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SCIOPERARE OGGI PER RIVOLTARSI DOMANI!

 


Testo del volantino che distribuiremo alle manifestazioni in concomitanza con lo sciopero generale di venerdì 29 novembre

È sicuramente positivo che Cgil-Uil e buona parte dei sindacati di base, scioperino oggi nella giornata internazionale della solidarietà al popolo palestinese massacrato a Gaza dal sionismo colonizzatore e dagli imperialismi occidentali che lo coprono nonostante i mandati d’arresto per criminali impuniti come Netanyahu. La prima considerazione elementare, quindi, è che la mobilitazione di oggi non sia solo una fortuita coincidenza ma continui domani nelle piazze di Roma e Milano, per ribadire che la lotta dei lavoratori e quella del popolo palestinese sono una cosa sola!

 Avremmo preferito un solo luogo e un’unica piazza, non due, una per sindacati confederali e una per sindacati di base, ma vogliamo pensare in positivo e lottiamo perché quello di oggi sia solo il preludio a scioperi unitari e di massa di tutto il variopinto arco sindacale. Inoltre crediamo che gli scioperi non debbano ridursi a meri rituali. Anche quest’anno lo sciopero Cgil-Uil contro la manovra del governo arriva senza un bilancio del precedente. L’anno scorso si disse “adesso basta”, oggi si incita giustamente alla “rivolta sociale” per fermare la Meloni, ma oggi come allora non la fermeremo con uno sciopero testimoniale. Analogo discorso si può fare per lo sciopero dei sindacati di base, sempre più simile a quello dei confederali, ma ancora più dispersivo (Usb sciopererà tristemente da sola il 13 Dicembre).

 L’annuale rito dello sciopero conferma però l’estrema gravità della situazione della nostra classe. 6 i milioni di poveri assoluti in Italia. 3 milioni, invece, i precari ufficiali, ma non fidatevi troppo delle statistiche borghesi, sono molti di più. Ci sono soldi per le armi (record di oltre 30 miliardi), per i soliti sgravi alla Chiesa, per sanità e scuola privata, e di conseguenza c’è n’è sempre meno per quella pubblica. Meno ancora ce n’è per lavoratori e lavoratrici che devono accontentarsi sempre dello sgravio del cuneo fiscale… per i padroni, unico modo che il capitalismo ha per dare con una mano pochi spicci ai salariati, per poi riprenderseli attraverso tagli a servizi e pensioni (confermata la Legge Fornero, con buona pace di chi ha creduto alla propaganda elettorale di Salvini). Lavoratrici e lavoratori che hanno tenuto il Tfr in azienda devono anche stare attenti al nuovo tentativo di scippo tramite silenzio assenso. 

 il nuovo attacco di Salvini, che con un ignobile provvedimento ha precettato i lavoratori dei trasporti riducendo il loro sciopero a sole 4 ore nonostante lo scorso anno il TAR del Lazio avesse dichiarato illegittima un’analoga ordinanza, dà ancor più la misura, se mai ce ne fosse bisogno, della torsione autoritaria di questo governo e della necessità di una risposta di massa da parte della classe lavoratrice.

 Purtroppo, invece, Lo sciopero avviene col solito metodo di una generica protesta, con rivendicazioni vaghe la Cgil e appena più precise il sindacalismo di base. Nessuna piattaforma è stata veramente discussa, condivisa e approvata dai lavoratori. La Cgil parla di inflazione da profitti e di perdita di potere d’acquisto dei salari per i rinnovi dei contratti, come nel pubblico, che coprono appena 1/3 dell’inflazione. Ma nel privato non va tanto meglio. L’elogiato rinnovo dei tessili, al massimo copre 2/3 di inflazione, cioè 2/3 del minimo sindacale. L’obbiettivo minimo dovrebbe essere fuori dalla contrattazione, infatti quando c’era la scala mobile si contrattava per ripartire la ricchezza prodotta, non per ridurre soltanto la miseria accumulata.

 Gli altri rinnovi non si scostano più di tanto dal rinnovo dei tessili. Ottenuti con poche o addirittura nessuna giornata di sciopero come negli alimentaristi, non cambiano l’impianto degli attuali contratti nazionali, il cui asse è il continuo spostamento dei soldi veri e reali, verso il welfare e i fondi pensione e salute che continuano a non essere messi in discussione da Cgil e Uil, con buona pace della richiesta di finanziamento straordinario per la sanità. Il sindacalismo di base lo denuncia, ma deve riflettere sul fatto che a tutt’oggi la sua coscienza è pari alla sua debolezza, incapace di fermare l’andazzo. 

