italia  sodali in seguito al rapimento delle compagne e dei compagni della Global Sumud Flotilla da parte dell'esercito terrorista dell'entità sionista

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La crisi in Europa

 Non passa giorno senza che si senta parlare di un altro “campanello d’allarme per l’Europa”. Che si tratti di Merz o di Macron, della Commissione Europea o dei capi di governo nazionali. Secondo la cancelliera tedesca, l’Europa deve reimparare il linguaggio del potere, deve staccarsi dagli Stati Uniti e diventare «sovrana». Macron chiede una forza di difesa europea e un’industria degli armamenti coordinata.

“L’Europa” – o, più precisamente, l’Unione Europea – deve quindi aumentare il proprio peso politico, militare ed economico. Eppure, il campanello d’allarme si conclude regolarmente con i postumi di una sbornia. L’ultimo vertice UE rivela ancora una volta che “l’unità” del continente versa in uno stato pietoso, e non solo a causa di Viktor Orbán.

L’Europa è nel mezzo di una crisi profonda e storica. Ciò riguarda soprattutto, sebbene non esclusivamente, l’UE, ma in pratica tutti gli Stati e le potenze del continente.

Di seguito esamineremo le varie manifestazioni di questa crisi, poiché ci aiutano a comprendere le cause più profonde del costante fallimento nel raggiungere gli obiettivi autoimposti e proclamati, e a capire perché la borghesia europea si sta dimostrando incapace di unire il continente economicamente e politicamente.

CRISI ECONOMICA

L’economia europea è in fase di stagnazione e sta perdendo terreno rispetto ai suoi concorrenti Cina e Stati Uniti. Ciò riguarda tutte le principali economie dell’UE e del Regno Unito. La Russia va considerata a parte, ma anche lì si registrano chiari segnali di stagnazione. Il passaggio a un’economia di guerra e la capacità di resistere alle estreme sanzioni economiche imposte dall’UE e dagli Stati Uniti in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina evidenziano, da una parte, il carattere imperialista del capitalismo russo, dall’altra parte, che il passaggio a un’economia di guerra e i costi finanziari e umani del conflitto portano a lungo termine all’esaurimento e al declino economico, come dimostrano l’inflazione, la carenza di manodopera, il supersfruttamento dei lavoratori migranti e il calo dei tassi di accumulazione.

Tuttavia, in termini economici, la Russia è sempre stata una potenza imperialista relativamente debole. Gli Stati dell’UE, al contrario, all’inizio del millennio si sono prefissati di diventare la potenza economica più forte. Con l’euro hanno creato la seconda valuta più importante al mondo, destinata a sfidare il dollaro nel lungo periodo. Ma per quanto significativo possa essere l’euro, da tempo non è in grado di raggiungere il dollaro statunitense, e che riesca a raggiungerlo è del tutto fuori discussione per il prossimo futuro.

Con la Strategia di Lisbona del 2000, le potenze europee, guidate da Germania e Francia, hanno articolato apertamente le loro ambizioni di diventare una potenza globale. Secondo l’allora cancelliere tedesco Schröder, l’UE avrebbe dovuto affermarsi come il più grande e dinamico spazio economico basato sulla conoscenza. Questi obiettivi sono stati accantonati da tempo. Da anni, l’Unione Europea è sottoposta a una pressione crescente derivante dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina sulla ridistribuzione del mondo, e sta cercando in qualche modo di tenere testa e di trovare un modo per arrestare, quantomeno, questo sviluppo.

La quota del PIL globale degli Stati membri dell’UE si attesta attualmente intorno al 17% in termini nominali (e a circa il 14% in termini di parità di potere d’acquisto). A titolo di confronto: nel 2000 era ancora del 29,5%. Questa tendenza è destinata a continuare nei prossimi anni.

Tuttavia, il PIL è solo uno degli indicatori di sviluppo. La quota dell’UE nella produzione industriale globale si attesta al 15-18%, a seconda di come vengono classificati determinati settori. Anche questa cifra è in calo, ed è diminuita del 2,4% nel solo 2024.

Prendendo il 2019 come anno di riferimento, la produzione industriale dei quattro principali Stati imperialisti dell’UE (Germania, Francia, Italia, Spagna) nel 2024 ammonta solo al 92,1% del dato di riferimento. Nel “resto dell’UE” questo calo è in parte compensato (con un aumento al 114,1%), riflettendo uno spostamento della produzione, in particolare verso le semicolonie dell’Europa orientale. Nello stesso periodo anche la produzione industriale negli Stati Uniti si è contratta, attestandosi nel 2024 al 98,2% del dato del 2019. La produzione in Cina, al contrario, ha continuato a crescere in modo massiccio (raggiungendo il 137,2%), mentre quella dei paesi dell’ASEAN-5 (Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia, Singapore) è aumentata in misura minore, raggiungendo il 114,1%.

All’interno dell’UE, la Germania e l’Italia in particolare hanno subito un calo della produzione industriale dall’inizio della guerra in Ucraina, una situazione legata anche alla composizione dei settori produttivi e all’andamento dei prezzi dell’energia. Solo in Germania, ad esempio, dal 2019 sono andati persi circa 266.000 posti di lavoro nell’industria (4,7%), senza che siano stati sostituiti.

Tuttavia, l’economia europea non sta perdendo terreno solo nel settore industriale; sta rimanendo indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina in particolare nei settori del capitale finanziario e dell’alta tecnologia.

Ciò rende quasi inevitabili un ulteriore declino e una continua stagnazione. Il problema per le potenze del continente europeo è che questa base economica della crisi è inestricabilmente legata alle sue dimensioni politiche e militari, e i due aspetti si rafforzano a vicenda.

CRISI POLITICA E MILITARE

Nella politica mondiale, l’UE e i suoi Stati membri svolgono un ruolo secondario rispetto alle principali potenze globali. Ciò non è dovuto solo alla debolezza militare rispetto a Stati Uniti, Cina o Russia, ma soprattutto alle contraddizioni interne all’Europa stessa. La Russia, dal canto suo, è riuscita ad affermarsi come potenza imperialista globale, sebbene a un costo enorme.

La portata della crisi che affligge l’Europa e l’UE diventa chiara se si considera una differenza cruciale rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. A differenza di queste due grandi potenze, l’UE non è uno Stato, ma una confederazione di potenze imperialiste e semicolonie (in particolare nell’Europa orientale). È uno spazio economico con una propria moneta e un grande mercato unico che si estende ben oltre i confini nazionali. A questo proposito, rappresenta un enorme vantaggio per i capitali imperialisti più potenti, soprattutto per la Germania, che domina economicamente i paesi dell’UE dell’Europa orientale e ne ricava giganteschi superprofitti, oltre a una riserva di manodopera qualificata a basso costo che comporta costi di formazione nulli o relativamente bassi per il capitale tedesco.

L’Unione Europea e l’Eurozona rappresentano un tentativo di superare, con mezzi capitalistici, i confini dello Stato-nazione, i quali, come Trotsky aveva giustamente analizzato già prima della Prima guerra mondiale, sono da tempo diventati troppo ristretti per l’ulteriore sviluppo del capitalismo. Eppure l’Europa è un continente di (ex) grandi potenze e potenze coloniali, le quali rivendicano tutte un ruolo di leadership nell’UE, o almeno affermano di essere “su un piano di parità” con le altre potenze. Questi conflitti erano già evidenti quando fu fondata la Comunità Europea (CE), antesignana dell’odierna UE, ma erano anche tenuti a bada dal fatto che la CE era in primo luogo un’entità economica e, in secondo luogo, dal fatto che anche gli Stati Uniti svolgevano un ruolo egemonico nell’Europa occidentale.

Più l’UE si trova di fronte alla questione di andare avanti, più la questione della leadership diventa pressante, non solo all’interno dell’UE, ma anche in relazione alle altre potenze europee, in particolare la Russia e la Gran Bretagna. E poiché l’unificazione capitalista solleva inevitabilmente la questione della leadership tra di loro, l’Europa si scontra con l’interesse singolo di ciascuno Stato nazionale del continente. Tuttavia, ciò non sta avvenendo in uno spazio geografico isolato, ma sullo sfondo del conflitto globale tra Stati Uniti e Cina, che a loro volta esercitano un’influenza aperta e, nel caso degli Stati Uniti, molto aggressiva sull’UE (e naturalmente la Russia sta facendo lo stesso, proprio come le potenze statunitensi e dell’UE si sono espanse verso est fin dalla fine della Guerra Fredda).

Negli ultimi anni, tuttavia, le potenze dell’UE hanno perso costantemente terreno non solo sul piano economico, ma anche politico e strategico. L’imperialismo francese, ad esempio, ha subito una massiccia perdita di influenza in Africa ed è stato costretto a ritirarsi da numerose sue ex colonie. Una volta che nel 2022 sono diventate evidenti le debolezze della macchina da guerra russa, le potenze dell’UE hanno tentato, insieme agli Stati Uniti, di sfruttare la guerra della Russia contro l’Ucraina come un’opportunità per indebolire gravemente la Russia come potenza imperialista ed escluderla di fatto dal mercato mondiale attraverso un regime di sanzioni senza precedenti contro uno Stato imperialista fin dalla Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia questo tentativo è fallito (il che a sua volta è il riflesso di un cambiamento e una trasformazione nell’economia mondiale).

Con l’insediamento di Donald Trump, la situazione si è ancor più deteriorata drasticamente. Anche prima di Trump le potenze dell’UE avevano difficoltà a sviluppare una posizione indipendente e unitaria sui principali conflitti politici globali. Ma fino ad allora, gli Stati Uniti avevano svolto il loro ruolo nel quadro di un’alleanza transatlantica. Sotto Biden (e prima ancora sotto Obama) era possibile fingere di essere stati compartecipi su un piano di “parità” in tutte le questioni. L’UE e le principali potenze europee hanno così assecondare l’illusione di essere un partner alla pari, una quasi-potenza mondiale. Il primo mandato di Trump è stato minimizzato come uno “scivolone” isolato. Ma il suo secondo mandato ha infranto un altro sogno ad occhi aperti dei leader imperialisti europei.

In questi anni tali divergenze sono diventate ancora più marcate. Ciò vale per la Palestina, l’Ucraina, la conclusione di importanti accordi commerciali come quello con il Mercosur, le questioni chiave della politica economica e industriale europea, la questione della politica migratoria e delle frontiere interne, nonché le relazioni con gli Stati Uniti, il “Consiglio di pace” di Trump, la posizione sul rapimento di Maduro, il blocco di Cuba e la guerra contro l’Iran.

