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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Tricolore in armi


 L’Italia aumenta l’export di armi del 157%, lungo la rotta del Piano Mattei

Grande festa sui mercati dell’industria bellica. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha aumentato l’esportazione di armi del 157%. Il maggior incremento percentuale su scala mondiale.

Rivelatrice è la rotta dell’export italiano. «Il 59% delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente , il 16% è andato in Asia e Oceania, il 13% in Europa» documenta Il Sole 24 Ore (10 marzo). Dunque la stragrande maggioranza dell’export militare non è andato “all’Ucraina”, come magari pensa qualche sprovveduto campista. È andato in misura preponderante a Israele, Egitto e monarchie del Golfo. È la rotta dell’imperialismo italiano, è la rotta del piano Mattei.

Le armi non sono solo procacciatrici di profitti per azionisti e mercanti del settore. Tracciano anche aree di influenza, lubrificano relazioni diplomatiche. L’Italia si muove da tempo in direzione dell’ampliamento del proprio raggio di affari e relazioni in Medio Oriente. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri seguono ed ispirano il tracciato, a danno per lo più della Francia, e con sponda americana. Questa rotta non è stata inventata da Meloni. Ha almeno dieci anni di lavorio alle spalle, con i contributi del governo Renzi (Arabia Saudita), Gentiloni-Minniti (Nord Africa), Draghi (Golfo). È vero invece che il governo Meloni ha dato un assetto più complessivo e sistemico al disegno. Anche per legittimarsi presso il grande capitale italiano e raccogliere i suoi favori. Trasversali.

Non a caso la grande stampa borghese del gruppo GEDI (La Stampa e Repubblica) come quella del gruppo Cairo (Corriere della Sera) ha lustrato il piano Mattei, anche al di là del proprio posizionamento politico verso il governo. Come non è un caso che i partiti borghesi dell’opposizione liberale, PD e M5S, abbiano votato a favore della missione navale in Golfo Persico, contro gli houthi e al fianco di Israele, assieme a Meloni, in pieno genocidio. Una missione militare tuttora operativa ed anzi pericolosamente rafforzata di cui nessuna “opposizione” in Parlamento, guarda caso, reclama la revoca. Neppure in presenza della nuova guerra sionista americana, e della minacciata riapertura manu militari del Canale di Hormuz da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia.

Sì, il Board of Peace ha diviso il fronte borghese. La tavola trumpiana è troppo grottesca e provocatoria, troppo divisiva verso la UE, per essere accettata dagli europeisti liberali in Italia. Ma attenzione: un conto è la tavola, e un conto è il menù. E il menù sono gli interessi superiori dell’imperialismo italiano, quelli che vanno al di là di ogni confine politico.

Una coalizione liberale di centrosinistra che si candida ad alternanza di sistema non romperà mai con lo Stato sionista, con le monarchie petrolifere, con l’industria bellica, con la loro rotta d’affari. Il piano coloniale di Trump a settembre non vide un solo voto contrario nel Parlamento italiano. Ai vertici della Fondazione Leonardo siedono uomini del PD o provenienti dalle sue file (Minniti). Nella Commissione Difesa il personale politico del PD è da sempre procacciatore d’affari per l’industria bellica, sia quando è al governo (Roberta Pinotti) sia quando è all’opposizione (Lorenzo Guerini). Quanto al “pacifista” Giuseppe Conte, ha anticipato il proprio sostegno ad una partecipazione italiana alla futura “forza di stabilizzazione” per Gaza, come al rafforzamento dei Carabinieri in Cisgiordania quali formatori della polizia palestinese (collaborazionista) di Abu Mazen («l’Italia potrebbe svolgere un ruolo a Gaza, abbiamo dei professionisti apprezzati sempre in tutto il mondo»)Giorgia Meloni ha significativamente dichiarato che quel passaggio potrebbe registrare un voto unanime del Parlamento.

L’esperienza dimostra che non si può rompere con l’industria bellica e col militarismo coloniale senza rompere con il capitalismo e l’imperialismo italiano. Il fatto che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica sia oggi avanzata in Italia dal solo Partito Comunista dei Lavoratori ci parla non solo della subalternità della sinistra, ma anche dell’attualità di una sinistra rivoluzionaria quale strumento di lotta coerente contro la guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori

La corsa alle armi dell'Unione Europea

 


Gli inganni dell'europeismo imperialista nel nuovo quadro mondiale. Per una Europa socialista, quale unica vera alternativa

La svolta in corso delle relazioni mondiali pone gli imperialismi europei di fronte a una nuova sfida. Se l'imperialismo USA apre all'imperialismo russo, rompendo l'asse tradizionale transatlantico, gli imperialismi europei devono provvedere in forme nuove alle proprie necessità militari. È il senso dell'appello al “riarmo” dell'Europa pronunciato con tono solenne dalla Presidente della Commissione UE.

L'espressione “riarmo”, in sé, è ridicola. Gli imperialismi europei sono tutt'altro che “disarmati”.
I tempi del disinvestimento nella spesa militare, successivi al crollo del Muro di Berlino, sono ormai lontani. I bilanci militari degli stati europei sono in espansione da almeno un decennio. La soglia del 2% del PIL per le spese della difesa è stato indicato da tempo dall'imperialismo USA come traguardo minimo per tutti i paesi della NATO. E tutti i paesi della NATO, sotto qualsivoglia governo, si sono mossi in questa direzione. La guerra russa in Ucraina a partire dal 2022 ha naturalmente costituito un fattore di accelerazione.


LA SVOLTA DI TRUMP, UN NUOVO BANCO DI PROVA PER GLI IMPERIALISMI EUROPEI

Tuttavia la svolta di Trump pone oggi l'esigenza di un salto qualitativo. Non si tratta più di rimpinguare gli arsenali militari per compensare gli “aiuti” forniti a Zelensky. Si tratta di rispondere all'annuncio di un disimpegno americano dal fronte europeo. È un annuncio ancora indeterminato nella sua portata quantitativa, nel suo riflesso strategico sulle relazioni interne alla NATO, nelle sue conseguenze di prospettiva sulla stessa tenuta dell'Alleanza Atlantica. E tuttavia è chiarissima la nuova direzione di marcia. Donald Trump ha dichiarato che l'imperialismo USA vuole ridimensionare la propria presenza in Europa per concentrarsi sul confronto strategico con la Cina. Per questo apre all'imperialismo russo. Per questo cerca di separare la Russia dalla Cina, offrendogli in cambio non solo l'Ucraina ma un ruolo globale nella spartizione del mondo. Esattamente il ruolo cui Putin aspira.

Gli imperialismi europei avevano messo nel conto il fatto che una nuova amministrazione Trump avrebbe creato problemi sul terreno delle relazioni con l'Europa. Ma non si attendevano una svolta tanto radicale e tanto rapida.
Da tempo il capitalismo europeo viveva una propria emarginazione di ruolo nella concorrenza politica e di mercato tra la vecchia potenza americana e la nuova potenza cinese. Ma la copertura militare americana appariva scontata. Per assicurarsi la continuità di tale copertura, gli imperialismi europei hanno osservato la disciplina della NATO e la sua direzione americana in tutte le scelte di fondo, a volte anche al di là dei propri specifici interessi, o obtorto collo: nelle guerre d'invasione cosiddette umanitarie (Afghanistan, Iraq), nell'indirizzo dei bilanci militari, nel posizionamento politico di fondo sui diversi scacchieri dello scenario mondiale. Incassando come contropartita il proprio coinvolgimento, fosse pure di seconda linea, nella politica imperialistica dell'Occidente. E soprattutto una rendita di posizione geostrategica nel rapporto di forza con le nuove potenze imperialiste (Cina, Russia).


LA REAZIONE PANICA DELLE CANCELLERIE EUROPEE

Ora tutto sembra precipitare, con una drammatica accelerazione. Da qui la reazione panica delle cancellerie europee e la loro affannosa corsa al “riarmo”. Non si tratta della scelta della terza guerra mondiale da parte dell'Unione Europea, come dicono gli sciocchi di diversa osservanza, di fatto alla coda di Putin e/o di Trump e delle rispettive propagande. Si tratta della ricostruzione di una deterrenza militare dell'imperialismo europeo nella nuova stagione del militarismo mondiale.