 Rispetto all’anno scorso, quest’anno lo sciopero va in scena pressoché in concomitanza con la rottura delle trattative nel settore nevralgico della nostra storia: quello dei metalmeccanici. I metalmeccanici raddoppieranno lo sciopero – verosimilmente a gennaio – ma è evidente che da questo settore dipenderà lo sviluppo o meno della mobilitazione. E poiché in questo settore, pure nell’automotive si è scioperato, le condizioni ci sono tutte per una riunificazione dei metalmeccanici in un unico contratto. Anzi sarebbe ora che tutte le categorie venissero riunite in tre soli contratti: dell’industria, del pubblico e dei servizi.

 Niente come l’automotive e nella fattispecie Stellantis mette a nudo il vero volto della crisi. Sono praticamente due anni di calo consecutivo della produzione industriale, ma mentre il padronato piange, aumentano i profitti e gli stipendi dei manager. Tavares che sta cercando di dare il benservito ad altri 3000 operai, si è aumentato lo stipendio in due anni del 55%. E così gli altri dirigenti che a luglio hanno preso un bonus per l’efficienza con cui spremono i lavoratori. 

 È ora di una piattaforma di rivendicazioni vere: aumenti molto più consistenti per tutti che recuperino la reale inflazione, grosso modo il doppio di quella segnata dall’indice IPCA, quindi 400-500 euro; ripristino della scala mobile e riduzione dell’orario a 30-32 ore settimanali a parità di salario; abolizione di tutte le leggi sul precariato dal Jobs Act fino al pacchetto Treu; abolizione della Legge Fornero e di tutti i suoi predecessori: in pensione con 35 anni di contributi, 60 di età e con minima almeno a 1500 euro, quindi abolizione di tutti i fondi pensione e salute che smantellano i diritti pubblici; abolizione dell’autonomia differenziata, che è solo il modo per ridurre salari e diritti, in maniera indifferenziata, dal nord al sud; abolizione di tutte le leggi antisciopero e del decreto sicurezza solo per il profitto (DdL 1660) che criminalizza le lotte. È incredibile che ci siano più sindacalisti indagati che padroni!

 Queste rivendicazioni possono essere portate avanti da un’assemblea di delegati e delegate che guidi la lotta da Stellantis alla Gkn, dalla Beko (ex Whirpool) a tutte le altre mille vertenze sparse per lo Stivale, e che istituisca casse di resistenza adeguate allo scopo. Solo una massa enorme di lavoratori e lavoratrici con uno scopo comune può piegare governo e padronato.

 Non si dica che queste rivendicazioni sono impossibili. In altre parti del mondo, pensiamo all’IG Metall in Germania o al sindacato UAW negli Stati Uniti proprio contro Stellantis, sono stati in grado di ottenere importanti vittorie, nettamente superiori ai rinnovi che vediamo in Italia. E le hanno ottenute innanzitutto perché hanno proprio le casse di resistenza a supportare gli scioperi. Le hanno ottenute, inoltre, perché hanno usato un altro metodo di lotta: si sono date un obbiettivo e l’hanno perseguito fino in fondo bloccando il profitto.

 Gli obbiettivi sindacali vanno però unificati agli obbiettivi politici e questo dovrebbe capirlo innanzitutto il sindacalismo di base, cioè di classe. Il capitalismo italiano ha mille partiti e un unico sindacato: la Confindustria; Gli operai hanno cento sindacati di classe e nessuno di loro che pensi al partito. Non comprendere la necessità di unire la battaglia sindacale alla costruzione del partito rivoluzionario, significa non avere la testa per colpire al cuore il capitalismo. Se leggi e sei d’accordo con questa necessità, sei perfetto per il nostro Partito Comunista dei Lavoratori, l’unico che vuole tenere insieme questi due aspetti, senza i quali semplicemente non si può vincere. Iscriviti al PCL!

Sindacati inermi ai piedi del governo. A quando la 'rivolta sociale'?

 


Se si valutasse sulla base delle rispettive retoriche, si potrebbe dire che il lungo incontro governo-sindacati sulla Legge di bilancio 2025 sia finito con un uno a zero a favore del governo.


