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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Solidarietà al Partito dei CARC

 


Esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne del Partito dei CARC per l’ennesima azione repressiva orchestrata dal governo postfascista.

Nella mattina del 21 aprile sei membri delle sezioni di Napoli e Firenze, tra cui un minorenne, sono stati sottoposti a perquisizione domiciliare e sequestro di materiale informatico per la contestazione del reato di associazione «con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico» (art. 270 bis c.p.).

Neanche questa ulteriore prova muscolare del governo dev’essere interpretata come un fatto isolato nell’ordinaria amministrazione della dittatura borghese. Né sul piano dell’attacco frontale alle organizzazioni del movimento operaio né all’interno del più ampio quadro della lotta di classe del nostro paese.

Essa non rappresenta una semplice rappresaglia in risposta alle parole d’ordine del volantino che, per aver osato inneggiare alla cacciata del governo Meloni, ha fornito il pretesto per un’interrogazione parlamentare al ministro dell’interno Piantedosi, il quale aveva in quell’occasione (8 ottobre 2025) assicurato che sarebbe stata l’autorità giudiziaria «ad accertare» l’esistenza di «una regia dietro ai disordini verificatisi in occasione di manifestazioni a sostegno della causa palestinese».

Essa non è concepibile nemmeno all’interno della sola ritorsione che per via giudiziaria lo Stato borghese utilizza come arma privilegiata per la decapitazione di quel movimento di massa che l’autunno scorso ne ha messo in discussione l’autorità, disinnescando l’operatività dei decreti “sicurezza”.

La continua repressione poliziesca del governo postfascista acquista una dimensione di senso solo come attuazione della sua più specifica funzione storica, solo come amministrazione autoritaria del capitalismo in crisi, solo come grimaldello per la preventiva arginazione delle organizzazioni di classe e di massa, solo per l’annichilimento delle forze sociali che minacciano l’ordine borghese. Quel turpe ordine borghese ammantato dalla foglia di fico della Costituzione che un partito estremamente minoritario è accusato di voler sovvertire, laddove ne rivendica invece esplicitamente l’attuazione.

È allora possibile inquadrare la vicenda dei CARC (interrogazione a Piantedosi inclusa) all’interno del più ampio progetto di consolidamento dell’apparato di controllo borghese sulle masse sfruttate e oppresse insieme ad innumerevoli altri tasselli: dallo spionaggio dell’attivista Luca Casarini (sotto il governo Conte I), all’infiltrazione in Potere al Popolo nel corso del 2025; dalla persecuzione delle direzioni del movimento pro Palestina (Mohamed Shahin, Anan Yaesh, Ali Irar, Monsour Doghmosh, Mohammad Hannoun, e centinaia di altre/i giovani militanti) al gravissimo episodio dei quattro fogli di via recapitati la scorsa settimana ad altrettanti delegati sindacali del SI CoBas per aver organizzato uno sciopero in un magazzino di Tortona (AL).

Terrorista è lo Stato borghese, non chi vi si oppone. Terrorista è chi fiancheggia le politiche genocidiarie dello Stato sionista, non chi le combatte. Terrorista è questo sistema marcio, non chi ne proclama il superamento contro ogni illusione riformista entro il quadro della sua “legalità”.

Che questa vicenda non rimanga un mero fatto di cronaca, ma sia il trampolino di lancio per una rinnovata mobilitazione generale di classe e di massa, che cacci finalmente il governo Meloni e instauri il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani da chi lotta!

 


6 Dicembre 2025

Solidarietà all3 compagn3 condannate del Movimento di lotta - Disoccupati 7 novembre e del SICobas

Proprio alla vigilia della partenza del progetto sul lavoro-tirocinio da destinare a 1200 disoccupat3 di Napoli, si verifica un fatto grave e ignobile. Il 5 dicembre un gruppo di compagn3 ha ricevuto una condanna in primo grado di due anni e due mesi di reclusione per una iniziativa di lotta risalente al 2019. Un'iniziativa che ha contribuito a porre l'attenzione sul problema della disoccupazione nella città di Napoli. Un problema che oggi riguarda il 6% della popolazione in Italia e che offre al padronato un grande bacino di forza lavoro sfruttabile e altamente ricattabile.
Grazie a quest3 compagn3, al loro coraggio e ad una corretta direzione è stato possibile ridare lavoro, salario e dignità a chi vuole contribuire alla società, non chiede un'elemosina sociale e respinge il ricatto della precarietà.
Il movimento dei disoccupati di Napoli offre un esempio a tutt3 di come sia importante collegare le lotta d3 disoccupat3 a quella d3 lavorator3, e di come sia possibile ottenere delle vittorie grazie alla tenacia e alla lotta.
La repressione non fermerà questo movimento e nemmeno l3 compagn3, ne siamo certi.

La lotta non si processa e non si arresta!

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro il foglio di via ad Hannoun e contro gli arresti di Mimì, Dario e Bocconcino!

 


Giù le mani dalla solidarietà con la Palestina!

La giornata di ieri è stata contrassegnata da una serie di attacchi al movimento di solidarietà con il popolo palestinese.
Il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, Mohammad Hannoun, è stato colpito dal foglio di via per un anno dalla città di Milano. Un chiaro tentativo di colpire il movimento in una città dove, sin dai giorni successivi al 7 ottobre 2023, non c’è stata una settimana senza almeno un corteo o un presidio in solidarietà con la Palestina.
A Napoli, invece, fuori dalla Mostra d’Oltremare, mentre si teneva un presidio di protesta contro un evento della Teva, azienda farmaceutica israeliana, le forze dell’ordine hanno caricato le compagne e i compagni presenti arrestando Mimì, Dario e Bocconcino, militanti del SICobas e del Movimento disoccupati 7 novembre.

Le misure repressive di ieri si pongono in totale continuità con il DL Sicurezza, con il DDL Gasparri, che vuole colpire il movimento nelle scuole e nelle università, ma soprattutto con l’ingiusta detenzione con l’accusa di terrorismo di Anan Yaeesh, che si protrae da inizio 2024 e che gli sta facendo vivere un’odissea giudiziaria insieme ad altri due palestinesi, Ali Irar e Mansour Doghmosh da quasi due anni.

Alle compagne e compagni, e ai palestinesi colpiti da misure repressive, tributo dell’imperialismo tricolore all’entità sionista, la nostra incondizionata solidarietà.

No al DL Sicurezza e al DDL Gasparri!
No al protettorato neo coloniale previsto dal Piano Trump-Blair-Netanyahu!
Per la piana autodeterminazione del popolo palestinese!
Per il diritto del ritorno dei palestinesi nella propria terra!
Per una Palestina unita dal fiume al mare, libera dal sionismo, dall'imperialismo, da ogni forma di
colonialismo!
Per una Palestina laica e socialista, in un Medio Oriente socialista!

Partito Comunista dei Lavoratori

Repressione e cariche contro i disoccupati a Napoli

 


Solidarietà alle compagne e ai compagni del SICobas colpiti

10 Luglio 2025

Questa mattina a Napoli la polizia ha colpito a manganellate una protesta dei disoccupati. Una protesta sacrosanta nel giorno del cosiddetto click day per l'avviamento al lavoro, contro i criteri discriminatori usati nei confronti dei disoccupati organizzati e delle loro lotte. Una compagna dirigente del SICobas, Mimì Ercolano, è stata arrestata. Il compagno Peppe D'Alesio, tra i massimi esponenti nazionali del SICobas, è stato ferito ed è finito in ospedale.

