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Sindacati inermi ai piedi del governo. A quando la 'rivolta sociale'?

 


Se si valutasse sulla base delle rispettive retoriche, si potrebbe dire che il lungo incontro governo-sindacati sulla Legge di bilancio 2025 sia finito con un uno a zero a favore del governo.


A pochi giorni dal grido di battaglia della rivolta sociale da parte di Maurizio Landini, si può dire che l'incontro di Palazzo Chigi sia stato un trampolino ben poco utile allo scatenamento delle piazze, se mai lo si sia inteso utilizzare in tal senso. Da un lato, CGIL e UIL non possono ovviamente che riconoscere l'inamovibilità e l'impermeabilità del governo, intenzionato a non arretrare davanti a una finanziaria perfettamente in linea con i desiderata dell'imperialismo italiano e della UE (tagli e prudenza di bilancio, con contorno di tasse non dichiarate). Dall'altro, il governo non può che avere gioco facile nel presentarsi come continuatore delle politiche di bilancio degli anni passati. «Abbiamo deciso di confermare e potenziare le principali misure introdotte negli anni precedenti [...] rendendone alcune strutturali, come peraltro veniva richiesto soprattutto dalle organizzazioni sindacali», annuncia Meloni. Il riferimento al taglio al cuneo fiscale reso strutturale è funzionale a dare un colpo anche ai sindacati, che ne hanno fatto per anni uno dei punti centrali della propria propaganda.

Quindi da una parte il governo che non solo rivendica continuità con le manovre precedenti (sottinteso rivolto ai sindacati: "dov'era la vostra rivolta ai tempi di Draghi e Conte?") ma che getta fumo negli occhi presentandosi come il governo che non tocca Ape sociale, Opzione donna e Quota 103; il governo che tassa banche e assicurazioni; il governo dei "sacrifici sì ma per tutti" (Giorgetti). Dall'altra i sindacati che arrivano all'appuntamento con tutte le proprie (poche e malandate) armi a disposizione spuntate. E spuntate non solo davanti alla retorica governativa, ma davanti ai fatti.

I margini sono quelli, gli spazi di modifica sono limitati, recita il ritornello, anche in salsa sovranista-meloniana. «Se si condivide l'impianto bisogna stare dentro quella logica», lamenta Landini al termine dell'incontro. «Quando uno ti dice "sì, sono disponibile al confronto, purché qualsiasi modifica alla legge [finanziaria] stia nell'ambito della legge che abbiamo deciso e dentro i margini economici che abbiamo definito", di che cosa stiamo discutendo? Che cosa ci avete chiamato a fare? Per cambiare che cosa?».

Già. La domanda potrebbe essere proficuamente rivolta allo stesso Landini e alle dirigenze sindacali. Cambiare che cosa? Al di là delle proposte nel vertice con il governo, dall'esito scontato, la piattaforma dell'annunciato sciopero generale del 29 novembre è illustrativa a riguardo. Imporre la questione salariale? La piattaforma non la nomina, confinando la questione ai soli aspetti, pur importanti, dei rinnovi contrattuali e della perdita del potere d'acquisto. Lotta all'inflazione? Landini giustamente critica l'aumento del 6% dell'accordo separato a fronte dell'inflazione al 17%, ma nel corso della stessa dichiarazione (!) loda l'accordo dei tessili appena firmato in cui l'aumento è fra... il 12 e il 13% (arrivando a vantare che «se c'è un aumento dei salari in questo anno è grazie al rinnovo dei contratti che il sindacato ha fatto con i datori di lavoro privati»). Mandare a monte la legge Fornero? CGIL e UIL, che pure riconoscono che si applicherà al 99,9% dei lavoratori, parlano di... «superamento» (rinunciando perfino, incredibilmente, a un minimo accenno ai propositi anti-Fornero del Salvini di qualche anno fa, ora al governo). Imporre misure per la sicurezza sul lavoro, magari con l'introduzione del reato di omicidio sul lavoro? CGIL e UIL si accontentano di chiedere genericamente di «cambiare la legislazione». Blocco dei licenziamenti? Sì, ma non si capisce come e in che prospettiva, visto che la rivendicazione, laddove si parla di non meglio precisati «investimenti per difendere l'occupazione», finisce per essere relegata in un inciso, quasi fosse una questione secondaria o subordinata. Cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro? Figuriamoci, nella piattaforma per il 29 non c'è neanche un timido accenno al Jobs act o alle ultime misure. Campagna contro l'aumento vertiginoso delle spese militari? Nella piattaforma per il 29 non ce n'è traccia.