A pochi giorni dal grido di battaglia della rivolta sociale da parte di Maurizio Landini, si può dire che l'incontro di Palazzo Chigi sia stato un trampolino ben poco utile allo scatenamento delle piazze, se mai lo si sia inteso utilizzare in tal senso. Da un lato, CGIL e UIL non possono ovviamente che riconoscere l'inamovibilità e l'impermeabilità del governo, intenzionato a non arretrare davanti a una finanziaria perfettamente in linea con i desiderata dell'imperialismo italiano e della UE (tagli e prudenza di bilancio, con contorno di tasse non dichiarate). Dall'altro, il governo non può che avere gioco facile nel presentarsi come continuatore delle politiche di bilancio degli anni passati. «Abbiamo deciso di confermare e potenziare le principali misure introdotte negli anni precedenti [...] rendendone alcune strutturali, come peraltro veniva richiesto soprattutto dalle organizzazioni sindacali», annuncia Meloni. Il riferimento al taglio al cuneo fiscale reso strutturale è funzionale a dare un colpo anche ai sindacati, che ne hanno fatto per anni uno dei punti centrali della propria propaganda.

Quindi da una parte il governo che non solo rivendica continuità con le manovre precedenti (sottinteso rivolto ai sindacati: "dov'era la vostra rivolta ai tempi di Draghi e Conte?") ma che getta fumo negli occhi presentandosi come il governo che non tocca Ape sociale, Opzione donna e Quota 103; il governo che tassa banche e assicurazioni; il governo dei "sacrifici sì ma per tutti" (Giorgetti). Dall'altra i sindacati che arrivano all'appuntamento con tutte le proprie (poche e malandate) armi a disposizione spuntate. E spuntate non solo davanti alla retorica governativa, ma davanti ai fatti.

I margini sono quelli, gli spazi di modifica sono limitati, recita il ritornello, anche in salsa sovranista-meloniana. «Se si condivide l'impianto bisogna stare dentro quella logica», lamenta Landini al termine dell'incontro. «Quando uno ti dice "sì, sono disponibile al confronto, purché qualsiasi modifica alla legge [finanziaria] stia nell'ambito della legge che abbiamo deciso e dentro i margini economici che abbiamo definito", di che cosa stiamo discutendo? Che cosa ci avete chiamato a fare? Per cambiare che cosa?».

Già. La domanda potrebbe essere proficuamente rivolta allo stesso Landini e alle dirigenze sindacali. Cambiare che cosa? Al di là delle proposte nel vertice con il governo, dall'esito scontato, la piattaforma dell'annunciato sciopero generale del 29 novembre è illustrativa a riguardo. Imporre la questione salariale? La piattaforma non la nomina, confinando la questione ai soli aspetti, pur importanti, dei rinnovi contrattuali e della perdita del potere d'acquisto. Lotta all'inflazione? Landini giustamente critica l'aumento del 6% dell'accordo separato a fronte dell'inflazione al 17%, ma nel corso della stessa dichiarazione (!) loda l'accordo dei tessili appena firmato in cui l'aumento è fra... il 12 e il 13% (arrivando a vantare che «se c'è un aumento dei salari in questo anno è grazie al rinnovo dei contratti che il sindacato ha fatto con i datori di lavoro privati»). Mandare a monte la legge Fornero? CGIL e UIL, che pure riconoscono che si applicherà al 99,9% dei lavoratori, parlano di... «superamento» (rinunciando perfino, incredibilmente, a un minimo accenno ai propositi anti-Fornero del Salvini di qualche anno fa, ora al governo). Imporre misure per la sicurezza sul lavoro, magari con l'introduzione del reato di omicidio sul lavoro? CGIL e UIL si accontentano di chiedere genericamente di «cambiare la legislazione». Blocco dei licenziamenti? Sì, ma non si capisce come e in che prospettiva, visto che la rivendicazione, laddove si parla di non meglio precisati «investimenti per difendere l'occupazione», finisce per essere relegata in un inciso, quasi fosse una questione secondaria o subordinata. Cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro? Figuriamoci, nella piattaforma per il 29 non c'è neanche un timido accenno al Jobs act o alle ultime misure. Campagna contro l'aumento vertiginoso delle spese militari? Nella piattaforma per il 29 non ce n'è traccia.