Il fatto è molto grave. Si tratta dei riflessi annunciati del famigerato Decreto sicurezza. Il governo a guida postfascista incoraggia la repressione poliziesca delle proteste di piazza, tanto più quando le iniziative di lotta rompono le righe del puro dissenso d'opinione per trasformarlo in mobilitazione e organizzazione diretta dei proletari interessati.

Come Partito Comunista dei Lavoratori diamo la piena solidarietà ai compagni colpiti e alla loro organizzazione, e chiediamo l'immediata libertà per Mimì Ercolano.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani da Eddy Sorge!


 Il Tribunale di Napoli ha inflitto sei mesi di reclusione al compagno Eddy Sorge, coordinatore provinciale del SI Cobas. Il "reato" commesso risalirebbe a una manifestazione del "movimento disoccupati 7 novembre" del 2019, per sollecitare una risposta istituzionale alle loro rivendicazioni. Una manifestazione per di più aggredita dai vigili urbani. Che il fatto non sussista è provato dall'assoluzione di tre compagni disoccupati finiti sotto processo per la medesima manifestazione.

La verità è che si è voluto punire Eddy esclusivamente in quanto dirigente delle lotte dei disoccupati. È la logica del famigerato Decreto sicurezza del governo Meloni. Si vuole intimidire e punire a futura memoria chiunque incoraggi l'autorganizzazione degli oppressi, e si batta per le loro ragioni contro il potere dei capitalisti.
Questura e magistratura si pongono al servizio del governo Meloni. Alla faccia di chi, anche a sinistra, esalta la natura "democratica" della magistratura borghese.
Al compagno Eddy Sorge va la nostra incondizionata solidarietà e il nostro abbraccio.

Giù le mani da Eddy.
Avanti con le lotte.
Non ci faremo intimidire.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per l'unità contro la repressione. Giù le mani dalle compagne e dai compagni

 


Nella prima mattinata di mercoledì la Polizia si è recata presso le abitazioni di alcune compagne e compagni del SiCobas di Napoli, del Laboratorio Politico Iskra e del Movimento Disoccupati 7 Novembre per notificare la messa in atto di provvedimenti giudiziari per contestate reati di resistenza, lesioni personali, danneggiamento, manifestazione non autorizzata.

Per quattro di essi, su diciotto indagati, è scattato l'obbligo di firma per tre giorni alla settimana.

I reati contestati si riferiscono alla manifestazione del 13 febbraio, durante la quale sono stati caricati dalle forze dell'ordine i compagni in presidio alla Rai di Napoli in solidarietà con la Palestina, con numerosi feriti, cui abbiamo espresso nelle ore successive la nostra solidarietà.

A febbraio come oggi, non possiamo che ribadire la nostra solidarietà, piena ed incondizionata, alle avanguardie colpite da questi provvedimenti repressivi, ribadendo al tempo stesso la necessità sempre più stringente di un'unità dinnanzi alla repressione e non solo, rilanciando percorsi unitari delle avanguardie.
Consapevoli delle rispettive differenze e divergenze, che non devono essere ostacolo ad un lavoro comune, per una risposta unitaria dinnanzi alla repressione e soprattutto per il rilancio di una nuova stagione di lotte e di protagonismo di classe quale migliore risposta alla repressione dei governi espressione delle classi dominanti. Per un capovolgimento dei rapporti di forza tra le classi ed il potere dei lavoratori, l'unica risposta possibile contro guerre e sfruttamento.

Partito Comunista dei Lavoratori

A difesa del diritto di sciopero

 

Per il più ampio fronte unico di classe e di massa



Il governo a guida postfascista dichiara illegittimo lo sciopero generale del 17 novembre indetto da CGIL e UIL. Non era mai accaduto nella storia repubblicana che uno sciopero generale confederale venisse impugnato dal governo.
È l'ennesima riprova, se ve ne era bisogno, del totale fallimento della linea di pace sociale regalata al governo Meloni-Salvini nel suo primo anno di vita. Se le burocrazie sindacali si attendevano un riconoscimento di ruolo hanno ottenuto l'opposto: uno schiaffo umiliante.

Il punto è che la dichiarazione di “illegittimità” dello sciopero non rappresenta semplicemente di un affronto alle burocrazie sindacali ma una aperta provocazione nei confronti di tutto il movimento operaio. Un grave precedente, una minaccia per il futuro. Per questo esige una risposta unitaria di tutto il movimento operaio. Una risposta all'altezza della provocazione.

Lo sciopero del 17 va esteso all'intero territorio nazionale e a tutte le categorie, per la difesa stessa del diritto di sciopero. Tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe dovrebbero unire le proprie forze allo sciopero, sulle base delle proprie piattaforme, attorno alla difesa di questo diritto, allargando l'iniziativa di sciopero di SI Cobas già indetta per quel giorno. Va rivendicata unitariamente la cancellazione della legge 146/1990 in quanto legge antisindacale, purtroppo avallata per tanto tempo dalle burocrazie sindacali e tante volte usata contro il sindacalismo di classe. Va rivendicata unitariamente l'abolizione della stessa Commissione di Garanzia Sciopero, di fatto agenzia del governo.

Più in generale i fatti dimostrano la necessità del più ampio fronte unico di classe e di massa contro il governo e il padronato. La massima unità e al tempo stesso la massima radicalità.
La pratica rituale degli sciopericchi in ordine sparso, piccoli o grandi, si è rivelata impotente. È necessaria una mobilitazione di massa prolungata attorno ad una piattaforma di svolta. È l'ora di una vertenza generale del mondo del lavoro. È l'ora di uno sciopero generale vero. Per ribaltare i rapporti di forza, fermare la reazione, aprire una stagione nuova.

Partito Comunista dei Lavoratori

Unire le forze contro la guerra o dividerle?

 


La mobilitazione necessaria e i veti fuori luogo

24 Ottobre 2023

La manifestazione di Ghedi contro la guerra, convocata da un arco di organizzazioni che gravitano attorno al SICobas, ha visto i promotori opporre un secco e addirittura «sconcertato» rifiuto alla partecipazione del PCL.
Abbiamo giudicaro questo rifiuto politicamente sbagliato nel merito e assurdamente settario nel metodo.

In sostanza, con questa scelta i promotori hanno ritenuto opportuno delimitare la partecipazione a questa manifestazione non sulla base di rivendicazioni e parole d'ordine unificanti «contro la guerra, l’economia di guerra, il governo Meloni, la NATO», come recita l'appello di convocazione in apertura, ma sulla base di una comune identica analisi della natura del conflitto.

Prendiamo atto di questa modalità di costruzione e di mobilitazione, che evidentemente si ritiene efficace rispetto all'obiettivo che ci si propone.
Sarebbe semplice, da parte nostra, far notare la contraddizione fra il contenuto dell'appello (a partire dal titolo: «uniamo le nostre forze», «facciamo appello a tutte le realtà attive contro la guerra», «promuoviamo il 21 ottobre una mobilitazione nazionale unitaria»...) e la pratica del veto nei nostri confronti.
Così come sarebbe scontato far notare la presenza fra gli aderenti di organizzazioni (Potere al Popolo, USB [Brescia]) che ci risulta difficile far rientrare in quell'omogeneità di analisi e di posizionamento sull'Ucraina che a quanto pare era richiesta come condizione per poter partecipare alla manifestazione.