La «logica» del governo l'abbiamo capita, ed è la logica della gestione della crisi capitalista in epoca di declino, tensioni e guerre. La «logica» di Landini e Bombardieri, invece, continua a essere, nella migliore delle ipotesi, quella di un keynesismo fuori contesto e fuori tempo, cioè la speranza che l'aumento della spesa pubblica e una generica politica industriale (in mano a chi? Decisa da chi? In base a cosa? Per produrre cosa?) siano la panacea del disastro in corso.

È con morigerati appelli all'aumento della spesa pubblica che CGIL e UIL intendono combattere la logica del governo (e della UE, come Landini stesso ammette di sfuggita) che pure a parole contestano? È con la solita lista della spesa, sacrosanta ma priva di ogni baricentro, di ogni potere e di ogni leva di mobilitazione, che CGIL e UIL intendono sfidare questa logica?

Che ne è della "rivolta sociale", quando un momento dopo averla tirata fuori dal cassetto, Landini corre in TV a precisare che per lui la "rivolta" significa semplicemente che i lavoratori debbano «utilizzare tutti gli strumenti democratici che uno ha a disposizione per cambiare questa situazione»? Gli strumenti democratici a disposizione dei lavoratori sono ormai ben pochi, ovunque li si voglia andare a cercare, nelle piazze e sui luoghi di lavoro. Il governo a guida post-fascista si sta adoperando per far sì che siano ancora meno. Se «gli strumenti democratici» sono quindi alla base della "rivolta sociale" così come la intende e la immagina Landini, non sarebbe forse il caso di farne uno degli assi centrali della battaglia, invece di dimenticarsi del ddl 1660 all'ultimo punto della piattaforma?

La giornata del 29 novembre potrebbe e dovrebbe essere un momento in cui la rivolta sociale – quella vera e non quella al cloroformio vagheggiata da Landini – passi dalle parole ai fatti.

Partito Comunista dei Lavoratori

La rivolta sociale di Landini e la nostra

 


La differenza tra gli obbiettivi transitori e gli scioperi senza altro obbiettivo che la testimonianza

«È arrivato il momento di una vera rivolta sociale, avanti così non si può più andare». Così si è espresso Landini in vista dello sciopero rituale del 29 novembre di CGIL-UIL contro la manovra del governo.

Tuona, tra il comico e il patetico, la politica benpensante borghese: come si permette, il principale capo degli schiavi salariati d’Italia, a parlare di rivolta sociale? Lo stato dei padroni ha tutto il diritto di spremerli fino all’osso, togliendogli salario, sanità e pensioni, ma gli schiavi salariati devono stare buoni e subire in silenzio.

Sullo sfondo di tale scontro ci sta la preoccupazione del governo per lo sciopero nei trasporti. Nonostante le leggi antisciopero firmate da CGIL-CISL-UIL, con quello generale si rischia lo stesso di infastidire il Paese del profitto e dello sfruttamento. Richiamare Landini all’ordine capitalistico diventa quindi missione prioritaria per padroni, governo e i loro stupidissimi giornali.

La rivolta sociale è il numero della bestia proletaria per la borghesia. Solo evocarla, per gli alti papaveri neofascisti a libro paga del capitale, è indice di «irresponsabilità», si configura come «reato», è degna dei «dei cattivi maestri degli anni ‘70» (parole, tra le tante, di emerite cime quali Salvatore Sallemi, Tommaso Foti e Maurizio Lupi...), quelli che il popolo delle scimmie fasciste non han mai seguito, preferendo di gran lunga le scuole per vermi dello zoo di Predappio.

Pensate: lo stato italiano borghese, la dittatura spietata del capitale, dal 1861 trasuda ininterrottamente sangue di piazze, di guerre imperialiste e colonialiste, di rastrellamenti, di olocausti, di stragi e di strategie della tensione, ma appena qualcuno, due o tre gradini più in basso del sangue, lascia intravedere uno spiraglio di violenza, diventa uno stato di educande e di figli dei fiori.