La «logica» del governo l'abbiamo capita, ed è la logica della gestione della crisi capitalista in epoca di declino, tensioni e guerre. La «logica» di Landini e Bombardieri, invece, continua a essere, nella migliore delle ipotesi, quella di un keynesismo fuori contesto e fuori tempo, cioè la speranza che l'aumento della spesa pubblica e una generica politica industriale (in mano a chi? Decisa da chi? In base a cosa? Per produrre cosa?) siano la panacea del disastro in corso.

È con morigerati appelli all'aumento della spesa pubblica che CGIL e UIL intendono combattere la logica del governo (e della UE, come Landini stesso ammette di sfuggita) che pure a parole contestano? È con la solita lista della spesa, sacrosanta ma priva di ogni baricentro, di ogni potere e di ogni leva di mobilitazione, che CGIL e UIL intendono sfidare questa logica?

Che ne è della "rivolta sociale", quando un momento dopo averla tirata fuori dal cassetto, Landini corre in TV a precisare che per lui la "rivolta" significa semplicemente che i lavoratori debbano «utilizzare tutti gli strumenti democratici che uno ha a disposizione per cambiare questa situazione»? Gli strumenti democratici a disposizione dei lavoratori sono ormai ben pochi, ovunque li si voglia andare a cercare, nelle piazze e sui luoghi di lavoro. Il governo a guida post-fascista si sta adoperando per far sì che siano ancora meno. Se «gli strumenti democratici» sono quindi alla base della "rivolta sociale" così come la intende e la immagina Landini, non sarebbe forse il caso di farne uno degli assi centrali della battaglia, invece di dimenticarsi del ddl 1660 all'ultimo punto della piattaforma?

La giornata del 29 novembre potrebbe e dovrebbe essere un momento in cui la rivolta sociale – quella vera e non quella al cloroformio vagheggiata da Landini – passi dalle parole ai fatti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Risposta al SICobas sull'assemblea del 29 novembre

 


Care compagne e cari compagni,


siamo tra coloro che all'assemblea dei lavoratori e lavoratrici combattivi/e del 29 novembre hanno votato per la proposta di Luca Scacchi di mantenere una data aperta per la realizzazione dello sciopero generale (crediamo che sarebbe più logico chiamarlo sciopero nazionale intercategoriale, ma questo è secondario), indicando in ogni caso “i primi mesi del 2021”, cioè entro marzo, come confini della nostra proposta.

Nel commento che fanno i/le compagni/e della direzione del SICobas a quanto avvenuto vi è una polemica, del tutto legittima se realistica, contro chi vorrebbe limitare ad libitum l’indicazione di una data; si parla di chi vorrebbe «aspettare Godot».
Non sappiamo se questa critica si rivolga a noi, o anche a noi. Ad ogni modo, se così fosse noi, la riterremmo sbagliata e ingiusta. La nostra proposta non era funzionale ad attendere nessuno. Né sigle relativamente importanti del sindacalismo di base (come USB e CUB) e neppure la maggioranza dell'area di opposizione CGIL, da un paio d’anni scivolata su posizioni che giudichiamo almeno parzialmente moderate. Questo senza minimizzare l’importanza di sviluppare una battaglia nelle organizzazioni sindacali di base che hanno rifiutato di impegnarsi insieme con noi, e nell'opposizione CGIL, cui appartiene la grande maggioranza di noi.

Ma esattamente per questo, e soprattutto per allargare alla base nei luoghi di lavoro tra delegati/e, attivisti/e e lavoratori/trici l’impatto del nostro appello unitario, noi abbiamo pensato che fosse necessario un tempo maggiore. Ci sono ad esempio compagni di fabbriche importanti aderenti all’opposizione CGIL che sono vicini alle nostre posizioni (alcuni dei quali hanno partecipato all’assemblea del 27 settembre, ma non a quella del 29 novembre) che non è certo che si impegnino per la riuscita dello sciopero. E anche compagni di altri sindacati di base, sempre vicini alle nostre posizioni, che devono prendere una decisione che li può portare in rotta di collisione con la propria organizzazione (l’USB a quanto ci è stato detto ha già minacciato di sanzionare quei pochi di loro che hanno partecipato alla nostra assemblea di settembre). Si tratta di discuterci, di lasciar loro il tempo in questa situazione difficile di verificare l’atteggiamento della loro base di fabbrica o azienda, e tutto questo nella difficile situazione generale in cui siamo. Infatti se non vivessimo la situazione attuale, determinata dall’epidemia di Covid, la data del 29 gennaio avrebbe potuto essere corretta, ma a nostro giudizio non in questa situazione, o almeno non senza una verifica (diciamo ad inizio anno) della praticabilità.