Le relazioni imperialiste si basano sui rapporti di forza. E i rapporti di forza non sono solo economici e finanziari, ma anche militari.
La forza militare degli imperialismi europei, su scala globale, è stata sinora garantita dalla NATO. Solamente dalla NATO? No. Ogni stato nazionale imperialista dispone di un proprio specifico peso, in rapporto alle proprie dotazioni militari, alla loro esperienza e tradizione, alla loro sperimentazione sul campo. La dotazione nucleare di Francia e Gran Bretagna, ad esempio, concorre a misurare il loro status nella politica internazionale, anche all'interno del vecchio continente. E non a caso tutti gli imperialismi europei, Italia in testa, si contendono le rispettive aree di influenza (Balcani, Nord Africa, Africa subsahariana e Medio Oriente) anche e innanzitutto irrobustendo le proprie tecnologie militari.
E tuttavia è stata l'appartenenza alla NATO, e con essa la protezione americana, la garanzia di ultima istanza degli imperialismi europei. E ora? Se gli USA vanno via, che ne sarà dei baltici? La spartizione annunciata dell'Ucraina tra USA e Russia innescherà l'effetto domino di una più ampia spartizione nell'Est Europeo? Queste, ed altre, sono le preoccupazioni dei piani alti della borghesia europea e dei loro stati maggiori.


“CARNIVORI E VEGETARIANI”. AMBIZIONI E LIMITI DELL'EUROPEISMO IMPERIALISTA

In un mondo di carnivori non possiamo fare i vegetariani” ha ripetutamente affermato Mario Draghi. Dal punto di vista imperialista è una considerazione fondata. Se le grandi potenze si candidano alla spartizione del mondo in ragione innanzitutto della propria forza militare, non vi è futuro per gli imperialismi europei senza la ricostruzione di una propria potenza in armi. E una potenza in armi si accompagna, a sua volta, alla suggestione di una unificazione dell'Europa.

L'unica vera risposta alla svolta di Trump passa per lo sviluppo dell'Unione Europea in direzione di uno stato federale, affermano in coro in queste ore le mille voci dell'europeismo borghese. C'è però uno spiacevole dettaglio: la soluzione federale è incompatibile con la natura nazionale dei diversi imperialismi europei, nelle loro diverse radici, tradizioni, aree di influenza, competizione di interessi. I loro stessi apparati militari si contendono furiosamente commesse e spazi di mercato, gli uni contro gli altri armati. La Francia è europeista solo se si tratta di una Europa a trazione francese (e nucleare). La Germania non vuole subordinarsi alla Francia, e punta sempre più apertamente a un grande rilancio militare in proprio. L'Italia lustra i gioielli della propria industria bellica (Leonardo, Fincantieri) spesso in cordata con la Gran Bretagna, compete con la Germania per l'egemonia sui Balcani, e vuole capitalizzare lo sfaldamento dell'influenza della Francia in Africa (piano Mattei). Come possono questi diversi interessi comporsi sotto un unico tetto?


800 MILIARDI IN ARMAMENTI. CHI PAGA E CHI INCASSA. LA CONTRADDIZIONE TRA I DIVERSI INTERESSI NAZIONALI

Il progetto di riarmo di Von Der Leyen riflette nel suo stesso impianto la divaricazione dei diversi interessi nazionali. La Germania si è opposta a un ulteriore ricorso all'indebitamento europeo per finanziare le nuove spese militari. Gli (scandalosi) 800 miliardi in armamenti che sono stati evocati sono in larga misura affidati ai diversi bilanci nazionali (per la cifra di 650 miliardi in quattro anni). È vero che le spese nazionali in armi vengono svincolate dal Patto di stabilità (a differenza delle spese in sanità o in istruzione!), e possono accrescersi dell' 1,5% del PIL. Ma... «c'è il rischio di accentuare le differenze tra i Paesi membri che hanno spazio di manovra e quelli che sono già molto indebitati» osserva il quotidiano della nostra Confindustria (5 marzo). Preoccupato che l'Italia resti indietro rispetto agli altri concorrenti europei, anche in fatto di armamenti. In compenso, Von Der Leyen garantisce ai governi della UE la possibilità di convertire in spese militari... i “fondi europei di coesione sociale” destinati alle aree svantaggiate e depresse del continente. Come dire che il Mezzogiorno italiano pagherà le nuove spese in armi del governo Meloni-Crosetto.

La verità è che dentro il quadro capitalista l'unificazione europea sarà o impossibile o reazionaria. Così scriveva Lenin nel 1915, durante la Grande Guerra. E aveva ragione. L'attuale scenario europeo è emblematico. Da un lato, i diversi imperialismi della UE non possono creare uno stato federale paneuropeo, avviluppati come sono nelle loro insuperabili contraddizioni nazionali, tanto più a fronte dell'ascesa al loro interno delle (peggiori) forze sovraniste. Dall'altro lato, tutti i progetti europeisti, sulla attuali basi capitaliste, comportano lo sviluppo del militarismo imperialista, a spese dei lavoratori, delle lavoratrici, di tutti gli sfruttati.


L'INGANNO DELL'EUROPEISMO LIBERALE. LA SUBALTERNITÀ DELLE SINISTRE RIFORMISTE

L'idea di una Europa “autonoma dagli USA”, e per questo “potenza di pace”, ricorre frequentemente nella retorica progressista delle sinistre riformiste. Ma si tratta di un capovolgimento ideologico della realtà. Una Europa capitalista autonoma dagli USA può essere solo una potenza in armi. Non meno armata, ma più armata. Una potenza “carnivora” tra potenze “carnivore”. Una potenza che lotta contro altre potenze per la spartizione del pianeta.

Il mondo multipolare quale garanzia di pace è una ingenua illusione o una consapevole mistificazione. È proprio la moltiplicazione dei poli imperialisti, in lotta tra loro per la spartizione del mondo, ad accrescere la spinta verso la guerra. Il riarmo dell'Europa, quale replica al disimpegno di Trump, è solo un ulteriore rafforzamento di questa linea di tendenza internazionale. La prenotazione di un altro posto a tavola nella suddivisione del pianeta.

I “progetti segreti” di riconversione militare dell'industria automobilistica italiana, rivelati dal Corriere della Sera (1 marzo), sono al riguardo eloquenti circa l'attuale tendenza europea. «La Germania sta riconvertendo in armamenti, preparandosi a spendere duecento miliardi, l'Italia deve adeguarsi per non perdere la filiera» dichiara testualmente il quotidiano di Banca Intesa (citando Giorgia Meloni). Produrre carri armati al posto di auto sicuramente risponde al trionfo in Borsa di tutte le azioni del comparto bellico. Ma non è esattamente una riconversione di “pace”. È la partecipazione alla corsa verso una prospettiva storica di guerra.

Tuttavia, fortunatamente, questi progetti di riarmo hanno un problema: l'aperta diffidenza o ostilità di larga parte delle opinioni pubbliche europee. In particolare tra quelle masse lavoratrici prima colpite da compressione dei salari e tagli sociali nel nome del “progresso”, ed oggi chiamate a pagare di tasca propria la corsa agli armamenti nel nome della difesa della Patria, sia essa nazionale o europea. Ieri come oggi, nell'esclusivo interesse dei capitalisti e dei loro profitti.


PER UNA EUROPA SOCIALISTA, QUALE UNICA ALTERNATIVA DI PACE

Per questo ci battiamo contro ogni riarmo imperialista, nazionale, europeo, mondiale. Contro ogni NATO, vecchia o nuova. Contro ogni economia di guerra. Contro ogni aumento delle spese militari, e anzi per il loro abbattimento, a vantaggio innanzitutto di sanità ed istruzione. Per la nazionalizzazione senza indennizzo di tutta l'industria bellica sotto il controllo dei lavoratori.

La lotta per la pace o è lotta contro ogni l'imperialismo, a partire dal proprio, o non è.
Il problema non è armare l'Europa, ma disarmare la borghesia europea. Ciò che solo una rivoluzione sociale potrà fare.

L'unica possibile Europa di pace è quella governata dai lavoratori e dalle lavoratrici. Una Europa socialista. L'unica che possa unificarsi su basi progressive. L'unica che possa schierarsi al fianco di tutti i popoli oppressi e del loro diritto di resistenza, senza scopi di rapina. L'unica che possa incoraggiare la ribellione delle masse lavoratrici dell' America, della Russia, della Cina, contro i propri imperialismi, le loro guerre, le loro politiche coloniali.

Partito Comunista dei Lavoratori

La nostra Africa

 


La vera natura del Piano Mattei

31 Gennaio 2024

Il governo Meloni sventola il Piano Mattei. Le opposizioni borghesi liberali (PD, M5S, Azione) criticano l'insufficienza dei mezzi e le modalità operative, ma condividono i suoi obiettivi. In definitiva tutti i partiti borghesi e l'intera stampa padronale salutano la proiezione in Africa come occasione storica dell'Italia. Vediamo allora di cosa si tratta.

L'Africa è oggi un terreno strategico della competizione sfrenata fra i poli imperialisti, vecchi e nuovi. Non è un caso. La sua popolazione ha un tasso di crescita senza paragoni al mondo. L'età media è bassissima. La riserva di manodopera a basso costo è potenzialmente immensa. Le materie prime di cui l'Africa dispone, sia nel campo delle energie fossili che in quello delle nuove materie prime (litio e cobalto in primis), rappresentano una ricchezza sterminata. La superficie di terra non coltivata – 40% – non ha pari in altri continenti. La corsa all'Africa ha qui le sue prime ragioni materiali.

