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Una instabile stabilità

 


Referendum ed elezioni regionali. Il Parlamento borghese ha aperto il M5S come una scatola di tonno

Il voto del 20 e 21 settembre registra come ogni voto le dinamiche politiche e sociali ad esso sottese, inclusa la rappresentazione che di queste si fanno milioni di lavoratori e di lavoratrici.


IL LORO NO, IL NOSTRO NO

Il referendum confermativo sul cosiddetto taglio delle poltrone ha raccolto il 70% di consensi contro il 30% di No. La partecipazione al voto referendario è stata relativamente alta, sicuramente trascinata al rialzo dal voto parallelo in sette regioni, e anche dall'assenza di quorum. Tuttavia la differenziazione delle percentuali tra il Sì e il No si è rivelata insensibile al voto regionale. Lo rivela il fatto che il principale promotore della vittoria del Sì ha subìto negli stessi giorni un autentico tracollo elettorale. La differenziazione delle percentuali del Sì e del No è invece molto legata al territorio. Il Sì conosce il successo maggiore nelle regioni del Sud e nei quartieri popolari delle metropoli, il No registra le percentuali più elevate nelle regioni del Nord e nei centro città.
Al tempo stesso, la distribuzione politica del voto ha visto schierato sul No una parte rilevante dell'elettorato del PD e della sinistra. Questa geografia politica e sociale del voto referendario è significativa. La maggioranza della popolazione povera e degli stessi salariati ha votato come il 97% del Parlamento, pensando di votare “contro la casta”, in realtà abboccando all'amo di un'operazione populista promossa prima dal governo Di Maio-Salvini, poi dal governo M5S-PD con la subordinazione di Liberi e Uguali: un'operazione unicamente mirata a dirottare il malcontento sociale verso “i politici” per evitare che si indirizzi contro i padroni. Una minoranza consistente e composita, assai concentrata fra i giovani, ha espresso col No il proprio rigetto del populismo reazionario. Ma lo ha fatto con motivazioni e da angolazioni diverse, in un quadro di grande confusione.

Col No si è schierata una parte significativa dell'establishment, a partire dalla grande stampa borghese, da sempre diffidente verso ogni forza politica che non sia filtrata dai propri salotti. Un establishment già antiberlusconiano, anche se usò Berlusconi. Antirenziano, anche se usò il randello di Renzi contro l'articolo 18. Antisalviniano, anche se usa i decreti di Salvini contro i diritti dei lavoratori. Antigrillino, anche se intasca a mani basse la pioggia di miliardi che il governo riserva ai capitalisti. Questa ipocrita borghesia liberale ha egemonizzato la campagna del No con gli argomenti peggiori: o la difesa della Costituzione borghese, elevata a feticcio; o la rivendicazione della “funzionalità” del Parlamento borghese che il taglio avrebbe intaccato. O addirittura la richiesta di una riforma istituzionale più organica, come quella di Renzi del 2016. In ogni caso la conservazione dell'ordine esistente, di cui il PD è il principale custode e garante.

Il guaio è che le sinistre politiche e sindacali si sono messe a rimorchio di questa impostazione liberale, portandovi il bagaglio di tutte le proprie illusioni sulla “democrazia” dei capitalisti. La “difesa delle istituzioni rappresentative del Paese”, la retorica sulla “Costituzione più bella del mondo” sono state il vessillo non solo dei gruppi dirigenti dell'ANPI, dell'ARCI, dell'attuale sinistra di governo, ma anche della quasi totalità della sinistra di opposizione (riformista o centrista), in ambito politico e sindacale. Il risultato è stato ancora una volta quello di consegnare al populismo reazionario la bandiera del cambiamento agli occhi di milioni di sfruttati, come in tutta la storia della seconda repubblica.

Il nostro No ha mosso da un'angolazione esattamente opposta, un'angolazione di classe e anticapitalista. Col No abbiamo cercato un canale di dialogo e un linguaggio comune con quel settore più avanzato di popolo della sinistra mosso da una sincera preoccupazione democratica e volontà di lotta. Ma non per adattarci alle sue illusioni, bensì per contrastarle. Un no al governo, alla truffa populista, al fronte parlamentare di unità nazionale dei partiti borghesi che l'ha imbastita, al trasformismo subalterno della sinistra di governo che pur di governare l'ha avallata. Non per difendere la Costituzione di De Gasperi e Togliatti. Non per difendere il parlamento borghese, quello che sotto ogni governo ha votato le peggiori misure antioperaie. Non per difendere la governabilità del capitale. Ma per rivendicare il diritto di rappresentanza delle ragioni operaie nel parlamento nemico, contro ogni sua ulteriore manomissione preventiva. Per rivendicare il principio democratico elementare di una rappresentanza interamente proporzionale, a ogni livello istituzionale, senza sbarramenti e distorsioni. Per avanzare la prospettiva di una democrazia dei lavoratori e delle lavoratrici, basata sulla loro organizzazione, la loro forza, il loro governo.

Il nostro No è stato il No dei comunisti, non dei liberali, dei riformisti o dei centristi. Un no legato alla battaglia per una egemonia alternativa nel movimento operaio e nella nuova generazione. Perché la subordinazione alla borghesia liberale, e dunque all'ordine sociale esistente, concima solamente il terreno della reazione. Solo una ripresa di lotta del movimento operaio attorno ai propri interessi indipendenti può contrastare la spinta reazionaria e aprire dal basso uno scenario politico nuovo, anche sul terreno della sensibilità democratica di massa.


IL SUCCESSO DEI GOVERNATORI E IL SUO PARADOSSO

Lo scenario scaturito dal 20-21 settembre conferma una relazione paradossale tra la realtà sociale e il suo riflesso elettorale.

La realtà incontestabile di questi mesi non è solo quella di una drammatica pandemia, è anche quella dello sfascio della sanità pubblica, di milioni di lavoratori costretti in produzione senza condizioni di sicurezza, di infermieri e medici ammazzati dal Covid perché privi di strumenti di protezione, di un governo che per compiacere Confindustria si è rifiutato di recintare i focolai della bergamasca contro il parere delle stesse autorità sanitarie, di una scuola pubblica disossata incapace di aprire in sicurezza con centinaia di migliaia di insegnanti cui viene negato il lavoro, di un milione di lavoratori e lavoratrici precari gettati in mezzo a una strada...
Nulla richiama di più il fallimento della società capitalista e le responsabilità criminali di chi la gestisce quanto l'esperienza di massa di questi mesi. Eppure il segno dominante del voto di settembre è quello della conservazione. Gli stessi governatori di centrodestra o centrosinistra che hanno tagliato e privatizzato la sanità sono i grandi vincitori della prova elettorale, al di sopra di ogni appartenenza e schieramento. Zaia incassa un autentico plebiscito. Toti sfonda in Liguria con percentuali inedite. De Luca stravince, combinando la postura di viceré con la mediazione clientelare democristiana. Emiliano recupera ampiamente, evitando con nettezza una sconfitta che appariva probabile. Una grande massa popolare impaurita dalla pandemia, scossa in ogni certezza, minacciata nella vita e nel lavoro, priva di un riferimento alternativo credibile, cerca nel potere costituito una sponda rassicurante cui appoggiarsi. In questo quadro bilanciato la destra reazionaria fallisce l'obiettivo di destabilizzare il governo, mancando il colpo in Toscana e in Puglia. Il governo Conte, primo responsabile del crimine di Nembro e Alzano, tira un sospiro di sollievo.

«L'esito elettorale ha implicazioni positive perché il rischio politico viene significativamente ridotto" si legge in una nota di Unicredit.» (Il Sole 24 Ore, 23 settembre). Il capitale finanziario saluta la stabilità politica come il quadro migliore per i propri affari, e attende fiducioso i 209 miliardi in arrivo.


LA DINAMICA DEI BLOCCHI ELETTORALI

Interessante la lettura composita del dato elettorale, perché il bilanciamento delle forze (41,2% per il centrosinistra, 42% per il centrodestra, il 7,2% per il M5S) è tutt'altro che statico.

Il centrodestra ha una spalla lussata. Il suo blocco sociale regge complessivamente, il suo potere locale si arricchisce di una nuova regione (Marche), ma la Lega subisce in Toscana, come già in Emilia, l'effetto boomerang di una aspettativa delusa. Il progetto dello sfondamento al Sud conosce una brusca battuta d'arresto, con veri e propri rovesci rispetto al 2019 (dal 25% al 10% in Puglia, dal 19% al 5% in Campania), mentre il plebiscito per la lista Zaia, nel nome dell'autonomia differenziata del Veneto, rappresenta una mina per la Lega nazionale. Intanto l'avanzata di Fratelli d'Italia in tutta Italia, nonostante la sconfitta di Fitto, apre in prospettiva una contesa per la leadership del centrodestra.

Il PD liberale esce bene dalla prova del voto. In Toscana ha replicato il successo emiliano con una polarizzazione elettorale contro la destra che ha drenato il voto a sinistra e dall'elettorato grillino (il 45% del voto grillino a Firenze va a Giani, contro il 33% alla 5 Stelle Galletti). Ma nel Sud il successo del PD è in realtà quello di capibastone trasformisti che lavorano in proprio «al di là della destra e della sinistra» ( De Luca). Il PD ne è ostaggio, più che padrone. La segreteria Zingaretti ha rotto l'assedio delle componenti interne che ne chiedevano la testa (ex renziani) e risulta obiettivamente rafforzata, ma la strategia portante del blocco politico col M5S conosce in Liguria una sconfitta che replica quella dell'Umbria (solo il 56% dell'elettorato grillino ha votato Sansa). Nel mentre il sospirato alleato è travolto da una crisi interna che priva il PD di un interlocutore certo.

La crisi del M5S è l'epicentro dello scenario politico. È il principale ostacolo alla stabilizzazione politica e una incognita di portata sistemica. Dal punto di vista elettorale il tracollo va ben al di là dello scarto tradizionale tra voto amministrativo e voto politico. Il M5S perde sul 2019 i due terzi del proprio elettorato (da 1,9 milioni a 658.000), e dimezza persino il bottino delle elezioni regionali precedenti, del 2015. Due anni di (diverso) governo hanno privato il M5S di una identità riconoscibile presso la larga maggioranza dei propri elettori. Il tentativo di indossare last minute il vecchio abito anticasta non ha impedito la valanga, e difficilmente traccerà una via d'uscita.
Anche perché la crisi del M5S non è solo elettorale. La catena di comando Grillo- Casaleggio che lo guidava dalla nascita si è spezzata. Ne è scaturita «una guerra per bande» (Fico) che attraversa i gruppi parlamentari e i territori, senza che nessuno dei capibanda tenga il bandolo della matassa. Di Maio punta ad una politica di blocco col PD per le prossime elezioni comunali a supporto (provvisorio) del governo Conte per accumulare credito a futura memoria per la propria carriera politica. Intanto spinge per una legge proporzionale sul piano nazionale, riservandosi per l'evenienza la politica dei due forni. In sintesi cerca un ruolo centrale di governo per sé e per il suo partito, sul piano nazionale e locale. È il progetto di normalizzazione del M5S come partito organico del capitale.
Al polo opposto si muove Di Battista, anch'esso votato a tutto e al suo contrario, il cui unico obiettivo decifrabile è prendere la testa del M5S con l'appoggio della Casaleggio Associati. Ha il sostegno dei ministri uscenti del precedente governo con Salvini e della sindaca di Roma e del suo staff (Bugani), che per non essere disarcionata da un accordo tra M5S e PD ha affrettato la ricandidatura per il 2021, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto. La rivendicazione dell'identità originaria del M5S (quale?) è solo lo strumento propagandistico dell'operazione.
Ognuna di queste bande è a sua volta attraversata da guerre interne di posizionamento e di ruolo. Parafrasando Grillo, il parlamento borghese ha aperto il M5S come una scatola di tonno. I ruoli ministeriali hanno fatto il resto.
Ora si attendono gli stati generali del M5S come magico evento risolutivo. Ma la loro convocazione viene rinviata ogni volta perché non si capisce chi dovrebbe gestirli, né si capisce chi avrebbe il diritto di voto e soprattutto chi dovrebbe deciderlo.