Nel testo stesso della direzione del SICobas si dice che è necessario il massimo impegno perché le date del 29 e 30 gennaio non siano l’ennesimo rituale autocelebrativo di una sigla, ma coinvolgano centinaia di migliaia di lavoratori. Ma questo obbiettivo non è dato. Bisogna lavorarci, ed è difficile. Per questo (e speriamo che non sia così) il rischio che lo sciopero del 29 possa apparire alla stessa avanguardia larga della classe – dati i rapporti di forza ad oggi esistenti tra noi sul piano sindacale, che non misconosciamo – come uno sciopero del SICobas, appoggiato dallo "SLAI Cobas per il sindacato di classe", dalla sinistra dell'opposizione CGIL, speriamo dal SGB più pochi altri. Niente di drammatico in ciò, ma sarebbe una sconfitta, certo parziale e temporanea, del progetto comune che ci siamo dati il 27 settembre. Solo cercare di evitare questo rischio è quello che ci ha motivato nella nostra proposta. In questo senso ci è parso di essere i più fedeli allo spirito di nascita della nostra iniziativa con l’assemblea del 27 settembre.

A ciò avremmo voluto accompagnare anche altre proposte di obiettivi programmatici per la nostra piattaforma comune che riteniamo importanti, come quella della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle industrie che delocalizzano, ristrutturano, licenziano. Cosa che effettivamente uno di noi ha sollevato, ma che è stato impossibile discutere seriamente in un quadro di dibattito centrato sulla questione della data dello sciopero, che ha appunto visto prevalere nel voto la proposta del 29 gennaio.

Per questo, vista la decisione maggioritaria dell'assemblea, noi vogliamo qui sottolineare con forza, se ci fosse qualche dubbio, che noi prendiamo atto di tale decisione, la accettiamo e faremo il massimo possibile per il successo dello sciopero del 29 gennaio, di cui oggi ci sentiamo tra i promotori e organizzatori.

Perché, per concludere, vogliamo sottolineare una cosa. Noi siamo pienamente d’accordo con i compagni e le compagne della direzione del SICobas nel segnalare l’importanza che si sia votato, senza trucchi o esasperazioni, sulle due posizioni in presenza e che sia «una metodologia e pratica di non poco conto, di cui tutte le componenti e sensibilità presenti all’assemblea dovrebbero fare tesoro se davvero si coltiva l’ambizione di aprire una pagina nuova nella storia del sindacalismo di classe nel nostro paese».
Sono infatti molti anni (per alcuni di noi decenni) che combattiamo contro le pratiche paraburocratiche e imbroglione dei rappresentanti dei vari partiti, sindacati, gruppi e gruppetti, che in camera caritatis litigano e urlano, per poi o rompere facendo fallire i movimenti oppure trovare compromessi spuri, normalmente destinati al fallimento, e poi li presentano come “volontà unanime” di tutto il movimento, condannando all’inferno chi osa contestarli in nome delle proprie legittime posizioni particolari. (Naturalmente queste considerazioni non escludono la costruzione di fronti unici, in particolare politici o politico-sindacali, e il rispetto e il riconoscimento di tutte le forze presenti; ma è ovvio che si tratta di altra cosa).

In questo senso il decidere nel modo in cui lo abbiamo fatto, nonostante alcune criticità emerse rispetto alla gestione dell’assemblea, è stato per l'Italia (perché ad esempio in Francia o in Gran Bretagna, per non parlare della Argentina per il peso maggiore della tradizione marxista rivoluzionaria, si è quasi sempre votato nelle assemblee dei vari movimenti) un salto, e si è data una lezione non solo per chi era presente, ma anche per gli assenti.
È questa tradizione consiliare, vorremmo dire sovietica, ciò che noi vogliamo (speriamo insieme a tutti voi) prospettare a tutte e tutti nel movimento operaio e negli altri movimenti degli oppressi e delle oppresse.

Certo la tradizione consiliare-sovietica è una tradizione di delegati dalla base. Che questo si possa fare anche in un movimento di massa ce lo ha dimostrato nei prima anni Duemila il grande movimento dei piqueteros argentini, che riunivano ogni tre-sei mesi assemblee nazionali dei lavoratori occupati e disoccupati con tremila-quattromila delegati eletti in assemblee di base in ragione di uno ogni quaranta partecipanti (quindi circa centocinquantamila in totale) e in proporzione delle diverse posizioni presenti, e poi si confrontavano e votavano su tutto in assemblea nazionale.