Seguono le ragioni politiche e strategiche. Le vecchie potenze imperialiste di tradizione coloniale, a partire dalla Francia, hanno subito lo sfaldamento della propria area di influenza e controllo. Le nuove potenze imperialiste, Cina e Russia, nel corso dell'ultimo decennio hanno allargato a dismisura la propria presenza nel continente: la Cina investendo prevalentemente in infrastrutture (Nuova Via della Seta), la Russia offrendo protezioni militari e diplomatiche (Burkina Faso, Mali, Repubblica Centrafricana, Niger). Gli Stati Uniti e l'Unione Europea cercano ora uno spazio di recupero.

L'Italia si candida a paese pivot dell'impresa. L'imperialismo italiano gioca una partita multipla: si offre agli USA come alleato affidabile, senza le posture grandeur dell'imperialismo francese; cerca di rimpiazzare la Francia nell'Africa subsahariana capitalizzando in proprio il suo declino; si presenta in sede UE come naturale apripista di un rilancio europeo in Africa, e come crocevia strategico in fatto di rifornimenti energetici (Italia come hub del gas nel Mediterraneo). Il Piano Mattei è la leva centrale dell'operazione. Il protagonismo dell'Italia nella missione navale nel Mar Rosso, il nuovo investimento nel militarismo italiano annunciato dal ministro Crosetto rientrano in questa politica estera.

Il Piano Mattei è fortemente centralizzato nella sua struttura di comando. La presidenza del Consiglio dei Ministri capeggia la sua cabina di regia. Il PD contesta questa modalità di gestione perché taglia fuori strutture e ambienti dell'alta burocrazia statale, nel campo della cooperazione e degli affari esteri, con cui il PD ha tradizionalmente buone entrature. Ma non è questo che interessa a noi. A noi interessa il contenuto della missione. Un contenuto classicamente imperialista.

All'incontro con venticinque capi di stato africani sedevano non a caso i gioielli di famiglia del capitalismo italiano. ENI, ENEL, Fincantieri, Leonardo, SNAM, Terna, ACEA, Salini Impregilo. ENI svolge il ruolo centrale. Si tratta della principale azienda straniera operante nel continente africano. Il suo obiettivo è estendere il controllo su giacimenti di gas e petrolio, dall'Algeria al Mozambico all'Angola, o strappando nuove concessioni da gestire in proprio o attraverso accordi di cartello con aziende locali (come la Sonatrach algerina). L'essenziale è evitare che se ne approprino concorrenti.

Tra marzo 2022 e maggio 2023 ENI ha realizzato in Africa ben undici intese strategiche (Benin, Egitto, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico, due intese rispettivamente in Libia, Algeria, Angola). L'azienda sbandiera la propria disponibilità a lasciare al mercato domestico il 90% del gas che produce in Africa e nel mondo, secondo le parole di Descalzi. Balle. Sono le promesse che ENI sventola da decenni, puntualmente smentite dalla stessa composizione della bilancia commerciale italiana e dall'immiserimento progressivo dei paesi ospitanti. Peraltro nel caso neppure consultati, come ha dichiarato, a denti stretti, il presidente dell'Unione Africana Moussa Faki. La coltivazione estensiva di biocarburanti è un altro aspetto della missione ENI. La ottiene o strappando la concessione di terre incolte, sottratte così alla produzione agricola, o attraverso l'esproprio indotto di contadini e terre ad altro adibite. Nell'un caso come nell'altro una spoliazione di ricchezza in un continente già segnato dalla fame.

È la stessa logica predatoria che presiede l'azione del capitalismo italiano in altri settori. Operano in Africa 1600 imprese italiane, in segmenti che vanno dai prodotti chimici ai macchinari alle infrastrutture. Nel campo delle infrastrutture domina il gruppo Salini Impregilo, impegnato in particolare nel settore idroelettrico. Le sue dighe in Etiopia sono oggetto di contestazione da parte di contadini poveri, privati per questa via dell'accesso all'acqua per le proprie colture. Ed è solo un esempio tra i tanti.

Il debito è una leva centrale del Piano Mattei.
La questione del debito estero africano sta letteralmente esplodendo. Il debito estero continentale ammonta oggi a 655 miliardi di dollari (282 verso investitori privati, 223 verso organizzazioni multinazionali, 149 accordi bilaterali). Rappresenta un terzo del debito pubblico complessivo (1800 miliardi di dollari). È cresciuto di quasi il 200% tra il 2010 e il 2020. La recente impennata dei prezzi dei beni alimentari, che i paesi africani sono costretti a importare a causa del saccheggio cui sono sottoposti, ha ulteriormente pesato sulla loro bilancia dei pagamenti, e dunque sul debito estero. L'innalzamento generale dei tassi d'interesse ha fatto il resto. Ghana, Zambia, Etiopia hanno dichiarato il default. Kenya e Senegal seguono a ruota. Il solo pagamento degli interessi sul debito estero sta prosciugando le riserve valutarie del grosso dei paesi africani, a scapito di sanità, istruzione, servizi sociali, già disastrati.

Il Piano Mattei partecipa a questa rapina. I cinque miliardi stanziati – presi peraltro dal Fondo per il Clima e da quello di Cooperazione – si risolvono prevalentemente in prestiti. Cassa Depositi e Prestiti, SACE, SIMEST, sono tutte coinvolte nell'operazione, e per questo erano presenti all'incontro di Roma. L'Italia fa leva sulla disperazione finanziaria dei clienti africani per ottenere in cambio di prestiti importanti concessioni in fatto di giacimenti, terre, materie prime.
Il debito estero è insomma il nodo scorsoio dell'operazione.

Non c'è solo un utile economico. Il blocco delle migrazioni dall'Africa è l'altro obiettivo del Piano Mattei, a uso e consumo delle esigenze elettorali del governo, e di Fratelli d'Italia in particolare.
La retorica di Giorgia Meloni secondo cui lo sviluppo e prosperità garantiti all'Africa dal Piano provvederebbero a disincentivare le partenze appartiene al genere letterario dell'imperialismo umanitario, che ha alle spalle più di un secolo di storia. Storia di crimini e di sangue. La verità è esattamente opposta. La continuità della rapina dell'Africa, cui il Piano Mattei per la sua parte concorre, è una garanzia della continuità delle migrazioni. Proprio per questo il governo interviene sui paesi africani chiedendo loro, in cambio di prestiti, di bloccare militarmente i flussi con misure d'ordine e di polizia, e di predisporre sul proprio territorio i centri di detenzione dei migranti. È la logica dell'accordo Italia-Tunisia, e dell'accordo con la Turchia sul versante Haftar in Libia. È la logica dell'intesa fra Italia e Albania, oggi esportata in Africa.

Questo nuovo protagonismo italiano in politica estera non appartiene solo alla destra. Ha il sostegno di ambienti liberali e dei poteri decisivi dell'establishment. Il Corriere della Sera, La Stampa, e la rivista Limes in particolare, sono da tempo impegnati nel sollecitare una politica estera italiana all'altezza delle nuove sfide. Tutta la loro argomentazione si basa sul fatto che la politica mondiale ha ormai rotto gli argini delle vecchie diplomazie del dopoguerra, e che l'Italia deve riscoprire il proprio “interesse nazionale” dotandosi degli strumenti adatti, naturalmente entro il quadro della concertazione europea. La campagna favorevole alla nuova corsa agli armamenti dei paesi UE da parte di tutta la borghesia italiana muove da qui. Il piano Mattei è parte di un riposizionamento generale dell'imperialismo di casa nostra.

Solo una sinistra anticapitalista e rivoluzionaria può sviluppare nel movimento operaio l'opposizione all'imperialismo tricolore.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dove sono i soldi

 


L'impudenza del portavoce delle banche. La necessità della loro nazionalizzazione

Il Presidente dell'Associazione Bancaria Italiana (ABI), Antonio Patuelli, ha tuonato contro l'eccesso di spesa pubblica sulla stampa del Gruppo GEDI (La Stampa, 23 maggio). Il Sole 24 Ore la lanciato una campagna analoga denunciando la «dinamica incontrollata delle spese di assistenza sociale e pensionistiche». Si potrebbe dire che si tratta delle solite campagne padronali che da trent'anni hanno dettato a tutti i governi le peggiori terapie antioperaie. Ma c'è una differenza. Il rilancio della campagna padronale non avviene in un contesto di crisi ma in piena euforia dei profitti, come documentano gli stessi giornali padronali. Di più: proprio l'euforia dei profitti sospinge l'aumento dei prezzi, quello che falcidia i salari. Una dinamica europea. Persino la BCE calcola che nell'eurozona «il grosso della fiammata dei prezzi nella seconda metà del 2022 è stata determinata dall'incremento degli utili delle imprese» (Corriere della Sera, 22 maggio). Più chiaro di così.