Tajani è preoccupato e, quando si preoccupano, i borghesi si trasformano nei sindacalisti più temibili: «Sono rimasto molto dispiaciuto e molto, molto perplesso di un atteggiamento fondamentalista di alcuni sindacati», perché il sindacato «deve fare la sua parte e non ostacolare la tutela dei lavoratori». Naturalmente, a parer suo di zerbino del capitale, i sindacati che tutelano i lavoratori sono CISL, autonomi e UGL, insomma i sindacati dei padroni e dei fascisti: Tajani è il rappresentante perfetto delle loro vecchie corporazioni!

Come fai Landini, si domanda invece Salvini «a invitare alla rivolta sociale e allo sciopero generale quando aumentano gli stipendi dei tuoi rappresentati?». Aumentano così tanto che aumentano solo apparentemente tagliando le tasse ai padroni sul costo indiretto della forza-lavoro, cioè facendo aumentare i profitti, altrimenti il 29 in piazza scendeva Confindustria.

Completa il circo destrorso il numero della Premier che piange perché, non avendo il diritto alla mutua, è costretta a continuare a fare la spola tra Roma e Budapest cantando la solita solfa: «avanti fascisti de Buda, avanti fascisti de Pest, io sono fascista de Roma, chi c’è più fascista de me?». Non avendo mai mosso un dito in vita sua, crumira per vocazione naturale, non sa che i diritti si conquistano scioperando, non certo vantandosi di essere la miglior e improbabile discendente di Stachanov. Verrebbe da dirle, se non si scendesse nel ridicolo, che anche fosse può sempre scioperare con la CGIL per conquistarlo, oppure semplicemente può darselo da sola con una legge visto che è al governo. Non doveva, infatti, anche lei rivoluzionare l’Italia?

Attenzione: entrano in scena ora gli acrobati cosiddetti di sinistra. Schlein sta al fianco dei lavoratori, ma non proprio tutti, solo quei «tre milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici che non ce la fanno più e non arrivano a fine mese» perché non hanno quel «salario minimo» che Meloni nega ma che il PD non ha mai elargito quando era al governo, quindi praticamente quasi sempre. Poveri sì, sembra dire Schlein, purché non miserabili, altrimenti il suo cuore ricolmo di pietà borghese potrebbe soffrirne.

Fratoianni è apparentemente più serio: «La destra attacca i sindacati, ma non ascolta i lavoratori. Un capolavoro firmato Salvini e Meloni: oggi lavoratrici, lavoratori e sindacati del trasporto pubblico sono ancora una volta in sciopero. È la decima volta dall’inizio dell’anno. Da mesi tentano disperatamente di farsi ascoltare dal governo sul tema dei salari e dell’insicurezza. Non danno risposte, sviliscono ogni richiesta dei cittadini, attaccano tutte le forme di protesta e poi si sorprendono se cresce la rabbia». Se la destra non dà risposte, si potrebbe però domandare quale precisa rivendicazione dei lavoratori appoggi una maschera come Fratoianni, ma soprattutto perché la demandi al governo, visto che con le privatizzazioni selvagge della sinistra, andrebbero comunque richieste ai padroni. In ogni caso, siccome Fratoianni non lo dice, diciamo noi per lui che la sua unica preoccupazione è che ai lavoratori scorticati, sia dato almeno il diritto di protesta. Il programma della sinistra del capitale è tutto qua: salario minimo e diritto alla protesta! Dovremmo proprio essere dei lavoratori felici e cretini per marciare il 29 novembre al fianco di questa sedicente sinistra.

Di fronte a tali attacchi e a simili improbabili difese, come ha reagito Landini? «Non ho proprio nulla da rettificare, anzi voglio rilanciare con forza. Loro (il governo, nda) cosa stanno facendo? Stanno aumentando i soldi per comprare le armi, stanno aumentando la precarietà, stanno tagliando e stanno favorendo quelli che evadono il fisco. E questo sarebbe possibile mentre non è possibile dire che c’è bisogno di una rivolta sociale? Aggiungo che ci siamo rotti le scatole, perché non è più accettabile che quelli che tengono in piedi questo Paese siano quelli che non sono ascoltati e che non vengono rappresentati»Se non del tutto giusto, direbbe la ben nota canzone di rivolta, quasi niente sbagliato. Non si dimentichi però che mancano ancora due settimane allo sciopero generale. Già l’anno scorso, di fronte al Garante dello sfruttamento, CGIL e UIL avevano ridotto lo sciopero nei trasporti, quindi non v’inganni la voce grossa del Segretario CGIL, tra quindici giorni sarà come minimo più bassa di due o tre toni.

Infatti accanto a questa presa di posizione apparentemente perentoria, stanno altre ben più significative esternazioni che illustrano meglio il contenuto reale della rivolta sociale alla Landini. Ospite a Radio 1, a chi gli domandava se la sua rivolta sociale fosse violenta, Landini ha risposto: «violento è il governo che sta investendo nelle armi. Quando mai i sindacati non hanno operato in modo pacifico?». La rivolta sociale di Landini, insomma, è qualcosa a metà strada tra la rivolta programmata a tavolino e la protesta vagamente gandhiana, non violenta per il semplice fatto che Gandhi non era un emulo di Gesù Cristo ma dei borghesi inglesi, terrorizzato come tutti i borghesi che i lavoratori scavalcassero le sue rivendicazioni nient’affatto proletarie. E siccome Landini non è Gesù Cristo e nemmeno quel finto non violento di Gandhi, la sua rivolta sociale è solo un’esternazione da riformista che, come tutte le cose dei riformisti, non ha niente di reale.

Questo aspetto lo si vede ancora meglio nella sua concezione dello sciopero. Secondo Landini gli scioperi si potrebbero evitare: «Per impedire gli scioperi bisogna dare le risposte ai lavoratori, ai cittadini. Se il governo vuole evitarli, deve rinnovare i contratti, mettere le risorse necessarie e accettare il confronto con i sindacati, cosa che non sta facendo». Un po’ come dire: date una crocchetta ai cagnolini e i cagnolini smetteranno di abbaiare.

Sarebbe ingeneroso e assolutamente falso dire che Landini pensi i suoi tesserati come cani, ma è indubbio che pensi allo sciopero come qualcosa di avulso dalla dinamica viva della lotta di classe. La nostra concezione, quella marxista, perfettamente aderente alla lotta di classe così com’è, è l’esatto opposto: una rivendicazione conquistata, a noi serve da leva per accelerare la conquista della rivendicazione successiva. È il metodo degli obbiettivi transitori, concetto che non è semplicemente un’idea di Trotsky, ma la trascrizione su carta marxista della reale lotta di classe rivoluzionaria che è tale anche quando apparentemente sembra assopita. Nel riformista Landini, lo sciopero è chiamato, nella migliore delle ipotesi, in vista di stopparla, non per accompagnarla e tirarla. È in questo freno a monte che i Landini di tutti i tempi e le latitudini, non avendo altro orizzonte al di là di un capitalismo ideale, finiscono per transitarci, di manifestazione all’acqua di rose in manifestazione all’acqua di rose, nell’unico capitalismo reale che conosciamo: quello che peggiora le nostre condizioni di anno in anno anche grazie alle loro mobilitazioni testimoniali, a ricordo dell’ennesima sconfitta che stanno preparando.



Nota – Non vorremmo essere fraintesi - perché c'è sempre qualcuno che non vede l'ora di fraintedere! - nel 1956 ungherese noi sì che stavamo coi ragazzi ungheresi, non come i Pingitore che stavano comunque contro.

Lorenzo Mortara

Bonomi minaccia, Landini supplica

Mentre la borghesia italiana è tormentata dallo spettro di una rivolta sociale, la linea dei vertici della CGIL è quella di sedare tutto e di incoraggiare il padronato a procedere sulla via dello sfondamento antioperaio. I lavoratori hanno bisogno di una direzione alternativa

«Bonomi ha inoltre chiesto al Governo di agevolare «quel confronto leale e necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero giorni di lavoro settimanale e di settimane in questo 2020», «da definire in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali»» (Il Sole 24 Ore, 1 maggio).

Dunque il nuovo capo di Confindustria Carlo Bonomi ha festeggiato a modo suo la festa del lavoro. La nuova leadership del padronato non ha perso tempo. Non contento di aver prima moltiplicato i morti nel bergamasco in veste di capo di Assolombarda ponendo il veto sulla zona rossa, e poi di aver affrettato la ripartenza generale senza garanzie sanitarie in veste di capo di Confindustria, Carlo Bonomi mette ora il carico da novanta sulla prospettiva delle relazioni industriali. Non solo non fa il minimo cenno alle piattaforme contrattuali depositate a suo tempo dai sindacati, considerate ormai carta straccia, ma presenta la piattaforma generale dei padroni: mano libera su tutto “impresa per impresa”, fuori dalla contrattazione nazionale. Presa alla lettera, sembra la riproposizione generale della vecchia linea Marchionne, una linea di sfondamento antioperaio e antisindacale.

Le cose sono però un po' più complicate. Sicuramente il padronato vuole sfondare per fronteggiare la caduta dei profitti. Ma al tempo stesso teme un contraccolpo sociale, in termini di ripresa del conflitto in fabbrica e non solo. Non a caso mentre Bonomi sferra la sua provocazione sul quotidiano confindustriale, il Corriere della Sera esplicita una preoccupazione diffusa nei piani alti del capitalismo: «La domanda che dobbiamo porci in un Primo Maggio senza piazze è la seguente: la caduta del Pil fornirà benzina per una rivolta sociale?» (Corriere della Sera, 1 maggio). Una rivolta sociale: questo è lo spettro che tormenta la borghesia italiana. E la tormenta proprio perché i padroni hanno ben chiaro sia la portata drammatica della crisi sia le misure antioperaie che hanno intenzione di attuare. Come sminare il terreno del conflitto disinnescando la miccia di una reazione operaia?

Qui entra in gioco la burocrazia sindacale, ed in particolare la burocrazia CGIL. Lo stesso Bonomi che minaccia sfracelli contro i contratti nazionali ricorre ai protocolli d'intesa con Maurizio Landini sulla ripartenza delle fabbriche, perché ha bisogno di coprirsi le spalle per sventare scioperi e cause legali. Il sindacato serve ai padroni se fa lavorare gli operai evitando conflitti, non se lotta e contratta a difesa dei lavoratori. Questo secondo sindacato, il sindacato vero, Bonomi vorrebbe toglierselo definitivamente dai piedi. Mentre col primo sindacato gli accordi li fa eccome, anzi li sollecita: "Chiediamo al governo di agevolare... ecc ecc".

Il guaio è che il sindacato complice è purtroppo quello che viene rivendicato il Primo maggio dal segretario della CGIL, Maurizio Landini.
«L’Italia è l’unico Paese in cui tutti i sindacati e tutte le associazioni degli imprenditori hanno firmato un protocollo sulla sicurezza sul lavoro e sui criteri per la ripresa. Un protocollo tradotto in decreto dal governo. Un fatto importante che mi fa sperare in una svolta nel mondo del lavoro italiano» (Landini su La Repubblica, 1 maggio).

Ah sì, il protocollo è sicuramente «un fatto importante»... per i padroni come arma antisciopero. Quanto alla buona speranza in una svolta del mondo del lavoro, rivolgersi a Bonomi, quello che vuole seppellire i contratti nazionali.
La verità è che la burocrazia sindacale teme solo di essere scaricata. Per questo valorizza presso governo e padroni il proprio ruolo indispensabile di ammortizzatore del conflitto. Una linea subalterna, tanto più oggi suicida di fronte al nuovo corso di Confindustria. Di più: una linea subalterna che incoraggia Confindustria ad alzare la posta e il livello di attacco. Sino a quando reggerà questo gioco?

L'unica cosa certa è che di fronte alla tempesta sociale che si prepara i lavoratori e le lavoratrici hanno bisogno di una direzione alternativa che punti a organizzare le lotte, non a spegnerle. A unificarle, non a dividerle. Il costo di una direzione subalterna lo si è già pagato nel decennio scorso. Ora basta. Ora la svolta è necessaria davvero.
Partito Comunista dei Lavoratori