L’AMMINISTRAZIONE TRUMP: UN VERO PUNTO DI SVOLTA

Prima di Trump, le potenze dell’UE e l’Unione stessa erano trattate “rispettosamente” dagli Stati Uniti come pari, come quasi-superpotenze. Sotto Trump, solo gli Stati Uniti, la Cina e, con qualche riserva, la Russia sono considerati superpotenze. L’UE e le potenze dell’UE non lo sono.

Ciò indebolisce la posizione dei paesi europei sulla scena politica mondiale. Una “potenza mondiale” che non è riconosciuta come tale dagli altri non è nemmeno lei una pari. Deve piuttosto dimostrarlo attraverso le azioni, attraverso l’unità e il potere economico, politico e militare.

A ciò si aggiunge il fatto che Trump, Vance e l’intera amministrazione statunitense considerano l’UE come un’entità ostile, e cercano di combattere e indebolire, o addirittura distruggere, i più grandi risultati economici delle potenze imperialiste dell’Europa occidentale.

Di conseguenza, l’amministrazione statunitense e il movimento MAGA stanno anche assumendo una posizione offensiva a sostegno della destra in Europa, sia che si tratti di governi di destra come quello di Orbán in Ungheria o di Meloni in Italia, che si presenta come una «mediatrice», sia che si tratti della destra in Germania, Francia e Gran Bretagna. Anche se non è chiaro se Orbán verrà destituito in Ungheria (l’articolo è stato scritto prima delle ultime elezioni in Ungheria, ndt), questa lotta si sta effettivamente svolgendo in tutti i paesi europei, con uno dei prossimi grandi scontri che si verificherà alle elezioni presidenziali francesi.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è necessariamente una rottura con l’Europa (occidentale). L’obiettivo è piuttosto quello di stabilire un ordine chiaro nell’“emisfero occidentale”: gli Stati Uniti determinano questa sfera di influenza, proprio come la Cina e la Russia hanno la loro. Pertanto, la minaccia di annettere la Groenlandia è più che simbolica: riassume la situazione, per così dire. Anche se le immediate ambizioni annessionistiche sono attualmente fuori discussione, questo conflitto potrà riemergere. Anzi, riemergerà. Mentre la maggior parte degli Stati dell’UE ha inviato solo forze puramente simboliche in Groenlandia all’inizio dell’anno, gli Stati scandinavi stanno tenendo pronti contingenti di una certa consistenza. I conflitti commerciali ed economici sui dazi, in cui l’UE è stata costretta a fare concessioni massicce, sono ben lungi dall’essere risolti.

Nel documento della “National Security Strategy” del novembre 2025, l’amministrazione Trump definisce chiaramente i propri obiettivi riguardo all’Europa/all’UE.

– Porre fine alla guerra in Ucraina per stabilizzare l’Europa.

– Rendere l’Europa in grado di camminare con le proprie gambe; il che, in parole povere, significa un massiccio programma di riarmo.

– Coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale corso (e l’aumento del sostegno ai “partiti patriottici” dimostra che ciò è possibile).

– Costruire nazioni “sane”, bianche in Europa.

Nel loro insieme, tutto ciò costituisce una dichiarazione politica di guerra ai governi esistenti in Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e alla Commissione Europea. E costituisce anche una dichiarazione di guerra ai capitali europei, il cui accesso privilegiato e il cui dominio sui mercati europei sono anch’essi sotto attacco. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno modificato radicalmente il loro rapporto con la Russi: si veda la guerra in Ucraina. A ciò si aggiunge il fatto che le sanzioni contro la Russia ora colpiscono gli Stati dell’UE più di quanto le sanzioni UE colpiscano la Russia, avendo queste ultime dimostrato economicamente di essere un autogol. Mentre l’UE invoca costantemente la “solidarietà con l’Ucraina”, in realtà essa sta svolgendo un ruolo secondario nella mediazione statunitense tra Ucraina e Russia. Sebbene in futuro non sarà necessariamente questo il caso, al momento gli Stati Uniti puntano su una nuova divisione delle sfere di influenza con la Russia (con gli Stati Uniti, ovviamente, che ne traggono vantaggio molto di più) e sperano di liberarsi in qualche modo dalla crescente dipendenza dalla Cina. A tal fine, sono disposti a rispettare gli interessi strategici fondamentali di Putin in Ucraina e nell’Europa orientale.

LA RISPOSTA “DELL’EUROPA”?

Gli Stati membri dell’UE e l’Unione nel suo complesso non hanno una risposta unitaria né tantomeno una strategia in merito, a meno che non si considerino tali i periodici appelli alla sveglia, i periodici “campanelli d’allarme”. Tuttavia, ciò non deve impedirci di vedere i cambiamenti reali che l’UE e le sue potenze principali hanno avviato per riconquistare terreno nella redistribuzione del mondo. Anche se non esiste una strategia unitaria all’interno della borghesia europea su come rispondere alle sfide poste dal trumpismo, dalla Cina e dalla Russia, vi sono comunque alcuni punti in comune tra tutte le fazioni dominanti delle classi dirigenti e dell’establishment politico nell’UE.