L'euforia dei profitti attraversa diversi settori ma è clamoroso per le banche. Le prime venti banche europee hanno realizzato 56 miliardi di utili nel primo trimestre 2023. Sono in prima fila proprio le banche italiane, quelle rappresentate da Patuelli, quelle che in risposta all'alzata dei tassi della BCE hanno alzato i mutui variabili, per intenderci. Nel solo primo trimestre del 2023 le prime sei banche italiane hanno accumulato 8776 milioni di utili, quasi 9 miliardi, con un incremento medio del 56% rispetto all'analogo trimestre dell'anno precedente. Intesa San Paolo ha fatto meglio, con un aumento del 87,5. Per non parlare di Unicredit, i cui profitti nello stesso periodo sono passati da 274 milioni a 2,064 miliardi.

Naturalmente con l'incremento dei profitti è cresciuto il valore azionario dei rispettivi patrimoni in Borsa. Perché la maggiore redditività del capitale ha sospinto l'acquisto di azioni bancarie. facendone lievitare il valore. Dunque, più dividendi per gli azionisti, maggiore la loro ricchezza finanziaria.
Eppure nessuno si sogni di tassare i profitti, neppure quelli extra. «In dottrina non esiste la nozione di extraprofitti; qualora poi si volesse creare il neologismo si dovrebbe ammettere anche il suo contrario, le extraperdite», dichiara l'ineffabile Patuelli (23 maggio, La Stampa)

Bene. C'è una sola soluzione di svolta, all'insegna dell'igiene morale oltre che della giustizia sociale: nazionalizzare le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti.
Basta parassiti a carico di chi lavora!
Solo un governo dei lavoratori può realizzare questa misura. Non a caso fu attuata dalla Rivoluzione d'ottobre. A tutti coloro che dicono, anche a sinistra, che il bolscevismo è inattuale perché non tiene il passo coi tempi, ci spieghino cosa c'è di più attuale. Il problema è prenderne coscienza.
Il PCL vive e lavora per questo. In ogni lotta, in ogni movimento di resistenza.

Partito Comunista dei Lavoratori

RASSEGNA STAMPA (audio & video)

 

RASSEGNA STAMPA


1 ottobre - da il Resto del Carlino: 
Elezioni Bologna 2021, scontro su droga e tasse al confronto tra i candidati del Carlino

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/politica/elezioni-2021-confronto-candidati-sindaco-1.6864385


1 ottobre - Articolo apparso su Bologna Today: "Cara Bologna ti scrivo...": la lettera del candidato Federico Bacchiocchi alla città

https://www.bolognatoday.it/politica/elezioni/elezioni-bologna-2021/federico-bacchiocchi-candidato-bologna-comunali-amministrative-lettera.html



29 settembre - Intervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte comunali per l'economia


28 settembreIntervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte sulla salute"



27 settembre - Intervista andata in onda su Radio Città Fujiko nell'ambito della trasmissione "Una poltrona per otto: le proposte su ambiente e cambiamenti climatici"




  25 settembre: il Corriere - Bologna

https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/politica/21_settembre_25/comunali-bologna-elezioni-2021-programmi-candidati-la-citta-c4c6078c-1e34-11ec-b5ea-466513b8b436.shtml


  25 settembre: il Resto del carlino - Bologna

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/elezionicomunali/elezioni-2021-pcl-1.6844282











23 settembre: trasmissione Dedalus su E' Tv. L'intervento del candidato sindaco Federico Bacchiocchi dal minuto 43,10

https://e-tv.it/2021/09/24/dedalus-puntata-del-23-settembre-2021-ospiti-labanti-sermenghi-tosatto-e-bacchiocchi/




Elezioni Bologna: intervista al candidato sindaco Federico Bacchiocchi, Partito Comunista dei Lavoratori https://www.bolognatoday.it/politica/elezioni/elezioni-bologna-2021/federico-bacchiocchi-Partito-Comunista-Lavoratori-candidati-programma.html

Si chiama capitalismo, non liberismo

 


Come il quotidiano di Confindustria spiega la follia della società borghese

In tempi di Covid la stessa stampa borghese documenta l'accumulo di nuove povertà. Centinaia di migliaia di precari buttati su una strada, sei milioni di salari tagliati per via della cassa integrazione, fallimento di parte significativa del piccolo lavoro autonomo nel campo del commercio e della ristorazione...
Le immagini delle lunghe file di nuovi poveri davanti alle mense della Caritas sono uno specchio di tutto questo.

Di tutto questo non è responsabile la pandemia, ma l'organizzazione capitalista della società. La stessa che in nome del profitto ha devastato l'ambiente favorendo quei salti di specie che danno origine alle pandemie. La stessa che in nome del profitto ha smantellato per vent'anni i sistemi sanitari in tutto il mondo, rendendoli incapaci di fronteggiare l'epidemia. La stessa che in nome del profitto ha consegnato alle case farmaceutiche il monopolio della ricerca e della produzione di vaccini dando loro potere di vita e di morte sull'umanità intera. La stessa che in nome del profitto, e a causa dei tagli alla pubblica amministrazione, è incapace di organizzare in tempi decenti la vaccinazione di massa della popolazione, a partire dalle persone più anziane.

Nulla come l'esperienza della pandemia ha messo a nudo il fallimento di una società. Non del liberismo, ma del capitalismo.

La cultura liberalprogressista che ha fatto strage nella stessa sinistra “radicale” attribuisce al liberismo i mali del mondo. Per cui “correggiamo con l'intervento pubblico le ingiustizie del libero mercato!” e tutto in un modo o nell'altro si risolve. Questa pietosa illusione neoriformista, spesso spacciata per sano realismo contro l'utopismo rivoluzionario, ignora esattamente la realtà. La quale ci dice che mai come oggi l'intervento pubblico dilaga, in tutti i paesi e sotto tutti i governi. Semplicemente serve a gonfiare il portafoglio dei capitalisti a spese del resto della società.
Altro che liberismo! Siamo nel cuore del più gigantesco statalismo borghese che la storia del capitalismo ricordi. Miliardi presi dalle tasche dei proletari e finiti sul portafoglio degli azionisti.

Vediamo di cosa si tratta. In tutto il mondo gli stessi stati che hanno fatto a gara per abbattere le tasse sui profitti ricorrono a mani bassa all'indebitamento pubblico. Si vendono titoli pubblici alle banche, si travasa il grosso di quanto ricavato nelle tasche dei capitalisti, si promette il pagamento di debito e interessi alle banche che hanno comprato i titoli. Nel frattempo si offre alla banche la copertura delle garanzie pubbliche in modo che possano far credito ai capitalisti senza rischiare un centesimo. Banchieri e capitalisti incassano. Quanto al pagamento del debito e dei relativi interessi, ci penserà il resto della società negli anni a venire, a partire naturalmente dai salariati, privati e pubblici, gli stessi che già oggi sulla propria pelle pagano i costi sociali e sanitari della pandemia.

Pregiudizio ideologico, veteromarxismo? Si dia un'occhiata alla liquidità accumulata dalle grandi imprese nel 2020. Non parliamo delle imprese farmaceutiche, dei produttori di materiale informatico, di larga parte dell'agroindustria. Quelli, si sa, hanno fatto profitti a palate. Parliamo delle prime dieci grandi imprese italiane, appartenenti a tutti i settori. Nell'ordine: Stellantis, ENI, Ferrari, STMicroelectronics, CNh Industrial, Moncler, Campari, Amplifon. Ebbene in un solo anno, e per di più nell'anno maledetto della pandemia, hanno accumulato una riserva di liquidità di 54 (cinquantaquattro) miliardi. Un aumento sull'anno precedente del 36%. Cosa significa concretamente? Due cose. La prima è che hanno intascato un sacco di soldi. La seconda è che non li hanno investiti, li hanno – come si dice in gergo – tesaurizzati. Messi da parte. Accumulati.
Gli stessi che da mesi con Confindustria chiedono di poter licenziare per ristrutturare stanno facendo lo sciopero degli investimenti. Si tratterebbe, secondo Bankitalia, di un "risparmio precauzionale". Significa che non sapendo quale sarà il decorso della crisi e dell'eventuale ripresa, mettono fieno in cascina per il futuro. Di certo se intendono poter licenziare anche lavoratori a tempo indeterminato, dopo essersi già liberati di una buona massa di precari, vuol dire che non intendono assumere. Il fieno servirà per scalate azionarie, operazioni speculative, giochi di borsa, esportazioni di capitale su un mercato mondiale già segnato da nuovi grandi processi di concentrazione monopolista.