Ma in attesa di poter realizzare qualcosa di analogo anche qui in Italia – ciò che è il nostro obbiettivo – è bene partire da ciò che si può, cioè un'assemblea nazionale senza trucchi e cammellaggio.

Ricordando, per terminare realmente con un grande esempio (proprio in quest'anno in cui ricorre l’ottantesimo anniversario del vile assassinio del principale organizzatore e dirigente, al fianco di Lenin, della rivoluzione russa dei soviet, del principale dei quali appunto il personaggio storico di cui stiamo parlando, cioè Leone Trotsky, era presidente), che senza democrazia operaia e libero confronto e scontro politico nei soviet, la rivoluzione del 1917 non avrebbe mai potuto trionfare.

Noi siamo oggi microbi rispetto a quegli eventi, e le nostre divergenze sono all’interno di militanti classisti e rivoluzionari, e non tra rivoluzionari e riformisti. Ma, come appunto ricordava proprio Trotsky, per essere fedeli e coerenti nelle grandi cose bisogna cominciare ad esserlo nelle piccole.

È quindi con questo spirito, lo ripetiamo ancora una volta, che noi accettiamo la decisione maggioritaria dell’assemblea del 29 novembre e ci impegniamo, nei limiti delle nostre forze, per il successo più ampio possibile dello sciopero del 29 gennaio.



Donatella Ascoli, FILCAMS CGIL Venezia

Ercole Mastrocinque, NIDIL CGIL Torino

Francesco Doro, FILCTEM CGIL Venezia

Franco Grisolia, SPI CGIL Milano

Antonio Tralongo, CUB Palermo

Luca Tremaliti, FILT CGIL Roma

Luigi Sorge, FIOM CGIL Cassino

Maurizio Aprea, USB Lavoro privato

Mauro Goldoni, FILLEA CGIL Ancona

Renato Pomari, FIOM CGIL Monza

Riccardo Spadano, SGB Roma

Roberto Bonasegale, FIOM CGIL Ticino-Olona

Sergio Castiglione, FLC CGIL Caltanissetta

Vincenzo Cimmino, FLC CGIL Milano

Mozione finale della seconda assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi

 


Pubblichiamo la mozione conclusiva della seconda assemblea nazionale delle lavoratrici e lavoratori combattivi, svoltasi in modalità telematica il 29 novembre

La seconda assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi/e, riunitasi online domenica 29 novembre 2020 conferma e ribadisce le analisi, le proposte e le prospettive della mozione conclusiva approvata a Bologna lo scorso 27 settembre:

- la crisi strutturale dell’economia capitalista sospinge lo sfruttamento del lavoro e l’impoverimento generalizzato, incentivando un uso padronale dell’emergenza sanitaria oltre che la diffusione del razzismo;

- in questo quadro si sta sviluppando un’offensiva padronale sul versante dei salari, dei contratti e delle condizioni di lavoro, come un’azione del governo a sostegno di questa offensiva e delle conseguenti ristrutturazioni produttive (a partire dal Recovery Plan e un’espansione del debito che ricadrà sulle classi popolari);

- è quindi evidente che la risposta sindacale non può limitarsi a una mera difesa sul piano aziendale o di categoria, ma deve porre le basi di una controffensiva di massa, capace di parlare all’insieme della classe e di mobilitarla in nome dei suoi interessi generali: si pone cioè con sempre più evidenza la necessità di una risposta che rilanci le parole d’ordine storiche del movimento operaio (la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario; una patrimoniale sulle grandi ricchezze; un salario medio garantito a occupati e disoccupati, eliminando contratti precari e paghe da fame; l’eliminazione del razzismo istituzionale).

Il percorso avviato il 27 settembre si è proposto quindi di attraversare le diverse iniziative di lotta e di sciopero dell’autunno anche organizzando una giornata di iniziativa nazionale a fine ottobre, riuscendo quindi a segnare le piazze anche con un’espressione organizzata della classe, sulla base di una piattaforma generale di difesa dei suoi interessi, senza lasciarle solo alla reazione populista della piccola e media borghesia o a settori semiproletari, marginali e studenteschi.