Quello che ci interessa maggiormente – il motivo principale per cui riteniamo deleteria la decisione presa dagli organizzatori – è far notare quanto questo atteggiamento sia controproducente rispetto ai fini, sterile rispetto al confronto, inefficace rispetto alle prospettive. È solamente per questo che pensiamo utile spendere ancora qualche parola.

Controproducente rispetto ai fini. Il periodo che si apre vedrà il tema della guerra sempre più all'ordine del giorno. È possibile, ed è auspicabile, che l'aumento delle tensioni interimperialiste, così come l'escalation nei teatri di guerra attuali (a cominciare dalla Palestina) e l'esplodere di nuovi conflitti, portino a mobilitazioni di massa contro la guerra anche in Italia.
Ciò vuol dire che potrebbero esserci manifestazioni contro la guerra convocate da organizzazioni come la CGIL, ARCI, ANPI, l'amplissimo e composito mondo delle varie sigle contro la guerra e dell'associazionismo in generale, ma anche da organizzazioni come i partiti della sinistra riformista in vario grado subalterni al PD.
Manifestazioni, cioè, che potrebbero eventualmente vedere il coinvolgimento non di avanguardie politiche e sindacali, ma di molte decine, se non centinaia, di migliaia di lavoratori, giovani, singoli che decideranno (magari per la prima volta in vita loro) di scendere in piazza.

Che cosa deve fare una forza di classe e anticapitalista in questo scenario? Quale deve essere il suo atteggiamento nei confronti di questi settori, di queste organizzazioni?
Noi pensiamo che sarebbe non solo sbagliato ma politicamente criminale voltare loro le spalle, o anche solo stare ai margini.
Stare ai margini di un eventuale movimento del genere avrebbe il solo effetto di non disturbare il manovratore, cioè in questo caso di consentire che la mobilitazione avvenga sotto l'indisturbata guida del pacifismo piccolo-borghese.

Una mobilitazione contro la guerra può essere efficace, e persino vincente, se modifica i rapporti di forza, se incrina il fronte guerrafondaio, se pone un argine alla narrazione e ai misfatti delle classi dominanti. E la forza per conseguire tali obiettivi – nella pratica, non solo nella propaganda – risiede solamente nella potenza messa in campo dai grandi numeri, cioè dalle masse.
Qualsiasi considerazione, per noi, muove da questo principio.
Ma se si intende parlare alle masse, bisogna essere consapevoli che le masse, persino in una situazione più avanzata, o finanche prerivoluzionaria, non sono in partenza su posizioni di classe né antimperialiste (figuriamoci disfattiste rivoluzionarie).

Se l'atteggiamento degli organizzatori della manifestazione di Ghedi prevede il rifiuto di manifestare con chi non condivide integralmente le loro posizioni e analisi sull'Ucraina, è legittimo chiedersi: pensano essi di imporre queste loro posizioni e analisi come condizione per la partecipazione a queste eventuali manifestazioni? Pensano di intervenire solamente nei casi in cui possano confrontarsi con settori che hanno le loro stesse posizioni? O intendono, al contrario, stare alla larga da queste mobilitazioni, proprio perché dominate dal pacifismo, da posizioni confuse, dall'interclassismo?

Se si ritiene che queste siano domande retoriche bisognerebbe per lo meno indicare su quale strategia, su quali tattiche, con quali interlocutori, incardinare la propaganda e l'agitazione di classe contro la guerra. Indicare cosa fare in questi (non così futuribili, e in ogni caso auspicabili) scenari. Altrimenti sarebbe lecito pensare che esse trovino il proprio inizio e la propria fine nelle manifestazioni convocate dal SICobas, e solamente in quelle.

Questi interrogativi trovano ulteriore conferma quando, come veniamo a sapere da un resoconto dell'assemblea preparatoria, gli organizzatori della manifestazione di Ghedi hanno proposto agli organizzatori delle altre due concomitanti manifestazioni per la pace [a Pisa e in Sicilia] «di lanciare un appello unitario alla mobilitazione, ma la proposta non è stata accolta». Ma se si intende organizzare una manifestazione di soli sostenitori delle posizioni dei convocatari, come mai è stato proposto un allargamento a settori e organizzazioni che chiaramente non condividono quelle posizioni?

E ci chiediamo, ancora: quanto può essere preso sul serio dichiarare, il giorno dopo la manifestazione, che «...non siamo certo soddisfatti dalla frammentazione tematica e organizzativa della giornata del 21 ottobre»?
E che senso ha da una parte rimproverare l'«attitudine anti-unitaria» dovuta al «rifiuto di altre componenti», e dall'altra parte ribadire che comunque quell'unitarietà che a parole si va cercando è in ogni caso impossibile, perché... «nessuno può sostenere che “guerra alla guerra” sia la stessa cosa che “no all’escalation” o “fuori l’Italia dalla guerra”»?

Ma andiamo avanti. Tanto il testo dell'appello quanto il resoconto dell'assemblea riconoscono la necessità di parlare alle masse e ai milioni di lavoratori. E questo è un bene. Nella storia recente italiana, il massimo avanzamento di posizioni di classe all'interno del movimento contro la guerra si riscontrò proprio quando quel movimento ebbe caratteristiche di massa, e cioè con il ciclo di mobilitazioni contro la guerra in Kosovo fino ad arrivare al movimento contro la guerra in Iraq. Non fu un caso. E non fu solamente per una ragione quantitativa.
Vorremmo far notare, di passaggio, che uno dei momenti di maggiore visibilità nella propaganda contro il "nemico in casa propria", cioè il nostro imperialismo, fu l'azione che la nostra organizzazione condusse, nella persona di Marco Ferrando, allora candidato alle elezioni politiche, a sostegno della resistenza degli iracheni contro gli invasori italiani durante la guerra scatenata nel 2003 da USA e potenze europee contro l'Iraq. In quel momento si levò da tutto l'apparato dell'informazione borghese, in blocco, un fuoco di sbarramento senza precedenti, diretto contro quelle posizioni disfattiste e antimperialiste e contro chi in quel momento le difendeva. (Il tutto mentre il 99 percento dell'allora sinistra ed estrema sinistra spasimava per convolare a nozze con il governo Prodi alle porte, cioè con il governo dell'imperialismo italiano). Ciò per quanto riguarda la cronaca, e la storia. E per quanto riguarda le patenti di "buon antimperialismo", elargite da qualcuno con troppa leggerezza e poca memoria storica.

Abbiamo ricordato questo episodio non perché siamo affezionati alla storia del PCL (alla quale in effetti siamo affezionati) quanto per sottolineare il ruolo decisivo che ebbe, in tutta quella fase, proprio la dimensione e la presa di massa del movimento contro la guerra. Fu ciò che determinò non solo la possibilità, la visibilità e le ripercussioni di quell'azione di propaganda ma anche il consenso (seppur minimo) che quell'azione seppe attirare, il tentativo di polarizzazione all'interno del movimento, la luce che fu possibile gettare su posizioni di classe, la visibilità ma anche per certi aspetti la maturazione di un punto di vista e di una strategia alternativi a quelli pacifisti e riformisti ufficiali.

E qui veniamo alla questione del confronto. È evidente che in una logica di fronte unico – e il fronte unico è ciò cui si richiamano le stesse organizzazioni dell'appello di Ghedi, e non solo per ciò che riguarda questa manifestazione – non siano né praticabili né immaginabili veti e omogeneità. Per lo meno se si intende il fronte unico come lo intendevano Lenin e Trotsky, e non come lo intendeva Bordiga. Ognuno segua chi vuole.
E ciò per il semplice motivo che il fronte unico è di massa (oltre che di classe): un fronte unico che non sia di massa è una contraddizione in termini. Non è definibile fronte unico, è un'altra cosa.
La questione è se queste pratiche e demarcazioni possano invece trovare spazio in una logica di unità d'azione delle avanguardie (o sarebbe meglio dire delle avanguardie delle avanguardie), quale è quella che intercorre tra le nostre organizzazioni, e quale è quella che è oggettivamente espressa nella manifestazione di Ghedi, al di là delle intenzioni.
Noi pensiamo che esse non siano desiderabili neanche nel caso di unità d'azione delle avanguardie.

Non è ovviamente in discussione il diritto di ogni organizzazione di delimitare come e quanto desideri l'area delle proprie interlocuzioni o della propria attività. Il punto è un altro, e cioè come si concepisce l'interlocuzione in rapporto all'azione (altrimenti non sarebbe un'unità d'azione ma un'unità d'unificazione, unità di discussione, unità di propaganda... insomma, unità per fare altro).

La divisione della classe lavoratrice oggi si riflette, direttamente o indirettamente, nell'arretratezza della sua coscienza, nella debolezza delle sue organizzazioni, nella mancanza di un referente di massa, nella subalternità alla classe dominante e ai suoi partiti, e soprattutto nella sua incapacità d'azione unitaria.
La divisione delle avanguardie (che è un riflesso essa stessa della divisione della classe, soprattutto nel lungo periodo) aggrava questo quadro e lo modifica qualitativamente. Sul terreno dell'azione, ciò vuol dire rendere impossibile quell'impulso minimo di coordinamento fra le situazioni in lotta e fra chi quella lotta la impersona. Con, a sua volta, un effetto inevitabile sulla dimensione di massa.
Ancor peggio quando si decide (o perfino si teorizza) la separazione delle avanguardie da altre avanguardie o delle avanguardie dalla massa. E quando la si decide e la si teorizza introducendo discriminanti che, in questo caso, non hanno niente a che vedere con la comune opposizione di classe ai diversi imperialismi, compreso il proprio, e il comune quadro di riferimento di princìpi.

Vediamo ormai da molti anni qual è stato il portato di questa linea e di questa logica, non solo sul terreno politico ma anche, ancor più gravemente, sul terreno sindacale. Occorre trarne un bilancio, e non è questa la sede. Ma pensiamo che l'argomento in discussione chiami in causa proprio questo.
L'esperienza delle assemblee dei lavoratori combattivi e del Patto d'azione anticapitalista (tanto per fare un esempio, che non a caso riguarda gli stessi organizzatori della manifestazione di Ghedi) hanno avuto il loro limite principale, come fu già allora nostra opinione, esattamente nella non comprensione che l'unità d'azione, e il quadro di obiettivi comuni e condivisi, non dovesse e non potesse essere subordinata all'omogeneità delle posizioni contingenti e delle analisi (vedi divisione sulla questione del green pass). E nella non comprensione che l'allargamento del fronte (il fronte unico) prevedesse non solamente l'interlocuzione e l'azione comune con le strutture di massa in quanto tali (e non solo con la loro base), ma anche la presenza e il lavoro al loro interno da parte delle avanguardie.

Le prospettive, in conclusione. Si delinea, come abbiamo detto, un periodo di inasprimento delle contraddizioni capitaliste e imperialiste su scala mondiale, con il loro precipitato di crisi (economiche, ambientali, migratorie...) sempre crescenti e con il loro corollario di guerre. Proprio le guerre – la loro natura, configurazione, caratteristiche, rapporto con le strutture economico-sociali ecc. – saranno sempre più dipendenti dallo scenario a venire.

Entrare in un'epoca di aperti scontri antimperialisti e di guerra guerreggiata vuol dire, per noi trotskisti, non solo ribadire la nostra ferma collocazione di classe, non solo tenere alti i nostri principi, ma anche dotare la classe di una propria strategia, di una propria tattica, di un proprio ruolo per trovare la strada alla sconfitta della guerra e alla vittoria di un nuovo ordine sociale. È ciò che Trotsky stesso tentò di fare, con gran scandalo dei settari e dottrinari dell'epoca, con la cosiddetta politica militare proletaria, applicandola alla Seconda guerra mondiale e allo scontro interimperialista dell'epoca. Crediamo che questo sia valido per l'oggi e per il domani.

Ma in uno scenario di guerra interimperialista le avanguardie comuniste e internazionaliste non possono non trovarsi unite nella difesa di una prospettiva disfattista, contro i governi, gli imperialismi, le loro guerre, al di fuori di ogni campismo. Una divisione delle avanguardie, ancor più in una guerra interimperialista dispiegata e in atto, non farebbe che rendere ancora più ardua la difesa di questa prospettiva. Nel vivo dello scontro aumenterebbe ulteriormente la difficoltà della presenza nei luoghi di lavoro, dell'intervento negli eserciti di leva, dell'azione in una società militarizzata e sottoposta a censura e repressione (censura e repressione in primo luogo delle avanguardie, come sempre).

L'unità d'azione non è per noi il presupposto di un cambiamento delle condizioni soggettive del proletariato. Ma non è neanche un fattore secondario rispetto alle condizioni in cui si svolge la lotta per il rovesciamento del sistema capitalista, tanto più oggi, tanto più su un tema come la guerra.
Il PCL non ha mai confuso l'unità d'azione con la costruzione del partito, né con la costruzione di fronti e blocchi politici permanenti. Ma mettere in contrapposizione questi due compiti, o, peggio, utilizzare il perimetro del proprio blocco politico come barriera per evitare o non porsi l'esigenza dell'allargamento e dell'egemonia sull'intero movimento e sulla classe, è il peggior servizio che si possa rendere alla lotta contro la guerra. Ci auguriamo che non sarà questa la linea di marcia.

Sergio Leone

Italpizza. Giudici borghesi, giù le mani dalle lavoratrici e dai lavoratori in lotta!

 


5 Ottobre 2022

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà al SI Cobas e alle lavoratrici e ai lavoratori che ha diretto nello scontro con Italpizza per la conquista di un importante riconoscimento sindacale.

Le operaie e gli operai hanno usato giustamente gli strumenti consentiti loro dalla lotta di classe: scioperi, picchetti e manifestazioni. Per questo sono stati assurdamente denunciati. La magistratura borghese oggi, però, non si limita a questa ingiustizia, ma arriva all’aberrazione tipica di un vero e proprio regime antioperaio, di accogliere la richiesta padronale di processare il SI Cobas per il risarcimento dei danni che l’azienda avrebbe subito. Risarcimento che potrebbe arrivare alla cifra stratosferica di 500.000 euro.

Che i padroni del settore della logistica e della produzione siano feroci sfruttatori di lavoratrici e lavoratori lo sappiamo da sempre. Ma oggi assistiamo a un salto di qualità e al diretto attacco della magistratura e degli istituti giuridici dello stato borghese ai più elementari diritti sindacali.
Guerra, disoccupazione, inflazione, miseria distruzione ambientale sono il prezzo quotidiano che la classe lavoratrice e le masse popolari pagano ogni giorno in ossequio a quell’autentico sistema di rapina sociale rappresentato dall’organizzazione borghese della società. Ora si aggiunge questa infame repressione giudiziaria.

Colpiscono uno, colpiscono tutti. Tutte le organizzazioni che fanno riferimento alla classe operaia devono scendere immediatamente sul terreno della lotta e contribuire a costruire il più ampio fronte unitario di massa della classe lavoratrice sulla base di una vertenza generale unificante che risponda ai suoi interessi immediati e futuri.
L’unica soluzione è aprire una fase nuova nella prospettiva anticapitalista del governo dei lavoratori, l’unico che può garantire veramente le condizioni di vita della classe operaia e i diritti democratici di tutte e tutti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà del sindacalismo di classe italiano al SUTNA argentino

 


Come la repressione colpisce i lavoratori in ogni angolo del mondo. Anche in Argentina, le esemplari lotte operaie per un salario dignitoso si scontrano con l'apparato giudiziario e poliziesco che mette sotto accusa uno dei principali dirigenti del SUTNA, sindacato che rappresenta i lavoratori delle fabbriche di pneumatici. Riportiamo di seguito due comunicati di solidarietà al SUTNA da parte dei sindacati italiani SGB e SI Cobas.

Solo una mobilitazione proletaria su scala planetaria può spazzare via le istituzioni borghesi, espressione di questo sistema, il capitalismo, sempre più decadente.



SGB AL FIANCO DELLA LOTTA DEL SUTNA ARGENTINO

Il Sindacato Generale di Base esprime la propria solidarietà ad Alejandro Crespo, segretario generale del sindacato argentino SUTNA (Sindicato Único de Trabajadores del neumático Argentino), denunciato penalmente per la sua azione di lotta in difesa dei lavoratori delle fabbriche di pneumatici Pirelli, Bridgestone, Fate ed altre.

A fronte di un tasso di inflazione che in Argentina ha ormai toccato quota 100%, la parte datoriale ha concesso, in sede di trattiva per il rinnovo del contratto collettivo, un aumento del 38% in busta paga.

Una provocazione che non poteva restare senza risposta: immediatamente i lavoratori del SUTNA hanno occupato il palazzo del Ministero del Lavoro proclamando lo sciopero prolungato a tempo indeterminato. Mentre i media al servizio del padronato si sono subito scagliati contro quella che è una legittima quanto elementare rivendicazione salariale, Crespo si trova ora a doversi difendere dall’accusa della magistratura.

Ancora una volta i fatti dimostrano, in Argentina come in Italia, dove nell’estate appena trascorsa la Procura di Piacenza ha messo agli arresti domiciliari e disposto misure cautelari per alcuni dirigenti del SI Cobas e della USB (Sindacato Generale di Base | LE LOTTE OPERAIE NON SI PROCESSANO! MANIFESTAZIONE NAZIONALE SABATO 23 LUGLIO A PIACENZA (sindacatosgb.it)), che rimane come sempre necessaria una risposta unitaria e coesa dell’intera classe lavoratrice, che travalichi ogni frontiera nazionale, ogni differente appartenenza di categoria o di sigla.

L’aggravarsi delle varie crisi in atto (bellica, energetica, inflattiva, pandemica), che seminano sempre più un diffuso malcontento, mettono tutti noi di fronte all’urgenza di una mobilitazione generale prolungata.

Nessuna lotta sindacale vada sotto processo. Paghi chi non ha mai pagato: padroni, capitalisti, governi borghesi.

Con Alejandro! Con tutti i lavoratori colpiti dalla repressione poliziesca e giudiziaria! (1)

Sindacato Generale di Base



SOLIDARIETÀ DEI LAVORATORI SI COBAS AI COMPAGNI ARGENTINI DEL SUTNA IN LOTTA E AL LORO LEADER ALEJANDRO CRESPO

Cari compagni del SUTNA, il SI Cobas, sindacato di base italiano, esprime la sua piena solidarietà alla vostra decisa lotta per la difesa del salario, a fronte di un’altissima inflazione, e contro la dura resistenza delle aziende del settore gomma, inclusa l’italiana Pirelli, che hanno deciso la serrata.

Piena solidarietà anche al vostro segretario generale Alejandro Crespo, denunciato dal governo.

Ovunque i governi e le istituzioni borghesi sostengono i padroni contro i lavoratori, anche in Italia dove nel luglio scorso il coordinatore nazionale del SI Cobas Aldo Milani è stato messo agli arresti domiciliari insieme ad altri militanti del sindacato con accuse false e infondate.

La risposta di lotta di migliaia di lavoratori ha fatto ritirare gli arresti.

Anche in Italia l’aumento del costo della vita sta falcidiando i salari, e si rende necessaria una risposta generalizzata di lotta. Insieme ad altri sindacati di base, stiamo preparando lo sciopero generale del 2 dicembre, per il salario e contro la partecipazione del governo italiano alla guerra in Ucraina e il riarmo, per l’unione internazionale dei lavoratori di tutti i paesi – compresi ucraini e russi – contro i rispettivi governi e contro il capitalismo che produce sfruttamento e guerra.

La vostra lotta è un esempio per tutti i lavoratori anche in Italia.

Auguriamo pieno successo alla vostra lotta, adoperandoci per promuovere il sostegno dei lavoratori combattivi della Pirelli in Italia. (2)

SI Cobas – Commissione per la Solidarietà Internazionale





(1) https://www.sindacatosgb.it/sgb-al-fianco-della-lotta-del-sutna-argentino/

(2) https://sicobas.org/2022/09/29/argentina-solidarieta-del-si-cobas-ai-compagni-argentini-del-sutna-in-lotta-e-al-loro-leader-alejandro-crespo/

Solidarietà ai sindacalisti arrestati!

 


Comunicato sugli arresti SI COBAS e USB

19 Luglio 2022

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria indignazione per la raffica di arresti domiciliari decisa dalla procura di Piacenza contro dirigenti sindacali locali e nazionali del SiCobas e della USB. Esprime ad essi la sua totale solidarietà.

Questa operazione rappresenta l'ennesima assurda provocazione della procuratrice capo Grazia Pradella. Questo magistrato pare ritenere, contraddicendo leggi e Costituzione, che qualsiasi lotta sindacale per migliorare le condizioni previste da un contratto nazionale sia illegale e costituisca addirittura un reato di estorsione. Questo facendosi strumento di un padronato particolarmente reazionario come quello di Piacenza.

Già l’anno scorso la Pradella aveva tentato una operazione analoga, addirittura concionando su quanto sarebbe stato il massimo giusto di salario oltre il quale ogni richiesta sarebbe appunto estorsiva. Con questo ponendo in discussione, con concezioni alla regime cinese, un diritto esercitato dai lavoratori italiani da quasi 200 anni fa e conquistato legalmente dal 1889.

Fortunatamente i livelli superiori della magistratura hanno assolto pienamente i compagni.

C’è da dire che il curriculum personale della Pradella non rivela bizzarrie solo riguardo alle lotte sindacali. Come sostituto procuratore a Milano si rese nota per una "graguignolesca" denuncia di un attentato nei suoi confronti, avendo “visto” un'ombra alla finestra del palazzo di fronte al suo che “forse” imbracciava un fucile. Va da sé che di questo “attentato” non si sia trovato il minimo indizio.

Poi la Pradella ha tentato (in nome di sue fantasiose ricostruzioni ) di insabbiare, senza riuscirci, la inchiesta del giudice Salvini che è riuscito finalmente dopo decenni, a individuare i veri colpevoli della strage di Piazza Fontana, giungendo fianco a denunciare Salvini, con motivazioni risibili, al consiglio superiore della magistratura.

Fatto questo a Milano, promossa incredibilmente a capo della procura di Piacenza, è passata ad attaccare lavoratori e sindacati combattivi. Certo in questa sua azione è stata presumibilmente spinta e facilitata dal clima
generale di azione antioperaia di tutti i governi degli ultimi decenni, e in particolare di quello dei Cinque stelle con la Lega (primo governo Conte) con i cosiddetti “decreti Salvini”.

Tuttavia speriamo che anche oggi, come l’anno scorso, tutto si concluda in un nulla di fatto. Auspichiamo anche, pur nella nostra diffidenza nelle istituzioni dello stato borghese, che un membro del Consiglio superiore della magistratura ponga in quella sede la questione, se non di cacciare Grazia Pradella dalla magistratura, come
sarebbe logico, perlomeno di mutarla di sede per incompatibilità ambientale.

In ogni caso è evidente per noi che la risoluzione positiva di questo fatto sarà certo legata allo sviluppo immediato di mobilitazioni e azioni di protesta che come PCL sosterremo pienamente. Tutte!

Partito Comunista dei Lavoratori

SCIOPERO GENERALE E AUTODIFESA PROLETARIA: 18 E 19 GIUGNO IL PCL NELLE LOTTE OPERAIE!

 












Intervento di Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, alla manifestazione nazionale a Roma di sabato 19 giugno, contro i licenziamenti, la repressione padronale e per ricordare l'assassinio del compagno Adil, operaio, dirigente sindacale del Si Cobas a Novara, ucciso da un crumiro che col camion ha sfondato il picchetto. Investiamo la memoria e il sacrificio di Adil nella battaglia per rovesciare questo sistema marcio! Costruiamo lo sciopero generale, ribaltiamo i rapporti di forza, apriamo dal basso uno scenario nuovo!

Intervento di Luigi Sorge, operaio Stellantis di Cassino, militante dell'Opposizione CGIL e del PCL, alla manifestazione nazionale a Roma di sabato 19 giugno, contro i licenziamenti, la repressione padronale e per ricordare l'assassinio del compagno Adil, operaio, dirigente sindacale del Si Cobas a Novara, ucciso da un crumiro che col camion ha sfondato il picchetto. Non può più scorrere il sangue operaio nelle fabbriche. Alla violenza dei padroni opponiamo l'autodifesa operaia e la forza di massa del movimento operaio! Costruiamo lo sciopero generale di massa, lottiamo per l'alternativa socialista contro il capitalismo!


Abbiamo ricordato l'assassinio del compagno Adil Belakhdim, operaio, dirigente sindacale del SI Cobas a Novara, da parte di un crumiro che col camion ha sfondato il picchetto. Anche per lui saremo in piazza il 19 giugno a Roma!

Contro lo sblocco dei licenziamenti, contro la repressione dello Stato e dei padroni, costruiamo un fronte unitario di lotta, costruiamo uno sciopero generale vero e di massa!

Riprendiamoci ciò che è nostro: nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo operaio della fabbrica! Alla forza e la violenza dei padroni bisogna contrapporre la forza collettiva! Giù le mani dai lavoratori in lotta! Giù le mani dalla classe operaia! Il capitalismo è barbarie: solo la rivoluzione cambia le cose! *** Rimani in contatto con il PCL! *** Il nostro sito: pclavoratori.it Pagina Facebook: facebook.com/PCLavoratori E-mail: info@pclavoratori.it Iscriviti al nostro canale YouTube!
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Assassinio a Novara

 


Tutti a Roma!

Il PCL esprime il proprio dolore e la piena solidarietà ai lavoratori in lotta e a SICobas per l'assassinio di Adil Belakhdim.

L'assassinio di Adil, operaio, dirigente sindacale del SICobas a Novara, da parte di un crumiro che col camion ha sfondato il picchetto, non è un evento casuale. È il prodotto del clima da Far West che il padronato della logistica ha imposto nel settore, con il ricorso a mazzieri prezzolati come a Tavazzano e a Prato. È il riflesso della criminalizzazione strisciante delle forme di lotta radicali a difesa del lavoro sancita dai decreti Salvini, tuttora pienamente operanti. È questo il contesto che ha armato l'assassino di Adil.

Il governo e i suoi ministri che oggi dichiarano «preoccupazione» per l'accaduto sono i massimi fiduciari di quegli stessi padroni della logistica che ricorrono a misure di terrore contro gli scioperanti. Sono i responsabili politici di quella polizia che lascia fare ai mazzieri e poi inquisisce chi si difende da questi. Si appoggiano in Parlamento su un'unità nazionale che abbraccia quei partiti razzisti e reazionari che hanno promosso le campagne d'ordine contro i picchetti. Sono gli stessi che annunciano lo sblocco generale dei licenziamenti contro cui Adil lottava.

Padroni e governo sono dunque pienamente responsabili dell'accaduto.

Contro padroni e governo c'è una ragione in più per sostenere le lotte operaie, estenderle e unificarle sul terreno dello sciopero generale. Ed anche per affrontare, nella logistica, il tema dell'autodifesa delle lotte stesse contro mazzieri e crumiri.

La manifestazione nazionale a Roma di domani acquista dopo quanto accaduto una importanza ancora maggiore.

Tutti a Roma!

Partito Comunista dei Lavoratori

Draghi, i padroni e gli operai

 


Il governo avanza, Landini parla. Dai lavoratori Amazon un buon segnale di lotta

23 Marzo 2021

Il governo Draghi si mette al passo delle richieste padronali.
Industria ed edilizia potranno licenziare a partire dal 30 giugno. In realtà non hanno mai smesso, grazie alle numerose eccezioni previste dal blocco e alla moltiplicazione dei licenziamenti disciplinari, che nell'anno trascorso hanno conosciuto un incremento superiore al 30%. Ma certo lo sblocco determinerà un salto dell'attacco alla occupazione. La logica dichiarata del provvedimento è consentire le ristrutturazioni aziendali. Saranno interessati centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici a tempo indeterminato, anche nei settori che hanno fatto profitti durante la pandemia: farmaceutica, buona parte dell'alimentare, ma anche industria pesante.
Parallelamente i padroni avranno la possibilità di prorogare i contratti a termine senza causale sino alla fine dell'anno. Naturalmente potranno continuare a cancellarli a loro piacimento, come hanno fatto per un anno intero con 700000 precari usa e getta. Ma se hanno intenzione e interesse a preservarli, potranno farlo per tutto il 2021 senza fornire motivazione. Il lavoro a termine senza diritti, a esclusiva tutela dei profitti, proprio come chiedeva Confindustria: occorreva il ministro del lavoro della “sinistra” interna al PD, Orlando, per confezionare il regalo.

Ora Maurizio Landini dichiara a Repubblica che i lavoratori vanno vaccinati, non licenziati. Ma non intraprende alcuna iniziativa di mobilitazione. Del resto la burocrazia sindacale è appena reduce da una cena di riconciliazione a casa Brunetta, che ha sfornato per la Pubblica Amministrazione un accordo quadro imperniato sui premi di produttività, con la miseria di pochi euro di aumento. La stessa cifra, occhio e croce, contro cui CGIL, CISL e UIL avevano scioperato definendola umiliante viene ora acclamata come risultato importante. Miracoli del governo Draghi, un governo che Landini ha pubblicamente esaltato sin dal suo sorgere allineandosi all'opinione padronale. L'unica vera preoccupazione dei dirigenti sindacali è che l'unità nazionale che sorregge il governo abbia un baricentro negoziale tutto interno alla maggioranza, tale da chiudere lo spazio di riconoscimento della burocrazia.

Un fatto nuovo oggi viene dal basso: molti lavoratori e lavoratrici hanno scioperato ieri negli stabilimenti Amazon. Tanti giovani, anche ai picchetti e ai presidi. Contro ritmi di lavoro massacranti per schiena e gambe, comandati da algoritmi, sorvegliati da capi e capetti sguinzagliati dal padrone in un clima di intimidazione e intolleranza. Nelle volontà dei vertici sindacali del settore si tratta di uno sciopero una tantum, che forse non sarebbe stato neppure indetto senza l'importante dinamica di conflittualità che ha attraversato un settore significativo della logistica per iniziativa del SICobas, e che per questo ha subito una repressione giudiziaria odiosa. Ma la valenza di uno sciopero non sta solo nella funzione che gli assegnano i burocrati, ma anche nel significato che gli attribuiscono gli scioperanti. Sicuramente un settore importante di lavoratori Amazon quest'oggi ha espresso attraverso lo sciopero la volontà di cambiare la propria condizione e di alzare la testa. In Amazon è la prima volta che accade, e non si tratta certo di un'azienda marginale. Il fatto che i lavoratori Amazon dell'Alabama, in USA, al piede di partenza della propria sindacalizzazione, abbiano solidarizzato con lo sciopero italiano è un buon segno. La lotta di classe è una vecchia talpa che può aprirsi un varco ovunque c'è sfruttamento.

Unire la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, al di là delle appartenenze sindacali e dei confini nazionali, è funzione e responsabilità delle avanguardie. Tanto più se comuniste, internazionaliste, rivoluzionarie.

Partito Comunista dei Lavoratori

Libertà per i compagni di Piacenza arrestati!

 


Giù le mani dagli operai e dalle loro lotte!

10 Marzo 2021

Questa mattina 25 operai della TNT di Piacenza sono stati portati in Questura dopo perquisizioni e due coordinatori del Si Cobas sono stati arrestati ai domiciliari con accuse di resistenza aggravata. L’imputazione è di aver guidato lo sciopero di tredici giorni contro i padroni della FedEx, che ha costretto l’azienda a un passo indietro.

Il fatto è gravissimo. Una vera e propria vendetta padronale sugli operai commissionata alla Questura. Non è un caso che le associazioni padronali del territorio, e non solo, avessero criminalizzato la lotta della FedEx lamentando un polso “troppo morbido” delle forze dell’ordine. Ora sono state accontentate. Il loro scopo non è solo punire le avanguardie della FedEx, prendendosi una vigliacca rivincita sulla sconfitta subita, ma intimidire preventivamente ogni possibile contagio di questa lotta esemplare.

Per questa stessa ragione è necessaria e urgente una grande mobilitazione unitaria a difesa dei compagni arrestati per la loro immediata liberazione. La resistenza allo sfruttamento non è un crimine ma un esempio. L’unica vera associazione a delinquere è la borghesia e il suo Stato.

Tutte le organizzazioni politiche e sindacali della classe operaia, a partire dal sindacalismo di classe, hanno ora il dovere di prendere posizione a favore degli operai arrestati, senza ambiguità e reticenze. Non è in discussione questo o quel sindacato, ma il diritto alla lotta dei lavoratori e delle lavoratrici. Per questo, nei limiti delle nostre forze, siamo e ci sentiamo impegnati in queste ore a favorire la più ampia iniziativa di solidarietà.

Giù le mani dagli operai! Libertà immediata per gli arrestati!

Partito Comunista dei Lavoratori

Piena solidarietà agli operai e alle operaie della FedEx-TNT

 


Ancora una volta la polizia dello Stato borghese risponde al richiamo del padrone. Ma gli operai non si sono lasciati intimorire

Le compagne e i compagni del Partito Comunista dei Lavoratori esprimono la massima solidarietà alle operaie e agli operai in lotta contro i licenziamenti annunciati da parte della FedEx-TNT di Piacenza.

La multinazionale americana ha annunciato migliaia di licenziamenti in tutta Europa, di cui centinaia in Italia. Lo stabilimento di Piacenza è particolarmente colpito ed è qui che si è mostrata la forza della resistenza operaia. Le lavoratrici e i lavoratori in sciopero, con il loro picchetto per molte ore hanno impedito l'uscita dei camion della FedEx-TNT.

A questo punto i padroni hanno chiamato la polizia e la polizia è accorsa a difendere il loro sacro diritto di sfruttare e di licenziare, nonostante la pandemia.

Quelle stesse autorità dello Stato, a partire dal governo, che hanno dimostrato una criminale incapacità nel gestire l'emergenza sanitaria e ora sono in ginocchio davanti alle multinazionali dell'industria farmaceutica che centellina le forniture di vaccini per speculare il più possibile e trarne il massimo profitto, non esitano a picchiare e gasare lavoratrici e lavoratori. Quegli stessi lavoratori e lavoratrici che prima sono stati costretti a lavorare a rischio di contrarre il contagio da Covid in nome della continuità dei profitti, ora vengono scaricati e sono costretti a lottare per non perdere il posto di lavoro.

Questi operai nella notte scorsa hanno dato un grande esempio di determinazione e forza, resistendo alla violenza poliziesca e riuscendo a continuare il presidio.

Il PCL non può che associarsi alla loro lotta prendendola ad esempio ed esprime tutto il suo sostegno alla vertenza portata avanti dal SI Cobas, con cui per altro è impegnato da mesi nel percorso unitario tracciato dall’"Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi" che venerdì 29 gennaio ha promosso lo sciopero generale.

La giornata del 29 è stata una tappa di una mobilitazione che continua e dovrà necessariamente allargarsi coinvolgendo possibilmente i milioni di salariati che a causa della crisi sanitaria ed economica sono gettati sul lastrico e rischiano il licenziamento di massa dopo il termine del blocco dei licenziamenti del prossimo mese di marzo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà alla lotta delle lavoratrici della Yoox

 


Pubblichiamo l’intervento del Comitato 23 settembre alla manifestazione bolognese di sostegno alla lotta delle lavoratrici in appalto della Yoox, un’azienda italiana di abbigliamento e beni di lusso attiva nelle vendite on line.

Passando tra appalti e subappalti alle lavoratrici viene imposto uno stravolgimento dell’orario di lavoro e dei turni, in un quadro di aumento dei ritmi produttivi, associati alla riduzione delle pause e a frequenti atti intimidatori e ritorsivi nei confronti delle lavoratrici che hanno preso parte agli scioperi. Un episodio esemplare di attacco padronale, aggravato e favorito dalla fase di crisi sanitaria, che per le aziende attive nell’e-commerce è fonte di maggiore produttività e profitti.
Il dato più significativo ed emblematico della vertenza, dal punto di vista delle condizioni generali delle donne oppresse, è l’elevato numero di lavoratrici costrette a dare le dimissioni (senza potere accedere neanche al sussidio di disoccupazione), costrette a rinunciare al loro lavoro per svolgere il lavoro domestico e di cura.
Secondo l'Ispettorato del Lavoro nel 2019 sono state 37.611 le dimissioni volontarie delle lavoratrici madri a fronte delle 13.947 dei lavoratori padri. Sono state dunque il 73% del totale. Cifre che dimostrano oggettivamente quanto il carico del lavoro di cura sia sulle spalle delle donne.
La lotta delle lavoratrici della Yoox indica la necessità di organizzarci contro ogni attacco dell’arroganza padronale per difendere i nostri bisogni immediati, e di rivendicare con ancora più forza e radicalità in questa fase di crisi sanitaria ed economica, insieme alla difesa del lavoro e del salario, congedi parentali per entrambi i genitori retribuiti al 100% e la necessità di servizi sociali universali e gratuiti, nella prospettiva della socializzazione del lavoro di cura per la nostra autodeterminazione e autonomia
.

Commissione donne e altre oppressioni di genere del PCL




SOLIDARIETÀ MILITANTE ALLA LOTTA DELLE LAVORATRICI DELLA YOOX DA PARTE DEL COMITATO 23 SETTEMBRE

Sabato scorso si è tenuto a Bologna il presidio delle lavoratrici della Yoox, una grande azienda della logistica (circa 600 dipendenti) che ha sferrato di recente un ennesimo attacco alle lavoratrici,  aumentando il numero dei turni in una giornata a orari impossibili; e impedendo di fatto alle lavoratrici con figli di andare a lavorare. Già una cinquantina di esse si è autolicenziata, molte invece stanno resistendo con l'appoggio del SICobas, mentre la CGIL ha già sottoscritto tutto questo e sta contribuendo a intimidire le lavoratrici in sciopero agitando lo spettro della chiusura dell'azienda!
Abbiamo partecipato al presidio molto affollato, che ha imposto la sua presenza in piazza nonostante la folla di addetti allo shopping o al ritrovo al bar (rigorosamente senza mascherina). Le donne della Yoox hanno espresso in prima persona la loro rabbia e la loro volontà di lotta, è intervenuta anche, efficacemente, una bambina, descrivendo cosa era diventata la sua vita quotidiana a causa dei nuovi orari della madre. C'è stato poi un breve corteo fin sotto alla prefettura.  Siamo intervenute come comitato per portare la nostra solidarietà militante a questa lotta. Ecco il nostro intervento:

Solidarietà alla lotta delle lavoratrici della Yoox!

Portiamo la solidarietà militante del Comitato 23 settembre, il comitato che si è costituito di recente in occasione del processo per il femminicidio di Atika, qui a Bologna.
Il nostro comitato si propone di denunciare e combattere tutte le forme di oppressione e di sfruttamento delle donne nel mondo del lavoro e nella vita sociale.
Oggi siamo qui perché riteniamo della più grande importanza la lotta che state conducendo. È una lotta che viene da lontano: sono molti anni infatti che avete iniziato a lottare, contro la bolgia degli appalti e contro le molestie sessuali, e nel corso degli anni, per difendere i vostri diritti. Al tempo stesso questa lotta prefigura il futuro: un futuro durissimo per tutti, ma soprattutto per le donne lavoratrici e disoccupate, che quando finirà il blocco dei licenziamenti perderanno in massa il loro posto di lavoro e si vedranno precipitare dalla povertà alla miseria.
Già oggi è dura per molte la necessità quotidiana di far fronte al lavoro fuori casa e agli impegni di lavoro in famiglia, con sempre meno aiuti dallo stato e poca condivisione in casa. Adesso, con il cambio dei turni, ci ha pensato la Yoox a rendere impossibile questo difficile equilibrio. La colpa non è del Covid: è il padrone che coglie ogni occasione per ristrutturare il lavoro nell'azienda e ingigantire i profitti, la colpa è dello stato che appoggia e aiuta le imprese in ogni modo lasciando ai lavoratori solo le briciole, e tra poco neanche quelle, la colpa è del sistema sociale in cui viviamo, che prospera sullo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori.
Per quanto dura sia questa lotta, essa è necessaria, perché non riguarda solo voi, né solo noi che siamo qui a sostenervi.
Solo a Bologna, alla fine dell'anno, saranno 1200 lavoratrici costrette a lasciare il posto di lavoro per accudire ai figli. Nel primo semestre 2020 in Italia ben 470.000 donne hanno perso il posto di lavoro; il lavoro è diventato un problema drammatico per le donne con figli, alle quali sono stati concessi 15 giorni di congedo parentale al 50% dello stipendio!
Questa lotta dice a tutte le donne e le lavoratrici che non vogliamo essere costrette a scegliere tra i figli e il lavoro, che vogliamo resistere contro il peggioramento delle nostre condizioni di lavoro come anni fa non abbiamo voluto accettare di subire in silenzio le molestie dei capi pur di conservare il posto di lavoro!
La forza di questa lotta sta nella vostra tenacia e nella possibilità di estendersi alle tante lavoratrici che sono nelle vostre condizioni.
Il nostro comitato, 23 settembre, vuole impegnarsi a contribuire all'allargamento di questa lotta e a collegarla con tutte le lotte delle donne in atto sui vari fronti di oppressione.
La stessa pressione che avete ricevuto per tornare a casa, la pressione che vorrebbe togliere alle donne l'autodeterminazione, è quella che ci penalizza quando siamo madri: in Italia, l'essere madri è la prima fonte di discriminazione sul posto di lavoro. Gli stessi che ci penalizzano quando siamo madri sono quelli che ci impediscono in ogni modo di accedere alla interruzione di gravidanza assistita, che ci costringono al ricovero ospedaliero, in tempi di Covid, quando vogliamo usare la pillola RU486, gli stessi che consentono l'ignobile propaganda che si è vista nei manifesti affissi nelle nostre città.
L'attacco alle donne, ai loro diritti, alla loro condizione di lavoro, alla loro dignità proviene da più parti. Dobbiamo rispondere a tutti questi attacchi! Non abbiamo alternative, se non la lotta. Viva la lotta delle donne, viva la lotta delle lavoratrici della Yoox!

Comitato 23 settembre