La domanda è semplice: da dove proviene nell'anno 2020 questa gigantesca massa di liquidità finita nelle tasche delle prime dieci imprese? Lo spiega il quotidiano di Confindustria: «abbondanza di credito sul mercato» e «garanzie statali» (Il Sole 24 Ore, 4 aprile). Le grandi imprese hanno incassato gratis dalle banche, coperte a loro volta dalle garanzie pubbliche dello Stato. Semplice, no?

Da una parte l'accumulo della povertà, dall'altro l'accumulo della ricchezza. Non è l'Ottocento, è l'oggi. Senza l'esproprio delle grandi imprese, senza il rovesciamento del loro Stato, senza un governo dei lavoratori, non c'è via d'uscita. La soluzione non è l'antiliberismo, la soluzione è la rivoluzione e il socialismo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una Libia per l'ENI

 


Di Maio scorta Descalzi a Tripoli. L'imperialismo italiano alla riscossa

24 Marzo 2021

L'amministrazione delegato dell'ENI, appena assolto per un reato di tangenti, si è precipitato in Libia. Il Corriere della Sera, di proprietà Intesa Sanpaolo, titola festoso: «Il premier libico riceve Descalzi: «Riparte l'amicizia»».
In realtà l'amicizia tra ENI e Libia non era mai finita. Con buona pace dei sovranisti terzomondisti di casa nostra, ENI aveva ottime relazioni con Gheddafi, e Gheddafi con ENI. Il trattato di amicizia tra il governo Berlusconi e Gheddafi nel 2008, con tanto di amazzoni al seguito, era stato sponsorizzato innanzitutto da ENI. L'attuale premier libico di unità nazionale, Dadaiba, sostenuto dalle potenze imperialiste d'Occidente, è un vecchio imprenditore arricchitosi in epoca Gheddafi. È emerso dalla polvere della guerra civile proprio per le radici e le relazioni accumulate nella sua lunga esperienza nel mondo degli affari all'ombra di Mu'ammar. Di affari ha parlato oggi con ENI.

L'ENI non è solo la più grande azienda straniera in tutto il continente africano, ma anche la prima azienda in Libia. L'azienda che occupa il maggior numero di lavoratori libici. In altri termini, il primo padrone in Libia è italiano. Un padrone “a casa loro”.
L'azienda ha avuto, come tutte, le sue difficoltà in Libia dopo il 2010. Fosse stato per ENI, avrebbe continuato a far affari con Gheddafi, perché ordine e disciplina erano garantiti dal Colonnello, con la relativa regolarità dei profitti. Ma quando la rivoluzione araba si è rivolta contro Gheddafi, l'imperialismo francese per interessi propri trascinò l'intervento militare europeo, inclusa una Italia recalcitrante perché sentiva che non era il suo gioco. Si aprì una lunga stagione di instabilità interna e di disgregazione delle strutture statali della Libia. La Francia alla fine si è trovata a bocca asciutta, perché è salita sul cavallo sbagliato (Haftar). Russia e Turchia hanno trovato invece uno spazio insperato. L'Italia sembrava in ogni caso la grande sconfitta della vicenda libica.

Ma ora è il momento atteso della riscossa tricolore. Il nuovo premier libico sa di non avere chance negoziali con Russia e Turchia, in larga parte padrone della scena. Ha un'unica possibile sponda per restare in sella ed evitare la sorte toccata ad al-Serraj: la sponda italiana, cioè la sponda ENI.
L'ENI non ha mai cessato di operare in Libia, neppure nei momenti più difficili. Fornisce il gas, raffina il petrolio libico. La ripresa della produzione petrolifera – da mezzo milione a 1,3 milioni di barili quotidiani – è in buona parte di marchio ENI. L'azienda punta ora a «rilanciare i suoi programmi di ricerca di nuovi giacimenti di gas e petrolio nel deserto e offshore, oltre al rafforzamento di quelli esistenti a El Feel, 800 chilometri a sud di Tripoli, a Abu-Attifel, in Cirenaica, e a Mellita, presso il confine tunisino.» (Corriere della Sera, 22 marzo).

Ma l'ENI non si presenta certo a mani vuote. Porta con sé il ministro degli Esteri Di Maio, che – ci informa il Corriere – «si è fatto interprete politico di queste opportunità». Le opportunità dell'ENI, si intende. Ma non solo. Salini Impregilo è interessata alla costruzione dell'autostrada costiera e alla ricostruzione dell'aeroporto internazionale di Tripoli, su cui battono cassa le imprese turche. Lo scontro fra ambizioni ottomane e rivincita italiana passa anche da qui, dalla spartizione del business della ricostruzione, su cui si affacciano peraltro anche interessi francesi e tedeschi. Non a caso Di Maio tornerà a Tripoli giovedì insieme ai ministri degli esteri di Francia e Germania. L'Italia si candida a capotavola degli interessi occidentali in Libia per recuperarla alla propria area di influenza.

Il Corriere festeggia il tutto perché per anni ha perorato la causa dell'interesse italiano in Libia. Ha una sola preoccupazione: «Ma ci sarà la stabilità necessaria? Banditi, mercenari e milizie garantiranno il ritorno dei tecnici italiani?».
Di certo “banditi, mercenari, milizie” libiche continuano ad essere finanziati dallo Stato italiano per segregare i migranti, tra stupri, torture, sequestri, senza che il Corriere batta ciglio. Evidentemente l'unica “stabilità” che interessa a Banca Sanpaolo è la stessa che interessa a ENI. Quella che, in fondo, assicurava Gheddafi. Vecchia nostalgia canaglia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Italia e Qatar, armi e schiavitù operaia. Le confessioni di Corriere e Sole 24 Ore

 


Ci sono giorni in cui la stampa borghese documenta involontariamente la natura del capitalismo. Nello specifico, del proprio capitalismo, quello da cui è finanziata e da cui dipende. Oggi è uno di questi giorni.



UNA CLASSE OPERAIA IN SCHIAVITÙ

Il Corriere della Sera del 24 febbraio nella sua pagina esteri titola: «Qatar, il censimento della vergogna: 6750 morti nei cantieri dei mondiali». L'articolo riprende la documentazione del britannico Guardian circa la condizione di centinaia di migliaia di lavoratori in Qatar, impiegati nel piano gigantesco di infrastrutture promosso dal regime in vista dei campionati mondiali di calcio (novembre-dicembre 2022). Si tratta nella grande maggioranza di operai immigrati di provenienza asiatica o africana, che cercano di fuggire dalla miseria dei propri paesi, raggranellare un gruzzolo e girarlo come rimessa a sostegno delle rispettive famiglie. India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, ma soprattutto le Filippine e il Kenya: sono questi i paesi che offrono braccia al Qatar. Più precisamente ai colossi mondiali delle costruzioni, in particolare europei e cinesi, intrecciati con la borghesia locale in una fitta rete di interessi. Il gruppo italiano Salini Impregilo è in prima fila nella costruzione dello stadio e della metropolitana di Doha. Renzi come Presidente del Consiglio, e poi il Ministro degli Esteri Di Maio, hanno trattato direttamente questo e altri affari con Sua Altezza lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, l'emiro onnipotente del Qatar.

Il trattamento riservato ai lavoratori è disumano: gli operai vengono letteralmente sequestrati; giunti in Qatar vengono privati del passaporto e dunque resi prigionieri; gli orari di lavoro raggiungono le 12 ore giornaliere, per salari di pura sussistenza. Manca naturalmente ogni normativa sindacale e di sicurezza. In queste condizioni sono morti in dieci anni seimilasettecentocinquanta lavoratori, per lo più rimasti sepolti sotto il crollo delle impalcature. Le loro famiglie hanno dovuto tribolare per ottenere il ritorno delle salme, e non sempre con successo.
Le abitazioni operaie sono baracche di lamiera e tuguri malsani dove si ammassano in un paio di stanze gli uni sugli altri decine di lavoratori. La sola periferia di Doha, capitale del Qatar, concentra la maggioranza di questi tuguri, spesso lontani dai luoghi di lavoro. L'assistenza sanitaria, inutile a dirsi, è praticamente assente.

Domanda: come è possibile che in queste condizioni la FIFA abbia potuto assegnare al Qatar nel 2010 i campionati mondiali del 2022? La risposta, scontata, è che il calcio in quanto sport ha ben poco a che fare col Qatar, mentre vi hanno molto a che fare le potenze imperialiste di diverso segno interessate al grande gioco del Medio Oriente.


L'ITALIA ARMA IL QATAR

Ora capita che proprio nello stesso giorno, 24 febbraio, il quotidiano di Confindustria titoli: «Qatar, secondo mercato per l'Italia». Si parla di esportazione delle armi. Armi tricolori, di cui l'Italia mena gran vanto.