Quest’autunno è stato anche segnato dalla ripresa del contagio. Nel giro di poche settimane abbiamo rivisto le decine di migliaia di contagiati al giorno, la saturazione degli ospedali, il macabro conto delle centinaia di morti quotidiani, l’istituzione di misure di contenimento e zone rosse. È emersa con chiarezza la responsabilità di un governo che non ha investito nel corso dell’estate sulla sicurezza, sulla sanità pubblica, sulla scuola, sui trasporti, riversando invece decine di miliardi per ristorare soprattutto padroni e padroncini (oltre che pochi ammortizzatori sociali parziali, incerti e in ritardo). Sono emerse con chiarezza, nell’assurdo rimpallo tra governo e regioni, le contraddizioni di una disarticolazione dei servizi pubblici determinata da decenni di tagli e di autonomie regionali. Mentre il padronato ha imposto la priorità della produzione e del profitto, perseverando come a marzo nel tener aperti gli stabilimenti. Mentre CGIL CISL e UIL, come in primavera, invece che difendere salute e salario hanno rilanciato percorsi di un nuovo patto sociale con Bonomi e Confindustria. La legge di bilancio 2021, in questo quadro, non fa che confermare l’impianto di classe di questo governo, ribadendo le scelte di questi mesi e convogliando le risorse soprattutto ad imprese, commercianti e liberi professionisti. Nel frattempo, i grandi contratti dei metalmeccanici e dei pubblici rimangono impantanati [con proposte ridicole sul fronte salariale e la riproposizione delle gabbie del patto di fabbrica], mentre altri (chimici, alimentaristi, etc.) sono rinnovati da CGIL CISL UIL con pochi soldi e significativi arretramenti normativi [come la possibilità di non applicare i CCNL del settore per gli appalti], e altri ancora, come nel caso della logistica, restano fermi al palo nonostante lo sciopero nazionale di categoria di fine scorso ottobre e l'imminente nuovo sciopero del prossimo 18 dicembre.

L'assemblea fa propria la proposta di sviluppare un'azione comune sul tema della sicurezza, impegnando tutti i lavoratori e i delegati a svolgere una battaglia sui propri luoghi di lavoro per imporre dei Protocolli realmente vincolanti e che prevedano tamponi per tutti e diritto ad astenersi con la garanzia del salario pieno nel caso di palesi violazioni delle norme anti-Covid da parte aziendale. Le lotte di questi mesi nel comparto Trasporti e Logistica, che in alcune filiere hanno già conseguito alcuni importanti obbiettivi (più pause lavorative, un ora di lavoro retribuita per le sanificazioni, garanzia di un premio di produttività pari a una quindicesima mensilità indipendentemente dalle assenze per malattia dovute al Covid, apertura di tavoli nazionali sulla sicurezza con le controparti padronali, ecc.), dimostrano che questa strada è concretamente praticabile.

La seconda assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi/e ribadisce quindi la necessità di innescare, sostenere e generalizzare le resistenze per la salute e la sicurezza, come ogni iniziativa di lotta delle aziende in crisi, dei precari e dei settori di classe colpiti dall’emergenza in corso. Per questo, l’assemblea si propone di continuare ad attraversare ogni iniziativa settoriale, categoriale o territoriale di resistenza e di lotta. In ogni caso, al di là di queste lotte e resistenze, si pone con sempre più evidenza la necessità di sviluppare un processo di generalizzazione delle lotte e quindi anche di sciopero generale, per contrastare l’offensiva padronale che ha un carattere generale sul fronte dei contratti, della scuola e della sanità come delle più generali politiche economiche del governo. Per questo lancia a tutte le realtà di lotta, i delegati e le delegate, le organizzazioni sindacali conflittuali un appello per arrivare a costruire questa iniziativa di sciopero generale per il prossimo 29 gennaio e a organizzare il giorno seguente, sabato 30 gennaio, una manifestazione nazionale di lotta sulle parole d'ordine approvate dell'assemblea del 27 settembre.


Approvato con 94 voti favorevoli dei circa 130 presenti a fine assemblea.

La mozione proposta da Luca Scacchi, coincidente quasi interamente con quella approvata, tranne per l'ultima frase (Per questo lancia a tutte le realtà di lotta, i delegati e le delegate, le organizzazioni sindacali conflittuali, un appello per arrivare a costruire questa iniziativa di sciopero generale entro i primi mesi dell'anno) ha ottenuto 16 voti.

Due compagni si sono espressi contro entrambe le mozioni.

Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi