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La crisi in Europa

 Non passa giorno senza che si senta parlare di un altro “campanello d’allarme per l’Europa”. Che si tratti di Merz o di Macron, della Commissione Europea o dei capi di governo nazionali. Secondo la cancelliera tedesca, l’Europa deve reimparare il linguaggio del potere, deve staccarsi dagli Stati Uniti e diventare «sovrana». Macron chiede una forza di difesa europea e un’industria degli armamenti coordinata.

“L’Europa” – o, più precisamente, l’Unione Europea – deve quindi aumentare il proprio peso politico, militare ed economico. Eppure, il campanello d’allarme si conclude regolarmente con i postumi di una sbornia. L’ultimo vertice UE rivela ancora una volta che “l’unità” del continente versa in uno stato pietoso, e non solo a causa di Viktor Orbán.

L’Europa è nel mezzo di una crisi profonda e storica. Ciò riguarda soprattutto, sebbene non esclusivamente, l’UE, ma in pratica tutti gli Stati e le potenze del continente.

Di seguito esamineremo le varie manifestazioni di questa crisi, poiché ci aiutano a comprendere le cause più profonde del costante fallimento nel raggiungere gli obiettivi autoimposti e proclamati, e a capire perché la borghesia europea si sta dimostrando incapace di unire il continente economicamente e politicamente.

CRISI ECONOMICA

L’economia europea è in fase di stagnazione e sta perdendo terreno rispetto ai suoi concorrenti Cina e Stati Uniti. Ciò riguarda tutte le principali economie dell’UE e del Regno Unito. La Russia va considerata a parte, ma anche lì si registrano chiari segnali di stagnazione. Il passaggio a un’economia di guerra e la capacità di resistere alle estreme sanzioni economiche imposte dall’UE e dagli Stati Uniti in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina evidenziano, da una parte, il carattere imperialista del capitalismo russo, dall’altra parte, che il passaggio a un’economia di guerra e i costi finanziari e umani del conflitto portano a lungo termine all’esaurimento e al declino economico, come dimostrano l’inflazione, la carenza di manodopera, il supersfruttamento dei lavoratori migranti e il calo dei tassi di accumulazione.

Tuttavia, in termini economici, la Russia è sempre stata una potenza imperialista relativamente debole. Gli Stati dell’UE, al contrario, all’inizio del millennio si sono prefissati di diventare la potenza economica più forte. Con l’euro hanno creato la seconda valuta più importante al mondo, destinata a sfidare il dollaro nel lungo periodo. Ma per quanto significativo possa essere l’euro, da tempo non è in grado di raggiungere il dollaro statunitense, e che riesca a raggiungerlo è del tutto fuori discussione per il prossimo futuro.

Con la Strategia di Lisbona del 2000, le potenze europee, guidate da Germania e Francia, hanno articolato apertamente le loro ambizioni di diventare una potenza globale. Secondo l’allora cancelliere tedesco Schröder, l’UE avrebbe dovuto affermarsi come il più grande e dinamico spazio economico basato sulla conoscenza. Questi obiettivi sono stati accantonati da tempo. Da anni, l’Unione Europea è sottoposta a una pressione crescente derivante dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina sulla ridistribuzione del mondo, e sta cercando in qualche modo di tenere testa e di trovare un modo per arrestare, quantomeno, questo sviluppo.

La quota del PIL globale degli Stati membri dell’UE si attesta attualmente intorno al 17% in termini nominali (e a circa il 14% in termini di parità di potere d’acquisto). A titolo di confronto: nel 2000 era ancora del 29,5%. Questa tendenza è destinata a continuare nei prossimi anni.

Tuttavia, il PIL è solo uno degli indicatori di sviluppo. La quota dell’UE nella produzione industriale globale si attesta al 15-18%, a seconda di come vengono classificati determinati settori. Anche questa cifra è in calo, ed è diminuita del 2,4% nel solo 2024.

Prendendo il 2019 come anno di riferimento, la produzione industriale dei quattro principali Stati imperialisti dell’UE (Germania, Francia, Italia, Spagna) nel 2024 ammonta solo al 92,1% del dato di riferimento. Nel “resto dell’UE” questo calo è in parte compensato (con un aumento al 114,1%), riflettendo uno spostamento della produzione, in particolare verso le semicolonie dell’Europa orientale. Nello stesso periodo anche la produzione industriale negli Stati Uniti si è contratta, attestandosi nel 2024 al 98,2% del dato del 2019. La produzione in Cina, al contrario, ha continuato a crescere in modo massiccio (raggiungendo il 137,2%), mentre quella dei paesi dell’ASEAN-5 (Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia, Singapore) è aumentata in misura minore, raggiungendo il 114,1%.

All’interno dell’UE, la Germania e l’Italia in particolare hanno subito un calo della produzione industriale dall’inizio della guerra in Ucraina, una situazione legata anche alla composizione dei settori produttivi e all’andamento dei prezzi dell’energia. Solo in Germania, ad esempio, dal 2019 sono andati persi circa 266.000 posti di lavoro nell’industria (4,7%), senza che siano stati sostituiti.

Tuttavia, l’economia europea non sta perdendo terreno solo nel settore industriale; sta rimanendo indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina in particolare nei settori del capitale finanziario e dell’alta tecnologia.

Ciò rende quasi inevitabili un ulteriore declino e una continua stagnazione. Il problema per le potenze del continente europeo è che questa base economica della crisi è inestricabilmente legata alle sue dimensioni politiche e militari, e i due aspetti si rafforzano a vicenda.

CRISI POLITICA E MILITARE

Nella politica mondiale, l’UE e i suoi Stati membri svolgono un ruolo secondario rispetto alle principali potenze globali. Ciò non è dovuto solo alla debolezza militare rispetto a Stati Uniti, Cina o Russia, ma soprattutto alle contraddizioni interne all’Europa stessa. La Russia, dal canto suo, è riuscita ad affermarsi come potenza imperialista globale, sebbene a un costo enorme.

La portata della crisi che affligge l’Europa e l’UE diventa chiara se si considera una differenza cruciale rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. A differenza di queste due grandi potenze, l’UE non è uno Stato, ma una confederazione di potenze imperialiste e semicolonie (in particolare nell’Europa orientale). È uno spazio economico con una propria moneta e un grande mercato unico che si estende ben oltre i confini nazionali. A questo proposito, rappresenta un enorme vantaggio per i capitali imperialisti più potenti, soprattutto per la Germania, che domina economicamente i paesi dell’UE dell’Europa orientale e ne ricava giganteschi superprofitti, oltre a una riserva di manodopera qualificata a basso costo che comporta costi di formazione nulli o relativamente bassi per il capitale tedesco.

L’Unione Europea e l’Eurozona rappresentano un tentativo di superare, con mezzi capitalistici, i confini dello Stato-nazione, i quali, come Trotsky aveva giustamente analizzato già prima della Prima guerra mondiale, sono da tempo diventati troppo ristretti per l’ulteriore sviluppo del capitalismo. Eppure l’Europa è un continente di (ex) grandi potenze e potenze coloniali, le quali rivendicano tutte un ruolo di leadership nell’UE, o almeno affermano di essere “su un piano di parità” con le altre potenze. Questi conflitti erano già evidenti quando fu fondata la Comunità Europea (CE), antesignana dell’odierna UE, ma erano anche tenuti a bada dal fatto che la CE era in primo luogo un’entità economica e, in secondo luogo, dal fatto che anche gli Stati Uniti svolgevano un ruolo egemonico nell’Europa occidentale.

Più l’UE si trova di fronte alla questione di andare avanti, più la questione della leadership diventa pressante, non solo all’interno dell’UE, ma anche in relazione alle altre potenze europee, in particolare la Russia e la Gran Bretagna. E poiché l’unificazione capitalista solleva inevitabilmente la questione della leadership tra di loro, l’Europa si scontra con l’interesse singolo di ciascuno Stato nazionale del continente. Tuttavia, ciò non sta avvenendo in uno spazio geografico isolato, ma sullo sfondo del conflitto globale tra Stati Uniti e Cina, che a loro volta esercitano un’influenza aperta e, nel caso degli Stati Uniti, molto aggressiva sull’UE (e naturalmente la Russia sta facendo lo stesso, proprio come le potenze statunitensi e dell’UE si sono espanse verso est fin dalla fine della Guerra Fredda).

Negli ultimi anni, tuttavia, le potenze dell’UE hanno perso costantemente terreno non solo sul piano economico, ma anche politico e strategico. L’imperialismo francese, ad esempio, ha subito una massiccia perdita di influenza in Africa ed è stato costretto a ritirarsi da numerose sue ex colonie. Una volta che nel 2022 sono diventate evidenti le debolezze della macchina da guerra russa, le potenze dell’UE hanno tentato, insieme agli Stati Uniti, di sfruttare la guerra della Russia contro l’Ucraina come un’opportunità per indebolire gravemente la Russia come potenza imperialista ed escluderla di fatto dal mercato mondiale attraverso un regime di sanzioni senza precedenti contro uno Stato imperialista fin dalla Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia questo tentativo è fallito (il che a sua volta è il riflesso di un cambiamento e una trasformazione nell’economia mondiale).

Con l’insediamento di Donald Trump, la situazione si è ancor più deteriorata drasticamente. Anche prima di Trump le potenze dell’UE avevano difficoltà a sviluppare una posizione indipendente e unitaria sui principali conflitti politici globali. Ma fino ad allora, gli Stati Uniti avevano svolto il loro ruolo nel quadro di un’alleanza transatlantica. Sotto Biden (e prima ancora sotto Obama) era possibile fingere di essere stati compartecipi su un piano di “parità” in tutte le questioni. L’UE e le principali potenze europee hanno così assecondare l’illusione di essere un partner alla pari, una quasi-potenza mondiale. Il primo mandato di Trump è stato minimizzato come uno “scivolone” isolato. Ma il suo secondo mandato ha infranto un altro sogno ad occhi aperti dei leader imperialisti europei.

In questi anni tali divergenze sono diventate ancora più marcate. Ciò vale per la Palestina, l’Ucraina, la conclusione di importanti accordi commerciali come quello con il Mercosur, le questioni chiave della politica economica e industriale europea, la questione della politica migratoria e delle frontiere interne, nonché le relazioni con gli Stati Uniti, il “Consiglio di pace” di Trump, la posizione sul rapimento di Maduro, il blocco di Cuba e la guerra contro l’Iran.

L’AMMINISTRAZIONE TRUMP: UN VERO PUNTO DI SVOLTA

Prima di Trump, le potenze dell’UE e l’Unione stessa erano trattate “rispettosamente” dagli Stati Uniti come pari, come quasi-superpotenze. Sotto Trump, solo gli Stati Uniti, la Cina e, con qualche riserva, la Russia sono considerati superpotenze. L’UE e le potenze dell’UE non lo sono.

Ciò indebolisce la posizione dei paesi europei sulla scena politica mondiale. Una “potenza mondiale” che non è riconosciuta come tale dagli altri non è nemmeno lei una pari. Deve piuttosto dimostrarlo attraverso le azioni, attraverso l’unità e il potere economico, politico e militare.

A ciò si aggiunge il fatto che Trump, Vance e l’intera amministrazione statunitense considerano l’UE come un’entità ostile, e cercano di combattere e indebolire, o addirittura distruggere, i più grandi risultati economici delle potenze imperialiste dell’Europa occidentale.

Di conseguenza, l’amministrazione statunitense e il movimento MAGA stanno anche assumendo una posizione offensiva a sostegno della destra in Europa, sia che si tratti di governi di destra come quello di Orbán in Ungheria o di Meloni in Italia, che si presenta come una «mediatrice», sia che si tratti della destra in Germania, Francia e Gran Bretagna. Anche se non è chiaro se Orbán verrà destituito in Ungheria (l’articolo è stato scritto prima delle ultime elezioni in Ungheria, ndt), questa lotta si sta effettivamente svolgendo in tutti i paesi europei, con uno dei prossimi grandi scontri che si verificherà alle elezioni presidenziali francesi.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è necessariamente una rottura con l’Europa (occidentale). L’obiettivo è piuttosto quello di stabilire un ordine chiaro nell’“emisfero occidentale”: gli Stati Uniti determinano questa sfera di influenza, proprio come la Cina e la Russia hanno la loro. Pertanto, la minaccia di annettere la Groenlandia è più che simbolica: riassume la situazione, per così dire. Anche se le immediate ambizioni annessionistiche sono attualmente fuori discussione, questo conflitto potrà riemergere. Anzi, riemergerà. Mentre la maggior parte degli Stati dell’UE ha inviato solo forze puramente simboliche in Groenlandia all’inizio dell’anno, gli Stati scandinavi stanno tenendo pronti contingenti di una certa consistenza. I conflitti commerciali ed economici sui dazi, in cui l’UE è stata costretta a fare concessioni massicce, sono ben lungi dall’essere risolti.

Nel documento della “National Security Strategy” del novembre 2025, l’amministrazione Trump definisce chiaramente i propri obiettivi riguardo all’Europa/all’UE.

– Porre fine alla guerra in Ucraina per stabilizzare l’Europa.

– Rendere l’Europa in grado di camminare con le proprie gambe; il che, in parole povere, significa un massiccio programma di riarmo.

– Coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale corso (e l’aumento del sostegno ai “partiti patriottici” dimostra che ciò è possibile).

– Costruire nazioni “sane”, bianche in Europa.

Nel loro insieme, tutto ciò costituisce una dichiarazione politica di guerra ai governi esistenti in Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e alla Commissione Europea. E costituisce anche una dichiarazione di guerra ai capitali europei, il cui accesso privilegiato e il cui dominio sui mercati europei sono anch’essi sotto attacco. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno modificato radicalmente il loro rapporto con la Russi: si veda la guerra in Ucraina. A ciò si aggiunge il fatto che le sanzioni contro la Russia ora colpiscono gli Stati dell’UE più di quanto le sanzioni UE colpiscano la Russia, avendo queste ultime dimostrato economicamente di essere un autogol. Mentre l’UE invoca costantemente la “solidarietà con l’Ucraina”, in realtà essa sta svolgendo un ruolo secondario nella mediazione statunitense tra Ucraina e Russia. Sebbene in futuro non sarà necessariamente questo il caso, al momento gli Stati Uniti puntano su una nuova divisione delle sfere di influenza con la Russia (con gli Stati Uniti, ovviamente, che ne traggono vantaggio molto di più) e sperano di liberarsi in qualche modo dalla crescente dipendenza dalla Cina. A tal fine, sono disposti a rispettare gli interessi strategici fondamentali di Putin in Ucraina e nell’Europa orientale.

LA RISPOSTA “DELL’EUROPA”?

Gli Stati membri dell’UE e l’Unione nel suo complesso non hanno una risposta unitaria né tantomeno una strategia in merito, a meno che non si considerino tali i periodici appelli alla sveglia, i periodici “campanelli d’allarme”. Tuttavia, ciò non deve impedirci di vedere i cambiamenti reali che l’UE e le sue potenze principali hanno avviato per riconquistare terreno nella redistribuzione del mondo. Anche se non esiste una strategia unitaria all’interno della borghesia europea su come rispondere alle sfide poste dal trumpismo, dalla Cina e dalla Russia, vi sono comunque alcuni punti in comune tra tutte le fazioni dominanti delle classi dirigenti e dell’establishment politico nell’UE.

  1. Riarmo e militarizzazione in tutta Europa

In occasione del vertice NATO del giugno 2025, è stato concordato che tutti gli Stati europei avrebbero aumentato la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035, con il 3,5% destinato alle spese militari in senso stretto (bilancio della difesa, forniture di armi) e l’1,5% alle infrastrutture. Alcuni Stati, come la Polonia, hanno già raggiunto questo obiettivo e stanno proseguendo nel riarmo. Anche la Germania raggiungerà questo obiettivo ben prima del 2035, e ha di fatto abolito tutte le restrizioni sui finanziamenti all’interno del bilancio della difesa. Anche se le decisioni sono state apparentemente prese sotto la pressione degli Stati Uniti, questi obiettivi sono da tempo in linea con gli interessi delle principali fazioni del capitale nazionale e degli Stati imperialisti, ma sono stati più facili da vendere come “risposta” alla presunta minaccia globale rappresentata da Russia, Stati Uniti e Cina. In realtà, il punto è questo: se l’UE o le singole potenze vogliono svolgere un ruolo centrale nella politica globale, devono possedere enormi capacità militari. Ciò vale per le armi convenzionali, ma varrà anche per l’armamento nucleare. Prima o poi anche la Germania prenderà l’iniziativa di produrre le proprie armi nucleari (un’estensione dell’ombrello nucleare francese è in definitiva vista solo come una soluzione provvisoria).

Questo riarmo non serve solo a fini militari e geostrategici. È destinato anche a fungere da strumento di stimolo economico. Naturalmente, a trarne vantaggio sono innanzitutto i vari produttori di armi. Ma allo stesso tempo anche aziende “civili”, come le case automobilistiche, si stanno inserendo nel settore per compensare il calo delle proprie vendite.

  1. Attacchi alla classe lavoratrice, discriminazione razziale, attacchi all’ambiente e ai modelli sociali

Tuttavia, il riarmo e gli sconvolgimenti economici hanno un costo. Essi vanno di pari passo con un massiccio aumento del debito, che a sua volta deve essere pagato dalla classe lavoratrice, nonché da settori della classe media e della piccola borghesia.

Gli immigrati e le popolazioni delle regioni semicoloniali dell’UE (così come delle regioni emarginate all’interno degli Stati centrali) sono particolarmente colpiti. La crisi colpisce i gruppi socialmente oppressi, le donne, le persone LGBTIAQ, i giovani e i pensionati in misura ancora più grave rispetto alla media, in genere. Ma la concorrenza, la ristrutturazione del capitale europeo e la crisi colpiranno duramente anche i settori “privilegiati” della classe lavoratrice. E, nel frattempo, gli strumenti di ammortizzazione sociale si stanno riducendo.

Inoltre, gli standard ambientali e sociali nell’UE sono stati e continuano ad essere oggetto di imponenti attacchi.

In ogni paese, gli attacchi alle masse salariate vanno di pari passo con una politica deliberata di divisione, che esacerba enormemente la mentalità arretrata e la mancanza di solidarietà già esistenti a seguito di anni di sconfitte e perdite. I risultati ottenuti dai movimenti sociali, le campagne contro le “follie dell’ideologia gender” e soprattutto il razzismo fanno parte del repertorio classico non solo dei partiti populisti di destra e di estrema destra, ma anche dei conservatori. I liberali, i Verdi e i socialdemocratici oscillano tra una finta opposizione e l’effettivo sostegno e complicità in questi attacchi.

  1. Razzismo e nazionalismo

Ciò vale soprattutto per il razzismo e il nazionalismo, che si tratti di quello della UE come blocco “unito”, o quello di uno stato-nazione “indipendente”. In ogni caso, il collante del nazionalismo e del razzismo è necessario per portare avanti il riarmo e la mobilitazione interna contro nemici esterni. Chiunque voglia trasformare l’Europa o la Germania in una potenza mondiale non può farne a meno. Nella migliore delle ipotesi, il razzismo e il nazionalismo verranno mascherati con sembianze “socialscioviniste”, “verdi”, “democratiche” o attraverso il “partenariato sociale” fra lavoratori e padroni. Ironia della sorte, questo fenomeno non è affatto limitato agli Stati dell’UE. Esiste anche in Russia, ad esempio, dove si è spinto ancora oltre.

  1. Cambiamento nell’equilibrio di potere all’interno dell’UE

Il razzismo e il nazionalismo vanno di pari passo con un cambiamento delle maggioranze politiche all’interno dell’UE. Fino a pochi anni fa, il blocco politico dominante era costituito da un’alleanza tra conservatori, socialdemocratici, liberali e Verdi. Con l’ascesa della destra, ma anche a causa delle esigenze militari e dell’intensificarsi della lotta per la nuova divisione del mondo, il blocco dominante si è spostato. Aree della destra, guidate da Meloni e Fratelli d’Italia, sono state incorporate nel blocco di potere classico e sono ora considerati dal settore borghese dominante della UE come un’area conservatrice più radicali. Ciò sta attualmente rafforzando non solo la destra, ma soprattutto i conservatori europei, che sono in grado di manovrare tra la destra da un lato e i socialdemocratici, i liberali e i Verdi dall’altro. Il tentativo è quello di rendere “rispettabile” una parte della destra, anche all’interno dei singoli Stati. Le condizioni di base per l’integrazione di questa destra nel blocco dominante sono semplici: adesione all’UE e abbandono di ogni rivendicazione di uscire dall’UE o dall’euro; rifiuto di ogni aspirazione socialdemagogica e sostegno ai tagli e alla deregolamentazione a favore del capitale.

Tuttavia, tutto ciò non costituisce ancora una strategia comune volta ad approfondire l’unità capitalista dell’Europa e a formare un blocco imperialista più potente. Ciò richiederebbe, in ultima analisi, l’indebolimento dei diritti degli Stati nazionali più deboli all’interno dell’UE e una soluzione alla questione della leadership tra le potenze imperialiste. Ma non vi è alcun segno di una tale soluzione.

Pertanto, nel prossimo futuro, gli Stati dell’UE continueranno come prima: oscillando tra appelli all’unità europea, al rafforzamento e alla “sovranità” dell’Europa, e alla politica di appeasement nei confronti di Trump. Se, dal punto di vista di un’unione capitalista, sarebbe effettivamente necessario superare il particolarismo nazionale, assisteremo invece a una rinazionalizzazione a vari livelli, soprattutto sul fronte ideologico. Ma poiché non esiste un vero nazionalismo europeo, si deve ricorrere ai nazionalismi esistenti – e quindi, inevitabilmente, alle loro contraddizioni – per invocare la nazione e oscurare l’antagonismo di classe.


Anche se possiamo aspettarci qualche esitazione nel breve termine e anche se l’esistenza dell’UE e dell’Eurozona non è minacciata nell’immediato – non da ultimo perché anche governi estremamente nazionalisti come quello ungherese sanno che senza l’UE andrebbero incontro alla rovina economica – ciò non vale nel medio e lungo termine.

La situazione attuale porterà infatti l’UE a rimanere sempre più indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina e, sul piano economico, a perdere terreno persino rispetto a semicolonie emergenti come l’India. Quindi la situazione potrebbe cambiare in modo decisivo se, ad esempio, una delle principali borghesie europee cercasse una via al di fuori dell’UE o tentasse di perseguire la strada di una “Europa centrale”, ovvero, in pratica, una scissione all’interno del blocco.

Nel complesso, tuttavia, ciò chiarisce una cosa: la classe capitalista non ha alcuna risposta ai problemi fondamentali del continente; è incapace di unire e sviluppare l’Europa. Solo la classe lavoratrice può risolvere la questione. Non attraverso un utopistico ritorno alla politica dei piccoli Stati, ma lottando per gli Stati uniti socialisti d’Europa.

Nota finale

Nella prima parte abbiamo esaminato gli elementi chiave della crisi in Europa e, soprattutto, negli Stati dell’UE. Nella prossima parte analizzeremo la situazione della classe lavoratrice e del movimento sindacale.

La crisi e il Sulcis. Il caso Eurallumina


 La Vigilia di Natale, Il Sole 24 ore, giornale di Confindustria, concede spazio ad un articolo sulle quattro aziende sarde finite sui “tavoli di crisi” attivi presso il MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy): Eurallumina, Sideralloys Italia (ex Alcoa), Portovesme e Sanac. Il motivo apparente sembra una reale preoccupazione per le sorti dei lavoratori. Tra le righe però, per chi legge la realtà attraverso la lente dello scontro tra classi, sa perfettamente che il problema riguarda la tenuta degli stabilimenti per i futuri investitori e tutto l’indotto in termini di profitto.

Nonostante la manovra 2026 agevoli notevolmente le imprese, rimane da stabilire con precisione la partita dei costi dell’energia per il nuovo anno, puntando ad aiuti statali, taglio degli oneri e gas release. Insomma, va chiarito come verranno gestiti i fondi riprogrammati del PNRR in relazione al nuovo Piano di Transizione 5.0 e quali imprese potranno accedervi in base ai nuovi tetti dei crediti d’imposta e dei superammortamenti.

Il caso di Eurallumina e dell’intero polo industriale del Sulcis Iglesiente dipende dalla risoluzione di questi problemi fondamentali: approvvigionamento energetico alternativo al carbone, ammodernamento delle infrastrutture e continuità produttiva. Si tratta di vertenze ormai da definire “storiche”: Eurallumina da ben sedici anni vede i suoi dipendenti in cassa integrazione con l’impiego dei pochi che servono alla manutenzione degli impianti. Non si sa di preciso le oscillazioni in termini numerici, ma nel 2015 si parlava di 357 addetti diretti più circa 100 addetti nell’indotto, mentre oggi si registrano 114 lavoratori.

Dopo aver sventato il rischio di liquidazione al 31 dicembre, in legge di bilancio è stata stanziata la copertura finanziaria necessaria a garantire la continuità aziendale: 9,6 milioni di euro comprese le attività di bonifica per i primi sei mesi del 2026. I ministri Urso e Calderone parlano di “grande risultato” e la presidente della Regione Sardegna Todde ha espresso grande soddisfazione.

Questo risultato, sottolineiamo noi, è stato ottenuto con una dura lotta operaia. Durante l’ultima protesta, quattro operai sono rimasti a 40 metri d'altezza sul silo numero 3 dello stabilimento per dodici giorni; a questa sono seguite la manifestazione a Roma il 20 dicembre davanti al MIMIT e lo sciopero generale del 12 dicembre contro la legge di bilancio.
I sindacati coinvolti, CGIL, CISL e UIL con i comparti di settore, dichiarano però che è necessario scongelare gli asset russi per riprendere gli impegni di Rusal, poiché le sanzioni bloccano al contempo sia l’approvvigionamento di gas sia gli investimenti promessi.


APPROVIGIONAMENTO ENERGETICO E DISASTRO AMBIENTALE SULLA PELLE DEI PROLETARI

La produzione di alluminio primario pone due grandi problemi: il grande consumo energetico e la compatibilità ambientale, poiché la lavorazione dell’allumina, estratta dalla bauxite, prevede un processo altamente inquinante.

Il primo aspetto ha visto un susseguirsi di progetti, investimenti e iter burocratici lunghi e difficili da ricostruire. Basti ricordare il fallimentare progetto della centrale termica cogenerativa inizialmente alimentata a carbone (modificato successivamente), per convogliare energia termica ed elettrica agli impianti dello stabilimento: 74 milioni di euro di fondi pubblici (su 100 complessivi), grazie ad un contratto sottoscritto con Invitalia. La centrale era gestita da Eural Energy, che nel luglio 2020 si fonde con Eurallumina mediante incorporazione; tra le due società vigeva prima un contratto di “take or pay”, assicurando ad Eural Energy incassi sicuri.
Dopo anni di ipotesi e progetti si decide la conversione dell’approvvigionamento a GNL (gas naturale liquefatto), definitivamente cristallizzata nel recente DPCM Energia per la Sardegna, siglato il 10 settembre 2025. Il GNL, il cui trasporto via mare implica inquinamento e impiego di altri combustibili necessari per il trasporto, giunge all’isola e viene rigassificato; resteranno attive le unità di stoccaggio e rigassificazione a Porto Torres e Oristano e la rete di metanodotti detta “mini dorsale” che collega Oristano alla zona del Sulcis; mentre dovrebbe sparire la nave rigassificatrice di Portovesme (SU).