Si apprende che nell'ultimo quinquennio il Qatar si sia affermato, subito dopo il Kuwait, come il principale destinatario di armi italiane, per oltre sette miliardi di commesse. Fincantieri ha ottenuto in semimonopolio la costruzione della Marina di guerra del Qatar. Il gruppo Leonardo lo rifornisce di elicotteri militari. Il gruppo MBDA si occupa della sua difesa costiera e del rifornimento di batterie di missili per le navi. Queste attrezzature, diciamo così, non riguardano direttamente i mondiali del pallone. Ma certo riguardano lo sviluppo della potenza qatarina e il suo peso specifico in Medio Oriente. La rotta di collisione tra Arabia Saudita e Iran, in lotta tra loro per l'egemonia regionale, chiede al Qatar di tenersi pronto ad ogni evenienza. Missili e navi da guerra servono esattamente a questo.

Domanda: perché il “democratico” imperialismo italiano arma fino ai denti un paese che schiavizza milioni di operai? Per la stessa ragione per cui arma l'Egitto di al-Sisi, che ha massacrato Regeni, vendendogli fregate militari. Per rafforzare una propria area di influenza in Medio Oriente e partecipare al banchetto della sua spartizione, evitando che qualche boccone di troppo finisca magari alla Francia.

Altro che difesa della sovranità italiana contro il commissariamento della UE, come dicono i sovranisti di sinistra in casa nostra. L'imperialismo italiano è già sovranamente impegnato a tutelare i propri interessi in casa d'altri. Ha subito la perdita di controllo sulla Libia a vantaggio di Erdogan e dell'imperialismo russo. Ora intende rifarsi. Se arma il Qatar è anche per questo.
Del resto: non è proprio il Corriere della Sera a insistere da un paio d'anni sul necessario recupero della presenza italiana nei teatri che contano, con lo sguardo rivolto alla concorrenza francese? È la linea editoriale di Banca San Paolo, grande azionista del Corriere, sicuramente sensibile ai “sovrani” interessi di ENI. Il «censimento della vergogna» con riferimento al Qatar va dunque fatto innanzitutto su Via Solferino.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'uccisione dell'ambasciatore italiano e l'ipocrisia dell'imperialismo tricolore

 


L'uccisione in Congo dell'ambasciatore italiano e del carabiniere di scorta, per responsabilità ancora ignote, occupa in queste ore l'informazione pubblica. Molti sono i riferimenti alla storia professionale e di vita delle due vittime. Spicca su tutte la nota diffusa da Elisabetta Belloni, segretario generale della Farnesina: «L’Ambasciatore d'Italia nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, e il Carabiniere Vittorio Iacovacci sono rimasti vittime di una violenza che non riusciamo a capire e ad accettare. Un diplomatico e un carabiniere sono morti insieme, in un Paese lontano dove lavoravano al servizio dell’Italia.» (Corriere della Sera, 23 febbraio).


Domanda: qual è invece la violenza che il ministero degli Esteri riesce ad «accettare e capire» in Congo? I milioni di bambini di sette-otto anni che lavorano per 12 ore al giorno nelle miniere congolesi sotto il controllo delle multinazionali? Oppure le bambine di undici anni ammassate nei bordelli delle bidonville minerarie del Paese? Oppure il più alto tasso di stupri al mondo registrato proprio nella Repubblica “Democratica” del Congo? L'indignazione del Ministero degli Esteri scatta evidentemente a corrente alternata.


IL CRIMINE IN CONGO

La Stampa (FCA) parla oggi del Congo, in un suo commosso editoriale, come di un «paese sfortunato». Ipocrita! Si tratta di un paese saccheggiato proprio in ragione delle sue fortune. Il cobalto è la materia prima che sorregge l'intera produzione informatica. La rivoluzione annunciata dell'auto elettrica è affidata al cobalto. Il Congo concentra nella propria terra il 60% del cobalto prodotto nel mondo. È un tasso di concentrazione territoriale che non ha punti di paragone con nessuna altra materia prima sull'intero pianeta. Tutto questo spiega perché il Congo è terra di conquista e di spartizione tra tutte le potenze imperialiste. La Cina controlla da sola con proprie società il 50% del cobalto congolese. Il resto è spartito tra colossi USA ed europei. Apple, Daimer, Huawei, Lenovo, Microsoft, Sony, Vodafone, Volkswagen... tutte le grandi multinazionali del mondo intero attingono al pozzo del Congo. O dispongono direttamente di proprie miniere o si riforniscono da miniere artigianali messe su da signorotti locali che sfruttano manodopera schiavile.
Questo per parlare solo del cobalto. Ma il Congo ha anche invidiabili giacimenti di coltan, oro, diamanti, cassiterite, manganese, argento, zinco, uranio, petrolio. L'italianissima ENI, che è la principale azienda straniera in Africa, ha in Congo propri giacimenti.

Ognuna di queste materie prime trascina una guerra per l'accaparramento senza risparmio di colpi. Le centinaia di milizie private che infestano la Repubblica Democratica del Congo hanno qui la propria radice. Ogni padrone delle miniere si circonda di guardie private che tutelano la sua proprietà. La burocrazia supercorrotta dello Stato lascia fare; l'esercito regolare è connivente.

E l'ONU? L'ONU è presente da vent'anni nella Repubblica Democratica del Congo con ben 15000 soldati di 49 Paesi per “proteggere i civili e mantenere la pace”, come recita formalmente la sua missione. Ma la pace presidiata dalle Nazioni Unite è quella dello sfruttamento e delle guerre per il controllo dello sfruttamento. Per di più, lo stesso Corriere della Sera è costretto a dire a malincuore che la fama delle truppe ONU non è immacolata, perché corruzione e stupri compiuti da caschi blu hanno più volte macchiato la bandiera delle Nazioni Unite, anche in Congo. A proposito di influenze ambientali.


UNA STORIA TERRIBILE DI COLONIALISMO

Nulla di nuovo, in realtà. Il Congo è terra di saccheggio per mano dell'imperialismo da un secolo e mezzo. Dal 1885 al 1908 fu addirittura proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II, che gestì in prima persona lo schiavismo. Dal 1908 divenne colonia statale belga e lo rimase sino al 1960. Diverse generazioni di congolesi passarono sotto le forche caudine di una repressione sanguinosa, la pagina peggiore del colonialismo belga.

L'indipendenza strappata nel 1960 non mutò la condizione del Congo. Il primo presidente eletto Patrice Lumumba fu rovesciato e assassinato dopo meno di un anno da un colpo di stato diretto dalle gerarchie militari e sostenuto da Belgio ed USA. Iniziò allora il regime di Mobutu, il più longevo e spietato regime dittatoriale nell'Africa nera, che durò sino al 1997. Un regime che seppe a lungo equilibrarsi tra i buoni rapporti col blocco sovietico (in particolare col rumeno Ceausescu) e gli ottimi rapporti con l'imperialismo USA, presentandosi agli uni e agli altri come garante dei rispettivi interessi in Africa. Dopo il crollo dell'URSS, saltati i vecchi equilibri continentali, il Congo divenne teatro delle due cosiddette “guerre mondiali africane”, la prima nel 1996-1997, la seconda tra il 1998 e il 2003. Vi presero parte fino a sei stati limitrofi, vi morirono più di quattro milioni di persone. Il terribile conflitto etnico tra Hutu e Tutsi in Ruanda nel 1994, con responsabilità decisive dell'imperialismo francese, ha fornito carburante alle guerre africane per via diretta o indiretta. Anche il Congo ne ha subito gli effetti.


LA FUNZIONE DI UN'AMBASCIATA

Il Congo di oggi è il degno erede di questa storia terribile, la storia di un crimine che si chiama capitalismo. Questo è lo sfondo della stessa uccisione dell'ambasciatore italiano e della sua scorta.

Non sappiamo se gli aggressori sono criminali comuni dediti a rapimenti o se si tratta di milizie politicamente targate, e nel caso quale sia il loro marchio (se quello islamico integralista ugandese delle ADF o quello delle Forze democratiche di liberazione o quello dei cosiddetti Mai-Mai). Sappiamo che il personale diplomatico è esposto a rischi fisiologici per la natura stessa del suo ruolo. L'ex ministra Paola Severino, nel commentare l'accaduto, ha citato en passant la triplice funzione della diplomazia in questi paesi: diplomazia politica, diplomazia giuridica, diplomazia economica. Significa un lavoro di relazione con le strutture dello stato ospitante, ma anche con poteri territoriali, capi tribali, leader di zona.

«Attanasio il giorno prima era stato a Bukavu e aveva incontrato i maggiorenti e i leader della zona. [...] Anche a Ritshuru, dove era diretto, avrebbe dovuto vedere i capi locali e inaugurare alcune strutture donate dall'ONU. [...] Ma tra la popolazione qualcuno ce l'aveva con gli italiani. Molta gente qui è convinta che siano stati firmati dei contratti di estrazione petrolifera tra ENI e governo centrale di Kinshasa. E i notabili del posto, rimasti a bocca asciutta, hanno minacciato ritorsioni e vendette». Così scrive il Fatto Quotidiano (23 febbraio). Non sappiamo quali siano le fonti né se questa sia la pista giusta per individuare gli autori dell'accaduto, ma certo sappiamo che la funzione di un'ambasciata (e di un ambasciatore) è un po' più complicata dell'immagine da libro Cuore che ci confeziona la retorica tricolore di queste ore. E che l'imperialismo è anche questione di casa nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Come il quotidiano di Confindustria nasconde l'incasso dei capitalisti

 


«Dieci miliardi per i dipendenti pubblici» titola con tono scandalizzato il quotidiano di Confindustria (17 novembre) per commentare l'annunciata legge di bilancio. È un falso, che serve a nascondere altro.


La cifra destinata per il lavoro e i servizi pubblici (collassati) è irrisoria. Per la sanità un miliardo (uno) riservato al Fondo sanitario nazionale, più alcune centinaia di milioni per gli infermieri per indennità di servizio. Elemosine per “gli eroi”.
I 36.000 medici e infermieri assunti a marzo con contratti precari o a tempo determinato si vedono prorogato il contratto sino al dicembre 2021. In altri termini restano precari, nonostante il crollo del sistema sanitario per il vuoto di organico. I 100 euro lordi previsti dal governo per i contratti pubblici sono comprensivi di una vacanza contrattuale di dieci (dieci) anni. Sono pertanto un insulto. La copertura economica del rinnovo contrattuale dei dipendenti di Regioni, enti locali, università, sanità è affidata ai bilanci autonomi territoriali. Il governo non prende impegni. Le nuove assunzioni nell'amministrazione pubblica contro cui insorge Il Sole 24 Ore sono spalmate tra il 2021 e... il 2032. Una promessa che non costa nulla, perché non significa nulla.

I veri dati certi sono altri, quelli su cui guarda caso Il Sole 24 ore non fornisce cifre. Confindustria incassa ventiquattro miliardi (ventiquattro) e 800 milioni per i cosiddetti incentivi del piano di transizione 4.0, credito d'imposta per macchinario e digitalizzazione, sgravi contributivi a manetta per le assunzioni, contratti a termine senza causali ulteriormente prorogati a vantaggio del lavoro usa e getta. A cui si aggiungono per i prossimi anni i 12,7 miliardi supplementari per la Difesa, cioè per l'industria militare (Leonardo) e chi lavora per questa (Fincantieri). Confermata nel frattempo l'esenzione dal versamento dei contributi previdenziali per chi usufruisce della cassa Covid, una cassa usata abusivamente da un terzo delle imprese italiane, secondo l'INPS. Le stesse imprese che annunciano licenziamenti massicci una volta finita la cassa.

La verità è che “i parassiti” non sono gli statali ma i padroni. I quali cercano di aizzare i propri salariati contro i dipendenti pubblici per dirottare altrove il loro malcontento. La necessità di una piattaforma di lotta generale che unisca l'intera classe dei salariati si rivela ogni giorno di più una urgenza improrogabile.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Corriere della Sera e la retorica da bar sulle periferie

L'editoriale del 28 luglio di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, entriamo subito a gamba tesa nella questione, è un insulto a milioni di persone che vivono nelle periferie delle grandi città. Uno schiaffo a mano aperta a coloro che vivono del proprio lavoro (ovvero i proletari) e sono costretti a turni massacranti per poter sopravvivere e pagare – ben che gli vada – un mutuo che porta via metà dello stipendio. Tralasciando fenomeni di affitto in nero, subaffitto e altre meschinità che oggi sono considerate "normalità" del mors tua vita mea quotidiano. Chi scrive abita in uno di questi «sperduti quartieri dormitorio» di cui parla il prestigioso editorialista del Corriere. Ma quel che ha scritto non ha destato indignazione: la maggior parte del panorama intellettuale, politico e sociale del Paese la pensa esattamente in questo modo.

Per contestualizzare è bene citare un passaggio dall'articolo di Galli della Loggia: «[...] Ma con ancora maggiore urgenza la pandemia ripropone il tema delle periferie. Infatti, da dove pensiamo mai che provengano in larga maggioranza le turbe di giovani che dappertutto stanno agitando le notti italiane di questa estate? Da dove, se non dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla? Ormai è diventato un rito. Al calar d’ogni sera, specie nel fine settimana, quei giovani si rovesciano nelle piazze, nei centri storici delle città, e sembrano farlo come posseduti da un desiderio di rivalsa che oggi si manifesta nella volontà d’infrangere tutti gli obblighi e le precauzioni sanitarie, di farsi beffa in tal modo di ogni regola di civile convivenza. Li muove, si direbbe, quasi il torbido proposito di seminare il contagio, d’infettare la società «per bene» insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere».

Il Covid lo portano in dote quei giovani che escono la sera per andare in centro: mossi da un odio sociale così forte verso chi abita nei lussuosi e bei palazzi dei quartieri storici romani (Parione, Regola, etc.), costoro si fanno beffe del distanziamento sociale e della crisi sanitaria per poter distruggere «quanto non possono avere». Un’evidente (!) questione di ceto sociale.

Quello che pensa Galli della Loggia è, purtroppo, ben chiaro: i proletari delle periferie sono untori, corrompono il centro e le sue bellezze, distruggono la società per bene, sono creature demoniache che vogliono seminare il contagio facendolo addentrare per bene tra le maglie della classe agiata; hanno la sensazione di «essere abbandonati, di essere esclusi dal circuito della cittadinanza ad opera di un potere estraneo ed ostile [...] contro il quale, dunque, non resta che l’arma della rivolta, del voto dato in odio alla casta, ai migranti, ai rom, a tutti, ovvero l’arma della rappresaglia, quella delle spedizioni punitive notturne senza mascherine e sputando sui citofoni dei fortunati che abitano in centro». Che restino confinati pure nei loro tuguri, purché non vengano nelle zone bene. Della Loggia è andato ben oltre il razzismo.

Di tutto questo vaniloquio ostile nei confronti del proletariato è bene registrare un fattore indubbio e che sul nostro sito abbiamo citato più volte: non siamo sulla "stessa barca". Non lo siamo mai stati. Esiste un "noi" e un "loro", un fossato piuttosto evidente e demarcato.
C'era chi poteva permettersi un tampone in tempi rapidissimi, come hanno fatto Guido Bertolaso e Nicola Zingaretti; c'era chi poteva permettersi di violare il blocco e la chiusura totale delle attività dall'alto della sua magione, come Andrea Bocelli. C'era anche chi moriva di Covid perché i tagli apportati alla sanità pubblica hanno prodotto un solco enorme tra chi può permettersi cure di qualità pagando profumatamente cliniche private, e chi deve accontentarsi del policlinico sovraffollato della zona in cui abita, se ne è ancora rimasto uno. I tagli alla sanità pubblica negli ultimi vent'anni hanno mostrato quanto sia inefficiente il sistema sanitario italiano, "sforbiciate" che i giornali italiani hanno fatto passare come "ottimizzazioni" e "razionalizzazioni" della spesa ma che, in realtà, hanno preso la direzione dei finanziamenti alla sanità privata. Il tutto per un totale di 37 miliardi, sottratti al Servizio sanitario nazionale.

La periferia è luogo ignoto per antonomasia, per costoro che scrivono sui giornali della borghesia italiana, da frequentare quando scoppiano questioni legate all'immigrazione (vedi Torre Maura nell'aprile 2019) quasi fossero degli scopritori antropologi che, di fronte ad una realtà opposta a quella che vivono, anziché denunciarne lo stato di abbandono, salgono sullo scranno di turno per giudicare. La stampa borghese non è nuova a queste uscite poco felici. Quando accaddero i fatti di Torre Maura, Lucia Annunziata, direttrice dell'Huffington Post Italia, si precipitò nel quartiere scoprendo con orrore che le strade non portavano ad altro luogo che in quel quartiere: scollegato da tutto e dal resto del mondo, ma che veniva da lei percepito come pulito e ordinato, con file di palazzi «dignitosamente ordinari». Così come pure Gianni Cuperlo, che nel 2018 fece una super passerella a Tor Bella Monaca per un articolo su L'Espresso al fine di toccare con mano quel che «la sinistra ha smesso di guardare» facendo leva sul "bello" che può esserci in periferia.
Come se ad amministrare il municipio VI non ci fosse stato anche e soprattutto il Partito Democratico, che insieme al governo della città (Rutelli e Veltroni, così come anche Alemanno) ha svenduto ettari di territorio romano ai costruttori per poter edificare altri e ancor più lontani quartieri scollegati e "dormitorio" (Ponte di Nona, Colle degli Abeti) che Della Loggia guarda con ribrezzo. Come se Cuperlo, poi, fosse dirigente di un partito di sinistra. Ma questa è un'altra storia.

Le letture sommarie delle periferie rappresentano concretamente due facce della stessa medaglia: da una parte si tende a criminalizzare quel mondo di disagio e povertà con lo sdegno fumettistico di chi sviene portando alla fronte il dorso della mano, socchiudendo gli occhi e cadendo all'indietro; dall'altra la visione del "fin qui tutto bene", nonostante non si comprendano neanche alla lontana la mancanza di lavoro, l'alcolismo, la ludopatia, la dispersione scolastica, le violenze, il coacervo di disperazione e promesse mancate che hanno fatto in modo da far diventare intere porzioni del territorio romano delle polveriere sociali in cui la criminalità organizzata la fa da padrona. Ma queste ed altre questioni affini, gli editorialisti, i direttori e i politici rampanti, le ignorano del tutto. 
Tutte queste letture da bar della periferia non sono altro che la rappresentazione macchiettistica di coloro che producono e portano avanti la città: se la periferia romana smettesse di lavorare, Della Loggia, la Annunziata e Cuperlo semplicemente non saprebbero dove andare a spendere i loro soldi per lo spritz delle 18:00. Probabilmente il cameriere che li ha sempre serviti abita a Tor Pignattara o a Castelverde.

Marco Piccinelli

Il Corriere si arruola per la nuova guerra di Libia?

L'imperialismo italiano non va in quarantena

La vicenda della liberazione di Silvia Romano, per una probabile intercessione turca, ha messo in allarme il Corriere della Sera. Non c'entra nulla in questo caso la questione del riscatto pagato né tanto meno la conversione religiosa dell'interessata, che hanno suscitato tanto livore sui social. Il quotidiano di Banca Intesa si occupa di questioni ben più rilevanti. Più precisamente dell'”interesse nazionale” dell'Italia nei confronti della Turchia.
Un editoriale ispirato di Franco Venturini muove l'allarme: cosa si aspetta Erdogan dall'Italia in cambio della liberazione della prigioniera?

«La Turchia di Erdogan, anche in questo periodo di pandemia, non ha ceduto un centimetro delle sue ambizioni e talvolta della sua arroganza militare. Ankara alimenta una politica di penetrazione nei Balcani occidentali come fa la Russia, in competizione con quella della UE e della NATO, pur essendo la Turchia un socio di rilievo dell'Alleanza. Ancora più spinti e costosi sono i suoi insediamenti in Africa, dove comincia a rivaleggiare seriamente con Cina e Russia. [...] E ci sono, soprattutto, la Libia e il Mediterraneo. Le navi militari turche che allontanano dalle acque di Cipro chi ha titolo (come l'ENI) per effettuare prospezioni. Le mire non dissimulate sulle ricchezze energetiche della Tripolitania (dove gli interessi prevalenti sono di nuovo italiani) e anche delle acque contigue.»

Suonato l'allarme (“mamma li turchi!”), il Corriere invoca una politica estera energica a difesa dell'interesse nazionale, contro ogni possibile viltà.

«Serve una linea politico-economica e anche militare che non c'è [...] S'intende che siamo ormai abbondantemente fuori gioco nel Corno d'Africa come, colpevolmente, in molte altre contrade del Continente Nero. [...] A Tripoli in particolare, quale è la nostra linea? [...] Serraj ha trovato nella Turchia un padrino ben più convincente e prontissimo a usare la forza o a fornire armamenti moderni, noi ci siamo collocati nella terra di nessuno in posizione equidistante [...] Eppure la partita italo-turca, e la credibilità reciproca, si giocano in Libia e nel futuro delle sue ricchezze energetiche. Mentre Erdogan spara volentieri e sogna una rivincita neo-ottomana, l'Italia balbetta [...] e non ha un fronte politico interno in grado di appoggiare un uso intelligente (come in verità è stato fatto a Misurata) dello strumento militare. [...] Ora si tratta di affrontare quel che bolle in pentola.»

Ora, non abbiamo capito cosa propone esattamente il Corriere della Sera all'amata Italia. Porsi anche lei come padrino di Serraj, o puntare tutto sulla carta Haftar? Ciò che abbiamo capito è che in ogni caso occorre «usare la forza» e non balbettare, per affermare il nostro posto al sole in Tripolitania e sbarrare il passo alla Turchia. Del resto, dopo aver «colpevolmente» disertato in Corno d'Africa e nel «Continente Nero», si può forse rinunciare al controllo della Libia? Il principale quotidiano del capitalismo italiano, da sempre sensibile all'interesse di ENI, non potrebbe tollerare un affronto simile.

Che dire? L'imperialismo torna sempre sul luogo del delitto. Più di un secolo fa l'imperialismo straccione tricolore, sotto la guida del liberale Giolitti, strappò la Libia all'Impero ottomano in disfacimento, entrando così nel grande gioco coloniale. Gas asfissianti, campi di concentramento, massacri di civili per piegare la resistenza berbera furono pane quotidiano delle forze italiane di occupazione. Il fascismo riprenderà e allargherà questa macelleria. Oggi il liberale Corriere della Sera aggiorna la bandiera dell'imperialismo italiano in Africa, ripulendola dei suoi crimini, e chiedendo un rilancio. Che avvenga in piena pandemia non sorprende nessuno. Come nessuno si sorprende del grande rilancio di Fincantieri nella produzione di navi militari, col via libero unanime del Parlamento italiano. Non ospedali, ma sommergibili e fregate lanciamissili.
È la patria del Corriere, non sarà mai la nostra. Altro che sovranismo!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

La stagione dei doveri e dei sacrifici

Il nuovo capo di Confindustria e il parassitismo della borghesia

«Bisogna avere ben presente che quella che sta iniziando è la stagione dei doveri e dei sacrifici, per tutti. Quando sento chiedere aumenti contrattuali, per esempio nell'alimentare, significa che a molti la situazione non è chiara.»

La situazione in realtà è chiarissima. Carlo Bonomi ha scelto il Corriere della Sera, quotidiano di Banca Intesa, per rilanciare un messaggio inequivoco: gli industriali non solo si sottraggono ad ogni responsabilità sul crimine compiuto in Val Seriana (l'accusa «mi indigna», recita Bonomi) ma vogliono accollare agli operai il costo della pandemia per tutti gli anni a venire.

«Credo che i problemi vadano messi sul tavolo e su questo vada impostato un discorso serio con i sindacati che il governo dovrebbe agevolare», «C'è un punto invece che non è stato ben compreso: le imprese oggi stanno riaprendo con costi maggiori e con una produttività più bassa perché bisognerà attuare il distanziamento.»

Come soccorrere dunque i poveri capitalisti “incompresi”? Semplice:
«Abbiamo reddito emergenza, reddito di cittadinanza, cassa ordinaria, straordinaria, in deroga, Naspi, Discoll... Potrei continuare. La risposta del governo alla crisi si esaurisce in una distribuzione di danaro a pioggia. Danaro che non avevamo, si badi bene, si tratta di soldi presi a prestito.»

Ecco, si tratterebbe di spostare questi danari dal portafoglio sdrucito di lavoratori, cassaintegrati, precari, disoccupati – cui queste elemosine spesso neppure arrivano – alla cassaforte dorata dei padroni. Quelli che nel solo 2019 hanno fatto in Borsa 23 miliardi di profitti netti, portano nei paradisi fiscali le proprie ricchezze, hanno beneficiato per vent'anni di riduzioni di tasse e privatizzazioni, intascano oggi la copertura statale dei crediti bancari con garanzie pubbliche pagate da tutti... Non è forse questa la vera «distribuzione di danaro a pioggia»? Se lo Stato prende danaro “a prestito” in misura sempre maggiore ingrassando banche e compagnie di assicurazione non è forse anche perché ha detassato profitti e rendite al fine ingrassare gli industriali? E ora questi vorrebbero allungare le mani persino sulle residue protezioni sociali di coloro che hanno gettato su una strada o condannato a una precarietà senza fine?! E pretendono la rinuncia ad aumenti salariali da operai che nell'alimentare pagano quando va bene 8 euro lordi all'ora?!

Nel denunciare il parassitismo dell'aristocrazia del suo tempo, Parini parlava del “giovin signore”, come “colui che da tutti è servito e a nulla serve”. Così è oggi in forme diverse il grande azionista moderno, un Bonomi qualunque: espressione di una classe che vive del lavoro altrui, ma pretende che il mondo si prostri ai suoi piedi e per questo gli ricorda “doveri e sacrifici”. Ed anzi “si indigna”, come la vecchia aristocrazia se si mette in discussione il suo privilegio, che considera naturale ed eterno.

Solo la classe operaia può liberare la società da questa classe parassitaria e riorganizzare il mondo su basi nuove. E per questo non c'è altra via che una prospettiva di rivoluzione.
Partito Comunista dei Lavoratori