LA CRISI DEL M5S E LE INCOGNITE DELLO SCENARIO POLITICO

Il punto è che la crisi esplosiva del M5S è la crisi della principale forza parlamentare, quella su cui si appoggia il governo della seconda potenza industriale d'Europa.

I margini di maggioranza al Senato sono esigui, e soprattutto saranno messi alla prova di passaggi strategici per il capitale: il ricorso o meno al MES (con cui finanziare l'abolizione dell'IRAP a scapito della sanità pubblica; la contrattazione e l'uso dei Recovery Fund; la prossima definizione della nota di aggiornamento al DEF con cui avviare la riduzione del debito per gli anni 2022 e 2023 a fronte di una drammatica recessione in corso; la gestione politica e sociale del graduale ritiro degli ammortizzatori straordinari a partire dallo sblocco già avviato dei licenziamenti; la gestione di una politica estera chiamata ad affrontare la spartizione degli equilibri internazionali nel Mediterraneo... Nessun governo imperialista in Europa, con l'eccezione parziale della Spagna, poggia su equilibri parlamentari tanto labili e incerti.

Dunque il voto ha rafforzato nell'immediato la stabilità di governo ma non ha risolto la crisi politica borghese. Lo sfaldamento del vecchio bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che per vent'anni aveva incardinato le politiche di austerità, non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Il centrodestra ha cambiato direzione dopo il tramonto, irreversibile, del berlusconismo ma la nuova guida Salvini non si è stabilizzata e non dispone delle entrature internazionali richieste (assenza di rapporti col PPE, relazioni ambigue con l'imperialismo russo...). Il vecchio centrosinistra si è dissolto, e un nuovo asse tra PD e M5S è ancora un'araba fenice: smentito dalle sconfitte elettorali (Umbria e Liguria), appeso alle incognite interne dei 5 Stelle, osteggiato da larga parte dei salotti buoni del capitale finanziario (che però non vogliono un centrodestra salviniano né dispongono di un'alternativa).
Il nuovo tripolarismo nato nel 2018 cede vistosamente su una gamba, ma non riesce a camminare in equilibrio con le altre due.

La crisi politica borghese, sullo sfondo di una crisi capitalistica drammatica, aprirebbe un ampio spazio d'azione al movimento operaio, se solo le sue direzioni si assumessero le proprie responsabilità. Ma la burocrazia sindacale, a partire da Landini, si offre come scendiletto del governo, rifiutando ogni forma di mobilitazione generale. Il suo obiettivo “strategico” è quello di cogestire la crisi più profonda del dopoguerra a braccetto di Confindustria, la stessa che intanto si oppone al rinnovo dei contratti e chiede la libertà di licenziare. In queste condizioni la politica della CGIL è il principale fattore della passivizzazione di massa, ciò che sinora permette alla borghesia di affrontare la propria crisi al riparo dell'opposizione sociale.


LA CRISI DELLA SINISTRA POLITICA. LA RISPOSTA DEI RIVOLUZIONARI

E la sinistra? Le elezioni amministrative di settembre confermano la sua crisi profonda. Il suicidio compiuto di Rifondazione Comunista tra le braccia del governo Prodi (2006/2008) e lo smarrimento successivo della stessa centralità di classe, con una giostra interminabile di accrocchi elettorali sempre diversi (Arcobaleno, lista Ingroia, il blocco a sostegno di Barbara Spinelli, La Sinistra...) ha prodotto un'onda lunga di delusione e confusione, che si è sovrapposta a sua volta alla crisi capitalista dell'ultimo decennio e al profondo arretramento della classe operaia, dei suoi livelli di mobilitazione, di organizzazione, di coscienza politica. La risultante d'insieme è stata lo sfondamento del populismo reazionario in ampi settori di salariati e la crisi di riconoscibilità e di senso della sinistra politica.

I dati elettorali delle regionali sono emblematici, a partire dalla Toscana (la lista Fattori passa dal 6% al 2,9; il PC di Rizzo dall'1,68% all'1%, il PCI riporta l'1%). Complessivamente un'area elettorale non trascurabile del 3/4% che cerca a suo modo un riferimento politico alternativo ai liberali e ai populisti, e che per metà è attratta da un riferimento comunista, ma a cui si offre ogni volta o un amalgama di natura civico-progressista o un'identità “comunista” ideologica, come quella che si richiama all'eredità di Berlinguer (PCI), come se il compromesso storico non vi fosse mai stato; o peggio quella che scimmiotta lo stalinismo del 1929/1933 (PC), che come allora prova a contendere “il popolo” ai reazionari facendo propri i pregiudizi dei reazionari. La lista PC-PCI nelle Marche ha riscosso l'1,4%; un suo manifesto che contrappone apertamente i diritti sociali ai diritti civili avrebbe potuto essere firmato da CasaPound, senza alcuna esagerazione (1).

Non si esce dalla crisi della sinistra politica, men che meno del campo comunista, con invenzioni o alchimie elettorali, o ripescando i richiami ideologici di tradizioni burocratiche che distrussero il comunismo rivoluzionario magari nel nome dell'unità dei comunisti. Se ne esce combinando l'unità d'azione nelle lotte per ritrovare un radicamento di classe, con un bilancio della storia del movimento operaio e comunista che sappia recuperare le sue radici. Un bilancio su cui formare una nuova generazione di militanti rivoluzionari, da organizzare in partito.

Questa è la nostra politica. Siamo e siamo stati nell'ultimo anno al crocevia di tutti i percorsi unitari della sinistra, dall'assemblea del 7 dicembre, al coordinamento delle sinistre di opposizione, al patto d'azione per il fronte unico anticapitalista. Sempre contrastando ogni visione settaria e autocentrata di chi contrappone la costruzione del partito allo sviluppo unitario del movimento reale. Non a caso l'assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi/e che si riunirà a Bologna il 27 settembre vede la piena partecipazione e copromozione dei nostri militanti sindacali ovunque collocati, per una prospettiva di allargamento del fronte di classe dell'avanguardia e della sua azione di massa, al di là di ogni confine e divisione.

Ma al tempo stesso non riduciamo la nostra azione al richiamo e alla pratica, pur importante, del fronte unico di lotta. Poniamo il problema dell'organizzazione politica dei militanti rivoluzionari, che è inseparabile da una memoria storica e da una collocazione internazionale conseguente.
Interessati ad aprire un confronto onesto su basi di chiarezza con ogni compagno od organizzazione che voglia unire i rivoluzionari su basi di principio, indipendentemente dai diversi percorsi e provenienze. Perché il PCL non vive per autoconservarsi, ma per costruire il partito della rivoluzione.





(1) Il testo del manifesto è il seguente: «Prova ad interessarti alle minoranze culturali quando sei disoccupato o non arrivi a fine mese. Prova ad interessarti alla libertà di stampa e alla controinformazione quando hai solo la terza media. Prova ad interessarti ai diritti LGBT quando sei costretto a dormire in strada. Prova ad interessarti ai cambiamenti climatici quando sei un disabile che non può lavorare e che ha perso il sussidio che gli spettava. Prima vengono i diritti sociali poi quelli civili».

Partito Comunista dei Lavoratori

Il Corriere della Sera e la retorica da bar sulle periferie

L'editoriale del 28 luglio di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, entriamo subito a gamba tesa nella questione, è un insulto a milioni di persone che vivono nelle periferie delle grandi città. Uno schiaffo a mano aperta a coloro che vivono del proprio lavoro (ovvero i proletari) e sono costretti a turni massacranti per poter sopravvivere e pagare – ben che gli vada – un mutuo che porta via metà dello stipendio. Tralasciando fenomeni di affitto in nero, subaffitto e altre meschinità che oggi sono considerate "normalità" del mors tua vita mea quotidiano. Chi scrive abita in uno di questi «sperduti quartieri dormitorio» di cui parla il prestigioso editorialista del Corriere. Ma quel che ha scritto non ha destato indignazione: la maggior parte del panorama intellettuale, politico e sociale del Paese la pensa esattamente in questo modo.

Per contestualizzare è bene citare un passaggio dall'articolo di Galli della Loggia: «[...] Ma con ancora maggiore urgenza la pandemia ripropone il tema delle periferie. Infatti, da dove pensiamo mai che provengano in larga maggioranza le turbe di giovani che dappertutto stanno agitando le notti italiane di questa estate? Da dove, se non dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla? Ormai è diventato un rito. Al calar d’ogni sera, specie nel fine settimana, quei giovani si rovesciano nelle piazze, nei centri storici delle città, e sembrano farlo come posseduti da un desiderio di rivalsa che oggi si manifesta nella volontà d’infrangere tutti gli obblighi e le precauzioni sanitarie, di farsi beffa in tal modo di ogni regola di civile convivenza. Li muove, si direbbe, quasi il torbido proposito di seminare il contagio, d’infettare la società «per bene» insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere».

Il Covid lo portano in dote quei giovani che escono la sera per andare in centro: mossi da un odio sociale così forte verso chi abita nei lussuosi e bei palazzi dei quartieri storici romani (Parione, Regola, etc.), costoro si fanno beffe del distanziamento sociale e della crisi sanitaria per poter distruggere «quanto non possono avere». Un’evidente (!) questione di ceto sociale.

Quello che pensa Galli della Loggia è, purtroppo, ben chiaro: i proletari delle periferie sono untori, corrompono il centro e le sue bellezze, distruggono la società per bene, sono creature demoniache che vogliono seminare il contagio facendolo addentrare per bene tra le maglie della classe agiata; hanno la sensazione di «essere abbandonati, di essere esclusi dal circuito della cittadinanza ad opera di un potere estraneo ed ostile [...] contro il quale, dunque, non resta che l’arma della rivolta, del voto dato in odio alla casta, ai migranti, ai rom, a tutti, ovvero l’arma della rappresaglia, quella delle spedizioni punitive notturne senza mascherine e sputando sui citofoni dei fortunati che abitano in centro». Che restino confinati pure nei loro tuguri, purché non vengano nelle zone bene. Della Loggia è andato ben oltre il razzismo.

Di tutto questo vaniloquio ostile nei confronti del proletariato è bene registrare un fattore indubbio e che sul nostro sito abbiamo citato più volte: non siamo sulla "stessa barca". Non lo siamo mai stati. Esiste un "noi" e un "loro", un fossato piuttosto evidente e demarcato.
C'era chi poteva permettersi un tampone in tempi rapidissimi, come hanno fatto Guido Bertolaso e Nicola Zingaretti; c'era chi poteva permettersi di violare il blocco e la chiusura totale delle attività dall'alto della sua magione, come Andrea Bocelli. C'era anche chi moriva di Covid perché i tagli apportati alla sanità pubblica hanno prodotto un solco enorme tra chi può permettersi cure di qualità pagando profumatamente cliniche private, e chi deve accontentarsi del policlinico sovraffollato della zona in cui abita, se ne è ancora rimasto uno. I tagli alla sanità pubblica negli ultimi vent'anni hanno mostrato quanto sia inefficiente il sistema sanitario italiano, "sforbiciate" che i giornali italiani hanno fatto passare come "ottimizzazioni" e "razionalizzazioni" della spesa ma che, in realtà, hanno preso la direzione dei finanziamenti alla sanità privata. Il tutto per un totale di 37 miliardi, sottratti al Servizio sanitario nazionale.

La periferia è luogo ignoto per antonomasia, per costoro che scrivono sui giornali della borghesia italiana, da frequentare quando scoppiano questioni legate all'immigrazione (vedi Torre Maura nell'aprile 2019) quasi fossero degli scopritori antropologi che, di fronte ad una realtà opposta a quella che vivono, anziché denunciarne lo stato di abbandono, salgono sullo scranno di turno per giudicare. La stampa borghese non è nuova a queste uscite poco felici. Quando accaddero i fatti di Torre Maura, Lucia Annunziata, direttrice dell'Huffington Post Italia, si precipitò nel quartiere scoprendo con orrore che le strade non portavano ad altro luogo che in quel quartiere: scollegato da tutto e dal resto del mondo, ma che veniva da lei percepito come pulito e ordinato, con file di palazzi «dignitosamente ordinari». Così come pure Gianni Cuperlo, che nel 2018 fece una super passerella a Tor Bella Monaca per un articolo su L'Espresso al fine di toccare con mano quel che «la sinistra ha smesso di guardare» facendo leva sul "bello" che può esserci in periferia.
Come se ad amministrare il municipio VI non ci fosse stato anche e soprattutto il Partito Democratico, che insieme al governo della città (Rutelli e Veltroni, così come anche Alemanno) ha svenduto ettari di territorio romano ai costruttori per poter edificare altri e ancor più lontani quartieri scollegati e "dormitorio" (Ponte di Nona, Colle degli Abeti) che Della Loggia guarda con ribrezzo. Come se Cuperlo, poi, fosse dirigente di un partito di sinistra. Ma questa è un'altra storia.

Le letture sommarie delle periferie rappresentano concretamente due facce della stessa medaglia: da una parte si tende a criminalizzare quel mondo di disagio e povertà con lo sdegno fumettistico di chi sviene portando alla fronte il dorso della mano, socchiudendo gli occhi e cadendo all'indietro; dall'altra la visione del "fin qui tutto bene", nonostante non si comprendano neanche alla lontana la mancanza di lavoro, l'alcolismo, la ludopatia, la dispersione scolastica, le violenze, il coacervo di disperazione e promesse mancate che hanno fatto in modo da far diventare intere porzioni del territorio romano delle polveriere sociali in cui la criminalità organizzata la fa da padrona. Ma queste ed altre questioni affini, gli editorialisti, i direttori e i politici rampanti, le ignorano del tutto. 
Tutte queste letture da bar della periferia non sono altro che la rappresentazione macchiettistica di coloro che producono e portano avanti la città: se la periferia romana smettesse di lavorare, Della Loggia, la Annunziata e Cuperlo semplicemente non saprebbero dove andare a spendere i loro soldi per lo spritz delle 18:00. Probabilmente il cameriere che li ha sempre serviti abita a Tor Pignattara o a Castelverde.

Marco Piccinelli

Indulto e riqualificazione delle carceri

La situazione in gran parte del paese è drammatica: interi reparti ospedalieri trasformati dall’emergenza del coronavirus e la guerra in corsia o al pronto soccorso; i malati che non respirano e arrivano negli ospedali chiedendo ossigeno; una terapia sempre più difficile da somministrare vista l’esiguità di posti disponibili in corsia; la scelta di chi curare, «come in guerra». Mentre le manovre ad intermittenza del governo sembrano, ad oggi, del tutto insufficienti. Prima la politica caratterizzata da “un invito alla normalità”, che ha avuto il merito di aumentare la diffusione del contagio (ricordiamo l’aperitivo in Veneto di Zingaretti una settimana prima del contagio), successivamente una chiusura a intermittenza di strutture, edifici e luoghi di ritrovo.
In questa situazione di collasso, dove un virus ha messo in ginocchio la settima potenza mondiale, vi sono persone che possono più di altri essere sacrificati: i carcerati.
Da due giorni le proteste divampano in 27 istituti penitenziari italiani, da Palermo a Milano, lasciando sul campo decine di feriti e sei morti tra i carcerati. “Indulto!” e “libertà!” sono gli slogan che animano le proteste. La stampa ha presentato le proteste come atti di contrapposizione alla riduzione delle visite dei familiari nelle carceri. Ma è una rappresentazione riduttiva. La protesta denuncia soprattutto il sovraffollamento inumano nelle carceri, la carenza di assistenza sanitaria, i mancati intervento di sanificazione. Il paradosso è che l'attuale condizione carceraria contraddice clamorosamente le misure di contenimento del coronavirus che lo stesso governo ha varato. Dove sta scritto che i detenuti pigiati in una cella debbono subire, senza tutele, la pena aggiuntiva di un virus potenzialmente mortale?
Lo Stato deve assumere medici e personale sanitario in modo massiccio, a tutela di tutti, senza discriminazioni. Un indulto per reati minori è reso tanto più attuale dalla minaccia del coronavirus. La trasformazione delle carceri svuotate in ospedali può contribuire oltretutto a far fronte alla drammatica crisi sanitaria, a vantaggio di tutti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il vero bipolarismo è tra capitale e lavoro

1 Marzo 2020
Il governo galleggia nella assoluta precarietà. Il voto regionale di fine gennaio in Emilia e Calabria, con la smentita delle ambizioni di Salvini, ha provvisoriamente salvato l'esecutivo, ma non ha rimosso le contraddizioni esplosive su cui si regge. La segreteria Zingaretti ne esce rafforzata. Ma la principale forza politica e parlamentare della maggioranza, il M5S, precipita in caduta libera, senza un punto di gravitazione, con una dinamica di possibile scissione, mentre il partito di Renzi rilancia una politica corsara contro ogni asse tra PD e M5S. Il risultato è un estenuante logoramento del governo e della sua immagine, mentre la destra conferma consenso e blocco sociale, a partire dalle periferie e dalla provincia profonda.


IL CROLLO DEL M5S

Il crollo del M5S è al centro dello scenario politico. Due anni fa il movimento conosceva un autentico apogeo capitalizzando cinque anni di opposizione. Uno sfondamento impressionante, in particolare al Sud, che lo candidava a possibile baricentro politico. Questo raccolto è stato disperso in un tempo molto più breve di quello impiegato per accumularlo: in direzione dell'astensione, poi della Lega, poi (in Emilia) del PD. E non si tratta solo di un crollo elettorale. Il M5S non ha spazio e prospettiva politica dopo aver consumato al governo tutte le maschere disponibili. Ogni scelta politica lo espone a nuove emorragie e nuove crisi, mentre al suo interno è saltata la vecchia catena di comando, tra un capo politico costretto alle dimissioni, un comico tornato al suo lavoro, un proprietario aziendale concentrato sui propri affari. Un movimento in cerca di autore non è riuscito a trovarlo. La polarizzazione interna tra opzioni politiche opposte è il portato naturale di questa situazione, nei gruppi parlamentari come tra gli attivisti. Con i primi orientati verso un blocco di centrosinistra a partire dalle prossime regionali, in funzione della stabilizzazione del governo, che è innanzitutto la propria stabilità di seggio, i secondi legati al proprio autonomo marchio identitario nel momento stesso della massima crisi di identità. L'annuncio in pompa magna degli stati generali del movimento appare dunque sempre più un appuntamento col futuro ignoto. La crisi di una forza populista con tratti reazionari che aveva dirottato ampi settori di classe lavoratrice sarebbe di per sé una buona notizia. Il punto è che, nel quadro dell'attuale pace sociale, questa crisi non viene minimamente capitalizzata a sinistra, ma alimenta un nuovo bipolarismo tra liberali e reazionari. La vecchia giostra della politica borghese.


RITORNA IL BIPOLARISMO TRA LIBERALI E REAZIONARI?

Il centrosinistra dopo l'Emilia ha riaperto il proprio cantiere. Zingaretti punta ad arruolare direttamente Articolo Uno in una nuova rimpatriata col PD, mentre la lista Coraggiosa di Elly Schlein diventa il nuovo faro dell'ennesima sinistra del centrosinistra, con la benedizione entusiasta de Il Manifesto, ma anche di Nicola Fratoianni. Un personale politico che partecipò alla distruzione di Rifondazione sull'altare di Prodi spianando la strada al populismo ritorna sul luogo del delitto, come se nulla fosse accaduto. Naturalmente, come sempre, nel nome del nuovo e della contrapposizione alla destra; in realtà, come sempre, concimando il suo pascolo. La crisi verticale delle liste di sinistra autonome dal PD (assenti in Calabria e polverizzate in Emilia) avvantaggia a sua volta l'operazione Coraggiosa nella sua immagine pubblicitaria di unico spazio possibile nel quadro bipolare. È la sinistra del campo liberale, già oggi peraltro al governo.

Le destre reazionarie, dal canto loro, mutano il proprio equilibrio interno. Salvini resta il dominus della coalizione, ma è esposto alle ricadute della sconfitta politica in Emilia e dell'arretramento elettorale in Calabria. Mentre Fratelli d'Italia si sviluppa con una forte accelerazione a scapito della Lega e di Forza Italia, rivelandosi come il soggetto dotato della maggiore capacità di espansione nell'intero scenario politico. Peraltro, la concorrenza tra Meloni e Salvini non si gioca solo sui voti ma anche nella corsa all'accreditamento presso gli ambienti dell’establishment italiano ed europeo. Gli “amici del popolo” sgomitano gli uni con gli altri nel corteggiamento di quelle élite che dileggiano nei propri comizi.


IL VERO BIPOLARISMO È TRA CAPITALE E LAVORO

La lezione di fondo dello scenario italiano è molto semplice. La borghesia fatica a tradurre la propria affermazione sociale in uno stabile equilibrio politico e istituzionale. Ma la crisi del movimento operaio la mette al riparo dalle conseguenze dell'instabilità, ed anzi consolida una deriva reazionaria nei rapporti di forza e nel senso comune di ampi settori di massa.

La via d'uscita da questo vicolo cieco non si pone sul piano delle alchimie elettorali, men che meno di centrosinistra. Si pone sul terreno della lotta di classe. Solo una ripresa dell'opposizione di classe e di massa può alzare un muro contro la reazione e riaprire il varco di una alternativa. Perché solo una ripresa dell'opposizione di classe e di massa può dissolvere l'immaginario populista e ridisegnare il bipolarismo vero: quello tra capitale e lavoro. Whirlpool, Ilva, Conad, Unicredit, Mercatone Uno, Jabil, Air Italy, acciaierie di Piombino... centinaia e centinaia di vertenze abbandonate a sé stesse, isolate le une dalle altre, col sindacato che negozia il prolungamento della cassa integrazione in attesa di un nuovo eventuale padrone e di altri esuberi, lungo un piano inclinato senza fine. È la tragedia di un decennio, che ha disarmato milioni di lavoratori, ha diviso e fiaccato le loro forze, ha consegnato molti di loro alle sirene reazionarie xenofobe o nazionaliste.

Ora basta. Basta marciare in ordine sparso per farsi sconfiggere uno alla volta. Occorre uscire dalle trincee e unire le forze. La battaglia per la nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che licenziano è l'unica che può ricomporre un fronte comune delle mille vertenze e trasformare tante debolezze in una forza collettiva capace di incidere. È necessario che i lavoratori e le lavoratrici la possano discutere e decidere, in una assemblea di delegati eletti dalle aziende in lotta. È la proposta del PCL, e oggi del coordinamento unitario delle sinistre di opposizione. Occorre lavorare in questa direzione coinvolgendo l'insieme delle organizzazioni dell'avanguardia politica e sindacale senza veti incrociati e preclusioni. Un'assemblea operaia nazionale dell'avanguardia può essere un passo importante in questa prospettiva: per rilanciare la proposta di una piattaforma generale unificante che segni una svolta unitaria e radicale del movimento operaio italiano, la sola che può aprire una pagina nuova.
Marco Ferrando

I marxisti rivoluzionari e i movimenti democratici

A proposito del dibattito sulle sardine

Il rapporto del marxismo rivoluzionario con i movimenti non direttamente classisti è questione antica come il movimento operaio.

Già Marx ed Engels si occuparono in forme diverse del tema. Ad esempio criticando l'impostazione “operaista” di Lassalle, che vedeva al di là degli operai solo una indistinta massa reazionaria, sottolineando la valenza strategica del rapporto tra movimento di classe e la “guerra dei contadini” (Engels); definendo un approccio anticapitalista sul tema dell'ambiente (Il Capitale); elaborando la relazione tra rivoluzione socialista e movimento di liberazione delle donne, a partire dal riconoscimento della oppressione femminile come oppressione di genere non riducibile alla sola oppressione di classe (L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato). Questo già basterebbe per smentire ogni scuola teorica che nel nome del marxismo pretenda di occuparsi esclusivamente delle lotte economiche dei salariati.


LENIN E IL RIFIUTO DELL'ECONOMICISMO

Ma furono soprattutto il bolscevismo e la Terza Internazionale dei suoi anni rivoluzionari a sviluppare un approfondimento decisivo sul tema strategico dell'egemonia e della costruzione di quello che Gramsci chiamò “blocco storico” alternativo. Il concetto di egemonia non fu un'invenzione di Gramsci, ma una elaborazione di Lenin, e proprio contro ogni deformazione economicistica del marxismo. Il Che fare? in particolare – da molti ritualmente citato ma in proporzione inversa al suo studio – chiarì che il compito dei rivoluzionari non era dare un significato politico alle lotte economiche, non era accodarsi alla spontaneità di quelle lotte, ma quello di portare in ogni lotta la coscienza politica rivoluzionaria. E non solo in ogni lotta operaia, ma in ogni movimento di massa contro l'autocrazia, fosse pure il più arretrato e immaturo. Valeva per il movimento degli studenti, per il movimento dei contadini, per i movimenti delle nazionalità oppresse dallo zarismo, persino per i movimenti municipali degli zemstvoIl problema non era separare la classe operaia e la sua avanguardia dai movimenti popolari e democratici non classisti, ma portare in ognuno di essi il punto di vista di classe e rivoluzionario, lottare in ognuno di essi per l'egemonia della classe operaia e del programma anticapitalista. È appena il caso di ricordare che la Rivoluzione di ottobre ebbe successo anche per la capacità del bolscevismo di costruire l'egemonia di classe sulla massa contadina, nel movimento delle donne, nei movimenti per l'autodeterminazione nazionale.

I primi quattro congressi dell'Internazionale comunista (1919-1922) ripresero ed elaborarono nella direzione sua propria questa tradizione del bolscevismo, sia in relazione ai movimenti di liberazione nazionali antimperialisti nei paesi coloniali e semicoloniali, sia in rapporto alla complessità della rivoluzione in Occidente. Il pensiero autentico di Gramsci (non del Gramsci reinterpretato da Togliatti) si mosse nel solco di questa impostazione leninista, come dimostrano le tesi di Lione nel 1926.

Perché questo lungo richiamo storico in premessa? Perché quel patrimonio è andato in larga misura disperso, prima per mano della socialdemocrazia e dello stalinismo, poi in varia forma dalle ideologie del riflusso. Ed oggi in particolare, il ritorno di mitologie ideologiche staliniane, sovrapponendosi ai sedimenti culturali del riflusso, tende a riproporre in alcuni ambienti di avanguardia proprio le posizioni economiciste che Lenin combatté. Manifestazioni di massa per l'ambiente? Movimento democratico delle sardine? Nel migliore dei casi sono movimenti che non si occupano della condizione operaia, e di cui dunque gli operai non si devono occupare. Nel peggiore dei casi, ma non infrequente, sono "movimenti creati dal nemico", di volta in volta individuato nella UE, o nelle multinazionali, o negli Stati Uniti, o nella globalizzazione, confondendo l'ovvio interessamento della borghesia per questi fenomeni di massa nel tentativo di lisciar loro il pelo e addomesticarli con la natura e le domande dei movimenti in questione. Da qui il rifiuto di ogni impostazione che ponga l'esigenza di un intervento di classe all'interno di quei movimenti in una logica di contrasto dell'egemonia borghese liberale e di costruzione di una egemonia di classe alternativa. Si è distinto in tutto questo Marco Rizzo (non il FGC, ad essere onesti), ma anche una galassia di sigle minori dell'arcipelago classista, che a volte mettono in un unico calderone movimenti democratici e movimenti reazionari rappresentando entrambi come “movimenti del sistema” da distinguere dai “movimenti antisistema”.


MOVIMENTI DEMOCRATICI E MOVIMENTI REAZIONARI

La distinzione tra i movimenti democratici e i movimenti reazionari è invece di importanza decisiva.

Naturalmente, non tutti i movimenti di massa sono progressivi per il solo fatto di essere di massa. Non c'è bisogno di scomodare al riguardo l'analisi del fascismo e del nazismo. È sufficiente leggere alcune dinamiche dell'ultimo decennio. La sollevazione di Piazza Maidan in Ucraina nel 2013 fu una sollevazione sicuramente di massa, dominata dalle pulsioni vandeane della campagna sotto la direzione di piazza di organizzazioni reazionarie (Svoboda) o apertamente fasciste. Le manifestazioni di massa della MUD in Venezuela contro Maduro tra il 2016 e il 2018 conobbero una vasta partecipazione popolare, ma ebbero in forma diversa una natura controrivoluzionaria. Su scala ben più ridotta, anche l'Italia ha conosciuto nel secondo dopoguerra movimenti reazionari con base di massa: dalla rivolta del “boia chi molla!” di Reggio Calabria nel 1970, direttamente guidata dai fascisti, alle manifestazioni anticomuniste della “maggioranza silenziosa” a Milano degli anni '70 a base piccolo-borghese/popolare, sino ad arrivare in anni recenti al movimento dei forconi, diretto da forze sociali piccolo-borghesi proprietarie e scalato da ambienti fascistoidi.

Se un movimento, al di là delle sue dimensioni e composizione, è dominato da una pulsione reazionaria riconoscibile è naturale che le avanguardie classiste non solo si tengano fuori da questi movimenti, ma ne denuncino la natura e cerchino di promuovere nelle forme possibili una contromobilitazione. Il fatto che vi siano al mondo e in Italia organizzazioni rivoluzionarie che hanno sostenuto questi movimenti o addirittura li hanno salutati come l'inizio della rivoluzione socialista non cambia di una virgola questa realtà. Semmai dimostra la confusione ideologica che si è fatta largo anche in ambienti insospettabili. La stessa confusione, peraltro, che si registrò a sinistra sulla natura del grillismo.


LE RIVOLUZIONI ARABE: BATTAGLIA PER L'EGEMONIA CONTRO LE DIREZIONI LIBERALI O DISERZIONE CONTRO LE RIVOLUZIONI?

Ma il cuore della discussione vera ha ruotato attorno alla posizione da assumere verso grandi movimenti di massa sospinti da pulsioni democratiche e progressive, al di là della natura delle loro direzioni. Movimenti che talvolta hanno conosciuto una radicalizzazione rivoluzionaria.

È il caso in tempi recenti delle rivoluzioni arabe, nella loro dinamica sussultoria e contraddittoria (Tunisia, Egitto, Siria, Libia nella prima ondata; Algeria, Sudan, Libano, Iraq nella seconda ondata, ancora in pieno corso). Sollevazioni popolari contro regimi dittatoriali che da molto tempo avevano disperso ogni connotazione antimperialista, per quanto distorta. Sollevazioni sospinte in primo luogo da rivendicazioni democratiche elementari, ma egemonizzate da direzioni liberali e filoimperialiste che le hanno portate alla disfatta, a volte combinandosi con l'intervento militare diretto dell'imperialismo (Libia, Siria). In questo quadro il posizionamento doveroso dei leninisti era quello di sostenere apertamente le sollevazioni democratiche e legare le rivendicazioni democratiche a una prospettiva di classe anticapitalista, in aperto contrasto con le direzioni liberali e filoimperialiste di quelle sollevazioni. Perché solo una direzione alternativa, classista e rivoluzionaria, avrebbe potuto dare una prospettiva vincente alle loro stesse aspirazioni democratiche. Invece abbiamo assistito in ambienti ideologici stalinisti ad un posizionamento opposto: l'appoggio imperialista alle direzioni liberali è stato assunto a “prova” dell'assenza di rivoluzioni, e l'inevitabile deriva controrivoluzionaria della loro parabola è stata esibita a conferma retrospettiva della propria analisi. Secondo questa teoria, le rivoluzioni o nascono “comuniste” o non sono rivoluzioni. E siccome nel mondo reale le rivoluzioni non nascono “comuniste”, al diavolo le rivoluzioni.

Secondo questa logica i bolscevichi avrebbero dovuto disertare le prime grandi manifestazioni democratiche di massa del 1905 guidate dall'ambiguo prete Georgij Gapon e dalla sua petizione allo Zar, per poi giustificare a sconfitta avvenuta la propria diserzione. Inutile dire che la politica di Lenin fu opposta: inserimento pieno e da subito nella sollevazione di massa nonostante il carattere equivoco ed ultraarretrato della sua prima leadership, e battaglia per la conquista della direzione del movimento. Peraltro la stessa Rivoluzione d'ottobre non a caso portò a compimento una rivoluzione iniziata a febbraio attorno a rivendicazioni democratiche. Il capolavoro del bolscevismo fu quello di affermare l'egemonia di classe nel vivo del movimento reale, non certo il separarsi da questo. Perché la politica dei rivoluzionari è sempre quella di entrare con entrambi i piedi in tutti i movimenti di carattere progressivo, anche i più spuri, per affermare l'egemonia del proprio programma, non quella di tenersi al di fuori per commentare il programma degli altri.


NO GLOBAL, GIROTONDI, POPOLO VIOLA... UNA DISCUSSIONE CHE HA VENT'ANNI

In Italia la discussione sul posizionamento verso movimenti democratici non direttamente classisti ha investito a più riprese il dibattito di avanguardia degli ultimi vent'anni.
Penso alla discussione sul movimento "no global" dei primissimi anni 2000, antiliberista ma non classista, egemonizzato da ambienti intellettuali piccolo-borghesi, pacifisti, umanitari, che ebbe nella Rifondazione di Bertinotti la propria sponda politica.
Penso al movimento dei cosiddetti girotondi nel 2002, antiberlusconiano e di pressione critica verso i Democratici di Sinistra (“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”).
Penso al "popolo viola" del 2009/2011, radicalmente antiberlusconiano, che aveva in Antonio Di Pietro la principale figura di riferimento.

Verso questi movimenti – tra loro diversi ma animati da una pulsione progressiva – si manifestò ogni volta una duplice posizione: da un lato la posizione ingenuamente entusiasta di chi vedeva in essi il nuovo e l'avvenire (spesso in alternativa al “vecchio” movimento operaio), e dunque si sdraiava sulla loro spontaneità (cioè sulle loro direzioni); dall'altro la posizione di chi in ragione del carattere non classista dei movimenti se ne teneva fuori, smarcandosi in apparenza da sinistra, in realtà disertando la battaglia per l'egemonia. Il brillante risultato di queste due posizioni, nel loro combinato disposto, fu abbandonare i movimenti alle loro direzioni riformiste governiste (PRC) o liberalprogressiste (DS), o giustizialiste manettare (Italia dei Valori), direzioni che proprio in quanto borghesi li usarono prima per i propri scopi politico-elettorali e poi diedero loro il ben servito.

Non è il caso di trar lezione dall'esperienza?


IL MOVIMENTO DELLE SARDINE TRA AUTORAPPRESENTAZIONE E REALTÀ

L'attuale discussione sul movimento delle “sardine” dispone dunque di un ampio retroterra. La discussione è ampia, ed è un bene. Ma colpisce, in un vasto commentario, l'approccio idealistico al tema. Un approccio che invece di leggere e indagare la natura obiettiva di questo movimento lo confonde con la sua autorappresentazione ideologica. Che poi, come per ogni movimento, è quella espressa dalle sue leadership, strutturate o informali che siano. Da qui un curioso paradosso: proprio i liquidatori più sprezzanti delle “sardine” finiscono con l'essere gli involontari apologeti dei loro leader; nel senso di assumere comunicati, posizioni, posture di Mattia Santori e dei suoi amici come il paradigma interpretativo del movimento. Le cose sono invece assai più complicate. Lo sono per ogni dinamica di movimento, a maggior ragione per un movimento così informe e fluido come quello in questione.

Le posizioni e posture dei leader delle sardine sono chiare nella loro evanescenza. Ignorano i riferimenti di classe, e più in generale la dimensione sociale dei problemi. Sono indeterminati ed evasivi persino sul terreno delle rivendicazioni democratiche. Manifestano una evidente subalternità al PD, a una visione bipolare dello scontro politico, ad una rappresentazione liberalprogressista dell'Unione capitalistica Europea, di conseguenza all'attuale governo padronale. I legami col PD sono iscritti peraltro nella biografia professionale di Mattia Santori, a partire dalla collaborazione con istituti di ricerca di impronta prodiana. La stessa genesi emiliana del fenomeno è inseparabile anche dall'azione di supporto elettorale al centrosinistra nella partita delle elezioni regionali (kermesse a sostegno di Bonaccini) su una linea di frontiera obiettivamente strategica per il PD. L'apertura di Santori al progetto di nuovo PD non ha bisogno di interpretazioni sofisticate, né francamente ha bisogno di interpretazione l'ampia sponsorizzazione mediatica del fenomeno sardine da parte della stampa borghese liberale e dei gruppi dirigenti del centrosinistra. È naturale. I politici borghesi fanno il loro mestiere, cercano di sussumere nella propria orbita tutto ciò che si muove nella società. Perché non dovrebbero farlo nei confronti di un personale dirigente del movimento che è uscito culturalmente dalle sue scuderie, che fiancheggia elettoralmente il PD, che porta e diffonde una visione del mondo “pace e amore” estranea alla dimensione stessa del conflitto?

Tuttavia meraviglia che spesso l'analisi si concluda qui invece di partire da qui.
Perché un gruppo di amici al bar, più o meno fiancheggiatore del PD, riesce a trascinare in pochissimi giorni una presenza di piazza di centinaia di migliaia di persone, spesso giovani o giovanissimi, con una dinamica di propagazione e partecipazione infinitamente superiore a quella di ogni altra iniziativa della sinistra politica, o sindacale, o di movimento?
Pensare che tutto questo sia organizzato dal PD significa ignorare la natura stessa del PD, oltre che la sua condizione: quella di un partito liberal-borghese privo da tempo di strutture collaterali di massa capaci di ampia mobilitazione, e per di più in crisi progressiva di credibilità e di fascinazione presso la sua stessa base elettorale. Davvero c'è chi pensa che Nicola Zingaretti possa trascinare la partecipazione entusiasta e di piazza di masse di giovani? Lo stesso vale per l'Unione Europea, più volte additata in queste letture come la mano nascosta che tira le fila di tutto. Una Unione Europea del capitale finanziario dilaniata da mille contraddizioni interimperialiste, priva persino di una maggioranza parlamentare definita, da quindici anni incapace di issare una qualsivoglia bandiera popolare minimamente attrattiva, sarebbe capace di orchestrare dietro le quinte, in due settimane, una mobilitazione di centinaia di migliaia di giovani in Italia? Suvvia.

Sono interpretazioni grottesche che non reggono la prova della logica, oltre che della evidenza. A volte nascono da un retroterra culturale di destra, l'eterno fantasma del complotto pluto-giudaico-massonico vestito ogni volta di panni diversi (basta fare un giro sui social per trovarne tracce riconoscibili). A volte nascono invece da un retroterra ideologico di matrice stalinista, portato a vedere l'occulta mano del nemico in ogni movimento che non si controlla, e dal quale difendere il proprio partito; una visione poliziesca della storia che non ha nulla da spartire né con la storia reale né soprattutto con la politica rivoluzionaria. L'elemento comune è la rimozione della realtà e della fatica stessa di comprenderla.


LE DOMANDE E IL CONTESTO DEL MOVIMENTO

Vediamo allora di mettere un po' d'ordine nel ragionamento.

Il movimento delle sardine è la risultante di una domanda e di un contesto, che vanno visti nella loro relazione dialettica.

La domanda è, in primo luogo, la confusa volontà di contrapposizione alla destra reazionaria di Salvini, alla sua realtà e alla sua minaccia. Questa destra è all'opposizione in Parlamento ma è largamente egemone nel senso comune popolare, per responsabilità del centrosinistra, del PD, e delle sinistre che hanno fatto negli anni i suoi reggicoda. La sua parabola non è declinante ma ascendente, e per di più è segnata nella sua composizione interna dalla rapida crescita della sua componente estrema, di matrice fascistoide (Giorgia Meloni). Le manifestazioni delle sardine, al di là del loro rivestimento ideologico, sono un atto di rifiuto e di ribellione a questa destra e alla sua ascesa. Si può non vedere in questo elemento un fattore in sé positivo?

In secondo luogo, la volontà di contrapposizione alla destra non resta confinata nello spazio virtuale di facebook, ma invade materialmente centinaia di piazze. Di più: la ricerca della proiezione di piazza, della relazione fisica delle persone, muove proprio dal rifiuto della passività della rete, della solitudine di mille atomi dispersi e dunque privi di una volontà collettiva. In un certo senso la celebrazione della piazza come luogo di incontro e relazione è la principale espressione del movimento, la sua cifra. Se centinaia di migliaia di giovani escono dalla propria passività e per contrapporsi alla destra reazionaria, ritrovano le piazze e spesso le scoprono per la prima volta, siamo in presenza di un fatto progressivo inequivocabile.

In terzo luogo, la volontà di contrapposizione alla destra non si affida passivamente al PD, non si risolve solamente in un'indicazione di voto, si esprime anche nell'invasione di campo di un proprio diretto protagonismo. L'invasione delle piazze è anche questo. È la manifestazione in nuce di una critica del PD e del centrosinistra, dell'incapacità dei loro partiti di far da argine alla destra: da qui l'evocazione di una mobilitazione diretta capace di erigere finalmente questa barriera e segnare una svolta. Non cogliere questa contraddizione significa non solo fare un regalo al PD e al suo disegno di controllo del movimento, ma ignorare uno dei fattori propulsivi di quest'ultimo.

Questi elementi nel loro insieme rivelano una pulsione democratica come spinta dominante del movimento delle sardine. Non riconoscere questa pulsione democratica, limitandosi alla critica del manifesto ideologico di Mattia Santori, o addirittura assumere quel manifesto come prova della natura reazionaria del movimento – perché pure questo è accaduto, anche in ambienti rivoluzionari – significa rimpiazzare il metodo marxista con un metodo idealista: dedurre l'essere dalla coscienza che ha di sé, invece che indagare questa coscienza nei suoi fondamenti materiali e sociali.


LE SARDINE E LA CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO ITALIANO

Naturalmente, la coscienza che un movimento ha di sé è tutt'altro che un fatto secondario. L'egemonia ideologica liberal-borghese sul movimento delle sardine è anzi un fatto di massima rilevanza. Anzi, dal punto di vista di una politica rivoluzionaria è l'elemento centrale di analisi e soprattutto di battaglia politica. Ma capire le ragioni di questa egemonia, il rapporto di queste ragioni con lo scenario politico e storico generale, è decisivo proprio per impostare la battaglia.

Qui entra in gioco l'elemento del contesto. Il contesto che fa da sfondo alle sardine, influenza il loro immaginario, aiuta le rappresentazioni ideologiche dei loro leader, è la crisi profonda del movimento operaio italiano, la crisi più acuta e prolungata tra tutti i maggiori paesi capitalistici del continente; una crisi di mobilitazione, di coscienza, di rappresentanza. Non considerare questo elemento significa privarsi di una chiave di lettura decisiva.

I movimenti democratici non possono mai essere letti fuori dal riferimento alla lotta di classe e alla sua dinamica. In una fase di ascesa e radicalizzazione della lotta di classe, il movimento operaio e le sue ragioni sociali tendono ad emergere come riferimento egemone dei movimenti democratici, portandovi la propria simbologia e richiamo. I movimenti democratici degli anni '70 in Italia su divorzio, aborto, rivendicazioni di genere, antimilitarismo, antifascismo, erano attraversati in forme diverse da richiami di classe perché il movimento di classe e di massa dominava la scena politica. In una fase di arretramento del movimento operaio, tanto più se prolungato e profondo, accade invece il contrario. L'irriconoscibilità delle ragioni di classe, o il loro capovolgimento di segno nella torsione dei populismi reazionari, produce un arretramento del senso comune che lascia il segno in ogni movimento. I movimenti non sono come noi li vorremmo né come sarebbe giusto che fossero. Riflettono in varie forme il contesto oggettivo entro cui si muovono. Coloro che rimproverano alle sardine di non avere riferimenti sociali vedono l'effetto senza risalire alla causa.

Le sardine non nuotano in un mare indistinto, nuotano in un mare ricoperto di rifiuti tossici depositati nella lunga stagione del riflusso: emarginazione delle ragioni del lavoro e dei suoi diritti, rappresentazione del precariato come condizione naturale, dissoluzione ideologica delle classi in un "popolo" indistinto, polarizzazione tra europeismo e sovranismo, rigetto post-ideologico delle culture “novecentesche” (quelle a sinistra, perché a destra è un altro discorso), crollo di riconoscibilità della sinistra politica, rifiuto o diffidenza verso i partiti in quanto tali... Questo contesto prolungato di fase non impedisce il sorgere di movimenti democratici, né sminuisce la loro importanza, anzi in un certo senso l'accresce. Ma sicuramente non può non influire sui caratteri di questi movimenti, sul loro immaginario, vocabolario, simbologia. Così è stato in parte per i movimenti democratici di avanguardia della precedente stagione antisalviniana (movimenti antirazzisti, femministi, antifascisti), così è in particolare per il movimento delle sardine, sicuramente il più arretrato nella sua coscienza tra i movimenti democratici degli anni recenti, e tuttavia non casualmente il più ampio come bacino di massa, dunque il più esposto per le sue stesse dimensioni alla pressione negativa della situazione generale.

Il movimento esprime la contrapposizione alla destra col vocabolario che trova sul mercato corrente, con tutte le confusioni ed aporie: "Bella ciao" assieme all'inno di Mameli, generico civismo contro xenofobia, bandiera europea contro sovranismo, rifiuto delle bandiere di partito a difesa della propria unità, non riconoscibilità della bandiera rossa in quanto “bandiera di parte”. L'egemonia liberale nel movimento delle sardine si nutre di questi ingredienti, a loro volta portato dell'arretramento di classe. Mattia Santori è, se vogliamo, lo specchio antropologico di tutto questo. Il PD fa leva su questa egemonia per ridurre le sardine a terreno di pascolo elettorale, a partire dall'Emilia. La proposta di Nicola Zingaretti mira esplicitamente a incorporare il movimento al PD. L'apertura di Santori a Zingaretti, e l'annunciata scadenza paracongressuale del movimento, porranno il rapporto col PD come tema centrale di confronto.


COMBATTERE L'EGEMONIA DEL PD. L'ESEMPIO DI PIAZZA SAN GIOVANNI A ROMA

Ma se il PD fa leva sugli elementi di arretratezza del movimento e sulle ambizioni dei suoi dirigenti, i rivoluzionari debbono far leva sulla sua pulsione democratica per contrastare l'egemonia del PD, perché pulsione democratica ed egemonia del PD misurano una contraddizione. Si può non vederlo?

Roma, 14 dicembre, Piazza San Giovanni. In una piazza di 40000 sardine pigiate, tra molti “Bella ciao” e uno sgradevole inno di Mameli, Mattia Santori legge il proprio decalogo all'insegna del bon ton istituzionale contro i “toni gridati” di Salvini. Il nulla. Ma non può non toccare il tema migranti, centrale nel sentimento democratico della piazza. «Modificare i decreti sicurezza» esclama cercando l'applauso. Ma in un frammento di secondo la piazza plaudente lo interrompe gridando in coro: «Cancellare, non modificare!». L'urlo inaspettato costringe Santori alla rettifica istantanea: «Va be', cancellare... d'accordo». Ecco, nella cruna dell'ago di questo piccolo episodio di cronaca si esprime un fatto politico di fondo: la contraddizione plateale tra la pulsione democratica del movimento e la politica del PD, tra la rivendicazione democratica più elementare – la cancellazione delle misure odiose di Salvini – e una politica che le preserva.

È una contraddizione oggettiva e soggettiva al tempo stesso.
Una contraddizione oggettiva, perché il PD non vuole e non può cancellare i decreti sicurezza, al di là di operazioni maquillage. Perché il PD è anche l'eredità di Minniti che il M5S custodisce e blinda. La conferenza stampa del Presidente del Consiglio il 28 dicembre è stata peraltro inequivoca: i decreti sicurezza rimangono.
Ma è anche una contraddizione soggettiva: nonostante l'arretratezza profonda della coscienza politica del movimento, la sua sensibilità democratica urta con la politica liberale e reazionaria del PD. E pone problemi alla leadership. L'episodio di Piazza San Giovanni è rivelatore, come lo sono i risvolti del giorno successivo, nell'incontro dei 150 “coordinatori” locali, dove il problema della democrazia del movimento contro la centralizzazione bolognese non è solo un problema di democrazia, è l'espressione della diffidenza verso il PD, e verso una leadership subalterna al PD. Si tratta allora di entrare in questa contraddizione con una politica attiva, che costruisca coscienza: se vuoi contrapporti a Salvini devi opporti a un governo che difende le sue peggiori misure. Punto. Piazza San Giovanni ha dimostrato che questa contraddizione può essere terreno di battaglia all'interno delle piazze stesse. Se un gruppo di cinquanta "sardine nere" animato da Potere al Popolo (assieme ai compagni e compagne di Città Futura, Sinistra Anticapitalista, PCL) ha fatto da detonatore del pronunciamento di piazza sui decreti sicurezza, quale effetto potrebbe produrre un intervento concentrato, diffuso, metodico, in tante piazze di tutte le organizzazioni di classe?


PORTARE TRA I GIOVANI IL RIFERIMENTO DI CLASSE

Peraltro, non c'è solo la questione democratica. Anche nel più arretrato dei movimenti democratici con base di massa non può non affacciarsi, in forme diverse, la questione sociale.

La leadership del movimento riflette una composizione piccolo-borghese, relativamente benestante, di elevata scolarizzazione, priva in apparenza di preoccupazioni sociali rilevanti. Ma lo spaccato di gioventù che popola le piazze è fatto anche di giovani precari supersfruttati, di studenti che non reggono il caro affitti, di lavoratori condannati ad una faticosa sopravvivenza dalla realtà quotidiana del capitalismo e dalla sua crisi. Le leggi votate dal PD, e ciclicamente dalla sinistra cosiddetta radicale, hanno scolpito la vita di questa massa di giovani, ne siano essi coscienti o meno (a partire dal pacchetto Treu del 1997). Introdurre in quelle piazze la questione sociale è anche sviluppare la loro coscienza politica. La stessa domanda democratica va ricondotta, col linguaggio dovuto, ad una prospettiva di classe anticapitalista. “Siamo tutti uniti contro Salvini. Ma chi ha regalato alla demagogia reazionaria di Salvini il consenso di milioni di operai, se non le politiche del PD e della sinistra che si è prostrata ai suoi piedi? Non è possibile far argine a Salvini senza rompere col PD e le sue politiche”. Questa verità elementare nuota oggi controcorrente rispetto alla coscienza arretrata della maggioranza del movimento, ma una minoranza può comprenderla e farla propria. Conquistare quella minoranza, piccola o grande che sia, e avvicinarla al movimento operaio, è parte della battaglia per una egemonia alternativa nella gioventù.

I movimenti non sono mai una realtà uniforme, sono sempre una realtà stratificata. Non solo in termini sociali, ma anche in termini di coscienza, radicalità, disponibilità alla lotta. L'interrogativo retorico se sarà possibile o meno egemonizzare un movimento di giovani così moderato è obiettivamente mal posto. Ogni previsione non solo è impossibile ma rimuove il problema. Il problema è quale politica le avanguardie di classe debbono sviluppare tra i giovani e nei loro movimenti. Se si persegue realmente una prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria reale, e non la custodia conservativa del proprio orticello, occorre muoversi sempre in una logica maggioritaria, cioè nella logica della conquista della massa. È una questione di metodo, non di previsione. E la conquista della massa muove sempre dalla conquista dell'avanguardia. Puntare a conquistare l'avanguardia è anche puntare a conquistare la parte più avanzata dei movimenti democratici come il movimento delle sardine, non abbandonandolo al PD e/o a Mattia Santori ma lavorando ad una egemonia alternativa.

Non ci interessa il futuro delle “sardine” in quanto tali (probabilmente destinate alla dissoluzione come ogni bolla democratica di movimento), ci interessa il futuro di una prospettiva anticapitalista. E dunque la conquista ad una prospettiva anticapitalista di ciò che si muove nella società e nei movimenti da un versante progressivo. L'esatto opposto di quel che fa la borghesia.


INTERVENTO NELLA CLASSE E NEI MOVIMENTI DEMOCRATICI, LA CONQUISTA DELLA GIOVENTÙ, LA COSTRUZIONE DELL'ORGANIZZAZIONE RIVOLUZIONARIA

“Dedichiamoci al coordinamento unitario delle sinistre di opposizione piuttosto che alle sardine” si sente in diversi commenti. Ma perché mettere in contraddizione compiti diversi e complementari dell'avanguardia?

Il coordinamento delle sinistre di opposizione attorno a campagne unitarie classiste è un terreno importante di impegno del nostro partito, che ha dato e dà un contributo decisivo in questa direzione, perché la classe lavoratrice è e resta il soggetto centrale di una prospettiva rivoluzionaria capace di successo – contro tutte le tesi disfattiste che sono circolate negli ultimi trent'anni – e perché solo una ripresa di lotta della classe lavoratrice potrà aprire uno scenario politico e culturale nuovo capace di riverberarsi sul senso comune maggioritario della società, e dunque su ogni dinamica di movimento. E tuttavia per quale ragione un fronte di unità d'azione sul terreno dell'opposizione di classe non dovrebbe porsi il compito di intervenire anche su movimenti democratici che di classe non sono per costruire egemonia alternativa? Peraltro una delle campagne promosse dalla assemblea nazionale del 7 dicembre rivendica l'abolizione dei decreti sicurezza. Perché non investire questa campagna anche in un movimento che formalmente avanza la medesima richiesta, salvo subordinarsi alle pressioni del PD?

La questione va posta inoltre anche da un altro lato.

Non tutto si riduce alla ripresa del movimento di massa della classe, a differenza di quanto pensano i cultori dei movimentismo. La questione cruciale in ultima analisi è sempre quella della direzione politica dei movimenti. Il biennio rosso, la sollevazione partigiana, la grande ascesa del 1969/'76, furono tutti grandi movimenti di classe e di massa, capaci di polarizzare spontaneamente blocchi sociali alternativi più o meno estesi. Ma furono dispersi ogni volta dalle loro direzioni maggioritarie: dall'intesa tra CGL e Giolitti, dall'unità nazionale tra Togliatti e De Gasperi, dal compromesso storico tra Berlinguer e Andreotti. Ogni volta l'assenza di una egemonia alternativa fu la tomba dei movimenti di massa.

A sua volta la costruzione di una direzione alternativa passa per la selezione che si compie nell'avanguardia prima della svolta di massa, perché poi è troppo tardi. Una selezione che è innanzitutto la formazione di avanguardie politiche complessive capaci di padroneggiare l'intera tastiera della politica rivoluzionaria, che comprende anche la capacità di relazione con tutti i temi e le istanze poste da movimenti non direttamente classisti. Movimenti a volte di portata strategica per una prospettiva di rivoluzione, come il movimento di liberazione della donna e il movimento contro la devastazione ambientale, ma anche movimenti, più o meno arretrati, di carattere democratico. Gli uni e gli altri, guarda caso, movimenti oggi prevalentemente di giovani.

Conquistare l'avanguardia della gioventù, sviluppare la sua coscienza, formare i suoi elementi migliori è lavorare non solo per una direzione alternativa dei movimenti giovanili, ma anche indirettamente per una direzione alternativa della classe. La storia dei partiti rivoluzionari di classe è spesso passata per un'accumulazione preventiva tra le file dei giovani, in particolare studenti. Fu così per i rivoluzionari russi, che polarizzarono a fine Ottocento migliaia di giovani intellettuali e studenti provenienti dalla vecchia tradizione populista, che si avvicinarono alla classe e al marxismo. La stessa estrema sinistra (centrista) dei primi anni '70 in Italia si costruì innanzitutto sulla giovane generazione studentesca del '68, che fu centrale per la sua proiezione nella classe. Ciò che allora mancò fu un'organizzazione marxista rivoluzionaria capace di dare a quei giovani i necessari strumenti teorici, politici, programmatici della politica rivoluzionaria, con un effetto di inevitabile dispersione di un enorme patrimonio di energie nei mille rivoli dello spontaneismo e del neostalinismo (maoismo).

Costruire l'organizzazione marxista rivoluzionaria d'avanguardia tra i lavoratori e i giovani è l'obiettivo centrale del PCL. Per questo vogliamo intervenire su ogni movimento progressivo dei giovani, fosse pure il movimento delle sardine, evitando la sua celebrazione – tipica di chi vede ogni volta in ciò che si muove il nuovo treno della storia – come anche la postura settaria di chi si tiene fuori dalla mischia perché non è di suo gradimento.

Sempre che il problema sia di trasformare il mondo, non di commentarlo. Che certo è infinitamente più semplice.
Marco Ferrando

Elezioni in Umbria. Rifondazione con il PD e con Di Maio

Incredibile ma vero.

«Rifondazione comunista dell'Umbria rispetto alle elezioni regionali condivide pienamente la proposta avanzata dal Movimento 5 Stelle. Abbiamo lavorato da tempo proprio nella direzione oggi individuata da Di Maio all'interno del metodo e dei contenuti de L'Altra Umbria e della coalizione civica, verde e sociale. Siamo disposti a ragionare su come costruire una nuova coalizione politica e di cittadinanza capace di essere includente, ma anche fortemente rinnovata per battere le destre e la Lega in discontinuità con il passato, centrando il programma sulla questione ambientale e sulla emergenza lavoro. Oggi si apre una prospettiva reale che sia sul piano programmatico che sul profilo politico intendiamo esplorare per la svolta necessaria che serve all'Umbria e al Paese». (Dichiarazione del segretario regionale umbro di Rifondazione Comunista, 15 settembre) (1).

IL PRC umbro entra dunque in coalizione (“civica”) con PD e M5S nel nome di Di Maio. Un'enormità impresentabile, la copertura politica del trasformismo.

Il PD umbro, storico partito di potere in regione, è travolto dagli scandali su affarismo, nepotismo, corruzione. Non è in grado di presentarsi come PD, deve nascondersi dietro una lista civica. Di Maio ha lo stesso problema. Il M5S è profondamente logorato sia per l'esperienza di governo nazionale con la Lega sia per l'improvvisa svolta di governo col PD. Meglio dunque riparare in Umbria in una lista civica che lo stesso Di Maio ha proposto e concordato col PD. Una classica operazione trasformista, di segno politico nazionale, non solo locale. La lista civica umbra è infatti un esperimento pilota. È la forma attraverso cui PD e M5S, oggi alleati nel governo nazionale, provano a esportare la propria alleanza su scala locale. Oggi l'Umbria, domani l'Emilia e la Calabria. Il governo Conte bis prova così a rafforzarsi mettendo radici nei territori.

Cosa dovrebbe fare un partito di classe che si dichiara formalmente di opposizione? Denunciare l'operazione trasformista umbra, smascherare il suo vero significato nazionale, spiegare ai lavoratori e alle lavoratrici che occorre costruire un'alternativa di classe a tutto questo. Sarebbe, come si suol dire, il minimo sindacale. I dirigenti di Rifondazione fanno invece esattamente l'opposto. Pur di rientrare nel gioco politico istituzionale umbro, dopo decenni di governo a braccetto del PD regionale, sposano l'operazione di PD e M5S, cioè di Conte. E siccome si vergognano di dire che si accodano a PD e M5S come ultima ruota del carro, si presentano addirittura come battistrada («abbiamo lavorato da tempo proprio nella direzione oggi individuata da Di Maio...»). Chiedono una soluzione «includente» (che in gergo significa “non teneteci fuori, fateci salire a bordo”) ma anche «discontinuità», la stessa parola magica e falsa con cui Zingaretti ha benedetto il Conte bis. Il tutto nel nome, naturalmente, della «svolta necessaria che serve all'Umbria e al Paese».

Interessante quest'ultimo richiamo al “Paese”. Ed anche rivelatore. Se l'alleanza umbra con PD e M5S, sia pure sotto mentite spoglie (coalizione civica) è la strada della possibile “svolta necessaria”, per quale ragione non dovrebbe essere “esplorata” (usano proprio questo termine) su scala nazionale?
Ecco il punto. Qui casca l'asino, come dice un vecchio adagio. Se un partito che si dichiara di opposizione al governo nazionale si intesta un'operazione nazionale che lo rafforza, di quale opposizione stiamo parlando? Anche la logica ha i suoi diritti. E i conti tornano, tutti. Purtroppo.

Prima la rivendicazione insistita in agosto di un governo PD-M5S, poi la richiesta a questo rivolta di “una svolta necessaria”, attraverso una politica di pressione critica e non di opposizione aperta acquistano ora una nuova luce. Non si trattava di uno svarione o di un errore, né si trattava solamente della contropartita offerta in cambio di una legge elettorale proporzionale, che oltretutto PD e M5S non faranno se non con soglie di sbarramento proibitive. Si trattava anche di tenere aperto un canale di relazioni politiche per operazioni come quella umbra. Per provare a rientrare nelle giunte col PD attraverso l'intercessione di Di Maio. Per provare a rientrare a pieno titolo nel nuovo ennesimo “fronte democratico” contro la destra.

È una politica non solo priva di ogni riferimento di classe ma anche irresponsabile dal punto di vista democratico. Perché Salvini e Meloni avranno un argomento in più, e non in meno (e non solo in Umbria), per fare la loro squallida demagogia reazionaria tra i lavoratori contro “il governo dei comunisti” e le coalizioni ammucchiata. Rimuovere l'opposizione di sinistra significa ampliare lo spazio di rivincita della destra.

Ai tanti compagni e compagne di Rifondazione che in questi giorni, spesso con assoluta sincerità, hanno lamentato un presunto eccesso polemico da parte nostra verso il loro partito diciamo con altrettanta sincerità: il vostro avversario non è il PCL, ma la politica disastrosa del vostro gruppo dirigente. Disastrosa per i lavoratori e per i comunisti. E non da oggi.

Anche per questo il Partito Comunista dei Lavoratori sta lavorando alla presentazione elettorale del proprio partito in Umbria, contro mille ostacoli normativi e burocratici. L'opposizione comunista, classista, internazionalista, non può e non deve essere rimossa, né in Umbria né altrove. Tanto meno nel nome di Di Maio e del PD.




(1) Elezioni regionali, Rifondazione comunista dell'Umbria condivide la proposta del M5S
Partito Comunista dei Lavoratori

Il capitale finanziario vota la fiducia al governo M5S-PD

3 settembre 2019 - Non conta il voto scontato sulla piattaforma Rousseau, conta il voto decisivo della Borsa e del capitale finanziario. Raggiunto l'accordo M5S-PD, crollano i tassi di interesse sui titoli di Stato, le banche italiane ed estere acquistano festose nuovi titoli, il loro valore sale, l'interesse sul debito scende. Nulla più di questo fatto spiega la natura sociale del nuovo governo. 

Il grande capitale, finanziario e industriale, domina da sempre la società italiana, ma non sempre nelle stesse forme. Dopo il 4 marzo 2018 la crisi politica l'aveva costretto a governare attraverso partiti populisti che non gli appartengono direttamente (Lega e M5S) ma che gli portano in dote il consenso di un vasto blocco sociale, tra cui (purtroppo) la maggioranza assoluta dei salariati. Ora il ritorno al governo del PD è il ritorno della rappresentanza diretta del grande capitale ai vertici del potere esecutivo. Il PD è il partito organico di sistema, più rodato e sperimentato di ogni altro partito. Gli investitori finanziari non leggono il lungo programma di parole alate con cui Zingaretti e Di Maio celebrano il proprio matrimonio. A loro interessa il programma reale, e quello si sintetizza in due sole lettere: PD. È un partito che votano a scatola chiusa. È il partito che non credevano potesse tornare al governo così rapidamente, dopo i tracolli subiti, e che a maggior ragione risalutano con entusiasmo. Di più: è il partito cui affidano il compito di normalizzare il M5S, di ripulirlo delle scorie piccolo-borghesi e ribelliste, di assimilarlo alla gestione della normale stabilità capitalista. Mattarella, Franceschini, gli ambienti prodiani del PD fanno di questa operazione la loro nuova missione strategica. Nell'"interesse del Paese", naturalmente, cioè della Borsa. Se poi la nuova maggioranza nel 2022 eleggerà Prodi come Presidente della Repubblica, tanto meglio. Per Prodi naturalmente, ma anche per i circoli dominanti.
Reggerà il governo annunciato? Nessuno lo può prevedere, neppure la borghesia italiana. Perché davvero “del doman non c'è certezza” nel ginepraio dell'instabilità mondiale. Ma intanto il capitale afferra la nuova occasione per i propri affari, e brinda; mentre Salvini e Meloni preparano l'opposizione reazionaria al «governo delle élite». Solo un'opposizione del movimento operaio sul proprio versante di classe può spezzare questa tenaglia e aprire il varco di un'alternativa vera.
Partito Comunista dei Lavoratori

La crisi del governo Conte. Per un'alternativa di classe contro la destra

«Chiedo al popolo italiano pieni poteri». Il ministro degli interni più reazionario del dopoguerra svela il proprio progetto bonapartista. Non il fascismo, ma neppure un ordinario centrodestra in una normale logica di alternanza. Il progetto di Salvini è quello di un regime Orban all'italiana, fondato su un blocco sociale nazionalpopolare e sulla concentrazione dei poteri nelle mani dell'esecutivo. È nel nome di questo progetto che il ministro degli interni ha operato lungo l'arco di un anno, tra strette forcaiole contro i migranti, demagogie reazionarie sull'ordine pubblico, invocazione di rosari e Madonne, con la piena complicità del M5S. È nel nome di questo progetto che Salvini ha aperto la crisi del governo Conte, rompendo con M5S.


I FATTORI DELLA CRISI POLITICA 

Il governo M5S-Lega era minato sin dalle origini dalla natura plebiscitaria del progetto salviniano, oltre che dalla contraddizione tra i blocchi sociali delle due destre che lo componevano. Il ribaltamento dei rapporti di forza tra Lega e M5S, certificato dal voto europeo, ha precipitato questa contraddizione. L'iniziativa di rottura da parte di Salvini si pone in questo quadro. Diversi fattori combinati hanno spinto in questa direzione: le pressioni dei potentati leghisti del Nord, già da tempo insofferenti verso l'alleanza col M5S e interessati al bottino pieno sulle “autonomie”; la volontà di Salvini di capitalizzare il consenso indicato dai sondaggi prima di intestarsi una legge di stabilità ad alto rischio, combinata col timore di trovarsi intrappolato nelle conseguenze istituzionali della riduzione del numero dei parlamentari, cioè in un altro anno di governo col M5S senza disporre di vie d'uscita (e dunque oltretutto con un potere contrattuale dimezzato). Infine la paura che le inchieste giudiziarie (Russiagate) potessero azzopparlo in mezzo al guado. In una parola, Salvini rompe oggi per paura di non poterlo fare domani, o di doverlo fare in condizioni peggiori.

La mossa è audace ma non è priva di razionalità. Salvini va all'affondo nel momento della massima crisi di tutti gli altri partiti. Forza Italia è di fronte al proprio cupio dissolvi. Il M5S lambisce una crisi potenzialmente esplosiva. Il PD è percorso da una linea multipla di frattura interna e dal rischio di una nuova possibile scissione (renziana). La sinistra politica è al punto più basso della propria parabola storica, per responsabilità dei suoi gruppi dirigenti. La crescita impetuosa della nuova Lega nazionale è stata ad un tempo un fattore propulsivo di questo scenario e il suo massimo beneficiario. Salvini vuole semplicemente portarla all'incasso.


LE VARIABILI DELLA CRISI 

Gli sviluppi della crisi politica hanno diverse variabili. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in accordo col M5S, vuole un dibattito parlamentare prima di rassegnare le dimissioni. L'obiettivo è scaricare su Salvini la responsabilità pubblica della rottura per zavorrare il suo slancio, ed anche ritagliare per sé il ruolo di argine istituzionale, quale futura possibile riserva della Repubblica. La presidenza della Repubblica, a sua volta, ha concordato con Conte il passaggio parlamentare della crisi. L'obiettivo di Mattarella è evitare che Salvini possa gestire da ministro degli interni le future elezioni, fosse pure in un ruolo di amministratore degli affari correnti. Da qui l'idea di un governo di garanzia elettorale, affidato a personalità estranee ai partiti, anche privo di maggioranza parlamentare. Una ipotesi complicata, ma non preclusa.

In ogni caso, nell'attuale Parlamento altri governi politicamente in grado di sbarrare la via delle urne appaiono decisamente improbabili. Un governo PD-M5S avrebbe una maggioranza parlamentare, ma il M5S non può oggi disporsi ad un'alleanza col PD senza un suicidio definitivo a beneficio di Salvini. E il PD di Zingaretti non può realizzare un blocco di governo col M5S prima del voto senza fornire a Renzi lo spazio politico della agognata scissione. Peraltro Nicola Zingaretti vede proprio nel voto anticipato l'occasione di ridisegnare i gruppi parlamentari del PD, sottraendoli al controllo renziano. Matteo Renzi sembra replicare alla minaccia con la ricerca paradossale di un proprio accordo diretto col M5S capace di scavalcare Zingaretti e di dar vita a un governo-ponte: giusto il tempo necessario per promuovere un proprio partito. Ma le possibilità reali che questa operazione vada in porto sono estremamente limitate, perché la segreteria PD fa barriera e Di Maio ha ancora più difficoltà ad accordarsi con Renzi di quanta ne abbia con Zingaretti. La risultante di questo groviglio è una sola: le elezioni anticipate, a fine ottobre o a inizio novembre, sembrano l'unico possibile sbocco della crisi politica che si è aperta, sia che a gestire l'accesso al voto provveda il governo uscente, sia che provveda un "governo di garanzia elettorale".


LO SCENARIO POSSIBILE DI UNA VITTORIA REAZIONARIA 

Vedremo quale sarà l'assetto degli schieramenti politici che si presenteranno alle elezioni. La legge elettorale resterà verosimilmente invariata. In questo quadro una scelta di corsa solitaria per Salvini sarebbe rischiosa per il “capitano”. Salvini ha bisogno di conseguire una maggioranza assoluta dei seggi in Camera e Senato, e difficilmente può conseguire l'obiettivo senza alleanze. L'alleanza con Fratelli d'Italia appare probabile, e (persino) quella con Forza Italia non è esclusa. Un simile schieramento potrebbe certo conseguire il risultato atteso. Il M5S è forse in grado di ricomporre le sue sparse membra in occasione del voto, ma la figura di Di Maio è compromessa in termini di credibilità. Il PD cercherà di riaggregare attorno a sé un'alleanza di centrosinistra, più o meno variopinta, ma senza realistiche possibilità di successo. A parità di condizioni si profila dunque all'orizzonte la possibile vittoria elettorale di un blocco reazionario a egemonia salviniana.

Naturalmente non tutto è deciso. Fatti politici imprevedibili oggi possono sempre giocare un ruolo. Un'eventuale candidatura di Conte per conto del M5S potrebbe ad esempio rafforzare quest'ultimo. Una crisi finanziaria, legata a una impennata dei tassi di interesse, con la conseguente svalutazione patrimoniale delle banche, potrebbe spaventare la piccola borghesia e complicare la marcia di Salvini. Ma al netto di queste o altre variabili – che è sempre necessario monitorare – lo scenario di un'affermazione elettorale della destra si delinea come il più probabile.


LE RESPONSABILITÀ POLITICHE DELL'AVANZATA DI SALVINI 

Questo scenario viene da lontano. Viene innanzitutto dall'arretramento profondo del movimento operaio, dei suoi livelli di mobilitazione e di coscienza, di cui portano piena responsabilità le burocrazie sindacali, con la loro politica di compromissione col padronato e di svendita degli interessi dei lavoratori. Salvini non avrebbe il consenso che ha tra i salariati se la burocrazia sindacale non avesse avallato la legge Fornero. L'immagine recente di Maurizio Landini premurosamente accorso all'invito del ministro degli interni, per un incontro politico con la Lega ad esclusivo interesse della Lega, dà la misura della psicologia subalterna di una burocrazia che cerca solo la propria legittimazione, da chiunque venga, fosse pure dal peggiore figuro della reazione.

Ma la via del successo di Salvini è stata lastricata anche dai gruppi dirigenti della sinistra politica. Non solo, ovviamente, dal corso populista reazionario di Matteo Renzi e dai successivi governi del PD che hanno tutti concimato il terreno di Salvini (Minniti docet). Ma anche dai gruppi dirigenti di una sinistra cosiddetta radicale che prima hanno distrutto Rifondazione Comunista per conquistare sottosegretariati, ministeri, cariche istituzionali, votando missioni di guerra e regali fiscali ai padroni; e poi si sono spartite le spoglie di un partito distrutto o per negoziare di nuovo col PD (SEL/SI) o per inseguire un progressismo civico privo di qualsiasi valenza di classe con Di Pietro, Ingroia, Barbara Spinelli (PRC). Sino al comune tracollo delle ultime elezioni politiche. Lega e M5S non avrebbero sfondato nel mondo del lavoro se un argine di classe non fosse stato smantellato proprio da chi avrebbe dovuto presidiarlo.


I GRUPPI DIRIGENTI DELLA SINISTRA RIPERCORRONO GLI STESSI SENTIERI? 

Il punto è che i gruppi dirigenti della sinistra, non paghi di questo bilancio, sembrano ostinarsi a ripercorrere gli stessi sentieri.

Nicola Fratoianni invoca contro Salvini un ampio fronte democratico col PD liberale, lo stesso che a Salvini ha spianato la strada. Il segretario del PRC Maurizio Acerbo propone al PD e al M5S di fare in questo Parlamento un governo comune in grado di «mettere Salvini all’opposizione» (1), idea peraltro avanzata da tempo da un vasto fronte politico-editoriale liberalprogressista, da Massimo Cacciari alla redazione dell'Espresso, passando per il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. È una proposta che trascura uno spiacevole dettaglio: un accordo di governo tra PD e M5S potrebbe certo ostacolare la corsa alle urne immediata di Salvini, ma gli fornirebbe una nuova gigantesca mietitura quale unica "opposizione" al sistema. Esattamente il profilo abusivo che Salvini ha costruito negli anni grazie alle svendite – sindacali e politiche – della sinistra.

La verità è che nessun fronte democratico di centrosinistra, tanto più se allargato sulla destra (M5S), può arrestare la marcia reazionaria di Salvini. Può farlo solo il rilancio di un movimento di lotta indipendente del movimento operaio, che unifichi tutte le lotte di resistenza, e ponga una propria agenda di rivendicazioni al centro della scena politica. Un movimento di lotta che rifiuti di subordinarsi all'ennesimo centrosinistra e apra il varco ad un'alternativa anticapitalista.


SOLO LA CLASSE LAVORATRICE PUÒ BATTERE LA DESTRA, IL FRONTE DEMOCRATICO LA NUTRE 

A tutti i campioni di realismo politico e istituzionale che da decenni biasimano il nostro “estremismo” classista vorremmo rinfrescare la memoria. È stata sempre la lotta di classe e di massa ad arrestare la reazione, mentre la sua liquidazione l'ha nutrita. Nel 1994 fu il grande sciopero di massa a difesa delle pensioni a fermare il primo governo Berlusconi e a porre le condizioni della sua caduta. Mentre fu la sua liquidazione, nel nome della subordinazione al centrosinistra di Prodi, D'Alema e Amato, a riconsegnare l'Italia a Berlusconi. Fu nuovamente la stagione delle mobilitazioni di massa dei primi anni 2000 (operaie, contro la guerra, no global...) a indebolire e a provocare la caduta del Cavaliere, mentre la svendita di quelle lotte tra le braccia di Prodi ha riconsegnato il paese alla destra.
I fronti democratici con i liberali “contro la destra” hanno sempre spianato la strada alla destra.

Questa è la memoria che oggi va incorporata alla lotta contro il salvinismo. Solo una ripresa di classe può alzare un argine contro la reazione. Solo il rilancio di una mobilitazione di massa indipendente può consentire al movimento operaio di agire come fattore politico, disgregare il blocco sociale reazionario, ricomporre attorno a sé un blocco sociale alternativo.
È la linea di proposta e di intervento del Partito Comunista dei Lavoratori, in ogni lotta e su ogni terreno.



(1) http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=39044
Marco Ferrando