  1. Riarmo e militarizzazione in tutta Europa

In occasione del vertice NATO del giugno 2025, è stato concordato che tutti gli Stati europei avrebbero aumentato la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035, con il 3,5% destinato alle spese militari in senso stretto (bilancio della difesa, forniture di armi) e l’1,5% alle infrastrutture. Alcuni Stati, come la Polonia, hanno già raggiunto questo obiettivo e stanno proseguendo nel riarmo. Anche la Germania raggiungerà questo obiettivo ben prima del 2035, e ha di fatto abolito tutte le restrizioni sui finanziamenti all’interno del bilancio della difesa. Anche se le decisioni sono state apparentemente prese sotto la pressione degli Stati Uniti, questi obiettivi sono da tempo in linea con gli interessi delle principali fazioni del capitale nazionale e degli Stati imperialisti, ma sono stati più facili da vendere come “risposta” alla presunta minaccia globale rappresentata da Russia, Stati Uniti e Cina. In realtà, il punto è questo: se l’UE o le singole potenze vogliono svolgere un ruolo centrale nella politica globale, devono possedere enormi capacità militari. Ciò vale per le armi convenzionali, ma varrà anche per l’armamento nucleare. Prima o poi anche la Germania prenderà l’iniziativa di produrre le proprie armi nucleari (un’estensione dell’ombrello nucleare francese è in definitiva vista solo come una soluzione provvisoria).

Questo riarmo non serve solo a fini militari e geostrategici. È destinato anche a fungere da strumento di stimolo economico. Naturalmente, a trarne vantaggio sono innanzitutto i vari produttori di armi. Ma allo stesso tempo anche aziende “civili”, come le case automobilistiche, si stanno inserendo nel settore per compensare il calo delle proprie vendite.

  1. Attacchi alla classe lavoratrice, discriminazione razziale, attacchi all’ambiente e ai modelli sociali

Tuttavia, il riarmo e gli sconvolgimenti economici hanno un costo. Essi vanno di pari passo con un massiccio aumento del debito, che a sua volta deve essere pagato dalla classe lavoratrice, nonché da settori della classe media e della piccola borghesia.

Gli immigrati e le popolazioni delle regioni semicoloniali dell’UE (così come delle regioni emarginate all’interno degli Stati centrali) sono particolarmente colpiti. La crisi colpisce i gruppi socialmente oppressi, le donne, le persone LGBTIAQ, i giovani e i pensionati in misura ancora più grave rispetto alla media, in genere. Ma la concorrenza, la ristrutturazione del capitale europeo e la crisi colpiranno duramente anche i settori “privilegiati” della classe lavoratrice. E, nel frattempo, gli strumenti di ammortizzazione sociale si stanno riducendo.

Inoltre, gli standard ambientali e sociali nell’UE sono stati e continuano ad essere oggetto di imponenti attacchi.

In ogni paese, gli attacchi alle masse salariate vanno di pari passo con una politica deliberata di divisione, che esacerba enormemente la mentalità arretrata e la mancanza di solidarietà già esistenti a seguito di anni di sconfitte e perdite. I risultati ottenuti dai movimenti sociali, le campagne contro le “follie dell’ideologia gender” e soprattutto il razzismo fanno parte del repertorio classico non solo dei partiti populisti di destra e di estrema destra, ma anche dei conservatori. I liberali, i Verdi e i socialdemocratici oscillano tra una finta opposizione e l’effettivo sostegno e complicità in questi attacchi.

  1. Razzismo e nazionalismo

Ciò vale soprattutto per il razzismo e il nazionalismo, che si tratti di quello della UE come blocco “unito”, o quello di uno stato-nazione “indipendente”. In ogni caso, il collante del nazionalismo e del razzismo è necessario per portare avanti il riarmo e la mobilitazione interna contro nemici esterni. Chiunque voglia trasformare l’Europa o la Germania in una potenza mondiale non può farne a meno. Nella migliore delle ipotesi, il razzismo e il nazionalismo verranno mascherati con sembianze “socialscioviniste”, “verdi”, “democratiche” o attraverso il “partenariato sociale” fra lavoratori e padroni. Ironia della sorte, questo fenomeno non è affatto limitato agli Stati dell’UE. Esiste anche in Russia, ad esempio, dove si è spinto ancora oltre.

  1. Cambiamento nell’equilibrio di potere all’interno dell’UE

Il razzismo e il nazionalismo vanno di pari passo con un cambiamento delle maggioranze politiche all’interno dell’UE. Fino a pochi anni fa, il blocco politico dominante era costituito da un’alleanza tra conservatori, socialdemocratici, liberali e Verdi. Con l’ascesa della destra, ma anche a causa delle esigenze militari e dell’intensificarsi della lotta per la nuova divisione del mondo, il blocco dominante si è spostato. Aree della destra, guidate da Meloni e Fratelli d’Italia, sono state incorporate nel blocco di potere classico e sono ora considerati dal settore borghese dominante della UE come un’area conservatrice più radicali. Ciò sta attualmente rafforzando non solo la destra, ma soprattutto i conservatori europei, che sono in grado di manovrare tra la destra da un lato e i socialdemocratici, i liberali e i Verdi dall’altro. Il tentativo è quello di rendere “rispettabile” una parte della destra, anche all’interno dei singoli Stati. Le condizioni di base per l’integrazione di questa destra nel blocco dominante sono semplici: adesione all’UE e abbandono di ogni rivendicazione di uscire dall’UE o dall’euro; rifiuto di ogni aspirazione socialdemagogica e sostegno ai tagli e alla deregolamentazione a favore del capitale.

Tuttavia, tutto ciò non costituisce ancora una strategia comune volta ad approfondire l’unità capitalista dell’Europa e a formare un blocco imperialista più potente. Ciò richiederebbe, in ultima analisi, l’indebolimento dei diritti degli Stati nazionali più deboli all’interno dell’UE e una soluzione alla questione della leadership tra le potenze imperialiste. Ma non vi è alcun segno di una tale soluzione.

Pertanto, nel prossimo futuro, gli Stati dell’UE continueranno come prima: oscillando tra appelli all’unità europea, al rafforzamento e alla “sovranità” dell’Europa, e alla politica di appeasement nei confronti di Trump. Se, dal punto di vista di un’unione capitalista, sarebbe effettivamente necessario superare il particolarismo nazionale, assisteremo invece a una rinazionalizzazione a vari livelli, soprattutto sul fronte ideologico. Ma poiché non esiste un vero nazionalismo europeo, si deve ricorrere ai nazionalismi esistenti – e quindi, inevitabilmente, alle loro contraddizioni – per invocare la nazione e oscurare l’antagonismo di classe.


Anche se possiamo aspettarci qualche esitazione nel breve termine e anche se l’esistenza dell’UE e dell’Eurozona non è minacciata nell’immediato – non da ultimo perché anche governi estremamente nazionalisti come quello ungherese sanno che senza l’UE andrebbero incontro alla rovina economica – ciò non vale nel medio e lungo termine.

La situazione attuale porterà infatti l’UE a rimanere sempre più indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina e, sul piano economico, a perdere terreno persino rispetto a semicolonie emergenti come l’India. Quindi la situazione potrebbe cambiare in modo decisivo se, ad esempio, una delle principali borghesie europee cercasse una via al di fuori dell’UE o tentasse di perseguire la strada di una “Europa centrale”, ovvero, in pratica, una scissione all’interno del blocco.

Nel complesso, tuttavia, ciò chiarisce una cosa: la classe capitalista non ha alcuna risposta ai problemi fondamentali del continente; è incapace di unire e sviluppare l’Europa. Solo la classe lavoratrice può risolvere la questione. Non attraverso un utopistico ritorno alla politica dei piccoli Stati, ma lottando per gli Stati uniti socialisti d’Europa.

Nota finale

Nella prima parte abbiamo esaminato gli elementi chiave della crisi in Europa e, soprattutto, negli Stati dell’UE. Nella prossima parte analizzeremo la situazione della classe lavoratrice e del movimento sindacale.

GSF26. Unità operai-studenti italiani, vento in poppa per la Flotilla


L’anno scorso si sono svolte mobilitazioni di massa nelle strade, con la partecipazione di molti studenti. Le proteste per la Global Sumud Flotilla hanno coinvolto anche le università italiane. Da Catania, i nostri compagni del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), sezione italiana della LIS, che hanno partecipato alle azioni, hanno parlato con Giulia, studentessa di filosofia, e con il lavoratore M. C., socio-educatore della Cooperativa Valdocco, entrambi di Torino. L’intervista invita a guardare più da vicino e a riflettere su come possiamo essere più forti la prossima volta, continuando a sostenere la Flottiglia.

Intervista realizzata dai compagni del PCL

Dopo le occupazioni del 2023, come è ripartita la mobilitazione per la Palestina a Torino?

Giulia: Dopo la fine dell’occupazione delle facoltà di lettere dell’Università di Torino (Palazzo Nuovo), le iniziative per la Palestina sono diventate molto più sporadiche. A dare una boccata d’aria fresca al movimento è stata la spedizione umanitaria della Global Sumud Flotilla. La solidarietà con la Flotilla non ha coinvolto solo i lavoratori portuali (che si sono mobilitati fin dalla sua partenza in tutti i porti italiani), ma anche e soprattutto gli studenti, in particolare quelli universitari. Molte organizzazioni hanno cercato di preparare una nuova mobilitazione unitaria per creare un “equipaggio a terra” a sostegno della missione. Tuttavia, a Torino le assemblee organizzative non sono riuscite a generare un movimento che andasse oltre le mura dell’università. L’autunno ha riprodotto dinamiche molto simili alle mobilitazioni dell’anno precedente. Sebbene si riconoscesse l’importanza della loro presenza in una lotta che «riguardava tutti e tutte», non si è mai cercato di estendere la mobilitazione ai lavoratori con azioni mirate a questo scopo: distribuzione di volantini, picchetti o assemblee davanti alle fabbriche.

Nonostante Torino sia un importante polo industriale in Italia e negli ultimi anni abbia ricevuto molti investimenti nel settore bellico, l’attivazione studentesca in quell’ambito è sempre stata poco funzionale alla creazione di un fronte unitario con rivendicazioni rivoluzionarie. La corrente autonoma, maggioritaria, si è nuovamente concentrata sul boicottaggio accademico senza cercare una vera convergenza con i lavoratori, invitando solo occasionalmente delegati di fabbrica ad alcuni incontri universitari. La seconda forza universitaria per numero, Cambiare Rotta–Collettivo Universitario Autoorganizzato, ha boicottato le assemblee dell’Intifada studentesca e ha preferito organizzare per conto proprio un nuovo accampamento presso la facoltà di scienze politiche. Le organizzazioni giovanili di Potere al Popolo–Rete dei Comunisti hanno seguito indicazioni settarie a livello nazionale dell’Unione Sindacale di Base, con la quale hanno realizzato alcuni incontri chiusi ad altre organizzazioni politiche e sindacali della città.

La grande manifestazione di Torino in occasione dello sciopero generale del 22 settembre (in risposta al blocco della Flottiglia) non è stata il risultato di un lavoro organizzato dell’avanguardia studentesca né ha coinvolto settori industriali chiave complici del genocidio in Palestina, come le fabbriche di Leonardo. La partecipazione si è limitata ai sindacati di base, agli studenti e ai lavoratori della conoscenza. Qualcosa di simile è accaduto il 3 ottobre, anche se in quel caso l’adesione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ha ampliato la mobilitazione.

Cosa pensi abbia determinato la mancanza di unità d’azione tra gli studenti?

Giulia: In realtà, la presenza studentesca nelle mobilitazioni e negli scioperi è stata molto forte, e le giornate del 22 settembre e del 3 ottobre ne dimostrano il ruolo di primo piano. Ma la partecipazione delle diverse correnti all’organizzazione evidenziava una divisione e una disorganizzazione generalizzate: le assemblee unitarie non analizzavano il movimento né definivano strategie, non c’erano dibattiti né scambi di opinioni. Le riunioni si limitavano a pianificare la prossima manifestazione, l’affissione di manifesti o un evento. L’orizzonte politico e strategico era completamente assente dal dibattito collettivo. Ogni organizzazione discuteva le proprie tattiche separatamente, mentre le riunioni comuni servivano solo a informare gli altri sulle proprie iniziative.

A ciò si aggiungeva una pratica assembleare fortemente antidemocratica, che allontanava le minoranze dall’assemblea “ufficiale”, egemonizzata dall’autonomia. Invece di votare, si ricorreva alla “sintesi” delle opinioni, cercando di conciliare tutte le proposte senza affrontarne le contraddizioni. Il risultato era che le proposte scomode venivano semplicemente ignorate. Ciò ha generato scoraggiamento: la mancanza di dibattito e di analisi ha allontanato gli studenti meno politicizzati o senza organizzazione. La mancanza di un coinvolgimento reale ha portato al progressivo smantellamento dell’assemblea dell’Intifada, anche di fronte alla quasi totale assenza di risultati in tre anni di mobilitazione.

Il movimento studentesco ha fatto un passo indietro definitivo?

Giulia: Assolutamente no. Negli ultimi mesi, gli studenti sono stati in prima linea in tutti i movimenti progressisti del Paese: dagli scioperi a sostegno della Flottiglia all’8 marzo, passando per le mobilitazioni contro la guerra imperialista in Iran e a sostegno del popolo curdo. Al di là della dispersione delle forze dovuta alla mancanza di un progetto politico unitario (come avrebbe potuto essere un’assemblea democratica di tutti gli studenti di Torino o anche un coordinamento nazionale anti-imperialista), ogni organizzazione ha contribuito a generare momenti di grande partecipazione popolare.

Tuttavia, in assenza di una direzione comune, i movimenti di massa tendono a seguire cicli determinati dalla situazione in Palestina e dalle condizioni del proletariato locale. Inoltre, esiste il rischio di rappresaglie governative nelle fasi di arretramento. Mentre nei momenti di ascesa si sono svolte azioni dirette senza conseguenze, in seguito sono arrivate multe e arresti quando è diminuita la protezione delle masse. Tuttavia, non si può subordinare la costruzione di un movimento unitario anticapitalista a tali oscillazioni. È necessario superare le tendenze settarie e opportuniste e costruire una lotta comune che colpisca coloro che sostengono il genocidio e l’aggressione imperialista, specialmente nei loro profitti. Ciò implica bloccare la produzione e il commercio, lavorare per uno sciopero unitario prolungato e promuovere un fronte intersindacale che includa anche la CGIL. In sintesi: lavoratori e studenti di tutto il paese, unitevi!

Continuiamo la conversazione con M. C.

Nel tuo ambiente di lavoro, qual è la posizione generale riguardo alla guerra in Palestina e com’è stata la partecipazione alle mobilitazioni?

M.C.: Lavoro come socio-educatore in una cooperativa molto nota a Torino. Il mio settore è quello sanitario, anche se in senso lato. I socio-educatori sono più vicini all’ambito scolastico, che è stato quello più mobilitato. Invece, tra gli operatori socio-sanitari (gli “operai” della sanità) c’è stata una minore partecipazione. Ciononostante, il sentimento generale è di rifiuto della violenza in Palestina, anche se spesso in modo vago. La sfida è far capire che l’azione collettiva può cambiare le cose, che le guerre esterne incidono sui diritti e sui salari interni, e che non bisogna temere ritorsioni se si agisce uniti. C’è ancora molta paura, frutto dell’individualismo e della passività.

Sei iscritto a un sindacato? Com’è stato il suo rapporto con gli scioperi?

M.C.: Sì, alla Confederazione Unitaria di Base (CUB). È stata attiva nel movimento “Torino per Gaza” e ha cercato di portare il dibattito nei luoghi di lavoro. Era un processo appena avviato, che si è complicato dopo episodi di violenza durante le proteste, mal interpretati da molti lavoratori influenzati dai media. Tuttavia, quel lavoro “ideologico” è fondamentale per ampliare la base. La massa protegge: quando eravamo in tanti, non si potevano criminalizzare le proteste. Ora, con una minore partecipazione, il governo risponde con la repressione.

Quali argomenti sono stati utilizzati per indire lo sciopero?

M.C.: Si è cercato di spiegare il rapporto tra economia e politica: la spesa militare comporta tagli alla sanità, precarietà lavorativa e benefici per pochi. Si è fatto appello anche al desiderio che lo Stato riprenda i servizi privatizzati. Ma la campagna stava iniziando quando il contesto è cambiato.

Com’è stato il rapporto con gli altri sindacati?

M.C.: Con la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) ci sono state tensioni: la sua dirigenza evitava mobilitazioni così politiche, ma la pressione della base l’ha spinta a partecipare. È arrivata persino ad unirsi alle proteste indette dai sindacati di base, cosa piuttosto insolita.de base, algo poco habitual.

Ci sono possibilità che il movimento riemerga?

M.C.: Sì. Nulla di ciò che è stato fatto andrà perso; ha seminato consapevolezza e interrogativi.

Cosa dovrebbe fare il movimento in futuro?

M.C.: Deve portare i propri spazi nei luoghi di lavoro, specialmente quelli industriali. Settori come l’industria degli armamenti sono strategici. Bisogna generalizzare lotte come quella dei portuali e superare il carattere prevalentemente studentesco del movimento. È fondamentale abbandonare il settarismo e lavorare per una base ampia. Tutto deve ruotare attorno a un concetto: la massa. Più lavoratori partecipano, più cambierà il rapporto di forze. I lavoratori hanno il potere di bloccare le risorse economiche dei potenti.

Solidarietà al Partito dei CARC

 


Esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne del Partito dei CARC per l’ennesima azione repressiva orchestrata dal governo postfascista.

Nella mattina del 21 aprile sei membri delle sezioni di Napoli e Firenze, tra cui un minorenne, sono stati sottoposti a perquisizione domiciliare e sequestro di materiale informatico per la contestazione del reato di associazione «con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico» (art. 270 bis c.p.).

Neanche questa ulteriore prova muscolare del governo dev’essere interpretata come un fatto isolato nell’ordinaria amministrazione della dittatura borghese. Né sul piano dell’attacco frontale alle organizzazioni del movimento operaio né all’interno del più ampio quadro della lotta di classe del nostro paese.

Essa non rappresenta una semplice rappresaglia in risposta alle parole d’ordine del volantino che, per aver osato inneggiare alla cacciata del governo Meloni, ha fornito il pretesto per un’interrogazione parlamentare al ministro dell’interno Piantedosi, il quale aveva in quell’occasione (8 ottobre 2025) assicurato che sarebbe stata l’autorità giudiziaria «ad accertare» l’esistenza di «una regia dietro ai disordini verificatisi in occasione di manifestazioni a sostegno della causa palestinese».

Essa non è concepibile nemmeno all’interno della sola ritorsione che per via giudiziaria lo Stato borghese utilizza come arma privilegiata per la decapitazione di quel movimento di massa che l’autunno scorso ne ha messo in discussione l’autorità, disinnescando l’operatività dei decreti “sicurezza”.

La continua repressione poliziesca del governo postfascista acquista una dimensione di senso solo come attuazione della sua più specifica funzione storica, solo come amministrazione autoritaria del capitalismo in crisi, solo come grimaldello per la preventiva arginazione delle organizzazioni di classe e di massa, solo per l’annichilimento delle forze sociali che minacciano l’ordine borghese. Quel turpe ordine borghese ammantato dalla foglia di fico della Costituzione che un partito estremamente minoritario è accusato di voler sovvertire, laddove ne rivendica invece esplicitamente l’attuazione.

È allora possibile inquadrare la vicenda dei CARC (interrogazione a Piantedosi inclusa) all’interno del più ampio progetto di consolidamento dell’apparato di controllo borghese sulle masse sfruttate e oppresse insieme ad innumerevoli altri tasselli: dallo spionaggio dell’attivista Luca Casarini (sotto il governo Conte I), all’infiltrazione in Potere al Popolo nel corso del 2025; dalla persecuzione delle direzioni del movimento pro Palestina (Mohamed Shahin, Anan Yaesh, Ali Irar, Monsour Doghmosh, Mohammad Hannoun, e centinaia di altre/i giovani militanti) al gravissimo episodio dei quattro fogli di via recapitati la scorsa settimana ad altrettanti delegati sindacali del SI CoBas per aver organizzato uno sciopero in un magazzino di Tortona (AL).

Terrorista è lo Stato borghese, non chi vi si oppone. Terrorista è chi fiancheggia le politiche genocidiarie dello Stato sionista, non chi le combatte. Terrorista è questo sistema marcio, non chi ne proclama il superamento contro ogni illusione riformista entro il quadro della sua “legalità”.

Che questa vicenda non rimanga un mero fatto di cronaca, ma sia il trampolino di lancio per una rinnovata mobilitazione generale di classe e di massa, che cacci finalmente il governo Meloni e instauri il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Global Sumud Flotilla 2026: è iniziata la navigazione

 Domenica 12 aprile le delegazioni internazionali della Global Sumud Flotilla 2026 hanno dato il via alla loro traversata, avente obiettivi umanitari e politici, in un contesto caratterizzato da cambiamenti rispetto all’anno precedente e da una crescente escalation dei conflitti in Medio Oriente. La Lega Internazionale Socialista (LIS) partecipa nuovamente in modo attivo alla missione verso Gaza

È COMINCIATA LA NAVIGAZIONE, CON UNA PARTENZA EMOZIONANTE

Le imbarcazioni con le delegazioni di 52 paesi, ormeggiate al Moll de la Fusta, hanno lasciato Barcellona senza aver ancora raggiunto le acque internazionali. I partecipanti hanno annunciato: «…dovremo aspettare che passi la tempesta proveniente da Minorca; tutte le nostre imbarcazioni sono pronte a proseguire verso l’Italia… dove altre imbarcazioni si uniranno alla flotta».

La manifestazione conclusiva ha sintetizzato lo spirito di solidarietà verso la causa palestinese, con due giorni di laboratori, musica e arte. Le attività hanno fatto da cornice alla presentazione dei partecipanti provenienti da diversi paesi, che nei giorni precedenti si erano preparati e allenati con grande impegno in vista della partenza. Il messaggio di partenza è stato molto chiaro, sottolineando gli obiettivi umanitari, a favore della causa palestinese e con un appello affinché la mobilitazione sul territorio torni ad esprimersi nuovamente con forza, sia per la Palestina che a sostegno della Global Sumud Flotilla (GSF).

UNA SITUAZIONE DIVERSA

Come già avvenuto durante la Flotilla dello scorso anno, gli equipaggi dovranno adeguare il ritmo della navigazione alle condizioni meteorologiche e marine, nonché alle condizioni delle piccole imbarcazioni su cui salgono. Altrettanto determinanti sono i cambiamenti nella situazione politica.

La GSF 2025 si è svolta nel quadro di un massiccio e diffuso processo di mobilitazione a sostegno del popolo palestinese, in particolare di Gaza. Mentre si intensificavano il genocidio e la pulizia etnica perpetrati dallo Stato di Israele, milioni di persone, soprattutto giovani, studenti e donne, hanno occupato le università, boicottato gli interessi sionisti e si sono mobilitate. Settori della classe lavoratrice, con i portuali in prima linea, hanno organizzato importanti scioperi, in grado di segnare una strada che ha preoccupato molto il potere.

Questa realtà ha sfidato i governi ed è stata fondamentale per fermare i bombardamenti, ma non ha affatto risolto i problemi storici e attuali della colonizzazione sionista, e ha causato perplessità sulla necessità di continuare e approfondire le azioni in corso.

SMARRIMENTI DA SUPERARE

La solidarietà con la Palestina non è scomparsa, e sicuramente tornerà a manifestarsi con forza, come è sempre avvenuto nel corso della storia. Tuttavia, l’ingannevole accordo tra Israele, gli Stati Uniti e Hamas ha legalizzato il genocidio, la pulizia etnica e l’occupazione territoriale, fornendo loro una base per procedere con l’annessione della Cisgiordania, l’invasione del Libano meridionale e gli attacchi contro l’Iran. Di conseguenza, le azioni attuali non hanno la stessa portata di quelle che fecero da sfondo alla prima GSF.

LA GUERRA, UN FATTORE DETERMINANTE

Un altro elemento fondamentale è l’escalation bellica che coinvolge direttamente l’imperialismo statunitense e il suo gendarme, lo Stato di Israele, che aggrediscono l’Iran, il Libano, la Palestina, lo Yemen e altri paesi. Si tratta di fatti che non erano presenti durante la precedente Flotilla, e che impongono che ogni scalo sia accompagnato da valutazioni precise, consultazioni democratiche e decisioni consapevoli sulla sicurezza della missione, sia in relazione alle sue destinazioni intermedie che a quella finale.

MOBITARCI PER LA PALESTINA, PER I PAESI AGGREDITI E PER LA FLOTILLA

Questi fatti ci impongono di rispondere con determinazione all’appello della GSF a promuovere mobilitazioni e azioni, sia per proteggerla sia per esigere che i governi si schierino a suo favore. Il processo dello scorso anno ha dato vita a un circolo virtuoso: la GSF è nata dalle mobilitazioni che, al contempo, essa ha alimentato, in una simbiosi politica di grande impatto mondiale che è necessario ricreare.

Solidarietà per l’Ucraina e la Palestina in occasione della partenza

LA LIS TORNA A PARTECIPARE ATTIVAMENTE

La LIS farà nuovamente parte della Flotilla, questa volta con la compagna deputata Cele Fierro e il compagno medico Raúl Laguna, entrambi del MST (Argentina). Avrà il sostegno a terra di Socialismo y Libertad (SOL, Spagna), ArbeiterInnenmacht (Germania) e Alejandro Bodart, coordinatore della LIS, alla partenza da Barcellona, insieme al Partito Comunista dei Lavoratori (Italia) e a tutte le organizzazioni che compongono la LIS nei cinque continenti.

Il MST e la LIS mobilitati in Argentina

Navighiamo per portare speranza a terra e organizzare solidarietà nella vita quotidiana. Come comunisti all’interno della Flotilla, invitiamo a promuovere mobilitazioni, blocchi e scioperi: solo così potremo proteggere le navi ed esercitare pressione sui governi. Come per la precedente Flotilla, riferiremo su tutti gli avvenimenti fino alla fine della missione.

PALESTINA E MEDIO ORIENTE LIBERI

Con grande determinazione, i partecipanti alla Flotilla si impegnano in prima persona nella missione senza perdere di vista ciò che accade a Gaza e in Medio Oriente. In tal senso, non ci sarà miglio marino durante il quale Cele e Raúl smetteranno di denunciare l’imperialismo e il sionismo per le loro atrocità a Gaza, in Cisgiordania e in tutta la Palestina, tornando a ripetere “via Israele dal Libano” e ad affermare che la sconfitta del sionismo è una causa dell’umanità che richiede solidarietà attiva e unità d’azione, esigendo dai governi che rompano le relazioni con lo Stato di Israele. Nella prospettiva di una soluzione di fondo che passa attraverso la rivoluzione socialista in Medio Oriente, affinché governino i lavoratori e si apra la strada verso una Palestina unica, laica, democratica, non razzista e socialista.

Rubén Tzanoff