Il secondo aspetto relativo all’inquinamento e salute pubblica è più delicato, poiché pone sfide che implicano anche il ripensamento di ciò che si produce e come lo si produce. Il territorio del Sulcis-Iglesiente-Guspinese è afflitto da una grave crisi ambientale e sanitaria, e rientra ancora oggi tra i siti di interesse nazionale (SIN) a cui indirizzare azioni di bonifica del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali e sotterranee.
L’impatto sull’ambiente è stato ampiamente documentato. Gli studi di ISPRA resi pubblici nel 2016 hanno dimostrato le conseguenze devastanti dello scarto di fabbrica, il “bacino dei fanghi rossi”, che ha compromesso suolo e falde idriche e di conseguenza la catena alimentare. Molti prodotti, contenenti metalli pesanti, hanno avuto risvolti negativi sulla salute, causando diverse malattie invalidanti, specie nei bambini. Per i lavoratori, l’esposizione diretta alla lavorazione di fabbrica aumenta il rischio di tumori al pancreas e di malattie dell’apparato urinario.

Nel 2009 il bacino dei fanghi rossi fu sottoposto a sequestro, e fu avviato un processo per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti, a carico dei dirigenti di Eurallumina; assolti nel 2023 poiché “il fatto non sussiste”. Insomma, a pagare caro e persino con la propria salute sono sempre i lavoratori e le loro famiglie. Solo poche voci isolate hanno preso in considerazione la possibilità di una conversione produttiva con il passaggio all’alluminio secondario (riciclato), come il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus: la conversione sarebbe una scelta opportuna poiché ci sarebbe un risparmio energetico fino al 95% in meno e una drastica riduzione delle emissioni di CO2. L’alluminio riciclato può inoltre essere impiegato in una pluralità di settori: automobilistico, edilizio, sportivo etc…, può essere riciclato più volte senza perdere le proprietà.


L’IMPERIALISMO ITALIANO E GLI AFFARI DEL GNL

Il GNL è un affare che coinvolge tutta la penisola italiana, non solo la Sardegna. Ci sono altri terminal di rigassificazione attivi, come Ravenna e Piombino, ed è inoltre previsto lo sviluppo della Linea Adriatica: 425 km di gasdotti da nord a sud che rientra nel progetto RePowerEU, interessata da miliardi di investimenti PNRR.

Per il nostro imperialismo è un affare: le importazioni di gas, in primis dagli USA, implementa gli affari di Snam ed ENI. De Scalzi è stato chiaro: «ENI, che era il primo importatore di gas russo, dopo averci dovuto rinunciare e averlo sostituito firmando accordi di lungo termine in altri Paesi, non ha interesse a tornare indietro. Abbiamo sostenuto investimenti importanti per mettere in sicurezza l’Italia e l’Europa, e non possiamo pensare di accollarci ulteriori spese per riprenderlo» (Milano Finanza, 27 febbraio 2025).
Il futuro DL Energia dovrebbe contenere, tra le varie misure, anche la vendita anticipata presso i siti di stoccaggio dei volumi di gas da parte di GSE e Snam. I proventi di questa operazione saranno destinati a ridurre le tariffe di trasporto e distribuzione per i clienti industriali. Quello che Confindustria chiede dal 2022.

La questione è chiara: da un lato si punta a rafforzare il peso economico e politico dell’Italia in Europa, dall’altro si continua a mantenere i rapporti commerciali con gli USA, dai quali l’Italia importa il maggior volume del gas liquefatto. Un mercato, quello americano, che per l’Italia rappresenta investimenti in molti settori e uno sbocco commerciale che genera oltre il 50% del surplus netto dell'Italia nel mondo.


LA QUESTIONE DEL GAS SULLO SFONDO DELL’INVASIONE RUSSA IN UCRAINA

La società Eurallumina è attualmente controllata da UC Rusal tramite la cipriota Libertatem Materials LTD di Oleg Deripaska, proprietario al 100% delle azioni.
Dopo il congelamento degli asset nel maggio 2023, Rusal non ha smesso comunque di macinare profitti, anzi ha potenziato la propria presenza in Guinea, dove esistono ricchi giacimenti di bauxite, e ha rivolto i propri investimenti ad altri mercati come l’Etiopia, con la quale ha siglato a novembre il Memorandum of Understanding. Per finire, ricomincerà a beneficiare dei dividendi di Nornickel e ha di recente stipulato un accordo con KraMZ ltd per la vendita di 75.000 tonnellate di prodotti di alluminio per 220 milioni di dollari.
Quest’ultimo consentirà a Rusal di mantenere uno sbocco commerciale sicuro all’interno della catena del valore di EN+.
Ad ogni modo, dei quattro stabilimenti Rusal in Europa, tre lavorano regolarmente (con deroghe al congelamento dei beni da parte di Germania, Irlanda e Svezia) ad eccezione dell’Italia, dove ad occuparsi di Eurallumina è l’Agenzia del Demanio. L’unica cosa che non garantisce Rusal per il 2026 è la liquidità necessaria allo stabilimento, per coprire tutti i costi, dai salari e integrazione della CIG, alla gestione e rinnovamento degli impianti e i soldi per la bonifica. In totale un investimento da 400 milioni di euro.


UNA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA NECESSARIA

Le nostre posizioni sull’invasione russa in Ucraina sono note a tutti: difendiamo il diritto alla resistenza del popolo ucraino senza alcuna fiducia e alcun sostegno politico a Zelensky e alla NATO; abbiamo da subito criticato l’uso delle sanzioni verso la Russia poiché invece che causare danni alla borghesia russa e indebolire l’attacco di Putin, colpisce i proletari in termini di costi sociali. Ma non ci importa difendere i profitti di Rusal e di Deripaska, e nemmeno quelli dei nostri capitalisti.

Per evitare che il settore industriale del Sulcis collassi, e con esso i lavoratori e le rispettive famiglie, si rende necessario mettere i lavoratori al centro delle decisioni e lasciare cha siano i lavoratori organizzati a diventare i protagonisti della loro vertenza, senza cedimenti alle burocrazie sindacali spinte dal “pragmatismo” (sbloccare gli asset) e nemmeno al campismo nostrano, che vede Putin come un liberatore e l’imperialismo solo in Occidente.

Gli investimenti di Deripaska o un diverso investitore privato disposto a coprire le somme preventivate consentirebbero ai lavoratori di tornare in fabbrica, ma non cambierebbe di una virgola la situazione ambientale e sanitaria.
Il Sulcis è un territorio dove tutti speculano con fasulle promesse e agende infinite; tutti i soldi pubblici sprecati sino ad ora in folli progetti energetici, se correttamente usati, avrebbero già risolto una parte del problema.

È necessario dunque connettere le lotte del lavoro a quelle ambientali per assicurare contemporaneamente salario e salute.

• Blocco dei licenziamenti ad oltranza sino alla risoluzione della vertenza;
• Nazionalizzazione sotto controllo operaio: espropriare Rusal senza indennizzo. Dopo anni di incuria e progetti incompatibili da un punto di vista ambientale, la proprietà deve essere pubblica e la gestione deve essere operaia.
• Convergenza della lotta ambientalista con la lotta di fabbrica.
• Forte piano di investimenti pubblici: per la bonifica e la messa in sicurezza del territorio; per la conversione degli impianti e passaggio alla produzione dell’alluminio secondario.

Siamo consapevoli che nessun governo borghese consentirà l’attuazione di un simile programma, perché sono i comitati d’affari dei padroni. Solo un governo dei lavoratori può attuare queste decisioni e garantire salario e tutela di ambiente e salute.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

La paralisi apoplettica del sistema politico francese e i compiti dei marxisti rivoluzionari

 


6 Dicembre 2024

Il 4 dicembre il governo Barnier è caduto sfiduciato da 331 deputati dell’Assemblea Nazionale.
Ciò è stato possibile per la convergenza dei deputati del Rassemblement National di Marine Le Pen e del Nouveau Front Populaire con a capo Jean-Luc Mélenchon sulla mozione di censura, dopo che Barnier, in un clima di impopolarità crescente, aveva cercato di imporre il bilancio detto di sicurezza sociale.

Nonostante le profferte e le aperture importanti del governo Barnier nei confronti di RN, ad esempio con una violenta stretta sull’immigrazione, Marine Le Pen ha deciso di appoggiare la mozione di censura. Ciò è stato dovuto probabilmente al crollo di popolarità del governo voluto dal presidente Macron, e di Macron stesso, oltre che probabilmente dalla volontà della stessa Le Pen di anticipare le elezioni presidenziali, dal momento che sulla sua testa pende la minaccia di una causa di ineleggibilità per aver orchestrato l’appropriazione indebita di fondi dei suoi rappresentanti eletti al Parlamento Europeo per finanziare il suo partito.

Ma al di là dei fatti contingenti, la motivazione principale della caduta del governo dopo solo tre mesi dal suo insediamento deve essere ricercata nella configurazione politica che si è venuta a determinare dopo le elezioni del 7 luglio.
Macron aveva sciolto l’Assemblea Nazionale e indetto nuove elezioni dopo le elezioni europee di giugno, allorché il trionfo del Rassemblement National di Le Pen aveva terremotato lo scenario politico. Le elezioni del 7 luglio hanno visto a sorpresa la vittoria relativa delle liste di sinistra raccolte nel Nouveau Front Populaire, ma di fatto hanno prodotto una configurazione parlamentare tripartita senza possibilità di una maggioranza da parte di ciascun raggruppamento.
Su questa scorta, Macron ha imposto il governo Barnier con un programma di austerità e di tagli allo stato sociale dovuti al gravissimo deficit di bilancio dello stato e alle difficolta dell’economia francese. Un programma capitalista, di aggressione alle condizioni di vita dei lavoratori, in un quadro che vede aperte innumerevoli vertenze sindacali come Auchan, Michelin, Vencorex, MA France, Valeo, Arcelor, Arkema, Stellantis con la seria prospettiva della perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Mentre il centro macroniano subisce una sconfitta elettorale, perdendo la maggioranza relativa, la destra lepeniana, pur non riuscendo a bissare l’exploit elle elezioni europee accresce i propri consensi.
La destra infatti riesce a capitalizzare i sentimenti xenofobi purtroppo molto diffusi a livello popolare, anche contro le seconde e terze generazioni di immigrati delle banlieue, nonché la paura per un attacco alle proprie condizioni di vita, paura a cui dare risposta con il ripiegamento nazionalista che il becero sovranismo di Le Pen vuole solleticare.
Insomma, la crescita elettorale del Rassemblement National rappresenta lo spettro di una deriva a destra dell’impasse politico francese.

Le elezioni di luglio vedono però anche e soprattutto l’affermazione delle sinistre dell’NFP, con un risultato sorprendente dopo quelli deludenti conseguiti dalle liste di sinistra alle lezioni europee.
Il NFP è costituito dalle principali forze della sinistra francese: La France Insumise (LFI), il Partito Socialista (PS), Il Partito Comunista Francese (PCF) e gli ecologisti. Come si vede, un accordo tra la sinistra riformista (LFI e PCF) e la sinistra borghese (PS ed ecologisti).
Il suo successo elettorale ha diverse spiegazioni. Nella contingenza dell’appuntamento elettorale è molto probabile che l’unitarietà della lista abbia incontrato il favore dell’elettorato di sinistra, che ha visto nel NFP un argine possibile all’apparente crescita irresistibile di RN. Da questo punto di vista è stato forte il richiamo a una mobilitazione antifascista e antiautoritaria. Insieme a questo, però, l’elettorato di sinistra ha cercato di dare un segnale di svolta anche sul piano sociale ed economico.
In definitiva, anche se in maniera distorta, NFP raccoglie il vento delle manifestazioni di massa del 2023 contro la legge per l’allungamento dell’età pensionabile imposta da Macron. Un movimento di massa, quello per la difesa delle pensioni, che pur sconfitto, nello scontro diretto con la presidenza della repubblica, aveva squarciato il velo della dittatura borghese nascosta dietro le paludate istituzioni democratico-borghesi e seppur confusamente era alla ricerca di un’alternativa.

È del tutto improbabile che NFP possa dare soddisfazione a queste aspirazioni. In queste ore, in cui il Presidente della repubblica cerca di formare un nuovo governo, parte delle forze che lo compongono, come il PS, è tentato per senso repubblicano, e in un farsesco regime di “reciproche concessioni”, di addivenire a un accordo con Macron, sacrificando anche l’opposizione alla legge sulle pensioni.

Il governo borghese che sortirà da queste trattative da basso impero non potrà che umiliare le aspirazioni del popolo della sinistra francese e tornare a imporre un programma di austerità lacrime e sangue per la classe operaia e le classi popolari.
Ciò favorirà la destra lepeniana, che opporrà al governo dei tagli la retorica della difesa dei veri francesi e capitalizzerà la divisione di NFP e la capitolazione della sinistra borghese.

Tuttavia, questo non è un esito scontato. Se lo scontro si risolve completamente nella bolla elettorale del sistema politico borghese, la sua soluzione non potrà che essere un governo sempre più spietatamente borghese ed autoritario. Ma se questa bolla venisse rotta potrebbe aprirsi uno scenario completamente diverso.
Se il popolo della sinistra francese fosse chiamato alla mobilitazione contro i tagli alla spesa sociale, i la controriforma delle pensioni, i licenziamenti, contro l’autoritarismo ed il razzismo, perché a pagare sia il grande padronato e non la classe operaia e le classi popolari, si potrebbe aprire un varco verso un’alternativa di società.

La sinistra trotskista, NPA-R, Lutte Ouvrière e Revolution Permanente, chiama allo sciopero, alla mobilitazione di classe per piegare governo e padronato e ottenere le dimissioni di Macron. È giusto. Lo sciopero dimostrerebbe la forza di milioni di salariati, e sarebbe capace di costringere le direzioni dei sindacati all’unità e a una coerente lotta contro governo e padronato senza capitolazioni, come invece è purtroppo avvenuto nel 2023, con il risultato del drammatico riflusso di quel grande movimento popolare.
Di più, potrebbe produrre quelle forme di autorganizzazione della classe lavoratrice che sarebbero altrettanti strumenti di autogoverno, di formazione della classe al compito di dirigere tutta la società.
Purtroppo, però, anche da parte della sinistra trotskista è proprio la prospettiva della presa del potere da parte delle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori che non viene avanzata, venendo meno, così, al compito fondamentale che si impone oggi al movimento operaio in una Francia il cui sistema politico è incorso in una paralisi apoplettica che non sembra avere possibilità reali di soluzione a lungo termine.

Questo compito, il compito dei marxisti rivoluzionari, è l’indicazione di una prospettiva di rivolgimento politico. Basta con il governo dei padroni mascherato da governo democratico di “interesse generale”. Il movimento operaio deve rivendicare non un governo di sinistra, che finisca per fare le stesse cose di qualsiasi governo borghese, ma un governo di tipo nuovo: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori basato sulle proprie organizzazioni di massa!

Partito Comunista dei Lavoratori

Crisi di governo in Germania: la SPD stacca la spina

 


Articolo originariamente pubblicato da ArbeiterInnenmacht.



Mercoledì, ore 21:25: Scholz si presenta nella Cancelleria davanti alle telecamere. Con il suo consueto tono asciutto, spiega la notizia che pochi minuti prima era apparsa sui media: in qualità di cancelliere ha sollevato dall'incarico il ministro delle finanze Christian Lindner. Questo passo – dice – è necessario per evitare danni alla Germania e per non lasciarla sprofondare nel caos. La riluttanza di Lindner al compromesso non serve al Paese, ma a salvare il proprio partito. Parole pesanti, che arrivano inaspettatamente dalla SPD. Significano infatti la fine del governo semaforo [SPD-verdi-liberali]. Ma cosa è successo, e quali avvenimenti si nascondono dietro la crisi di governo?


COSA È SUCCESSO?

Si possono ricordare malignamente le parole di Lindner: «È meglio non governare che governare male». Perché da mesi c'era la crisi, e ci sono state molte sportellate da parte dell'opposizione, come ad esempio da parte di Markus Söder [leader dei cristiano-sociali bavaresi della CSU]. Anche Merz [leader della CDU] ha fatto del suo meglio per spingere avanti il governo. La cronologia delle controversie è lunga: legge sul riscaldamento, fondi di investimento, assistenza infantile di base, sussidi sociali e infine la questione del bilancio. I partiti di governo si sono ripetutamente bloccati a vicenda e hanno cercato di far valere le loro posizioni attraverso dichiarazioni pubbliche. Da settembre le crepe sono diventate ancora più evidenti. Lindner, bypassando i suoi colleghi, ha pubblicato un documento di 18 pagine per una politica economica completamente diversa da quella prevista nell'accordo di coalizione.

Eppure la fine è arrivata piuttosto all’improvviso. Mentre Habeck [vicecancelliere, Verdi] e Scholz hanno cercato di fingere unità dopo l'elezione di Trump e hanno dichiarato che ora la Germania deve dimostrare la sua capacità di agire, la sera stessa di quel giorno non è rimasto molto di quelle dichiarazioni. Se si crede alle parole di Lindner, anche lui è sembrato del tutto sorpreso dal fatto che dopo mesi di insistenze da parte dei liberali e di umiliazione pubblica da parte degli ex "partner", il governo di coalizione non sia finito con l'annuncio congiunto e "composto" di nuove elezioni, ma con il suo licenziamento da ministro. Che questo sia una messinscena o meno, non ha importanza. È chiaro che questo esito ha qualcosa di positivo, almeno per SPD e FDP: ora hanno la possibilità di incolparsi a vicenda per la fine del governo. Per una volta Scholz ha ricevuto una standing ovation nel gruppo parlamentare SPD per la rottura con la FDP. A sua volta, la FPD ha dato manforte al suo leader, almeno esternamente. I Verdi invece sembrano i meno preparati, perché sono loro stessi alla ricerca di nuovi leader. Per loro la prevedibile e prematura rottura della coalizione arriva in un momento inopportuno, e si è visto.


IL NOCCIOLO DELLO SCONTRO

Non sorprende quindi che Scholz abbia utilizzato il suo discorso come lancio della campagna elettorale per la SPD. Ha delineato il suo piano salva-paese in quattro punti: 1) limitare gli oneri di rete per le “nostre” aziende; 2) garantire posti di lavoro nell'industria automobilistica e nell'indotto; 3) bonus per investimenti e opzioni di defiscalizzazione per le aziende; 4) sostenere l’Ucraina indipendentemente dagli Stati Uniti.

Se si confrontano gli interventi di ieri sera di SPD, Verdi e FDP, si capisce subito dove risiedono le differenze: qual è la loro posizione sul freno all’indebitamento? Deve essere messo da parte per poter garantire i mezzi per un maggiore sviluppo economico, ulteriori forniture e spese per armamenti e allo stesso tempo per finanziare ammortizzatori sociali e massiccie ristrutturazioni aziendali.

La fine prematura della coalizione semaforo evidenzia la crisi nel panorama dei partiti borghesi in considerazione della difficile situazione economica in Germania. La questione centrale è chi dovrebbe pagare i costi (e perché il debito dovrebbe essere contratto). Per quanto riguarda il percorso di riarmo e di militarizzazione, la FDP in realtà non ha alcuna differenza con la SPD, anzi è ancora più guerrafondaia, ma sostiene che il riarmo non dovrebbe essere pagato con nuovo debito, bensì attraverso rigorosi tagli sociali che riguardano redditi, fondi per i rifugiati, età pensionabile e rapporti di lavoro “troppo regolamentati”.

La FDP ha le idee chiare a riguardo, che Lindner presenta anche nel suo documento “trapelato”. Attacchi programmati al diritto di sciopero, attuazione gelida del freno all’indebitamento, ulteriori tagli nel settore sociale. La classe operaia e gli oppressi dovrebbero pagare – e con la massima intensità, non in modo misurato, come hanno in mente la SPD e i Verdi. In nessun caso dovrebbero esserci aumenti delle tasse per le aziende. La SPD e i Verdi, invece, sostengono un percorso in classico stile keynesiano: meglio contrarre più debito e, come ha detto Scholz, non contrapporre la “sicurezza interna ed esterna”. Perseguire quindi gli interessi dell’imperialismo tedesco usando la gommapiuma.

Dato che la FDP è scesa a meno del 5% durante il periodo di permanenza al governo, e ha avuto uno spettacolare tracollo in tutte le elezioni statali (länder), questo dibattito è per loro anche una questione di sopravvivenza. Il partito non solo ha subito negli ultimi mesi uno spostamento a destra, in cui anche la leadership di Lindner è stata messa in discussione, ad esempio attraverso iniziative come “Weckruf Freiheit” [Sveglia Libertà], ma non si arrenderà a nessuna concessione sul tema del freno all'indebitamento, arrivando fino alla possibilità di sciogliere la coalizione, se necessario. In ciò i liberali mostrano un attaccamento nei confronti del proprio elettorato, cosa che alla SPD e alla Linke manca da anni.

Allo stesso modo, ci sono sempre state differenze nell’orientamento tra socialdemocratici e liberali. Il fatto che ciò porti questa volta a una crisi di governo ha cause più profonde della perdita di voti del FDP.


LA CRISI DELLA REDISTRIBUZIONE COME OSTACOLO AGLI INVESTIMENTI

Quando si formò la coalizione “progressista”, non c’era nessuna guerra in Ucraina o a Gaza. Vista in questo senso, la coalizione al governo è vittima anche della svolta annunciata allora dallo stesso Scholz. Perché nel mezzo della guerra, dell’inflazione e della recessione, non è facile essere condiscendenti. Perlomeno non se ci si limita alla realpolitik parlamentare e se si tengono ben presenti gli interessi della classe dirigente, che vengono glorificati come “la nostra economia”.
La crisi della redistribuzione ha come sfondo lo sviluppo economico successivo alla crollo finanziario del 2007/2008. Anche se questa crisi potesse essere rallentata attraverso misure anticicliche e l’espansione del credito e del debito, ciò avverrebbe solo al prezzo di perpetuarne le cause: calo dei tassi di profitto e sovraccumulazione di capitale. Con la recessione globale simultanea dovuta alla pandemia del coronavirus e alla guerra in Ucraina, la situazione per l’imperialismo tedesco, che fino ad allora era riuscito a resistere abbastanza bene, è peggiorata. L’aumento dei prezzi dell’energia ha causato enormi problemi a una nazione esportatrice. A ciò si aggiunge la pressione della competizione e la necessità di innovare in uno dei settori chiave dell’industria tedesca, l’industria automobilistica. Abbiamo esaminato più in dettaglio la situazione attuale nell'articolo “Düstere Wolken“ (1).

Il risultato, tuttavia, è che l’attuale recessione, combinata con lo sviluppo economico degli ultimi anni, ha ridotto enormemente il margine di manovra del Sozialpartnerschaft [modello di "collaborazione sociale" formale fra governo, sindacati e imprese] così com'è finora esistito in Germania, mettendo così in discussione anche i rapporti politici ed economici tra le classi.


DIVISIONI DELLA BORGHESIA TEDESCA

Un altro effetto di questo scenario è lo spostamento internazionale verso destra. Nel corso della crisi è aumentata la concorrenza tra le diverse frazioni del capitale, e la situazione della piccola borghesia e delle classi medie salariate è diventata più insicura e instabile, cosa che si è espressa, ad esempio, in Germania con la fondazione dell’AfD. Allo stesso tempo, durante l’era Merkel, l’imperialismo tedesco ha cercato di manovrare nella politica internazionale tra gli Stati Uniti da un lato e Russia e Cina dall’altro, cosa che a sua volta rifletteva le differenze all’interno della classe dominante sulla direzione strategica della Gemania e dell'UE. Con l’aumento degli scontri interimperialisti e la formazione di blocchi di potenze, ciò è diventato più difficile. La guerra in Ucraina rappresenta qui un punto di svolta, perché un’alleanza strategica con la Russia, come avevano cercato di fare Kohl e Schröder, ma anche in parte i governi Merkel, è ormai molto lontana. Ma le cose non sono rimaste ferme a questo punto, perché la vittoria di Trump alle elezioni americane ha messo naturalmente in discussione anche l'orientamento transatlantico della Repubblica Federale Tedesca e dell'UE. Il problema è chiaramente evidente nella politica ucraina. Da un lato, il sostegno all’Ucraina è garantito come un mantra, e la CDU/CSU ne chiede l’aumento. Dall'altra parte, la Germania stessa non può ovviamente sostituire gli Stati Uniti, e una guerra permanente in Europa rappresenta in realtà più un peso che un vantaggio strategico (come pensano apertamente AfD e BSW [il partito di Sahra Wagenknecht] e, velatamente, settori della SPD e della CDU).

Anche se gli attuali partiti della coalizione e la CDU evitassero di ridefinire una politica nazionale prima di nuove elezioni, è difficile immaginare che l’UE possa attuare una politica alternativa alla pacificazione con Putin sotto la guida di Trump. Le dichiarazioni di sostegno all’Ucraina hanno quindi un carattere contraddittorio. I partiti cercano di farsi un nome come potenza protettrice “umanitaria” e allo stesso tempo, negli ultimi anni, hanno annunciato di prendersi in carico l'economia del paese e la ricostruzione dell'Ucraina occidentale con capitale tedesco e statunitense. In ogni caso, vogliono anche il riarmo ucraino in prima linea con la Russia (che poi attraverserebbe effettivamente il loro attuale territorio). D’altro canto, non è possibile permettersi una guerra permanente dal punto di vista economico, politico e militare senza il sostegno degli Stati Uniti.

Indipendentemente dalla situazione in Ucraina, ciò porterà a una imponente accelerazione del riarmamo europeo (compreso un possibile dibattito sull’“indipendenza nucleare della Repubblica Federale Tedesca”), a un nuovo tentativo di rendere l’industria degli armamenti dell’UE più competitiva e quindi, a lungo termine, un rafforzamento dell’Europa, cioè il dominio tedesco nell’UE. Tuttavia, il problema della borghesia tedesca è che non ha una reale idea strategica comune su come questa politica possa essere attuata. Questa divisione, alla fine, ha permeato anche il governo SPD-verdi-liberali, anch'esso caduto a causa di queste contraddizioni.


QUAL È IL PROSSIMO PASSO?

Il capogruppo parlamentare del Partito Liberale Christian Dürr ha annunciato mercoledì sera che tutti i ministri del suo partito avrebbero presentato le loro dimissioni al Presidente della Repubblica. Così accade. Tranne il ministro dei Trasporti Wissing (ora indipendente), si dimettono tutti. Per alcuni, come il ministro dell’Istruzione Stark-Watzinger, questo potrebbe anche essere utile ad evitare ulteriori scandali. Scholz vuole fissare il voto di fiducia la prima settimana della sessione del Bundestag del nuovo anno, cioè il 15 gennaio 2025. Ciò dovrebbe poi consentire nuove elezioni alla fine di marzo. La SPD vuole presentare i progetti di legge più importanti entro Natale. Da parte loro, si vorrebbe un governo di minoranza rosso-verde (SPD-Verdi), anche per poter utilizzare il Bundestag come arena della campagna elettorale.

Se ciò sia fattibile o meno dipende molto dalla benevolenza della CDU. Merz preferirebbe nuove elezioni subito, poiché è una delle forze che ne trarrebbero maggior beneficio, e non vedrebbe l’ora di corteggiare Trump da futuro membro del governo (preferibilmente come Cancelliere), e facendo questo, proteggere in qualche modo anche gli interessi tedeschi, ad esempio attreverso la sua proposta di pace in Ucraina. Resta da vedere se il piano Scholz funzionerà.


CHANCES DI VITTORIA PER GLI ALTRI

In passato Merz è stato molto capace di promuovere se stesso e a condizionare il governo. Secondo il quotidiano Bild, già da due settimane la CDU/CSU si sta preparando alle elezioni anticipate. E le principali associazioni imprenditoriali, come l'associazione del commercio estero (BGA) e l'associazione dell'industria chimica, si sono subito dette d'accordo con l'appello di Merz per nuove elezioni in tempi brevi.

Naturalmente, anche Sahra Wagenknecht sarà in campo: dopo tutto, già ora in Brandeburgo e in Sassonia per loro si pone la questione del governo, e i negoziati per una coalizione possono essere condotti molto meglio se la forza è rappresentata più fortemente nel Bundestag. E prima i negoziati avranno luogo, prima Sahra Wagenknecht potrà smettere di pensare al tipo di coerenza che le sarà necessaria per racimolare più voti possibili.

Alternative für Deutschland trarrà il massimo di beneficio dalle elezioni. Non solo perché continuerà a insistere sull'idea che vede le coalizioni semaforo come una porcheria, ma anche sulla questione della pace. Perché mentre la SPD e i Verdi, ma anche la CDU/CSU e la FDP continueranno a suonare il corno di guerra, AfD e BSW agiranno come partiti pacifisti per quanto riguarda l'Ucraina, e allo stesso tempo continueranno ad assicurare a Israele la sua solidarietà.

La Linke avrà vita più dura. Non solo la visita di Jan van Aken [nuovo co-leader della Linke] in Ucraina ha creato più interrogativi che chiarezza su come si intende effettivamente raggiungere la pace. Ma è soprattutto il partito il cui stato organizzativo è attualmente nelle condizioni peggiori. La Linke si sarebbe potuta rialzarse se le elezioni federali si fossero tenute a settembre, ma le elezioni anticipate rendono più probabile una sua fine prematura.


CHE FARE?

Le prossime elezioni e la formazione del governo decideranno il prossimo corso della Germania. Una cosa è chiara: ci saranno attacchi sociali, con o senza una politica di ammortizzazione da parte della SPD e dei Verdi. Per questo motivo è necessario non aspettare passivamente che si svolgano le elezioni e si consolidi un nuovo governo. Ora dobbiamo piuttosto dire chiaramente: non pagheremo le vostre guerre e le vostre crisi! Stop alla collaborazione sociale, ai licenziamenti di massa e al freno all’indebitamento!

Le autorità statali e locali stanno già operando tagli imponenti, soprattutto nelle spese sociali. La riforma sanitaria porterà anche tagli ai posti di lavoro e licenziamenti, che avverranno non solo nel settore automobilistico. Per respingere con successo questi attacchi è necessaria una rottura con la politica di collaborazione di classe, specialmente quella dei sindacati, e una conferenza d’azione contro la crisi, nella quale la sinistra tedesca discuta su quali rivendicazioni utilizzare per indicare una via d’uscita dall’attuale miseria: attraverso vertenze di contrattazione collettiva e azioni indipendenti. Abbiamo bisogno di una discussione su quale tipo di partito, quale programma, quale politica sono necessari per combattere la crisi. Il crollo della coalizione semaforo, il declino dell'SPD e della Linke rendono chiaro che non dobbiamo semplicemente costruire una resistenza di massa organizzata, ma allo stesso tempo, dobbiamo lottare per un'alternativa rivoluzionaria al riformismo, per la costruzione di un partito rivoluzionario dei lavoratori.


(1) https://arbeiterinnenmacht.de/2024/10/29/brd-wirtschaft-duestere-wolken/

Jaqueline Katherina Singh

Crisi industriale e parassitismo borghese

 


La crisi dell'auto e gli utili di Agnelli

1 Ottobre 2024

L'industria dell'auto è investita da una crisi di fondo in tutta Europa. La recessione tedesca, i costi della transizione all'elettrico, la concorrenza capitalistica della Cina sul mercato europeo dell'auto elettrica sono tre fattori tra loro combinati che si abbattono sul vecchio continente.

Il passaggio programmato dall'auto endotermica all'auto elettrica entro il 2035, reso necessario dalla drammatica crisi climatica, riduce l'importo della componentistica lungo l'intera filiera. O si ripartisce fra tutti i salariati il lavoro che c'è con una riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga, o la riconversione si abbatterà sui salariati con la distruzione concentrata dei posti di lavoro. L'annuncio della prossima chiusura di uno stabilimento della Volkswagen in Germania è solo la punta emergente di un grande iceberg che investirà la lotta di classe nell'industria automobilistica in tutta la prossima fase.

I capitalisti europei non reggono la concorrenza cinese. Gli stati borghesi dell'Unione Europea non hanno i margini di manovra necessari nei propri bilanci nazionali per sostenere i costi della riconversione. Il ricorso al debito pubblico è minato dal ritorno del patto di stabilità, con le relative restrizioni di bilancio. Il ricorso a un nuovo indebitamento continentale, fortemente richiesto di Mario Draghi, si scontra con l'indisponibilità del capitalismo tedesco a farsi carico degli indebitamenti mediterranei.
La concorrenza mondiale nella riduzione delle tasse per i capitalisti mina la capacità fiscale degli stati, mentre la corsa generale dei paesi UE all'incremento delle spese militari, sospinta dalle contraddizioni interimperialistiche su scala mondiale, complica ulteriormente la questione delle risorse. In poche parole, i novecento miliardi annui aggiuntivi che Draghi considera necessari per l'unione dei capitalismi europei per sostenere la loro transizione ecologica e digitale, e insieme il salto della loro potenza militare, paiono oggi al di fuori della costituzione materiale della UE.

In Italia la crisi dell'auto si inscrive in una lunga parabola. Negli ultimi diciassette anni la produzione di FIAT, poi FCA e Stellantis, si è ridotta di quasi il 70%, da 911000 alle 300000 stimate quest'anno. Delle 505000 auto vendute in Italia, meno della metà è stata prodotta in Italia. La promessa di Stellantis di aumentare la produzione nel paese si è rivelata, una volta di più, una truffa: un modo di battere cassa per incassare incentivi a tutela degli azionisti.
In ogni paese i capitalisti dell'auto battono cassa presso i governi nel nome della “tutela del lavoro” nel momento stesso in cui gestiscono delocalizzazioni e programmano chiusure. Tavares implora un “piano Marshall” per la transizione all'elettrico attraverso la formazione di un fondo europeo per l'automobile, nella speranza di offrire ai propri azionisti una ragione valida per confermarlo amministrazione delegato. In realtà si prepara a gestire lo scontro sociale contro i propri salariati.

Nel frattempo le società partecipate dalla holding della famiglia Agnelli-Elkann celebrano un utile record per il primo semestre del 2024: quasi 15 miliardi di euro. È il frutto dei successi di borsa delle azioni del gruppo sui molteplici fronti del proprio investimento finanziario: dal settore del tech alla sanità privata. La furibonda guerra interna alla famiglia Agnelli per la spartizione dell'eredità non ha ostacolato dunque il comune incasso degli utili finanziari.

La natura parassitaria del capitalismo trova una conferma tanto più clamorosa nel quadro della crisi dell'auto. La lotta per l'esproprio della borghesia e per la proprietà pubblica sotto controllo operaio delle leve della produzione non è solo l'unica via di una transizione ecologica rispettosa degli operai e del loro lavoro. È anche una misura elementare di igiene morale. Porteremo questa verità nel prossimo sciopero sindacale di tutto il settore auto e componentistica del 18 ottobre.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dove va l'Unione Europea?

 


Bilancio e prospettive di un'unione imperialistica

14 Maggio 2024

Né europeismo liberale né sovranismo reazionario. Per un'Europa socialista, unica reale alternativa

L'Unione Europea è nata da una concertazione di stati imperialisti del vecchio continente sospinta dalla caduta del Muro di Berlino. Il crollo dell'URSS e del Patto di Varsavia spinse la riunificazione capitalistica della Germania. L'imperialismo francese diede via libera a tale riunificazione in cambio dell'integrazione dell'imperialismo tedesco in un nuovo patto continentale. L'Unione Europea è nata attorno al patto franco-tedesco: un faticoso punto di equilibrio tra la forza militare della Francia e la forza economica della Germania. Il suo progressivo allargamento non ha rimpiazzato questo baricentro originario, ma ne ha minato le basi ed aggravato le contraddizioni. L'attuale scenario mondiale approfondisce la crisi della UE da ogni versante.


LE AMBIZIONI ORIGINARIE DELL'UNIONE

Attraverso la loro unione, formalizzata dai Trattati di Maastricht (1992-1993), gli stati imperialisti del vecchio continente si candidarono a massimizzare a proprio vantaggio la nuova spartizione del mercato mondiale e delle zone di influenza seguita al crollo dell'URSS. La dichiarazione di Lisbona dell'anno 2000 ancora progettava la conquista di una egemonia economica della UE a livello globale. Tale ambizione si è concretizzata nella formazione della moneta comune (2002), oggi estesa a 20 paesi, e seconda valuta di riserva al mondo dopo il dollaro; nell'ampliamento del mercato continentale interno con la progressiva liberalizzazione della circolazione dei capitali e delle merci; nell'allargamento progressivo della UE, con i salti compiuti nel 1995 (attraverso l'ingresso di Austria, Finlandia, Svezia), poi nel 2004 (con l'ingresso di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, Ungheria), poi ancora nel 2005 (con l'adesione di Romania e Bulgaria), infine nel 2013 (con l'ingresso della Croazia), sino agli attuali 27 stati membri. La disgregazione della federazione jugoslava, e le guerre che l'accompagnarono dal 1991 al 1999, sono state di fatto parte costituente dell'Unione Europea e della sua proiezione.


L'ATTACCO ALLE CONQUISTE SOCIALI DEL PROLETARIATO EUROPEO

Il risvolto sociale dell'unione imperialista è stato la gestione concordata delle politiche antioperaie sul versante interno: precarizzazione del lavoro, smantellamento dei meccanismi di indicizzazione dei salari, privatizzazione dei servizi, attacco alle prestazioni del welfare. La riduzione delle tasse su patrimoni e profitti, nel quadro della globalizzazione capitalistica mondiale, ha accompagnato la crescita dell'indebitamento pubblico in direzione del capitale finanziario. Il pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi ha trascinato la compressione delle spese sociali da parte dei diversi stati nazionali nel campo della sanità, dell'istruzione, della previdenza pubblica, delle protezioni sociali. I patti europei sulle politiche di bilancio – dal Trattato di Maastricht al Fiscal Compact (2012) sino al nuovo Patto di stabilità (2023) – hanno incardinato la gestione concordata di queste politiche tra i diversi stati nazionali, nel difficile equilibrio dei loro diversi interessi.

Tutti i governi borghesi, di ogni colore politico, a partire dai governi dei paesi imperialisti, hanno gestito le politiche antioperaie. Governi di centrosinistra o socialdemocratici hanno fatto in più occasioni da apripista (Blair in Gran Bretagna nel decennio 1997-2007, Schroeder in Germania tra il 1998 e il 2005, la lunga legislatura di centrosinistra in Italia dal 1996 al 2001).

La classe operaia europea ha pagato pesantemente i costi sociali di queste politiche. Le sue conquiste sociali sono finite ovunque sotto attacco. Le disuguaglianze dei livelli di reddito e di occupazione si sono complessivamente accresciute tra i diversi paesi e al loro interno. Aree territoriali tradizionalmente sottosviluppate hanno confermato o aggravato la propria marginalità (Germania Est, Meridione d'Italia, Andalusia, Bretagna) attraverso ulteriori processi di deindustrializzazione. Alcuni paesi periferici come la Grecia hanno subito profonde destrutturazioni economiche e sociali per pagare il debito estero alle banche tedesche, francesi, italiane. Il grosso dell'Europa orientale, progressivamente integrata nella UE, si è differenziata tra un Nord ed Ovest più sviluppati (Polonia, Estonia, Slovenia e paesi baltici) ed un Est e Sud ridotti a riserva di manodopera a basso salario.

In definitiva, il vero “successo” dell'Unione Europea si è consumato contro i salariati e la popolazione povera del continente.


LA CRISI DELLE AMBIZIONI EGEMONICHE DELLA UE

Si tratta in realtà dell'unico “successo” dell'Unione Europea. Le ambizioni egemoniche degli imperialismi europei si sono infatti scontrate assai presto con uno scenario internazionale avverso.

Negli anni '90 e nei primi anni 2000 il forte rilancio del militarismo imperialistico degli USA in chiave unipolare, anche attraverso il controllo della NATO, ha costretto gli imperialismi europei o a un allineamento subalterno (come in Jugoslavia e in Afghanistan) o a una differenziazione passiva (come quella di Francia e Germania sull'invasione dell'Iraq); mentre l'asse tra imperialismo USA e imperialismo britannico acuiva le contraddizioni interne alla UE e congelava il suo sviluppo politico.

La grande crisi capitalistica del 2008, per i suoi effetti diretti e indiretti, ha assestato un ulteriore colpo all'UE. La doppia recessione continentale (2008-2011) e la crisi dei debiti sovrani ha ampliato il contrasto di interessi tra la Germania e gli imperialismi mediterranei (Francia, Italia, Spagna) attorno alle politiche di bilancio. Ma soprattutto il salto imperialistico della potenza cinese dopo il 2008 e la nuova centralità planetaria dello scontro interimperialista tra USA e Cina ha progressivamente marginalizzato il peso della UE. La maturazione imperialistica della Russia di Putin e la sua politica di potenza, culminata nell'invasione dell'Ucraina (febbraio 2022), hanno infine approfondito la sua crisi.

L'Unione Europea è da tempo imprigionata in una impasse, nel lungo limbo tra mancato sviluppo federale e impossibile dissoluzione. L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione non ha sbloccato tale impasse. Il nuovo contesto mondiale oggi l'aggrava.


LA SFIDA DEL NUOVO CONTESTO MONDIALE

Il combinarsi della pressione imperialistica russa, della crisi dell'egemonia mondiale americana, della competizione globale con USA e Cina (e tra USA e Cina), pone gli imperialismi europei di fronte a nuove sfide di portata storica: la necessità di sviluppare una propria forza militare, integrata nella NATO, ma capace di una nuova presenza e iniziativa sui diversi scacchieri strategici; la necessità di un salto degli investimenti nella transizione ecologica e digitale. Sono necessità inaggirabili per far fronte agli imperialismi concorrenti, alla forza dei loro regimi statali, e alla nuova imprevedibilità dello scenario mondiale (elezioni americane incluse). Sono necessità che richiedono unità di comando e grandi disponibilità di risorse: esattamente i requisiti di cui la UE non dispone.

Il bilancio economico comunitario è irrilevante rispetto al bilancio dei poli imperialistici concorrenti. La UE non dispone di una leva fiscale continentale, e per di più è attraversata da una concorrenza fiscale interna. L'unità di comando (Commissione Europea e Consiglio Europeo) è ipotecata dalla incerta mediazione intergovernativa, dentro un ibrido istituzionale irrisolto che sta a metà strada tra confederazione e federazione, esposto a ricorrenti poteri di veto. La BCE non gode di una copertura federale, ed è essa stessa luogo di contesa tra pressioni nazionali contrastanti (ieri nella gestione dei debiti sovrani, oggi in quella dei tassi d'interesse).


I PROGETTI TRANSNAZIONALI DI UN EUROPEISMO IMPERIALISTA

Per questo un settore transnazionale della grande borghesia europea ed il suo personale politico di riferimento (Mario Draghi) premono per una forte accelerazione della UE in direzione dell'avanzata del suo processo di integrazione. È il tentativo di rilanciare un progetto federale europeo. Da qui tre proposte fra loro connesse:

1) Rinnovare e stabilizzare il ricorso all'indebitamento continentale (eurobond) – dopo quello eccezionalmente varato di fronte all'emergenza Covid – per finanziare gli enormi investimenti necessari in campo militare, ecologico, digitale.
2) Puntare a una maggiore autonomia continentale dalle importazioni cinesi nel campo delle tecnologie verdi, e dalle importazioni USA in fatto di armamenti (oggi il 78% delle importazioni militari UE), sviluppando in entrambi settori una forte produzione europea.
3) Sviluppare un “mercato unico dei capitali” che possa mobilitare a questo fine il risparmio privato nella UE, integrando il ricorso ai bilanci statali (ed eventualmente agli eurobond).


LE PROFONDE CONTRADDIZIONI TRA GLI IMPERIALISMI NAZIONALI NELLA UE

Ma la stessa emergenza mondiale che sospinge l'integrazione europea approfondisce le contraddizioni che la minano.

Ogni imperialismo nazionale europeo coltiva il proprio autonomo interesse.
L'imperialismo tedesco, destabilizzato dalla crisi congiunta dei suoi tradizionali punti di forza (energia a basso prezzo di provenienza russa, proiezione sul mercato cinese, liberalizzazione degli scambi commerciali), si oppone a ogni nuovo indebitamento europeo facendo leva sulla superiorità del proprio bilancio statale: da qui lo stanziamento di 100 miliardi nell'investimento militare della Germania nel tentativo di rilancio del suo ruolo internazionale. Un investimento militare che destabilizza il tradizionale equilibrio con la Francia.
L'imperialismo francese, colpito dal crollo della propria area di influenza in Africa, chiede il ricorso all'indebitamento continentale in funzione degli interessi della propria industria bellica e della propria egemonia militare in Europa (quale unica potenza nucleare della UE), in aperta concorrenza con la Germania. Le posture belliciste di Macron sul fronte ucraino sono il rivestimento retorico di questa politica.
L'imperialismo italiano fa fronte comune con la Francia nel chiedere il ricorso al debito europeo, a fronte delle proprie difficoltà di bilancio, ma gioca di sponda con l'imperialismo USA per ottenere un proprio riconoscimento di ruolo in Medio Oriente e in Africa ai danni del declinante imperialismo francese. Il cosiddetto piano Mattei per l'Africa si muove in questa direzione.
Parallelamente, il gruppo dei paesi dell'Europa dell'est si divarica di fronte all'imperialismo russo tra una Polonia che stanzia il 4% del PIL in armamenti in chiave antirussa e una Ungheria che assume di fatto la Federazione Russa come interlocutore privilegiato.

Tutti gli imperialismi europei accrescono i propri bilanci militari, partecipando alla corsa mondiale agli armamenti. Ma la leva dei bilanci statali nazionali, molto differenziati per consistenza e livelli di indebitamento, agisce come fattore di ulteriore divaricazione nella UE. La “Difesa europea” resta la somma delle Difese nazionali, con 17 diversi sistemi d'arma e una spietata concorrenza interna tra stati imperialisti e i loro complessi industrial-militari.

La stessa dinamica opera nel campo della transizione ecologica e digitale dell'industria. La flessibilità concessa agli aiuti di stato da parte della Commissione Europea durante la crisi energetica ha sottolineato e ampliato le diverse capacità di bilancio tra gli imperialismi europei. La sola Germania nel 2022 ha coperto il 76% di tutto il valore degli aiuti di stato concessi in Europa, e destina ben 55 miliardi annui alla sola innovazione dell'auto elettrica. Per di più il nuovo Patto di stabilità e crescita, su pressione tedesca, ha preservato in forma diversa i vecchi vincoli restrittivi delle politiche nazionali di bilancio, disciplinando la riduzione del debito pubblico e i tetti della spesa in deficit: l'imperialismo tedesco non intende farsi carico delle esigenze di cassa e di investimento degli imperialismi concorrenti della UE, mentre l'esiguo bilancio europeo continua a dipendere dai contributi versati dagli stati membri.


IL DECLINO EUROPEO NELLA MORSA TRA USA E CINA

Si amplia il divario non solo tra gli imperialismi nazionali nella UE, ma tra l'insieme della UE e le potenze concorrenti di USA e Cina, dotate di una capacità di spesa e di indebitamento pubblico enormemente superiore, e di una grande riserva interna di materie prime a basso costo.
L'industria europea è così esposta al rischio di nuove fughe degli investimenti in direzione degli USA, mentre l'espandersi del protezionismo, connesso allo scontro fra poli imperialisti, colpisce la sua forza tradizionale di primo polo esportatore. La risultante d'insieme è l'approfondirsi della crisi europea. La crisi congiunta della Germania e del blocco franco-tedesco ne è effetto e concausa.

Anche i progetti di allargamento dell'unione si scontrano con contraddizioni paralizzanti. Da un lato la pressione dell'imperialismo russo suggerisce la ricerca dell'allargamento dell'unione in direzione dell'Ucraina e di paesi balcanici già da tempo candidati e in attesa (Serbia, Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord). Dall'altro il criterio dell'unanimità decisionale ostacola il nuovo allargamento. E non solo.

I Balcani sono area di influenza contesa tra imperialismo tedesco e imperialismo italiano. L'imperialismo francese, marginale nell'area, ostacola l'integrazione per contrastare gli imperialismi concorrenti. Mentre dall'esterno l'imperialismo russo intende preservare le proprie posizioni in Serbia e in Bosnia Erzegovina, facendo leva sulle questioni nazionali irrisolte.

Quanto all'Ucraina, la sua integrazione nella UE si confronta con l'enormità dei costi della ricostruzione, l'impatto sulla redistribuzione continentale dei sussidi agricoli, le rischiose implicazioni militari nel confronto con l'imperialismo russo. La corsa concorrenziale tra gli imperialismi nazionali europei ad accordi bilaterali con l'Ucraina copre non solo il divario di interessi nella futura spartizione della sua ricostruzione, ma la paralisi di prospettiva della UE. Le differenziazioni interne sul posizionamento in Medio Oriente completano il quadro.


UNIONE EUROPEA «IMPOSSIBILE E REAZIONARIA» (LENIN).
ECONOMIA DI GUERRA E GUERRA AI MIGRANTI


Nel 1915 Lenin dichiarava che, su basi capitaliste, l'unificazione europea (“Stati Uniti d'Europa”) è o impossibile o reazionaria. L'esperienza degli ultimi trent'anni ha confermato questa verità su entrambi i lati.
Una compiuta unione federale europea è impedita dagli interessi divergenti di stati imperialisti storicamente consolidati da lungo tempo. Al tempo stesso, ogni passo avanti dell'UE sul terreno dell'integrazione capitalistica si è tradotto in un attacco alla classe lavoratrice, ai settori oppressi, alle loro domande più elementari.
In nessun modo l'unione tra imperialismi europei ha assunto o può assumere un carattere progressivo. L'idea di una “Europa sociale, democratica, di pace”, dentro il quadro capitalista, si è rivelata una utopia, contraddetta dai fatti.

Tanto più oggi l'intera evoluzione dello scenario mondiale si abbatte sul proletariato europeo e sulle masse oppresse. Il salto degli investimenti militari in tutti i paesi europei, il pubblico richiamo all'economia di guerra, i piani di ripresa della leva militare obbligatoria in alcuni paesi, le missioni militari in Medio Oriente (Mar Rosso) al fianco dello stato sionista, trascinano nel loro insieme nuovi tagli ai servizi sociali. La crisi energetica e i venti protezionisti si traducono in crescita dei prezzi e in un nuovo colpo ai salari. Il pagamento del debito pubblico, statale e/o europeo, unito alla crisi dei bilanci statali, mina gli investimenti ambientali nella riconversione energetica, già ostaggio della concorrenza capitalistica internazionale, in particolare cinese (auto elettrica, pannelli solari). La militarizzazione crescente delle opinioni pubbliche colpisce i diritti democratici, a partire dalla criminalizzazione della mobilitazione antisionista, in particolare in Germania e Francia.

Le migrazioni connesse alle guerre divengono occasione di nuove campagne xenofobe di respingimenti, di rimpatri forzati, di detenzioni amministrative, fuori da ogni parvenza di diritto. Mentre la corsa (anche) europea alle nuove materie prime dell'Africa, innanzitutto litio e cobalto, e alla sua manodopera a basso costo, si combina col contrasto dei flussi migratori alla partenza attraverso accordi criminali coi regimi africani (Niger, Ghana) e nord-africani (Libia, Tunisia, Egitto) interessati. La “solidarietà europea” che fallisce sulla redistribuzione interna dei migranti si realizza sul loro respingimento alla frontiera, e sullo spostamento a sud della linea stessa di respingimento nel cuore dell'Africa subsahariana.


LA POSTA IN GIOCO NELLE ELEZIONI EUROPEE DEL 9 GIUGNO

Tutti i partiti dominanti del vecchio continente gestiscono, in varie forme, questi indirizzi politici di fondo, su scala nazionale ed europea, con ruoli di governo o di “opposizione”.

Le imminenti elezioni europee hanno unicamente come posta in gioco gli incerti equilibri di gestione delle politiche borghesi nelle istituzioni della UE.
Il PPE, il PSE, i liberali amministrano, con la loro maggioranza, l'attuale Commissione Europea. La destra dei conservatori europei (ECR) si candida a rimpiazzare la socialdemocrazia nell'alleanza col PPE, ma alcuni suoi settori si riservano la possibilità di negoziare un proprio ingresso nell'attuale maggioranza a guida Von Der Leyen dopo il voto europeo. È il caso di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. L'estrema destra sovranista (Identità e Democrazia) rivendica la propria partecipazione a un governo europeo di centrodestra in contrapposizione al PSE, ma si scontra con l'attuale indisponibilità del PPE verso l'estrema destra tedesca e francese.

In ogni caso, gli interessi dei propri imperialismi nazionali, e i calcoli di politica interna, dominano la politica europea. La lotta politica tra partiti borghesi in Europa rimane prevalentemente nazionale. Resta il fatto che a differenza del precedente decennio nessuna forza politica rilevante in Europa, neppure il grosso dell'estrema destra sovranista, rivendica oggi l'uscita dalla UE e/o dall'euro. È un riflesso indiretto dell'emergenza politica internazionale. Prima della pandemia, poi della guerra.


LA CRISI DI CONSENSO DELLE POLITICHE DOMINANTI

Al tempo stesso il corso delle politiche dominanti registra una diffusa crisi di consenso. Con l'eccezione dei paesi baltici e degli stati esposti alla frontiera russa (Polonia), la campagna allarmistica dei circoli dominanti a favore dell'economia di guerra, finalizzata a giustificare il salto di spese militari, non riesce a egemonizzare l'opinione pubblica, ed anzi suscita diffidenza o rigetto. Il pacifismo (talvolta antiucraino) da un lato, la solidarietà col popolo palestinese dall'altro – entrambi prevalenti nel sentimento pubblico – misurano, con opposta valenza, la crisi di consenso della politica estera nei paesi imperialisti dell'UE.

Non va diversamente per le politiche ambientali: il rinvio o l'autoriduzione degli impegni annunciati col Green Deal, sotto la pressione delle organizzazioni padronali dell'industria e dell'agrobusiness; il carico delle misure annunciate di riconversione produttiva ed energetica sulle spalle dei salariati e dei consumatori; i criteri di distribuzione dei sussidi agricoli a vantaggio delle grandi aziende, hanno sommato su opposti versanti resistenze diffuse o opposizioni aperte di ampi settori popolari, nei centri urbani e nelle campagne.

La profonda crisi dei sistemi sanitari e previdenziali, aggravata dalla crisi demografica e dal salto degli investimenti militari, e la pressione inflazionistica sui salari a fronte dell'abnorme crescita dei profitti, nutrono il malcontento di vasti settori di massa.


L'INSTABILITÀ POLITICA IN EUROPA

L'instabilità degli equilibri politici in Europa è il riflesso della crisi di consenso.
Con la parziale eccezione italiana, tutti i principali paesi imperialisti del vecchio continente incontrano crescenti difficoltà politiche sul versante interno.
Il governo tedesco è minato dalla crisi profonda della SPD e dalle contraddizioni interne alla maggioranza “semaforo”.
Il governo francese è colpito dalla crisi interna al partito macronista En Marche, non dispone più di una maggioranza parlamentare stabile ed è minacciato dalla crescita del lepenismo.
Il governo spagnolo, sopravvissuto alle elezioni anticipate, vive una nuova crisi di consenso sul fronte dell'irrisolta questione catalana.
Il governo della Gran Bretagna attraversa la crisi storica del Partito Conservatore, che si somma alla crisi interna alla famiglia reale.
In diversi paesi il pendolo tradizionale dell'alternanza è stato scosso o destabilizzato da processi di polarizzazione politica.


POLARIZZAZIONE POLITICA E SOVRANISMO REAZIONARIO

La crescita della destra e dell'estrema destra sovranista in diversi paesi europei, dalla Germania alla Francia, dal Portogallo alla Romania, dall'Austria ai Paesi Bassi, è un riflesso della crisi politica e sociale del vecchio continente.

Il sovranismo, diversamente declinato, si candida a rappresentare settori declassati della piccola e media borghesia (è il caso del “movimento dei trattori”) ma anche a costruire l'egemonia piccolo/medio-borghese su ampi settori popolari e di lavoro salariato, nelle periferie e nella provincia profonda. È il tentativo di capitalizzare a destra la crisi congiunta dell'establishment liberale e del movimento operaio europeo. A differenza che in passato, le destre sovraniste dei paesi imperialisti combinano il vecchio spartito del nazionalismo militarista e atlantista con quello di un europeismo imperialista più “autonomo dagli USA” e dialogante con l'imperialismo russo.

È la rivendicazione di un'Europa confederale di stati indipendenti, quale potenza giudaico-cristiana, nemica di immigrati e musulmani. L'obiettivo è intercettare su basi reazionarie il sentimento pacifista “antiamericano” dell'opinione pubblica europea.

Il consenso elettorale delle destre in significativi settori della classe operaia industriale europea, in particolare in Francia e in Italia, misura lo scollamento dei vecchi blocchi sociali di centrosinistra sotto la pressione della crisi capitalistica.


LA CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO EUROPEO.
LA RESPONSABILITÀ DELLE BUROCRAZIE SINDACALI


La classe operaia europea ha conosciuto, in anni recenti, dinamiche di lotta molto differenziate da paese a paese. La Francia ha vissuto nell'ultimo decennio ripetuti processi di mobilitazione e radicalizzazione, contro la liberalizzazione dei licenziamenti e l'innalzamento dell'età pensionabile. L'Italia, all'opposto, resta segnata da un riflusso prolungato e profondo della classe operaia, dopo la sconfitta subita su tema dei licenziamenti (Jobs Act del governo Renzi, 2014-2015) e dell'istruzione pubblica (Buona Scuola, 2015). Un analogo ripiegamento ha investito il proletariato greco dopo l'esperienza traumatica del governo Syriza.

Una forte ripresa di lotte salariali ha interessato nell'ultimo anno la Gran Bretagna, con un significato di importante risveglio dopo la sconfitta storica subita quarant'anni fa per mano del governo Thatcher. Movimenti di lotta sul terreno salariale si sono prodotti, su scala più limitata, anche in Francia e in Germania, prevalentemente nel settore pubblico e nei servizi, meno nel proletariato industriale.

Nel complesso il livello di mobilitazione del proletariato europeo, per responsabilità delle sue direzioni, è oggi molto al di sotto delle necessità e della portata obiettiva dello scontro, sia sul terreno sindacale che sul piano politico più generale, sia nei diversi paesi che su scala continentale.

La diffidenza e ostilità verso il militarismo restano ancora prevalentemente passive. La necessaria mobilitazione contro la guerra, contro l'economia di guerra, contro la corsa generale agli armamenti, è stata per lo più rimpiazzata o da un affidamento passivo alla NATO in chiave antirussa (in particolare in Polonia e nel Nord Europa) o all'opposto da un sentimento diffuso antiucraino mascherato dal pacifismo (particolarmente forte in Italia). I movimenti di solidarietà con la Palestina, di grande rilevanza politica, hanno registrato dimensioni di massa in Gran Bretagna, una diffusa partecipazione giovanile in diversi paesi, una sintonia generale col senso comune maggioritario dell'opinione pubblica europea, decisamente filopalestinese; ma vedono ancora l'assenza del grosso del movimento operaio organizzato. Il movimento ambientalista del Fridays For Future, che aveva conosciuto una forte espansione tra il 2018 e il 2021 in importanti settori della gioventù europea, ha conosciuto una parabola declinante, anche per l'assenza di un riferimento di classe. L'importante mobilitazione democratica in Germania contro l'estrema destra nei primi mesi del 2024 è stata subordinata al governo a guida SPD, e perciò stesso deprivata di larga parte delle proprie energie e potenzialità.

Le burocrazie dirigenti del movimento operaio e sindacale europeo hanno avuto e hanno in tutto questo una responsabilità decisiva, subordinando ovunque la classe operaia alle necessità del proprio imperialismo e/o della propria borghesia.
In Francia hanno smobilitato il movimento di lotta sulle pensioni per paura di perderne il controllo. In Italia rifiutano ogni ipotesi di vertenza generale, pur in presenza di undici milioni di salariati in attesa di contratto. In Germania accettano di sacrificare le rivendicazioni salariali del settore pubblico alle esigenze di spesa militare. In Spagna sostengono il quadro di concertazione sociale col governo Sanchez e il padronato.

A maggior ragione è assente ogni piattaforma di lotta continentale ed ogni azione di lotta su scala europea. La stessa critica del nuovo Patto di Stabilità europeo da parte della Confederazione Europea dei Sindacati si limita a pronunciamenti innocui (13 dicembre 2023). La passività sul terreno del contrasto del militarismo e la mancata risposta all'appello dei sindacati palestinesi per la mobilitazione contro Israele misurano la profonda corresponsabilità delle burocrazie sindacali agli imperialismi europei e alle borghesie del continente.


LA SINISTRA EUROPEA TRA GOVERNISMO E CAMPISMO

La sinistra politica continentale, a sua volta, rivela tutta la propria subalternità al nuovo quadro internazionale.

La socialdemocrazia europea, con diverse declinazioni, ha gestito o gestisce la politica imperialista con ruoli di governo, sia a livello di Unione Europea in alleanza con PPE e liberali, su una linea europeista-atlantista, sia all'interno dei diversi contesti nazionali, con esiti e dinamiche differenziati.
In Germania la SPD guida il governo dell'imperialismo tedesco nel momento della sua svolta militarista.
In Spagna il PSOE dirige il governo dell'imperialismo spagnolo, subordinandovi il movimento operaio attraverso una politica di concertazione sindacale.
In Francia il PS ha subito gli effetti distruttivi del proprio ruolo di governo nel precedente decennio e dello scontro diretto con le resistenze sociali, sino al tracollo dei propri legami di massa.
In Italia lo spazio della socialdemocrazia è stato occupato precocemente sin dagli anni '90 da una formazione borghese liberale nata dalle ceneri del vecchio partito stalinista e tradizionalmente legato all'establishment (PDS, poi DS, infine PD). La sua gestione prolungata delle politiche di austerità ne ha largamente compromesso l'immagine pubblica nella classe lavoratrice, a beneficio della destra.
In Gran Bretagna il Labour Party si candida al governo con una nuova torsione liberale di matrice blairiana dopo aver archiviato la breve parentesi riformista di Corbyn: l'ostilità della nuova segreteria Labour verso gli scioperi operai dell'estate 2023 è il biglietto da visita del “nuovo” corso laburista.

I partiti della sinistra europea che negli anni '90 e 2000 hanno cercato un proprio spazio a sinistra della socialdemocrazia liberale sono vittima delle proprie ambizioni di governo.
Rifondazione Comunista si è autodistrutta quasi vent'anni fa con il proprio coinvolgimento nel governo di Romano Prodi (2006-2008) e nelle sue politiche antioperaie.
Syriza ha bruciato la domanda di svolta dell'ascesa di massa del 2012-2015 sull'altare del governo dell'austerità del memorandum della troika (2015-2019), ed è oggi investita da una crisi e disarticolazione profonda.
Podemos ha largamente disperso il consenso raccolto dopo le mobilitazioni degli Indignados (2011) con la propria perdurante partecipazione ai governi dell'imperialismo spagnolo a guida Sanchez (dal 2019).
Il Partito Comunista Portoghese e il Bloco de Esquerda hanno sostenuto per quattro anni (2015-2019) il governo della socialdemocrazia portoghese di Costa, con il suo taglio pesante degli investimenti pubblici.
La Linke tedesca, dall'opposizione, ha votato dopo il 7 ottobre le politiche filosioniste del governo dell'imperialismo tedesco ed ha subito una importante scissione dal versante sovranista e rossobruno guidata da Sahra Wagenknecht.
La NUPES francese si è disgregata sull'onda dell'allineamento “critico”del Partito Comunista Francese alle politiche di legge e ordine di Macron e al suo fronte repubblicano a difesa di Israele. La France Insoumise di Mélenchon preserva la propria versione di populismo nazionalista di sinistra, dominato dalle ambizioni personalistiche del suo leader: la comune subalternità della NUPES alle burocrazie sindacali francesi le ha rese corresponsabili della sconfitta dei movimenti di lotta (movimento contro la Legge Khomri e movimento contro la riforma delle pensioni).
Infine Jeremy Corbyn, asceso ai vertici del Labour Party britannico nel 2015 sulla base di un programma riformista antiblairiano, ha sacrificato il consenso militante raccolto all'unità con l'ala liberale del Labour Party, finendo battuto e umiliato da questa.

Complessivamente, la pretesa di costruire una nuova socialdemocrazia di sinistra su scala continentale è crollata sotto il peso delle derive governiste e/o delle pressioni degli imperialismi nazionali. La bandiera ideologica dell'“Europa sociale, democratica, di pace” è stata ed è solamente la copertura ideologica di questa politica di compromissione.

Un altro settore della sinistra europea, per lo più di estrazione stalinista, ha sposato posizioni campiste, col sostegno ai nuovi imperialismi russo e cinese, presentati come alternativa progressista alla NATO. L'allineamento si è tradotto nell'appoggio all'invasione russa dell'Ucraina, o in forma esplicita e diretta o in una versione mascherata di tipo pacifista. L'area campista è variegata, con articolazioni interne anche molto diverse l'una dall'altra. La sua ala estrema è sfociata nel rossobrunismo, in aperta sinergia con ambienti di estrema destra sovranista e posizioni reazionarie no vax, anti-immigrati, anti-ecologiche, anti-gay. La cosiddetta Piattaforma Mondiale Antimperialista (WAP) è il principale luogo di aggregazione internazionale della componente estrema del campismo. Tale aggregazione ha determinato la scissione interna all'area stalinista internazionale, con la nascita del nuovo polo di Azione Comunista Europea (ECA) attorno alle posizioni anticampiste del KKE greco.

La disgregazione interna del movimento stalinista è un sottoprodotto della nuova polarizzazione imperialista su scala mondiale. E chiama in causa, una volta di più, la necessità di un bilancio storico di fondo dello stalinismo e della sua deriva.


LA PROSPETTIVA SOCIALISTA, UNICA VERA ALTERNATIVA

La prospettiva socialista è l'unica soluzione storicamente progressiva. Lo è sul piano mondiale. Lo è di riflesso sul terreno europeo, in contrapposizione sia all'europeismo borghese liberale, sia al sovranismo reazionario.

Solo la classe operaia può unire l'Europa su basi progressive. Nel quadro capitalista e imperialista il vecchio continente è condannato al declino, nella morsa della polarizzazione mondiale tra vecchie e nuove potenze imperialiste. In tale quadro nessuna delle esigenze elementari della classe operaia e delle masse oppresse può trovare soddisfazione.
La crisi capitalista e il crollo dell'URSS hanno chiuso da tempo lo spazio storico delle riforme in Europa. Tutte le istanze del proletariato e dei movimenti progressivi del vecchio continente (sociali, ambientali, di genere, antirazzisti, antimilitaristi) pongono la necessità della rottura anticapitalistica. È la prospettiva del governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea. È la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

Questa parola d'ordine non è una improvvisazione propagandistica. Fu la parola d'ordine del movimento comunista nei suoi anni rivoluzionari. La Terza Internazionale comunista l'assunse formalmente nel 1923, a seguito dell'occupazione francese della Ruhr, contro il veleno dei nazionalismi imperialisti. Lo stalinismo la cancellò, assieme all'intero programma comunista.

Oggi il nuovo contesto mondiale di scontro interimperialista, l'irruzione della guerra nel cuore dell'Europa, la corsa generale agli armamenti, ripropongono l'attualità di questa prospettiva storica, contro ogni sorta di atlantismo, di europeismo imperialista, di sovranismo nazionalista, di campismo.

La nostra difesa dell'Ucraina dalla guerra d'invasione dell'imperialismo russo muove da un'angolazione di piena autonomia da tutti gli imperialismi. Innanzitutto dall'imperialismo di casa nostra. L'imperialismo nord-americano e britannico, gli imperialismi nazionali della UE, fanno leva sulla guerra in Ucraina per promuovere l'allargamento della NATO, in Europa e sul Pacifico, per sospingere e giustificare la propria corsa agli armamenti (infinitamente più grande degli “aiuti” all'Ucraina), per prepararsi alle guerre future contro gli imperialismi rivali.
Parallelamente, l'imperialismo russo e il suo regime reazionario vedono l'invasione dell'Ucraina come parte della ricostruzione della propria area d'influenza grande-russa nella stessa Europa, e del rilancio della propria politica di potenza in Medio Oriente e in Africa, in alleanza oggi con l'imperialismo cinese.

I lavoratori e le lavoratrici dell'Unione Europea e della Russia non hanno alcun interesse a prender parte, da un lato o dall'altro, alla spartizione del mondo tra vecchi e nuovi imperialismi. Al contrario: solo la lotta contro tutti gli imperialismi può salvaguardare il proprio interesse indipendente, a partire dalla propria aspirazione alla pace.

Se vuoi la pace prepara la rivoluzione” dichiarava Karl Liebknecht. La prospettiva del governo dei lavoratori e degli Stati Uniti Socialisti d'Europa traduce questa consegna.


PER GLI STATI UNITI SOCIALISTI D'EUROPA, DALL'ATLANTICO A VLADIVOSTOK

La prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa travalica il perimetro dell'attuale Unione Europea. La geografia politica dell'Europa attuale è figlia delle scomposizioni e ricomposizioni attuate e negoziate dalle potenze borghesi dopo il crollo del Muro di Berlino e la restaurazione capitalistica in URSS. La linea di divisione tra proletari dell'Europa occidentale e proletari russi è stata riproposta su basi nuove dal contrasto fra imperialismi rivali. Da un lato gli imperialismi NATO, dall'altro l'imperialismo russo, arruolano l'uno contro l'altro il “proprio” proletariato in funzione dei rispettivi interessi imperialisti e della corsa agli armamenti. Unire i proletari contro i propri imperialismi significa battersi per unire l'Europa al di là delle sue attuali frontiere, per una Europa unita dall'Atlantico a Vladivostok, per una federazione socialista europea: l'unico quadro in cui sarà possibile risolvere, su basi progressive, la stessa miriade di questioni nazionali, grandi o piccole, che percorrono la penisola balcanica, l'est europeo, la Federazione Russa. Questioni che non possono trovare soluzione né sotto il comando degli imperialismi della UE né sotto la dominazione grande-russa.

Nella stessa UE i vecchi confini tra i principali stati nazionali non hanno alcuna funzione progressiva. Essi sono tenuti in piedi dall'interesse delle diverse borghesie, che usano la retorica propagandista dell'Europa quando devono imporre sacrifici ai propri operai o negoziare l'aiuto per le proprie banche, ma si tengono ben stretti i propri stati nazionali come strumento d'ordine sul piano interno, come comitati d'affari e camera di compensazione dei propri conflitti di interesse, come procacciatori di commesse e profitti sul mercato mondiale, come strumento militare di intervento o respingimento.

La sola cancellazione dei vecchi confini artificiali e del parassitismo degli Stati borghesi nazionali rappresenterebbe di per sé un grande salto in avanti della ricchezza sociale disponibile per tutti i lavoratori europei. Una pianificazione democratica dell'economia europea che mettesse insieme, a vantaggio dei lavoratori, la forza produttiva dell'intero continente costituirebbe un enorme progresso. Squilibri territoriali atavici (dalla questione meridionale italiana al mezzogiorno spagnolo) potrebbero essere compiutamente affrontati entro un grande piano continentale per il lavoro. Le questioni nazionali irrisolte e irrisolvibili nel contesto della UE e dell'Europa capitalista (la questione irlandese, la questione basca, la questione catalana...) potrebbero trovare soluzione nel quadro federale socialista europeo, col pieno diritto di autodeterminazione di ogni nazionalità oppressa, entro il richiamo unificante di una comunità continentale non più oppressiva: una repubblica europea dei consigli dei lavoratori e delle lavoratrici.

L'Europa dei lavoratori e delle lavoratrici rappresenterebbe a sua volta uno strumento di sostegno ai lavoratori e ai popoli oppressi di tutto il mondo contro il capitalismo e l'imperialismo.
La cancellazione di ogni pretesa e diritto coloniale delle vecchie madrepatrie sarebbe il primo atto di un governo dei lavoratori, in ogni paese e su scala europea. In particolare il pieno sostegno al diritto di autodeterminazione del popolo palestinese contro lo stato sionista, e del popolo curdo contro gli stati che lo opprimono, sarebbe un messaggio di liberazione alle masse oppresse di tutta la nazione araba e del Medio Oriente, e un forte incoraggiamento alla loro lotta.

Lo stesso sviluppo della lotta per un governo dei lavoratori in Europa potrebbe dare un forte impulso al movimento operaio internazionale a tutte le latitudini e in tutti i continenti.


PER UN PROGRAMMA DI LOTTA UNIFICANTE

Solo la prospettiva socialista del governo dei lavoratori può liberare una piattaforma di lotta unificante del proletariato, in ogni paese europeo e su scala continentale, capace di aggregare attorno a esso le istanze progressive di emancipazione e liberazione dei settori oppressi della società.

La lotta politica e di classe assume naturalmente forme diverse da paese a paese, in base alle diverse specificità nazionali, contesti politici, esperienze e tradizioni del movimento operaio. L'articolazione della piattaforma di lotta non può prescindere da questo principio di realtà. Tuttavia i contenuti dello scontro di classe travalicano, tanto più oggi, i confini nazionali.
L'Unione Europea ha unito la borghesia contro il lavoro. Si tratta allora di unire il lavoro contro la borghesia europea. La lotta in ogni paese per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici implica un quadro di rivendicazioni comuni e unificanti.

Per l'aumento generale dei salari e la scala mobile dei salari.
Per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro. A pari lavoro, pari diritti.
Per la cancellazione di ogni legislazione anti-immigrati e il riconoscimento pieno dei loro diritti.
Per la ripartizione del lavoro fra tutti attraverso la scala mobile delle ore di lavoro.
Per un grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici nel risanamento ambientale, nella riconversione energetica, nelle energie rinnovabili, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi capitali, profitti, rendite.
Per un grande piano di investimenti pubblici nella sanità, nell'istruzione, nella socializzazione dell'economia domestica, finanziato dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche e dalla loro nazionalizzazione senza indennizzo per i grandi azionisti.
Per l'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio delle imprese che licenziano, che inquinano, che violano i diritti sindacali.
Per l'esproprio delle grandi proprietà ecclesiastiche (bancarie, finanziarie, immobiliari), la cancellazione di ogni privilegio clericale, l'abrogazione di tutte le leggi e misure discriminatorie nei confronti delle donne ed LGBTQI.
Per l'abbattimento delle spese militari e l'esproprio sotto controllo operaio dell'industria bellica.
Per la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell'industria farmaceutica, dell'industria chimica, della grande industria alimentare, delle grandi aziende agricole, della grande distribuzione.
Per la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori del sistema ferroviario, aereo, portuale, logistico
Per la nazionalizzazione dei grandi monopoli in tutti i settori strategici della produzione, a partire dall'industria automobilistica e siderurgica, della energia, delle telecomunicazioni.


Tali misure, al di là delle loro particolarità, hanno un significato d'insieme: configurano un'alternativa di sistema all'anarchia del mercato e alla concorrenza capitalistica. Dunque alla distruzione di diritti sociali, devastazioni ambientali, oppressioni, dinamiche di guerra, che esse trascinano con sé. Non indicano una “nuova politica economica”, secondo la vecchia retorica riformista, ma una diversa struttura dell'economia, fondata sulla soddisfazione dei bisogni della società in base a un piano democraticamente definito dai lavoratori e sotto il loro controllo. Una alternativa di società e di potere.

La lotta per queste rivendicazioni parte in ogni paese dalle esigenze elementari della classe lavoratrice e delle masse oppresse, e va sempre ancorata ad esse. Al tempo stesso, traccia un ponte tra queste esigenze e la necessità di un governo dei lavoratori: l'unico governo che, rompendo col capitalismo, può realizzare compiutamente tali rivendicazioni e riorganizzare la società su basi nuove. La lotta per il governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, è ovunque il cuore di questo programma. Il suo coronamento naturale e centrale. Ed anche il principio di riferimento della piena autonomia del movimento operaio da ogni governo capitalista.


PER UNA RISPOSTA RADICALE ALLA REAZIONE

Il fondamento di questo programma di lotta non sta nella coscienza soggettiva della classe operaia e delle masse oppresse ma nella condizione oggettiva della società. La coscienza soggettiva delle grandi masse ha conosciuto un arretramento più o meno profondo. Ma oggettivamente solo una rottura anticapitalista può riaprire un orizzonte di progresso per l'umanità. Si tratta di far leva su questa verità per portarla controcorrente nella coscienza soggettiva della massa. Il programma ha innanzitutto questa funzione: mettere il movimento operaio al passo con la svolta d'epoca in corso.

L'attualità del programma anticapitalistico è anche di natura politica. L'esaurirsi dello spazio riformista sotto la pressione della crisi sociale e delle dinamiche di guerra richiama l'esigenza di soluzioni radicali. O tale soluzione è imposta dalla classe lavoratrice sul terreno anticapitalistico o rischia di essere imposta da forze più o meno reazionarie contro la classe lavoratrice.
La crisi delle tradizionali forme di alternanza liberale, l'irruzione di grandi processi di polarizzazione politica, testimonia l'attualità di questo bivio. La stessa crescita della destra sovranista in Europa è la misura della crisi del movimento operaio nell'approntare una propria soluzione della crisi del capitalismo. Risolvere questa crisi è dunque parte decisiva della stessa battaglia contro la reazione.

Peraltro solo una lotta radicale su una piattaforma di lotta unificante può scomporre i blocchi sociali reazionari, liberare settori di classe oggi lì imprigionati, ricomporre un blocco sociale alternativo, ribaltare i rapporti di forza, riaprire dal basso lo scenario politico. Solo una lotta radicale può strappare cammin facendo risultati e conquiste parziali. Solo ponendo la questione del potere si può indurre la borghesia a fare concessioni. La borghesia concede qualcosa quando ha paura di perdere tutto. Le riforme, come diceva Lenin, sono un sottoprodotto della rivoluzione. Tanto più in un'epoca di crisi.

Non si tratta dunque di contrapporre questo programma agli obiettivi immediati dei movimenti, ma di portare in ogni movimento questo programma. Di ricondurre i suoi obiettivi immediati a una prospettiva anticapitalista. Vale per il movimento operaio come vale per ogni movimento progressivo, di genere, ambientale, antirazzista, antimilitarista, antifascista. Tutte le rivendicazioni progressive, sociali, democratiche, di pace richiamano la necessità di rompere col capitalismo e con l'imperialismo. E dunque la necessità di un riferimento centrale alla classe lavoratrice come forza centrale di un'alternativa. Parallelamente, la classe lavoratrice potrà assolvere il ruolo rivoluzionario solo se assume nel proprio programma tutte le istanze di emancipazione e liberazione delle masse oppresse della società, fuori da ogni ripiegamento economicista.


PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA, CLASSISTA E INTERNAZIONALISTA

Il programma è in funzione dell'orientamento della massa e dello sviluppo della sua coscienza. Ma lo sviluppo della coscienza di massa richiede la presenza di un'avanguardia organizzata che intervenga nella classe operaia, nelle organizzazioni di massa, in ogni movimento progressivo.

Un'avanguardia unita dal programma, da una comune comprensione del corso generale degli avvenimenti mondiali, da una comune memoria storica della propria classe di riferimento, sul piano nazionale e internazionale. Raggruppare controcorrente questa avanguardia è una necessità politica urgente. Una necessità mondiale, una necessità in Europa.

La deriva della vecchia sinistra riformista e campista si è consumata in tutto il continente. La ricostruzione in ogni paese e su scala europea una sinistra rivoluzionaria, anticapitalista, internazionalista, è il compito centrale dei marxisti rivoluzionari in Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori